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  • Tasse e rifiuti: quanto ci costa la chiusura di Scarpino e il trasporto fuori regione?

    Tasse e rifiuti: quanto ci costa la chiusura di Scarpino e il trasporto fuori regione?

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-DTasi (tassa sui servizi indivisibili, sostanzialmente la discendente della vecchia Imu) invariata e Tari (tassa sui rifiuti) aumentata di una manciata di euro. L’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha confermato ieri in Consiglio comunale le indiscrezioni già circolate nei giorni scorsi sulla stampa locale. I genovesi potranno, dunque, versare tranquillamente entro il 16 giugno l’acconto Tasi; tempi più lunghi, invece, per la Tari, per cui arriveranno a casa i bollettini probabilmente con scadenze simili a quelle dello scorso anno (la prima rata per le utenze domestiche scadeva il 31 ottobre). L’annuncio dell’assessore al Bilancio è un’occasione per fare il punto sul delicato tema rifiuti, analizzandolo soprattutto dal punto di vista economico. Quanto costa oggi e quanto costerà domani ai genovesi la chiusura di Scarpino e il relativo trasporto dei rifiuti fuori regione? Nella prossima bolletta gli aumenti saranno quasi impercettibili… Proviamo a fare chiarezza.

    Tassa sui rifiuti: rimandata la stangata Scarpino, costi per ora coperti da Amiu

    Per legge il gettito complessivo della tassa deve essere sufficiente da solo a coprire tutti i costi del servizio di raccolta e smaltimento della spazzatura sul territorio cittadino. Per sapere quanto dovremo pagare quest’anno bisogna anche in questo caso aspettare l’approvazione delle delibere collegate al bilancio preventivo ma è ormai certo che gli aumenti rispetto al 2014 saranno contenuti nell’ordine di una decina di euro e non riguarderanno tutti i contribuenti. «Nel 2014 – precisa l’assessore Miceli – il gettito complessivo della Tari è ammontato a 126,552 milioni di euro mentre quello del 2015 sarà di 126,555 milioni: una differenza quasi impercettibile». Gli aumenti della bolletta, infatti, dipenderanno solo da una riduzione delle superfici tassabili: in altre parole, meno genovesi soggetti alla tassa e, quindi, importi un po’ più alti per chi deve pagare. «Semplificando con un esempio – spiega Miceli –vuol dire che se prima la tariffa la pagavano in 1000, ora gli stessi costi vanno ripartiti tra 950 persone a causa di maggiori abitazioni o esercizi commerciali sfitti».

    E Scarpino? L’assessore al Bilancio annuncia che per quest’anno i maggiori costi sono stati sostanzialmente coperti da non meglio precisate operazioni di «efficientamento complessivo di Amiu che hanno permesso di ottenere risparmi che sostanzialmente hanno azzerato i costi extra». Certo, sulla Tari 2015 incidono solo i trasferimenti fuori Regione del 2014: meno di tre mesi per un ammontare complessivo stimabile attorno ai 6 milioni di euro. «Si tratta all’incirca del 5% dei costi complessivi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti – dice il presidente di Amiu, Marco Castagna – un risparmio assolutamente in linea per un’azienda che si vuole innovare e rinnovare come Amiu, dato da maggiori ricavi e vari interventi di ottimizzazione del servizio».

    In realtà i risparmi annunciati sono al momento solo una previsione e saranno frutto di un mix di aumento di ricavi e maggiore attenzione ai costi che Amiu si è impegnata a produrre in atti concreti nel nuovo corso, parallelo alla realizzazione dell’ormai famoso nuovo piano industriale (qui l’ultimo approfondimento). In sostanza, i maggiori costi sostenuti nel 2014 per il trasporto dei rifiuti fuori Regione non verranno coperti da maggiori versamenti del Comune, e quindi dei cittadini, nelle casse della partecipata ma saranno ammortizzati direttamente dall’azienda attraverso un potenziamento del business proveniente dalla raccolta differenziata, il reintegro di alcune attività prima date in outsourcing e altri accorgimenti di razionalizzazione di costi interni.

    Un risparmio che potrebbe anche diventare strutturale e ripetersi negli anni a venire, soprattutto se si riuscirà a dare un’importante accelerata alla realizzazione del nuovo piano industriale che consentirà un approccio diverso al mondo dei rifiuti, non più visti come spazzatura ma come risorsa da riutilizzare.

    Ma che cosa succederà nel 2015 quando i mesi di conferimento dei rifiuti fuori Liguria da coprire saranno molti di più? La stangata sulla bolletta è solamente rinviata di un anno? «Sicuramente i costi del servizio del 2015 saranno maggiori perché sono di più i mesi di esercizio fuori Regione – ammette Castagna – ma è impossibile parlare di quanto questi si rifletteranno sulla Tasi del 2015: intanto non sappiamo ancora quando potremo riaprire Scarpino e poi bisognerà vedere in quanti anni decideremo di spalmare questi maggiori costi perché non è certo pensabile che vengano coperti tutti l’anno prossimo». Volendo azzardare delle cifre si potrebbe dire che, a parità di risparmi di Amiu e se malauguratamente  Scarpino dovesse rimanere chiusa per tutto il 2015, i maggiori costi da coprire si aggirerebbero attorno ai 23 milioni di euro (2,5 milioni al mese a cui vanno sottratti circa 7 milioni di presunti risparmi). Ma si tratta di un puro esercizio di stile perché, come tiene a sottolineare l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, «stiamo parlando di poste troppo variabili, su cui incidono i valori di mercato e intrecci molto più articolati di vari bilanci».

    Quello che è certo è che il famoso “costo di chiusura di Scarpino” potrebbe essere trasformato in una pillola più piccola da ingoiare perché dilazionata su diversi anni, una pillola su cui incide anche la scure degli improcrastinabili interventi previsti dal nuovo piano industriale (nella Tari di quest’anno rientra solo una piccola quota di lavori di messa in sicurezza della discarica di Scarpino) e che non si sa ancora come verranno finanziati.

    Proprietà immobiliari: tasse invariate

    Per quanto riguarda la Tasi, invece, sembra non cambiare nulla. E non poteva essere diversamente. Nel 2014, infatti, il Comune di Genova aveva applicato l’aliquota massima sulla prima casa, pari al 3,3 per mille (qui l’approfondimento). Invariato anche il sistema delle detrazioni in funzione della rendita catastale dell’immobile di proprietà e dei figli a carico. «La normativa nazionale – ha detto Miceli – prevede che nel caso non sia stata ancora approvata la delibera di definizione delle aliquote della Tasi per l’anno in corso (situazione in cui ricade il Comune di Genova, ndr), l’acconto sia uguale a quello dell’anno precedente, se non sono intervenute variazioni di possesso immobiliare. Qualora i Comuni approvassero successivamente aliquote diverse, le modifiche interverrebbero sull’importo del conguaglio». Una situazione, tuttavia, che non si dovrebbe verificare per i genovesi dato che l’assessore ha sottolineato l’intenzione dell’amministrazione di confermare in tutto e per tutto gli importi del 2014 nella delibera di quest’anno che anticiperà l’approvazione del bilancio.

    Via libera, dunque, ai pagamenti degli acconti. Per i cittadini che volessero un’ulteriore conferma, il Comune mette a disposizione un calcolatore automatico degli importi dovuti (qui), numero verde (800184913) e indirizzo e-mail (tasionline@comune.genova.it) per chi volesse chiarimenti specifici e, infine, un servizio di calcolo e stampa dell’F24 per il versamento previo appuntamento all’Ufficio IMU/TASI di via di Francia 3 – 2° piano (Matitone) da fissare chiamando il numero verde.

    Brutte notizie, invece, per chi sperava nel fondo di solidarietà per le famiglie in maggiore difficoltà economica. Il sostegno approvato lo scorso anno dal Consiglio comunale per rispondere alle pressanti istanze dei sindacati non è mai stato finanziato. La situazione critica delle casse comunali sembra non consentire l’introduzione di fatto di questo strumento perequativo neppure per quest’anno. La conferma, comunque, arriverà solo dal bilancio preventivo 2015 che, con tutta probabilità, si voterà a fine luglio. «Se nel Consiglio dei Ministri convocato giovedì – spiega l’assessore Miceli – il governo dovesse dare il via libera alle compensazioni ai Comuni per i mancanti introiti dovuti al cambiamento Imu – Tasi (che per Tursi al momento significano 27,5 milioni in meno a disposizione nel bilancio annuale, ndr) il discorso potrebbe essere riaperto».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    percolato-scarpinoLa domanda è sempre la stessa. Chi troverà i 150 milioni che nei prossimi 5 anni serviranno a dare concretezza al nuovo piano industriale di Amiu? È evidente che le risorse pubbliche non possano bastare per le innovazioni tecnologiche necessarie a trasformare la partecipata del Comune di Genova da società di servizi a vera e propria società industriale. Nella tanto discussa delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate (che dovrebbe essere messa in votazione nel Consiglio comunale di martedì prossimo), come d’altronde già previsto nella delibera di novembre 2013, si fa esplicitamente riferimento all’ingresso di un partner privato: le modalità, però, restano tutte da discutere, soprattutto all’interno della maggioranza che (e non è certo una novità) non è compatta sul tema.

    Decisamente più concordi sono tutti i consiglieri nel commentare positivamente le evoluzioni del piano industriale che Amiu ha presentato questa mattina in Commissione a Palazzo Tursi. «Nel piano industriale presentato in autunno – ha ricordato il presidente Castagna, intervenuto in Sala Rossa assieme al responsabile tecnico e progettuale di Amiu, ing. Cinquetti – delineavamo una serie di interventi da fare a Scarpino e ipotizzavamo un’evoluzione impiantistica ancora abbozzata. Sostanzialmente si lasciavano aperti alcuni scenari che, adesso, sono stati focalizzati».

    Innanzitutto, si prova a mettere la parola fine sulla stabilità della discarica di Scarpino. «È stato realizzato – assicura l’azienda – un sistema completo, semi automatizzato e in tempo reale di monitoraggio con oltre 100 punti di misurazione. Bisogna dire con chiarezza che la discarica è ed è sempre stata stabile: l’unico problema riguardava il coefficiente di sicurezza, ulteriore garanzia di stabilità, che era sceso sotto il valore di legge».

    In via di soluzione anche le problematiche riguardanti il trattamento del percolato e il bilancio idrico della discarica sestrese. «Sono state confermate le nostre supposizioni iniziali – spiega Castagna – e cioè che l’afflusso del percolato di Scarpino 1 è più del doppio di Scarpino 2. Il fondo della vecchia discarica non è stato impermeabilizzato e risente del flusso delle acque piovane». Per risolvere la questione, è stato messo a un punto un sistema di emungimento delle acque piovane e il loro drenaggio in versanti naturali.  «Va ricordato – sottolinea Amiu – che nel 2014 sono piovuti circa 3200 mm di pioggia contro una media degli anni passati tra 1500-1700. Tenendo conto delle variazioni climatiche abbiamo realizzato un bacino supplementare di accumulo percolato per circa 2500 metri cubi e 10 serbatoi mobili (per un totale di 3 mila metri cubi). Inoltre, sono stati predisposti due piccoli impianti mobili di depurazione da 100 metri cubi/ora». Risultato: si aumenta del 40% la capacità di stoccaggio del percolato, precedentemente di circa 14 mila metri cubi e ora salito a 19500 mc.

    Scarpino 3, la “nuova discarica”

    Più interessante e delicata la questione che riguarda la realizzazione di un nuovo lotto di discarica che verrà inevitabilmente battezzato Scarpino 3 ed entrerà esclusivamente in servizio per le frazioni residuali di rifiuti non recuperabili. Il progetto, soprattutto in vista di una potenziale estensione del servizio di Amiu a tutto il bacino della Città Metropolitana, punta ad ottenere la disponibilità di oltre 1,3 milioni di metri cubi di nuovi spazi ma, al momento, l’autorizzazione è stata richiesta solo per 150 mila metri cubi. I nuovi spazi sarà indispensabili alla riapertura della discarica perché Scarpino 2 sarà chiusa e sigillata. Contemporaneamente dovrebbero partire anche i lavori per la definitiva impermeabilizzazioni di Scarpino 1.

    Con Scarpino 3 si modifica parzialmente il ciclo dei rifiuti indifferenziati genovesi. Dal cassonetto verde arriveranno in discarica e verranno sottoposti all’impianto di separazione secco-umido. In Commissione è stato definitivamente confermato l’abbandono del progetto che preveda l’installazione degli impianti di separazione a Volpara e Rialzo: «A gara già fatta – ricorda Castagna – l’evoluzione normativa regionale ha imposto un cambiamento dell’impiantistica: a quel punto abbiamo deciso di sfruttare un’area interna a Scarpino per questo tipo di trattamento». Dopo la separazione, la frazione secca stabilizzata non entrerà nel giro della discarica, almeno in questa prima fase, e dovrà essere conferita fuori Regione a causa degli indici restrittivi imposti da via Fieschi per questo tipo di trattamento. L’umido residuale, invece, dopo essere stato stabilizzato, verrà abbancato negli spazi di Scarpino 3. La biostabilizzazione avverrà all’interno di una ventina di corridoi di cemento coperti da teli che consentono aerazione: un processo simile a quello del compostaggio domestico, che durerà circa una ventina di giorni per ogni ciclo.

    La differenziata secca di qualità continuerà ad andare, invece, all’impianto di via Sardorella a Bolzaneto per essere opportunatamente selezionata e valorizzata prima della vendita sul mercato.

    In questa prima fase, invece, continuerà ad essere conferito fuori Regione l’umido di qualità, proveniente dai cassonetti marroni. Un passaggio, quest’ultimo, che potrà essere internalizzato solo dopo l’entrata in funzione del biodigestore.

    Il piano industriale di Amiu prevede poi l’inizio di una seconda fase, all’interno di questo processo di nuova vita del trattamento dei rifiuti genovesi, che potrebbe partire tra il 2017 e il 2018, ovvero quando verrà realizzato l’impianto per il recupero spinto di materia secca che interverrà dopo la separazione dall’umido del rifiuto indifferenziato. In questo caso, il materiale recuperato sarà venduto mentre gli scarti residuali potranno essere finalmente abbancanti a Scarpino 3, così come l’umido non di qualità.

    A quel punto, per completare la chiusura del ciclo all’interno del territorio genovese e diminuire in maniera sempre più sensibile i rifiuti indifferenziati da abbancare in discarica, mancherà solo il biodigestore che dovrà trattare il materiale organico di qualità (quello raccolto nei cassonetti marroni), indirizzarlo all’impianto di compostaggio e vendere i prodotti sul mercato (gli scarti, invece, andranno a Scarpino 3). Ma dove verrà realizzato questo ormai famoso biodigestore? La scelta, come ricorda Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria, spetta al Comune: «Oltre alla ricerca delle risorse economiche e finanziarie per realizzare questo percorso dobbiamo per forza di cose risolvere il tema della disponibilità delle aree. Non tutte le innovazioni impiantistiche potranno trovare spazio a Scarpino: è indispensabile dare attuazione al recente accordo di programma siglato tra enti locali e sindacati, nel quale il Comune si impegna e risolvere la questione della scelta delle aree entro il 30 giugno. Solo una volta che avremmo definito le aree potremmo avere una più precisa definizione delle risorse economiche e degli investimenti necessari». Per il biodigestore il ballottaggio è sempre lo stesso: ex Colisa o Ilva. Tra meno di due mesi, finalmente, si avrà una risposta.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Scongiurato lo sciopero Amiu. Il servizio di raccolta dei rifiuti sarà regolare anche lunedì 4 e martedì 5 maggio, evitando così il replicarsi di spiacevoli accumuli di spazzatura a ridosso del ponte del primo maggio, come accaduto invece durante le vacanze natalizie. La sospensione dell’agitazione è stata confermata oggi pomeriggio, dopo la sigla dell’accordo tra Regione, Città Metropolitana, Comune, azienda e organizzazioni sindacali sul futuro di Amiu.

