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  • Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    migranti-ventimiglia-confineIl regolamento proposto dal Prefetto di Genova, Fiamma Spena, presenta alcune novità. Oltre a ribadire che la titolarità del diritto di rimanere all’interno dei centri di accoglienza è riservata ai richiedenti asilo, o ai titolari del diritto di protezione internazionale, e a stabilire alcune norme basilari di convivenza, riguardanti la pulizia e la gestione degli spazi comuni, impone nuovi doveri e nuovi divieti che non erano contemplati in precedenza. La violazione di queste regole è punita, talvolta, addirittura con la revoca delle misure di accoglienza. Abbiamo chiesto a Federico Rahola, docente di Sociologia all’Università di Genova, di commentare gli articoli del regolamento più significativi.

    Art. 4 Doveri degli ospiti: d’ora in poi vige un rigido coprifuoco

    Uno dei punti del quarto articolo del regolamento, stabilisce che “L’ospite si impegna a rientrare nel centro entro le ore 21.30 durante la stagione autunnale/invernale ed entro le 22.30 durante la stagione primaverile/estiva. L’uscita mattutina dal centro non potrà avvenire prima delle ore 7.00. Deroghe agli orari di rientro e uscita potranno essere ammessi dal gestore del centro per giustificati motivi oggettivi o soggettivi.”

    Bisogna notare che gli ospiti sono persone adulte, a cui dovrebbe essere garantita la libertà individuale di entrare e uscire liberamente da quella che, anche se provvisoriamente, è casa loro. Le strutture sono finanziate dalla Prefettura, che stabilisce con le cooperative che le gestiscono delle convenzioni e che elargisce a queste ultime dei fondi. Secondo l’opinione di Rahola, questa norma, che mira a evitare il fenomeno del “randagismo”, tira in ballo una questione importante: gli ospiti delle struttura, adulti e teoricamente liberi, vengono in realtà tenuti “al guinzaglio”.

    «Gli immigrati che devono rispettare questa norma diventano così diversamente abitanti – dice Rahola – Tutto ciò introduce un nuovo modo di abitare, regolato da misure restrittive che, fra l’altro, violano le norme sull’aiuto internazionale». Infatti quanti godono della protezione internazionale sono solo in teoria individui liberi, come prevederebbe la legge. In realtà, sono posti in una situazione di inferiorità, sottoposti a un controllo che non è giustificabile dal punto di vista legislativo, né rispettoso della loro libertà in quanto individui.

    «Si può anche fare riferimento al Decreto Minniti – continua Rahola – che mira a evitare gli assembramenti urbani: anche questo limita molto le libertà individuali, ma sinceramente non ne vedo il motivo. Non credo, infatti, che i gruppi di immigrati che si riuniscono in gruppetti in mezzo alla strada possano essere pericolosi… Non mi risulta, per esempio, che ci sia una propensione allo spaccio maggiore fra i migranti rispetto ad altri gruppi sociali, come sociologi, antropologi ecc...».

    L’atteggiamento della Prefettura produce un effetto di criminalizzazione nei confronti della figura del richiedente asilo, «che si traduce in una forma di detenzione, in termini pratici – conclude il docente – in modo che queste persone non hanno modo di condurre una vita normale». Non si tratta però dell’unico ordine di problemi. In base a questa imposizione, gli operatori dei centri dovrebbero verificare che tutti siano rientrati nelle strutture negli orari stabiliti, ma questo compito dovrebbe essere svolto al di fuori del loro orario di lavoro. Ecco uno dei motivi per cui la proposta del Prefetto ha suscitato il malcontento anche di molti lavoratori dei centri di accoglienza.

    Art.5 Divieti per gli ospiti: divertirsi poco e attenzione al decoro

    struppa-migranti-post-it-inesFra gli altri divieti, l’articolo successivo impone il “divieto assoluto di: introdurre e consumare alcolici, ospitare amici o parenti senza autorizzazione del responsabile della struttura di accoglienza, svolgere attività di accattonaggio di qualsiasi tipo (ad es. in strada, davanti ai negozi ecc..)”.

    Di nuovo, ci troviamo davanti a limitazioni importanti delle libertà individuali. Il non poter bere sembra davvero ben lontano da una misura atta a tutelare la salute dei richiedenti/titolari del diritto di protezione internazionale. Il non poter avere ospiti, poi, non trova alcuna giustificazione razionale se non quella di voler aumentare il controllo sulle persone presenti nella struttura, ma non solo. Sembra che l’obiettivo sia quello del voler limitare le comunicazioni e i contatti fra gli immigrati, uno strumento che viene usato per indebolire i fronti di opposizione.

    «Non possono avere ospiti, non possono avere una relazione di amicizia normale – riflette Rahola – Questo limite che viene imposto alla loro possibilità di scoprire il territorio e di comunicare con gli abitanti limita fortemente la possibilità di comunicare e quindi di crearsi un’opinione critica sulla realtà che li circonda. Come se fosse un minore, il richiedente asilo o chi ha già ricevuto lo status di rifugiato è completamente governato da strutture che lo prendono in carica in un ambito che è estremamente autoreferenziale. Un ghetto soffocante: ecco come definirei questo sistema di accoglienza, così regolato».

    Sempre secondo il sociologo, si può fare un parallelismo con alcune istanze espresse dalla Giunta che si è recentemente insediata in Comune: «Sono state espresse opinioni contro al mercatino, (quello dei portici di Sottoripa), e addirittura contro quello che è stato definito lo scandalo dei cassonetti della spazzatura… Si è detto che è inammissibile che i cassonetti siano poco sicuri, in quanto c’è sempre qualcuno che ci rovista dentro». Ma che tipo di città può produrre provvedimenti di questo tipo? «Una città che riduce gli spazi informali in cui una quota significativa della popolazione povera ha cercato di sopravvivere – sottolinea RaholaI migranti fanno paura in quanto poveri. Essi producono delle forme di sussistenza al di fuori dell’economia normale, e questo viene ostacolato. Il risultato è la produzione di uno spazio sociale estremamente selettivo». C’è chi sostiene, si potrebbe obiettare, che le norme che limitano la libertà d’azione dei poveri stranieri abbiano l’obiettivo di sostenere i poveri italiani, «ma non c’è alcuna norma a tutela di quest’ultimi, a fronte delle numerose che ostacolano gli stranieri!».

    Art 6 Revoca delle misure di accoglienza: se non sei d’accordo, sei fuori

    manifesti-memoria-migranti-16L’ultimo articolo stabilisce una punizione piuttosto severa per chi infrange alcune delle regole imposte agli ospiti dei centri. “L’accoglienza può essere revocata nei casi di: abbandono anche per un solo giorno del centro di accoglienza senza preventiva autorizzazione del responsabile del centro. L’ospite può essere autorizzato ad assentarsi dal centro per non più di tre giorni consecutivi per motivate ragioni di carattere oggettivo o soggettivo, previa autorizzazione del gestore; mancata frequenza senza giustificato motivo dal corso di formazione linguistica.”

    Quella che viene imposta è un’obbedienza ferrea alle norme della struttura, a prescindere dalla loro sensatezza. Per quanto riguarda l’assenza dalla struttura, la regola sembra avere l’intenzione di produrre un controllo capillare sui movimenti degli ospiti, secondo il principio (più volte ribadito) “dove arrivi, rimani”. I corsi di lingua, infine, sono spesso inutili: incomprensibili per gli analfabeti, troppo semplici per chi, invece, ha studiato. Il risultato è che non solo gli insegnanti fanno una fatica enorme nel relazionarsi con la classe e nel tentare di trasmettere delle nozioni. La conseguenza prodotta da questa disattenzione nei confronti delle disparità della classe, rende le lezioni spesso una perdita di tempo.

    «Ed ecco che torna la metafora del guinzaglio – commenta il professore – perché ciò che viene limitato è la libertà di movimento, osteggiata con ogni mezzo possibile, a ogni livello legislativo. Pensiamo a ciò a cui sono sottoposti in Italia il richiedente asilo e il rifugiato: limitazioni della libertà individuale e di movimento, e addirittura lavoro gratuito. Il lavoro gratuito per antonomasia è lo schiavismo. I soggetti sono vincolati moralmente a un patto di accoglienza. Devono essere grati dell’ospitalità che viene loro concessa. Devono sdebitarsi, ed ecco come: lavorando gratis. E poi, non essendo cittadini normali a tutti gli effetti, non sono liberi: sono in uno stato di subordinazione giuridica, vivono in uno spazio limitato, all’interno del quale è anche ridotta significativamente la loro possibilità di comunicare, di pensare, di farsi un’idea critica della società che li ha accolti e del quadro normativo che li costringe”.

    Viene da chiedersi, a questo punto, come si possa considerare libero, democratico e “basato sul lavoro” un paese che accoglie in questo modo chi fugge dalla guerra e dalla povertà.

    Ilaria Bucca

  • Refugees Welcome, la piattaforma on line per l’accoglienza dei migranti. Quando domanda e offerta si incontrano

    Refugees Welcome, la piattaforma on line per l’accoglienza dei migranti. Quando domanda e offerta si incontrano

    refugees welcomeNei tempi rapidi in cui viviamo, spesso la realtà e le consuetudini anticipano il lento carrozzone degli enti formali e istituzionali. Il discorso vale per le imprese commerciali, per il lavoro, per la creatività e l’arte, per l’informazione, ma non solo: da oggi anche la solidarietà si muove sulle ali della tecnologia. Anche a Genova arriva “Refugees Welcome”, il luogo virtuale dove chi cerca accoglienza può trovare chi gliela offre.


    La piattaforma online dove si incontrano domanda e offerta

    Si tratta di una piattaforma online di origine tedesca, ma che ormai opera in diversi Paesi europei: Austria, Grecia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e anche Italia. L’idea è venuta a una coppia tedesca, che si è chiesta che cosa poteva fare per diminuire la distanza fra “Noi”, i cittadini dei Paesi che accolgono, e “Loro”, i rifugiati. La risposta è sfociata nella creazione di un portaleche funziona da luogo di incontro fra la domanda e l’offerta. L’offerta è composta da quei “soggetti” (individui, famiglie, gruppi di amici conviventi) che hanno del posto libero in casa e vogliono metterlo a disposizione di soggetti svantaggiati. La domanda, invece, è rappresentata da quanti, avendo già ottenuto lo status da rifugiato o il permesso di soggiorno, escono dal “limbo” dell’accoglienza istituzionale e devono camminare sulle sue gambe: trovare un lavoro, una casa… insomma, costruirsi una vita autonoma, anche economicamente. Ma non solo: rientrano nella categoria dei soggetti che possono essere aiutati anche persone che si trovano in uno stato di bisogno economico (disoccupati o ragazze madri, per esempio).

