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  • Molto più di un viaggio in bicicletta. Il ritorno di Alessandro Zeggio dalla Terra Santa

    Molto più di un viaggio in bicicletta. Il ritorno di Alessandro Zeggio dalla Terra Santa

    zeggio-taravelloL’avventura di Alessandro Zeggio, da Genova a Gerusalemmme in bicicletta, si è conclusa sabato scorso al Castello D’Albertis, proprio là dove, sotto forma di un sogno, era nata.
    Alessandro, infatti, ha salutato tutti quanti, ha posato per innumerevoli foto con la sua bici e con tutti gli amici che in questi mesi lo hanno seguito, sostenuto, accompagnato da lontano.
    Anche Era Superba lo ha seguito, vi abbiamo raccontato le tappe del suo viaggio, durato tre mesi, attraverso sette paesi e più di 5000 chilometri.

    Il “Capitano” attraversa Albania, Macedonia e Grecia >> Il racconto del viaggio

    Road to Jerusalem: Turchia e Cappadocia >> Il racconto del viaggio

    Sede più appropriata del Castello D’Albertis per la festa conclusiva non ci sarebbe potuta essere: il Castello ospita il Museo delle Culture del Mondo, e durante le festività sarà liberamente visitabile la piccola mostra che è stata allestita per Alessandro. Sono infatti esposte, insieme ad alcune immagini del suo viaggio, le fotografie inedite del capitano D’Albertis scattate negli stessi luoghi visitati da Zeggio, fotografie rimaste per decenni nascoste in fondo ad un baule e che la pronipote, Anna, ha tenacemente e con fatica voluto riportare alla luce. Queste immagini ci mostrano come, al di là della biografia ufficiale, il capitano D’Albertis amasse sopra ogni cosa viaggiare; Alessandro, che evidentemente condivide la medesima passione, in diverse tappe ha cercato di ricreare le stesse inquadrature ma, qualche volta, ha dovuto arrendersi. Infatti il paesaggio, in poco più di un secolo, in alcuni casi è talmente cambiato da essere stravolto, e certi angoli di mondo, semplicemente, non esistono più.

    Ma quello che Alessandro ci ha riportato, quello che sabato è passato attraverso le sue immagini, le sue parole e forse anche al di là delle sue intenzioni, non è tanto il racconto di un viaggio, ma il resoconto di un sogno che mentre si realizzava diventava tante cose diverse, lasciando intravedere diverse possibilità di lettura praticamente per ogni episodio raccontato.
    Una storia di libertà, ovviamente, la libertà di partire pedalando verso un mondo nuovo e forse non accogliente; ma basata su un piano di disciplina, di pianificazione dei tempi, di inevitabile ottimizzazione degli sforzi.
    Dentro però c’era anche una storia di incontri, di accoglienza, di accettazione: ma anche di frontiere, divieti, autorizzazioni e permessi, di visti e timbri ossequiosamente eseguiti rispettati ed esibiti.
    Mondi diversi, culture diverse a pochi chilometri l’una dall’altra, la voglia di capire entrambi ma la capacità di saper fermare il passo, di rendersi conto che voler capire a volte è solo presunzione di esser migliore.

    Un piccolo aneddoto la dice lunga su quello che Alessandro ha imparato in questi mesi. Ad un certo punto, mostrando le foto del capitano D’Albertis, dice: «ecco, quella è la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, io sognavo di rifare quella foto, proprio quella. Sapevo che la piazza è rimasta quasi identica, mentre molte altre foto non ho potuto riprodurle, perchè certi angoli non esistono più. Invece no, niente, non ho potuto andare su quella piazza: solo se sei musulmano puoi andare. Ho provato tutti gli accessi, ho cambiato punti di controllo, anzi li ho tentati tutti: ingresso riservato ai musulmani. E basta».

    Era costernato, era dispiaciuto, era anche un po’ frustrato: ma non si poteva fare altrimenti.
    Subito fra il pubblico, molto partecipe, si sono levati consigli e pareri, tutti nello stesso senso: dovevi provare a fregarli. Sei italiano, perbacco, era il sottotitolo.
    Ma no, non è per questo che Alessandro ha attraversato sette paesi e pedalato per più di 5000 chilometri, non è per questo che ci raccontava quello che ha provato, non è per questo che ha condiviso con noi il suo viaggio.
    La voleva proprio fare, quella foto: ma erano loro che stabilivano le regole, e dopo tre mesi che sei in viaggio se non ti lasciano entrare in una piazza, che puoi fare?
    È risalito in bicicletta, è ripartito: direzione Giordania. Ed è’ arrivato ad Aqaba, sul Mar Rosso, il 6 dicembre.

