Categoria: Diritto di difesa

  • Lettera aperta al sindaco: «Via i new jersey dalle nostre strade. Creare paura è un gioco pericoloso»

    Lettera aperta al sindaco: «Via i new jersey dalle nostre strade. Creare paura è un gioco pericoloso»

    Foto di A.Gorla
    © A. Gorla

    Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta, indirizzata al sindaco di Genova, Marco Doria, scritta dall’avvocato penalista Laura Tartarini. L’argomento è la presenza nelle nostre piazze e nelle nostre strade dei new jersey antiterrorismo, collocati in seguito all’attentato di Berlino dello scorso 19 dicembre: una riflessione attenta sui significati e le conseguenze di certe scelte, che apre una discussione fondamentale sulla nostra libertà, sulla paura e la sicurezza, sulla difesa dei nostri diritti e sulla giustizia sociale.

     

    Caro sindaco,

    la sua voce sarà determinante al Comitato di sicurezza pubblica che prenderà decisione sulla rimozione dei new jersey dalle nostre strade cittadine.

    Sono pertanto a chiederle di farla sentire, questa voce, salda e forte.

    Il signor questore ha pubblicamente chiesto se tali misure siano mal o ben tollerate dai cittadini. Quasi fosse una prova: a quanta libertà, bellezza, ragionevolezza sono disposti a rinunciare i nostri concittadini per un poco di asserita sicurezza in più?

    E’ una vecchia questione, quella che contrappone libertà e sicurezza. Un tempo era risolta, senza dubbio alcuno, in favore della libertà. Ma, si sa, erano tempi eroici. Oggi invece, per salvarci dall’orrore del terrorismo e dalla sicura morte saremmo disposti a cedere qualunque cosa, figuriamoci beni volatili ed eterei come i principi!

    Dal 30 dicembre mi sveglio ogni mattina e, scendendo verso piazza Matteotti, immagino come debba essere vivere a Ramallah, ad Aleppo, a Kobane e nelle altre centinaia di città dove DAVVERO l’emergenza, purtroppo, è di casa. Pensavo, ingenuamente, che le barriere fossero un effimera misura di sicurezza relativa al festeggiamento del capodanno in piazza. Ho poi scoperto che analoghe barriere deturpavano altresì via Garibaldi, via Sestri ed altri luoghi.

    L’impressione, a Genova, è quella di una sorta di prova generale. Di tentativo di saggiare, appunto, quanto siano “tollerate” alcune misure impopolari, o quantomeno molto brutte, come quelle in questione. Da anni ci siamo abituati a veder circolare nelle nostre città alpini e militari in divisa bellica. Oggi ci vengono imposti i cavalli di Frisia. Tuttavia, l’unica guerra che davvero quotidianamente tutti affrontiamo è quella contro l’impoverimento, la barbarie culturale, la cancellazione dei diritti più elementari, l’incapacità di fronteggiare ogni crisi senza perdere di vista alcuni principi saldi e fondamentali, la solitudine.

    Esiste una vera e propria architettura della paura che costruisce muri nel vano tentativo di proteggere uno stile di vita, una supposta ricchezza, una dichiarata tranquillità. Quelli che troviamo sparsi per le nostre strade sono di certo “muretti”, ma identica è la logica che li sostiene e ne consente l’esistenza.

    La creazione della paura o l’implementazione della stessa è però un gioco pericoloso e che di certo non giova al benessere di una comunità.

    Alla retorica del “non ci faremo intimorire!” si affianca, al contrario, più o meno consapevolmente, una quotidiana diffusione di notizie (false o vere) che oscillano dalla micro delinquenza, al contagio sanitario, al terrorismo, le quali tutte hanno come conseguenza diretta la riduzione dei contatti sociali, della vita libera, dell’assembramento festoso, della riunione pubblica, della frequentazione dell’agorà.