     

    Perché aderire al progetto: un grande esempio di solidarietà

    A Genova, si sono iscritti già 12 soggetti: 4 famiglie, una donna lavoratrice trasfertista, una ragazza che convive con il fidanzato, alcuni studenti e un gruppo di amiche che ha deciso di convertire un piccolo business di Airbnb. Francesca Martini, una delle fondatrici del progetto in Italia e referente di Genova, che ha presentato il progetto, ha spiegato: «Più che di accoglienza si tratta di ospitalità domestica. Abbiamo deciso di sganciarci dall’idea di famiglia di un certo tipo: l’esperienza è aperta a singoli, anziani, coppie gay o etero, studenti o famiglie mamma papà e bambino». A Genova, il primo a usufruire del servizio è stato Mohamed, accolto da una giovane coppia di Campomorone, Roberto, ingegnere di 33 anni, Simona e la loro piccola figlia, Irene (5 mesi). Simona ha spiegato che, anche se la figlia è troppo piccola e probabilmente da adulta non avrà ricordi dell’esperienza, vedendo le foto avrà dimostrazione di un atto di solidarietà, dal quale non potrà che imparare. Della stessa idea è la giovane donna che, quando si è accorta di aspettare un bambino, ha deciso di aderire alla piattaforma: «Mi sono chiesta che cosa potrò rispondere a mia figlia quando sarà grande e mi chiederà che cosa ho fatto per loro». Fra i beneficiari dell’accoglienza, c’è anche una ragazza madre italiana.

     

    Un altro tipo di accoglienza è possibile

    In Italia, Refugees Welcome esiste, oltre che a Genova, a Milano, Torino, Bologna, Abruzzo, Padova, Marche, Romagna, Firenze, Catania e Cagliari. «L’obiettivo è dimostrare che un altro tipo di accoglienza è possibile, che il fenomeno delle migrazioni è qualcosa che ci riguarda, non vogliamo seguire un modello di accoglienza assistenzialistica o caritatevole o tanto meno come scopo di business, il nostro sistema punta alla condivisione, allo scambio reale». Questo non significa, però, che saranno i soggetti ospitanti a doversi sobbarcare l’intero costo del progetto. Come ha spiegato Germana Lavagna, anche lei promotrice del progetto nella nostra città: «Attivando una rete di amici e familiari che vogliono aiutarti e sentirsi parte di quest’esperienza, raccoglieremo piccole donazioni mensili per aiutare a sostenere le spese. Mandiamo delle richieste via mail ad amici e conoscenti: i contribuiti mensili variano dai 3 ai 50 euro mensili e saranno versati attraverso bonifici bancari o donazioni anticipate».

     

    Al di là delle critiche

    Un progetto che si potrebbe collocare quindi al di fuori delle critiche che vengono fatte al sistema di accoglienza istituzionale e sfuggendo alla logica del “quanto ci costa accogliere un immigrato” e disintegrando i qualunquismi del “se li accogliessero in casa loro”. Si tratta anche di un modo attraverso il quale «I cittadini possono essere attori attivi e non passivi dell’accoglienza, oltre quelle che saranno le decisioni dei Sindaci e dei Prefetti», come ha spiegato Michele Acampora, anche lui promotore dell’iniziativa genovese. Michele, che abbiamo intervistato, ci spiega che il progetto si colloca in un’ottica totalmente apolitica. Il sistema dell’accoglienza “normale”, spiega: «continua a essere essenziale. Fornisce infatti supporto legale e finanziario (per esempio con il pocket money) che è importantissimo». Tuttavia, «dal momento che nell’accoglienza i contatti fra i ragazzi e i cittadini sono praticamente assenti, si tenta con questo progetto di superare questi limiti. La convivenza aiuta a superare questi ostacoli, per esempio quello della lingua», prosegue Acampora. Ci viene anche spiegato in che modo Refugees Welcome garantisca che lo scambio sia davvero paritario, e non un rapporto di subordinazione di chi è ospitato nei confronti dei suoi “benefattori”. «Attraverso una serie di incontri preliminari, che durano circa cinque mesi, si definiscono le caratteristiche del soggetto così bene da creare il match perfetto – spiega Acampora – alla fine del percorso, si crea un progetto di accoglienza, che viene approvato da entrambe le parti». L’intervistato tiene a ribadire che «il progetto è un passo diverso dall’accoglienza istituzionale, alla quale non vuole contrapporsi”, pur riconoscendo che il sistema istituzionale è “affaticato”. Michele non sa dare una soluzione a tale disfunzione: «forse uno snellimento delle procedure, ma non nel modo in cui è stato fatto, cioè creando procedure legali diverse per gli italiani e per gli stranieri».

    Ilaria Bucca

     

  • Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Via Coronata 100
    L’ingresso del complesso ex Asl di via Coronata

    Dopo la manifestazione sotto la Prefettura dei giorni scorsi, in mattinata arriva l’annuncio: le porte della struttura che ospita i migranti a Coronata resteranno aperte durante il giorno, per venire incontro alle richieste di chi lì dentro è ospitato. La semplice cronaca dei fatti, però, non restituisce tutte le dinamiche della vicenda, che vanno al di là delle semplici questioni materiali: il sottotraccia parla di cosa significa accoglienza e della percezione che viene veicolata di certi meccanismi, spesso annebbiata dalle retoriche politiche e di gestione amministrativa. Tre ricercatrici, che ringraziamo, hanno “studiato” sul campo questo fenomeno, che parla, incredibilmente, di “noi”.

    Come ricercatrici in scienze sociali, in collaborazione con l’Ambulatorio Città Aperta[1] e la rete Operatori X[2], abbiamo deciso di seguire da vicino la vicenda, non solo per comprendere in profondità le ragioni della rivendicazione e delineare il contesto in cui questa si colloca, ma anche per documentarla, nell’ottica di dar vita ad un percorso partecipato di monitoraggio e d’informazione. Un percorso che attraversi le contraddizioni dell’accoglienza e della riproduzione dei confini dentro ed oltre lo spazio urbano, al fine di decolonizzare lo sguardo sulle pratiche della migrazione. Un’idea nata riflettendo su quanto le comunità, nel contesto cittadino, siano nei fatti poco consapevoli della complessità che ogni giorno migranti ed operatori dell’accoglienza si trovano ad affrontare sul territorio in cui vivono, anche a causa della produzione di un discorso pubblico che, dietro l’apparente neutralità, nasconde, nei fatti, gli effetti di una violenza strutturale, una violenza che quotidianamente riproduce ed amplifica narrative stereotipanti e retoriche razzializzate.

    Il 22 maggio i richiedenti asilo scendono dalle alture di Coronata verso il centro della città, dirigendosi sotto la Prefettura per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. La richiesta sembra apparentemente banale, quasi scontata: chiedono di poter aver accesso alle proprie stanze nell’arco della giornata. Risiedono in cinque strutture diverse, tutte gestite dalla Fondazione Migrantes (Casa del Campo in via del Campo, Casa San Francesco da Paola, Casa Camogli – sulla quale, per ora, non abbiamo raccolto informazioni dettagliate -, Villa Ines a Struppa e l’ex ospedale San Raffaele di Coronata): il fiore all’occhiello della “buona accoglienza genovese”. La giornata delle persone ospitate nelle strutture, circa 320 -tutti uomini provenienti in larga parte dall’Africa centro occidentale-, gravita attorno ad un unico centro: il “Campus” situato in via Coronata, 100: un progetto finanziato dalla Chiesa, attraverso l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes di Genova, che opera mediante la cooperativa “Un’altra storia”. Gli immobili che lo ospitano sono di proprietà del Comune di Genova, che li ha alienati, cioè concessi gratuitamente, a Migrantes, attraverso una convenzione di durata ventennale

    L’“Università di Via Coronata”, così era stata descritta mesi fa da Don Giacomo Martino (responsabile di Migrantes Genova e quindi direttore delle strutture gestite dalla fondazione diocesana. I richiedenti asilo lo chiamano semplicemente Giacomo, nda) sembra proporre un vasto ventaglio di attività, che vanno dai corsi di italiano L2, corsi di cucito, passando per il calcetto e le bocce oltre che uno sportello di assistenza sanitaria e la promessa di svariate borse lavoro.

    Ma i richiedenti asilo che incontriamo sotto la prefettura di Genova ci narrano però un’altra storia, che poco ha a che fare con i discorsi ufficiali. Gli domandiamo, così, come si svolge la loro giornata. Dalle 8h30 del mattino alle 18h00 tutti gli alloggi sono chiusi ed inaccessibili. Anche la parte del San Raffaele in cui sono collocate le camere osserva i medesimi orari. Chi non è già sul posto, perché ospite all’ex ospedale di San Raffaele, ogni giorno si reca a Coronata, dove partecipa ad un’ora di scuola di italiano e riceve il pranzo. Nel pomeriggio ci sono le attività e poi, a fine giornata tutti salgono di nuovo sull’autobus per recarsi verso il centro, alla Casa della Giovane di via delle Fontane e, dopo la cena, ognuno riprende il cammino verso i propri alloggi.

    Le ragioni che li hanno spinti a scendere in piazza, il lunedì e poi il giorno seguente, martedì 23 maggio, hanno a che vedere con l’organizzazione materiale appena descritta, ma, non appena formulate, le istanze rivelano rivendicazioni più generali, legate all’approccio infantilizzante e paternalistico dell’accoglienza che nei fatti diventa un dispositivo totalizzante, che cattura e regola dall’alto ogni aspetto della vita del migrante.

    mappaI richiedenti asilo del Campus di Coronata che abbiamo incontrato davanti alla Prefettura di Genova ci hanno raccontato dei disagi causati dall’organizzazione delle loro strutture: dover restare obbligatoriamente “fuori casa” tutto il giorno è faticoso, specialmente in inverno o in giornate di pioggia, o ancora quando si è malati o non ci si sente bene. Ci raccontano di aver cercato di sollevare il problema alla direzione più di una volta, ma di aver sempre ricevuto scarsa attenzione e risposte negative, motivate dal fatto che, per tenere aperte le strutture nelle ore diurne, si sarebbe dovuto ricorrere ad aumento del personale, che la gestione non può sostenere economicamente. Adesso però, con l’imminente inizio del mese di Ramadan (la sera di venerdì 26 maggio), diventa urgente trovare una soluzione, poiché il regime di digiuno diurno causa debolezza fisica e impone orari ben precisi per i pasti notturni e le preghiere.