     

    Bruna Taravello

  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    alessandr-zeggio-capitano-genova-gerusalemmeLo hanno già ribattezzato “Il Capitano” e se vi occupate di biciclette, o di mobilità sostenibile nella città di Genova, quasi sicuramente avrete già sentito parlare di lui. Si chiama Alessandro Zeggio, è un meccanico Amt e per onorare il suo nome di battaglia dedicatogli dagli amici ciclisti della Fiab-Genova ha deciso di lanciarsi in una nuova sfida. Questo dopo gli exploit dello scorso anno, che prima lo videro partire da Genova con destinazione Moncalieri, a ripercorrere con la pieghevole il viaggio che il Capitano Enrico Alberto D’Albertis fece per scommessa (o per sfida) in sella al suo velocipede e poi nell’autunno da Londra a Roma, pedalando lungo la via Francigena. Quest’ultimo, ci ha raccontato Alessandro, è stato un momento molto importante perché «più che un viaggio è stato un itinerario spirituale, quasi un  pellegrinaggio laico ma in ogni caso un’esperienza fortissima, che ancora mi fa venire gli occhi lucidi se penso a quando sono arrivato a Roma».

    Certamente qui siamo in un’altra dimensione rispetto ai viaggi compulsivi rincorrendo bagagli, coincidenze e check-in. Per arrivare a Moncalieri, con il patrocinio del Comune di Genova e della Fiab- Amici della bicicletta, Alessandro aveva preventivato quattro giorni, per darsi il tempo di incontrare eventuali compagni di strada, mostrare agli inevitabili curiosi la sua bicicletta pieghevole, scattare foto e guardarsi intorno.

    Lungo la via Francigena, invece, privo di sponsorizzazioni e patrocini – «perché sono letteralmente partito in dieci giorni, durante i quali ho semplicemente comprato il biglietto di sola andata per Londra, allestito un minimo di bagaglio, e via…» –  il viaggio ha preso forma durante il percorso stesso. «Il tempo è stato comunque scandito dai miei ritmi – continua il Capitano – all’inizio non sapevo neanche se arrivare a Roma o fermarmi a Genova; comunque ho impiegato quasi un mese, ed è stato assolutamente il viaggio più bello e importante della mia vita».

    E ora un’altra avventura: da Genova a Gerusalemme…

    Sabato 6 settembre, dal Palazzo della Commenda, Alessandro partirà in sella alla sua amata Montague (nuovamente una mountain bike pieghevole, molto tecnica e performante) per la sua scommessa (finora) più azzardata: raggiungere Gerusalemme. Il percorso che fu secoli or sono dei pellegrini verso la Terra Santa. Il suo piano è percorrere l’Italia fino a Brindisi (dove arriverà pedalando, inutile sottolinearlo) e poi attraverso Albania, Macedonia e Grecia ricalcare il percorso dell’antica via Egnatia fino ad Istanbul. Arrivato al lembo più estremo della Turchia, Antiochia, il volo per superare Siria e Libano dove ovviamente non si può transitare,  riprendendo a pedalare ad Acri, per giungere infine a Gerusalemme.

    Quando lo abbiamo incontrato la prima volta era in pieno allenamento, con le borse della bici caricate di pesi per abituarsi alla fatica, ma assolutamente sereno. «So che dovrei avere dei timori, in parte li ho, ma sono anche fiducioso nell’uomo, tanto che l’unica cosa per cui mi sto attrezzando sono i branchi di cani randagi: nelle parti in salita, vedendomi muovere lentamente, potrebbero diventare aggressivi e devo quindi studiare dei modi per difendermi. Riguardo ai pericoli di natura umana, e bellica, so che Gerusalemme non è esattamente una città tranquilla ma spero di riuscire ad evitare le situazioni più rischiose. E comunque, ho deciso di farlo e me ne assumo il rischio».

    «La dimensione umana, ecco: vorrei che emergesse soprattutto questo – aggiunge il Capitano – perché dal punto di vista sportivo non si tratta certo di un’impresa, in internet ci sono resoconti a bizzeffe di persone che potrebbero compiere lo stesso percorso in metà del tempo che impiegherò io, e forse lo hanno fatto. Questo perché dal punto di vista fisico mi sento una schiappa, e anzi, voglio essere la dimostrazione vivente che se riesco a farlo io, può riuscirci chiunque: non sono ancora diventato un ciclista, ero e rimango una persona che si sposta in bici».

