Tag: eventi sportivi

  • Liguria, il Lago del Brugneto diventa parco sportivo. Una nuova vita per il bacino potabile di Genova e Piacenza

    Liguria, il Lago del Brugneto diventa parco sportivo. Una nuova vita per il bacino potabile di Genova e Piacenza

    Lago del Brugneto LiguriaLa Val Trebbia, “valle più bella del mondo” come l’aveva definita Ernest Hemingway, avrà anche un parco sportivo acquatico naturale all’interno del lago artificiale del Brugneto, in cui oltre alla pesca e ai barbecue nelle sue zone limitrofe, si potrà scendere in acqua con canoe, kayak e vele. È l’ambizioso obiettivo del progetto Aquaworld presentato questa mattina nella sede della Regione Liguria dalla presidente del Parco dell’Antola e del Gal Verdemare, Daniela Segale, e dagli assessori regionali ai Parchi e Sviluppo dell’entroterra, Stefano Mai, e al Turismo, Gianni Berrino. «L’idea nasce dall’esperienza del lago artificiale di Ridracoli, in provincia di Forlì, dove da 12 anni si praticano sport acquatici che attraggono 40.000 visitatori ogni anno – spiega Segale – il nostro Brugneto è un bacino artificiale molto simile in cui è stata avviata un’importante azione di integrazione tra offerta turistica e potabilità delle acque».
    Il lago del Brugneto, gestito da Iren-Mediterranea delle Acque, si trova a circa 800 metri sul livello del mare, nel Parco naturale regionale dell’Antola nell’alta Val Trebbia, tra i Comuni di Propata, Torriglia e Rondanina, all’interno della Città metropolitana di Genova. Con un perimetro di 13,5 chilometri e una capienza massima di 25 milioni di metri cubi di acqua, costituisce la principale riserva idrica del capoluogo ligure e di Piacenza. «L’intenzione – spiega ancora Segale – è quella di dare sviluppo economico al territorio partendo dalla valorizzazione dei beni naturali e ambientali e dalla tutela dell’acqua potabile del lago che è tra le migliori d’Italia. Ma è la punta dell’iceberg: abbiamo intenzione di coinvolgere tutto il territorio della Val Trebbia in una sorta di marketing turistico che porti con sé la creazione di posti di lavoro. Entro un anno vorremmo che almeno una parte del progetto fosse in piedi».
    Costi non eccessivi, quantomeno per l’avvio: si punta a circa 50.000 euro che dovrebbero essere recuperati da fondi del Programma di sviluppo rurale e da altri bandi europei. L’idea nasce anche dal successo delle due ultime edizioni della Giornata nazionale dello sport che ha visto il bacino del Brugneto popolarsi di giovani appassionati di canottaggio e vela. «Nell’entroterra abbiamo potenzialità inespresse meravigliose – afferma l’assessore regionale Stefano Mai – i tre Comuni che danno vita a questo progetto non raggiungono neanche i 2.500 abitanti ma la dimensione del progetto è nettamente superiore. E’ la sintesi perfetta di come creare presupposti per valorizzare ulteriormente il territorio: lavorare in squadra e prendere esempio da altre località virtuose». Per l’assessore al Turismo, Gianni Berrino, «come terra di mare ci aspetteremo che un Aquaworld si facesse in una delle nostre tante spiagge sui nostri 300 chilometri di costa, invece si fa in un lago, nell’entroterra: un connubio particolare che testimonia come la Liguria sia varia e ricca di possibilità di divertimento e di vita all’aria aperta». Il progetto Aquaworld ha come capofila il Parco dell’Antola e vede coinvolti i Comuni di Torriglia, Rondanina e Propata, il Coni regionale, le federazioni sportive di canoa e kayak, canottaggio, pesca sportiva e vela, oltre all’istituto comprensivo Val Trebbia.
  • Tutto pronto per la 78° edizione del “Giro dell’Appennino”. Niente Bocchetta: partenza da Serravalle e arrivo a Chiavari

    Tutto pronto per la 78° edizione del “Giro dell’Appennino”. Niente Bocchetta: partenza da Serravalle e arrivo a Chiavari

    giro-appenninoDomenica 9 Aprile ritorna “Il Giro dell’Appennino”, una delle più antiche e rinomate corse ciclistiche d’Italia che, giunto alla settantottesima edizione, è stato costretto a rinnovarsi abbandonando la parte storica del circuito che prevedeva la scalata del passo della Bocchetta e l’arrivo a Pontedecimo.

    La storia del giro è lunga e avvincente e inizia il 16 settembre 1934 quando prese il via la prima storica edizione del circuito organizzata dall’U.S Pontedecimo. All’epoca la gara si svolgeva lungo un percorso di 140 chilometri, cosparsi di salite più o meno ripide e dal fondo non sempre asfaltato, scelte accuratamente da Luigi Ghiglione, artefice e organizzatore di quella manifestazione che, per la sua originale impostazione, era unica nel suo genere in Liguria.

