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  • Genova, allerta meteo ROSSA venerdì 14 ottobre dalle 3 alle 24. SCUOLE CHIUSE

    Genova, allerta meteo ROSSA venerdì 14 ottobre dalle 3 alle 24. SCUOLE CHIUSE

    allerta-rossa-14-ottobreLa Protezione civile della Regione Liguria ha emanato lo stato di allerta meteo rossa (il più elevato) per piogge diffuse da Noli alla Spezia dalle 3 alle 24 di domani, venerdì 14 ottobre, con il rischio di gravi effetti al suolo. A Genova, chiuse tutte le scuole di ogni ordine e grado. Scuole e impianti sportivi chiusi anche a Savona, alla Spezia e nel Tigullio.
    Allerta arancione, invece, da Ventimiglia a Noli, dalle 3 alle 21 di domani.  Si tratta della prima allerta massima da quando è in vigore il nuovo sistema.


     Aggiornamenti di venerdì 14 ottobre

    17.45 – Dopo il passaggio della tromba d’aria Nervi e Sant’Ilario contano i danni: una gru in via Donato Somma si e’ abbattuta su una serra e sui fili elettrici, nella centrale piazza Duca degli Abruzzi, dove ha sede il commissariato di polizia, sono caduti molti alberi. Un albero di grosse dimensioni e numerosi rami sono crollati lungo i binari bloccando il traffico ferroviario a poca distanza della stazione di Nervi. A Sant’Ilario molte abitazioni hanno subito danni ai tetti, con conseguente cadute di tegole su strada e auto. Moltissimi gli alberi, fra cui piante secolari e pregiate, cadute nelle ville private e lungo i sentieri e le creuze di Sant’Ilario. A Quinto, sempre nel levante, dopo l’albero crollato su delle auto in via Roncallo, un palma di grandi dimensioni si e’ abbattuta su una cabina del telefono in via Murcarolo.

    17.15 – Mentre su Genova non piove più ormai da qualche ora, sono soprattutto i comuni dell’entroterra del Golfo Paradiso, del Golfo del Tigullio e dello spezzino a fare i conti con i pesanti danni provocati dalla tromba d’aria. Molti i tetti scoperchiati così come le frazioni rimaste senza elettricità a causa della cadute di pali e alberi. La via Aurelia fra Recco e Genova e’ percorribile solo ai residenti mentre rimasto chiuso a lungo il casello autostrade di Recco. Caduto anche lo storico pino secolare di Portofino cresciuto sul tetto di Castello Brown. C’è anche un lieve ferito: si tratta di un pensionato di Avegno colpito dal crollo del tetto della sua casa di Megli.

    16.50 – Il trenino di Casella resterà chiuso anche dopo la fine dell’allerta rossa. Questa mattina si è verificato un problema di mancanza di tensione alla linea ferroviaria nella tratta Genova – Vicomorasso, per la caduta di un albero sulla linea aerea in zona San Pantaleo. Per non pregiudicare la sicurezza degli addetti al ripristino, l’intervento avrà inizio terminata l’allerta. Per tutto il periodo di fermo della ferrovia, verrà garantito il servizio bus sostituivo da Genova a Casella.

    alberi-treni-nervi15.00 – Una tromba d’aria ha attraversato Genova da Voltri a Nervi lungo la costa per concentrarsi poi su Recco. Circolazione dei treni sospesa tra Genova Brignole e Sestri Levante, sulla tratta Genova – La Spezia, per la disconnessione della linea elettrica di alimentazione dei treni e la caduta di un albero che ingombra la sede ferroviaria coinvolgendo l’Intercity 35370 (Livorno-Milano) fermo in linea. Per mancanza di alimentazione elettrica sono fermi in linea anche i regionali 11245 e 11252. “I tecnici di Rete Ferroviaria Italiana sono sul posto – informa Rfi in una nota – per risolvere il guasto e ripristinare, appena le condizioni meteo lo consentiranno, la piena funzionalità degli impianti tecnici e per rimuovere l’albero”.

    14.30 – Bargagli e Davagna gli abitati più danneggiati, soprattutto dal forte vento: il sindaco di Bargagli, Sergio Aveto, ha ricevuto segnalazioni di diverse abitazioni con ingenti danni ai tetti, forse causati da una tromba d’aria. Problemi anche con le utenze elettriche. L’intensità delle precipitazioni a Genova attualmente in calo: a Nervi, un albero di grosse dimensioni è caduto in via Somma, all’altezza del bivio con Sant’Ilario, bloccando il traffico, attualmente in tilt.

    13.30 – Via libera all’accensione dei riscaldamenti a Genova. In considerazione delle condizioni climatiche che rendono critiche le temperature all’interno degli edifici a qualsiasi destinazione d’uso, è stata emessa ordinanza del sindaco che autorizza l’accensione degli impianti di riscaldamento da oggi a lunedì 31 ottobre compreso, per 10 ore giornaliere, a regime normale (temperature negli ambienti: 20° con 2° di tolleranza). Nell’accesso ai locali caldaia e nelle operazioni di accensione degli impianti, il Comune di Genova rammenta i comportamenti di autoprotezione che i cittadini sono tenuti ad adottare in caso di allerta meteo.

    allerta-rossa-14-ottobre-h1313.00 – «Siamo nella fase centrale dell’allerta, il bollettino appena emesso conferma il quadro previsto ieri sera con allerta rossa da Capo Noli (Savona) a La Spezia fino alle 23.59, e arancione da Ventimiglia a Capo Noli, fino alle 21». Lo dice l’assessore alla Protezione civile della Regione Liguria, Giacomo Giampedrone, facendo il punto della situazione sullo stato di allerta meteo che vige su tutto il territorio regionale, come riporta l’agenzia Dire. «L’attenzione è altissima su tutto il territorio in attesa di un possibile peggioramento – prosegue Giampedrone – da adesso al tardo pomeriggio ci attendono le ore centrali della perturbazione. Al momento si stanno verificando forti precipitazioni nel ponente ligure, mentre questa mattina a essere interessata è stata soprattutto la zona del Tigullio». A scongiurare forti piogge fino al momento «ci hanno pensato un po’ i venti di tramontata – spiega l’assessore – che hanno tenuto la perturbazione più sul mare che sulla terra: è un vento molto forte che ci ha fatto comodo ma ha causato qualche problema». Al momento, comunque, non ci sono particolari segnalazioni di disagi dal territorio regionale, fatta salva la momentanea chiusura di due strade nel Comune di Tribogna, in provincia di Genova. La criticità maggiore è rappresentata dal forte vento con picchi di 117 chilometri all’ora registrati nel comune di Framura (provincia della Spezia), ma anche 102 chilometri all’ora a Genova nell’area del Porto Antico. Per quanto riguarda la pioggia, invece, la zona più colpita in mattinata è stata il Tigullio con 40-50 millimetri di pioggia. «L’aspetto più temuto – dicono i previsori dell’Arpal – è quello dei temporali forti, stazionari e organizzati nelle zone di convergenza tra venti caldi e freddi, in particolare sulla parte centrale e sul levante della regione». Prossimo aggiornamento con la stampa previsto tra le 18 e le 18.30 alla presenza anche del governatore Giovanni Toti, nel quale sarà comunicata l’eventuale prosecuzione dell’allerta anche nella giornata di domani.

    10.30 – La situazione sul territorio regionale non presenta criticità di rilievo. Le maggiori difficoltà sono date dalle forte raffiche di vento che hanno provocato la caduta di alcuni alberi. Per quanto riguarda il Comune di Genova, la Protezione civile informa che si alternano momentanee precipitazioni sparse, al più moderate, e pause asciutte. Gli accumuli complessivi (dalle 00 odierne) restano su valori poco significativi, mediamente sotto i 10 mm. Su tutto il genovesato insiste una moderata ventilazione settentrionale, con raffiche sino a 30/40 km/h, che contribuisce a mantenere un substrato decisamente freddo e umido. Al momento la perturbazione distende il proprio fronte principale dalla costa Azzurra sino ai mari di Corsica e Sardegna dove è presente diffusa attività elettrica, situazione che potrebbe interessare il territorio nel corso del pomeriggio/sera.

    Sono 300 i volontari di protezione civile attivi in tutta la Regione.


     La situazione di giovedì 13 ottobre

    Permane lo stato di allerta gialla per temporali e piogge diffuse su tutta la Regione fino alle 2.59 di domani, venerdì 14 ottobre.

    L’allerta arancione per temporali forti, organizzati e persistenti è il massimo grado di allertamento per questo tipo di fenomeni, che possono essere molto intensi e produrre gravi effetti al suolo. L’allerta rossa per piogge diffuse segnala gravi effetti al suolo numerosi ed estesi sulle zone di allertamento.

    I previsori di Arpal parlano di un prossimo scontro tra venti di tramontana e scirocco che porteranno temporali forti, organizzati e persistenti, con raffiche di vento intorno ai 90 km/h, dapprima sul mare e successivamente verso la costa da Levante verso il Centro-Ponente.

    La Sala Operativa Regionale è già aperta e lo resterà per tutta la durata dell’allerta per monitorare in tempo reale l’evoluzione dei fenomeni più intensi e dare supporto ai comuni impegnati nella gestione delle rispettive fasi operative.

    I provvedimenti del Comune di Genova

    Chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, chiusura dei centri socio-educativi, di aggregazione e attività educative territoriali per i minori (appartenenti al Centro Servizi Famiglie), chiusura dei centri socio riabilitativi diurni per anziani e disabili, chiusura degli impianti sportivi pubblici e privati, chiusura dei musei civici, chiusura delle biblioteche, sospensione dei mercati rionali all’aperto, chiusura dei parchi e dei giardini pubblici, chiusura dei cimiteri (assicurata la ricezione dei servizi funebri), sospensione di qualsiasi manifestazione ed evento all’aperto, chiusura dei sottopassi pedonali di piazza Montano, via Borgo Incrociati, piazza Rizzolio/via Gattorno, piazza Porticciolo, piazzale Kennedy/viale Brigate Partigiane, piazza Massena. Sono le misure assunte dal centro operativo comunale, riunitosi oggi alle 15 in seguito all’emanazione dello stato di allerta rossa dalle ore 3 alle ore 23.59 di venerdì 14 ottobre, in applicazione del Piano comunale di emergenza per la gestione del rischio meteo-idrogeologico.

    È stata disposta la chiusura e la messa in sicurezza di tutti i cantieri, con particolare attenzione a quelli dello scolmatore del Fereggiano e del rifacimento della copertura del Bisagno.

    Sono state inoltre adottate misure che riguardano la mobilità: limitazione del servizio della Metropolitana alla tratta Brin-De Ferrari; chiusura degli ascensori del sottopasso ferroviario di Sestri Ponente (via Puccini); chiusura dell’esercizio ferroviario Genova-Casella e attivazione di un servizio sostitutivo compatibilmente con le condizioni viarie; chiusura fino a cessata allerta della Galleria Pizzo sulla strada statale Aurelia; divieto di sosta in via Pontetti. Tutti i possessori di tagliandi Blu Area A, B, C, R e T, esclusivamente nei casi in cui tali zone siano state opzionate come prima scelta (es. AL – CF – CG ecc.), hanno diritto a parcheggiare gratuitamente in tutte le zone Blu Area, a partire da 3 ore prima della decorrenza dell’allerta e fino alle ore 12 del giorno successivo della cessata allerta. Stesso provvedimento anche per i residenti nella zona via Fereggiano – corso De Stefanis non in possesso di contrassegno Blu Area esponendo copia della carta di circolazione. Interdetta la circolazione sulla sopraelevata Aldo Moro per motocicli e veicoli telonati dalle 00.00 alle 23.59 di venerdì 14 ottobre. Chiuso il guado di via Veilino, presidiate e monitorate via Shelley, via Pontetti, via Superiore Budulli, via Rio Fulle e via San Quirico.

    Inoltre, è stato deciso il potenziamento del presidio territoriale della Polizia municipale con 4 pattuglie dedicate al monitoraggio dei rivi per ogni turno, che vanno ad aggiungersi al servizio ordinario. Attivate anche 9 pattuglie di pronto impiego dalle ore 4.30 di venerdì 14 ottobre e, a partire dalle ore 6.30, ulteriori 16 pattuglie per presidio della viabilità e pronto impiego in caso di necessità. Attivate inoltre 16 squadre di volontariato di protezione civile.

    Le direzioni del Comune di Genova, i Municipi e le Aziende (Aster, Amiu e Amt) hanno attivato i piani di emergenza previsti per lo stato di allerta rossa. Il trasporto individualizzato ai centri di riabilitazione di persone disabili è sospeso a seguito della chiusura del centri stessi, disposta dalla Asl 3. Rimane attivo il trasporto verso i luoghi di lavoro.

    Il Comune di Genova ricorda, inoltre, di adottare i comportamenti di autoprotezione. In particolare, all’entrata in vigore dell’allerta: predisporre paratie a protezione dei locali al piano strada, chiudere le porte di cantine e seminterrati e salvaguardare i beni mobili che si trovano in locali allagabili; porre al sicuro i propri veicoli in zone non raggiungibili dall’allagamento; limitare gli spostamenti a esigenze di effettiva necessità; tenersi aggiornati sull’evolversi della situazione e prestare attenzione alle indicazioni fornite dalle Autorità, da radio, tv e tutte le altre fonti di informazione.

    Per tutta la durata dell’allerta sarà attiva la sala di emergenza della Protezione Civile del Comune di Genova e sarà attivo il numero verde della Protezione Civile del Comune di Genova 800177797.

  • Terzo Valico, terminate gallerie Erzelli – Borzoli. Pontedecimo, esposto contro il by-pass

    Terzo Valico, terminate gallerie Erzelli – Borzoli. Pontedecimo, esposto contro il by-pass

    terzo-valico-erzelli-borzoliCon l’abbattimento dell’ultimo diaframma di roccia, demolito oggi a favore di telecamere, viene completata la seconda tratta della galleria Borzoli-Erzelli, un’opera che diventerà operativa entro le prime settimane del 2017. I tunnel sono considerati propedeutici per i cantieri del Terzo Valico, poiché permetteranno ai mezzi da lavoro di raggiungere le cave per depositare la terra di risulta degli scavi, senza passare attraverso le strade urbane. Le gallerie serviranno inoltre a deviare il traffico pesante che oggi attraversa Sestri con i noti disagi e le criticità.