    E’ di pochi giorni fa l’indagine del Censis che quantifica in più di 8 milioni gli italiani “contagiati dalla paura” (Il 65,4% degli italiani ha modificato le abitudini per timore di attacchi terroristici. Più nel dettaglio, il 73% evita di fare viaggi all’estero, in particolare in Paesi a rischio attentati. Più di tutti rinunciano i giovani tra i 18 e i 34 anni (il 77%). Il 53% evita luoghi simbolo, potenziali bersagli di attentati, come monumenti, stazioni ferroviarie e piazze. Il 52,7% si tiene alla larga da cinema, teatri, musei, concerti. Il 27,5% non prende più la metropolitana, il treno o l’aereo. Il 18% evita addirittura di uscire la sera”. Poi ci sono i ‘terrorizzati’: ben 8,3 milioni di persone che hanno stravolto la proprie abitudini, ridefinendo percorsi, luoghi del tempo libero, modalità di trasporto”).

    Le strade deserte sono certamente più sicure. Ma per chi? Una collettività terrorizzata di certo risulta più governabile, più tollerante alle scelte imposte. Ma di certo abdica al proprio ruolo di comunità di cittadini, responsabile e consapevole, orgogliosa di scegliere e di rischiare, per la propria libertà e per i propri principi, anche qualche sicurezza.

    In nome della guerra al terrore abbiamo rinunciato al dispiegamento di garanzie giudiziarie, abbiamo tollerato prevalenze di poteri di Polizia e di controllo, abbiamo giustificato posizioni etiche e politiche aberranti fino a trovarle trasformate in mostruosità nel giardino del vicino di casa.

    L’abitudine all’emergenza non è che lo stagno ove nuotano le creature deformi dell’intolleranza, del rancore e dell’odio sociale. In quello stesso stagno, però annaspano ed annegheranno, di certo, i nostri valori migliori.

    Non saranno i new jersey a proteggerci dal terrore ma il lavoro, la cultura, la dignità, l’allargamento della partecipazione alla cosa pubblica, l’azione finalizzata alla pratica di diritti, la giustizia sociale. A noi il compito di rammentarlo e ricominciare a lottare per ricostruire libertà, dignità e anticorpi alla barbarie che avanza.  A Lei il compito di proteggerci in questo frangente dalla costruzione della paura e lasciarci nuovamente circolare, liberi, nelle nostre bellissime piazze.

    Laura Tartarini

  • Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    piazza-cernaia-centro-storico-casa-occupataI muri di Genova parlano spesso parole di buon senso. Troppa gente senza casa, troppe case senza gente, è una sintesi assai densa di un’inchiesta sull’emergenza abitativa nella nostra città, pubblicata lo scorso anno su questa testata. I numeri parlano chiaro: a fronte di migliaia di richieste inevase, le istituzioni liguri riescono a garantire un alloggio a poco più di un centinaio di nuove famiglie all’anno.
    Le ragioni, si dice, sono innumerevoli e complesse: crisi economica, graduatorie intasate, asfissianti requisiti, bandi mal pensati e peggio scritti, scarsità di alloggi, appartamenti in pessimo stato, fondi insufficienti, inquilini morosi, occupanti (illegali!). La verità è invece piuttosto banale. La politica non intende investire denaro pubblico per dare soddisfazione a un diritto fondamentale, ovvero il diritto a vivere con un tetto sulla testa.

    Non mi pare sia questo il contesto per enumerare le fonti normative (dalle dichiarazioni internazionali sui diritti umani alla tanto invocata Carta costituzionale, scendendo poi a precipizio per leggi ordinarie, regionali, regolamenti, e via discorrendo) in cui tale diritto, nelle sue molteplici forme, è riconosciuto a tutti e ognuno di noi, allorquando ci trovassimo in una situazione di indigenza, con un reddito minimo o inesistente, incapaci di provvedere al pagamento di un affitto a prezzi di mercato. Si tratta di solidarietà, cooperazione, condivisione di risorse.
    Fuori c’è il mondo reale. Quello in cui la politica non stanzia fondi sufficienti per affrontare l’emergenza abitativa. Non mi è dato sapere il perché. Immagino concause, forse monocolore. In quest’epoca in cui tutto è efficienza, un settore pubblico in perdita non è tollerabile. Soprattutto un settore che non costituisce un immediato bacino di voti, e che rischia di essere divorato dalla narrazione corrosiva dei media. Si odono voci dalla Regione Liguria, che vorrebbero vedere sanati i bilanci di A.R.T.E. (l’agenzia regionale che si occupa di edilizia pubblica). Dunque tagli e svendita del patrimonio immobiliare. E’ una logica liberista, una logica per cui il pubblico dovrebbe porsi gli stessi obiettivi del privato, ovvero il profitto. Dimenticando che il pubblico siamo noi, con le nostre tasse, versate per contribuire al benessere collettivo e la mutua assistenza, per garantirci servizi di eccellenza, dalla scuola alla sanità, sino alla casa, qualora ve ne fosse bisogno. E, dunque, ben venga un deficit di bilancio, se quel deficit ha consentito di rispondere alle nostre esigenze, alle esigenze di noi tutti, non solo di alcuni.