    La vera importanza della gara appenninica si potè riscontrare soltanto l’anno successivo quando si presentarono ai nastri di partenza alcuni dei maggiori nomi del ciclismo italiano del periodo. Nonostante il successo ottenuto, i primi “ospiti” d’eccezione arrivarono al ‘Giro’ soltanto nel 1938 quando, un giovanissimo Fausto Coppi si presentò a Luigi Ghiglione per chiedergli di essere ammesso alla competizione nonostante la mancanza di alcuni documenti. Ghiglione vide qualcosa di speciale in quel diciannovenne e decise di farlo partecipare ugualmente. Questa decisione cambiò le sorti della corsa che, da quel momento, resterà per sempre legata al nome del ‘Campionissimo’. Infatti, dopo il sesto posto del ‘37, Coppi arrivò terzo all’edizione del ’38; l’edizione del ‘39 non venne mai disputata a causa dell’imminente guerra mondiale che avrebbe visto molti ciclisti partire per il fronte.

    La guerra e la resistenza

    Durante il periodo bellico l’Unione sportiva Pontedecimo chiuse i battenti per cinque anni e l’utilizzo delle due ruote divenne fondamentale per gli spostamenti della popolazione e delle staffette partigiane. Ghiglione, ‘patron’ del Giro, durante questo periodo si rese celebre per aver partecipato alla spedizione che, da Pontedecimo, partì alla volta della Benedicta per recuperare i resti dei partigiani trucidati dai nazi-fascisti. Ghiglione costruì le bare nel suo laboratorio e tornò, con le stesse bare smontate e portate a spalla e a dorso di mulo con gli altri compaesani, alla Benedicta e a Passo Mezzano per dare degna sepoltura ai patrioti.

    Il Campionissimo

    bocchetta-coppiNel periodo del primo dopoguerra, nonostante la situazione drammatica della popolazione, il ‘Giro’ venne organizzato ugualmente anche se, per giungere alla prima edizione ‘epica’, bisognerà aspettare il 1955, quando si presentarono alla partenza alcuni dei principali campioni del panorama ciclistico nazionale come Coppi, Bartali e Magni.

    Fausto Coppi, ormai trentaseienne, vinse quell’edizione e legò per sempre il suo nome a quello del passo della Bocchetta, vera prova di forza all’interno di quel circuito come ci racconta Ivano Carrozzino, Presidente dell’U.S Pontedecimo: «La vittoria di Coppi del 1955 è stata l’ultima in una corsa in linea e per distacco da parte del ‘Campionissimo’ di Novi ed è un’edizione rimasta nella storia di questo sport. Il campionissimo fece una fuga di una settantina di chilometri per arrivare in solitaria al traguardo tra il tripudio della gente».

    Ciclismo epico

    Altra vittoria memorabile fu quella di Gianni Motta del 1968 letteralmente flagellata dalla pioggia. Durante quell’edizione Motta vinse per distacco e «ad un certo punto la corsa si svolse sotto al diluvio ma, nonostante la pioggia, Motta arrivò al traguardo utilizzando un fazzoletto per coprirsi il volto e questo ebbe una risonanza enorme. – prosegue Carrozzino – Durante la salita della Bocchetta Ghiglione seguì i ciclisti con l’auto scoperta per dimostrare ai corridori che lui non ammetteva privilegi, nemmeno nei loro confronti».

    Negli anni successivi vi furono molte altre vittorie epiche come quella di Gimondi che «si involò giù per la discesa del passo dei Giovi e arrivò al traguardo di Pontedecimo in solitaria» oppure quelle «vittorie che hanno avuto inizio grazie agli scatti all’inizio del passo della Bocchetta come quella di Gilberto Simoni nel 2003 che, oltre che a vincere il giro, stabilì anche il record della scalata del passo con 51 minuti e 54 secondi».

    Anni difficili

    Schermata 04-2457851 alle 12.34.20Tuttavia la vita del giro dell’Appennino non è sempre stata facile: a causa di problemi economici l’U.S Pontedecimo ha dovuto più volte modificare il percorso e in varie edizioni si è rischiato di non riuscire a organizzare la corsa. Per esempio le edizioni 1999, 2011, 2012 e 2014 si sono concluse in via XX Settembre mentre l’edizione 2005, anche per festeggiare il cinquantesimo anniversario della vittoria di Fausto Coppi, si è conclusa a Novi Ligure, davanti al Museo del Campionissimo.

    L’edizione 2016 ha visto la partenza a Serravalle Scrivia e l’arrivo, per la prima volta, a Chiavari, con l’eliminazione dal percorso del passo della Castagnola e del passo dei Giovi e la scalata del Passo della Bocchetta dal versante piemontese. «Questa 78° edizione del ‘Giro’ riveste un’importanza particolare – sottolinea Carrozzino – siccome vogliamo ricordare il 110° anniversario della nostra associazione, nata nel 1907, il 70° della vittoria di Alfredo Martini e, inoltre, l’arrivo a Chiavari vuole essere un omaggio a questa città che, insieme alla Regione Liguria, lo scorso anno ci ha ospitato e ha contribuito al salvataggio del Giro e che quest’anno è stata insignita del titolo di ‘Comunità Europea dello Sport».