    Era Superba seguirà Il Capitano in questo lungo viaggio, vi riporteremo quello che Alessandro, se e quando riuscirà ad avere connessioni e batterie  funzionanti, avrà da  raccontare. Inoltre, nel prossimo numero della rivista in uscita l’1 ottobre, vi parleremo anche di  alcune fasi della preparazione al viaggio che abbiamo potuto seguire,  spiegheremo perché è diventato Il Capitano, e come è esplosa  questa sua passione per le due ruote…

    Non resta dunque che rimandare all’1 ottobre approfondimenti e primi resoconti, nel frattempo… Buona strada Alessandro!

     

    Bruna Taravello

  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, Era Superba in viaggio con Il Capitano

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, Era Superba in viaggio con Il Capitano

    alessandro-zeggio-bicicletta-genova-gerusalemme (2)Alessandro Zeggio, detto il Capitano, dal 6 settembre è in sella alla sua bicicletta pieghevole e sta pedalando per raggiungere Gerusalemme. Nella lunga intervista pubblicata sulle pagine di Era Superba 56 (dove trovare la rivista), Alessandro ci aveva raccontato i preparativi, la tanto attesa partenza e le prime tappe del viaggio. Lo avevamo lasciato a Benevento, ospite ancora una volta di un’accogliente sacrestia; il 20 settembre, un paio di giorni dopo, si è procurato il biglietto da Bari per Durazzo; appena sbarcato, si è immediatamente reso conto che il clima intorno a lui era cambiato.

    «Sono stato messo in guardia decine di volte in questi quindici giorni, e decine di volte mi sono sentito dire che ero un pazzo a tentare questa cosa. Ho incontrato un signore che mi ha spiegato per filo e per segno tutti i pericoli verso cui sto andando incontro, aveva un tono grave, realmente preoccupato, e mi ha messo ansia, lo devo ammettere. Mi ha detto di stare attento a chi potrebbe fingere interesse alla mia iniziativa solo per rapinarmi, di non accettare mai sistemazioni di fortuna, come ho fatto finora, e mai e poi mai fidarmi delle persone che incontro ma di ragionare solo in base a quello che sembra conveniente e sicuro per me».

    «Ecco – continua Alessandro – quella sensazione di sentirmi parte di un Noi che mi ha accompagnato fin qui, diciamo che è svanita. Comunque a Tirana mi fermerò un paio di giorni a fare il turista, e cercherò di ambientarmi nella nuova situazione».

    Quindi, date le premesse, alla fine il Capitano ha cercato di attraversare piuttosto rapidamente l’Albania, dopo tre giorni di “testa bassa e pedalare”. Al confine, però, ancora una botta di adrenalina prima di lasciarsi alle spalle il paese: «mi hanno portato in caserma, un poliziotto ha iniziato a frugarmi nelle borse, tirava fuori  tutto, ma proprio tutto quello che trovava fino in fondo, e quando ha visto i bengala ha fatto la faccia soddisfatta e stava per azionare  il cordino e lanciarne uno, poi ha preso lo spray al peperoncino e se lo è puntato in faccia… continuava a frugare e a dire che il confine, con quelle cose addosso, non potevo passarlo. Alla fine gli ho passato qualche banconota per farlo smettere, e ci sono riuscito, dopo aver incassato si è rabbonito e mi ha lasciato andare, finalmente!»

    Clima da vecchie frontiere, dunque, quelle che interessavano anche il territorio dell’attuale Unione Europea. Corruzione e terrorismo psicologico all’ordine del giorno. Ma  il viaggio di Alessandro rappresenta un valore aggiunto anche per questo, ci restituisce le sfaccettature di un mondo che troppo spesso crediamo con presunzione di conoscere e poter giudicare, magari solo in base ad una breve vacanza.

    Nella Repubblica Macedone, anche se il clima era piovoso e freddo, psicologicamente è andata molto meglio. Alessandro ha potuto gironzolare nei vicoli di Ocride /Ohrid, la “Gerusalemme slava” con la fotocamera in mano, una delle cose che in Albania gli avevano sconsigliato di fare. Oltre a questo, la bellezza dei monumenti (si dice che questa città avesse 365 chiese, una per ogni giorno dell’anno)  la pulizia e cura sia della città, sia dei vari paesini attraversati lo hanno decisamente rinfrancato, e anche se ammalato ( ha sottovalutato l’escursione termica pedalando fino a 1200 metri di altezza, e si è  ritrovato febbricitante) ha potuto sentirsi pienamente “on the road again” in quella che gli è sembrata una Svizzera dell’est.