    Come ampiamente circolato già a partire dalla serata di ieri, l’accordo prevede che entro fine 2015 la raccolta differenziata raggiunga il 42% e il 50% a fine 2016. Comune e Amiu dovranno individuare entro la fine di giugno l’area che ospiterà il biodigestore (in ballottaggio ci sono gli spazi ex Colisa ed ex Ilva), il cui progetto preliminare dovrà essere pronto entro fine anno e approvato dalla Città Metropolitana entro giugno 2016. A riguardo, inoltre, la Regione si impegna a trasferire risorse economiche europee derivanti dai fondi FESR. Inoltre, la Città Metropolitana si impegna ad approvare il piano relativo all’impiantistica del ciclo dei rifiuti entro luglio, mentre un mese prima dovrà essere siglato l’accordo tra tutti gli enti pubblici locali per la gestione del percolato di Scarpino indentificandone la migliore soluzione impiantistica e i relativi finanziamenti, attraverso l’impegno della Regione e il coinvolgimento dei Ministeri competenti. Infine, mentre Amiu si impegna a espletare tutte le procedure per la riapertura di Scarpino, la Regione ha siglato  un nuovo accordo con il Piemonte per il conferimento di 149 mila tonnellate di rifiuti della provincia di Genova.

    Emergenza rifiuti a Genova, necessari 150 milioni in 5 anni >> Leggi l’approfondimento

    In allegato all’accordo siglato questo pomeriggio, che conferma la condizione fondamentale del mantenimento dei livelli occupazionali e la salvaguardia delle attuali condizioni contrattuali di lavoro in Amiu, viene inserito uno schema programmatico (consultabile qui) per riassumere impegni e responsabilità che ogni ente pubblico si è assunto riguardo le diverse aree di criticità dell’azienda. Stralciato, invece, ogni riferimento all’ingresso di capitali privati in Amiu, anche se questa strada sembra sempre più ineluttabile per il mantenimento in vita della società.

    A seguito della contrattazione è stata aggiornata la commissione comunale odierna dedicata all’approfondimento della delibera sul riordino delle partecipazioni del Comune di Genova in altre società. I sindacati, infatti, non sono riusciti a raggiungere Tursi creando, tuttavia, l’ennesimo intoppo istituzionale: nell’ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale, previsto martedì 5 maggio, era già in calendario la discussione e la votazione sulla stessa delibera che, tuttavia, l’aggiornamento della Commissione odierna ha impedito di licenziare. Tutto rinviato quantomeno di una settimana.

    Non ha però torto l’assessore Miceli a ricordare che «quella in esame non è una delibera su Amiu perché le società partecipate dal Comune di Genova sono decine. Dalla discussione che è sorta sembra che si tratti della delibera che decide i destini di Amiu ma, in realtà, su questa azienda ci si limita solamente a ribadire quanto già affermato a novembre 2013. E cioè che Amiu necessita di un partner industriale. Tutte le altre discussioni anticipano una discussione che dovrà essere fatta successivamente».

    Sul tema è già stata convocata un’apposita riunione di Commissione comunale per venerdì prossimo, nel corso della quale si dovrebbe anche fare luce sulle modifiche del piano industriale di Amiu in seguito all’approvazione del piano regionale dei rifiuti.
    Il nodo più importante da sciogliere resta quello legato ai soldi: chi e soprattutto come pagherà la messa in sicurezza di Scarpino 1 e le innovazioni tecnologiche previste dal nuovo piano industriale? E ancora: come verranno coperti i maggiori costi dell’azienda che, dalla chiusura della discarica sestrese, spende circa 2,5 milioni di euro al mese per lo smaltimento? Qualcosa in più sicuramente si inizierà a capire dopo il consiglio di amministrazione di Amiu in corso in queste ore, in cui dovrebbero finalmente essere fatti i conti nero su bianco. Le ultime indiscrezioni sembrerebbero confermare l’assoluta necessità di un’iniezione di denaro fresco: i conti dell’azienda sarebbero molto vicini al collasso e difficilmente si potrà andare avanti solo con le casse pubbliche. In proposito, si fa sempre più concreta la voce di un interessamento di Iren.

    Ma non tutte le forze politiche sarebbero d’accordo. Se, infatti, il Pd spinge sull’acceleratore per la vendita, le sinistre di Tursi non sono dello stesso avviso. «In questo momento – commenta il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – Amiu è certamente in forte sofferenza e mi chiedo, quindi, se sia opportuno procedere alla “valorizzazione” dell’azienda con l’ingresso di capitali privati o se non ci si esponga al rischio che la società possa essere svenduta piuttosto che valorizzata. Lascerei una porta aperta a diverse soluzioni che non comportino l’obbligo di cedere quote e di condividere il controllo dell’azienda con altri. Ad esempio, si potrebbe identificare un socio finanziario (non necessariamente industriale) oppure la partnership potrebbe limitarsi ad aggregazioni di scopo con la finalità di gestire insieme gli impianti. Almeno sulla carta, la possibilità di accesso a finanziamenti (cassa depositi e prestiti?) potrebbe darci il vantaggio di realizzare gli investimenti necessari, di mantenere il controllo dell’azienda più vicino a noi, senza necessariamente cedere quote di proprietà. In sostanza, quando si parla di partner industriale, si parla di Iren che è sì una società a controllo pubblico ma, come abbiamo visto, nel momento in cui la gestione strategica si allontana dal territorio, c’è il rischio di una riduzione sostanziale della capacità di governo dei processi e delle scelte da parte dell’azionista di riferimento». La discussione pubblica in Sala Rossa e privata in maggioranza si annuncia molto più che accesa.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    acquedotto-storicoL’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.

    La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.

    Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che  «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».

    In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».

    Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».

    Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.

    Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».

    acquedotto-storico-trekking-4«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».

    È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».

    Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.

    acquedotto-storico-trekking-5Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».

    Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.

     

    Carlo Ramoino

  • Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    Emergenza rifiuti, corsa a ostacoli verso la riapertura di Scarpino: a che punto siamo?

    RifiutiLa sensazione che il piano industriale di Amiu rappresentasse più una linea guida di massima che un quadro programmatico da seguire pedissequamente, si è avuta fin dai tempi della sua prima presentazione alla stampa e alla città. Gli elementi di incertezza, soprattutto dal punto di vista delle innovazioni impiantistiche necessarie, erano ancora molti come stanno confermando le evoluzioni di questi giorni. A complicare ulteriormente il quadro, si sono inserite le ormai costanti polemiche tra Comune e Regione per le ataviche mancanze sulla gestione dei rifiuti a Genova, come evidenziato anche dalla Commissione d’inchiesta parlamentare bicamerale che la scorsa settimana ha lanciato un alto allarme per il rischio di infiltrazioni mafiose in tutta la Liguria. Da un lato, il Comune accusa piazza De Ferrari di assoluta mancanza di chiarezza sulle regole per la gestione dei rifiuti, puntando il dito contro il cambio in corsa dei parametri di pretrattamento del materiale prima del suo conferimento in discarica e sottolineando l’assenza di un vero e proprio Piano regionale dei rifiuti; dall’altra, il presidente uscente Claudio Burlando accusa palazzo Tursi di aver cambiato idea sulla conclusione del ciclo per ogni nuovo inquilino, passando da inceneritore a gassificatore fino all’ultimo biodigestore.

    Se ne parlerà anche oggi pomeriggio in Commissione consiliare in Comune ma, intanto, in questo contesto piuttosto caotico, mentre la discarica di Scarpino continua a essere chiusa e i rifiuti dei genovesi vengono portati fuori Regione con costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro al mese, sono circolate alcune voci circa possibili mini-rivoluzioni del piano industriale per quanto riguarda la realizzazione di alcuni interventi indispensabili per la riapertura della discarica sulle alture di Sestri.

    «Amiu – ha dichiarato l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – è impegnata a definire il programma che ci porterà a riaprire la discarica entro metà anno. Ad oggi, il conferimento fuori Regione dovrebbe essere coperto fino a fine aprile, ma l’azienda sta proseguendo le trattative per prorogare tale periodo fino all’effettiva riapertura di Scarpino».

    Separatori secco-umido, urge chiarezza

    valbisagno-staglienoLa questione più delicata riguarda i cosiddetti separatori secco-umido, impianti che dovrebbero risolvere il pretrattamento dei rifiuti prelavati dai cassonetti dell’indifferenziata (quelli di colore verde) che non possono più essere conferiti “tal-quali” in discarica.
    In passato si è sempre parlato di due separatori da introdurre nei siti di Volpara (Valbisagno) e Rialzo (Campi), per cui Amiu avrebbe già concluso la gara di assegnazione se non fosse stato per un ricorso al Tar di una società non vincitrice. Ma, nel frattempo, è intervenuta la Regione a sparigliare nuovamente le carte in tavola.

    «Abbiamo chiesto al Comune di sospendere la gara – annuncia il presidente di Amiu, Marco Castagna – in attesa di capire la normativa definitiva prima di prendere una decisione e poter consolidare il piano industriale. Credo che qualunque azienda, se cambia una normativa in corso d’opera, debba mettersi in condizione di realizzare un’alternativa. Ci auguriamo che la Regione faccia chiarezza in tempi abbastanza rapidi perché metterci a posto con il tema del pretrattamento è uno dei punti che dobbiamo risolvere per arrivare alla riapertura di Scarpino».
    E il quadro si potrà definire solo con l’approvazione del Piano regionale dei rifiuti. Ecco allora farsi largo l’ipotesi b, quella di un unico separatore da realizzare direttamente a Scarpino.

    «Era un’alternativa – spiega Castagna – che avevamo già ipotizzato alla luce del fatto che la Regione, mentre era in corso la gara per l’assegnazione dei separatori, a dicembre, ha fatto una modifica delle norme di conferimento del secco. La presenteremo in settimana al Comune, al momento solo come ipotesi alternativa perché le Regione deve ancora inserire la nuova norma nel Piano regionale dei rifiuti in corso di approvazione. Restano, per ora, due ipotesi che hanno pari dignità, non è ancora stata scelta una strada per l’altra».

    Nel piano industriale di Amiu era già prevista la realizzazione a Scarpino dell’impianto di stabilizzazione dell’umido uscito dalla separazione. Secondo il piano b, nella discarica sestrese verrebbe inserita anche la prima fase di questo processo, ovvero quella della separazione, senza stravolgere in maniera eccessiva lo stesso piano industriale. «Al momento – sottolinea l’assessore Garotta – si tratta solo di un’ipotesi alternativa in fase di studio che potrebbe rendersi necessaria per rispettare le nuove linee guida regionali. Se i tempi e i costi saranno migliori rispetto al doppio impianto di Volpara e Rialzo, procederemo in questo senso».

    Un’ipotesi operativa che, in parte, potrebbe anche placare le ire degli abitanti della Valbisagno, che da anni chiedono la chiusura del sito della Volpara e quest’inverno hanno più volte alzato la voce soprattutto dopo la chiusura di Scarpino. I residenti, infatti, da un lato lamentano una crescita esponenziale del traffico di mezzi pesanti in entrata e uscita dal centro di compattamento e stoccaggio dei rifiuti diretti fuori Regione, dall’altro sono preoccupati per la previsione del piano industriale di realizzare uno dei due impianti di separazione secco-umido proprio in Valbisagno, contravvenendo a promesse decennali del Comune riguardo a una possibile chiusura del sito. I cittadini, che hanno anche dato vita a un Comitato Salute Ambiente Valbisagno, non credono ancora al “piano b” che è iniziato a circolare negli ultimi giorni: «Quando eravamo noi a chiedere che l’impianto di separazione secco-umido venisse realizzato lontano dalle case – dice un abitante della zona che chiede di ristare anonimo – sia Municipio che Comune non ci hanno ascoltato. Adesso che il piano industriale è stato approvato non crediamo che gli enti tornino sui propri passi».

    «Naturalmente – assicura il presidente di Amiu – dopo che i tecnici avranno presentato il progetto definitivo per l’eventuale impianto unico a Scarpino, se questa sarà la soluzione definitiva, sarà presentata anche al Municipio e all’osservatorio della Valbisagno: valuteranno poi i cittadini se placare o meno la loro protesta».

    Percolato e stabilità, problemi da risolvere

    percolato-scarpinoSeconda questione calda da risolvere in tempi brevi per ottenere l’autorizzazione alla riapertura di Scarpino riguarda il trattamento del percolato e delle conseguenti tracimazioni dalle vasche di raccolta nel Chiaravagna e suoi affluenti. Il 23 gennaio si è ufficialmente conclusa la gara (vinta dalla società Simam di Senigallia, Ancona) per l’affitto di due depuratori mobili in grado di trattare 2500 metri cubi di percolato al giorno, triplicando l’attuale capacità della discarica: una soluzione che dovrebbe mettere in condizioni di sicurezza l’intero impianto di Scarpino, dato che nei periodi di maggiore emergenza si sono raggiunte quote di sversamento attorno ai 300/400 metri cubi al giorno. Il liquido trattato dai nuovi depuratori risponderà ai requisiti di legge e potrà essere riversato nelle acque bianche del Chiaravagna senza rischio di inquinamento; la parte concentrata e filtrata dal percolato sarà invece indirizzata al percolatodotto per essere trattata nel depuratore di Cornigliano, come avviene per il resto del percolato gestito attraverso le attuali vasche di raccolta della discarica.
    Benché non si tratti di impianti semplici dal punto di vista tecnologico, l’entrata in funzione sulle alture di Sestri dovrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi: l’assessore Garotta ha parlato dei primi giorni di marzo, più prudente il presidente Castagna che stima l’attesa in 2/3 mesi.

    Sempre per quanto riguarda la messa in sicurezza di Scarpino, altro capitolo importante è quello che si riferisce alla stabilità idrogeologica del sito, attualmente esposto a rischio frane, principalmente a causa di diverse e minacciose falde acquifere sotterranee. «Secondo le ultime analisi – specifica Castagna – siamo dentro al valore di sicurezza per quanto riguarda la stabilità in campo statico, mentre siamo leggermente al di sotto di quanto richiesto in campo sismico. La cosa più importante è che abbiamo presentato un progetto, già approvato dalla Conferenza dei servizi, che risolverà in maniera definitiva il problema della quantità di acqua sotterranea presente in discarica e che inficia i valori di stabilità». Si tratta di quattro mesi di lavori, per cui è in corso di predisposizione la gara con procedura d’urgenza, durante i quali verrà installato un sistema di dreni che entrerà in funzione quando l’acqua raggiungerà un determinato livello di guardia.

    Il biodigestore

    Sistemati separatori secco-umido, percolato e stabilità della discarica si potrà finalmente riaprire Scarpino, mettendo fine ai disagi e ai costi del trasporto dei rifiuti fuori Regione a cui stiamo assistendo ormai da ottobre. Ma anche allora non si potrà ancora cantare vittoria. L’obiettivo finale del riassetto del ciclo dei rifiuti genovesi è, come dichiarato dallo stesso sindaco Marco Doria, quello di trasformare Scarpino in una “discarica di servizio” da utilizzare esclusivamente per smaltire il materiale secco che non può essere in alcun modo recuperato. Per arrivare a ciò, tuttavia, Genova dovrà essere in grado di trattare anche il materiale umido differenziato, ovvero quello cosiddetto “di qualità”, proveniente dai cassonetti marroni e trasportato fuori Regione già prima della chiusura di Scarpino. L’ultima strada individuata nel piano industriale di Amiu passa attraverso la realizzazione di un biodigestore, da costruire nelle aree ex Ilva (Cornigliano) o ex Colisa (Fegino): «Dal punto di vista impiantistico – chiude Castagna – le due opzioni per noi sono sostanzialmente equivalenti: chiediamo al Comune che venga scelta l’area più facilmente ottenibile, quella in cui potremmo mettere piede in tempi più rapidi». Intanto, il progetto dell’impianto è stato approvato dal cda di Amiu il 23 dicembre e presentato al Comune il 13 gennaio: già nel corso di questa settimana, i vertici della partecipata dovrebbero incontrarsi con la direzione competente di Tursi per iniziare l’analisi di costi e benefici delle due opzioni.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Rifiuti genovesi, allarme feste e cenoni. Il punto della situazione con Amiu

    Rifiuti genovesi, allarme feste e cenoni. Il punto della situazione con Amiu

    raccolta-rifiutiIl giro d’Italia dei rifiuti genovesi prosegue anche nelle festività natalizie. Terminata la disponibilità di spazi nella discarica di Milano, Amiu e Regione Liguria stanno stringendo in questi giorni ulteriori accordi per sopperire alla chiusura di Scarpino ed evitare che attorno ai cassonetti si accumulino troppi sacchetti dell’immondizia in vista del periodo festivo e, comunque, fino a che non saranno pronti i nuovi impianti di separazione secco-umido, non prima della prossima primavera.