    Mi capita, frequentando le aule di tribunale, di partecipare quale avvocato alla celebrazione di processi per occupazione (rectius, invasione di terreni o edifici, art. 633 del codice penale). Si tratta di un reato che prevede una pena sino a due anni di reclusione. Imputate, più spesso di quanto si creda, persone in attesa di una sistemazione, regolarmente in graduatoria, o comunque in possesso dei requisiti previsti dalla normativa. Persone prive di reddito, sfrattate dal precedente alloggio poiché incapaci di provvedere all’affitto. Persone che piuttosto che vivere in strada, hanno deciso di occupare un appartamento di edilizia pubblica. Un appartamento vuoto, e se occorre specificarlo, astrattamente destinato a loro. Una di quelle centinaia (migliaia?) di case vuote che per l’inerzia della politica vuote rimangono.
    E mi capita altresì, nelle medesime aule di tribunale, di ascoltare strali sulla legalità, da persone che forse non sanno che detta parola (tanto abusata quanto male intesa) è vuota essa stessa, priva di contenuto, se non la si infarcisce di una vivificante iniezione di giustizia. Perché legalità significa aderenza alla regola. Niente di più. E qual è la regola? La regola è che non si può fare abusivamente ingresso e permanere in un immobile altrui. Ma, suggerisco, la norma, più ampiamente intesa, non vorrebbe altresì che gli aventi diritto ad un alloggio vedessero garantito tale diritto? E’ una legalità viscida quella invocata, prona all’affannosa ricerca di capri espiatori a buon mercato, a quella narrazione per la quale i poveri sono sempre colpevoli (migranti e rom, in particolare).
    E, ancora, mi è capitato, sempre in un’aula di giustizia, di sentir rimproverare l’imputato di turno, un anziano che non potendo aspettare per strada che la politica si decidesse a finanziare il settore abitativo, ha pensato bene di occupare una casa vuota, un appartamento fatiscente, con mura scrostate, infissi venati di spifferi, senza riscaldamento, senza luce, acqua e gas.
    Perché questo è un altro capitolo della guerra ai poveri che combattiamo in questo Paese. Con l’art. 5 del Piano Casa (2014) il governo Renzi ha chiarito che chi occupa non ha diritto alla luce, al gas, all’acqua. “Gli atti – recita la norma – aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”. In altre parole, ci è negato di ottenere l’erogazione di un servizio pubblico ed essenziale, se non abbiamo titolo legale per abitare un immobile. In poche righe abbiamo abdicato, tra gli altri, al principio di solidarietà. Ogni giorno, dall’entrata in vigore del Piano Casa, costringiamo migliaia di persone a vivere al freddo, con un fornello da campo per cucinarsi cena, e le bottiglie d’acqua per lavarsi. Tutto questo, ça va sans dire, è legale.
    All’occupante rimproverato si contestava, in particolare, non solo di non aver titolo per rimanere nell’immobile, ma di aver sottratto quell’appartamento a qualcuno più bisognoso di lui. E’ la vittoria di una narrazione tossica che colpisce solo i deboli, che guarda il dito per non veder la luna. Perché discutere di una politica abitativa volutamente fallimentare, che ha abbandonato a se stesse le persone in stato di necessità? Il problema sono gli occupanti. I numeri, come accennavo in premesse, dimostrano il contrario. E i numeri hanno la testa dura, diceva Lenin. Ma i numeri, parrebbe, interessano a pochi.

    Alessandro Gorla, 
    avvocato penalista