Categoria: La Canzone d’Autore

  • La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    La musica popolare: i padri della canzone d’autore e l’Italia contadina

    agricolturaNel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone (ed in particolare, di quel segmento che chiameremo “canzone d’autore”), occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza – in particolar modo in Italia – alla musica popolare. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni.

    In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo). Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi – penso sia lecito dire “purtroppo” – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale.

    Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia. Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività.

    C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione. I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili…e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

  • L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    L’autore di canzoni, da mantenuto a professionista: le radici nella cultura contadina

    londra-musicista-covent-gardenDILa canzone come traccia/ testimonianza/ segno/ simbolo/ icona sonora di un determinato periodo storico è un tema che abbiamo trattato a lungo lo scorso anno. Ma, nell’avvicendarsi delle trasformazioni storiche, c’è anche qualcos’altro che ha subito profonde modificazioni. Certo, da un lato c’è – chiamiamola – la “spontanea creatività popolare”, ossia il fatto che da sempre c’è chi crea canzoni e musica spontaneamente. Basti pensare alle filastrocche o alle ninna nanne che vengono tramandate oralmente da centinaia e centinaia di anni: chi le ha composte? Nessuno lo sa. Sono il frutto di un’attitudine creativa che si riscontra in tutte le società umane e ne costituisce un comportamento antropologicamente rilevante. Da un altro lato c’è chi ha composto anonimamente musiche destinate ad accompagnare i più diversi culti religiosi. Basti pensare ai flauti, sonagli e cembali che nell’antica Grecia omerica accompagnavano i cortei degli invasati epopti del tiaso di Dioniso, piuttosto che i salmi e gli inni nella religione ebraica e nelle religioni cristiane,unitamente ai canti gregoriani. Chi ha composto queste musiche? Nella quasi totalità dei casi non si sa. Tuttavia questi sono aspetti che potremmo ritenere costanti, comportamenti che, pur nella varietà dei singoli casi, possiamo facilmente rilevare anche oggi.

    Ciò che invece più ci interessa e che progressivamente si è profondamente trasformato è l’insieme delle relazioni sociali che, nel tempo, hanno costituito il contesto in cui hanno vissuto e creato i musicisti “professionisti” che componevano musiche varie e ballate (le antenate delle canzoni). Muoviamo quindi le nostre considerazioni partendo dal medioevo. In quel periodo, un futuro musicista quasi sempre apprendeva le regole della disciplina musicale – ancora bambino – presso gli oratori delle varie parrocchie oppure presso la cappella di corte o nei conventi. Diventato musicista a tutti gli effetti – se non prendeva i voti – come laico poteva riuscire a vivere solo grazie all’ala protettiva dei nobili che, assumendolo a corte si facevano carico del suo mantenimento, a volte corrispondendogli anche una qualche forma di salario e inquadrandolo come facente parte della servitù.

    Solo musicisti straordinari (ad esempio Mozart) potevano godere di una certa autonomia e libertà. Pensiamo però che Haydn (1732-1809, considerato il “padre” della sinfonia e del quartetto d’archi), ad esempio, era tenuto ad indossare in pubblico la livrea come i domestici e che nel periodo in cui ha vissuto, il musicista di corte poteva essere tenuto ad onorare eventuali debiti contratti dal suo predecessore. Haendel (1685-1859) fu uno dei primi musicisti a comporre per un pubblico borghese e pagante, dato che l’Inghilterra si trovava nel pieno di una grande espansione economica con annessi tutti i radicali cambiamenti che le rivoluzioni economiche comportano. In generale possiamo sostenere che per tutto il Rinascimento, e in piccola parte fino a tutto l’ottocento, i musicisti campavano grazie alla protezione di mecenati – nobili e successivamente alto borghesi- che, mantenendoli, gli permettevano di comporre le loro opere.

    Lo stesso Verdi, per un certo periodo, poté continuare a comporre grazie al sostegno di un magnate. Nel ventesimo secolo l’industrializzazione ha imposto nuovi rapporti sociali e la nascita dell’industria discografica, unitamente alla diffusione di strumenti di comunicazione di massa impensabili fino a pochi anni prima (e sviluppati secondo criteri industriali), ha favorito la nascita di nuove forme di espressione, inedite modalità compositive, nuovi stili e quindi nuovi percorsi artistici e profili professionali.