    A. (iniziale di fantasia, nda) ci spiega per quale motivo si sono recati per ben due volte sotto la Prefettura e perché hanno preteso di essere ricevuti dal prefetto o da un suo rappresentante: «Noi siamo presi in carico dallo Stato italiano, il quale riceve dei fondi dalla comunità internazionale e da organismi come la Banca Mondiale per organizzare l’accoglienza. Il prefetto è il diretto rappresentante dello Stato sul territorio e quindi, poiché è la Prefettura a distribuire i soldi alle varie strutture, il prefetto è in pratica il datore di lavoro del direttore della nostra struttura. Abbiamo cercato per mesi di avere un dialogo con lui, ma non ci ha mai considerati, adesso veniamo dal suo capo per spiegare le nostre ragioni». Restiamo a lungo a discutere, mentre si aspetta che la delegazione ricevuta dal vice-prefetto faccia ritorno. Le conversazioni, principalmente in francese, sono collettive. In molti hanno voglia di far capire cosa li muove. Oltre ad un cartello con scritto «Siamo stanchi», ne hanno un altro sul quale si legge «We need freedom».

    Le spiegazioni non tardano. Il punto che i richiedenti asilo sollevano non riguarda, come riportato su altri organi di stampa, il fatto di non voler partecipare alle attività formative. Secondo quanto riferito dal responsabile infatti, la chiusura diurna del centro sarebbe finalizzata ad incentivarli a partecipare alle formazioni volontarie del pomeriggio. Molti di coloro con i quali parliamo e quindi coinvolti attivamente nelle proteste, ci mostrano i diplomi che gli sono stati consegnati la mattina stessa, i quali, sotto l’intestazione “Coronata Campus” e “Il Domani, associazione culturale”, attestano la partecipazione ai corsi pomeridiani.

    Per i soggetti in questione il problema principale è quello di ritrovarsi privati di qualsiasi libertà di scelta, rispetto a quali attività ritengano più utili alla loro crescita e inserzione nel mondo del lavoro, ma anche, più in generale, alla loro vita in Italia. B. fa un discorso molto chiaro sul necessario equilibrio che deve intercorrere tra i doveri e i diritti di qualsiasi essere umano: riconoscono il fatto di avere il dovere di svolgere delle attività, di formarsi per potersi integrare, ma credono fermamente che la loro opinione, anche nei confronti della qualità dei corsi che gli sono offerti e le loro volontà debbano essere rispettate e tenute in conto. Ad esempio, parla del fatto che a lui interesserebbe imparare bene l’italiano, perché è quello di cui ha bisogno per costruirsi un futuro, anche lavorativo, ma che il corso estremamente basico di un’ora al giorno che possono seguire a Coronata è frustrante. Gli fa eco C. che dice: «Ci mettono tutti assieme: io che non ho fatto studi e lui (B., n.d.a.) che ha finito l’università… il risultato è che non serve a nessuno dei due!».

    Le altre attività cui hanno accesso, e alle quali hanno partecipato le persone con le quali abbiamo parlato, riguardano principalmente lavori di muratura e imbiancatura, pulitura del verde e agricoltura. Tutti eseguiti all’interno del Campus, il cui edificio principale e le adiacenze, essendo state abbandonate per decenni, necessitano di consistenti interventi di manutenzione e recupero. Per alcuni è inaccettabile che gli si chieda di lavorare per mesi (a quanto abbiamo capito, il ciclo di ogni attività ne dura tre), senza nessuna garanzia che quel lavoro possa trasformarsi in un’attività remunerata, che tra l’altro gli era stato promesso nella forma di borse lavoro. D. dice: «So già che a Genova non ci sono grandi opportunità lavorative, allora, per faticare a fare il muratore o spaccarmi le mani a fare agricoltura, era meglio restare al Sud dove si lavora duro nei campi, ma almeno qualcosa si guadagna». Parole forti, come schiavismo, vengono pronunciate più volte.

    Dignità

    attestaoCi sembra importante sottolineare quanto sia ampio lo scarto rispetto alla maniera in cui la complessità delle vertenze dei migranti vengono banalizzate, appiattite e ricondotte a rivendicazioni di tipo materiale, come se si stesse sempre parlando di qualità del cibo, di condizioni igieniche o di alloggio. Come se la permanenza del migrante sul territorio sia sempre connotata dalla temporalità dell’ “emergenza”, oggettivata nella transitorietà di un perenne attraversamento del confine. Una mera questione di sopravvivenza, nei fatti. Queste rivendicazioni esistono, ma non sono mai fini a sé stesse, non si esauriscono soltanto nella richiesta di condizioni di vita migliori.

    A. ne parla in questi termini: «Il problema non è la sofferenza materiale, quando siamo partiti sapevamo che sarebbe stata dura. E poi, abbiamo vissuto il carcere il Libia … non sono un così grande problema il cibo scadente, le camerate e i pochi bagni. Queste cose, al limite, possiamo accettarle e d’altronde capiamo che non sia facile organizzare l’accoglienza per così tante persone. Ma la libertà di poter scegliere cosa riteniamo giusto fare non possiamo cederla. Pensa che se uno un giorno è malato non può neanche decidere di restare a riposare». Costituiscono un problema, però, quando sono tali da ledere alla dignità delle persone, quando queste stesse condizioni diventano un freno per la creazione di relazioni al di fuori delle strutture. In questo senso, in molti ci hanno raccontato di come l’assenza di acqua calda o, come al San Raffaele, il fatto che un solo bagno ne sia dotato (sono in 85 a dormire nella struttura), faccia sì che raramente riescano a mantenere il livello di cura e igiene personale che vorrebbero, sentendosi anche additati sui mezzi pubblici o dagli stessi formatori, che aprono le finestre delle stanze in cui si trovano lamentandosi dell’odore. O ancora, l’organizzazione della distribuzione dei pasti comporta che quasi sempre mangino tutti assieme, in quasi 300 persone, con conseguenti code, spintoni e tensioni particolarmente umilianti. Ci dicono, inoltre, che in tutti questi mesi hanno utilizzato il proprio pocket money (che ammonta a 75 euro al mese) per l’acquisto delle medicine direttamente in farmacia. A nessuno è a stato parlato del diritto/dovere di iscrizione al servizio sanitario nazionale per i richiedenti asilo, né della possibilità di accedere alle cure gratuite grazie alla dichiarazione di indigenza effettuabile presso le ASL cittadine.

    Obblighi

    Lo scarto più stridente ci appare, comunque, quello che intercorre tra la visione che un certo tipo di accoglienza pare avere, ed alimentare e quelle che sono invece la volontà dimostrate dagli stessi soggetti. Come detto più sopra, dalle parole dei nostri interlocutori traspare un’analisi molto cosciente della situazione e delle possibilità. Quella che propongono non è una critica ad un sistema che li vuole attivi fisicamente. E’ piuttosto una critica ad un sistema che li obbliga ad un’ipercinesi che non lascia alcuno spazio alla loro capacità di autodeterminarsi e alle loro necessità, sia materiali che personali e formative.

    La risposta di Don Giacomo al secondo giorno di proteste, ha la forma di una lettera, diffusa mezzo stampa, nella quale si ripropongono i medesimi argomenti riguardo la necessità di impedire l’inattività, articolandoli ad una percezione degli ospiti delle strutture da lui dirette come esseri in balia degli eventi, demotivati e con una particolare tendenza ad abbandonarsi all’inedia. Alcune frasi di questa lettera non potrebbero essere più chiare: «Purtroppo molti non hanno un pensiero costruttivo per la propria vita e senza un’offerta formativa si ritrovano per strada a chiedere l’elemosina, come si può notare agli angoli della nostra città». E ancora: «Chi ha accesso tutto il giorno alle stanze vive di notte e dorme di giorno, favorendo la spinta a una inoperosità che va contro ogni progetto di integrazione».

    Chi protesta è perfettamente cosciente della distorsione in atto e lamenta il fatto di essere considerati incapaci di collocarsi e determinarsi, per di più sottostimati in quelle che sono le loro competenze e possibilità. F. dice: «ci credono degli illetrés», traducibile come analfabeti, ma con un’accezione più precisamente legata alla formazione scolastica e alla capacità di comprendere, che va ben oltre alla padronanza della scrittura e della lettura.

    «Il nostro timore, visto che durante le proteste a contestare non sono solo ospiti stranieri ma anche giovani italiani, è che i ragazzi possano essere strumentalizzati da persone che pensano di far loro del bene e in realtà fanno compiere loro scelte sbagliate» chiosa Martino in un’intervista, esplicitando bene la ratio che connota il regime dell’umanitario (cfr, Fassin 2010, Mezzadra, Neilson 2013, nda) e rifrange gli effetti di una retorica vittimizzante e colonialista, che continua a guardare il migrante, nei fatti, come soggetto necessariamente subalterno«Nelle strutture ci sono molti intellettuali, molti politici e svariati politologi, molti che hanno terminato l’università: certo che abbiamo organizzato tutto tra noi» risponde F. quando nel corso della protesta gli viene domandato se qualcuno li ha aiutati nella mobilitazione. E lo stupore nel suo sguardo risuona più forte di ogni smentita.

    Marta Menghi (dottoranda in studi sociali, DISFOR Unige),
    Cecilia Paradiso (dottoranda in scienze sociali CNE/CNRS, EHESS Marseille),
    Amelia Chiara Trombetta (medico)

     

    P.s.: Mercoledì 24 maggio i richiedenti asilo si sono dati appuntamento al Campus tra le 7 e le 8 del mattino. Il loro obiettivo era quello di impedire l’accesso alle strutture agli operatori e ai numerosi impiegati che lavorano per la fondazione, in uffici interni alle strutture: «fino a quando le porte non saranno lasciate aperte, nessuno lavora». Così hanno fatto e, in maniera deliberatamente non violenta, hanno barricato gli ingressi, costringendo operatori ed impiegati ad attendere sul piazzale per circa un’ora. Abbiamo assistito allo svolgersi dei fatti e abbiamo lasciato il luogo quando, con mediazione della Digos, si è stabilito di attendere venerdì, concedendo due giorni alla direzione per organizzare dei cambiamenti. Nel caso tali cambiamenti non fossero arrivati, è stato chiarito che avrebbero avuto luogo ulteriori proteste.