    Quindi è finalmente entrato in Grecia, si è fermato ad Edessa, una cittadina ricca di acque, fresca e verdissima, attraversata da mille rivoli e cascate che, ci racconta Alessandro, da queste parti è anche detta la piccola Amsterdam. Poi via, verso un nuovo mare, l’Egeo, attraverso Salonicco, città universitaria dove un’insospettabile movida, animata dagli studenti e dagli ultimi turisti, gli ha scrollato di dosso quel po’ di solitudine e di stanchezza che gli era rimasta appiccicata addosso. «Questa è una città con una storia di 3000 anni, impantanata in un traffico vischioso e paralizzante, con una cronica carenza di percheggi dovuta alla struttura della città, marittima e collinare. Vi ricorda per caso qualche altro posto?!… Però qui pedalare è facile e sicuro, perché la tradizione della bici è molto radicata e anche fuori dalle piste ciclabili, comunque numerose, il ciclista è rispettato. Le similitudini a questo punto sembrano svanire!»

    Attraversando la Grecia e seguendo la Via Egnatia, Il Capitano è arrivato a Komotini, a circa 20 km dal mare: qui la vicinanza della Turchia ha iniziato a farsi vedere nell’architettura dei paesi, nell’abbigliamento ed anche nella fisionimia delle persone. Poi ha raggiunto Alessandropoli, la città dove, ha detto scherzando «per via del mio nome mi aspettavo l’accoglienza con la banda, le maestre con gli alunni che battevano le mani, ballerine e giocolieri… e banchetti in strada! A parte gli scherzi, con la connessione che andava a singhiozzi, mi sono trovato, prima di arrivare qui, a fronteggiare due fra le cose che temevo di più: il vento contrario, e i branchi di cani selvatici. Con il vento ho perso clamorosamente (e non poteva essere che così) visto che le mie borse sporgono e fanno vela, in più io mi sono incaponito a spingere sui pedali per andare comunque, così mi sono sfondato le gambe ed esaurito la volontà. Con i cani per ora non ho né vinto né perso, diciamo che grazie all’aiuto dei passanti o alla fortuna sono sempre riuscito a disperderli. Però sono aggressivi, molto: quando uno, per fortuna solitario,  non mi mollava più e io non riuscivo a seminarlo, l’ho affrontato rischiando grosso, ma mi è andata bene. Spaventato dal mio vocione, forse dalla mia rabbia che è uscita tutta insieme, si è dato alla fuga senza più voltarsi indietro».

    E non si volta indietro neanche Alessandro, che intanto è entrato in Turchia, un confine “pesante”, sicuramente simbolico: attraverso una linea immaginaria si esce  in qualche modo dall’Europa, almeno quell’Europa che conosciamo o che crediamo di conoscere. Per lui ora si apre un nuovo mondo, una nuova incognita.

    A questo punto, con Istanbul quasi a vista, un piccolo bilancio si impone, e gli abbiamo chiesto se abbia mai pensato, almeno una volta… “ma chi me l’ha fatto fare, che cosa ci faccio io qui da solo”.

    «Pentito no! Mai!», ci risponde senza esitazioni. Riguardo alla solitudine, invece, ammette che a volte essere in due non sarebbe così male, ma si riferisce al lato pratico della faccenda; sentirsi solo per lui è, come dire, un effetto collaterale messo in conto fin dall’inizio. Intanto, il primo impatto con i turchi, con i giovani turchi, è stato veramente positivo: «Ho incontrato questi due ragazzi, Suleyman e Mehmet Ali, due fratelli: io avevo una gran voglia di mangiare l’anguria che vendevano al bordo della strada, e anche se nella mia testa avevo un piano di viaggio, alla fine mi sono fermato a chiacchierare. Loro continuavano a ripetermi “you’re  a little crazy” e mi presentavano con orgoglio a tutti quelli che si fermavano a comprare; poi è arrivata una ragazza che aveva studiato in Italia, abbiamo ancora chiacchierato e riso, e alla fine abbiamo mangiato le polpette sul prato tutti insieme. Quando sono ripartito mi sentivo davvero meglio, più grintoso ed energico, e mi sono ancora preso il tempo per un bicchiere di “chay” il thé turco, che mi hanno offerto direttamente sul cofano di una macchina, accompagnato dai biscotti e da un’incomprensibile chiacchierata in italo-turco, che ci ha fatto ridere da matti… Solitudine? Noooooo!!»