    Una figura professionale comparsa recentemente ed “esplosa” nell’immediato dopoguerra è proprio l’autore di canzoni, espressione dell’industria culturale. La canzone moderna e tutta la cosiddetta musica leggera non avrebbero raggiunto l’invasività che conosciamo se non ci fosse stata l’invenzione del disco – soprattutto del 45 giri – e della radio. Ma questo tipo di prodotto musicale può esistere solamente nella città: nasce e si sviluppa nelle metropoli, ne porta l’impronta, segue i suoi ritmi e, come si diceva all’inizio, ne costituisce un segno avvertibile… anzi, udibile! Il mondo contadino e le sue tradizioni musicali millenarie avrebbero potuto benissimo continuare ad esistere senza le città. La storia ci ha mostrato come proprio i fenomeni di inurbanizzazione e industrializzazione selvaggia, espressione di un capitalismo criminale e predatorio (tutt’ora attivo e in splendida forma), abbiano fortemente compromesso tutta la cultura contadina nel suo insieme.

    La musica popolare

    aran-natura-verde-ambiente-green-DIMa nel tracciare anche per sommi capi una storia della canzone, occorre riconoscere un ruolo di particolare importanza alla musica popolare,  in particolar modo in Italia. È infatti proprio nell’ambito dell’area sociale definibile come “popolare” che maggiormente si evidenzia la presenza di un prodotto musicale, indicato come canzone, che instaura un rapporto diretto col sottostante mondo che lo ha prodotto, in termini di “custode”, di memoria, racconti di vita quotidiana e tradizioni. In tutto questo, oltre all’immediata produzione di senso, c’è l’importanza della continuità tra un “ciò che è stato” e “ciò che è”, almeno fino al momento in cui quella particolare canzone è stata scritta (e spesso come si è detto, non si è in grado di risalire ad un autore certo).

    Ci sono decine e decine di canzoni popolari che presentano variazioni nel testo, oltre che nella melodia, così come sarà possibile rinvenire linee melodiche utilizzate in diverse canzoni. Ma questo “slittare” di un testo, oltre che l’impiego parziale di linee melodiche, rientra in una pratica diffusa nel mondo popolare, ne costituisce un elemento di vitalità, e non è assimilabile al concetto di “copiare”. Tuttavia, per comprendere bene questo discorso dobbiamo aver chiaro che l’espressione “mondo popolare” va riferita ad una realtà che oggi –  penso sia lecito dire: purtroppo – non esiste più; un mondo che nulla ha a che vedere coi “quartieri popolari” delle grandi città, o con il sottoproletariato delle periferie degradate delle metropoli. Parliamo di una realtà sociale che in Italia, tuttalpiù può essere datata fino ai primi anni ’50 del secolo scorso, quando, appunto, la cultura contadina non era stata ancora assassinata e l’assassino (ossia il capitalismo industrialmente e tecnologicamente avanzato) non aveva ancora mostrato il suo vero e unico volto.

    Dobbiamo pensare (o forse ricordare?) ad una società semplice, fatta di lavoro duro, una società che, sbrigativamente, tutti noi definiremmo come “arretrata”, con un tasso di mortalità infantile e di analfabetismo molto alto. Ma in questi vissuti, prima dell’avvento dei mass media, del “villaggio globale”, di Mc Luhan e dello “Shock del futuro” di Toffler (importante libro edito nel 1970), i cantastorie svolgevano un ruolo essenziale. Non guardiamoli con occhi viziati di romanticismo: probabilmente non erano consapevoli dell’importanza che gli sarebbe stata riconosciuta successivamente. Erano agenti palesi al servizio della memoria, veicoli di conoscenza, tradizione, storia.

    Non è illegittimo identificare una linea di continuità tra gli antichissimi aedi e i cantastorie che, in un comprensorio relativamente vasto, si muovevano di paese in paese. Erano loro a tramandare le storie o le leggende e con i loro racconti cantati/recitati contribuivano a testimoniare la continuità dell’identità di una collettività. C’è un vecchio adagio che dice:  “canta che ti passa”, ma si potrebbe aggiungere: “canta che ricordi”. Gli antichi aedi, spesso ciechi, eseguivano tutto a memoria, con una declamazione ritmica, forse sostenuta da qualche appoggio strumentale o scarne linee melodiche che, appunto, facilitavano la memorizzazione.

    I cantastorie non erano ciechi, in linea di massima, non raccontavano di gesta epiche, di dei e di eroi. Le loro erano storie ambientate nelle vicende quotidiane; a volte si trattava di favole con una morale finale. A ciò che cantavano/raccontavano aggiungevano poi spontaneamente la cronaca dei fatti che acquisivano nello spostarsi da un paese all’altro: erano loro l’informazione, visto che i giornali avrebbero parlato di cose lontane e incomprensibili… e poi… chi li sapeva leggere?