    Circa un anno di ritardo sulla tabella di marcia: 100 metri di tunnel, infatti, passano sopra la galleria autostradale Guanella, sulla A10 Genova-Ventimiglia, fatto per il quale, in itinere, si sono dovute rimodulare le operazioni di scavo, per evitare impatti strutturali dannosi. Con il completamento di quest’opera, che consiste nella realizzazione di due gallerie tra Borzoli ed Erzelli e tra Borzoli e via Chiaravagna, i mezzi pesanti non dovranno più transitare per l’angusta viabilità cittadina di via Chiaravagna e via Borzoli, dove hanno creato parecchi disagi non solo al traffico ma anche ai pedoni e agli abitanti. Questi tunnel rientrano nelle opere propedeutiche per la realizzazione del Terzo valico ferroviario, di cui Cociv è general contractor: le gallerie sono rientrate nei cosiddetti oneri di urbanizzazione della grande opera, e durante i lavori faciliteranno il passaggio dei mezzi diretti alle cave di Sestri ponente utilizzate come deposito per lo smarino estratto dagli scavi.

    terzo-valico-erzelli-borzoli02Viabilità urbana in sicurezza

    «Quest’opera consente di mantenere nella zona importanti funzioni produttive e industriali o legate al porto senza far pagare agli abitanti di Borzoli il peso in termini di criticità – spiega il vicesindaco di Genova ed ex presidente di Municipio VI Medio-Ponente, Stefano BerniniQui abbiamo una parte di attività legata al porto, i depositi di container ex Grimaldi e Derrick ma anche una serie di attività produttive meno conosciute che facevano con fatica i lavori di approvvigionamento, trasferimento dei materiali, e che finalmente potranno avere una piena logistica». Una volta aperta la nuova viabilità, secondo l’amministrazione comunale, sarà possibile intervenire anche con lavori di riqualificazione ambientale e messa in sicurezza idrogeologica grazie all’abbattimento degli ultimi due ponti critici per il torrente Chiaravagna. «Sarà una rivoluzione positiva – sottolinea l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagninosia sul versante di Sestri ponente che di Fegino. Le due gallerie ci permetteranno di interdire il passaggio del traffico pesante sulla viabilità ordinaria, cosa che per legge non si può fare se non viene fornita un’alternativa, e di creare un collegamento diretto tra il casello autostradale di Genova Aeroporto e Borzoli, con positivi benefici anche per il traffico privato».

    terzo-valico-erzelli-borzoli04Pontedecimo e il rischio idrogeologico

    Con queste due gallerie anche i cantieri del Terzo valico potranno proseguire in maniera forse più spedita. Ma se da un lato si accelera, dall’altro lato si rischia lo stop: a Pontedecimo, infatti, le opere del cosiddetto “By-pass” sembrano essere state eseguite fuori norma, seguendo parametri di legge non aggiornati. Secondo una perizia, depositata presso la Procura di Genova in allegato ad un esposto sottoscritto da decine di cittadini, infatti, la strada in costruzione per permettere il passaggio dei mezzi di Cociv, e annoverata tra le varie opere di compensazione, sarebbe nata già “fuori legge”: «Il sospetto è che sia stato utilizzato un progetto vecchio – spiega uno dei sottoscriventi dell’esposto – visto che i riferimenti normativi  sono relativi a leggi superate». Un esempio: il calcolo della portata d’acqua del torrente non terrebbe conto dei nuovi parametri del 2012. Ma non solo: i pali per sostenere la struttura sono stati “piantati” nell’alveo del fiume, cosa in teoria non consentita dal Piano di Bacino vigente. La parziale copertura dell’alveo, secondo i rilievi della perizia, non rispetterebbe le distanze minime, in altezza, dal livello di piena calcolato, mettendo a rischio la struttura stessa della strada. Quello che più in generale viene contestato dagli abitanti di Pontedecimo è l’aggravarsi delle condizioni di sicurezza di un tratto della Val Polcevera già noto per la sua instabilità idrogeologica. In altre parole, stando a questo esposto, si sta verificando una situazione paradossale: se è vero che le amministrazioni (comunale, regionale e statale) stanno investendo parecchi milioni di euro per mettere in sicurezza il Bisagno, contemporaneamente si “mette in pericolo” un’altra parte della città con un’opera “fuori norma”, e peraltro poco “sentita” dal territorio stesso. Alla magistratura l’ultima parola.

    Ancora una volta, quindi, il “bollettino” dei grandi cantieri ci racconta lo schizofrenico rapporto che Genova e la Liguria hanno con il proprio territorio: l’apertura delle gallerie tra Erzelli e Borzoli, sicuramente avrà un impatto positivo sulla vita dei cittadini, portando più vivibilità e sicurezza per chi quelle strade le vive quotidianamente. Nello stesso tempo, però, quelle stesse gallerie permetteranno la costruzione di una opera notevolmente impattante, e che potrebbe mettere a rischio la sicurezza di molte persone, come purtroppo già successo in passato. Sbagliare è umano…

    Nicola Giordanella

  • Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Schermata 2016-06-08 alle 22.15.22Come è noto il Laboratorio Buridda è nuovamente sotto sgombero, poiché l’Università degli Studi di Genova ha deciso di provare a vendere l’edificio dell’Ex Magistero, divenuto una voce di spesa non più sostenibile. In questi mesi però i ragazzi del collettivo non si sono fermati, e anzi, hanno premuto l’acceleratore su molti progetti già in essere; tra questi il Fab Lab: recentemente è stata portata a termine la messa in funzione di un laser cutter auto costruito, dopo aver inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di dare luce ai locali interni. Uno dei cambiamenti più evidenti e visibili alla città, però, è senza dubbio la nuova “veste” dell’edificio, terminata poco più che un mese fa. Autore di questo lavoro l’artista internazionale noto al mondo come Opiemme, che con i suoi apprezzati lavori è divenuto negli anni uno tra i maggiori esponenti di quella che genericamente è chiamata Street Art.

    Un’occasione ghiotta per cercare di entrare in questo mondo, troppo spesso considerato frontiera ambigua rispetto alla fruizione dell’arte classica e massificata; un’intervista che ci ha permesso di conoscere un artista complesso, esponente di un movimento non più di nicchia come un tempo, ma ancora in bilico tra pregiudizi e censure.

    Il nuovo volto del Buridda

    Opiemme, partiamo dal tuo lavoro “genovese”, la facciata del LSAO Buridda… un lavoro sicuramente importante, viste le dimensioni, e, forse soprattutto, la portata simbolica di dare una veste nuova ad un edificio degli anni 30, al momento sede di un’occupazione da più di un mese sotto la minaccia di uno sgombero. Come hai preparato il tuo intervento, su cosa hai lavorato e da cosa ti sei lasciato ispirare?

    E’ stata una riflessione lunga, che mi ha portato a studiare la cifra stilistica del Razionalismo, fino ad una progettazione minimalista fatta di sottrazioni. Volevo riscrivere la facciata in modo che il Buridda potesse presentarsi con eleganza ai passanti, e che fosse fuori dai canoni estetici di un “csoa“. Ho cercato di allontanarmi da certi modi operandi tipici dell’urban, del muralismo e della street art, con un’attenzione all’impatto urbanistico del lavoro, senza sconvolgerne o nasconderne i tratti architettonici.

     … e che significato può avere fare un’opera del genere, per una realtà come quella del Buridda, ad oggi sotto rischio sgombero? 

    Credo possa essere un messaggio importante davanti allo sgombero. “Non ci fermiamo, qui si fa, si sperimenta. Riusciamo”. Un modo inusuale per farlo. Lontano dai motti e modalità della “tradizione” antagonista. Sono per cambiare e ricercare nuove dinamiche, per l’apertura, il dialogo, gli esperimenti. Stare seduti a un tavolo a ripetere le stesse cose serve solo a imbastire i più giovani. L’esempio di impegno dato dal Laboratorio è propositivo. La poíesis del fare. Ho parlato con molti signori del vicinato, soprattutto alla bocciofila dello Zerbino che, una volta raccontate le attività del Laboratorio e il perchè dell’intervento, vedevano positivamente il tutto e si meravigliavano della riuscita, così in poco tempo e con poche risorse. Soprattutto si chiedevano cosa fosse avvenuto nell’edificio dell’ex facoltà di Economia prima occupato poi sgomberato. La risposta è niente.

    Opiemme 02Immagini da leggere, parole da guardare

    Attivo dal 1998, definito “poeta della Street Art”, sul tuo sito scrivi “Immagini da leggere, parole da guardare”… come sei arrivato a questa sintesi? qual è stato il percorso artistico che ti ha portato a mescolare parole, immagini, lettere e poesie?

    Fin dall’inizio ho ricercato nuovi modi con cui proporre poesia. Non sono mai stato un writer, non ho mai fato i graffiti, ma queste realtà mi hanno influenzato. E’ stato l’epoca che ho vissuto, gli amici, le crew (adc, dw, ots, alkazar, screw, bdm) che mi hanno portato a questo. Ho fatto studi fra il letterario e l’antropologia sociale, e avevo dalle superiori una passione per lo scrivere poesie e racconti. La domanda che fece iniziare tutto fu: «Come mai l’ambiente poetico è così aulico, distante dalle persone e non fa nessun tentativo di svecchiare i suoi modi?». Quei nuovi modi di proporre la poesia nacquero poco prima del 2000, per “svecchiarla”, portala incontro alle persone. Il resto è arrivato conseguente, influenzato dall’era. Fino alla poesia di strada, fino al decomporre immagini a parole.
    Ricorderò sempre le parole di un grande poeta italiano che mi esortò: «combattere combattere combattere per la poesia». Lui è Valentino Zeichen, mancato questo 5 luglio 2016 dopo un ictus. Avrei sempre voluto dipingere per lui qualcosa su muro, e con lui a fianco.
    Lo farò senza, alla memoria della sua poesia e spirito.

    Caso Blu: Quando la “street art” va nei musei, cose ne resta? Qual è la tua opinione in merito al fatto che l’artista abbia deciso di coprire i suoi graffiti?

    Blu è stato immenso come sempre. Simbolico, performativo, coraggioso, lontano da convenienze e compromessi. La qualità del suo lavoro li travalica. Ha cancellato tutto quello che restava dai muri di Bologna e non gli avrà fatto piacere. Immagino il dolore.
    Scelta sua, sua libertà e non sono lui. Eppure in molti giudicano il giusto e sbagliato di un’azione che non ci appartiene.
    Con quel gesto mi ha ricordato l’emozione di quando da piccolo guardavo i film coi buoni che lottavano e vincevano contro i “cattivi”. Non avrebbe voluto essere staccato. Così come Dem e Erica il Cane e altri. Preferiva svanire con l’effimero che contraddistingue questi interventi?
    Forse qualcun altro ha visto più convenienze nel prendere alcuni dipinti suoi che, se non si trovano a Bologna dove è “cresciuto artisticamente”, non so dove potrebbero trovarli, e offrire al mercato qualcosa che mancava nella follia collezionistica street. Chi ha un elenco di quanto sia stato staccato, oltre che esposto? Quale organo ha supervisionato l’associazione no profit di Roversi-Monaco rivolta a questa azione?
    Per quanto riguarda il discorso street art nei musei è complesso. Un conto è staccare o strappare, se c’è l’accordo dell’artista e i complessi “bla bla” connessi. Sono per non trasportate le mie cose in un museo, ma le situazioni vanno analizzate di caso in caso, artista per artista. Se un domani mi chiedessero di portare un muro e murales in un parco, mi farebbe piacere.
    Esiste land art senza land, e street art senza street e le sue “libere e spontanee” modalità?
    Su interventi con gallerie e musei sono pro, anche perchè sono molto vicino e nell’arte contemporanea, e penso che le derivazioni che l’arte di un artista possa prendere non debbano essere limitate da categorizzazioni, né da “fondamentalismi” a cui spesso è difficile restare coerenti.

    Opiemme 01Arte e Libertà

    In tutte le grandi città, i muri spesso sono la tela di parole di popolo, dalle più banali a quelle più di concetto, dal graffito calcistico all’aforisma alcolico, dal messaggio personale al proclama politico. La cosa genera ovviamente periodiche ondate di perbenismo che porta a derubricare queste pratiche come vandalismo. Secondo te, cosa possono rappresentare le scritte sui muri, dove finisce un eventuale “vandalismo” e dove incomincia la poesia?

    Quando lo smog sui muri sarà considerato vandalismo alla salute, parlerò di vandalismo anche per le scritte. Spesso c’è molta poesia nel vandalismo, dipende da quali sono le ragioni e gli intenti che lo stimolano. “Vandalism is beautiful as a rock in a cop face“, aveva scritto su una delle sue fender Kurt Cobain. Gli intonaci non sono eterni e sono un termometro dei pensieri dei luoghi e dei popoli. “Muri puliti, popoli muti”. Detto questo è “giusto” ci siano conseguenze legali per libertà che alcune persone (fra cui io) si arrogano su proprietà altrui, altrimenti salta un equilibrio etico-giuridico. Non sono per le giustificazioni artistiche, che vedo cercano alcuni colleghi, perchè non sono un esempio di etica, se non per il proprio interesse. Ragionamento di convenienza tipicamente italiano, direi. Inoltre tengo a sottolineare questo: senza i graffiti, i writers e i trainbombers, quelle incomprensibili tag che la gente odia, senza i pezzi lungo linea e lungo i fiumi, senza quell’evoluzione delle lettere, a spigoli o bombolose, non si sarebbe sviluppato e diffuso tanto il movimento della street art odierno o sia esso muralismo, o postgraffitismoPer cui lunga vita ai graffiti, e al vandalismo a fin di bene e per rivolta.

    Hai lavorato in moltissimi paesi del mondo; un mondo che mai come oggi appare diviso da frontiere, politiche, culturali, economiche. Nella nostra Europa, confini che credevamo sepolti e inutili, sono risorti, per fermare, dividere, “proteggere” persone. Un esempio incredibilmente vicino è Ventimiglia… quali suggestioni ti muove questo contesto?

    Viviamo in una succursale degli Usa. I Bad Religion in American Jesus del ’93 cantavano «potete venirci a trovare, ma non potete fermarmi». Il modello era già esistente, doveva essere esportato. Paura e individualismo dividono la forza che le persone possono trovare insieme, e si sfogano in magre frustrazioni sui social. E la vita vera? Ventimiglia mette in luce questo problema, il movimento No Borders è fondamentale ma molto frammentato, c’è difficoltà fra le diverse realtà, da quanto ho capito, nel coordinarsi, e questi sono segni di quanto ho premesso. La comodità e il debito sono le catene odierne del controllo. La gente se ne frega di migranti e confini e lo farà fino a quando non si troverà nella stessa situazione. E’ preoccupante vedere tanta indifferenza e pensare che molti ignorino il fatto che questi flussi siano conseguenze di un colonialismo e guerre firmate Europa. Cosa mi spaventa? I parallelismi storici con i periodi precedenti alla prima e seconda Guerra Mondiale.
    Nel 2003 durante i primi giorni di occupazione dell’Iraq, per quelle armi di distruzione mai trovate, come riportò l’Indipendent, scrissi una poesia che in parte dice:
    “Piovono le stelle,
    pioggia senza nuvole.
    Cadono le stelle,
    con gocce impoverite.”

    Nicola Giordanella

  • Profughi, il sistema dell’accoglienza a Genova. Numeri, criticità e prospettive

    Profughi, il sistema dell’accoglienza a Genova. Numeri, criticità e prospettive

    penso
    Foto di Alessandro Penso per MSF Italia

    Il capoluogo ligure è in prima fila per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, in fuga da guerre e miseria: la frontiera con la Francia è vicina e, prima di Ventimiglia, quella genovese è una “piazza” di passaggio e sosta tra le principali per chi attraversa il nostro paese nel tentativo di raggiungere altri lidi europei.