    Terminato l’accordo con la Regione Lombardia, che si era resa disponibile attraverso il presidente Maroni soprattutto per affrontare l’immediata emergenza post alluvionale, si sta lavorando alacremente per aumentare il quantitativo di rifiuti conferibili in Piemonte: Torino, Asti, Alessandria e, a partire dal 2015, probabilmente anche Cuneo. Nell’immediato, buona parte dei camion che fino a pochi giorni fa prendeva la strada di Milano, dovrebbe essere dirottata su Asti che potrebbe ampliare l’attuale disponibilità ricettiva di poco inferiore alle 100 tonnellate al giorno. La trattiva sull’abbassamento dei prezzi e l’innalzamento dei quantitativi conferibili quotidianamente e mensilmente riguarda, in realtà, tutte le discariche Piemontesi: «Ce la stiamo mettendo tutta – ci racconta il neo direttore generale di Amiu, Ivan Strozzi – lavoriamo pancia a terra tutti i giorni. Le difficoltà sono date soprattutto dal fatto che non possiamo contattare direttamente le imprese che gestiscono la raccolta dei rifiuti nelle altre città ma dobbiamo attendere gli accordi tra Regioni».

    In soccorso la discarica di La Spezia

    rifiuti-amiuLa novità più grande arriva dai nostri vicini di casa. È imminente, infatti, la sigla di un accordo con Acam per lo smaltimento di una parte di rifiuti nella discarica della Spezia. Una situazione molto vantaggiosa soprattutto dal punto di vista economico, visto che il conferimento dei rifiuti genovesi fuori Regione costa ad Amiu circa 2 milioni di euro al mese. Ma non si tratterebbe solo di risparmi di trasporto (e probabilmente anche di gestione del rifiuto, visto che i prezzi sembrano essere più vantaggiosi di quelli piemontesi): Acam, infatti, ha un debito piuttosto sostanzioso nei confronti di Amiu e, con la sigla di questo accordo, si potrebbe andare facilmente in compensazione. «Si tratta di un debito che io stesso avevo contribuito a provocare – ricorda Strozzi – quando ero amministratore delegato di Acam. Esisteva un piano di rientro che gli spezzini stavano rispettando ma che, con tutta probabilità, sarà rivisto grazie ai nuovi scenari che si stanno delineando. Questa disponibilità mi rende particolarmente felice perché è sintomatica di un ritrovato mutuo soccorso sul territorio: d’altronde quando 4 anni fa La Spezia era in difficoltà, fu proprio Amiu a darle una mano importante».
    Il fatto che La Spezia, bacino di voti naturale di Raffaella Paita, candidata alle primarie Pd e assessore regionale al Ciclo dei rifiuti, si renda disponibile solamente un paio di settimane prima della consultazione interna al Partito democratico, farebbe pensare a una facile mossa elettorale. Ma è lo stesso Strozzi a provare a sgomberare il campo da simili supposizioni: «Di fatto siamo arrivati ad Acam solo ora perché la discarica della Spezia fino a pochi giorni fa probabilmente non aveva spazi sufficienti da poter destinare ai rifiuti genovesi: l’impianto è a tutt’oggi in fase di riassestamento dopo l’incendio subito circa un anno e mezzo fa e, naturalmente, la prima urgenza era quella di mettere in sicurezza i rifiuti locali».

    Già in questi giorni, un piccolo quantitativo di rifiuti genovesi dovrebbe essere destinato anche alla vicina Toscana: in questo caso non sarebbe necessario l’intervento diretto della Regione Liguria ma si potrebbe sfruttare un accordo già esistente tra il Piemonte (con cui, invece, da piazza De Ferrari si collabora quotidianamente) e la società che gestisce i rifiuti a Massa Carrara. «Stiamo facendo come le formiche – commenta il direttore generale Strozzi – e lavoriamo camion su camion per cercare di liberare più spazi possibili dai nostri due centri di accumulo dei rifiuti alla Volpara e a Rialto».

    La raccolta della carta

    Buone notizie anche per quanto riguarda la raccolta della carta. È noto che i lavoratori di Switch, la cooperativa che ha in subappalto da Amiu questo servizio, sono entrati in sciopero lamentando mancati pagamenti dello stipendio, a loro volta dovuti a ritardi di versamenti da parte della partecipata del Comune di Genova nelle casse della cooperativa. La situazione, come annuncia Strozzi, è in via di soluzione: «Avevamo qualche arretrato che abbiamo saldato a inizio settimana (circa 250 mila euro, ndr). Ora si tratta solo di sbloccare definitivamente alcune gare che ha in gestione la Stazione unica appaltante del Comune di Genova, con l’apertura delle buste che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni sistemando definitivamente anche la raccolta di carta e cartone. Comunque, dopo un paio di giorni di sciopero dei lavoratori della cooperativa e dopo lo sciopero generale, anche grazie agli sforzi dei nostri dipendenti, la situazione va normalizzandosi». Tuttavia, con le festività in corso, qualche criticità a macchia di leopardo, soprattutto nei piccoli cassonetti di periferia, potrebbe verificarsi.

    La ricerca dei sfinanziamenti per combattere l’emergenza

    Nessuna novità, invece, sul fronte dei finanziamenti per la realizzazione concreta del nuovo piano industriale della partecipata. «Stiamo aspettando comunicazioni dal Comune – conclude Strozzi – perché purtroppo Genova, per una via o per l’altra, non si è dotata di un sistema impiantisco intermedio o alternativo a Scarpino. Con il piano industriale questo problema viene fotografato e affrontato: da parte nostra stiamo cercando di accelerare il più possibile i tempi di realizzazione dei separatori secco e umido e dei bio-stabilizzatori che ci consentirebbero di riprendere il cammino e dare a Genova strutture idonee al trattamento dei rifiuti».

    Intanto, il cda pre-natalizio della partecipata ha discusso della riorganizzazione interna dell’azienda. L’avvento del nuovo direttore generale e le inchieste della magistratura per lo scandalo appalti potrebbero portare a qualche piccola rivoluzione nelle prime settimane del nuovo anno: «Abbiamo parlato di nuovi ingressi e di una riorganizzazione di dirigenti – racconta sinteticamente il presidente Marco Castagna – ma non si è discusso tanto di persone quanto di figure, sia dal punto di vista tecnico che finanziario. A gennaio annunceremo tutto».

     

    Simone D’Ambrosio

  • New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    1Dopo aver descritto la High Line, questa settimana parleremo di un secondo progetto, ancora nella fase iniziale, che mira a valorizzare il ruolo del “verde” ed ad accrescere gli spazi dedicati a parchi e giardini nella città di New York.
    L’idea di realizzare alcune gigantesche isole galleggianti sul mare, chiamate “Green Loop”, trae origine dalla volontà di migliorare la gestione dei rifiuti urbani, specie di quelli riciclabili ed “umidi” di una grande metropoli. New York produce, infatti, qualcosa come 14 milioni di tonnellate di scorie l’anno, il che implica costi di loro stoccaggio e trasporto per oltre 300 milioni. Tale movimentazione congestiona le strade, crea un enorme traffico, grandi quantità di anidride carbonica e notevole inquinamento atmosferico.

    2L’obiettivo degli ideatori del progetto consisterebbe nel valorizzare il “verde” cittadino, creando delle vere e proprie enormi isole sul mare, prospicenti a varie aree della metropoli. Tali spazi, sottratti all’acqua, verrebbero anche utilizzati per stoccare i rifiuti riciclabili da trasformarsi, attraverso un elaborato procedimento ecocompatibile, in compost ricco di minerali ed altamente concimante. Quest’ultimo verrebbe reimpiegato a New York o potrebbe essere eventualmente rivenduto a terzi. Nel progetto si mirerebbe a realizzare più o meno un’isola per ciascun quartiere in modo che ogni diversa area della città possa essere indipendente e possa autonomamente gestire lo smaltimento ed il riutilizzo dei propri rifiuti.

    PrintQuesti giganteschi “Green Loop” permetterebbero inoltre di sfruttare enormi, nuove estensioni di terreno, si ipotizzano almeno 135 acri, da destinare esclusivamente a spazi verdi e parchi pubblici. Da un punto di vista estetico, spunterebbero dal mare varie aree verdi galleggianti sull’acqua, tutte diverse tra loro per vegetazione, scelte progettuali e finalità di impiego.

    4I centri di lavorazione delle scorie sarebbero infatti siti all’interno degli isolotti e completamente coperti dalla folta vegetazione. Sarebbe così possibile realizzare boschetti, giardini, piste ciclabili ed orti collettivi dove crescere vegetali e verdure, magari reimpiegando lo stesso compost derivante dall’operazione di riciclo e bonifica dei rifiuti urbani.

    5Il progetto nel suo complesso è assai avveniristico ma permetterebbe, al tempo stesso, di riutilizzare rifiuti, abbattere i costi di loro smaltimento, ridurre l’inquinamento e di creare, dal nulla, numerose aree verdi dai più svariati impieghi.
    Le metropoli del futuro potrebbero quindi vedere, se questo ed altri progetti analoghi verranno realizzati, parchi e giardini che galleggiano sul mare o alberi spuntare dai balconi dei nuovi grattacieli, come nel caso del “Bosco verticale” di Stefano Boeri a Milano.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Emergenza rifiuti a Genova, resa dei conti. Necessari oltre 140 milioni in 5 anni

    Emergenza rifiuti a Genova, resa dei conti. Necessari oltre 140 milioni in 5 anni

    rifiuti-amiuDifficile fare il punto della situazione su Amiu e sullo stato della discarica di Scarpino in questi giorni. La scorsa settimana i vertici dell’azienda e l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, hanno presentato finalmente le 172 pagine del nuovo piano industriale intitolato “Amiu 2020, recuperare risorse, creare lavoro, in Liguria” in cui, tra le altre cose, sono contenute le misure per scongiurare la chiusura definitiva della discarica sulle colline sestresi.

    Nei prossimi giorni, infatti, dovrebbe decadere ufficialmente la legge deroga regionale che consente di conferire i rifiuti a Scarpino nonostante la non adeguatezza del sistema di pre-trattamento alle norme nazionali ed europee. La rumenta genovese e non solo, come già ampiamente raccontato sulle pagine di Era Superba (vedi link sopra), avrebbe dovuto trovare ospitalità altrove: Torino, con buona probabilità, ma non solo dato che il capoluogo sabaudo è ancora alla ricerca di una soluzione per liberare nuovi spazi da dedicare ai nostri rifiuti urbani.

    alluvione-rifiutiNel frattempo, però, è successo, di nuovo, l’imponderabile (?). Il problema, adesso, non è tanto lo smaltimento dei rifiuti quotidiani, quanto la gestione della devastazione di un’intera città immersa nel fango. Ci ha provato il sindaco con un’ordinanza immediata che consente il conferimento a Scarpino della montagna di materiale alluvionato accatastato temporaneamente in piazzale Kennedy, in attesa che aria e, prima o poi, sole lo facciano seccare e diminuire di volume: ma con questa quantità di rifiuti (si parla addirittura del quadruplo rispetto all’alluvione del 2011) lo spazio sfruttabile sulle colline sestresi si riduce in men che non si dica. In Regione, dunque, sono ore frenetiche anche su questo fronte. Quella che già era un’emergenza è diventata una situazione assolutamente non più procrastinabile: bisogna mettere nero su bianco gli accordi con le discariche delle regioni limitrofe, e bisogna farlo subito.

    Per non farsi mancare nulla, intanto, è nuovamente scattato l’allarme percolato: le vasche di raccolta sono tracimate non solo a causa della pioggia incessante ma anche e soprattutto per colpa di quei rivi sotterranei che scendono dalla vecchia discarica di Scarpino 1 e vanno ad alimentare le vasche stesse. I liquami così sono finiti riversati nel rio Cassinelle, rendendo necessaria l’entrata in vigore dell’ormai consueta ordinanza che, per questo tipo di emergenza, consente l’immissione di percolato nel rio Secco per evitare che entri in crisi anche il depuratore di Cornigliano.

    Piano industriale Amiu: oltre 140 milioni in cinque anni. Chi paga?

    Dal punto di vista tecnico, il piano industriale è sostanzialmente diviso in tre parti: una riguarda gli interventi necessari per la messa in sicurezza della discarica; la seconda, quella più corposa, è riferita allo sviluppo impiantistico e alle varie opzioni, tutt’altro che definitive per un aggiornamento costante dal punto di vista tecnologico, fin qui studiate da Amiu; la terza, infine, offre uno sguardo sulle diverse opportunità europee per finanziare almeno parzialmente i nuovi impianti.

    «È evidente – ha dichiarato il presidente di Amiu, Marco Castagna – che siamo all’interno della tempesta perfetta: sono venuti al pettine tutti i nodi delle non scelte amministrative e legislative degli ultimi decenni. La natura, dopo 20 anni di chiusura dalla discarica di Scarpino 1, ci presenta il conto di lavori fatti 50 anni fa. L’unico modo per uscire dalla tempesta è stabilire in quale direzione andare e avere un equipaggio che remi in maniera coerente. Il piano industriale rappresenta la rotta, ambiziosa, che deve portare alla trasformazione di Amiu da società di servizi a società di tipo industriale, che non si occupi soltanto di raccogliere e smaltire i rifiuti ma anche e soprattutto di recuperare materia e produrre energia».
    Per abbracciare questo nuovo corso, l’azienda dovrà mettere in campo una serie di azioni strategiche inserite all’interno del nuovo piano industriale che partono da un aumento deciso della raccolta differenziata, passano da un necessario programma di sviluppo e ricerca di progetti innovativi e arrivano a un imprescindibile rinnovamento impiantistico. Tanto che Amiu stessa ha da qualche mese attivato un vero e proprio “Smart Lab” che si occupa di studiare le evoluzioni tecnologiche collegate a una sempre più efficienti gestione del ciclo dei rifiuti.

    Emergenza percolato e messa in sicurezza di Scarpino

    Scarpino, percolato nel torrentePer sistemare definitivamente la partita degli sversamenti di percolato dalle vasche servirebbero alcune decine di milioni di euro. Nel piano industriale di fresca redazione si parla di 20 milioni per attività di ricerca e contenimento dell’emergenza già avviate dall’azienda (che quest’anno ha speso circa 2 milioni di euro in proposito) a cui va aggiunta la quantificazione dell’impianto di trattamento del percolato da realizzare in discarica e chiesto dalla Provincia: i costi stimati parlano di 45 milioni di euro per la costruzione e 11 milioni di euro all’anno per la gestione. Una cifra mostruosa.

    «Per noi – commenta Castagna – questo tipo di impianto non rappresenta sicuramente la soluzione ottimale ma abbiamo dovuto ottemperare a una prescrizione della Provincia. Stiamo, comunque, lavorando anche su altre opzioni che hanno vantaggi maggiori sia in termini economici che dal punto di vista tecnico-impiantistico. Resta il fatto che i fondi per la messa in sicurezza di Scarpino 1 non devono essere reperiti, come di consueto, ricaricando la tariffa pagata dai genovesi: quando si parla di cifre di questa portata è necessario che ci sia la disponibilità da parte di tutti gli enti a sedersi intorno a un tavolo e progettare soluzioni sostenibili non solo dal punto di vista ambientale ma anche della loro realizzabilità».

    Sviluppo impiantistico, urgono 100 milioni: sistema di pre-trattamento non a norma

    Di impianti abbiamo già lungamente parlato nei nostri precedenti approfondimenti dedicati allo stato dell’azienda e del ciclo dei rifiuti cittadino. Vale la pena, comunque, anche in questa sede ricordare per sommi capi quali sono gli investimenti strutturali di cui Amiu non potrà assolutamente fare a meno. I primi, da cui dipende la possibilità di definitiva riapertura di Scarpino (fatte salve clamorose evoluzioni post alluvionali delle ultime ore), sono i separatori meccanici secco/umido che troveranno spazio nelle aree di Rialzo a Campi, e Volpara in Valbisagno, per un costo complessivo di poco inferiore ai 4 milioni di euro. Secondo quanto previsto dal piano industriale, la prima di queste due nuove strutture dovrà essere pienamente operativa entro luglio 2015, ma nelle scorse settimane si era parlato già di maggio/giugno per limitare al minimo i conferimenti di rifiuti fuori regione. Una volta che entrambi i separatori saranno funzionanti, il materiale che ne uscirà dovrà comunque essere conferito extra Liguria in attesa di ulteriori impianti.