    Oggi (venerdì 26 maggio) la mattinata è iniziata nell’incertezza: sembrava che nessuna richiesta fosse stata accettata e le ore si sono dilatate in un lunghissimo incontro tra dirigenza e ospiti. All’uscita dall’incontro, però, ci hanno fatto sapere di essere riusciti ad ottenere ascolto: le porte resteranno aperte.

  • Università, 300 posti letto in ex Clinica Chirurgica. Demanio concede edificio a Regione Liguria, 90 migranti da “ricollocare”

    Università, 300 posti letto in ex Clinica Chirurgica. Demanio concede edificio a Regione Liguria, 90 migranti da “ricollocare”

    universitaL’ex Clinica chirurgica di San Martino si trasformerà in una nuova residenza universitaria con oltre 300 posti letto, in grado di completare il soddisfacimento del fabbisogno degli studenti dell’ateneo genovese, che ogni anno inoltrano circa 1.500 richieste. E’ questo il risultato dell’accordo firmato questa mattina tra l’Agenzia nazionale del Demanio e il Comune di Genova, proprietario dell’edifico, l’Università, precedente destinataria d’uso, e la Regione Liguria, nuova beneficiaria degli spazi attraverso l’agenzia Alfa. L’edificio sarà concesso per 19 anni gratuitamente dallo Stato all’ente di piazza De Ferrari, che potrà partecipare al bando del ministero dell’Istruzione per ottenere il finanziamento di 12 milioni di euro necessario alla riqualificazione.
    Oltre all’ottenimento dei fondi, altro problema riguarda il futuro dei circa 90 migranti che al momento vengono ospitati nella struttura, anche se la prefettura ha già fatto sapere che verranno collocati altrove. Al Comune toccherà, invece, cercare un’altra soluzione per accogliere i senza fissa dimora nelle fredde notti di inverno, che negli ultimi anni trovavano riparo proprio nell’ex clinica. «Questo è un accordo che riguarda quattro enti che stabiliscono di trasformare l’immobile in residenze universitarie – afferma l’assessore regionale all’Istruzione e Formazione, Ilaria Cavo – il problema dei migranti sarà gestito dalla prefettura con opportune intese da prendere con il Demanio. Per quanto ci riguarda, con questa intesa realizzeremo, su due lotti, i 300 posti letto che mancano per coprire il fabbisogno annuale degli studenti, grazie a un’operazione coerente con quella parte di territorio».
    Il protocollo ridefinisce l’assetto giuridico dell’immobile con la rinuncia, da parte dell’Università, all’attuale diritto d’uso, ad eccezione dell’Aula magna, e la concessione alla Regione in comodato d’uso gratuito. L’edificio, di proprietà dell’Agenzia del Demanio e del Comune di Genova era stato consegnato in uso all’Università nel 1947 e dismesso negli ultimi anni, con il trasferimento di tutte le attività universitarie all’interno della cinta ospedaliera.
  • Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    Migranti a Villa Ines, Comune e Municipio incontrano la popolazione. Lega: «Basta favola accoglienza, ci vuole un Cie»

    palazzo-tursi-D9Il problema della accoglienza torna ad infuocare il dibattito in Sala Rossa. La scelta delle strutture che dovranno ospitare i migranti che entro maggio lasceranno i locali della Fiera di Genova è ancora motivo di scontro tra le varie parti politiche. Da qualche giorno sono incominciati i lavori di adeguamento di Villa Ines, a Struppa, struttura che ospiterà 50 migranti, “gestiti” dalla associazione Migrantes, già attiva a Coronata e San Martino. In serata l’amministrazione incontrerà i cittadini per spiegare i meccanismi e le attività che saranno predisposti per l’accoglienza.

    Ancora una volta l’amministrazione comunale finisce sotto attacco per la gestione dell’accoglienza. Il Consiglio comunale torna a dividersi sulla questione aperta dalla notizia dell’allestimento della struttura, di proprietà della Curia, di Villa Ines, a Struppa, destinata ad accogliere almeno una cinquantina di migranti in “uscita” dai locali di Fiera di Genova, locali che dovranno essere liberati entri maggio.

    La scelta, però, non dipende da Comune di Genova: il sistema dei Cas, infatti, è gestito in maniera autonoma dalla Prefettura, che “sceglie” quali strutture utilizzare in base alle offerte che riceve da enti privati. «L’amministrazione civica – ha spiegato ancora una volta l’assessore alle Politiche Socio-Sanitarie Emanuela Fracassiviene solamente informata a decisione presa». Quello che il Comune può fare è informare e predisporre il “territorio”, cercando di mediare tra esigenze diverse, di cittadini e gli enti preposti. «Possiamo però dire che su questo la giunta è sempre in ritardo – ha attaccato Andrea Boccaccio, M5se che dovrebbe attivarsi con maggior efficacia e tempismo». Proprio per questo, quindi, Comune e Municipio in serata incontreranno la popolazione per spiegare come sarà gestita la struttura. L’incontro, che vedrà al presenza anche dei responsabili della struttura, si terrà presso la Società Democratica 7 novembre, alle ore 18.

    «Ci siamo stufati di sentire parlare di Cas e Sprar, vorremmo sentire parlare anche di Cie, per fermare questa invasione». Così ha risposto ai chiarimenti della giunta Alessio Piana, Lega Nord, dopo aver provato a ricostruire le percentuali di rifugiati effettivi sul numero dei migranti che sono ospitati in città. «Finalmente gettata la maschera di certe formazioni politiche» ha indirettamente risposto Gianpaolo Malatesta, di Possibile. Dai banchi della giunta arrivano però i numeri aggiornati: secondo i dati ministeriali circa il 43% dei richiedenti riceve l’asilo immediatamente, e aggiungendo chi poi l’ottiene dopo il ricorso, si arriva ad un totale di circa due terzi del totale degli arrivi, che viene quindi riconosciuto “rifugiato”. Oggi a Genova sono presenti 2309 migranti, cioè uno ogni 253 genovesi.

  • Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    Migranti, il Municipio II – Centro Ovest contro Cas a San Benigno. «Prefettura cambi idea o pronti a scendere in piazza»

    san-benigno-incrocio-strade-DIFermare la realizzazione del Centro di accoglienza straordinaria al posto dell’ex bocciodromo di San Benigno, per ospitare 130 migranti che attualmente trovano ospitalità alla Fiera di Genova. Lo chiede a gran voce e all’unanimità la Conferenza dei Capigruppo del Municipio IICentro Ovest che, nel corso di una conferenza stampa convocata questa mattina a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova.

    «Se entro i primi giorni della prossima settimana non arriva questa comunicazione, inizieremo con tutte le forme di protesta pacifiche e democratiche a disposizione di un’istituzione – annuncia il presidente municipale, Franco Marenco, come riportato dall’agenzia Dire – a partire dalla convocazione di un Consiglio di Municipio in piazza, sotto la prefettura, invitando a partecipare tutti i nostri cittadini». E se non dovesse arrivare il dietrofront da parte della Prefettura, per un progetto che dovrebbe essere realizzato entro la fine di maggio con un costo di 450.000 euro, non si escludono anche azioni legali. «Abbiamo chiesto un incontro con il sindaco e il prefetto oltre un mese fa – ricorda Marenco – e siamo ancora in attesa di una data che, a questo punto, pretendiamo. Ribadiamo la nostra contrarietà alle grandi concentrazioni di accoglienza, visto che nel nostro territorio ospitano oltre 300 persone. Inoltre, il luogo scelto dalla prefettura non è adatto: non c’è neanche un collegamento in autobus, c’è prostituzione, microcriminalità, spaccio”.

    Il presidente Marenco ribadisce anche quanto sottoscritto la scorsa settimana dall’assessore comunale alla Politiche sociale, Emanuela Fracassi, ovvero che «a Genova, finché non ci sarà l’applicazione della direttiva nazionale, non ci debbano essere più centri di accoglienza, essendo la città già ampiamente sopra soglia. Perché dobbiamo essere sempre noi responsabili? I municipi Centro est e Centro ovest sono sovraccarichi». E si chiede anche una forte presa di posizione “politica” al Comune di Genova dato che Palazzo Tursi «può concordare con la prefettura le zone di interesse per i centri di accoglienza. Si parla sempre di riqualificazione di periferie, ma quando c’è da mettere una servirà si individuano sempre le stesse zone tradizionalmente popolari e periferiche».

  • Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Fiera di GenovaDopo la scelta di Prefettura sullo ricollocamento parziale dei migranti ospitati nelle strutture della Fiera di Genova, piovono le reazioni politiche, che vedono ancora una volta contrapposti Comune e Regione, anche se uniti nel contestare la scelta prefettizia. Da Tursi arriva la richiesta di far rispettare le quote determinate in sede Anci, senza aprire nuovi Cas sul territorio comunale, mentre da Piazza De Ferrari si alza la protesta contro lo spostamento al padiglione D, che, secondo gli esponenti della Lega, danneggerebbe ancora la riuscita degli eventi in Fiera. Insomma, tutti scontenti.

    Approfondimento: Sistema accoglienza allo sbando?

    «Abbiamo letto con stupore e sconcerto la comunicazione con cui la Prefettura di Genova annuncia lo spostamento di 100 migranti in un nuovo Centro di accoglienza straordinario (Cas) da istituirsi nella zona di San Benigno a Sampierdarena. E’ inaccettabile che l’emergenza legata all’accoglienza migranti sia gestita senza un’interlocuzione ed una condivisione con Comune e Municipio». Lo scrivono in una nota unitaria l’assessore del Comune di Genova alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, e il presidente del Municipio IICentro Ovest, Franco Marenco. «Alla luce del recente fallimento dell’accordo Anci – proseguono i due amministratori genovesi come riportato dall’agenzia Dire – occorre oggi dare piena applicazione al piano nazionale che prevede una riduzione di 1.000 unità nel Comune di Genova. Pur consapevoli che tale attuazione sarà graduale, esprimiamo netta contrarietà all’apertura di nuovi Centri di accoglienza straordinaria nel Comune di Genova». L’assessore Fracassi precisa: «Nessuno prende 1.000 migranti e li sbatte fuori dalla città però, prima di aprire un grosso centro di accoglienza a Genova, alla luce di quanto successo in Anci e dei nuovi numeri del riparto nazionale, vogliamo che la prefettura provveda al più presto a far rispettare gli obblighi di accoglienza in tutti i comuni della regione, almeno fino al raggiungimento della quota prevista di 6.043 migranti». L’ex bocciofila era, infatti, inizialmente stata presa in considerazione per la necessità di trovare una rapida soluzione ai migranti che devono essere spostati dal padiglione D della Fiera. «Ma ora che è stato individuata la disponibilità del padiglione C – prosegue l’assessore – abbiamo tutto il tempo per trovare un’altra soluzione rispetto al Cas».