    Il flusso migratorio non può più essere considerato un’emergenza poiché da anni è strutturale al contesto geopolitico in cui l’Italia è immersa. Per questo, Genova e i Comuni dell’area metropolitana, stanno cercando di mettere a punto la macchina dell’accoglienza, per poter sostenere in maniera non più emergenziale la situazione e, soprattutto, per tamponare quelle che potrebbero essere le criticità di questi inserimenti, sia per chi accoglie, sia per chi viene accolto.

    Ad oggi nell’area metropolitana sono circa 2000 i migranti ospitati, di cui 1624 nel solo territorio del Comune di Genova. Una cifra che fa arrivare la percentuale di presenze su popolazione a sfiorare la soglia dello 0,3%. Un anno fa le persone ospitate erano complessivamente 651.

    Sistema di accoglienza

    Il Comune di Genova aderisce al progetto Sprar (Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati) con diverse strutture e appartamenti, distribuiti sul territorio comunale e attrezzati per accogliere i migranti. Ad oggi sono circa 280 le persone ospitate nell’ambito di questo progetto, che prevede, oltre all’ospitalità assistenziale e l’inserimento nel sistema sanitario nazionale, una serie di progetti educativi finalizzati a fornire conoscenze varie (linguistiche, culturali e legali), fondamentali per l’integrazione. In queste strutture sono ospitate le persone in attesa dell’esito della richiesta di asilo e dello status di rifugiato. Le risorse per questo progetto arrivano direttamente dal ministero dell’Interno, eliminando ogni onere finanziario a carico del Comune. Per ogni rifugiato sono corrisposti 40 euro al giorno, così suddivisi: 12,80 euro per il vitto, assistenza medica e scolarizzazione; 16,20 euro coprire i costi del personale coinvolto; 7,8 euro per la manutenzione e pulizia della struttura ospitante; 3,2 euro per le spese di integrazione, assistenza legale e psicologica. Al migrante vengono corrisposti 2,5 euro al giorno di pocket money, il contante a disposizione per le piccole spese.

    La prefettura si occupa di gestire i rimanenti profughi, quindi la maggioranza, allestendo i Centri di Accoglienza Straordinaria (C.a.s.): ad oggi 1720 persone sono ospitate in strutture scelte dal prefetto e finanziate sempre dal ministero dell’Interno. Da notare che, per legge, gli appartamenti di Edilizia Residenziale Pubblica sono esclusi da questo sistema: le strutture e le abitazioni utilizzate sono messe a disposizione da Comune o privati, ma non sono tolte da quelle in lista per le assegnazioni popolari.

    Criticità

    La mappatura della situazione, ovviamente, non può tenere conto di tutte quelle persone che sono fuori dal sistema di accoglienza. Ad oggi, però, non sono state registrate, da parte della Questura, particolari criticità a riguardo. In questi mesi, alcuni problemi sono emersi, legati soprattutto all’ubicazione scelta per alcune strutture: il centro di via Caffaro, per esempio, ha registrato qualche perplessità tra gli abitanti della zona, ma nei fatti non si è mai verificato nessun episodio da attenzione. Ad oggi ospita circa 80 ragazzi, è inserito nel progetto Sprar e, dopo gli adeguamenti strutturali richiesti dai residenti della zona, rimarrà attivo sicuramente fino al nuovo anno, quando scadrà il bando triennale del progetto. Il centro C.a.s attualmente attivo nei locali della Fiera del Mare, invece, chiuderà il 31  agosto, ma ancora non è stata individuata una possibile area per ricollocare i profughi.

    Secondo Alexandra Benvenuti, direttrice del Centro collettivo di via Caffaro, presente all’ultima seduta della Commissione Comunale convocata sull’argomento, il vero problema sta nel dopo: «In Italia si lavora in emergenza, quando il contesto legato ai flussi migratori è oramai strutturale da anni. Le persone sono ospitate nei centri in attesa di ottenere l’asilo o lo status di rifugiato ma se la risposta è negativa perdono il diritto di essere accolti in queste strutture, finendo per alimentare la nascita di insediamenti informali e la non integrazione». Un’altra criticità è che spesso all’interno dei Cas non sono previste attività formative dedicate ai migranti, che restano quindi abbandonati a loro stessi durante il giorno.

    Le richieste del Comune di Genova

    Durante l’ultima seduta della Commisione sulle Pari opportunità, l’assessore alle politiche sociosanitarie e della casa, Emanuela Fracassi, ha assicurato che a settembre verrà richiesta la presenza in Sala Rossa del prefetto per chiarire quelle che saranno le disposizioni per i mesi successivi e cercare di coordinare meglio gli enti interessati, soprattutto per la scelta dei luoghi dell’accoglienza. L’assessore, inoltre, ha riportato in aula la decisione dell’Anci di chiedere al governo di inserire nel prossimo bando Sprar, atteso per gennaio 2017, la distribuzione dei migranti su base comunale, con una soglia massima del 0,3%, alla quale Genova è già vicinissima. Tursi, inoltre, sta attivando con i Municipi una serie di attività di volontariato che possano coinvolgere anche i migranti, vista la valutazione positiva fatta delle prime esperienze del genere dei mesi scorsi.

    Genova, quindi, può dirsi una città accogliente: i numeri, tutto sommato abbastanza contenuti del fenomeno, non hanno creato criticità particolari, soprattutto nel tessuto sociale della comunità cittadina. La situazione, ovviamente, è in continua evoluzione: a livello nazionale la gestione migranti è tema di scontro politico e, spesso, ritardi e inefficienze del sistema sono legati più a equilibrismi partitici che a reali problemi logistici o organizzativi. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se il governo sosterrà i Comuni nello schema dell’ospitalità diffusa, fornendo le risorse necessarie a garantire dignità, salute e integrazione a migliaia di persone in fuga da guerre e miseria.


    Nicola Giordanella

  • Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Lo scorso 26 aprile Autostrade S.p.A ha consegnato al ministero delle Infrastrutture il progetto definitivo sulla realizzazione della gronda autostradale di ponente: inizio dei cantieri previsto entro il novembre del 2017. Dalla Genova “che conta”, i favorevoli alla grande opera provano a fare quadrato, e hanno iniziato a farlo con un convegno dal titolo eloquente: “Liberiamo Genova dalla paralisi”, andato in scena lo scorso 9 giugno, e che ha visto risfoderati gli argomenti “cavallo di battaglia” finalizzati a convincere l’opinione pubblica sulla necessarietà dell’opera. Compito senza dubbio arduo visto che “più dell’onor, potè il denaro”, volendo parafrasare, storpiando, qualcuno di noto. Il conto, infatti, lo ha presentato Autostrade s.p.a., con previsioni di spesa importanti. I miliardi di euro necessari sono 3,26, e al momento l’unica soluzione sul piatto per racimolare tale cifra è un aumento dei pedaggi autostradali; due le opzioni: un aumento secco del 15% sulle tariffe di tutta la rete viaria di Autostrade s.p.a., o un allungamento delle concessioni fino al 2045 (ad oggi dovrebbero scadere nel 2038) con “solo” un piccolo ritocco in positivo dei costi al casello del 4%. In altre parole, la Gronda, la pagheranno i soliti cittadini, volenti o nolenti.

    Ma la Gronda “s’ha da fare”. L’appello è stato lanciato dalla Camera di Commercio di Genova e da diverse associazioni di categoria: Ance, Confitarma, Federagenti e Confesercenti. «Tutti quanti parlano della crisi dell’economia ligure, noi lo facciamo mostrando i motivi per cui siamo arrivati a questa fase di stallo e dichiariamo apertamente che il nostro territorio paga da anni il prezzo dell’isolamento stradale, ferroviario e aereo», ha dichiarato Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova.

    I dati sulle autostrade liguri: traffico “negativo” su A7 e A10

    Secondo questa lettura, quindi, la Gronda potrebbe essere l’opera capace di risolvere tutti i problemi della nostra terra; ma i dati sull’utilizzo delle infrastrutture viarie dicono altro. Come Era Superba aveva già evidenziato in un precedente speciale, da anni ormai i tassi di crescita del traffico autostradale sono in forte contenimento: su base nazionale, dal 1970 al 1985, i numeri sono cresciuti per un +140%, mentre nel quindicennio successivo per un +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Una tendenza a decrescere confermata dagli ultimi dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), riferiti al primo semestre 2015. Se guardiamo al dettaglio della rete ligure, inoltre, i numeri in alcuni casi hanno addirittura un segno meno davanti: per la A7, nella tratta da Genova a Serravalle, nel primo trimestre 2015 si è verificato un calo di veicoli medi giornalieri dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2014, per l’ A10 (Genova – Ventimiglia) un altro calo, dello 0,4%; timidi aumenti per le restanti tratte di casa nostra: +1,6% per l’ A12 (Genova – Livorno), +1,7% per l’ A6 (Savona – Torino) e +1,1% per l’A26 (nel tratto tra Voltri e Alessandria). In definitiva su due delle tre autostrade che saranno direttamente interessate dalla costruzione della Gronda, il traffico sta diminuendo.

    I dubbi dell’amministrazione

    no-gronda-consiglio-comunaleRecentemente, il sindaco di Genova, Marco Doria, ha espresso più di qualche perplessità sull’opera, tornando alle sue posizioni di campagna elettorale, derubricandola a infrastruttura inutile e già “vecchia”, probabilmente con una qualche ragione, visto che la prima idea di Gronda risale al 1984. Le parole di Doria, che si riferiscono direttamente all’opera benché la stessa non sia mai stata esplicitamente citata, ancora una volta rimescolano le carte a Tursi: «Un ulteriore slittamento nell’apertura dei cantieri sarebbe deleterio – precisa però Odone l’allora sindaco Vincenzi aveva firmato il progetto nel 2009. La Liguria ha bisogno di lavoro, le sue aziende devono rilanciarsi e ricominciare a creare occupazione, bisogna rispettare i tempi». Un altro punto su cui i “Sì Gronda” fanno leva è quello del turismo: «La nostra regione registra un aumento del numero di turisti e questo è un dato positivo – sottolinea il presidente della Camera di Commercio – ma il flusso turistico deve essere supportato da infrastrutture adeguate e da collegamenti che funzionano. Oggi la maggior parte dei transiti avvengono su Ponte Morandi, una struttura che comincia a mostrare la corda. Se non si agisce in fretta rischiamo la paralisi». Anche in questo caso, però, sorge un dubbio: probabilmente, il turista che arriverà a Genova in macchina non utilizzerà la Gronda, visto che questa serve proprio a “saltare” il nodo del capoluogo che, nei fatti, è il vero problema.

    Espropri e dintorni

    Al momento la palla è nelle mani del ministero delle Infrastrutture che, se approverà il progetto di questa opera, darà di fatto il via all’iter di inizio lavori con, al primo punto dell’ordine del giorno, la il delicato tema degli espropri, di cui è stato pubblicato l’elenco delle proprietà interessate«In questo periodo di globalizzazione i mercati sono in continua evoluzione, per essere competitivi bisogna dotarsi di infrastrutture adeguate. Non si può guardare esclusivamente al proprio orticello o alla propria casetta» ha detto Marco Novella, rappresentante di Confintarma nonché consigliere e componente di giunta della Camera di Commercio di Genova, rispondendo a chi solleva dubbi sul rapporto costi-benefici della Gronda. Certo, per chi, dalle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della CCIAA, risulta possedere abitazioni in corso Italia e a Bogliasco, è più facile parlare con l’orticello decisamente più al sicuro.


    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    penso settimanaleGiunta al termine della seconda edizione, la Settimanale di Fotografia, di cui “Era Superba” è media partner, chiude col botto: ospite del quinto incontro, infatti, Alessandro Penso, fotogiornalista internazionale che da mesi sta documentando la tragedia di decine di migliaia di migranti che scappano da guerre e sfruttamenti, raggiungendo un’Europa che si è fatta trovare in qualche modo impreparata ad un evento di simile portata. “Era” aveva già incontrato Alessandro Penso, in occasione della presentazione della ricerca di Medici Senza Frontiere “Fuori Campo”, a cura di Giuseppe De Mola: un lavoro che ha documentato le decine di accampamenti informali, sparsi per la penisola, in cui i migranti si auto organizzano, in attesa di ricevere assistenza, documenti, o semplicemente per necessità di sopravvivenza.

    Durante l’incontro, che, come di consueto, si terrà nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, si parlerà del difficile ruolo del fotografo in contesti delicati e ai margini, dove la professione spesso diventa missione e la foto ritorna a essere strumento potente di informazione globale. L’appuntamento di mercoledì 25 febbraio anticipa il workshop che Penso terrà il 28 e 29 maggio, sempre nell’ambito della “Settimanale”: una due giorni per parlare di fotogiornalismo e della fotografia documentaristica, entrando nel dettaglio del lavoro, dalla progettazione allo scatto, dall’editing alla preparazione delle didascalie e successiva presentazione dell’elaborato.

    Alessandro, partiamo dalla tua formazione: dalla tua biografia scopriamo che hai studiato psicologia clinica prima di intraprendere la strada della fotografia. Questo ha in qualche modo avuto un peso nel tuo percorso?
    «Tutto il vissuto che si ha, entra nel proprio lavoro, vale per tutti. Non posso certo dire che il mio rapporto con la fotografia sia come il rapporto tra paziente e psicoterapeuta: in questo caso, infatti, è la persona che ti cerca per poter trovare e risolvere dei problemi. Nella fotografia è il contrario, sei tu, fotografo, che vai dalle persone, per raccontare e documentare. Sicuramente posso dire che il mio percorso accademico mi ha dato degli strumenti di riflessione e delle strategie di approccio, fornendomi una metodologia».

    Molti dei tuoi lavori sono scaturiti in ambito umanitario; nell’ultimo anno hai documentato diversi luoghi toccati dai flussi migratori provenienti da Medio Oriente e nord Africa. Da dove nasce questa tua spinto?
    «In Italia viviamo la situazione attuale in prima persona, da sempre, e non solo come fotografi e giornalisti. Ho impresse nella mia memoria le immagini della nave “Vlora”, che portava i migranti dall’Albania e i racconti di mio nonno sulla guerra e sulla migrazione. Hanno generato in me la curiosità di capire e raccontare. Un percorso personale che è diventato un’esigenza professionale. Credo che ci sia sempre bisogno di raccontare e documentare certi fatti».

    Che cosa vorresti che le tue foto riuscissero a suscitare in chi le guarda?
    «Provo a dare un volto alle persone che sono in mezzo ai grandi eventi, ma vorrei anche che i miei scatti aiutassero a ricordare alle persone che, quando parliamo di migranti, il contesto è l’Europa, casa nostra; e questo, dal mio punto di vista, forse è ancora più importante che l’oggetto della foto in sé: in Europa, infatti, succedono cose molto simili a ciò che accade in paesi noti per guerre e disastri: abusi, sfruttamenti, affari sulla pelle delle persone, violenze…»

    Fotografando persone in contesti così particolari e drammatici, hai mai avuto il dubbio sull’opportunità di fare una determinata foto? Ci sono stati dei momenti in cui hai preferito non scattare?
    «Questo succede tante volte. In certe situazioni le foto che ti ricordi sono quelle che non hai scattato. Non esiste una regola, ovviamente, dipende tutto dalla persona. Dal mio punto di vista esiste un senso civico: mi è capitato molte volte di mollare la macchina fotografica per aiutare, intervenire, prendere le difese, protestare; la cosa mi ha creato anche problemi e ripercussioni sul lavoro. Dall’altro lato, però, esistono momenti in cui bisogna assolutamente scattare, per raccontare una storia che altre persone non potrebbero altrimenti conoscere; in quel momento, il tuo massimo aiuto è proprio quello».