    Nel 2018 toccherà, infatti, al biodigestore, che con tutta probabilità troverà spazio in aree ex Ilva, per il trattamento e il recupero della frazione organica: entro la fine dell’anno verrà completata la progettazione preliminare per procedere a quella definitiva nei sei mesi successivi e avviare la gara per la realizzazione già nel corso del 2016. A questo impianto è collegato lo studio di come utilizzare il biogas generato come energia alternativa alla corrente elettrica. Sempre per quanto riguarda il trattamento della frazione organica, Amiu dovrà anche approfondire l’opportunità di realizzare un nuovo impianto di compostaggio a Scarpino.
    Di pari passo a ciò non va dimenticata la già ampiamente annunciata estensione della raccolta dell’umido in tutta la città entro la fine del prossimo anno: nel 2013, su poco più di 310 mila tonnellate di rifiuti urbani, circa 113 mila sono state rappresentate da materiale organico ma solo 12500 tonnellate sono state differenziate come tale. Su questo capitolo la partecipata ha investito poco più di mezzo milione di euro nel 2014, ha previsto una spesa di 7 milioni per l’anno prossimo e di 3,5 nel 2016.
    Infine, bisogna valutare al meglio con quale tipologia di impianto, alternativa al gassificatore, chiudere il ciclo per quanto riguarda la frazione secca dei rifiuti residui.

    Collegata alla questione impiantistica, c’è anche la necessità di presentare entro la fine di quest’anno un piano per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche, che preveda almeno un sito per ogni Municipio, la cui costruzione dovrà iniziare entro la fine del 2015.

    Tante voci, insomma, che messe insieme sfondano la barriera dei 100 milioni di euro. Altra cifra mostruosa ma indispensabile per raggiungere le soglie fissate dall’Europa, ovvero il 50% di raccolta differenziata entro il 2016 e il 65% nel 2020 (nel 2013 Amiu ha conferito a Scarpino 208 mila tonnellate di rifiuti mentre solo 108 mila sono state avviate al recupero, pari al 34,2%).

    I finanziamenti: dai capitali privati ai progetti europei

    economia-soldi-D4Ma come si trovano tutti questi soldi? Tre le ricette contenute nel piano industriale: attraverso un aumento delle tariffe; grazie all’apporto di soggetti privati; grazie a investimenti pubblici. È del tutto probabile che tutte le voci concorreranno all’obiettivo finale ma, prendendo per buone le parole dell’assessore all’Ambiente Valeria Garotta che ha più volte dichiarato come «gli investimenti non possono essere finanziati dal bilancio comunale né tantomeno dalle tasse dei genovesi», non resta che concentrarci sulle ultime due voci.

    L’ingresso di liquidità privata nel capitale di Amiu era già stato previsto lo scorso anno dalla famosa delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) che prevede la cessione di una quota parte non maggioritaria dell’azienda, a patto che la stessa mantenga funzione e controllo pubblici. L’ingresso di un privato, che libererebbe Amiu dal suo status di azienda in house, potrebbe avvenire attraverso un partenariato pubblico-privato nelle forme di un poject financing, dando vita ad esempio a una Newco per la gestione del nuovo polo impiantistico, oppure con il coinvolgimento di una multiutilities così come promosso con forza dal governo nel tentativo di ridurre il numero delle società partecipate dagli enti pubblici.

    Se la decisione dell’ingresso di privati in Amiu, che spetta esclusivamente a Giunta e Consiglio comunale, si può prestare ad ampio dibattito politico, nessun dubbio suscita invece l’opportunità caldeggiata dalla stessa azienda di guardare con molta attenzione ai fondi strutturali comunitari per la copertura di buona parte degli investimenti necessari. E proprio alla ricerca di fondi e altre forme di finanziamento comunitarie, come già anticipato sulle nostre pagine, è dedicata una sostanziosa appendice del piano industriale di Amiu. Questo capitolo dipende fortemente dalla prossima programmazione che Regione Liguria dovrà fare circa l’utilizzo delle risorse europee. Lo strumento principale di finanziamento delle politiche di sviluppo economico comunitario è rappresentato dai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) da cui scende a cascata una serie pressoché infinita di altri progetti. Il coinvolgimento diretto di Piazza De Ferrari è dovuto al fatto che i finanziamenti vengono erogati secondo un Piano operativo regionale (POR) che fa riferimento al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR): la normativa prevede che l’80% delle risorse di questo fondo debbano essere investite in ricerca e innovazione, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, competitività delle piccole e medie imprese, transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Ma il restante 20% può essere liberamente impiegato sugli altri obiettivi tematici delle politiche di coesione tra cui spicca la tutela dell’ambiente e l’efficienza delle risorse.

    Come si diceva, vi è poi tutta una serie di progetti più specifici che potrebbero coinvolgere Amiu, tra cui: Horizon 2020, dedicato al finanziamento per l’innovazione sui temi dell’efficientamento energetico e sulla riduzione del consumo di acqua; Life, strumento finanziario dell’UE per l’ambiente; Urbact III, programma di cooperazione interregionale che punta alla transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio e alla tutela dell’ambiente attraverso l’efficientamento delle risorse; Jessica, a favore dello sviluppo urbano sostenibile; gli strumenti finanziari della Banca Europea degli Investimenti dedicati proprio alla messa a frutto delle politiche di coesione. Insomma, il quadro comunitario è molto variegato e le disponibilità possono essere davvero notevoli: certo, questo tipo di finanziamenti non può essere lasciato al caso ma ha bisogno di una programmazione puntuale, condivisa e costantemente monitorata.

    Tra le risorse pubbliche, naturalmente, ci sono anche quelle nazionali e, in particolare, i cosiddetti Fondi per lo sviluppo e la coesione (FSC, ex FAS): si tratta di uno strumento per la realizzazione di interventi in aeree sottoutilizzate elargiti dal CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) e gestiti anch’essi dalle Regioni. Tutto ruota attorno a Piazza De Ferrari e la gestione delle attuali emergenze unita alle imminenti elezioni, purtroppo, disegnano un quadro non esattamente ottimale.

    «L’attuazione di questo piano industriale – chiosa il presidente di Amiu, Marco Castagna – potrebbe essere una delle nostre ultime opportunità: non ci sono molte alternative. Si tratta di un progetto credibile che deve essere visto come opportunità di sviluppo per l’intera Regione, intorno al quale si deve ritrovare un po’ di quella visione strategica che negli ultimi tempi mi sembra si sia un po’ persa perché ciascuno pensa solo alla propria autotutela». Appunto.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Chiusura di Scarpino e rifiuti genovesi in Piemonte: facciamo chiarezza

    Chiusura di Scarpino e rifiuti genovesi in Piemonte: facciamo chiarezza

    Rifiuti raccolta differenziataPassano i mesi, cambiano le cause ma la sostanza, purtroppo, è sempre la stessa. La discarica di Scarpino chiuderà, questa volta veramente. E lo farà tra pochissimo, nel giro probabilmente di una quindicina di giorni. Giusto il tempo per la Regione di revocare ufficialmente la “leggina” che prorogava la possibilità del genovesato di portare nella sua discarica il materiale raccolto dai cassonetti della spazzatura indifferenziata (circa 700/800 tonnellate di rumenta ogni giorno). Già perché questa volta non è più colpa della stabilità dei terreni alle spalle di Sestri né degli ultimatum lanciati dalla Provincia la scorsa primavera per la messa in sicurezza dal rischio frane. Questa volta ad andare sotto processo è il cosiddetto pretrattamento dei rifiuti, ovvero ciò che succede alla spazzatura dopo essere stata raccolta e prima del suo smaltimento definitivo.

    Lo scorso anno, l’allora ministro dell’Ambiente Orlando, aveva emanato una circolare che introduceva ufficialmente la necessità di separare la parte umida da quella secca della raccolta indifferenziata prima di poter smaltire i residui in discarica. Come altre discariche liguri che fino ad allora rientravano nella normativa prevista dalla precedente circolare Prestigiacomo, Scarpino non aveva e non ha tuttora gli impianti necessari per rispondere alle mutate esigenze. Così Regione Liguria, per ovviare al periodo transitorio in cui le discariche liguri, Scarpino compresa, avrebbero sanato la propria situazione impiantistica, aveva predisposto una deroga per tutti i Comuni che avessero presentato un cronoprogramma per l’adeguamento impiantistico e un piano per l’estensione della raccolta dei rifiuti organici. Una strada seguita dal Comune di Genova e dalla sua partecipata Amiu, che hanno già ampiamente anticipato i contenuti di un piano industriale che prevede proprio la realizzazione di due impianti di separazione secco-umido (uno alla Volpara, l’altro a Campi).

    Facciamo il punto con il presidente di Amiu Marco Castagna

    «La circolare Orlando – ricorda il presidente di Amiu, Marco Castagna – è uscita ad agosto 2013 quando Regione Liguria stava redigendo il piano regionale dei rifiuti che ha presentato a dicembre: contavamo che nel piano fosse contenuta la modalità per gestire il regime transitorio ma quando abbiamo visto che non era così, a gennaio abbiamo iniziato ad attivarci per la realizzazione degli impianti di separazione. È chiaro che un privato avrebbe avuto tempi molto più rapidi ma noi dobbiamo sottostare a procedure ad evidenza pubblica».

    La circolare Orlando, che di fatto sanciva la chiusura delle discariche liguri, faceva parte di un disegno organico che avrebbe visto parallelamente la nascita di una rete di impianti di termovalorizzazione che in Italia sono scarichi perché ricevono pochi rifiuti. «Peccato – prosegue Castagna – che la rete degli impianti di termovalorizzazione non l’abbiano fatta: come sempre la politica fa i provvedimenti giorno per giorno perdendo di vista l’interesse generale. I risultati sono che dopo mesi che Amiu lavora per mettere una toppa a una mancanza regionale ci ritroviamo in questa situazione grottesca».

    La stessa Regione aveva già messo le mani avanti al momento di licenziare il provvedimento di deroga, temendone l’incostituzionalità. Tanto tuonò che piovve, dicevano gli antichi. Puntualmente, infatti, da Roma sono giunti malumori e voci di una possibile impugnatura da parte del Ministero tanto che Burlando e Paita hanno annunciato il ritiro della legge. Quando questa decadrà ufficialmente (per il momento la proposta è stata approvata solo dalla giunta regionale ma deve passare ancora in Commissione e poi in Consiglio, oltre naturalmente ad attendere i tempi tecnici per la conversione), i rifiuti di Genova non potranno più raggiungere le alture di Sestri finché non saranno ultimati gli impianti di separazione secco – umido.

    I rifiuti genovesi andranno in Piemonte per un costo di oltre 10 milioni di euro

    Rifiuti«È chiaro – commenta Castagna – che oggi scontiamo ritardi accumulati negli anni ma sul tema specifico questa non è certo colpa di Amiu o del Comune. A livello pratico, comunque, dato che tra qualche giorno non ci sarà più la legge deroga regionale che aveva cercato di ovviare alla mancanza del piano regionale dei rifiuti, significa dover portare i rifiuti genovesi e non solo fuori Liguria».

    Così torna, come a maggio, la necessità di stringere accordi con altre Regioni per il conferimento fuori Liguria della nostra spazzatura. Dopo il no di Lomabrdia ed Emilia, l’unico a non essersi tirato indietro sembra essere il Piemonte. I rifiuti genovesi e non solo, con buona probabilità, troveranno ospitalità nell’inceneritore del Gerbido, a Torino, gestito da Trm, controllata di Iren. Ecco spuntare nuovamente il nome dell’azienda che già tante polemiche aveva fatto scoppiare prima dell’estate quando era apparsa la notizia di un suo possibile coinvolgimento per la soluzione della disastrosa situazione della spezzina Acam, a patto di poter mettere più di un piede nella più interessante genovese Amiu.

    Per il momento si tratta di illazioni. Ciò che resta, però, è che il conferimento oltre confine del nostro indifferenziato, costerà ad Amiu parecchi milioni: le cifre che stanno girando in questi giorni, ma che troveranno conferma solo dopo la formalizzazione degli accordi, parlano di circa 2 milioni di euro al mese più i costi del trasporto, per un totale sicuramente non inferiore a 10 milioni di euro per tutto il periodo di chiusura di Scarpino.

    «I costi dovrebbero aggirarsi attorno ai 100 euro a tonnellata – ammette l’assessore all’Ambiente Valeria Garotta (data  sempre più in bilico da Radio Tursi, ndr) – ma sbaglieremmo a confrontarli con un costo attuale nullo. Il conferimento dei rifiuti tal quali a Scarpino ha già adesso un suo costo naturale, ovviamente più basso rispetto al trasporto fuori Regione. Ma se avessimo già realizzato gli impianti di separazione secco-umido dovremmo comunque sostenere le spese per mandare l’umido fuori Liguria finché non sarà realizzato il biodigestore. Inoltre, lo stesso biodigestore, una volta attivo, avrà un costo per il trattamento dei rifiuti organici che potrebbe orientarsi attorno agli 80 euro a tonnellata. Sempre a livello di cifre – conclude l’assessore – è interessante notare anche che la tariffa di smaltimento prevista dal business plan del gassificatore (il cui progetto è stato definitivamente stralciato per fare posto al biodigestore, ndr) era superiore ai 150 euro a tonnellata».

    Un turbinio di numeri che, ad ogni modo, non deve far perdere di vista la sostanza del discorso: non appena chiuderà Scarpino, Amiu dovrà sostenere costi pari a 2 milioni di euro al mese più trasporto per il conferimento di rifiuti a Torino finché non saranno pronti i due impianti di separazione secco-umido, il cui avvio non è previsto prima di giugno 2015.

    lattine-rifiuti-bibite«In realtà – precisa il presidente di Amiu – la Regione ha affidato le trattative direttamente a noi: ci hanno semplicemente segnalato il Piemonte indicando soprattutto la discarica Torino. Mi sarei aspettato un elenco ufficiale invece c’è stata solo una comunicazione verbale. Abbiamo appena iniziato le trattative che, in una situazione normale, soltanto per gestire la logistica di un trasporto di tale portata, richiederebbero due mesi di tempo. Ma ci stiamo attrezzando per chiudere in 15 giorni, probabilmente ancora prima che la deroga decada formalmente».

    Chi si farà carico di questi esborsi? Il rischio è che tutto ricada sui cittadini sotto forma di rincari sulla Tari 2015. Giusto per fare i conti della serva, se si ipotizzasse un ammontare di 10 milioni di euro, i genovesi si troverebbero a dover pagare attorno ai 16 euro in più a cranio nella bolletta del prossimo anno (si tratta comunque di un calcolo assolutamente approssimativo che non tiene conto, ad esempio, delle utenze commerciali).

    «Tuttavia – assicura l’assessore Garotta – l’intero ammontare di queste operazioni non potrà essere totalmente coperto dalle bollette dei genovesi così come il finanziamento dei nuovi impianti da realizzare inseriti nel piano industriale. Lo abbiamo già detto alla Regione e glielo scriveremo anche». Di diverso avviso il presidente Amiu, Marco Castagna: «I costi per andare fuori ricadranno inevitabilmente sulla Tari. Quelli che invece potrebbero essere affrontanti in maniera diversa, ad esempio attraverso finanziamenti europei, sono gli investimenti strutturali e impiantistici».