     

    Bruna Taravello

     

  • Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    bicicletta-alessandro-zeggioIl Capitano Alessandro Zeggio è arrivato in Israele, la missione è a un passo dal compimento. Alessandro è partito da Genova lo scorso settembre per raggiungere Gerusalemme in bicicletta, un’avventura che abbiamo seguito pedale per pedale. A noi forse è sembrato un attimo, in realtà Alessandro è in viaggio da quasi due mesi. In tutto, dalla partenza, finora ha macinato 3600 km, e avrebbero dovuto essere 200 in più nella parte più a sud della Turchia, se la guerra non ci avesse messo lo zampino. Era entrato nella Repubblica Turca il 5 ottobre, con parecchi timori, in parte giustificati. Intolleranze religiose, culturali, percorsi insidiosi in mezzo a montagne desertiche dove potevano nascondersi predoni e soprattutto cani, branchi di cani randagi numerosi e spesso molto, molto minacciosi.

    Non tutti i timori però si sono trasformati in realtà. Al posto dei predoni Alessandro ha incontrato persone meravigliose alle quali si è subito sentito come unito da un filo di grande umanità e voglia di capire e conoscere; i cani invece sì, quelli c’erano e in più c’era anche tanto e ostinato vento contrario. Poi l’arrivo a Istanbul coincidente con il terribile giorno dell’alluvione a Genova, con le notizie che si rincorrevano sull’allerta meteo che non finiva, i danni da contare, la città sotto choc: tutto questo ha fiaccato parecchio l’entusiasmo di essere giunto ad una tappa fondamentale del viaggio. Anche le amiche genovesi volate per condividere la visita della città (fra queste anche la nipote del Capitano, Anna D’Albertis) pur festeggiando Alessandro non erano certo nello stato d’animo più adatto per farlo.
    Adesso ci risiamo. Alessandro si avvicina a Gerusalemme per la tappa conclusiva e per le strade di Genova torna l’incubo alluvione, Allerta 2, ancora una volta. Da laggiù il Capitano fa gli scongiuri come tutti i genovesi, dita incrociate per un epilogo diverso rispetto ad un mese fa…

    Il viaggio del Capitano, la Turchia è alle spalle

    Solo a fatica, guadagnando strada grazie soprattutto alla straordinaria umanità dei turchi, Alessandro ha ripreso il ritmo, tornando a vedere il suo obiettivo più che mai a portata di pedale. «Momenti difficili – mi racconta al telefono – ce ne sono stati eccome. Ad esempio quando sono stato male, davvero male, con febbre intestinale e debolezza incredibile, bloccato in una specie di motel-officina-stazione di servizio in mezzo al nulla, letteralmente nulla, con il centro abitato più vicino a 60 km; ho dovuto ricorrere alla visita con uno pseudo medico autista di ambulanza al quale ho fatto capire i miei malanni mimandoli… Però questa sapevo che sarebbe passata. Il vero momento di scoramento l’ho avuto quando mi sono reso conto che, oltre alla situazione drammatica fra Palestina ed Israele, che si era fatta particolarmente violenta proprio poco prima della mia partenza, ora c’era l’avanzare delle truppe dell’Isis in Siria. Da voi se ne è parlato poco – continua –  ma da queste parti il clima era davvero bollente, si stava massacrando la popolazione curda in Siria, ed ovviamente i “fratelli” turchi reclamavano un aiuto dal governo centrale per difenderli. Invece non solo non è arrivato nessun aiuto, ma i curdi sono stati bombardati in patria, proprio dalla Turchia, tanto per far capire che al governo centrale dell’eccidio alla fine importava poco, anzi. Allora il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, si è riorganizzato per difendere i propri fratelli a Kobane, mentre la Turchia si è alleata agli Usa nel bombardare l’Isis. Questo però ha fatto rivoltare i musulmani integralisti ed anche la Siria, che ha scoperto a transitare sul proprio confine dei guerriglieri iracheni che cercavano di entrare, aiutati proprio dalla Turchia. Ovviamente ciò ha scatenato scontri fra Musulmani, nazionalisti, curdi e l’esercito. Insomma, non mi dilungo ma la situazione era ed è pesantissima; c’è una tensione che puoi fiutare nell’aria, l’ultimo giorno ho visto i cortei che accompagnavano dei ragazzi riservisti che si arruolavano… danze urla pianti e bandiere, ad ogni stazione, decisamente troppo per un occidentale in transito».