    Durante la “Settimanale” si è discusso molto sullo stato di salute del fotogiornalismo. Qual è la tua lettura di questa particolare congiuntura?
    «Il fotogiornalismo subisce il momento di transizione della stampa. I giornali stanno cercando di capire come gestire la questione “internet”: alcune testate stanno riuscendo a fare questo passaggio mantenendo e investendo le risorse necessarie per portare avanti il fotogiornalismo di qualità. In Italia siamo indietro, soprattutto per quanto riguarda la copertura delle notizie di “estera”; molti ottimi giornalisti italiani lavorano per testate straniere ma hanno difficoltà in Italia. Sicuramente il fotografo deve sapersi adeguare ai nuovi linguaggi. Oggi girano meno soldi, senza dubbio, ma è anche meno costoso fare questo lavoro».

    Un altro tema ricorrente nei dibattiti è il problema quantitativo: oggi come non mai abbiamo accesso a centinaia di foto e immagini ogni giorno…
    «Tantissime persone hanno capito che possono essere il medium di loro stessi e, quindi, esistono flussi incredibili di immagini. La “questione migranti”, con la crisi scoppiata nel 2015, è stata sicuramente una “Eldorado” per molti fotografi o aspiranti tali: eventi di portata mondiale, praticamente in casa, senza nessun tipo di restrizione, facilmente raggiungibili. È anche comprensibile che succeda questo, io lo capisco. Ma bisogna rendersi conto che possono esserci dei problemi: dalla foto “rubata” senza porsi nemmeno il problema dell’opinione di chi veniva ritratto, al nervosismo di massa che si è creato nelle zone interessate, letteralmente invase da orde di fotografi. Questo riguarda anche molti professionisti: questa parola non deve ingannare, la fotografia è un po’ un “far west”».

    Era Superba sta seguendo la “questione migranti” legata a Ventimiglia. In base alla tua esperienza sul campo, qual è la situazione italiana rispetto ad altri paesi e come si evolverà nei prossimi mesi?
    «L’Italia ha una struttura ricettiva importante, cosa che non c’è in altri paesi. Il problema è che spesso non funziona, mescolata ad affari e malaffari. Purtroppo, poi, i cittadini spesso non sono informati su quello che realmente succede, venendo manipolati per convenienza politica. Quindi, alla fine, ci ritroviamo con una criticità ancora più grande. Con la chiusura della rotta balcanica, potrebbero esserci dei seri problemi: il sistema italiano potrebbe non reggere un ulteriore incremento del flusso migratorio. Però, è nella natura umana: finché ci saranno guerre, le persone scapperanno; questo è il problema».

    Quali sono i momenti critici e quali quelli esaltanti del tuo lavoro?
    «A ottobre 2015 ho attraversato una crisi mentre lavoravo in Grecia: vedevo tutti ad affannarsi a fotografare, in una situazione che mi sembrava ridicola; mi dicevo, infatti, “se siamo tutti qua, e siamo così tanti, lasciamo perdere le foto e facciamo qualcosa”. Questo mi ha spinto a farmi molte domande sul cosa stavo facendo e perché lo stavo facendo. Da queste crisi, però, può rinascere lo spirito e la determinazione giusta per andare avanti, meglio di prima. Dall’altro lato, definire cosa siano i momenti esaltanti mi mette in difficoltà: sono contento nel momento in cui sono sul campo e so che sto facendo il mio lavoro».

    Che cosa porterai a Genova? Il 28 e 29 maggio, sempre per la “Settimanale di Fotografia” terrai anche un workshop dedicato alla fotografia documentaria; cosa verrà trattato?
    «All’incontro spiegherò quello è successo in Europa, per quanto riguarda la crisi umanitaria legata ai flussi di migranti, cercando ci capire quello che c’è dietro alle leggi, ai provvedimenti, e come questo si stia concretizzando sulla pelle delle persone. Durante il workshop cercherò di dare gli strumenti per potersi muovere nel sistema, in base a quello che si ha intenzione di fare e in base agli obiettivi che ognuno si pone».


    Nicola Giordanella

  • Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opereStretta tra mare e appennini, la Liguria ha da sempre sviluppato una rete viaria tanto complessa quanto intricata; una peculiarità, quella orografica, che è stata, ed è tutt’oggi, croce e delizia per gli abitanti e per il suo territorio; inaccessibile o inevitabile, protetta o indifendibile, aspra o suggestiva: diverse sono le facce delle varie medaglie che potrebbero essere poste a descrizione di questa terra, a seconda della prospettiva di chi l’ha guardata e vissuta nel corso dei millenni.

    Già per i Romani la rete stradale in Liguria fu un vero banco di prova: posta sulla direttiva che collegava Gallia e Iberia, senza vie adeguate era difficile portare e manovrare truppe, tenendole rifornite e al sicuro da imboscate. Nel 148 a.C., fu fatta costruire la via Postùmia, che collegava Genova con Aquileia, i due maggiori porti del nord italico; il tracciato vedeva il mare solamente nei pressi della città, seguendo poi la valle del Polcevera, inerpicandosi su per i Giovi, verso Tortona. Nel 109 a.C., visto che la via Aurelia (iniziata nel III secolo a.C.) si interrompeva nei pressi di Pisa, venne fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauri la via omonima (AEmilia Scauri), che collegava Luni, appena sottomessa, a Vada Sabatia (Vado Ligure): il tracciato, secondo le ipotesi più accreditate, raggiungeva Piacenza, per poi passare da Tortona, Acqui Terme e Cadibona, aggirando tutto il bacino del Vara, il Tigullio e il genovesato. Sotto Augusto, fu costruita la Via Julia, che collegava Vada Sabatia con la Gallia meridionale. I sentieri, le mulattiere, le creuze e le strade che collegavano i vari villaggi, approdi e borghi costieri furono messi a sistema nei secoli successivi, in maniera sistematica, diventando la Via Aurelia che oggi conosciamo, inaugurata nel 1928.

    Genova – Serravalle: la “Camionale”

    La questione strade diventa pressante con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di trasporto; l’avvento del motore a scoppio, e la sua diffusione cambiano il modo di pensare alle comunicazioni terrestri, in tutto il mondo, Italia compresa. Durante il periodo fascista sono realizzate quelle che saranno le prime autostrade del paese; in Liguria la primissima è la “Autocamionale Genova-Valle del Po”, inaugurata nel 1935: strada ad una sola carreggiata che collegava il porto del capoluogo ligure con Serravalle. La peculiarità di quest’opera fu che per la prima volta venne predisposta un’ampia area sosta (al casello di Genova) con bar, parcheggi e servizi. Ma è solo nel dopoguerra, con il “boom” economico degli anni ‘50, che arriva la mobilità di massa, e iniziano a cambiare i parametri per pensare e costruire le strade.

    In quegli anni, Genova e la Liguria, vertici del triangolo industriale che sta trascinando il paese, sono ancora incastonate tra il mare e le montagne, con linee ferroviarie a binario unico per molti chilometri, una via Aurelia sempre più congestionata, e decine di provinciali totalmente inadatte per trasportare persone e merci al ritmo che la modernità va dettando.

    Gli anni ’60, le autostrade: la Liguria cambia volto

    ponte-autostrada-valpolceveraGli anni ’60 sono anni di cantieri e inaugurazioni: con una velocità che oggi sembra impensabile, vengono scavati chilometri di gallerie e innalzati decine di viadotti, con uno sforzo ingegneristico inedito e con un inevitabile ingente impatto ambientale, ammortizzato però dalle ricadute sul indiscutibile benessere collettivo. Nel 1960 viene completata la Milano – Serravalle, mentre il tratto verso Genova è raddoppiato con una nuova carreggiata (che diventerà la carreggiata nord, più corta della storica Camionale); lo stesso anno è inaugurata la Savona – Torino (A6), inizialmente a carreggiata unica; nel 1965 viene tagliato il nastro del primo tratto di quella che sarà l’A12, Recco – Rapallo; anno dopo anno si aggiungeranno gli altri pezzi di questo puzzle: prima Nervi – Recco, poi il raccordo con l’A7, successivamente si allunga fino a Chiavari; nel frattempo è stato completato il tracciato che collega Lavagna con Sestri Levante, che sarà unito al resto nel dicembre del 1969. Si arriverà a Livorno nel 1975, avendo costruito in quindici anni oltre 35 chilometri di tunnel e altrettanti di viadotti. Tutto questo mentre nel 1967 le prime automobili sfrecciavano sulla Genova – Savona, completata fino al confine di Stato di Ventimiglia nel 1971, dopo aver scavato gallerie per 50 chilometri, sospeso asfalto su 43 chilometri di ponti, per un totale di 159 chilometri. Il traffico privato e merci però è in continua crescita, per cui i cantieri non si fermano: nel 1975 incominciano i lavori per il raddoppio della A6, che, visto l’elevatissimo numero di incidenti, spesso mortali, aveva conquistato il soprannome di “autostrada della morte” (il raddoppio totale sarà ultimato solamente nel 2001), mentre nel 1977 è inaugurata l’A26, che, collegando Voltri con Alessandria, e successivamente con Gravellona, assorbirà parte del traffico della A7.

    In poco più di un 25 anni, quindi, la Liguria è collegata al resto del paese, e all’Europa, con 510 chilometri di tracciati autostradali costruiti sul suo territorio.

    La Gronda e i dati sul traffico autostradale

    Se nel 1970 le autostrade del paese registrano la cifra totale di 15 miliardi di veicoli per chilometro, quindici anni più tardi i numeri sono più che raddoppiati, con 28 miliardi di veicoli leggeri e 8 miliardi di mezzi pesanti (nel 1970 questi erano 4); iniziano a evidenziarsi alcuni problemi per le infrastrutture liguri, soprattutto nella zona di interconnessione di Genova, dove in pochi chilometri si intersecano A7, A10 e A12. Nascono, quindi, alcune ipotesi risolutive: nel 1984, per la prima volta, si parla di Gronda di Genova, intendendo con questo termine una ulteriore infrastruttura viaria pensata per bypassare il nodo del capoluogo, grazie a bretelle che aggirano a nord il tracciato urbano delle autostrade. Il primo disegno, che prevedeva il collegamento diretto tra Voltri e Rivarolo, fu prima approvato, poi bocciato dal TAR, poi riammesso dal Consiglio di Stato, ma successivamente scartato. Solo dal 2001 il progetto è tornato al centro del dibattito pubblico e politico, con le alterne vicende che si sono trascinate fino ad oggi e che Era Superba ha documentato.

    Se guardiamo i numeri, però, possiamo focalizzare il contesto odierno in cui eventuali opere del genere andrebbero ad inserirsi.

    Come dicevamo, secondo i dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), per quanto riguarda i volumi di traffico, dagli anni settanta fino agli anni novanta, l’incremento è stato costante, quasi esponenziale. Nell’ultimo quindicennio del XX secolo i numeri aumentano, ma con un trend leggermente più contenuto, soprattutto per quanto riguarda il traffico privato. Dal 1985 al 2000, infatti, i miliardi di veicoli per chilometro passano da 28 a 53, che, aggregati ai dati del traffico pesante, segnano un passaggio da 36 a 70 miliardi. A fine 2014 le cifre parlano di 83 miliardi. Quindi, dal 1970 al 1985 è stato registrato un incremento del +140%, mentre nel quindicennio successivo del +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Nel frattempo è cresciuta ulteriormente la rete infrastrutturale, passando da 3369 chilometri di tracciati del 1970, ai 4967 del 1985, ai 5380 del 2000, fino al 5660 del 2014.

    Le autostrade genovesi hanno seguito l’andamento generale, vedendo un aumento di traffico costante fino a metà degli anni ’80, seguito da una leggera flessione fino al 2000, e successivamente un drastico abbassamento del tasso di crescita dei volumi. Anzi, in alcuni casi, la crescita si è quasi azzerata: se prendiamo la A26, nel tratto ligure tra Genova Voltri e Alessandria, nel 2001 la media giornaliera registrata è stata di 54234 veicoli al giorno; questa cifra sale di anno in anno fino al 2007, quando tocca le 64587 unità; ma negli anni successivi decresce fino ad arrivare ai 56507 veicoli al giorno nel 2014, meno del 2002. Uguale situazione per l’A10: nel 2001 sono 207 mila i veicoli giornalieri, che toccano l’apice nel 2007 con 232600 unità, per poi riassestarsi a 207700 nel 2014. Anche sull’A12 abbiamo un andamento simile: si passa dalle 203 mila unità del 2001, alle 241 mila del 2008, mentre nel 2014 la cifra scende 216 mila. Per quanto riguarda l’A7 addirittura abbiamo una diminuzione: nel 2001 le unità giornaliere sono state 131603, cresciute a 141258 nel 2007, mantenendosi costanti fino al 2010, per poi crollare a 128581 nel 2014.

    La crisi economica ed occupazionale, quindi, sta avendo i suoi effetti anche sull’utilizzo delle autostrade liguri, che sono al contempo vie di pendolari e vie di vacanzieri, oltre che strade di trasporto commerciale; ad oggi, quindi, pensare di aggiungere chilometri ad una rete che con le sue infrastrutture occupa circa 5422 chilometri quadrati, cioè lo 0,07% di tutto il territorio, che è il tasso più alto del paese, non sembra economicamente strategico: se la crisi ha avuto il suo effetto, ad oggi, non esistono concreti segnali di ripresa, e comunque, come abbiamo visto, il tasso di crescita del traffico autostradale è strutturalmente in continua diminuzione.

    In passato, quindi, è stato fronteggiato il problema connettivo della Liguria con il resto del paese e del continente costruendo infrastrutture progettate sulla base di uno sviluppo economico fortemente sbilanciato sul consumo privato del trasporto. Oggi quest’ultimo si è assestato, e pensare di risolvere i problemi di oggi con modelli di crescita legati ad un contesto non più in essere, potrebbe non essere la soluzione migliore.

    Mai come oggi Genova e la Liguria sono collegate con il resto del mondo; nei secoli si è affrontato il problema dei collegamenti terrestri attraverso un approccio quantitativo: più traffico, più strade. I numeri però ci dimostrano che questo oggi non basta e non serve più; la categoria qualitativa potrebbe essere una delle risposte, non solo per quanto riguarda chi viaggia, ma anche per chi quel territorio attraversato dalle autostrade lo vive e lo vivrà. Per evitare che le strade costruite non servano alle persone, in un prossimo futuro, solo per fuggire da una terra ormai devastata.

     

    Nicola Giordanella

  • Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    via-ortigara-edilizia-begato-d8Mafie a Genova e in Liguria, atto terzo. Dopo l’inchiesta pubblicata nel numero 58 di Era Superba sulle lotte quotidiane della Maddalena (affiancata dall’approfondimento online sul Cantiere della Legalità e il futuro dei beni confiscati alla famiglia Canfarotta) e l’intervista nel numero 61 a Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, che ha tracciato un quadro di inquietante vicinanza tra politica ligure e malavita, è la volta di Luca Traversa, responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria di Libera, che ci aiuta a puntare i riflettori su uno dei settori più tipicamente sensibili alle infiltrazioni mafiose: l’edilizia.