     I nuovi impianti di separazione secco – umido. Amiu ha consegnato il piano industriale

    Scarpino, discarica di GenovaGià perché quelli del conferimento dei rifiuti fuori Regione non sono gli unici sostanziosi esborsi che i cittadini rischiano di vedersi accollati. La partecipata di Tursi ha, infatti, consegnato ieri ufficialmente al Comune il piano industriale (compreso l’allegato, già anticipato sulle pagine di Era Superba, intitolato “finanziamenti e uso strumenti finanziari europei per l’uso specifico delle risorse dell’economia circolare nel contesto dello sviluppo urbano sostenibile” che riguarda uno studio su come coprire i costi del rinnovo impiantistico attraverso fondi comunitari) annunciato in piena estate e in cui sono elencati interventi e costi per mettere in piena sicurezza ed efficienza la discarica di Scarpino e il ciclo dei rifiuti genovese. All’interno di questo documento, che verrà reso pubblico la prossima settimana, è contenuto, ad esempio, il progetto per il biodigestore ma anche i costi da sostenere per la realizzazione dei due impianti di separazione secco – umido. Secondo il cronoprogramma, questi dovrebbero essere effettivamente disponibili tra la fine di maggio e l’inizio di giugno: la gara è gestita dalla stazione unica appaltante del Comune di Genova ed è arrivata al momento dell’apertura delle buste. Come illustrato anche dal presidente di Regione Liguria, Claudio Burlando, si tratta di impianti dalla realizzazione piuttosto semplice. «Il separatore – ci spiega Marco Castagna – è sostanzialmente un tavolo che vibra, con cilindri che girano e buchi che consentano la separazione della parte più pesante, quella umida che scende sul fondo, da quella secca, che rimane in superficie. Le due tipologie di rifiuto vengono poi convogliate su appositi nastri trasportatori».

    «Ma vista la situazione di estrema emergenza – si chiede il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – non sarebbe possibile pensare a qualche procedura più snella per accorciare i tempi di realizzazione degli impianti secco-umido? Anche perché, se è vero che per la costruzione bastano 5-6 mesi dall’apertura delle buste è altrettanto vero che non si possono escludere a priori ricorsi dalle società perdenti, arrivando così all’ormai consueto impantanamento burocratico nei corridoi dei tribunali».

    La risposta arriva direttamente da Castagna: «C’è una gara in corso, non possono chiuderla per motivi di urgenza perché mi esporrei comunque a ricorsi. Non ci sono soluzioni alternative perché anche una procedura di emergenza che potrebbe consentire l’arrivo di un ulteriore separatore in tempi più rapidi avrebbe bisogno dell’individuazione e dell’autorizzazione di un’area coperta ad hoc».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    consiglio-comunale-genova-giornalisti-DCon un paio di giorni di ritardo ma ben 17 in più rispetto alla promessa di arrivare in aula entro il 1° luglio, la delibera di indirizzo ad Amiu per la definizione del nuovo ciclo dei rifiuti è stata approvata giovedì scorso dal Consiglio comunale con 23 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Sel, FdS, Repetto dell’Udc, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto) e 13 contrari (Pdl, Lega Nord, Lista Musso, M5S e Baroni del Gruppo Misto).

    Verso il piano industriale di Amiu, un iter travagliato

    Già note le situazioni che martedì avevano portato all’annullamento della seduta ordinaria con i consiglieri di opposizione usciti dall’aula al momento dell’appello per far mancare il numero legale vista l’assenza di alcuni membri della maggioranza.  Anche nella seconda convocazione di giovedì l’opposizione ha tentato di bloccare i lavori presentando una sospensiva con l’intenzione di attendere la discussione delle problematiche relative all’impianto di Volpara nel Municipio Media Val Bisagno, i cui cittadini avevano presenziato in buon numero in Sala Rossa esponendo  uno striscione nero con la scritta “Basta morti alla Volpara”. Ma la maggioranza ha serrato i ranghi e ha bocciato la proposta. Ecco allora che, dopo l’illustrazione di una ventina di ordini del giorno e 35 emendamenti, si è arrivati finalmente all’approvazione del documento che vincola la partecipata del Comune di Genova a presentare al Consiglio il proprio piano industriale entro la fine del mese.

    «In realtà – chiarisce il presidente di Amiu, Marco Castagna – si tratterà solo di una prima versione del piano industriale perché stiamo aspettando la road map dalla Regione per porre definitivo rimedio all’emergenza Scarpino e capire dove collocare il nuovo impianto di trattamento del percolato».
    In proposito sarà indispensabile capire a chi spetterà il finanziamento degli interventi: se, come sostiene Castagna, la messa in sicurezza della vecchia discarica di Scarpino 1 rientra in un quadro di lavori bonifica è un conto, altrimenti l’onere dei lavori ricadrà nel capitolo della gestione dei rifiuti e, di conseguenza, sulle bollette dei genovesi nei prossimi anni «che sarebbero così costretti a pagare oggi gli sbagli del passato». Oltre alle tempistiche di realizzazione dei nuovi impianti e ai conseguenti fabbisogni finanziari, Amiu dovrà anche rendere esplicite le necessità di personale in modo che Tursi possa predisporre un piano di assunzioni a tempo indeterminato

    A fianco alla presentazione del piano industriale, il presidente di Amiu ha annunciato anche l’arrivo di un dossier che metterà a punto un’efficace strategia per finanziare buona parte degli indispensabili adeguamenti impiantistici attraverso fondi europei. In questo capitolo rientrerebbe anche il biodigestore, la cui installazione al momento è stata supposta nelle aree ex Ilva a Cornigliano dove Mediterranea delle Acque sta già progettando un nuovo impianto di depurazione.
    Con l’arrivo del biodigestore entro il 2018, i cui costi si aggirano sull’ordine di grandezza dei 35/40 milioni di euro, potrebbe trovare in parte una soluzione anche la problematica Volpara (per quanto riguarda il ridimensionamento dell’area nel suo complesso, decisiva anche l’entrata in funzione del suddetto depuratore di Cornigliano entro il 2020, ndr), di cui i cittadini della Val Bisagno chiedono a gran voce la chiusura. L’avvio del nuovo digestore, in grado anche di produrre una discreta quantità di energia pulita, dovrebbe portare infatti alla dismissione dell’impianto di separazione secco-umido che nel frattempo troverà posto proprio nella discarica della Val Bisagno (insieme con quello che entro luglio 2015 dovrà essere installato nell’area di Rialzo a Campi).

    Gli indirizzi del Comune ad Amiu: differenziata, impiantistica, tariffazione

    RifiutiBenché siano già state annunciate e trattate su Era Superba a diverse riprese nelle scorse settimane, è certamente opportuno ricordare quali siano le principali linee di indirizzo che Giunta e Consiglio hanno fornito alla partecipata nel tentativo di rispondere alle strategie europee in direzione della cosiddetta “economia circolare”, basata cioè su una società che ricicla allo scopo di ridurre la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorsa prevenendo il consumo delle materie prime e mettendo in pratica una concreta ottimizzazione energetica.

    Il primo indirizzo della delibera riguarda il completamento “entro il 2016 dell’estensione della raccolta differenziata della frazione organica e della componente “secca” in tutta la città, sia per le utenze domestiche che per le utenze commerciali, diversificando le modalità di servizio al fine di ottenere ove possibile una raccolta di qualità dei materiali e tenendo conto anche degli aspetti economici”.
    Il piano di Amiu fissa in proposito una doppia fase per le utenze commerciali con circa 600 nuovi ritiri porta-a-porta a partire da questo mese e altri 1600 da dicembre. Per le utenze domestiche, invece, il potenziamento della raccolta, in questo caso principalmente di prossimità attraverso la predisposizione di nuovi cassonetti marroni, sarebbe dovuto partire da settembre ma la partecipata sembra essere in anticipo con la consegna proprio in questi giorni del kit per la raccolta dell’organico a circa 5600 famiglie residenti nelle zone di Carignano e via San Vincenzo. Prossime tappe Sampierdarena, Foce e Nervi per un totale di 50 mila abitanti entro la fine dell’anno.
    Grazie al potenziamento delle azioni di comunicazione, informazione ai cittadini e incentivazione economica, infatti, Amiu dovrà raggiungere degli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dal Piano Regionale (qui l’approfondimento), che prevede una percentuale del 50% al 2016 e del 65 % al 2020.

    Si arriva, poi, alla questione impiantistica. Ecco che cosa dice, in proposito, la delibera: “Completare la progettazione degli impianti necessari per il trattamento e recupero della “frazione organica” dei rifiuti, basati sulla tecnologia di digestione anaerobica, che dovranno essere realizzati entro il 2018, includendo anche l’ipotesi di una eventuale collocazione in aree Ilva. La soluzione impiantistica dovrà essere modulare, anche al fine di poter dare soddisfare le esigenze, ancora in fase di definizione, della Città Metropolitana”. Ecco, dunque, nero su bianco il superamento dell’inceneritore, salutato con grande soddisfazione dalle associazioni ambientaliste: «È una enorme rivincita per le associazioni, i comitati ed i cittadini – scrivono gli Amici del Chiaravagna – che nel luglio di 10 anni fa avevano fortemente contestato una delibera che, aprendo la strada alla costruzione di un mega inceneritore, sembrava avere messo una pietra tombale sul diritto alla salute, sulla democrazia, sull’equilibrio dei conti pubblici genovesi. Tutti insieme, siamo stati in grado di condizionare l’agenda politica locale e nazionale dimostrando il valore delle nostre tesi finalizzate esclusivamente al bene comune».

    Per quanto riguarda il nuovo impianto di digestione anaerobica (biodigestore), invece, la delibera parla di studiare “la possibilità di utilizzo del biogas generato per usi alternativi alla produzione di energia elettrica, quali l’autotrazione o l’immissione in rete, tenuto conto delle opportunità di incentivazione economica e della localizzazione dell’impianto”.

    Si parla poi di “approfondire la possibilità di realizzare presso il sito di Scarpino un nuovo impianto di compostaggio, in cui trattare la componente organica derivante dalla raccolta differenziata e dal trattamento anaerobico, sulla base dello studio di fattibilità del 10/11/2013 e alla luce delle criticità emerse sull’area. In alternativa, per consentire il computo della frazione organica nell’ambito dei criteri di calcolo delle percentuali di raccolta differenziata, sarà necessario identificare un altro sito, ovvero stipulare accordi con altri soggetti”.
    Per Scarpino, il primo punto all’ordine del giorno deve essere proprio il superamento dell’emergenza. Per questo la delibera ricorda che si dovranno “attuare tutti gli interventi necessari all’adeguamento della discarica di monte Scarpino affinché la stessa possa essere messa in sicurezza ed essere utilizzata come discarica di servizio per gli scarti prodotti dagli impianti di trattamento e recupero della frazione organica e secca, secondo le prescrizioni dei nuovi provvedimenti autorizzativi degli Enti competenti”.

    Infine, uno sguardo anche alla “frazione secca” dei rifiuti residui per cui dovranno essere elaborate “soluzioni impiantistiche da realizzarsi in alternativa al gassificatore, valutando – secondo criteri ambientali, economici e logistici – sia l’ipotesi di impianti per il recupero spinto di materia che quella di impianti di CSS (combustibile solido secondario) prevista dal Piano Regionale dei Rifiuti privilegiando prioritariamente la componente di recupero della materia”.

    Tutti questi elementi dovranno essere recepiti nel piano industriale che Amiu dovrà presentare entro fine mese. Entro fine anno, invece, la partecipata dovrà approvare un percorso per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche in modo che ogni Municipio arrivi ad averne una.

    Tra i numerosi emendamenti accolti dalla Giunta e approvati dal Consiglio, merita particolare attenzione quello presentato dal capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone e sottoscritto da tutta la maggioranza, che per ammissione dello stesso assessore al Ciclo dei rifiuti, Valeria Garotta, «completa e rende migliore tutto l’impianto della delibera». Tra i punti principali delle modifiche apportate al testo licenziato da sindaco e assessori, si sottolinea lo sprone ad avviare sperimentazioni di soluzioni di tariffazione puntuale che adeguino l’imposta alla quantità di rifiuto indifferenziato effettivamente prodotto e l’istituzione di un Osservatorio di Cittadinanza Attiva “al fine di coinvolgere soggetti di rappresentanza dei cittadini, degli utenti e delle parti sociali” come attivi valutatori delle performance di Amiu e attenti segnalatori di eventuali esigenze.
    Molto soddisfatto della delibera il consigliere Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e da sempre impegnato nella lotta ambientale per un miglioramento del ciclo dei rifiuti cittadino: «Vedo questo passaggio come una sorta di rivoluzione culturale – ha detto Pignone – perché mai come ora in una delibera sono stati presenti così tanti grandi elementi di cambiamento. Questa delibera è una risposta adeguata anche nella direzione del sostegno del servizio pubblico delle aziende pubbliche. Fino a ieri sbagliavamo a guardare i rifiuti solo come una questione economica: ora sono finalmente considerati come materiali post consumo ovvero una risorsa». Ma la soddisfazione più grande per il primo eletto nella “lista arancione” a sostegno del sindaco sono le nuove prospettive tecnologiche: «Finalmente viene messo nero su bianco il superamento del gassificatore e dell’inceneritore – ha proseguito Pignone suscitando una reazione non proprio composta tra i banchi del Partito democratico – che molti consiglieri conoscono bene perché avevano votato con favore nel passato ciclo amministrativo in cui, tra l’altro, si cercava di risolvere i problemi della Valbisagno semplicemente spostandoli a Scarpino».

    Anche il sindaco Doria guarda con soddisfazione alla delibera approvata e tocca il tempo alla Regione pensando già alla costituenda Città Metropolitana: «Nel piano regionale – si legge in una nota del primo cittadino – sono previsti impianti di diverso carattere, funzionali al ciclo in aree territoriali omogenee o di valenza regionale. Le caratteristiche, la collocazione e i costi  di questi impianti  devono essere discussi in modo chiaro, trasparente e condiviso perché sono a carico dei cittadini dell’intera Liguria che è caratterizzata dalla presenza di una vasta città metropolitana». Secondo Doria, dovranno essere previsti investimenti pubblici, anche regionali, per la realizzazione di tali impianti. «Le linee di indirizzo decise dal Consiglio comunale di Genova – prosegue il sindaco – consolidano la funzione di Amiu a servizio dell’area metropolitana e quale importante risorsa industriale a livello regionale. La ripartizione delle risorse pubbliche dovrà tenere in debito conto il numero dei cittadini serviti e la valenza industriale delle aziende pubbliche esistenti sul territorio».

    Ma è ancora il capogruppo Enrico Pignone a tracciare la road map delle prossime priorità: «Innanzitutto dovrà essere messa in sicurezza la discarica di Scarpino – ricorda il capogruppo di Lista Doria – e nel frattempo vanno velocizzate le tappe del processo di separazione secco/umido». Il consigliere comunale guarda anche a un orizzonte più ampio: «Oltre a quanto Amiu proporrà nel proprio piano industriale dovremo studiare nuove filiere per recuperare il materiale che ieri era considerato solo rifiuto ma domani potrà anche portare lavoro, nel rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente».

    Ora la palla passa ad Amiu, prima che il dibattitto ritorni a Tursi una volta presentato ufficialmente il piano industriale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Amiu, ad D'Alema e presidente CastagnaLuglio è il mese decisivo per capire le future prospettive della gestione dei rifiuti a Genova. Sullo sfondo resta il caso Scarpino e, dunque, la necessità di superare il conferimento in discarica della frazione organica – causa principale degli sversamenti di percolato all’origine dell’emergenza – tramite un contestuale potenziamento della raccolta differenziata. Per attuarlo, confermano dall’Azienda Municipalizzata Igiene Urbana di Genova, si prevede la realizzazione di un biodigestore anaerobico, destinato al trattamento della parte umida per produrre energia e compost, e l’adeguamento degli attuali depositi temporanei, Campi in Val Polcevera e Volpara in Val Bisagno, per trasformarli in impianti di separazione secco-umido, prima che i rifiuti indifferenziati prendano la via di Scarpino, come peraltro impone la Legge. Inoltre,  parte oggi (1 luglio) la raccolta spinta dell’organico che coinvolge inizialmente tutti gli utenti che, per ragioni professionali (quindi esercizi commerciali, ditte, ecc.), ne producono grandi quantità, passando dagli attuali 750 a 2100; poi toccherà al resto della città.