    Da Regione Liguria arrivano altre critiche, più legate ad un disaccordo politico-gestionale: «Mi auguro che non sia la reazione al diniego al progetto Anci, anche se i rappresentanti dell’Associazione dei Comuni l’avevano messa quasi su un piano di azione e reazione, minacciando sanzioni per chi non avesse aderito», così commenta la vicepresidente e assessore all’Immigrazione della Regione Liguria, Sonia Viale, mentre Edoardo Rixi, segretario regionale della Lega nord e assessore allo Sviluppo economico, alza i toni: «Non possiamo condividere la decisione né a livello istituzionale né a livello politico, perché stiamo facendo una fatica incredibile a tenere aperta la Fiera, a risanarne i conti e a portarla avanti. E, di certo, questo non ci agevola». Per il numero uno del Carroccio ligure, infatti, «il permanere di immigrati clandestini durante le esposizioni in Fiera è tutto a detrimento e a discapito della buona riuscita degli eventi. Ci auguriamo che il senso di responsabilità che deve permeare ogni istituzione, faccia sì che non si collochino più immigrati all’interno del perimetro della Fiera, sia quando ci sono le attività fieristiche sia quando non ci sono». La vicepresidente Viale, invece, richiama ancora le decisione di lunedì scorso dell’Assemblea generale dei sindaci di Anci Liguria. «Il finale era già stato scritto qualche settimana fa nella riunione del tavolo regionale dell’immigrazione – sostiene Viale – quando il prefetto Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, aveva detto che non avrebbe potuto rispettare il tetto di 6.043 immigrati previsti per la Liguria dal nuovo Piano di riparto nazionale, anche se tutti i sindaci avessero aderito allo Sprar. Da qui è venuto il patto e l’accordo come presentato da Anci Liguria a tutti i sindaci, anche se in un primo tempo qualcuno l’aveva visto come possibile». Per la vice di Toti, «siamo in una fase in cui persone legittimamente elette sindaci, che hanno delle responsabilità, dicono no, con una presa di posizione anche coraggiosa e motivata, a forme di ricatto». Secondo Viale «non è così che si affronta il tema epocale dell’integrazione. I sacrifici si possono chiedere se c’è un’azione mirata a far terminare l’emergenza, cosa che questo governo non garantisce. Le risposte sono zero perché continuano a esserci gli sbarchi e alcuni accordi bilaterali sono stati fatti solo per dare il primo segnale di insediamento di Minniti, ma tutto qui».

  • Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Greenpeace and MSF - Lesvos, Greece
    Greenpeace and MSF – Lesvos, Greece, foto di Alessandro Penso

    Con la notizia del parziale trasferimento dei migranti ospitati nei padiglioni della Fiera di Genova, notizia che arriva a poche ore dalla bocciatura della proposta di Anci della distribuzione per aree omogenee, torna sotto i riflettori il problema della gestione dell’accoglienza, che anche per i primi mesi di quest’anno, deve fare i conti con un flusso migratorio in aumento. Il sistema italiano si sta muovendo in maniera emergenziale, portando all’esasperazione situazioni precarie, come quella relativa al centro allestito nei padiglioni della Fiera del Mare, e gestito dalla Croce Rossa: scarse condizioni igenico-sanitarie sono denunciate da alcune associazioni umanitarie, mentre decine di persone provenienti da paesi africani e asiatici sono letteralmente “parcheggiate”, in una attesa che sembra senza fine. Da Roma arriva un disegno di legge che potrebbe riformare fortemente il procedimento giuridico per la richiesta di protezione internazionale, velocizzando le pratiche: una “riforma” fortemente contestata dall’Associazione Nazionale Magistrati, che denuncia l’incompatibilità con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

    La notizia: Parziale trasferimento dei migranti dalla Fiera del Mare

    Fiera del Mare, tra accoglienza e impreparazione

    La situazione presso il centro di accoglienza della Fiera del Mare, centro che dovrebbe essere ridotto nelle prossime ore, con uno spostamento parziale dal padiglione D al padiglione C, per fare spazio alla Fiera Primavera, rende le proporzioni del problema accoglienza su scala nazionale, prima ancora che genovese: «Ci troviamo in questo centro chi da 3 mesi e chi da 2 mesi. Non riceviamo pocket money e quindi molti di noi non sentono i propri cari da tempo – ci raccontano alcuni ospiti della struttura – Ci laviamo con l’acqua fredda e non c’è riscaldamento. Alcuni di noi non hanno abbigliamento adeguato, né scarpe né giacche. Le condizioni di salute di alcuni non sono buone e non riceviamo adeguata assistenza sanitaria. Non abbiamo fatto la domanda d’asilo, non abbiamo informazioni e notizie sul nostro futuro». Con queste parole i migranti denunciano la situazione in cui si trovano. A dar loro voce è l’Associazione 3 Febbraio, in una lettera aperta, firmata da 150 degli ospiti della Fiera, e pubblicata il 13 febbraio scorso. Ma non solo: sempre secondo quanto raccolto dall’associazione, ai migranti sarebbe stato intimato di non allontanarsi dalla struttura, pena l’arresto. Mauro Musa, Presidente del Comitato di Genova dell’Associazione, racconta i momenti di tensione che si sono verificati durante una conferenza stampa organizzata davanti al centro, lo scorso 13 febbraio: «Alcuni operatori della Croce Rossa hanno chiesto alla Polizia di allontanarci. La richiesta, però, non è stata ripetuta davanti alla telecamera della RAI, quando i volontari sono tornati indietro con i giornalisti. Successivamente – continua Musa – un’auto presumibilmente guidata da un dirigente della Croce Rossa, ci ha quasi investito, per poi insultarci. Inoltre, successivamente alcuni ragazzi, che avevano parlato davanti alle telecamere della Rai, sono stati controllati e interrogati».

    Andrea Migone, presidente del Comitato Locale della Croce Rossa di Genova non è d’accordo con le proteste: le mancanze della struttura sono dovute al suo carattere di provvisorietà. In un’intervista rilasciata a Era Superba ha sottolineato che si tratta solo di «un centro di transito, un punto di appoggio». Tuttavia, vengono smentite tutte le accuse portate avanti dall’Associazione 3 Febbraio: «Ogni cosa detta è fuoriviata. Anche le testate importanti dicono cose non veritiere: c’è l’acqua calda (anche se i boiler hanno una capienza limitata), ci sono lenzuola, un catering che fornisce tre pasti al giorno e lezioni di italiano impartite dalla Curia. Si cerca di dargli ciò che gli si può dare – conclude – non mi interessa il discorso legale, rimango fuori. Io aiuto chiunque». Una dichiarazione che, però, appare in contrasto con quanto affermato a proposito delle proteste: «Non conosco l’Associazione. Loro non sanno le cose, parlano per fomentare le proteste. Sono tutte illazioni, procederemo per via legale».

    Non è ancora chiaro dove verranno spostati i migranti che si trovano in questo momento alla Fiera: un centinaio troverà sistemazione fino a fine maggio nel paglione C, mentre gli altri saranno smistati in altri centri individuati su base regionale. Una situazione che, visti i recenti “dissapori” tra Comuni sulla gestione dell’accoglienza, rischia di diventare esplosiva, soprattutto a livello politico.

    Il Disegno di legge del Governo

    Il Disegno di legge proposto dal governo Gentiloni, “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale” è la risposta dell’esecutivo al continuo protrarsi di una “emergenza” senza fine. È questo il progetto che il Governo ha proposto per risolvere l’emergenza degli sbarchi sul territorio nazionale e che al momento è al vaglio delle Camere. Secondo il premier Paolo Gentiloni, queste sono «norme che attrezzano il Paese alle nuove sfide».

    Gentiloni ha dichiarato che l’obiettivo del disegno di legge è «trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nel nostro Paese in misura controllata». Tuttavia la pratica dei rimpatri forzati non sembra rispondere a questa esigenza. Anche il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha affermato che si tratta di «un nuovo modello di accoglienza», ma nei fatti la strategia sembra essere quella predisporre un sistema permanente per rimandare indietro chi arriva nel nostro Paese e non riceve lo status di rifugiato.

    La parte più delicata del disegno di legge è quella che prevede il taglio dei tempi di esame per le richieste di asilo. La misura che più delle altre snellisce il procedimento per l’analisi delle richieste di asilo è l’abolizione del secondo grado di giudizio. I dinieghi saranno impugnabili solo in Cassazione. La proposta ha sollevato dure critiche da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in un comunicato stampa sottolinea come: «Appare fortemente dubbia la compatibilità con l’articolo 6 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo di una disciplina che, contemporaneamente, escluda la pubblicità dell’udienza in primo grado e abolisca il secondo grado di merito». L’eliminazione del secondo grado di giudizio, soprattutto in materia di diritti fondamentali, quale il diritto alla protezione internazionale, secondo l’Anm non è coerente con il nostro quadro processuale «si tratta di una scelta obiettivamente disarmonica, ai limiti dell’irragionevolezza». La critica mossa dall’Associazione Nazionale Magistrati non è solo di carattere teorico, ma anche pratico: «non potrà che scardinare l’intera programmazione del lavoro della Suprema Corte», che sarà caricata di una mole di lavoro maggiore.

    L’avvocato penalista Alessandro Gorla, ha commentato con queste parole il disegno di legge: «E’ sufficiente richiamare quanto acutamente osservato dall’Associazione Nazionale Magistrati, ovvero che, se il testo venisse approvato, avremmo un sistema giudiziario in cui è garantita maggior tutela a un tizio che abbia preso una multa per divieto di sosta che a una persona che stia invocando la protezione internazionale per timore di persecuzione nel proprio paese di origine. E’ pura discriminazione su base etnica».

    I conti non tornano

    Le decisioni prese dalle amministrazioni locali e da Roma, non sembrano essere compatibili con le dimensioni del fenomeno, oramai strutturale: nel 2017 sono già arrivate 9 mila 500 persone, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Con questa legge il Governo prevede l’apertura di 13 Centri per il rimpatrio (Cpr) capaci di “ospitare” ognuno ogni anno 9 mila persone, ma stando ai numeri, se i flussi non si ridimensioneranno, per ogni centro dovrebbero “passare” almeno 13 mila e 500 migranti. Sono queste le dimensioni dell’immenso “Gioco dell’Oca” che ci stiamo preparando a giocare. Ancora una volta.