    Nel perseverante contesto di crisi economica, soprattutto nel nord Italia abbiamo assistito alla nascita di nuovi piccoli imprenditori edili che possono offrire denaro fresco (e sporco) al posto di, o in aiuto a, tradizionali protagonisti del settore che hanno problemi di liquidità. Gli esempi nostrani che citeremo non sono altro che la conferma di questa tendenza: gli imputati sono quasi tutti piccoli o medi imprenditori edili, fruttivendoli o piccoli commercianti. D’altronde è proprio a partire da un contesto simile che si sono iniziati ad accendere i grandi riflettori sulla ‘ndrangheta a Genova. «Era il luglio 2010 – ricorda il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria di Libera – quando, su ordine della DNA di Reggio Calabria, vennero arrestati a Genova Domenico Belcastro, imprenditore edile, e Domenico Gangemi, fruttivendolo di San Fruttuoso. È da qui che parte tutto, da queste due condanne per associazione mafiosa nell’ambito del maxi processo calabrese “Il Crimine”, che per la prima volta ci ha detto che la ‘ndrangheta, esattamente come Cosa Nostra, è un’associazione criminale unitaria, verticistica in cui è vero che le famiglie litigano, si fanno le faide, si ammazzano ma ogni anno si incontrano per risolvere le diatribe e spartirsi le zone di influenza. Fino ad allora, invece, si pensava che la ‘ndrangheta fosse costituita da ‘ndrine sparse e separate, ognuna con la propria vita». Belcastro e Gangemi vennero definiti esponenti di spicco della ‘ndrangheta a livello nazionale. «Addirittura – continua Traversa – il fruttivendolo di San Fruttuoso fu intercettato nel 2009 a colloquio con il super boss Mimmo Oppedisano, nell’agrumeto di Rosarno, mentre diceva la famosa frase “quello che c’era qui, in Calabria, lo abbiamo portato lì, in Liguria».

    Nella nostra Regione veniamo da decenni di costruzione e sovra-cementificazione i cui effetti nefasti, purtroppo, subiamo regolarmente ogni autunno. Ed è proprio nel settore dell’edilizia e degli appalti pubblici che, secondo numerose relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, la ‘ndrangheta – che tra le varie organizzazioni mafiose è quella che più si è insediata in Liguria – ha fissato il proprio core business assieme ad altre attività tipicamente e spiccatamente criminali, come il traffico di droga e di armi che rimangono comunque attività imprescindibili. «Le une attività illegali – spiega Luca Traversa – finanziano le altre, secondo un percorso piuttosto ricorrente: grazie ai traffici illeciti di droga e armi, all’estorsione e ad atre attività criminali, le mafie accumulano grandi quantità di denari che devono essere ripuliti attraverso altre attività di facciata. E il settore principe attraverso cui effettuare questa operazione è proprio quello dell’edilizia, del movimento e degli appalti pubblici».

    Mafia ed edilizia: i casi più sospetti a Genova e in Liguria

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EA Genova, ad esempio, negli ultimi anni una società, ormai liquidata, e la sua famiglia proprietaria sono state piuttosto chiacchierate. Si tratta dell’Eco.Ge dei Mamone, per anni la realtà nettamente più importante nei grandi lavori di edilizia e movimento terra all’ombra della Lanterna e non solo. L’ex sindaco Marta Vincenzi, incalzata in un’intervista sul perché il Comune continuasse ad assegnare appalti a una ditta su cui pendevano grosse ombre, rispose che Eco.Ge era l’unica realtà genovese in possesso dei mezzi e degli strumenti per realizzare determinati lavori. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: nessun membro della famiglia Mamone è mai stato condannato per mafia; c’è chi ha subito condanne per corruzione, chi è sotto processo per gli appalti Amiu ma nulla a che vedere direttamente con la ‘ndrangheta. Quindi si tratta solo di voci popolari e un po’ sconsiderate? Non proprio secondo Luca Traversa: «Benché non sia di per sé un reato – racconta il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria – bisogna tenere presente che, secondo diverse relazioni della DIA, i Mamone sono sicuramente amici di esponenti mafiosi. Sono originari di Taurianova, cittadina calabrese, sede storica di alcune ‘ndrine». Ma, oltre le presunte amicizie ambigue, c’è di più. «L’ex prefetto di Genova Francesco Antonio Musolino – prosegue Traversa – a fine 2010 aveva fatto scattare un’interdittiva antimafia atipica nei confronti dell’Eco.Ge che, di fatto, ha sancito il declino degli affari per la ditta, messa successivamente in liquidazione nonostante fosse parecchio in attivo. Pur in assenza di un procedimento giudiziario vero e proprio per cui non vi erano le prove necessarie, il prefetto decise di mettere in guardia le stazioni appaltanti dai rischi che avrebbero potuto correre nel dare lavoro a una società molto “chiacchierata”. D’altronde, stiamo parlando di quello che all’epoca era nei fatti un monopolio per la bonifica degli impianti industriali, per i grandi cantieri edili e di somma urgenza della città: insomma, tutto il movimento terra principale di Genova passava per quei camion arancioni con la scritta Eco.Ge in bianco».

    Situazione non molto differente si è verificata a Savona, dove la società Scavo Ter dei fratelli Fotia ha subito un maxi sequestro di beni pari a 10 milioni di euro perché sospettata di riciclaggio di denaro sporco. «Stiamo parlando di una società – afferma l’esponente di Libera – che per anni vinceva praticamente tutti gli appalti edili del savonese con qualche punta anche fuori Regione: ogni qual volta c’era da scavare una buca o rifare una pavimentazione, i lavori venivano affidati alla Scavo Ter che, secondo relazioni investigative, è molto vicina ad ambienti ‘ndranghetisti calabresi. Attualmente la Scavo Ter è stata dissequestrata ma sono state messe sotto sequestro altre due aziende della famiglia Fotia, la Pdf e la Seleni, curiosamente nate dopo il sequestro dell’azienda madre e sempre nel settore del movimento terra».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippo-2Il cuore dell’infiltrazione ‘ndranghetista in Liguria si trova a Ponente. È dal Tribunale di Imperia, infatti, che il 7 ottobre 2014 arriva la prima sentenza di ‘ndrangheta nella storia giudiziaria della nostra Regione. Si tratta del primo grado del maxiprocesso “La Svolta”, proprio in questi giorni in Corte d’Appello a Genova, con cui, tra gli altri, viene condannato a 16 anni per associazione di tipo mafioso, reato 416 bis del codice penale, il boss Giuseppe Marcianò. In precedenza, in Liguria erano stati ipotizzati diversi reati simili soprattutto per gruppi calabresi ma mai si era arrivati a una condanna. «Stiamo parlando di un radicamento della ‘ndrangheta nel Ponente ligure a partire almeno dagli anni ‘80» ricorda Luca Traversa. «Lo stesso Giuseppe Marcianò compare già nelle carte del processo “Teardo” degli anni ’80 (vedi Era Superba 61) in cui veniva indicato come procacciatore di voti per l’ex presidente della Regione Liguria Alberto Teardo». Tornando alla condanna in primo grado per associazione mafiosa, stando alla visione dell’accusa che trova riscontro anche nella sentenza del Tribunale di Imperia, a Ventimiglia c’era una cooperativa sociale di tipo B, quindi nata per facilitare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, che prendeva molti lavori dal Comune, spesso con affidamenti diretti e non sempre in maniera regolare: in particolare, sono stati contestati il rifacimento di due marciapiedi e la copertura del mercato comunale. Questa cooperativa, chiamata Marvon, era in mano alla ‘ndrangheta. «Come è emerso da un’intercettazione – ricostruisce i fatti il nostro interlocutore – il nome della ditta altro non è che un acronimo di Marcianò Allavena Roldi Vincenzo Omar Nunzio: cognomi e nomi di tre soggetti tutti condannati in primo grado per 416 bis. Nello stesso processo – continua Traversa – gli amministratori che hanno dato gli appalti, l’ex sindaco Scullino e il city manager Prestileo, sono stati accusati di abuso d’ufficio e di concorso esterno in associazione mafiosa ma sono stati assolti perché non ci sono le prove della loro consapevolezza che la Marvon fosse in odore di mafia. Il fatto però rimane: almeno tre lavori sono stati assegnati direttamente a una cooperativa in mano alla ‘ndrangheta. La formula assolutoria, infatti, non è “perché il fatto non sussiste” ma “perché il fatto non costituisce reato”. Siamo, dunque, in mancanza di dolo, dell’elemento soggettivo di voler esplicitamente favorire la ‘ndrangheta, ma il fatto sussiste, eccome».

    ‘Ndrangheta e piccoli appalti

    lavori-cantiereAttenzione, quindi, a pensare che alla ‘ndrangheta interessi fare solo il grosso business. Tutt’altro. Come ama sottolineare Nando Dalla Chiesa, è vero che la ‘ndrangheta si muove anche su palcoscenici di grande livello ma non ha per nulla abbandonato la cura e l’interesse per le piccole realtà di paese. Anzi, a ben vedere la storia delle inchieste di mafia, si nota una vera e propria predilezione per il piccolo, come ci ricorda Luca Traversa: «I grossi annidamenti di ‘ndrangheta si trovano in piccole città: in Liguria a Ventimiglia e Bordighera, in Piemonte nell’hinterland torinese (Leynì, Rivarolo Canavese, Moncalieri, Nichelino), in Lombardia nell’hinterland milanese (Buccinasco, Pioltello, Cesano Boscone). Non bisogna pensare la ‘ndrangheta moderna per forza in giacca e cravatta a trattare di finanza. C’è anche quello ma c’è soprattutto ancora una ‘ndrangheta che si muove nel piccolo e si interessa dei piccoli lavori urbani: a Ventimiglia, la Marvon trattava lavori da 30 mila euro». Ma l’esempio più lampante del nord Italia lo troviamo a Buccinasco, nella Città Metropolitana di Milano, che si è guadagnato l’appellativo di Platì del nord: «Qui – racconta Traversa – dalle relazioni della DDA di Milano sappiamo che si sono stabilite intere generazioni di ‘ndranghetisti che si occupano proprio di smaltimento terra, lavori edili, smaltimento di rifiuti e un po’ di imprenditoria immobiliare: tutti lavori su scala ridotta, all’interno di un Comune che non conta neanche 30 mila abitanti».

    Perché questa predilezione per il piccolo? La risposta è molto semplice e si può sintetizzare con il concetto di controllo del territorio. «Intanto – spiega l’esperto – in una piccola realtà se condizioni poche centinaia di voti, puoi quasi vincere le elezioni e, se vinci le elezioni, conquisti tutti gli appalti pubblici che vuoi. Secondo, in una città piccola spesso mancano gli anticorpi, i baluardi di civismo e socialità positiva: non c’è Università, le forze di polizia sono pochissime, i cittadini hanno meno possibilità di aggregarsi in attività positive. C’è meno denuncia da parte della società e l’attenzione dei media è generalmente scadente, quantomeno nell’ordinario. La ‘ndrangheta, per quanto stia vivendo una mutazione genetica dai sequestri di persona e violenza feroce a uno stile di vita più sommerso, mimetico, non ha mai perso la propria caratteristica fondamentale che è proprio il controllo del territorio, ovvero avere in mano la popolazione sia quando si tratta di fare un favore dando un servizio che l’istituzione pubblica non è in grado di dare, sia quando si tratta di controllare il voto».

    Per tornare a esempi liguri, nelle carte del processo “La Svolta” si legge che al ristorante “Le Volte” di Ventimiglia, di proprietà di Giuseppe Marcianò, si assiste a una processione di imprenditori, politici, cittadini comuni che vanno a chiedere favori. «Questo è esattamente il controllo del territorio – sottolinea Traversa – che, viene da sé, è più facilmente realizzabile in realtà limitate e, come diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, potrà terminare solo quando lo Stato riuscirà a dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favori. È proprio qui la chiave di volta: nel momento in cui lo Stato non è in grado di tutelare i diritti delle persone, queste organizzazioni criminali assolvono alle stesse esigenze tramite il meccanismo del favore, che poi diventa ricatto, soggezione e controllo. E funziona molto di più nelle realtà che non hanno i riflettori puntati addosso. A Genova sarebbe difficile da realizzare dal punto di vista “fisico”: è quasi impossibile controllare direttamente 600 mila persone, ma anche solo 300 mila; tutt’al più, come accade nei fatti, puoi controllare singole attività o interi quartieri (Maddalena, Rivarolo, Certosa)».

    Un altro grande vantaggio del manovrare all’interno delle piccole realtà è la minor presenza di controlli. Come accorgersi, ad esempio, che la ditta che mi sta ristrutturando casa è in odore di mafia? Secondo Luca Traversa esistono alcuni segnali sentinella: «Se è vero che gran parte degli esponenti legati alla ‘ndrangheta fanno gli imprenditori edili anche di piccole dimensioni (lo stesso Domenico Belcastro, arrestato nel 2010, non era uno che si occupava di grandi appalti pubblici ma, probabilmente, avrà ristrutturato moltissime case genovesi), è altrettanto vero che spesso queste ditte lavorano in maniera scadente, con materiali di scarsa qualità pur non avendo problemi economici perché soldi da far girare ne hanno sempre. Nel momento in cui dovessimo affrontare lavori di edilizia privata, dovremmo provare a ricostruire un po’ la storia delle aziende a cui ci rivolgiamo, anche attraverso una semplice visura camerale».
    Ci sono, poi, altri due consigli che Traversa si sente di dare ai semplici cittadini, non solo quelli alle prese con lavori edili. «Il primo, un po’ banale, parte dalla definizione di mafia: la mafia è cultura del privilegio e della prevaricazione. Quindi dobbiamo evitare nelle nostre vite e nelle situazioni quotidiane dinamiche di privilegio e prevaricazione. Ad esempio, nella scelta di una pizzeria, di un negozio o di una trattoria, boicottiamo realtà in odore di mafia. Sarà banale ma al sud ha cambiato la realtà di molti paesi: le cose si cambiano mettendo nell’angolo chi cerca di inquinare l’economia pulita».
    E poi c’è il capitolo informazione e azione. «Credo che in capo a ogni cittadino incomba un onere di informazione. Oggi quasi tutti possono disporre degli strumenti per comprendere certe dinamiche, approfondire certi fenomeni. Conoscere il fenomeno è il primo modo per poterlo combattere: ormai il fenomeno mafioso è stato studiato, analizzato, descritto in ogni sua forma e non è così impossibile avvertirne i sintomi, cogliere i campanelli di allarme in varie situazioni della vita. Le piccole realtà mafiose spesso vanno a incidere sulla nostra vita in modo molto più concreto di quanto si possa pensare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    porto-terminal-DINel giorno in cui a Ventimiglia – con un’azione di polizia in barba a qualsiasi spirito di solidarietà e accoglienza (mostrato, invece, dai cittadini e dal sindaco della località ponentina che, a suo dire, era del tutto all’oscuro del blitz delle forze dell’ordine) – vengono sgomberati i profughi che sostavano sul confine nella vana speranza di poter raggiungere la Francia, in Consiglio comunale a Genova l’assessore Emanuela Fracassi annuncia l’avvio di due percorsi che attiveranno anche nella nostra città la possibilità di ospitare rifugiati in famiglia, in primis per minori arrivati non accompagnati e successivamente anche per adulti.