    Le linee guida sono pronte da mesi (vedi il nostro approfondimento), si attende la presentazione del piano industriale di Amiu – redatto in sintonia con l’azionista dell’azienda, ovvero il Comune di Genova – ed il recepimento delle indicazioni del piano all’interno di una delibera di indirizzo che approderà in Consiglio comunale probabilmente martedì 8 luglio.
    L’obiettivo della Giunta, a dire il vero, era quello di portare la delibera in Aula Rossa entro la seduta di oggi; ma ancora una volta i tempi sono stati disattesi, nonostante la convocazione in fretta e furia di una conferenza stampa nel pomeriggio di ieri in cui l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, avrebbe dovuto illustrare le linee guida che l’Amministrazione vorrebbe fornire alla propria partecipata. Nel primissimo pomeriggio, infatti, la delibera sarebbe dovuta passare al vaglio di una seduta di Giunta straordinaria, ma la convocazione dei giornalisti immediatamente dopo l’approvazione ha fatto salire su tutte le furie molti consiglieri (riuniti a Palazzo Tursi nella Commissione che discuteva il futuro delle aree di Fiera di Genova), che hanno “minacciato” di presenziare alla conferenza stampa. Così, puntualmente, pochi minuti dopo questa presa di posizione, ecco arrivare la revoca della convocazione dei giornalisti. Tra oggi e domani verrà convocata una nuova Giunta straordinaria, chissà se poi toccherà nuovamente ai giornalisti o si aspetterà formalmente un confronto (in Commissione o direttamente in Consiglio comunale) con i consiglieri.

    Il centro Amiu di Bolzaneto e la localizzazione dei nuovi impianti

    Scarpino«La questione Scarpino, le indagini della magistratura, e la situazione emergenziale venutasi a creare con lo sversamento del percolato – spiega Enrico Pignone, consigliere comunale della Lista Doria, conoscitore delle tematiche connesse alla gestione dei rifiuti in virtù della sua precedente esperienza nell’associazione Amici del Chiaravagna – ci impongono di fare particolare attenzione, nella stesura delle indicazioni, tenendo conto dell’improcrastinabile messa in sicurezza e chiusura definitiva di Scarpino 1, dunque ipotizzando una modalità di raccolta differenziata (RD) potenziata secondo la quale i rifiuti umidi non dovranno mai più finire in discarica. Per quanto riguarda la tecnologia dei nuovi impianti previsti, in primis del biodigestore anaerobico, parliamo di impianti a freddo».
    Secondo Pignone «Innanzittutto sarà importante trovare una sostenibilità economica, ad esempio recuperando l’energia prodotta dal biodigestore, e coprendo così, almeno parzialmente, i costi del servizio svolto da Amiu. Se vogliamo riorganizzare il sistema in maniera opportuna, seguendo la filiera dell’economia circolare, prima dobbiamo raggiungere una riduzione dei rifiuti alla fonte. Insomma, occorrono politiche connesse al contenimento dei rifiuti, non possiamo continuare a comportarci come avviene oggi».
    Nel prossimo futuro il servizio dovrà svilupparsi in funzione di un’idea ben precisa «Noi ci stiamo proponendo di aumentare la RD in funzione del recupero di materia, quindi bisogna stimolare la creazione di una filiera industriale per il trattamento e la trasformazione dei rifiuti ai fini del loro recupero e riuso, ovvero la vendita sottolinea il consigliere comunale della Lista Doria – In tal senso è necessario stabilire un rapporto con l’imprenditoria interessata al settore. I privati ci sono, ora dobbiamo mettere in piedi un’organizzazione adeguata per le diverse filiere».
    Magari partendo dal lungimirante esempio del centro Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) – inaugurato nel marzo 2013 – per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, capace di separare e trattare imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak.

    La localizzazione dei nuovi impianti è l’aspetto più delicato dell’intera faccenda. «Prima si prevedeva di realizzarli a Scarpino, oggi dopo tutto quello che è accaduto, investire milioni di euro su quell’area mi sembra decisamente improbabile – spiega Pignone – Stiamo ipotizzando, dunque, di poter usufruire delle aree industriali che l’Ilva di Cornigliano non intende più utilizzare. Spazi che ovviamente interessano a molteplici soggetti. Se il Comune riuscisse a costituire, a Cornigliano, una sorta di polo unico, comprendente il biodigestore ed altri impianti di separazione e trattamento dei rifiuti, sarebbe un buon risultato. Considera che il centro di Bolzaneto in via Sardorella è ubicato presso un capannone in affitto. L’obiettivo è abbattere, per quanto possibile, i costi».
    L’adeguamento dei siti di Volpara e Campi, invece «Rappresenta la risposta all’emergenza legata alla frazione umida – continua Pignone – Si tratta di impianti, non invasivi dal punto di vista ambientale, che separeranno immediatamente la parte organica da quella secca. In Val Bisagno tale progetto ha già suscitato la contrarietà di comitati e cittadini, una reazione comprensibile visto che le persone non si fidano più di una classe politica che per anni ha fatto promesse senza mai mantenerle. Io penso che, se davvero vogliamo essere credibili, nell’arco di quest’anno dobbiamo avviare la realizzazione degli impianti e mettere in pratica una RD efficace, fin da subito, non possiamo perdere altro tempo».
    Biodigestore, impianti di separazione secco-umido, impianti di trattamento, coinvolgimento dei privati per la parte economica «La chiusura del ciclo a freddo vuol dire questo. Per Genova, seguire tale schema, significa diventare una delle prime città, a livello europeo, ad accogliere la filosofia di “rifiuti zero”».

    Il biodigestore

    raccolta-rifiutiLa realizzazione del biodigestore è probabilmente il tassello principale del progetto complessivo. «In termini economici la spesa sarebbe di qualche milione di euro, cifra comunque ridicola rispetto alle centinaia di milioni necessari per costruire un inceneritore – afferma l’esponente della Lista Doria in consiglio comunale – La Regione ci deve mettere una quota. Ma dovremo trovare altre risorse, ad esempio bussando alla Cassa Depositi e Prestiti che prevede una parte di finanziamenti espressamente dedicati a simili impianti. Insomma, le condizioni economiche per immaginare l’intervento ci sono. Io non mi scandalizzerei se Amiu, in questo processo, fosse affiancata da un partner finanziario. Attenzione, però, sto parlando di un partner esclusivamente economico, non industriale, perché sennò si instaurerebbero delle logiche di mercato distanti dalla mission dell’azienda municipalizzata».
    Enrico Pignone conclude lanciando una proposta a prima vista provocatoria ma sicuramente innovativa. «Il Comune potrebbe emettere dei bond comunali (nel linguaggio economico e finanziario obbligazione, nda) tramite i quali i cittadini genovesi avrebbero l’opportunità di acquistare il nuovo biodigestore, impianto che in qualche misura, attraverso la produzione di energia e compost, consentirà una rendita economica. Sarebbe una scelta dei singoli che condividono la filosofia alla base della futura gestione dei rifiuti. Proporre una cosa del genere in Italia sembra fantascienza ma in altri Paesi non è così. Io penso che almeno una parte della copertura economica dell’impianto sarebbe reperibile in questo modo».

    Da rifiuto a risorsa: la produzione di biometano

    Era Superba ha chiesto un parere al prof. Federico Valerio, chimico ambientale da sempre impegnato sul tema della gestione dei rifiuti in città. «Io le posso dire qual è, secondo l’associazione dei Medici per l’Ambiente (Isde), la tecnologia migliore per il trattamento dell’umido. Per una città delle dimensioni di Genova il biodigestore anaerobico può essere una buona soluzione, a patto che sussistano due condizioni in grado di rendere davvero efficiente l’intero processo. La prima è che il digestato, ovvero la parte che resta dopo il trattamento biologico (con l’uso di battere anaerobi), sia sottoposto a trattamento aerobico per migliorare le caratteristiche del compost che, a quel punto, potrà essere immesso sul mercato. Stiamo facendo pressioni su Amiu affinché tenga conto di tale condizione. La seconda è che il nuovo impianto venga utilizzato anche per produrre una particolare forma di metano chiamato biometano (per distinguerlo dal metano fossile). Un biodigestore da circa 50 mila tonnellate, come quello previsto a Genova, potrebbe produrre biometano per coprire il consumo domestico per cucina e acqua calda di tutti i genovesi. Non mi sembra un aspetto per nulla trascurabile. I vantaggi della messa in rete del biometano sono molteplici: si può immagazzinare nei periodi di minor consumo, la sua produzione è costante tutto l’anno, è una fonte di energia rinnovabile e la materia prima, gli scarti organici, è una produzione nazionale».
    La frazione umida destinata al biodigestore «Dovrà essere di ottima qualità – continua Valerio – Per questo motivo sarebbe opportuno sviluppare una raccolta porta a porta, come gli ambientalisti sostengono da anni. Amiu a luglio dovrebbe partire con la raccolta spinta dell’umido prodotto dagli esercizi commerciali, ma poi occorrerà estenderla a tutti i cittadini. Comunque bisogna puntare sulla riduzione di rifiuti alla fonte. Fondamentale è la comunicazione ai cittadini, Amiu dovrebbe impegnarsi di più in questa direzione.».

    Per quanto riguarda l’impiantistica di separazione secco/umido «Dovrebbe riguardare soltanto la parte rimasta non differenziata, si presume un 10-20% di umido – afferma Valerio – I nuovi impianti permetteranno di non conferire l’umido in discarica e, vista la situazione di Scarpino dovuta al percolato, sappiamo quanto ciò sia importante. Inoltre, in prospettiva futura consentiranno il recupero anche di altri materiali. Come avviene nel centro di Bolzaneto in via Sardorella. Dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica l’Unione Europea. Io propongo di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Anche per il prof. Valerio la soluzione più logica sarebbe quella di realizzare un polo unico nelle aree Ilva di Cornigliano, dove presumibilmente troverà ubicazione il biodigestore. «L’insieme di questi interventi rappresenta un passo avanti notevole – conclude Valerio – L’Europa si muove verso la filosofia “rifiuti zero”, verso l’economia circolare che finalmente l’Amiu del presidente Marco Castagna sta promuovendo. Genova oggi è al bivio. Scarpino ormai è insostenibile. Fortunatamente, però, non avere preso decisioni scellerate in passato, mi riferisco alla realizzazione dell’inceneritore, adesso ci offre l’opportunità di imboccare finalmente la strada giusta».

     

    Matteo Quadrone

  • Discarica di Scarpino, via libera ai rifiuti sino a martedì. Al lavoro per far rientrare l’emergenza

    Discarica di Scarpino, via libera ai rifiuti sino a martedì. Al lavoro per far rientrare l’emergenza

    Scarpino, discarica di GenovaLa Regione Liguria chiede alla Provincia di prorogare di una settimana la sospensione dell’autorizzazione al ricevimento dei rifiuti a Scarpino. La Provincia accoglie la richiesta di Piazza De Ferrari e concede la deroga sino a martedì 10 giugno.

    Un provvedimento, quello degli uffici regionali, resosi necessario dopo la mancata firma della deroga da parte del Sindaco. Il tanto atteso documento firmato da Marco Doria, che sarebbe dovuto arrivare fra la serata di martedì e la giornata di ieri, è rimasto nel cassetto, sembrerebbe a causa di un vizio normativo. Stando a fonti ufficiose, l’ordinanza del Sindaco sarebbe potuta arrivare solo in caso di comprovata emergenza per la salute pubblica della popolazione. Condizione che, a quanto pare, non sarebbe stato possibile dimostrare.

    Questi giorni di deroga dovrebbero bastare ad Amiu per terminare lo studio per la messa in sicurezza della discarica e far rientrare l’allarme chiusura dopo i sopralluoghi della Protezione Civile. Questo il comunicato con cui la Provincia ha confermato il nuovo via libera per Scarpino.

    “Sei giorni al massimo. La Provincia di Genova, su richiesta della Regione, ha concesso una breve dilazione – da oggi alle 24 di martedì 10 giugno – al provvedimento di chiusura della discarica di Scarpino. La decisione è stata adottata questa mattina, quando i tecnici si sono riuniti con il commissario Piero Fossati per valutare la richiesta regionale, motivata dalla necessità di poter avere i tempi necessari per definire nuovi accordi con la Regione Piemonte che permettano di smaltire nei suoi siti i rifiuti dei Comuni del territorio provinciale, escluso il capoluogo, che conferivano alla discarica di Scarpino. La discarica sarà utilizzabile sino a martedì prossimo anche dal Comune di Genova”.

    “Intanto oggi a Scarpino inizieranno i primi rilievi anche gli esperti dell’istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, che offriranno il loro supporto scientifico per valutare in collaborazione con i tecnici dei diversi enti le condizioni di stabilità della discarica”.

  • Rifiuti speciali, il sistema di tracciabilità e monitoraggio per combattere le ecomafie

    Rifiuti speciali, il sistema di tracciabilità e monitoraggio per combattere le ecomafie

    ambiente-rifiuti-DIl sistema di tracciabilità e monitoraggio dei rifiuti, il cosiddetto Sistri – nato nel 2009 su iniziativa del Ministero dell’Ambiente con la finalità di informatizzare l’intera filiera dei rifiuti speciali a livello nazionale e dei rifiuti urbani per la Regione Campania – dopo alcune false partenze è finalmente entrato in vigore – il 1 ottobre 2013 – per trasportatori e gestori di rifiuti speciali pericolosi (impianti di stoccaggio e trattamento). Adesso è la volta della seconda fase, partita ufficialmente pochi giorni fa, il 3 Marzo 2014, che vincola all’utilizzo del Sistri tutti i produttori di rifiuti speciali pericolosi.
    La Legge 27 Febbraio 2014 n.15, di conversione del famoso decreto “Milleproroghe” (DL 150/2013), dunque, ha stabilito l’obbligo di utilizzo del Sistri per l’ultimo grande scaglione di soggetti coinvolti, prorogando al 31 Dicembre 2014 il già noto “doppio binario” – ossia l’utilizzo contestuale del precedente sistema cartaceo di tracciamento dei rifiuti (Formulario di identificazione dei rifiuti, Registro di carico/scarico, Modello unico di dichiarazione ambientale MUD) e del nuovo sistema – e prolungando il periodo di sperimentazione, visto che le sanzioni relative ad eventuali violazioni nell’utilizzo del Sistri sono prorogate al 1 Gennaio 2015.

    “Il sistema semplifica le procedure e gli adempimenti riducendo i costi sostenuti dalle imprese e gestisce in modo efficiente un processo complesso con garanzie di maggiore trasparenza, conoscenza e prevenzione dell’illegalità – si legge sul sito web dedicato www.sistri.it – Nell’ottica di controllare in modo più puntuale la movimentazione dei rifiuti speciali lungo tutta la filiera, viene pienamente ricondotto nel Sistri il trasporto intermodale e posta particolare enfasi alla fase finale di smaltimento dei rifiuti, con l’utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata ed in uscita degli autoveicoli nelle discariche”. Questo in pura teoria perché nell’effettiva pratica di sperimentazione non sono mancati i problemi che, almeno finora, hanno impedito al Sistri di svolgere appieno il ruolo per cui è sorto.

    Il Sistri danneggia le piccole e medie imprese. La posizione delle associazioni di categoria

    «Controllare la produzione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è sicuramente un obiettivo condivisibile, ma riteniamo sbagliato equiparare una piccola impresa artigiana ad una grande industria, sottoponendola agli stessi costosi obblighi informatici», questo il commento di Luca Costi, segretario regionale di Confartigianato Liguria, in merito all’entrata in vigore della seconda fase del Sistri. Secondo Confartigianato, se da un lato il sistema nasce per tutelare l’ambiente e combattere il traffico illegale delle ecomafie, dall’altro rischia di complicare le attività di circa 350 mila imprese italiane interessate, di cui 25 mila in Liguria. Si tratta, per la maggior parte, di estetisti, acconciatori, orafi, calzolai, orologiai, che d’ora in poi, per segnalare lo smaltimento di rifiuti pericolosi, dovranno inserire dati e firmare moduli sull’apposita piattaforma informatica a cui accedere attraverso la propria chiavetta Usb. «Parliamo di piccole realtà che producono modeste quantità di rifiuti tossici – aggiunge Costi – di certo non paragonabili a quelle di grandi aziende o multinazionali. Ma in quattro anni di sperimentazione, il Sistri ha imposto a entrambe le categorie produttive gli stessi obblighi e gli stessi costi, non indifferenti. Per non parlare dei difetti della piattaforma informatica, delle chiavette Usb e delle scatole nere degli autotrasportatori, criticità che ancora devono essere risolte». Insomma «Il sistema rischia di trasformarsi in un ulteriore sovraccarico burocratico per le Pmi – conclude Costi – per combattere davvero le ecomafie serve maggiore efficienza, trasparenza , economicità e un utilizzo semplice e immediato».
    «Sì al controllo dei rifiuti, no al Sistri, un mostro informatico che danneggia le piccole imprese – gli fa eco Marco Merli, presidente Cna, Confederazione dell’Artigianato della LiguriaAdesso un barbiere per smaltire cinque lamette dovrà, con l’apposita chiavetta Usb, collegarsi al sito del Sistri, aprire la scheda, inserire i dati, firmare i moduli e salvarli, un documento per ogni tipo di rifiuto, con un aggravio di costi e procedure complesse. Noi proseguiremo la battaglia avviata in Parlamento e stiamo valutando anche un’azione con i nostri legali – sottolinea Merli – In passato abbiamo avuto segnalazioni di trasportatori con problemi di funzionamento della chiavetta Usb, della scatola nera inserita sul veicolo, senza dimenticare chi ha incontrato difficoltà di accesso alla piattaforma digitale».