    Ilaria Bucca

  • Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    Fiera di Genova, 100 migranti trasferiti fuori Genova, circa un centinaio resteranno nel padiglione C fino a maggio

    fiera-genova-kennedy-DICirca un centinaio di profughi dei 200 attualmente ospitati nel padiglione D della Fiera di Genova saranno spostati nel padiglione C del quartiere fieristico fino a fine maggio, per consentire l’allestimento e lo svolgimento della “Fiera Primavera”, in calendario dal 31 marzo al 9 aprile. Lo rende noto la Prefettura di Genova che specifica che l’attuale struttura impegnata nell’accoglienza sarà liberata entro il 10 marzo. Entro fine maggio, invece, gli stessi profughi dovrebbero trovare accoglienza nel nuovo Cas (Centro di accoglienza straordinaria) che sarà allestito nell’area dell’ex bocciodromo in zona San Benigno. Altri 100 migranti attualmente collocati nel padiglione D della Fiera saranno, invece, nei prossimi giorni spostati in altre strutture di accoglienza in fase di approntamento, secondo alcune indiscrezioni, al di fuori del territorio del Comune di Genova.

    Approfondimento: Salta l’accordo Anci sulla distribuzione su aree omogenee: i numeri a Genova

    Potrebbe, dunque, essere già arrivato il momento della resa dei conti dopo la bocciatura in Anci della proposta di ripartizione per aree omogenee della quota migranti spettanti alla Liguria. Secondo il nuovo piano di riparto del ministero dell’Interno, infatti, a Genova spetterebbero 1.216 posti (pari al 2 per mille della popolazione), ovvero circa mille in meno rispetto ai 2.300 accolti al momento, con naturali riflessi sui restanti Comuni liguri che al momento non hanno dato disponibilità all’accoglienza e su cui le prefetture hanno già detto che interverranno direttamente attraverso l’imposizione di nuovi Cas, secondo le quote decise da Roma.

  • Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Liberi tutti. I Comuni liguri che vogliono, potranno associarsi in aree omogenee per dare vita a progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) condivisi e gestire al meglio sul territorio la quota di migranti prevista dal nuovo Piano nazionale di riparto, mentre chi si rifiuterà dovrà sottostare all’imposizione dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) da parte della prefettura senza che i sindaci possano avere troppa voce in capitolo.
    E’ questo, in estrema sintesi, l’esito dell’Assemblea dei sindaci di Anci Liguria che oggi pomeriggio ha licenziato un documento approvato con 64 voti a favore, 11 astenuti e 16 contrari che sancisce la disponibilità dell’associazione a fornire il proprio aiuto ai Comuni a prescindere dalla strada scelta. La mancata condivisione unanime del progetto di distribuzione per aree omogenee, fa venire meno anche l’impegno che Anci Liguria si sarebbe presa nei confronti del governo per non superare la quota prevista di migranti in arrivo, per nessuna ragione. «La scelta di non partecipare agli Sprar – avverte il direttore generale di Anci Liguria, Pierluigi Vinai – espone i Comuni a numeri non ben definiti». Solo chi aderisce allo Sprar, sempre nel rispetto dei numeri previsti dal Viminale, infatti, può far valere la cosiddetta clausola di salvaguardia, già messa in pratica nel Comune di Benevento, che esclude ulteriori forme di accoglienza.
    Il ministero ha previsto per la Liguria una quota di 6.043 migranti. Stando alla lettera del nuovo Piano nazionale, 798 persone saranno accolte, 6 per ciascuna realtà, dai 133 Comuni sotto i mille abitanti, altri 1.216 posti spetteranno a Genova (pari al 2 per mille della popolazione), mentre gli altri 4.029 saranno distribuiti proporzionalmente nei restanti 101 Comuni. Senza un diverso accordo a livello regionale, dunque, il capoluogo ligure potrebbe anche “sgravarsi” di quasi 1.000 migranti, visto che oggi ne accoglie quasi 2.300, che spetterebbero agli altri comuni liguri. «Non aderire allo Sprar – attacca Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, come riportato dall’agenzia Dire vuol dire abdicare alla gestione del territorio. Se decidiamo di non cooperare, liberi tutti. Ma, a questo punto, se mi arrivano più profughi di quelli che mi spettano sono pronto a mettere i camion in strada. Non possiamo continuare in pochi a farci carico del problema di molti».

    La proposta di Genova non passa

    L’amministrazione del capoluogo ligure si era detta disposta a superare la quota del 2 per mille, decisa dal ministero per venire incontro ad altre realtà regionali in sofferenza: «Le altre città metropolitane – aveva dichiarato qualche giorno fa alla “Dire” l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi – sono al centro dei flussi della migrazione irregolare, cosa che in Liguria non succede più di tanto, soprattutto a Genova, ma che interessa invece, fortemente, Ventimiglia. Quindi è corretto pensare una ridistribuzione ligure in cui Genova si possa prendere una quota superiore al 2 per mille”. Per ottenere il via libera da Roma, però, tutti i Comuni avrebbero dovuto trovare una quadra sulla distribuzione, cosa che non è avvenuta, lasciando ogni singola amministrazione in ordine sparso.

    La reazione più dura arriva dal sindaco di Sori, Paolo Pezzana, recentemente dimessosi da coordinatore della commissione immigrazione e welfare di Anci Liguria dopo lo “scontro” con il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sulle dichiarazioni di quest’ultimo riguardo una eventuale “pulizia strada per strada, anche con l’uso delle maniere forti“ degli irregolari: «Il documento votato oggi prende atto che c’è una spaccatura in Liguria rispetto alla gestione del territorio. Il bivio che abbiamo di fronte oggi non riguarda i migranti». Pezzana attacca anche le presunte ingerenze del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti: «Com’è possibile – si chiede – che andiamo avanti con una Regione che non solo non collabora ma si permette di intervenire nelle decisione dei sindaci per sue convenienze politico-elettorali? E’ una cosa inaudita, politicamente inaccettabile. Alle scorrettezze istituzionali della regione non ci voglio stare»
  • Il Giorno della Memoria e la nostra memoria corta. Decine di foto simbolo dell’emergenza migranti invadono la città

    Il Giorno della Memoria e la nostra memoria corta. Decine di foto simbolo dell’emergenza migranti invadono la città

    manifesti-memoria-migranti-12Decine di manifesti fotografici sono comparsi questa notte in molti luoghi simbolo della città. Le foto riportano le testimonianze delle sofferenze di migliaia di migranti che affollano le frontiere europee: lunghe code per il cibo sotto la neve, bambini affamati, dormitori di fortuna, filo spinato. Sotto le immagini la scritta “Europa 2017”, accompagnata da messaggi come “in memoria della nostra coscienza” o “Giorno della memoria corta”. La firma è quella degli autonomi dell’Aut Aut che, in occasione della Giorno internazionale della Memoria hanno voluto lanciare una “provocazione” finalizzata a far riflettere su quanto sta accadendo intorno a noi, adesso.

    Giorno della Memoria

    Il 27 gennaio, come dicevamo, non è una data casuale: dal 2005, infatti, si celebra in tutto il mondo il giorno in cui, nel 1945, l’Armata Rossa varcò i cancelli di Auschwitz, scoprendo l’inferno nazista. Una ricorrenza che ha come finalità quella, appunto, di ricordare cosa è stato fatto, per evitare che si ripeta. Anche a Genova questa giornata è sentita in maniera particolare, con mostre, cerimonie e concerti, che ricordano i concittadini ebrei, ma non solo, che furono deportati grazie alla complicità del regime fascista. Ricordare, però, ha un significato molto ampio: la sistematicità della macchina della morte organizzata dei campi di sterminio non è arrivata in un giorno, ma dopo un percorso durato anni, durante il quale i semi del razzismo, della ingiustizia e del nazi-fascismo si sono diffusi e hanno messo radici nella cultura, nella politica, nelle persone. Il Giorno della Memoria è inteso anche in questo senso: non dimenticare cosa è successo, e cosa ha fatto sì che questo potesse succedere.

    La memoria corta

    manifesti-memoria-migranti-08Le foto delle persone in fuga da guerra e miseria che hanno invaso le strade di Genova fanno riferimento allo stallo politico in cui l’Europa dei diritti si è venuta a trovare in questi ultimi mesi, di fronte alla cosiddetta “Emergenza Migranti”. Una crisi che sta innescando reazioni pericolose, che vanno dalla riesumazione dei confini tra stati alla ossessione per la sicurezza, dal sospetto diffuso verso lo straniero alla insofferenza di molti di fronte alla crisi economico-valoriale in atto. Sentimenti, questi, spesso cavalcati da populismi spregiudicati, che vogliono trovare un nemico comune su cui far abbattere la rabbia delle persone. Un meccanismo non nuovo, che nel corso della storia ha generato ingiustizie, sofferenze e atrocità.

    Con Era Superba abbiamo provato a raccontare la situazione di Ventimiglia e il sistema di accoglienza genovese, che sono solo una piccola parte di dinamiche mondiali, ma che comunque rappresentano un modello in piccolo delle tensioni politico-sociali oggi presenti e non risolte. E anche questo va ricordato: adesso, ora, ci sono migliaia di persone intorno a noi costrette in un limbo insopportabile, sospese tra guerre e frontiere.

    Alcuni dei manifesti comparsi questa notte sono stati attaccati anche sui new jersey anti terrorismo; una scelta simbolica, che evidenzia quello che stiamo diventando: impauriti e meno liberi, diffidenti, allarmati e chiusi in noi stessi. Anche questa è memoria corta: ricordare dovrebbe servire a riconoscere cosa sta lentamente succedendo, prima che sia troppo tardi.