    Gianni Martini

    [foto di Diego Arbore]

  • Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    Viaggio alla scoperta della canzone d’autore: musica e parole appartengono alla comunità

    ChitarraLa canzone è una forma musicale di grandissima popolarità e notevole potenziale espressivo – comunicativo. Ognuno di noi ha certamente una o più canzoni che negli anni ha amato o a cui si sente maggiormente legato. Magari semplicemente perché una canzone gli ricorda episodi della sua infanzia della sua adolescenza. Insomma le canzoni – è noto – muovono i ricordi, legate come sono a volti, vicende personali e/o collettive racchiuse nella nostra memoria (a questo proposito qui è possibile consultare gli articoli della stagione scorsa, dedicati alla “Musica Nuova“). Ma oltre a questi aspetti psicologici, affettivi e privati (anche quando riguardano migliaia di persone) ci sono caratteristiche che rendono la canzone immediatamente un “oggetto sociale”. Anzi, possiamo certamente sostenere che la canzone sia già frutto di un’attività sociale: la canzone è indice di (e spesso favorisce le) relazioni sociali.

    Banalmente, si scrivono canzoni per poi cantarle o perché siano cantate da qualcuno. Anche la canzone “rimasta nel cassetto”, in realtà avrebbe voluto spiccare il volo verso il mondo. Ben difficilmente qualcuno scriverebbe solo ed esclusivamente per se stesso, in quel caso, come dire, si tratterebbe di “canzoni catatoniche”… Magari si scrive e poi vien meno il coraggio di fare ascoltare le proprie canzoni agli altri per paura dei giudizi (ecco una possibile genesi per le canzoni che rimangono nel cassetto…). Ma d’altra parte qualsiasi “oggetto ideale” – come è una canzone nella fase embrionale – diventa una canzone vera e propria solo quando qualcuno inizia ad ascoltarla, ossia quando diventa socializzabile/comunicabile/ripetibile/giudicabile.

    La popolarità e/o il successo rappresentano poi una ulteriore sfaccettatura che riguarda (e necessariamente segue) la creazione/produzione di una canzone. A questo punto mi sembra utile inserire un distinguo tra “popolarità” e “successo”. Certo, un brano di successo diventa, per forza di cose, popolare, nel senso di “conosciuto a livello di massa”. Ma il termine – almeno in un’accezione del suo significato – mi sembra che rimandi ad un contesto storico particolare e recente. Le canzoni (e i cantanti-interpreti) di successo sono esplicitamente un fenomeno successivo alle consistenti innovazioni tecnologiche – applicate alla realtà/mercato dei mass media – che hanno caratterizzato la prima metà del ventesimo secolo: la radio; le tecniche di registrazione; il disco e poi la cassetta audio, la televisione, la possibilità di amplificare ed elaborare il suono ecc… E parallelamente il formarsi/nascere dell’industria culturale, che tutti questi mezzi ed opportunità offerte dalla tecnologia userà a spada tratta, abusandone.

    Però il successo può anche finire, essendo legato molto spesso alle mode. Quindi una canzone/cantante di successo dopo non molto tempo potrebbe sparire dalla memoria, all’insegna dell’effimero. Il termine “popolare”, invece, mi sembra maggiormente legato alla memoria, al ricordo: la popolarità si guadagna, è frutto di un lavoro costruito nel tempo, un traguardo, non il risultato di invasive strategie promozionali e pubblicitarie; c’entra relativamente con i risultati delle vendite e le Hit parade. Prendiamo ad esempio Blowind in the wind, We shall overcome, O sole mio, Il ragazzo della via Gluck, Fischia il vento, La canzone del sole, Nel blu dipinto di blu (Volare). Queste sono canzoni “popolari” perché rimaste nella memoria storica e ne vanno ad arricchire la tradizione musicale. E in quanto vanno a sedimentarsi negli strati più o meno profondi della tradizione/costume/cultura di una collettività, le canzoni diventano traccia/segno/simbolo/icona sonora di quella stessa comunità. Ogni canzone, anche la più dimenticata, costituisce comunque la traccia di un particolare periodo storico.

    Tuttavia, in quanto prodotto culturalmente complesso, la canzone diventa, da elemento semplicemente residuale, “segno”  di quel determinato periodo: fornendoci delle informazioni (aspetti formali e strutturali, caratteristiche del giro armonico, rapporto col testo, tecniche di registrazioni e supporto audio eventuale…) ci aiuta ad identificarlo. Se poi quella canzone fosse (o fosse stata) molto popolare, addirittura potrebbe assurgere a simbolo di un’epoca, una vicenda storica, una comunità, un gruppo di persone. Canzoni-simbolo possono considerarsi : Like a rolling stone di B. Dylan, La locomotiva di F. Guccini,  Bella ciao, Sapore di sale di G. Paoli, Satisfaction dei Rollig Stones, e ovviamente altre.

    Dopo queste doverose premesse, nella prossima uscita iniziaremo il nostro viaggio attraverso la “forma canzone”…

    Gianni Martini