    Da un censimento della Confcommercio relativo ai primi mesi di avvio su un campione di imprese di trasporto e gestione dei rifiuti (i primi comparti interessati), emergono dati preoccupanti. Tra questi «Un crollo del fatturato delle imprese che hanno ridotto la propria attività con conseguente decremento del fatturato, quantificabile nel settore del trasporto in 20.000 euro in media in un anno, con picchi anche di 40.000 euro per alcune imprese». In alcuni casi, sostiene Confcommercio, il crollo è stato pure del 50%. La Confederazione dei commercianti, a questo punto, auspica che il neo ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti «Sospenda l’operatività del sistema in attesa di rendere effettive le semplificazioni discusse nei tavoli tecnici di lavoro, oltre a sospendere il contributo 2014».

    Nel medesimo giorno di avvio della fase due del Sistri, il 3 marzo scorso, il Ministro dell’Ambiente Galletti ha dichiarato: «Un approfondimento sul Sistri è fra le priorità in agenda per i prossimi giorni. Le istanze avanzate dai “piccoli produttori” sono tenute nella massima considerazione. È infatti in via di perfezionamento un decreto che assoggetta al Sistri solo imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti con più di 10 dipendenti nei settori dell’industria, artigianato, commercio e servizi. Il decreto inoltre contiene altre semplificazioni finalizzate a venire incontro alle esigenze dei produttori al fine di assicurare un “decollo” della fase due del sistema che sia meno problematica possibile. L’obiettivo del Governo è quello di rendere questo strumento, dalla storia travagliata, una ulteriore opportunità per la competitività del Paese ed un presidio per la tutela della legalità».

    [quote]Il mondo ambientalista favorevole alla partenza del Sistri ma per contrastare il traffico illecito di rifiuti servono politiche di prevenzione e incentivazione al riciclo virtuoso dei rifiuti[/quote]

    «Noi abbiamo sempre sostenuto, già da fine anni ’90, che occorre intervenire anche con la tecnologia per stanare l’ecomafia e la criminalità ambientale del ciclo dei rifiuti – racconta Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente – Quando è stato provato il Sistri, purtroppo, ci siamo trovati dinanzi ad un sistema che si è sempre inceppato. Una parte delle realtà produttive italiane comprensibilmente si è lamentata visto che il sistema, oltre a non funzionare, ha complicato le operazioni ed aumentato i costi per le aziende. Le proroghe del passato, ai fini di un adeguamento del Sistri, non sono servite a nulla. Quindi noi pensiamo che sia il caso di far partire il sistema e se questo, per l’ennesima volta, dimostrerà di non essere in grado di svolgere il suo ruolo di monitoraggio del ciclo dei rifiuti speciali pericolosi e tracciabilità degli stessi, nell’ottica di una riduzione dello smaltimento illecito, il Paese ne chiederà conto a chi l’ha progettato, cioè la società Selex del gruppo Finmeccanica, la quale ha recentemente affermato di aver approntato le modifiche necessarie». A suo tempo Legambiente aveva espresso forti dubbi proprio riguardo alle modalità con le quali la progettazione del Sistri è stata affidata a Selex «Una società che non ha alcuna esperienza specifica nel campo dei rifiuti – sottolinea Ciafani – Infatti, alla prova del nove, Selex si è rilevata non adatta a tale compito».
    Per quanto riguarda il decreto al vaglio del Governo – ma finora non approvato – che potrebbe esentare dal Sistri le aziende con meno di 10 dipendenti, l’associazione ambientalista manifesta con decisione la sua contrarietà «Esentare le piccole aziende piuttosto che quelle medie ci sembra un ragionamento parziale – sottolinea il vice presidente di Legambiente – Occorre che il sistema intercetti i flussi principali di rifiuti speciali pericolosi che danno luogo ai traffici illeciti, siano essi alimentati da grandi realtà industriali oppure da piccole imprese. In altri termini, più che puntare sulla dimensione delle singole aziende bisogna puntare sulla pericolosità dei rifiuti maggiormente coinvolti nel circuito dello smaltimento illegale».
    «Tutti i sistemi di controllo e garanzia per i cittadini sono i benvenuti – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Detto ciò, se la tecnologia, invece di facilitare gli adempimenti burocratici delle aziende al contrario li appesantisce, il sistema diventa solo una rappresentazione fittizia di controllo a scapito delle ditte oneste». Secondo Italia Nostra, dopo il ripetersi di diverse finte partenze che hanno comunque comportato costi notevoli per le aziende «Adesso bisogna far partire il Sistri e sottoporlo fin da subito a puntuale manutenzione affinché, finalmente, possa adempiere al compito per cui è stato creato». Finora, infatti, la documentazione cartacea per molte realtà imprenditoriali è parsa soltanto burocrazia inutile «Dunque siamo d’accordo con l’avvio del Sistri – conclude Cuneo – Speriamo che questa sia la volta buona».

    I numeri dell’illegalità ambientale in Italia ed in Liguria

    Legambiente, ormai da tempo, cura la redazione del prezioso rapporto annuale “Ecomafia” raccontando tramite i dati la storia della criminalità ambientale nel nostro Paese. “I numeri degli illeciti ambientali accertati nel 2012 delineano una situazione di particolare gravità: 34.120 reati, 28.132 persone denunciate, 161 ordinanze di custodia cautelare, 8.286 sequestri – si legge nell’ultimo rapporto Ecomafia 2013 – Il 45,7% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Sicilia, salita in seconda posizione, Calabria e Puglia) seguite dal Lazio, stabilmente al quinto posto ma con un numero di reati in crescita rispetto al 2011 (+13,2%) e dalla Toscana, che raggiunge il sesto posto, con 2.524 illeciti (+15,4%), scavalcando la Sardegna. Prima regione del Nord Italia diventa la Liguria (1.597 reati, +9,1% sul 2011), che supera la Lombardia, scivolata in nona posizione”.

    In particolare, per quanto concerne il ciclo dei rifiuti “Cresce il numero di persone denunciate in Italia per le illegalità nel ciclo dei rifiuti: dalle 5.830 del 2011 alle 6.014 del 2012 (di queste, ben 1.911 solo da parte del Corpo forestale dello stato) – continua il rapporto di Legambiente (su dati 2012) – Ogni giorno, insomma, 16 persone vengono denunciate in Italia per reati che vanno dallo smaltimento illegale al traffico illecito. E aumenta in maniera significativa anche il numero di sequestri: 2.230, con un incremento del 18% rispetto al precedente rapporto”.
    Le indagini ancora aperte e quelle già chiuse confermano che “…dalle banchine liguri partono alcuni dei principali traffici internazionali di rifiuti – sottolinea il dossier Ecomafia 2013 – Già nel 2011 l’indagine Combined Hope dell’Agenzia delle dogane, in collaborazione con gli agenti del Comando provinciale del Corpo forestale dello stato, aveva scoperto un flusso illegale in partenza da La Spezia di circa 25 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalla Nuova Zelanda e destinati a un paese dell’Africa subsahariana […] Il 27 settembre del 2012 è arrivato il bis: gli stessi inquirenti hanno sequestrato altre 22 tonnellate di rifiuti pericolosi stipati in un cargo proveniente dalla Grecia e destinato a un paese dell’Africa subsahariana. Anche in questo caso, il carico era dichiarato contenente “parti di autovetture usate”, ma esattamente come la volta prima si trattava di rifiuti tout court”.
    In totale nel 2012, nella nostra regione, sono state accertate 154 infrazioni connesse al ciclo dei rifiuti, le persone denunciate sono state 214 (ma zero quelle arrestate), mentre i sequestri effettuati sono stati 51.

    Bisogna considerare che in Italia, mediamente «Si perdono nel nulla, ogni anno, circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, anche pericolosi – sottolinea il vice presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – Si tratta di una quantità incredibilmente grande. Se davvero si vuole combattere l’ecomafia e il traffico illecito dei rifiuti occorre analizzare con attenzione le ordinanze di custodia cautelare emesse dal 2001 ad oggi. Parliamo di 200 indagini che riguardano quasi tutte le regioni italiane, compresa la Liguria. Ebbene, ci sono rifiuti pericolosi che compaiono puntualmente nelle indagini: polveri abbattimento fumi, fanghi, scarti di industria chimica e farmaceutica, scorie di fonderie, ecc. Cominciamo ad intervenire con norme rigide a prescindere dalle dimensioni delle singole aziende».

    Il Sistri potrebbe essere una buona occasione per razionalizzare il sistema di monitoraggio degli scarti speciali pericolosi, senza dimenticare, però, che per contrastare efficacemente i traffici illeciti di rifiuti occorre mettere in campo una serie di azioni ad ampio raggio. «L’idea di tracciare i flussi ha sicuramente una sua logica – aggiunge Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – Tuttavia, come è successo finora, anche in futuro ci saranno sempre soggetti disonesti che, senza i necessari controlli, troveranno escamotage per aggirare le regole e boicottare il sistema informatico». Insomma, i flussi illeciti continueranno, nonostante l’uso di un sistema tecnologico. «Per combatterli servono attività investigative ma non solo – conclude Pergolizzi – Fondamentale è investire in politiche preventive, quindi nel miglioramento dell’impiantistica e dei processi produttivi (l’80% dei rifiuti speciali pericolosi, infatti, è di origine industriale), oltre ad incentivare il riciclo virtuoso dei rifiuti».

    Matteo Quadrone

  • Gestione dei rifiuti a Genova: piano regionale e linee guida Amiu

    Gestione dei rifiuti a Genova: piano regionale e linee guida Amiu

    amiu-raccolta-cartoniSi profila all’orizzonte un cambio di rotta decisivo nella gestione del ciclo dei rifiuti in Liguria, così come nel capoluogo ligure. Le premesse ci sono tutte ma occorre ricordare che saranno necessarie successive conferme affinché gli orientamenti delineati da Regione Liguria e Amiu Genova si trasformino in realizzazioni concrete. Il 21 dicembre scorso l’azienda municipalizzata di igiene urbana ha presentato le “Linee guida del nuovo Piano industriale” – già approvate dalla Giunta Doria (e proprio ieri, 8 gennaio, illustrate anche ai consiglieri comunali di Palazzo Tursi) – che sarà formalmente pronto nei primi mesi del 2014, presumibilmente entro la primavera, mentre la Giunta Burlando, il 27 dicembre 2013, ha adottato il nuovo “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, in discussione nell’aula consiliare della Regione a partire dal 10 gennaio.

    Partiamo da Amiu. Il disegno, particolarmente ambizioso, è quello di trasformarla in un’azienda che – non solo raccoglie i rifiuti – bensì li trasforma allo scopo di immettere nel circuito produttivo le materie prime così ottenute, dunque, gestendo anche specifici processi di filiera per la trasformazione dei materiali riciclabili: carta, plastica, vetro, ecc. «Bisognerà individuare i processi più redditizi e poi valutare, se e quali filiere, gestire da soli o con specifici partner industriali – dichiara il presidente di Amiu, Marco Castagna – Già nel corso del 2014 dovrebbe essere individuato un partner istituzionale o industriale-finanziario del Comune, che consenta ad Amiu di uscire dai vincoli ai quali è sottoposta in quanto società in “house”, per poter espandere la sua attività».
    Per quanto riguarda lo scenario regionale, invece, la notizia più rilevante è il definitivo addio all’ipotesi di chiudere il ciclo dei rifiuti con impianti a caldo, ovvero con gli inceneritori (o gassificatori, o termovalorizzatori, che dir si voglia). Nel contempo, si profila un ruolo sempre più marginale per le discariche nel territorio ligure, a vantaggio di un sistema che si pone l’obiettivo di produrre meno rifiuti e riciclarne di più, trasformandoli in prodotti vendibili sul mercato.

    Linee Guida del nuovo piano industriale di Amiu

    ex-fonderie-ansaldo-deposito-amiuIn occasione della presentazione delle “Linee guida del nuovo Piano Industriale” di Amiu, l’assessore all’Ambiente di Palazzo Tursi, Valeria Garotta, ha affermato «La scelta è quella di puntare sul recupero di ogni rifiuto. Il conferimento in discarica deve diventare sempre più residuale. Grazie alle tecnologie evolute si può fare, ma Amiu nello stesso tempo deve affrontare un processo di riconversione e differenziazione del suo business».
    L’indirizzo strategico prefigura un deciso riposizionamento dell’azienda municipalizzata alla luce degli importanti cambiamenti che verranno promossi dal “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, dalla legge regionale sull’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) per i rifiuti che dovrebbe essere presentata al consiglio regionale nei primi mesi 2014 (lo strumento con cui porre un freno alla frammentazione dei soggetti gestori: oggi su 235 Comuni sono 52) e soprattutto dagli stringenti indirizzi che l’Unione Europea ha stabilito sulla gestione dei rifiuti.

    «Dobbiamo abituarci a pensare che nel mondo di oggi e di domani non esistono rifiuti – sostiene Marco Castagna, presidente di Amiu – Esistono materia ed energia da raccogliere, da trasformare e da re-immettere nel ciclo produttivo locale. Noi vogliamo diventare, per il nostro territorio, il soggetto cardine di un sistema intelligente capace di operare in tutte quelle che sono, e saranno, le filiere dell’economia circolare locale».
    Il direttore generale di Amiu, Pietro D’Alema, spiega nel dettaglio «Le attività di cui si occuperà l’azienda nei prossimi anni saranno estremamente varie: raccolta dei rifiuti urbani anche oltre gli attuali confini, gestione di impianti di trattamento dei rifiuti, produzione di CDR (combustibile da rifiuto) e CSS (combustibile solido secondario), produzione e vendita di energia da impianti propri e da quelli gestiti con partner, gestione di specifici processi di filiera per la valorizzazione di materie prima seconde, manutenzione del territorio e valorizzazione, ad esempio, della filiera bosco-energia, bonifiche locali e nazionali, gestioni ambientali di sistema per i porti».

    Per sostenere tale strategia, la municipalizzata genovese si accinge a lanciare una nuova struttura, “AMIU SmartLab”, composta da personale interno e da una serie di soggetti provenienti dal mondo dell’innovazione, della ricerca, dell’impresa e della formazione, che lavoreranno a fianco dell’azienda con l’obiettivo di fare in modo che essa diventi il punto di riferimento – a livello ligure – dell’innovazione di prodotto e di processo, applicata all’intero ciclo dei rifiuti.
    «Entro il mese di febbraio organizzeremo in un grande evento pubblico per presentare questa prospettiva di sviluppo intorno alla quale intendiamo aggregare le migliori forze della nostra regione – conclude Marco Castagna – ci rivolgeremo anche a comitati e associazioni che in passato hanno espresso toni critici nei confronti di Amiu e che auspichiamo diventino dei soggetti attivi».