    Una proposta di grande civiltà che arriva proprio a ridosso della giornata mondiale del rifugiato (sabato 20 giugno, ma a Genova sono state organizzate iniziative per tutta la settimana con lo scopo di coinvolgere le persone accolte e sensibilizzare la cittadinanza provando a contrastare la dilagante ignoranza sul tema) che prova a rispondere al grido di aiuto di chi è alla ricerca del riconoscimento dei propri diritti di essere umano. L’idea di questa nuova forma di accoglienza diffusa sta circolando già da qualche giorno a livello nazionale e, tra non molto, dovrebbe concretizzarsi anche all’ombra della lanterna.

    Vale la pena ricordare che quando si parla di rifugiati o profughi non si parla di stranieri o immigrati in senso generico ma di persone che non possono fare ritorno al proprio Paese – come dice la convenzione di Ginevra – per un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, idee politiche, appartenenza a gruppi sociali o, comunque, persone che se tornassero nella propria terra natale potrebbero essere vittime di violenze, sottoposte a pena di morte o ad altri trattamenti inumani.

    La proposta di accoglienza dei profughi nel Comune di Genova

    Rispondendo a un question time della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, l’assessore Fracassi ha ricordato in Consiglio comunale che a Genova l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo avviene secondo due strade: «La prima riguarda il sistema coordinato dalla Prefettura per le persone provenienti dagli sbarchi e mette a disposizione circa 500 posti in strutture temporanee ubicate nella provincia di Genova. La seconda, invece, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che chiama in causa direttamente il Comune e 12 associazioni del terzo settore che si fanno carico di un’altra fetta importante di accoglienza». Lo Sprar, in 15 anni di esistenza, ha accolto oltre 1000 persone provenienti da 53 Paesi diversi (Somalia, Eritrea e Turchia i più rappresentati) e accompagnate lungo un percorso di integrazione socio-economica: sono 183 i posti attualmente disponibili a Genova per un progetto che ha un valore economico complessivo di oltre 3 milioni di euro all’anno.

    Ed è proprio tramite lo Sprar che il Comune, a breve, dovrebbe aprire la possibilità per le famiglie private di accogliere minori profughi giunti a Genova non accompagnati. «Nel territorio ligure – ha ricordato Fracassi – sono già presenti due strutture rivolte a questa specifica emergenza e accolgono complessivamente 50 minori. Ma il Ministero dell’Interno ha aperto un bando per la disponibilità di nuovi 1000 posti sul suolo italiano: come Comune di Genova risponderemo a questo bando attraverso lo Sprar, con diverse modalità compresa l’accoglienza in famiglia. Nei prossimi giorni abbiamo già in previsione una riunione con un gruppo di famiglie che si è reso disponibile ad aderire a questo percorso».

    Ci vorrà, invece, un po’ più di tempo per gli adulti. «Ma stiamo lavorando anche su questo piano – assicura Fracassi – e abbiamo già raccolto qualche disponibilità familiare anche per questo tipo di accoglienza. In questo caso però non possiamo far altro che attendere un prossimo bando ministeriale e fare pressione affinché anche il sistema coordinato dalle Prefetture si apra all’accoglienza diffusa». Con il termine di accoglienza diffusa si intende il superamento dell’approccio esclusivamente emergenziale attraverso sistemazioni provvisorie in grandi strutture in favore di un utilizzo sostenibile di appartamenti disseminati sul territorio coinvolgendo, dunque, non solo le istituzioni ma anche i privati grazie al coordinamento delle associazioni del terzo settore. In questo modo si può puntare anche a un’accoglienza numericamente contenuta per ogni singola realtà, favorendo la nascita di contesti relazionali e integrativi molto più efficaci.

    Profughi accolti a Genova e in Italia, i dati aggiornati ai primi mesi del 2015

    Telecamera su GenovaIn Italia sono stati 170 mila i profughi sbarcati nel 2014 ma nei primi cinque mesi del 2015 il trend è aumentato di oltre il 10% tanto che, secondo le previsioni del governo, a fine anno gli arrivi sulle coste italiane potrebbero superare i 200 mila. Ad aggravare la situazione ci sono anche le lentezze delle Commissioni che si devono esprimere sul riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti lo status di rifugiati: la legge stabilisce tempi di attesa tra 21 e 90 giorni ma la realtà parla di periodi che variano dai sei a nove mesi. Nel frattempo, i migranti non possono né cercare un lavoro né spostarsi e devono attendere nei centri messi a disposizione o finanziati dal governo: al momento sul territorio italiano sono poco più di 37 mila i posti disponibili nei centri di prima accoglienza gestiti dalle Prefetture; a questi vanno aggiunti 9500 posti dei Cara, Cda e Cpsa e poco più di 20 mila posti finanziati dal ministero per il sistema Sprar.

    Secondo dati del Ministero dell’Interno risalenti alla fine del 2014, di questi complessivi poco più di 67 mila posti in Italia, 1266 sono situati in Liguria (nemmeno il 2% del totale; le quote maggiori spettano a Sicilia – 21% e Lazio 13%, le minori con percentuali decimali a Valle d’Aosta, Trentino, Basilicata e Abruzzo), 953 in strutture gestite dalla Prefettura e 313 dal sistema coordinato da enti locali e terzo settore. Si tratta dello 0,05% della popolazione residente nella nostra Regione: fanno decisamente di più altre Regioni come Sicilia con oltre 14 mila posti pari allo 0,26% della popolazione, Molise 1150 posti ma 0,23% della popolazione locale, Calabria 4800 mila posti e 0,21%; tra le realtà meno accoglienti ci sono invece Lombardia con 5800 posti pari allo 0,04% dei residenti, Valle d’Aosta 61 posti e 0,037% e Abruzzo con 960 posti e 0,03% della popolazione.

    Secondo i dati pubblicati da Anci Liguria e aggiornati ai primi mesi del 2015, attualmente a Genova sono 513 i profughi accolti in strutture temporanee (di cui 330 in spazi gestiti dalla prefettura e 183 dal sistema Sprar) che rappresentano lo 0,09% della popolazione (nel complesso, invece, a Genova risiedono oltre 56 mila cittadini stranieri che costituiscono il 9,5% della popolazione – dati dicembre 2014). Una quota che sale a 651 persone (446 in strutture temporanee, 205 gestite dallo Sprar) se consideriamo i confini della Città metropolitana, pari allo 0,08% della popolazione (terzo posto in Regione davanti solo a Imperia con lo 0,06% e dietro a La Spezia – 0,11% e Savona – 0,14%). Se, dunque, è probabilmente vero che le strutture attualmente disponibili per l’accoglienza sono al collasso è altrettanto indiscutibile che chi parla di invasione lo fa esclusivamente per meri interessi di propaganda politica o per totale distacco dalla realtà.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    L’antipasto è servito. Come ampiamente annunciato, martedì prossimo il Consiglio comunale sarà chiamato a discutere sulla Gronda. Una delibera di per sé tecnica che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, le problematiche degli interferiti, i cittadini genovesi (famiglie e attività produttive che siano) interessati dalla costruzione e dal passaggio del nuovo nodo autostradale. Una delibera chiesta al Comune di Genova dalla Conferenza dei Servizi che attende un parere positivo sul tracciato definitivo dell’opera per proclamarne la pubblica utilità e dare il via libera agli espropri. Il problema nasce dal fatto che il tracciato definitivo della Gronda (approvato nel ciclo amministrativo Vincenzi) è sì contenuto nel nuovo Puc, che dovrebbe essere approvato entro un mese, ma non nel Puc attualmente vigente, in cui invece è stato inserito un percorso ormai superato (che prevede il raddoppio della A7 e un passaggio sul Polcevera a fianco al ponte Morandi).

    «Nel momento in cui diamo il parere sugli interferiti e si arriva alla Conferenza dei servizi – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – la Conferenza stessa diventa pianificatrice dal punto di vista urbanistico, sovraordinata rispetto agli enti locali: può dare la pubblica utilità all’opera e procedere agli espropri. Per cui non è necessaria una variante al Puc vigente che, comunque, entro i primi di febbraio sarà sostituito dal nuovo Puc in cui il tracciato della gronda è aggiornato». Resta il fatto che il primo punto della parte esecutiva della delibera in esame chiama in causa l’espressione di “parere favorevole” per quanto attiene alla “compatibilità e agli effetti sul Puc del 2000 dell’inserimento del tracciato dell’infrastruttura autostradale Gronda di Ponente in coerenza con il progetto all’esame della Conferenza dei Servizi”.

    L’obiettivo della seduta odierna di Commissione (aggiornata a martedì mattina) era esclusivamente quello di ascoltare i comitati no Gronda, Società Autostrade, i rappresentanti dei cittadini interferiti e i Municipi interessati al passaggio del nuovo nodo autostradale.
    Il dibattito si è aperto tra le polemiche per la mancata audizione di Paolo Gozzi, rappresentante dei Consiglieri comunali nell’Osservatorio cittadino per la Gronda che ha tuttavia rassegnato le proprie dimissioni dall’organismo a metà dicembre, e l’assenza dei Municipi ad eccezione del Medio-Ponente.
    L’occasione è stata utile ai comitati “No Gronda” per ricordare l’impatto gravoso dell’opera sul territorio. In sintesi: 11 milioni di metri cubi di terre da scavo che verranno movimentati di cui 6 milioni contenti amianto in varie percentuali, 55 chilometri di scavo per realizzare le gallerie necessarie, 3,2 miliardi di euro di costo preventivato, almeno 8 anni di tempo per la costruzione, aumento del 15,11% del pedaggio autostradale su tutta le rete nazionale per finanziare l’opera, 1 milione di mezzi pesanti che complessivamente transiteranno sulla viabilità urbana genovese a cantieri aperti e 60 sorgenti acquifere a rischio.

    La risposta arriva direttamente da Società Autostrade, per bocca dell’ingegner Alberto Selleri: «Il progetto dal nostro punto di vista è definitivo ed è stato approvato anche dal Ministero dell’Ambiente, con una serie di ben note prescrizioni (poche rispetto a progetti di portata simile a questo come il San Gottardo o la Variante di Valico) su cui vorremmo fare chiarezza in sede di Conferenza dei Servizi possibilmente prima di arrivare alla fase esecutiva. Si tratta di un progetto studiato nel miglior modo possibile, limitando tutti gli impatti ambientali e cercando di validare le promesse fatte nel corso del dibatto pubblico. Ma si tratta di un progetto unico: non esiste la possibilità di spezzarlo in lotti perché funziona solo nella sua interezza».

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DUn’affermazione che apparentemente potrebbe far crollare tutti i tentativi di mediazione all’interno della maggioranza di Tursi. Ma, come ricorda il vicesindaco Bernini, la decisione ultima non è di Autostrade ma spetta al ministero delle Infrastrutture e quindi al governo: «Se Lupi decide che non è il caso di fare tutta la Gronda perché siamo in grado di sostenere economicamente solo il primo lotto, così si dovrà fare. Il ministro ha chiaramente detto che non è possibile dirottare per 10 anni tutti gli introiti nazionali degli aumenti di pedaggio solo per finanziare la Gronda e ha pure scartato la possibilità di incrementare tali aumenti. Una terza strada sarebbe quella di chiedere alla Comunità europea una proroga sui 10 anni di concessione del tratto autostradale a Società Autostrade per allungare i tempi di rientro dall’investimento economico. Ma è ancora tutto da vedere e il Comune deve essere parte attiva all’interno di questo confronto. Anche perché dal punto di vista della fattibilità in lotti tutto è possibile. La gronda di ponente da Bolzaneto a Voltri può essere fatta in unico lotto, come unico lotto è il collegamento Genova ovest – Bolzaneto (raddoppio a7): quindi, almeno due lotti sono possibili dal punto di vista tecnico».

    «Immaginare di far partire prima un lotto di un altro – replica Selleri di Autostrade – vuol dire allungare i tempi e generare un nuovo impatto ambientale. Se il ministero decidesse di abbandonare il vecchio progetto è ovvio che dovrebbe essere fatta tutta una serie di studi sulle eventuali nuove soluzioni».

    Le decisioni esecutive, comunque, spetteranno alla Conferenza dei servizi (un tavolo successivo a quello del 23 gennaio che, invece, sarà chiamato a esprimersi solamente sulla pubblica utilità dell’opera e sui conseguenti espropri) che, paradossalmente, vedendo la piega che stanno prendendo le cose e l’ormai nota perdita di interesse da parte di Società Autostrade per l’opera potrebbe anche portare a decisioni clamorose. Tutto, o quasi, dipenderà dalla volontà del governo.
    Anche perché la vera utilità dell’opera, secondo i suoi principali detrattori, è ancora tutta da verificare dato che si basa su studi trasportistici e di traffico veicolare ormai superati da anni. Sul tema anche il vicesindaco si lascia sfuggire una battuta: «L’attuale tracciato della Gronda non può risolvere tutti i problemi di mobilità generati soprattutto dal sovraccarico di traffico sul ponte Morandi e nel nodo di Genova Ovest. Anche con la nuova opera, se arrivo da Ventimiglia e devo andare al Porto, induco i camion comunque a uscire a Genova Ovest. Le cose sarebbero state diverse se avessimo avuto il braccio che portava verso Cornigliano, differenziando i traffici e decongestionando il centro città. Certo si potrebbe sempre intervenire con una riqualificazione strutturale del Morandi che però al momento non sembra essere all’orizzonte».

    Insomma, siamo vicini alla battaglia finale, in attesa di capire quanto la maggioranza riuscirà a essere ancora compatta. La mediazione per convincere i consiglieri di Lista Doria, Sel e Fds a votare con il Pd è però ancora in corso. In questi giorni, e sarà così fino a martedì prossimo, i telefoni sono bollenti. Gli uffici dell’Urbanistica stanno lavorando alacremente alla produzione di modifiche al testo della delibera già passata in giunta che possano accontentare i più: l’obiettivo degli esponenti più a sinistra all’interno della maggioranza è quello noto di ottenere la realizzazione del solo primo lotto dell’infrastruttura, ovvero il raddoppio della A7.
    «Visto che il tracciato è già stato deciso dall’amministrazione precedente – commenta il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – l’unica cosa che possiamo fare è sfruttare il ritorno della questione in Consiglio comunale, seppure per via traverse, per ottenere risultati utili alla città inserendo elementi finora mai considerati».
    Ecco allora che nella delibera spunterà la richiesta di inserire il Comune di Genova all’interno del Comitato nazionale di controllo e vigilanza sull’opera che al momento contempla solo Arpal, Regione Liguria e ministero dell’Ambiente. Ma l’aspetto più delicato e ancora in fase di discussione è un richiamo a una rivalutazione dell’opportunità dell’opera alla luce delle recenti alluvioni: certo, il Pd non potrebbe mai accettare una posizione così esplicita ma proprio qui si stanno giocando tutte le carte interne alla maggioranza. È lo stesso vicesindaco ad ammettere aperture: «L’accento va posto sul fatto che il Comune deve per forza di cose poter partecipare alla discussione sulla regolamentazione dei corsi d’acqua e verificare che i calcoli fatti in passato risultino corretti anche in funzione dei nuovi fenomeni atmosferici che, ahinoi, si verificano ormai con regolarità».
    Rispetto al passato, dunque, il vicesindaco sembra essere molto più conciliante verso i detrattori dell’opera, cercando di portare a casa da questo confronto qualche frutto positivo per il prosieguo della giunta Doria e della variegata maggioranza. «Capisco la posizione di chi vorrebbe concentrarsi esclusivamente sul raddoppio della A7 – dice il vicesindaco – sulla cui necessità siamo tutti convinti a prescindere dall’impatto ambientale che verrebbe mitigato dai notevoli vantaggi ottenuti dalla città. Ma per me è strategica tutta l’opera, anche dal punto di vista ambientale, perché toglierebbe traffico pesante dalla viabilità urbana e dalla parte più vicina alla case».