    Così Alessandro è partito dalla Cappadocia, da Kaiseri, invece che da Hatay (Antiochia). Ma non demorde, e pur essendo atterrato a 70 km da Gerusalemme, che potrebbe raggiungere in un giorno, lui vuole tornare dove il cammino è stato interrotto dalle guerre. Quindi a nord, verso Acri, città sul confine con il Libano e di importanza storica per i pellegrini fin dall’antichità. Poi Nazareth, Tiberiade con il Santuario delle beatitudini; poi giù lungo la Valle del Giordano, Mar Nero Betlemme e Gerusalemme, per un totale di 400 km, gli ultimi, che Alessandro vuole gustare lentamente come la panna sulla torta.

    the-turchia-alessandro-zeggioNei suoi ricordi, rimarranno alcuni incontri e molti volti, su tutto i turchi come popolazione, «persone che sanno ancora fermarti per offrire un thé lungo la strada» (il famoso cay scaldato lentamente su fornelletti arrangiati, mentre le domande allo straniero fioccano). L’incontro con l’italiano che stava andando (ma che follia!) a piedi da Ancona a Gerusalemme per un progetto a sfondo religioso («mi sono fermato per fotografarlo e lui mi stava fotografando, inevitabile scoppiare a ridere e presentarsi»).

    La meraviglia della Cappadocia, la gioia di ritrovarsi nel verde dopo il deserto. I cani. Non tutti aggressivi, però: Alessandro ha mandato la foto di un cucciolo che gli è trotterellato incontro per avere un po’ di cibo, bloccando di fatto il branco che sembrava in procinto di attaccare.
    «Nell’affrontare i branchi di cani la mia tecnica si è affinata, ho visto che era utile farmi prima vedere da fermo. Poi passavo lentissimo davanti a loro, e tante volte si erano ormai abituati alla mia figura e mi ignoravano. A volte non funzionava e attaccavano, in quel caso io mi mettevo ad urlare e a sbracciarmi; non so come, ma funzionava. Però in realtà dove vedevo branchi troppo numerosi e isolati da tutto non sono passato, modificando un po’ il giro: i cani e la guerra sono stati le cose che mi hanno condizionato di più lungo la strada».

    Invece il vento, che certi giorni soffiava terribile, non gli ha impedito il cammino «Insomma – ammette – non lo ha impedito ma lo ha rallentato molto. Purtroppo a quanto pare ho beccato la stagione in cui soffia proprio nella direzione opposta alla mia, era tremendo! Con la sporgenza delle borse a volte dovevo pedalare anche in discesa, il risultato era che ho percorso certi tratti nel doppio del tempo previsto, perché più dei 10 km all’ora non potevo fare…»

    «Se dovessi dire “l’emozione più forte” – continua Alessandro – ancora non saprei, devo aspettare di finire la strada, e poi ripensare tutto. Senz’altro molto strana e molto piacevole la sensazione di essere da solo quando ho attraversato le montagne della Turchia; per decine e decine di chilometri non incontravo anima viva, una situazione qui da noi impensabile, che mi ha regalato delle emozioni particolari, era la prima volta che mi misuravo da solo con zone desertiche, se pure non un vero e proprio deserto. E poi altre, tante cose, ma ora è tutto troppo, ancora troppo “fresco”, troppo forte..

    Adesso Il Capitano si trova nel centro storico di Tel Aviv, a Jaffa; lì la vita notturna è vivacissima e può constatare che il detto “gli israeliani pregano a Gerusalemme e si divertono a Tel Aviv” ha ben più di un fondo di verità.
    Ma la prima cosa è stata andare alla vecchia stazione ferroviaria, ormai in disuso, del 1890, e ripetere la foto che il Capitano d’Albertis aveva fatto nel 1906, quando aveva preso il treno per Gerusalemme e poi per Damasco.
    Alessandro come sapete ha un legame forte con questa figura, e dice: «ho cercato di replicare la sua inquadratura, e, lo ammetto, mi son venuti i brividi dall’emozione».

    Buon arrivo a Gerusalemme, Capitano.

     

    Bruna Taravello

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