    Nuovo piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche

    Palazzo della RegioneCome detto sopra, il piano regionale sancisce l’addio agli inceneritori per lasciare spazio a impianti di trattamento meccanico biologico, di compostaggio e per la produzione di rifiuti secchi ad alto potere calorifico. Inoltre, tramite il potenziamento della raccolta differenziata (RD) – con l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% entro il 2020 – si cercherà di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti depositati in discarica.
    «Il piano è stato adottato solo dalla Giunta perché, riguardo ai tempi, c’era un obbligo di legge da rispettare – spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano – Abbiamo rinviato la discussione in Consiglio al 10 gennaio e successivamente si apriranno i termini per presentare le osservazioni. Già prima dell’adozione, comunque, io ho avuto una serie di incontri con i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, dell’Anci Liguria e della Province; mi sembra che tutti abbiano riconosciuto il lavoro che abbiamo fatto per impostare su basi diverse la gestione del ciclo dei rifiuti».
    Dopo la pubblicazione del piano, probabilmente a fine gennaio, dovrebbero aprirsi i termini di 60 giorni nei quali chiunque potrà presentare osservazioni nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS). Una volta chiusi questi termini, la Giunta e gli uffici vaglieranno le osservazioni e i pareri dei vari soggetti competenti, decidendo quali accogliere e come rispondere. Infine, la Giunta varerà il testo del piano – eventualmente modificato – da proporre al Consiglio regionale per l’approvazione definitiva, che potrebbe avvenire entro la prossima estate.

    Il testo adottato parte dall’analisi delle diverse criticità esistenti sul territorio ligure: produzione di rifiuti più alta rispetto alla media nazionale (582 Kg per abitante all’anno, rispetto ai 504 Kg nazionali); livello di RD inferiore alla media nazionale (32,02% rispetto al 39,90%, nettamente al di sotto dell’obiettivo di legge del 65% che si sarebbe dovuto raggiungere nel 2012), situazione dovuta alla scarsa diffusione di modelli di raccolta domiciliari (vale a dire sistemi di RD porta a porta o di prossimità); alta frammentazione nella gestione del ciclo dei rifiuti; una chiusura del ciclo che si affida ancora prevalentemente alle discariche (per il 60% nel 2012); costo medio di gestione del ciclo più alto rispetto alla media nazionale (185 euro per abitante, rispetto a 156).

    Il piano individua due tappe temporali – 2016 e 2020 – entro cui raggiungere progressivamente i principali obiettivi, vale a dire: riduzione dei rifiuti prodotti, aumento RD, trattamento finale e modalità di gestione dell’intero ciclo. La novità più importante è l’eliminazione di qualsiasi ipotesi di impianto a caldo (inceneritore, gassificatore o termovalorizzatore) per il trattamento finale – di conseguenza anche il progetto inceneritore a Scarpino – ma pure un significativo ridimensionamento dell’utilizzo delle discariche che dovrebbero servire a raccogliere solo una frazione minima dei rifiuti (l’obiettivo è passare dalle 685.145 tonnellate del 2012 ad un massimo di 120 mila tonnellate nel 2020).

    Per quanto concerne la chiusura della gestione del ciclo, invece, il documento indica delle strade multiple, attraverso la realizzazione di impianti per il trattamento separato della frazione organica e di quella secca dei rifiuti che restano dopo la RD dei materiali riciclabili e dopo l’eliminazione dei metalli. Con l’organico si dovrebbe produrre compost – utilizzabile in agricoltura – e FOS (frazione organica stabilizzata) – impiegabile per i ripristini ambientali (dal riempimento di cave alla copertura di discariche, fino al ripristino di frane) – mentre la frazione secca dovrebbe essere trattata per produrre CSS (combustibile solido secondario) utilizzabile per la produzione di energia in impianti come cementifici e inceneritori.

    «Sono almeno 20 anni che mi impegno contro l’inceneritore a Scarpino (ma anche sotto la Lanterna) – afferma il consigliere comunale (Fds), Antonio Bruno – quindi, saluto con favore la definitiva cancellazione di un simile progetto. Nel piano regionale, però, emergono alcune criticità. In particolare, non si prevede di ottemperare alla legge, visto che l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% di RD è stato spostato al 2020. Sette anni per arrivare al 65% di raccolta differenziata, vuol dire sette anni durante i quali bisognerà pagare l’ecotassa. In due anni, invece, si potrebbe costruire l’impianto di compostaggio della frazione umida (circa il 35% dei rifiuti prodotti) raggiungendo così la fatidica soglia del 65%. Inoltre, si prevede di utilizzare in impianti esistenti (cementifici, inceneritori, centrali termiche a carbone) la quota residua avanzata dalla RD. Ovviamente c’è il rischio che questo disincentivi la RD, aggravando una situazione già critica per motivi di sostenibilità, inquinamento ambientale, tutela della salute, creazione di posti di lavoro. Sullo sfondo rimane l’ingresso di privati nell’azienda, adducendo i limiti imposti dal patto di stabilità. Più volte ho ricordato che, dopo il referendum e i pronunciamenti della Corte Costituzionale, questo non sia vero».

    Sul fronte opposto, il senatore Luigi Grillo (Ncd), manifesta parecchio scetticismo al quotidiano locale il “Corriere Mercantile” «In Italia la regione fanalino di coda in tema di rifiuti è proprio la Liguria. Siamo l’unica regione che porta il 100% dei rifiuti in discarica, siamo tra gli ultimi nella percentuale di RD e, dopo tanti discorsi e promesse, ancora non è stato progettato né un termovalorizzatore, né un gassificatore per creare un’alternativa alla schiavitù delle discariche […] Come è possibile giudicare credibile questo nuovo strategico piano dei rifiuti fondato su scelte che, allo stato attuale, non si riscontrano in nessuna altra regione? Chi ha governato per tanti anni la nostra regione, e tuttora la governa, dovrebbe spiegare il motivo di un pregiudizio che esiste nei confronti delle più moderne tecnologie, adoperate nel resto d’Italia e d’Europa, che consentono di bruciare i rifiuti, produrre energia e non inquinare l’ambiente […] Il piano della Liguria sembra poggiare su due previsioni: ridurre la produzione di rifiuti; portare la RD alla percentuale del 65%. Per quanto mi risulta, ad oggi, in Italia la produzione dei rifiuti è in costante crescita da vent’anni a questa parte, e non è chiaro con quali strumenti si pensa di invertire questa tendenza. Sulla RD è difficile dare credito ai nostri attuali amministratori regionali quando si pongono l’obiettivo di diventare in pochi anni i primi della classe […] Per quanto riguarda il governo del settore, è condivisibile l’idea di superare la frammentazione esistente, infatti, sono troppi i soggetti gestori che incidono in maniera rilevante sui costi di gestione».

    Il parere del professore Federico Valerio

    Impianto di compostaggio in Valvarenna
    L’impianto di compostaggio dell’umido in Valvarenna

    In merito ai possibili cambiamenti nello scenario ligure e genovese, Era Superba ha chiesto un giudizio al professor Federico Valerio, per lungo tempo responsabile del Laboratorio di chimica ambientale dell’Ist di Genova, ambientalista ed esperto di questioni relative al trattamento dei rifiuti, delle quali si occupa da molti anni (anche sul proprio blog “Scienziato preoccupato”).

    L’aspetto positivo è che non si parla più di inceneritori, gassificatori e affini, in tutta la Liguria?

    «Sì, certamente. E non posso fare a meno di sottolineare come, finalmente, sia stata riconosciuta la bontà di chi ha sempre sostenuto che si potevano trovare soluzioni migliori rispetto agli impianti a caldo. Detto ciò, probabilmente anche il fattore economico, ovvero i costi proibitivi di simili strutture, ha giocato a favore dell’eliminazione di tale prospettiva. Forse è merito pure di una sensibilità nuova che tutti, compresa l’azienda Amiu, iniziamo a respirare. La municipalizzata genovese, per esempio, ha scoperto che vendendo cartone riesce ad ottenere utili. E lo stesso può avvenire con gli altri scarti (questa è la definizione corretta dei rifiuti)».

    Innanzitutto occorre adoperarsi per il trattamento della frazione organica dei rifiuti, quella più importante ai fini di una raccolta differenziata di qualità? «Assolutamente sì. Questo è il primo passo da fare. Attualmente, la frazione organica raccolta a Genova viene spedita in provincia di Alessandria con notevoli costi (vedi il nostro articolo sulla chiusura dell’impianto di compostaggio in Val Varenna). È necessario realizzare un nuovo impianto per trattare la frazione umida. Il problema è individuare un sito adatto, visto che nessun sindaco pare disposto ad accoglierlo sul proprio territorio. Eppure con le tecnologie odierne non sussisterebbe alcun problema di mali odori o quant’altro. Ogni provincia ligure dovrebbe ospitarne almeno uno».

    Rifiuti raccolta differenziataL’aspetto più critico è l’aver spostato l’obiettivo 65% di raccolta differenziata al 2020?

    «In effetti, bisogna spingere per un più incisivo aumento di una raccolta differenziata che sia di qualità. Ad esempio, con il sistema porta a porta, che garantisce delle percentuali di RD molto alte e di qualità. Certo, prima è necessario investire in iniziative di informazione e comunicazione capillare affinché i cittadini si impegnino in tal senso. Ma sono investimenti che si ripagano velocemente. In Liguria ci sono una decina di Comuni che hanno già raggiunto l’obiettivo del 65%. Consiglio all’assessore regionale Briano di organizzare un incontro con i sindaci di queste realtà. Qualcuno potrà obiettare: “Si tratta di piccoli Comuni”. Sì, però, parliamo anche di contesti difficili, in cui spesso le abitazioni non sono facilmente raggiungibili. L’intera Liguria, a livello morfologico, presenta numerose difficoltà. Nelle grandi città, invece, l’ostacolo principale è l’investimento necessario per modernizzare la tipologia di servizio. Tuttavia, pure le metropoli scelgono di puntare sulla RD spinta. Basta vedere la vicina Milano, dove hanno puntato sul porta a porta. Un sistema, quello milanese, che si sta estendendo progressivamente a fette di 300 mila abitanti per volta. Insomma, con step progressivi, secondo me si può fare anche a Genova. Qui si è colpevolmente dimenticata la positiva esperienza del cosiddetto “progetto pilota” di Sestri Ponente e Pontedecimoche, soltanto pochi anni fa, aveva dato buonissimi risultati. Nonostante ciò, il progetto è stato lasciato morire. Invece, si doveva insistere, magari estendendo il progetto ad altre aree della città. La mia sensazione è che non si sia voluto dimostrare appieno la bontà dell’esperimento. In ballo, infatti, c’era ancora il discorso dell’inceneritore a Scarpino».

    Per quanto riguarda la produzione di CSS (combustibile solido secondario), sono diverse le perplessità del mondo ambientalista …
    «Una volta si chiamava CDR, ovvero combustibile da rifiuto, oggi è diventato CSS, ma si tratta pur sempre di combustibile da rifiuto, con qualche regola in più sulla qualità. È un escamotage letterale della Regione (ma anche a livello nazionale si punta ad incentivare questa pratica) che rende appetibile, soprattutto per i cementifici, la frazione secca dei rifiuti, in particolare le plastiche miste. Il problema è: chi ci guadagna? Probabilmente non Amiu (o gli altri soggetti gestori) perché – se il combustibile da rifiuto non è di buona qualità – i cementifici, per smaltirlo, si faranno pagare. Dunque, l’unico vantaggio è dovuto al fatto che non sarà necessario costruire nuovi impianti. Gli svantaggi, invece, ricadono tutti sull’ambiente, viste le problematiche legate alla qualità del CSS. Nelle plastiche miste finisce di tutto. Con inevitabili conseguenze in termini di emissioni inquinanti dei cementifici. Già oggi degli studi dimostrano che, dove il CSS è stato utilizzato come combustibile, si verifica un peggioramento della qualità delle emissioni inquinanti. Dal mio punto di vista, questo non è accettabile».

    La soluzione, secondo il prof. Valerio, consiste nel puntare sulla maggiore separazione dei rifiuti. L’esempio lungimirante è l’impianto Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) inaugurato, alla presenza del sindaco Marco Doria, nel marzo 2013. Il nuovo centro per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, è un impianto moderno – dotato di macchinari all’avanguardia – capace di separare, trattare e ridurre in balle pressate, facilmente trasportabili, imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak. Tale struttura «… permette all’azienda municipalizzata genovese di essere più che autosufficiente nel trattamento dei materiali raccolti – si legge in una nota ufficiale di Amiu – con l’obiettivo di aumentare in breve tempo le quantità inviate al riciclo […]il sistema è stato ideato per operare alternativamente sul multi materiale leggero (ovvero plastica e metalli) e sulle frazioni cellulosiche (carta, tetrapack e cartone). Qui i materiali vengono accatastati: carta e cartone da una parte, plastica e metalli dall’altra e, a seconda della lavorazione, appoggiati sui nastri trasportatori, separati meccanicamente attraverso passaggi specifici a seconda che si tratti di plastica, contenitori ferrosi, alluminio, cartone, oppure carta mista a cartone».

    «Nell’impianto di Bolzaneto, in pratica, viene separata la plastica dal cartone, il ferro dall’alluminio, ecc. – spiega il prof. Federico Valerio – Con la stessa tecnologia è possibile separare i vari tipi di plastica. Così facendo si può seguire la filiera che si sta sviluppando in questo campo. In Italia esistono alcune aziende che utilizzano plastiche miste idonee per produrre svariati manufatti, quali ad esempio i componenti dei motocicli. Le plastiche, se selezionate tramite impianti adeguati, diventano materiali con un valore commerciale da sfruttare. Stiamo parlando della frazione secca, ovvero di circa il 15% del totale dei rifiuti (la maggior fetta, infatti, è rappresentata dalla frazione umida). Noi non siamo obbligati ad alimentare i cementifici, peggiorando la qualità delle loro emissioni. Al contrario, dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica la stessa Unione Europea. La mia proposta è quella di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Ma prima di tutto, conclude Valerio «Iniziamo a realizzare gli impianti di compostaggio. Mi pare assurdo che il compost raccolto a Genova vada a finire ad Alessandria, con una notevole spesa a carico di Amiu e dunque dei genovesi. Ciò vale anche per la carta, per le plastiche, per altri materiali, a Genova non abbiamo praticamente nulla in questo senso, ad eccezione del sopracitato centro di Bolzaneto. Per limitarci al capoluogo ligure, occorre che Amiu proponga una precisa strategia industriale che ambisca, per i prossimi anni, a recuperare e destinare al riuso, ovvero alla vendita, il più possibile degli scarti raccolti. Il trattamento meccanico biologico come quello di Bolzaneto permette di eseguire ulteriori separazioni (rispetto alla differenziazione richiesta ai singoli cittadini). Con un costo che trova giustificazione nel valore della merce che si riesce a produrre. L’investimento per l’impianto di Bolzaneto in circa 2-3 anni sarà già ammortizzato. La situazione, a livello europeo e mondiale, così si evolve e noi, nel nostro piccolo, dobbiamo aggiornarci al più presto».

    Matteo Quadrone

  • Riciclo creativo: non gettare via i rifiuti, trasformali in arte

    Riciclo creativo: non gettare via i rifiuti, trasformali in arte

    rifiuti-cassonettiL’associazione Le Club di Genova Sampierdarena organizza per sabato 6 aprile 2013 il secondo appuntamento con il mercatino dell’usato e del baratto presso la sede di vico Di Bozzolo (zona Fiumara).

    In questa occasione ha indetto un concorso di riciclo creativo (in inglese upcycling) per chiunque abbia realizzato un progetto in questo ambito e voglia presentarlo. Nel presentare il bando su Facebook, le due fondatrici di The Club Adriana Salvini e Alessandra Cecchini lo definiscono «Spargiamo insieme il seme del baratto: siamo convinte che esso, insieme a un nuovo concetto del riciclo, possa essere un bel ciottolo per poter riassestare una strada che ci riporti a una dimensione più umana e solidale della vita».

    Il riciclo creativo – ossia il processo attraverso il quale un nuovo oggetto prende vita attraverso l’assemblaggio di avanzi, scarti o rifiuti – può essere realizzato con qualunque materiale o tecnica. Chi vuole partecipare può scrivere privatamente su Facebook ad Adriana o Alessandra entro lunedì 1 aprile 2013.

    I progetti dovranno essere portati alla sede di The Club entro le 12 del 6 aprile (pagando la quota di iscrizione di 2 €): a partire dalle 15, tutti i partecipanti al mercatino valuteranno i progetti. I primi tre classificati saranno premiati, il contenuto dei premi sarà comunicato il giorno stesso del mercatino.

    Per maggiori informazioni leclub.genova@libero.it.