    Nicola Giordanella

  • Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    Migranti, Parlamento Europeo al lavoro per superare i vincoli di Dublino. Intervista a Brando Benifei: «Manca solidarietà tra Stati»

    benifeiIn occasione dell’incontro organizzato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa e dalla associazione Januaforum, sul tema “Migrazioni in Europa: quali connessioni tra accoglienza e sviluppo?”, abbiamo incontrato Brando Benifei, eurodeputato spezzino del Partito Democratico, relatore lo scorso maggio del rapporto sull’integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro europeo. Un’occasione per capire cosa si sta muovendo a livello comunitario sul tema migrazioni, alle luce delle spaccature politico-diplomatiche di questi mesi, sia a livello nazionale che a livello europeo

    Approfondimento: Ventimiglia e l’emergenza umanitaria dei migranti

    I dati di questi mesi parlano chiaro: l’Europa sulla questione migrazioni si è spaccata, e anche a livello delle singole nazioni, esistono approcci contrastanti alla questione. Qual è il livello di discussione all’interno del Parlamento europeo?
    La questione rifugiati è senza dubbio quella che sta creando più problemi a livello sociale in Europa, sopratutto per il gran numero di richiedenti asilo. Siamo in un sistema per cui migrare legalmente è impossibile. Un problema soprattutto italiano, provocato dalla legge Bossi-Fini, che rende impossibile migrare nel nostro paese in maniera legale. In questo scenario di straordinario afflusso, dovuto ai conflitti dell’area mediterranea, il Parlamento europeo si sta occupando di quali politiche si possano mettere in campo per tutelare chi fugge da situazioni di rischio concreto per la proprio incolumità, distinguendoli da coloro che non hanno questo situazione, che sono migranti economici camuffati. Bisogna accompagnare questa rigidità, che secondo me è giusta, alla creazione di nuovi canali di integrazione legale che oggi non ci sono. A Strasburgo sono al momento in discussione misure per rendere omogeneo e più fluido il sistema della elaborazione della richiesta asilo. Oggi abbiamo persone che rimangono in un limbo per troppo tempo, persone di cui talvolta perdiamo le tracce o vengono assorbite dalla criminalità.

    Durante l’estate, in piena crisi umanitaria a Ventimiglia, molte voci si sono alzate, tra cui quella del vescovo Suetta, per dire che l’Europa dovrebbe anche lavorare per superare la differenza tra migrante economico e rifugiato…
    È una cosa comprensibile, però a livello di stati non possiamo accogliere tutti, sia per una questione di sostenibilità economica che di consenso politico. Dobbiamo però lavorare per velocizzare il sistema di attivazione della protezione internazionale per chi veramente è a rischio vita nel proprio paese. In italia come dicevo la migrazione legale non è possibile, per colpa della legge Bossi-fini, che andrebbe superata.

    Il sistema di accoglienza oggi vigente, inoltre, ha fatto vedere tutti i suoi limiti, soprattutto qui in Liguria…
    A Ventimiglia si sono concentrati diversi problemi; da una parte l’incapacità dell’Europa di arrivare in fondo rispetto al sistema di solidarietà di distribuzione dei richiedenti asilo. In europa siamo capacissimi di fare politiche di coesione sulle autostrade e poi non c’è solidarietà nella gestione di questo fenomeno che non è più un emergenza ma ha dei tratti di strutturalità. Inoltre a Ventimiglia si consuma il problema di una mancata attuazione piena su tutto il territorio nazionale del sistema degli Sprar, che considero una buona pratica, che potrebbe essere esempio anche per altri paesi, dove i progetti di integrazione sono messi in mano ai comuni superando il problema più grosso, cioè quello della distribuzione delle persone in attesa dell’esame della loro richiesta di protezione internazionale. Un sistema che si contrappone al sistema emergenziale prefettizio che ha creato più sprechi e inefficienze che altro. Tenere molte persone concentrate in pochi posti, infatti, crea ghetti e situazioni di pericolo e intolleranza.

    European_Parliament_Strasbourg_Hemicycle_-_DiliffAnche le regole Europee, però, sono un problema, basti pensare a meccanismi del regolamento di Dublino..
    Per il Parlamento Europeo questo è il nodo più importante, cioè quello del superamento di queste regole. È oggi in discussione una proposta di riforma, al momento non ancora del tutto soddisfacente, secondo me, per cambiare questi meccanismi. Ovviamente bisogno che i governi spingano politicamente per far sì che si possa arrivare al risultato. A maggio potrebbe esserci un passaggio importante, da questo punto di vista.

    Quale potrebbe essere una soluzione?
    Noi vogliamo che l’Europa investa nell’integrazione, ma bisogna fare in modo che le risorse utilizzate siano incrementate e che non vengono tolte ad altre problematiche sociali, come la disoccupazione di lungo periodo, le famiglie a basso reddito, la disabilità, l’assistenza degli anziani. La questione dei rifugiati ci può servire per riorganizzare in maniera più efficiente l’utilizzo delle risorse che abbiamo. Se passa il concetto che noi mettiamo soldi per i rifugiati, soldi che però sono tolti ad altre persone che sono in difficoltà, noi rendiamo impossibile l’integrazione dei rifugiati, e alimentiamo il razzismo e la guerra tra poveri. Un altro tema su cui noi siamo stati molti netti è che non si creino dei mercati del lavoro paralleli, con condizioni di lavoro per i migranti al di sotto dei minimi salariali, che oltre a sfruttare le persone, crea una concorrenza sleale.

    Oggi era a Genova per parlare con gli studenti, e non solo…
    È stata una giornata importante, perché queste occasioni permettono di parlare di argomenti specifici, chiarendo certi aspetti che spesso sono raccontati male dai media, facendo anche sapere come funziona, e cosa sta facendo, il Parlamento Europeo e tutti gli organi dell’Unione Europea.

    Nicola Giordanella

  • Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    santa-maria-vittoria-mura-angeliIl quartiere di Mura Angeli, nella Sampierdarena arroccata sulle colline, poco prima del cimitero della Castagna, è una sorta di piccolo borgo a sé stante. Il nome stesso in realtà non è ufficiale ma è stato dato dagli abitanti, dato che la “via principale” di questa sorta di paese nella città è via Mura degli Angeli.

    In questa realtà circoscritta, uno dei punti di riferimento, assieme ai bar e ai giardinetti, è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un edificio dalle forme oggettivamente sgraziate ma molto caro ai residenti, che probabilmente già da questa sera, ospiterà 6 migranti.

    Don Gianni Grondona, parroco di Santa Maria della Vittoria, ex missionario e assistente spirituale della comunità “San Benedetto al Porto” di Don Gallo, ha accettato di rispondere all’appello lanciato dall’associazione diocesana Migrantes e di rendere questa casa di Dio, un rifugio per chi scappa da guerra e povertà. «I ragazzi avranno l’impegno di formare comunità tra loro e di inserirsi nell’ambiente del nostro quartiere» ci dice nella luminosa sagrestia in cui ci riceve, «ognuno di loro avrà poi un impegno specifico che stiamo ancora definendo, sotto forma di borsa lavoro e anche questo servirà a rendersi più autonomi, per imparare a gestirsi e anche per dare più dignità ai servizi che faranno». Non mero assistenzialismo dunque, ma un processo di integrazione ragionato e serio.

    Processo che riguarda tutte le parrocchie genovesi che siano disponibili ad aprire i cancelli del proprio sagrato, con il coordinamento dell’ufficio diocesano Migrante, il cui responsabile è don Giacomo Martino. E’ lo stesso sacerdote che ci aiuta a capire come è organizzata l’accoglienza ecclesiale.

    bagnasco-migranti-profughiQuante parrocchie in Genova portano avanti progetti di accoglienza come quello che tra poco ospiterà Santa Maria della Vittoria?
    «Al momento questa è la terza parrocchia (le altre due sono Nostra Signora delle Vigne, in centro storico, e San Giacomo, a Cornigliano, ndr), però ci sono già altre cinque parrocchie che entro la fine dell’estate sono pronte a fare questo bel gesto concreto di accoglienza». 

    Quanto e perché nasce Migrantes?
    «Nasce oltre 28 anni fa a livello nazionale insieme con quello che è il vero inizio della migrazione come fenomeno. Parte come fondazione nazionale, poi si sviluppano le sue ramificazioni all’interno delle varie diocesi per dare un’accoglienza a quelle che sono le comunità religiose di migranti residenti nel nostro territorio, in particolare quelle comunità cattoliche per le quali si vuole dare un’accoglienza anche di Chiesa; persone che vengono da posti diversi, che pregano in modo diverso e che, giustamente, devono trovare un po’ del loro modo di essere Chiesa anche qui da noi».

    Si rivolge solo agli immigrati cattolici o è di portata più generica?
    «Beh in realtà il punto di partenza è quello, un’attenzione dedicata alle comunità religiose; poi naturalmente, di fronte a un Dio che non fa differenza tra le persone, cerchiamo di essere davvero aperti a tutti e, soprattutto, di aiutare per quanto possibile tutti coloro che in qualche modo si sentono ancora stranieri nelle nostre città».

    Qual è la tendenza verso questa accoglienza in Liguria, estendendo un po’ il campo di analisi? È crescente, in diminuzione, vorrebbe di più, temeva di meno…?
    «Diciamo che la Liguria, contrariamente a quello che è un po’ il pensiero comune anche di noi liguri verso noi stessi, è estremamente accogliente. È giusto quindi, credo, per la gente dare una progettazione e un significato a questa accoglienza, strutturandola per renderla efficace. Questo vivere in perenne emergenza fa male a tutti».

    Migrantes opera sotto direttive della curia o è una realtà a parte?
    «È una realtà ecclesiale. Questo progetto di accoglienza concreta, in particolare, nasce in un supporto al di fuori di quelle che sono le nostre originarie missioni che ci vengono affidate. Recentemente, a livello ligure ci siamo incontrati con i responsabili dell’ufficio missionario della Caritas e di Migrantes proprio per tentare di fare un lavoro insieme».

    Domanda provocatoria: se uno dei doveri di un sacerdote è l’obbedienza e il papa poco tempo fa ha proprio chiesto di accogliere, perché non lo fanno tutti i preti?
    «Beh indubbiamente l’accoglienza può essere espressa in tanti modi. Lo dico sinceramente: ci sono effettivamente a volte impossibilità ad accogliere date dalla mancanza di spazi o incapacità personali a essere direttamente coinvolti sul campo; ci sono persone che in un qualche modo possono per sensibilità essere diversamente accoglienti. Credo che, però, la parola del papa circa la necessità di accogliere non sia stato un ordine quanto un invito; ma un invito molto, molto, molto dettagliato».

    Ai rifugiati Migrantes dà delle mansioni, degli indirizzi, li coinvolge in attività…?
    «Noi cerchiamo di eliminare ogni assistenzialismo, di creare un popolo nuovo che abbia sempre maggiori opportunità di interazione col territorio, con le altre persone. Cerchiamo di non generare solo grandi “case” ma di scendere attraverso le parrocchie nella particolarità di una realtà piccola, in una relazione che è fondamentale. Dico un popolo nuovo perché, proprio come diceva il papa durante la giornata del rifugiato a gennaio, l’accogliere l’altro indubbiamente fa sì che noi accogliamo e l’altro si adegui un po’ al luogo dov’è accolto, ma è altrettanto vero che anche noi dobbiamo cambiare perché accogliere l’altro vuol dire cambiare, diventare un po’ come l’altro».