    Difficile, comunque, un voto unanime anche se dovessero essere accolte tutte le richieste delle sinistre. Il compromesso, comunque, sembra ancora possibile. Anche perché il Partito Democratico ha più volte annunciato che un’eventuale maggioranza sulla delibera diversa da quella uscita dalle urne potrebbe aprire una grave crisi di governo della città. «Ma si tratta soprattutto di una questione di immagine – chiosa Bernini – perché gran parte delle rivendicazioni di chi si oppone al progetto sono già state evidenziate dalle prescrizioni della VIA. Non posso essere tranquillo sull’esito della votazione di martedì perché sono molto sensibile ai voti secondo coscienza e posso capire che qualche consigliere che ha da sempre espresso contrarietà radicale all’opera non se la senta di votare neppure una delibera tecnica, pur con tutti gli adeguamenti del caso».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Teatro GarageIl Teatro Garage nasce a Genova negli anni ’70, prima con altre denominazioni e sotto forma di cooperativa teatrale. Dal 1981 è diventato Teatro Garage, così come lo conosciamo ancora oggi. Nel corso degli anni tante le modifiche: ad esempio, ha smesso di girovagare da una sede all’altra e ha trovato stabilità in Via Paggi, nel quartiere di San Fruttuoso, a due passi da Villa Imperiale, Piazza Martinez e Piazza Terralba.

    Il teatro propone produzioni ed eventi teatrali: nel tempo ha messo in scena numerosi spettacoli e partecipato a varie rassegne promosse dal Comune di Genova. Oggi si dedica perlopiù al genere del cosiddetto ‘docu-teatro‘ (un teatro documentario, di parola e basato sul racconto) e mantiene una spiccata propensione per la drammaturgia contemporanea, in controtendenza con un mercato che chiede sempre più di ridere con commedie di vario genere.

    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo andati negli uffici amministrativi del teatro e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo “storico” direttore artistico Lorenzo Costa.

    Torniamo indietro nel tempo, agli anni ’80: la genesi del Teatro Garage e i suoi primi anni.

    lorenzo-costa-small«Il teatro è stato fondato come cooperativa teatrale nel 1974: non ci chiamavamo ancora Teatro Garage, nome che abbiamo assunto dal 1981. Per i primi tempi siamo stati nomadi, ma negli anni ’80 era normale: erano anni di fermento, delle botteghe teatrali. Gli artisti si rifugiavano nelle cantine, e tutto era più semplice. Genova era una città silente e per fare teatro bastava avere delle buone idee da realizzare. Tutto era possibile: anche l’atteggiamento dell’amministrazione era diverso, dava impulso e favoriva i giovani artisti, chiedendo loro di rinvigorire il panorama culturale della città. Abbiamo cambiato sede varie volte, ma siamo rimasti sempre fedeli al quartiere di San Fruttuoso: per qualche anno siamo stati anche in Via Donghi, poi ci siamo stabiliti in una vecchia sala sopra ad un garage in disuso. C’era ancora la grande insegna ‘GARAGE’ a caratteri cubitali, perciò abbiamo deciso di chiamarci così: bastava solo aggiungere la scritta ‘Teatro’ sopra all’insegna, e il gioco era fatto. Siamo rimasti qui circa 6 anni, poi siamo stati cacciati: c’era stata la tragedia del Cinema Statuto di Torino, in cui morirono molte persone a causa di un incendio, perciò furono chiuse le botteghe teatrali e le sale non a norma. Dopo essere stati un po’ in giro per la città senza fermarci, nel 1988 l’Amministrazione Comunale ci ha affidato in gestione la Sala Diana, un piccolo teatro ricavato dalla galleria dell’ex cinema omonimo: una vecchia sala di circa 1000 posti, in Via Paggi, che Coop aveva già acquisito dal Comune di Genova per farne un supermercato. A distanza di ormai 30 anni, quella è ancora la nostra sede».

    Il Garage oggi: cosa è cambiato?

    «Una cosa non è cambiata: oggi come allora, svolgiamo un lavoro costante per la città di Genova e soprattutto il territorio di San Fruttuoso, in cui siamo molto radicati. I nostri spettacoli nascono qui, poi girano l’Italia: insomma, il quartiere è fonte di ispirazione, in qualche modo. In questi 20 anni, però, siamo anche cambiati molto: quello che abbiamo creato si è trasformato in un lavoro vero e proprio, e non è più solo un divertimento. Siamo rimasti gli stessi dall’inizio e ora siamo un gruppo solido, attento e dinamico. Inoltre, altra cosa ad essere cambiata è il pubblico: mentre prima c’erano soprattutto persone che venivano da fuori, oggi il 50% degli spettatori sono della zona; mentre prima eravamo snobbati, oggi il nostro lavoro è apprezzato».

    A proposito di pubblico, che tipo di spettatori sono quelli che vengono al Teatro Garage?

    «Come dicevo, un buon pubblico, con una forte componente locale, attento e curioso, ma con qualche pecca (se così vogliamo chiamarla): in generale ci sono pochi giovani, l’età media supera i 45 anni e l’80% sono donne. Ci siamo trovati a fare dibattiti a fine spettacolo, con 60 donne e 20 uomini, che raccontavano di essere lì solo perché trascinati dalla moglie o dalla fidanzata. La risposta che ci siamo dati è che le donne sono più propense ad avvicinarsi al teatro perché è un campo per cui è necessario avere una sensibilità particolare, che di norma appartiene più all’universo femminile e meno agli uomini. Sono tendenze che accomunano molti teatri in Italia, non sono una prerogativa del Garage: c’è una disaffezione generale. Ad esempio, molti ragazzi pensano ancora che il teatro sia un posto vecchio e ‘incartapecorito’, ma è importante ribadire che non è più (o sempre) così».

    Parliamo invece di voi: la vostra compagnia è composta da persone fisse o cambiano ad ogni spettacolo?

    «Quattro persone fanno parte dell’organico del teatro con un contratto a tempo indeterminato e si occupano di amministrazione, casse, ufficio stampa e direzione artistica (lo stesso Costa, n.d.r.), mentre gli altri cambiano in ogni spettacolo, anche se spesso collaboriamo con gli stessi artisti assunti con contratto a progetto. Per ogni spettacolo ci sono decine di persone che ruotano attorno alla produzione».

    Che tipo di produzioni preferite: qual è il vostro ‘genere’, se di genere si può parlare?

    lorenzo-costa-small-2«Nel tempo il nostro atteggiamento è cambiato: negli anni ’70 pensavamo che dovevamo fare quello che ci piaceva, anche se il pubblico non lo capiva (tipico atteggiamento snobistico dell’intellettuale di quegli anni). Poi ci siamo cimentati in produzioni diverse, a cicli e fasi alterne: dopo gli inizi con il teatro dell’assurdo, è arrivato il giallo; poi ci siamo avvicinati da ultimo alla drammaturgia contemporanea e al docu-teatro, più parlato e raccontato, per emozionare e mai fine a se stesso (un esempio, lo spettacolo “Io, Giacomo e Leopardi” o “La Grande Guerra”, per commemorare i 100 anni dallo scoppio della prima Guerra Mondiale). Sono scelte impopolari, in un momento in cui il pubblico chiede di ridere e vuole vedere commedie. Sono generi che non pagano in termini di pubblico e incassi, e non sono richiesti nelle programmazioni: per sopravvivere, nel 2014 ci siamo aperti per la prima volta alla commedia e stiamo portando in scena “Sinceramente Bugiardi”, con Debora Caprioglio. Il nome di spicco dell’attrice e la commedia tratta da Alan Ayckbourn ci hanno garantito già un discreto successo. A me però non piace, e ho affidato la regia a un collega romano. Al contrario, lo spettacolo “Girotondo” tratto da Schnitzler non gode dello stesso successo. Insomma, produrre lavori più ‘leggeri’ è un piccolo prezzo da pagare per fare cassa e riuscire a concentrarci su quello che ci piace».

    A proposito di questo, quanto è difficile oggi fare teatro? Come sopravvivete e come reperite finanziamenti?

    «Oggi fare questo mestiere è difficile, spesso si hanno crediti che non vengono corrisposti e debiti da retribuire: ci sono difficoltà di natura economica dovute al momento storico. Prima avevamo sovvenzioni esterne fino al 50%, ora i fondi si sono ridotti a circa il 10% e il resto dobbiamo trovarlo da soli. Abbiamo 15 mila euro di spese di gestione degli spazi (nonostante si tratti di un piccolo teatro con circa 105 posti) e da quando è arrivato l’euro non riceviamo più il FUS (fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.). Siamo obbligati, come dicevo, ad aprirci a commedie e produzioni che portano maggiore liquidità; inoltre curiamo la programmazione teatrale per alcuni comuni liguri, soprattutto nel Ponente (Loano, Finale Ligure, Ventimiglia)».

    Avete da qualche tempo dato avvio a un’iniziativa: la biblioteca teatrale. Di cosa si tratta?

    «Si chiama biblioTGteca’, un servizio gratuito rivolto a teatri e compagnie teatrali che collaborano con noi, allievi ed ex-allievi dei nostri corsi, abbonati alla stagione in corso, universitari. Permette di consultare e prendere in prestito testi teatrali, monografie e manuali sul teatro, e cercare copioni sia fisici che in rete, in formato digitale».

    Genova e il teatro: un rapporto tormentato?

    «A Genova c’è una antica e prestigiosa tradizione di teatro ‘tradizionale’, quella che si identifica con il Teatro Stabile, ma anche una tradizione amatoriale, con decine di compagnie che lavorano in modo professionale e che hanno background misti. C’è fermento, voglia di stare sul palco e fare teatro, ma meno voglia di guardare e andare a teatro. Un problema da risolvere…».

    Qualche anticipazione: le novità per il 2015?

    «L’idea è quella di puntare su un settore in cui c’è al momento un mercato buono e per cui sentiamo una vocazione: gli spettacoli per bambini. Vogliamo iniziare un ciclo di racconti di fiabe davanti al braciere, o al caminetto, come si usava una volta. Potrebbe chiamarsi “Il nonno racconta”: un modo per insegnare a nonni e genitori a raccontare storie, e per insegnare ai bambini ad ascoltarle».

     

    Elettra Antognetti

  • L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    economia-soldi-D6Mentre la secessione della Crimea continua a creare gravi tensioni in tutta la regione, riprendiamo il discorso fatto la settimana scorsa e chiediamoci quali scenari si aprono per noi una volta preso atto dell’inevitabile fallimento del progetto di un’unione federale europea (il famoso “più Europa”). Ai lettori più affezionati non sarà sfuggito che questo imminente tracollo politico è l’altra faccia della medaglia del preannunciato tracollo dell’euro. È dunque indispensabile, sotto ogni punto di vista, proiettarsi al di là di queste strutture e chiedersi come l’Italia possa affrontare un futuro in cui l’Unione Europea, ammesso che esista ancora, avrà di certo un peso politico ridotto.

    Il fatto che un commentatore “di provincia” come chi scrive possa prendersi il lusso di profetizzare con sicurezza la fine di un “sogno” economico-politico tanto ambizioso, proprio mentre tradizionali indicatori tipo lo spread non danno segnali d’allarme e le élite del nostro continente continuano a lavorare come se questa “Europa” avesse effettivamente un domani, non può più essere una discriminante. Come insegna la favola di Andersen basta un bambino per urlare: «il Re è nudo!».

    Ed in effetti il fallimento del sistema è lampante per chiunque non voglia far finta di niente, visto che, molto banalmente, ad oggi nessuno è in grado di intravvedere una soluzione realistica per l’eurozona. Non è che manchino le proposte tecniche: manca proprio la volontà di perseguirle (il che ci dice molto sui reali motivi per cui siamo entrati nell’euro). Per questo, anche fra i commentatori più qualificati, gli illusi sono rimasti in pochi: tutti gli altri o “auspicano” una soluzione, o sono pessimisti, oppure stanno già consigliando agli Stati di ritornare alle loro vecchie monete. Di certo la soluzione non sarà la tanto osannata lista Tsipras, per motivi ormai noti, ma che prometto di ricapitolare più avanti (magari nell’imminenza del voto di maggio).

    La questione, dunque, è di una notevole rilevanza. Se l’Europa come progetto politico ha fallito, perché dovrebbe farcela l’Italia? Non si rischia di proseguire sullo stesso tipo di errore? Se abbiamo sbagliato a volerci integrare su un piano più ampio, non sarà forse il caso, come sembra suggerire Grillo, di seguire la strada opposta e dunque di disintegrarci verso un piano più ristretto dove “piccolo è bello”?

    In effetti è il momento di andare a discutere un punto rilevante.

    Europa vs Italia

    I critici dell’euro, come il sottoscritto, spesso sottolineano che l’irrazionalità dell’eurozona dipende dal fatto che essa non è una area valutaria ottimale”, dal nome della teoria economica con cui Robert Mundell vinse il premio nobel nel 1961 e su cui Paul Krugman ha fatto il punto qualche anno fa. Ciò significa che la moneta unica è nata in barba alle considerazioni degli economisti, per cui ora stiamo in qualche modo scontando questa sorta di “peccato originale”.

    Questo concetto – vale a dire che esiste una razionalità economica di cui tenere conto quando si  progettano sistemi economici – sembra lanciare un monito forte: “bambini, non fatelo a casa!”. Sembra, cioè, che siamo stati avvertiti: un sistema economicamente prospero è un sistema che rispetta ben precisi requisiti. Dunque non è del tutto sbagliato chiedersi: l’Italia oggi è un’area valutaria ottimale?

    Sembra di si. Secondo Krugman i due fattori che si sono rivelati decisivi sono la mobilità dei lavoratori e l’integrazione fiscale. E l’Italia ha entrambe le cose: ha molti immigrati dal sud che lavorano al nord, e ha molti contribuenti del nord che si lamentano… perché pagano le tasse anche per il sud! Sembrerebbero esserci i requisiti, dunque, perché l’Italia possa essere considerata una realtà politica che rispetta una minima razionalità economica.

    Tuttavia un punto sollevato da quelli che vorrebbero vedere un futuro per l’euro è che nemmeno noi all’inizio eravamo un’area valutaria ottimale. Perché allora, se pure l’Italia della lira è durata 150 anni, l’Europa dell’euro dovrebbe fallire dopo 15? È un’ottima domanda, che merita una risposta diretta. La risposta è che Giuseppe Garibaldi non era un funzionario col Ph.D alla London School of Economics, ma un avventuriero col fucile. E non è affatto una battuta.

    Monumento di QuartoChe cosa era successo nel 1861, proprio a pochi metri dalla redazione di Era Superba? Era partita la spedizione di un manipolo di uomini (mille o giù di lì) che volevano conquistare il Regno delle Due Sicilie per il loro Re. E inaspettatamente ebbero successo. La nostra nazione, insomma, è stata, sul piano storico, il frutto della debolezza dei Borbone di Napoli e della benevolenza della flotta britannica, che non sfruttò la sua enorme superiorità nel Mediterraneo per interferire con le faccende italiane. Sul piano pratico, però, l’Italia è stata semplicemente il frutto di una conquista militare. Ovviamente c’erano gli idealisti che pensavano alle “genti italiche”; ma la realtà è che i confini vennero tracciati sparando.

    Questa soluzione brutale creò un legame semplice, che a sua volta poteva essere spezzato in un modo semplice: il sud avrebbe dovuto insorgere. E questo non accadde. Anzi, il meridione, visto che era semplicemente cambiato il padrone, al netto di tutte le tensioni, nel complesso se ne fece una ragione. Il punto centrale, tuttavia, è quello che accadde dopo la conquista: la classe dirigente piemontese, ispirata dal modello francese e inglese (di cui Cavour era un fervente ammiratore), ebbe la banale accortezza di capire che i territori ottenuti con la forza non sarebbero rimasti, se non si fossero trasformati in uno Stato. E siccome volevano un Regno, fecero quello che si sarebbe dovuto fare sulla base di criteri per l’epoca anche abbastanza moderni: pensarono che la prosperità sarebbe venuta non solo con un territorio esteso e forte, ma anche da una rete di infrastrutture, da un sistema industriale, un complesso di leggi coerenti, un’educazione pubblica, unità di misure standardizzate, forze di polizia, una tradizione comune, una lingua nazionale e certamente anche un’unica moneta. L’idea di «Italia» in quanto nazione era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo scopo.

    I risultati furono tutt’altro che perfetti: ancor oggi la “questione meridionale” è più che mai attuale, e trova riscontro, sul piano economico, in differenti livelli di inflazione. Eppure dopo 150 anni siamo ancora qui tutti insieme, nonostante le tensioni di due guerre mondiali e vent’anni di dittatura. Questo è stato possibile, per l’appunto, perché l’Italia fu unita con la forza, ma fu tirata su con l’obiettivo di diventare uno Stato a tutti gli effetti, sia in senso pratico che in senso ideale: dunque un forte vincolo occasionale si poté trasformare in un (abbastanza) forte vincolo duraturo.

    E l’Europa? L’Europa si è unita in modo consensuale con l’obiettivo di un benessere più esteso: e questa è tutta un’altra storia. In questo caso a un debole vincolo occasionale non ha fatto seguito alcun vincolo più forte: per cui, senza il benessere, il castello di carte è destinato a crollare. E se ancora vi chiedete perché non è stata sfruttata l’occasione dell’euro per rinsaldare i vincoli comunitari o se siamo ancora in tempo per rimediare, significa che non avete capito niente di questa crisi: eppure ve lo avevo spiegato.

    Abbiamo chiarito che per i Savoia e i loro ministri, l’obiettivo era avere un Regno: e nel 1861 quel regno era tutto da costruire. L’establishment europeo, al contrario, dopo l’euro ha fatto poco o nulla: significa allora che nel 2002 l’obiettivo era già stato raggiunto. Il vero obiettivo, infatti, non è mai stato mettere in pratica le convinzioni di un Altiero Spinelli: l’obiettivo era liberalizzare i movimenti di capitali, eliminare il rischio di cambio nelle transazioni, favorire l’economia finanziaria e scaricare sui salari gli eventuali aggiustamenti.

    Quale “Stato” per la penisola italiana?

    LItalia-sono-anchioÈ dunque pretestuoso domandarsi se l’Italia abbia un senso come spazio giuridico, politico e culturale: ce l’ha perché sono 150 anni che, tra alterne vicende si lavora per questo. È tuttavia possibile pensare che altre strutture più piccole e snelle riescano a fare meglio di quello che ha fatto lo Stato italiano. Il mio parere su questa questione è piuttosto semplice: se ci credete davvero e siete disposti a lavorare in questo senso, allora buona fortuna! Ne avrete davvero bisogno.

    Ormai dovremmo aver capito che tutte le costruzioni umane dipendono essenzialmente dall’uomo stesso, dalla sua fatica e poi certo dalla buona sorte. Se ci sono le condizioni favorevoli, nulla vieta che un domani si formi un autonomo “Stato Lombardo” o un vasto “Stato Pontificio” o – perché no? – che rinasca il Regno delle Due Sicilie: dipenderà appunto dal contesto e dalle motivazioni degli uomini. Ma se così stanno le cose, la vera domanda è: dobbiamo desiderare Stati regionali più piccoli? A mio modesto avviso il gioco non vale la candela.

    Ovviamente, se ragionate nel quadro che ci offrono quotidianamente i media, l’Italia non ha scampo: anzi, sembra un miracolo che siamo arrivati vivi fino a qui. Qualsiasi altra soluzione, pertanto, sarebbe meglio del vecchio sogno di Garibaldi e Cavour. Ma la realtà è che da soli avevamo fatto relativamente bene dal dopoguerra in avanti. La crisi che stiamo vivendo – lo sappiamo – non dipende tanto da noi, quanto dall’euro. Ad esempio, il calo della produttività media che si registra da fine anni ’90 rispetto alla Germania è attribuibile proprio all’adozione di un cambio rigido. Pertanto, fuori dalla moneta unica, chi ci garantisce che sul nostro territorio unioni politiche alternative all’Italia possano ottenere risultati migliori?

    Nessuno ce lo può garantire: anzi, l’enorme lavoro, la fatica e il dispendio di risorse e di uomini necessario a concepire e realizzare nuove comunità politiche è tale, a fronte di una totale incertezza sull’esito finale, da scoraggiare qualsiasi persona di buon senso. Dunque privarci della nostra «Italia» (e di una sua moneta) sarebbe una scelta tanto rischiosa quanto inutile, che penso nessuno in una società non del tutto sclerotizzata vorrebbe perseguire davvero (dunque, ne sono convinto, nemmeno Grillo o la Lega).

    Se poi volete proprio ragionare in astratto, partendo dalla teoria per capire quello che serve per costruire una comunità politica (al netto della forza bruta), ci torna utile quanto avevo detto la scorsa settimana. Il senso del ragionamento era che lo scopo di una comunità è il benessere dei suoi membri: cosa che a sua volta richiede tanto un certo livello di compenetrazione economica che un certo sentimento di appartenenza. Ebbene: sulla base di questi criteri come rifareste l’Italia?

    Il compito non è facile, perché non è chiaro dove questi criteri (su cui già non tutti saranno d’accordo) si manifestino in modo netto. Dividereste l’Italia tra Nord e Sud? E mettendo Roma dove? O forse è meglio dividerla in tre? E cosa dire della “Padania” della Lega o del Regno delle Due Sicilie che Grillo ha tirato fuori dal cilindro? Il folklore del Carroccio sarebbe un’identità padana? E se guardassimo alle regioni? Pensiamo che uno di Ventimiglia abbia più da spartire con un francese o con uno delle Cinque Terre? E se provassimo a fare le macroregioni? Mettereste insieme persone solo perché si scambiano prodotti ma non parlano la stessa lingua? Riprovereste davvero con il mito tecnocratico che sta distruggendo il continente?

    Conclusioni

    Non credo sussistano molti dubbi: nell’immediato l’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. Le ragioni per cui il caro, vecchio Stato italiano spicca come la struttura politica più adatta a perseguire le nostre aspirazioni di benessere dipende semplicemente dal fatto che esso è stato costruito per questo nel corso di decenni lunghi e faticosi: e adesso non ha alcun senso ricominciare da capo a costruire qualcosa di alternativo.

    Il vero problema oggigiorno è l’euro, tolto il quale gli Stati potrebbero recuperare varie forme di coordinamento a livello europeo e globale. E senza la moneta unica, che non serve ad allentare le tensioni ma a crearle, è probabile che molte spinte autonomiste in giro per l’Europa perderebbero di forza. Tuttavia non saprei dire – né spetta a me farlo – se, una volta ripristinate le valute nazionali, per la Scozia o per le Fiandre abbia ancora un senso avanzare pretese di autonomia. In fin dei conti queste sono questioni che riguardano i singoli Stati. Certamente ciò da cui dovremmo guardarci una volta usciti dall’euro è l’ideologia che l’ha sostenuto: un’ideologia che attacca lo Stato per dissacrare ogni forma di autorità pubblica e affermare interessi privati.

    Andrea Giannini

  • Rete dei teatri storici di Liguria, al via un progetto per valorizzarli

    Rete dei teatri storici di Liguria, al via un progetto per valorizzarli

    Teatro Villa Duchesa di Galliera Genova VoltriHa preso ufficialmente il via il 25 novembre 2013 la rete dei teatri storici di Liguria, iniziativa nata con lo scopo di valorizzare, riscoprire e tutelare il patrimonio ligure grazie a eventi e iniziative culturali organizzate all’interno delle strutture teatrali storiche.

    Il progetto riguarda i palcoscenici liguri costruiti entro fine ‘800, in tutto 12 strutture di cui 4 nel territorio genovese: il teatro Carlo Felice, edificato per la prima volta nel 1828 e ricostruito nel 1991, il teatro Modena di Sampierdarena del 1857, il teatro Duchessa di Galliera di Voltri (metà XVIII sec. ca.)  e il teatro Sociale di Camogli del 1876. Oltre a questi, sono incluse anche il teatro Comunale  di Ventimiglia, il teatro Salvini di Pieve di Teco, il teatro Cavour di Imperia, il teatro Aycardi e il teatro Sivori di Finale Ligure, il teatro Chiabrera di Savona, il teatro Civico di La Spezia e il teatro degli Accademici Impavidi di Sarzana.

    La rete dei teatri storici di Liguria prevede numerosi eventi e iniziative; in primis, l’allestimento di una mostra permanente a partire da gennaio 2014 all’interno delle strutture, con l’esposizione di dodici pannelli donati a tutti i Comuni interessati per essere esposti in maniera permanente.

    Poi, visite guidate, conferenze illustrative per analizzare gli aspetti architettonici, le vicende storico-culturali dei teatri e il loro rapporto con la società, attività di ricerca e ricostruzione storica da parte degli studenti di scuole secondarie di primo e secondo grado nell’ambito del progetto Adotta il tuo teatro (gennaio e febbraio 2014), laboratori sul rapporto tra teatro, arti decorative e restauro (aprile 2014).

    Una sezione del progetto prevede la realizzazione di Colori in Scena, laboratori didattici gratuiti dedicati alle tecniche artistiche e al restauro, rivolti a studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado dei comuni coinvolti.

    Sono inoltre previsti il coinvolgimento di conservatori e scuole di teatro del territorio per la realizzazione di performance e spettacoli legati alla storia del teatro nell’estate 2014 e l’istituzione di borse di studio (a dicembre 2013 e premiazione a novembre 2014) per tesi di laurea sui teatri storici che verranno pubblicate sul sito della Rete e costituiranno la base per visite guidate organizzate da associazioni di guide turistiche locali.

    L’ideazione del progetto è di Laura Sicignano, direttrice del Teatro Cargo di Genova, il coordinamento storico è di Roberto Iovino, docente di storia della musica al Conservatorio Niccolò Paganini di Genova, critico musicale e autore di numerose pubblicazioni sulla storia della musica e del teatro. L’iniziativa è promossa dall’Assessorato alla Cultura della Regione Liguria in collaborazione con la Fondazione Regionale per la Cultura e lo Spettacolo e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando denominato “Le risorse culturali e paesaggistiche del territorio: una valorizzazione a rete”.

  • Isole della pubblicità: mostra alla Loggia della Mercanzia

    Isole della pubblicità: mostra alla Loggia della Mercanzia

    Pubblicità manifesto Sergio Ruffolo 1960 velocità
    Sergio Ruffolo – 1969

    Prosegue presso la Loggia delle Mercanzia di piazza Banchi la mostra Isole della pubblicità. Le identità di una raccolta, un evento pensato per festeggiare il ventesimo compleanno dell’Archivio Storico della Pubblicità di Genova.

    Un’esposizione accattivante e inedita, un suggestivo viaggio illustrato nella memoria tra le immagini della promozione pubblicitaria conservate nell’Archivio genovese, chiari esempi della comunicazione visiva del Novecento.

    Tanti i manifesti esposti: da quelli di fine 1800 in cromolitografia della Navigazione Generale Italiana, che informavano delle partenze giornaliere delle navi, ad alcuni rari esempi di insegne destinate allo scenario urbano realizzate dalla Ditta Marioni di Genova.

    Inoltre, icartelloni di promozione dei primi prodotti industriali (Vernici “Lechner & Muratori”, “Citocol”coloranti per tessuti), le immagini delle grandi campagne internazionali di “corporate identity” di Oliviero Toscani per Benetton, le immagini di promozione turistica (Hotel Miramare di Genova, Loano, Piscina di Acqui, Lago di Garda, Riccione, Capri, Littorina Fiat di collegamento Sestriere-Ventimiglia…).

    E poi il cinema illustrato anni ’20 sino ai film anni ’50 e ’80, lo spettacolo teatrale (con alcuni bozzetti di Luzzati) e la musica, tra cui alcuni manifesti del promoter Vincenzo Spera,

    Manifesto Bontempi Folon
    Bontempi, Folon 1984

    Tra gli oggetti in mostra, una selezione di scatole di latta per i prodotti dell’industria dolciaria italiana (Saiwa, Lazzaroni, Elah.. ) stampate in buona parte dalle numerose aziende specializzate nel distretto di Genova Sampierdarena, tra i primi esempi di indotto industriale grazie alla produzione di banda stagnata dell’Ilva di Cornigliano e in proiezione una selezione di filmati della grande invenzione di Carosello, che accompagnerà lo sviluppo del nostro paese negli anni del boom economico.

    Esposti anche i manifesti di Puppo, Bernazzoli, Cenni, Carmi, Veruggio, Lora Lamm, Lèon Garù, ma soprattutto due manifesti di Sergio Ruffolo per il Ministero dei lavori pubblici: per la prima volta nel 1969 appare sulle strade l’affissione per la sicurezza stradale che anticipa le campagna di pubblica utilità e il tema ambientale degli anni ’80-’90 (vedi immagine in evidenza)

    Tra gli autori dell’ultimo periodo (anni ’80), presenti anche Armando Testa, il genovese Marco Biassoni e gli illustratori Folon, Pazienza, Tamburini.

    La mostra è aperta dal 31 agosto al 17 ottobre, dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle ore 18. L’ingresso è libero.