    Il Comune e gli enti pubblici in generale collaborano con voi nella gestione di questa delicata questione, oppure vi lasciano a “briglia sciolta” e, diciamolo, anche un po’ da soli?
    «L’iniziativa è a livello europeo, le opportunità sono date anche da una sorta di progettazione europea che purtroppo, secondo me, ancora oggi è troppo emergenziale e troppo poco strutturata, per cui davvero in ogni anno ci si trova, in questo periodo in modo particolare, con situazioni difficili da affrontare. L’altra sera ero a vedere la partita di pallone al palasport con oltre 150 ragazzi ospitati lì che attendono di trovare una collocazione e questo credo che debba essere completamente rovesciato. Recentemente in un incontro col Comune, che ci sta concedendo degli spazi dove vorremmo fare una sorta di campus formativo per i nostri ragazzi, si stava dicendo che si dovrebbe passare dai centri di accoglienza in emergenza, che si chiamano CAS, a quelli invece che hanno una progettazione di maggiore inserimento nel territorio, che si chiamano SPRAR. Oggi le parti sono invertite rispetto a quanto sarebbe ottimale, più del 90% è ai CAS e meno del 10% è agli SPRAR, dovrebbe essere il contrario».

    L’accoglienza delle parrocchie è unicamente legata a quelle che sono le scelte, i suggerimenti, le richieste di Migrantes o può anche essere un’iniziativa spontanea del parroco?
    «La Cei per queste iniziative ha prodotto un vademecum interessante. Si tratta comunque di progetti che prevedono un iter che ha un altissimo controllo da parte della prefettura. È necessario non solo avere un’importante esperienza ma anche darsi una struttura che, forse, una singola parrocchia non riuscirebbe a fare o rischierebbe di fare con un modo così particolare che non sarebbe poi effettivamente utile per chi viene accolto».

    A denti stretti: lei crede nella possibilità che l’integrazione davvero in Italia possa diventare effettiva e che non si finisca invece come in America, dove dopo 150 anni di coabitazione etnica ancora adesso hanno luogo violenti scontri razziali?
    «Ci sono mille numeri, mille statistiche. Sentivo un economista che diceva che le forti migrazioni poi bilanciano l’andamento economico del paese, oppure altri che evidenziano il problema demografico in Italia per cui ogni anno la differenza fra nati e morti è di 450.000 persone, ma francamente non mi aiutano molto i numeri. Forse sono un po’ idealista, ma credo che gli italiani abbiano delle belle risorse di accoglienza e culturali che, sicuramente a fatica, sicuramente con qualche incidente, potranno dare buoni frutti. Credo e spero che, in questo, davvero l’Italia possa essere ancora una volta un esempio di accoglienza, così come a nostra volta siamo stati, forse non sempre benevolmente ma, accolti».

    Sorge spontaneo il timore, in un periodo di rischio continuo di scontri etnici e di tristissimi fatti di razzismo che colpiscono anche il nostro paese (l’ultimo e il più vicino a noi è l’aggressione, pochi giorni fa, per motivi unicamente razzisti di sei italiani ai danni di un senegalese diciannovenne a Imperia mentre rincasava dal lavoro), che possa verificarsi un qualche incidente in grado di rendere un bel esempio di accoglienza (e coerenza ideologica) un pretesto per aumentare il tono di voce per chi vive di slogan xenofobi. Don Gianni, parroco di Santa Maria della Vittoria, ci risponde con un sorriso: «Con la paura non si va da nessuna parte» replica sereno. Non si scompone nemmeno quando lo provochiamo sottolineando che qualcuno potrebbe urlare indignato “prima gli italiani”. Il sacerdote ricorda, infatti, che le parrocchie già pongono in essere numerosi servizi di assistenza agli indigenti, di qualunque etnia, sul territorio, come la distribuzione di pacchi viveri e indumenti. «Poi, se vuoi la risposta da prete – conclude – il vangelo di domenica scorsa diceva che un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…non diceva che era un uomo straniero, che era un uomo italiano, che era un uomo povero o che era un uomo ricco, che era bravo o che era cattivo; era un uomo, e quindi un uomo ha bisogno, un uomo si accoglie».

    Alessandro Magrassi

  • Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    carabinieri antisommossa ventimigliaGiornate convulse a Ventimiglia: la “questione Migranti” sta prendendo in queste ore una dimensione nazionale. Dopo l’auto-sospensione dal Pd del sindaco Enrico Ioculano, oggi la firma dell’ordinanza che predispone lo sgombero del campo sul Roja; il documento, notificato alle 13 di oggi, prevede 48 ore di tempo per liberare l’area. Dopo poche ore la prefettura di Ventimiglia, attraverso un comunicato stampa, fa sapere che “qualora non venissero rispettate le prescrizioni sindacali, si darà corso con immediatezza al piano di allontanamento e trasferimento in apposite strutture dei migranti”. Che, visto l’assenza di centri di accoglienza in loco, vorrebbe dire il ricollocamento coatto dei circa 200 migranti in strutture di accoglienza e identificazione sparse sul territorio italiano, come già avvenuto in precedenza a seguito della visita in loco del Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

    Il quadro politico

    La questione migranti, inoltre, ha aperto una crisi politica che travalica i confini del comune ligure e della nostra regione. Ieri l’auto-sospensione dal Partito democratico da parte del sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha smosso le acque: «Nonostante le nostre continue richieste – commenta il primo cittadino – da Roma non è arrivata nessuna risposta. Il mio gesto, mio e dei consiglieri compagni di partito, vuole essere un segnale per far capire che così non possiamo andare avanti, perché è a rischio la salute stessa dei migranti e l’incolumità dei cittadini». Le dimissioni dall’incarico, invece, non sono mai state prese in considerazione: «La solidarietà del Pd Ligure si è fatta sentire – prosegue Ioculano – e mi ha incoraggiato a dare continuità alla amministrazione, soprattutto in una fase di emergenza come questa».

    Anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, è tornato sulla questione, ricordando come il “piano Alfano” prevedesse tre step: «Il primo – come riporta l’agenzia Dire – era la chiusura del centro accoglienza, uno scandalo nel cuore della città; il secondo doveva provvedere ad un dislocamento diverso dei migranti presenti; il terzo passaggio avrebbe dovuto garantire controlli su treni e strade in modo tale che su Ventimiglia si alleggerisse il tema dei migranti. Spero che il problema possa essere risolto nelle prossime ore, altrimenti saremmo costretti a dire che le cose non hanno ancora una volta non funzionato». Sulle polemiche sollevate dalla Lega Nord, che puntavano il dito sulla presenza del presidente della Regione alla “passerella elettorale” del ministro Alfano, Toti risponde ammettendo che: «Rixi mi aveva sconsigliato di andare, ma ritengo sia un dovere del presidente della Regione andare a informarsi e vedere che cosa succede se il ministro dell’Interno viene sul proprio territorio. Mi auguro che per una volta il governo colga il grido di dolore di una città e di una regione e si comporti efficacemente di conseguenza».

    La situazione al campo

    Nonostante la notizia dell’ordinanza, nell’insediamento informale sul fiume Roja la situazione, al momento, sembra essere tranquilla: al campo i migranti continuano con le loro solite attività. Le persone accampate lungo il fiume con l’aiuto di alcuni solidali hanno costruito una cucina da campo. Sotto a un tendone di plastica sono stati posizionati due bracieri, pentole e altri utensili. In mattinata si è fatto vedere per una breve visita anche il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, senza rilasciare commenti alla stampa.

    Alcuni ragazzi chiedono assistenza ai medici volontari accorsi per prestare aiuto; uno di questi, genovese, che ci ha chiesto l’anonimato, racconta che spesso le visite sono anche momenti di testimonianza: un ragazzo sudanese di 25 anni, infatti, gli ha riportato di essere stato sorpreso dalla polizia francese al di là del confine, e quindi riconsegnato alle autorità italiane. Durante il fermo in caserma, pare abbia subito percosse tali da lesionargli il timpano: il trauma è stato refertato da Antonio Curotto, dottore della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, ai medici del Pronto Soccorso di San Remo. Un ragazzo eritreo, in coda per farsi medicare la caviglia slogata, racconta di aver pagato il viaggio sul barcone verso l’Italia 1500 euro, e di aver lavorato cinque anni in Libia per raccimolare quella cifra. Se dovesse essere espulso, tutto sarebbe perduto.

    Emergenza, confusione e diritti

    notifica ordinanzaCome abbiamo visto, la gestione della situazione appare confusa e spesso lasciata all’arbitrio di chi deve poi gestirla nei fatti. Alessandra Ballerini, avvocato che da anni si occupa di diritti umani e migranti sottolinea come l’applicazione delle più basilari norme di diritto sia continuamente in balìa della volontà dei singoli: «Ai migranti non viene spiegato che hanno la possibilità di fare domanda di asilo – ci racconta  l’avvocato – e il decreto di espulsione, redatto in francese, inglese e italiano, non viene tradotto nella loro lingua, che spesso è solo l’arabo». Un difetto di forma, quello dell’assenza di un interprete, che è una causa invalidante del procedimento stesso. 

    L’ultimatum dello sgombero

    A partire dalle 13 di oggi sono scattate le 48 ore entro le quali le zone occupate dovranno essere liberate. Scaduto il termine, la Prefettura ha già chiarito che ci sarà un immediato sgombero coatto. Nelle prossime ore, quindi, la tensione è destinata a salire. Molte sono le questioni aperte, soprattutto una, della quale nessuno sembra poterne trovare la giusta soluzione: che cosa ne sarà di queste persone?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    notifica ordinanzaDopo la movimentata giornata politica di ieri, durante la quale il sindaco di Ventimiglia si è autosospeso dal Partito democratico insieme con altri undici tra assessori e consiglieri, oggi la notizia dell’ordinanza di sgombero delle aree utilizzate come campo informale da parte di quasi 200 migranti: l’accampamento sulle sponde del fiume Roja, all’altezza del cavalcavia dell’autostrada, e alcuni ricoveri di fortuna nei pressi della stazione ferroviaria.

    Alla pubblicazione del provvedimento ha fatto seguito la notifica, tramite affissione di avvisi pubblici su transenne collocate in loco: l’ultimatum di 48 ore, disposto per liberare le zone in questione, scadrà quindi alle 13 di domenica 29 maggio.