    Tuttavia lo spostamento della partenza a Serravalle e l’arrivo a Chiavari escludono il piatto forte del ‘Giro’ ovvero la salita del passo della Bocchetta perchè «inserendola nella prima parte della gara avrebbe stancato subito i corridori e avrebbe reso la gara ingestibile dal punto di vista organizzativo – conclude Carrozzino – abbiamo inserito un doppio passaggio da Chiavari con la salita del Monte Domenico e quella di Leivi in rapida successione. Queste due salite, poste al termine della gara, causeranno una forte selezione dei corridori e ci auguriamo l’arrivo solitario di qualche corridore particolarmente in forma oppure un arrivo ristrettissimo con una volata di due o tre corridori».

    In un momento in cui si sta assistendo ad una nuova popolarità dei pedali, la Storia torna a ripetersi: tutto è pronto per nuove epiche battaglie a colpi di sudore e fatica sui monti della nostra Liguria.

    Gianluca Pedemonte

  • Derby della Lanterna, storia di “battaglie” e fazioni “nemiche” ben prima della nascita del Genoa

    Derby della Lanterna, storia di “battaglie” e fazioni “nemiche” ben prima della nascita del Genoa

    ianuenses-scudo-genovaTra il febbraio e il marzo del 1432, Enea Silvio Piccolomini – il futuro papa Pio II: per intenderci, il papa umanista, ma anche quello di Pienza, nota al grande pubblico per il suo pecorino… – affidava a due lettere le sue impressioni su Genova, nella quale era giunto nel corso del viaggio che lo avrebbe portato a Basilea, dove sarebbe stato ordinato cardinale. Nell’esprimere all’amico Andreozzo Petrucci il vivo desiderio di averlo accanto, si abbandonava a un lungo panegirico, esaltando gli elementi più caratteristici della città, e principalmente il porto, protetto da

    [quote]un molo che si dice sarebbe costato poco di più se fosse fatto d’argento: tanta è infatti lì la profondità del mare. Lì è abbastanza sicuro l’approdo per le navi che vi sostano sempre in gran numero e vanno e vengono rapidamente ingenti triremi, simili a montagne, e altri tipi di imbarcazioni, alcune da oriente, altre da occidente, così che tu puoi vedere ogni giorno diverse razze di uomini, costumi primitivi e rozzi e anche mercanti che arrivano con ogni tipo di mercanzia. Proprio nel porto, nella parte in cui tocca la città, si ergono magnifici edifici, tutti di marmo, che svettano verso il cielo, assai eleganti per la presenza di numerose colonne, molti adorni di sculture e di figure; sotto vi è un porticato lungo mille passi, dove si può acquistare ogni merce. Il resto della città si sviluppa verso la collina. Lì non c’è nessuna casa alta e bella che per il decoro e per l’eleganza non possa convenire a re o a principi: tutte sono regalmente maestose e assai elevate e distano poco le une dalle altre; anche le strade sono strette, praticabili da due o tre uomini per volta; i templi dedicati a Dio, benché dignitosi, non sono degni di una così grande città, ma ricchissimi e mirabilmente ornati dalle tombe dei nobili.[/quote]

    Il contrasto – certamente ricercato – tra la bellezza del sito, la magnificenza delle costruzioni e la singolare litigiosità degli abitanti riempie il prosieguo della narrazione: i Genovesi – continua il nostro – sono uomini onesti e ingegnosi, magnanimi e temprati alle fatiche; tuttavia, sono in perenne disaccordo, sì che la città è costantemente preda delle lotte civili: un “derby” quotidiano in cui ciascuno inganna l’altro, si dà da fare per volerne la morte o cercarne la rovina; tutti si preoccupano di uccidersi, spogliarsi, e mandarsi reciprocamente in esilio.

    Una lunga storia di “stracittadine”

    5377394747_a66b5cd3ee_bQuello del Piccolomini non è, certo, un giudizio isolato: non diversamente da altri viaggiatori, mercanti, diplomatici o letterati che ebbero modo di visitare la città prima e dopo di lui, egli fa dell’instabilità politica, degli scontri tra famiglie, dei cambi di governo, delle dedizioni a signori stranieri nella speranza di una pacificazione, il vero metro della storia genovese. In effetti, la storia del Medioevo genovese ha nella suddivisione in partes e fazioni una delle sue principali caratteristiche. Ma quali erano, dunque, queste partes? Ebbene, il panorama, per così dire, “calcistico” del tempo è piuttosto complicato; diciamo che varia di secolo in secolo. Volendo restare al Quattrocento, si può dire che il derby “si giocasse”, innanzitutto, tra nobili e popolari, e, cioè, tra coloro che appartenevano alla nobiltà in quanto avevano esercitato nei secoli addietro cariche di natura pubblica e coloro che, invece, vivevano del lavoro delle proprie mani o che si erano arricchiti con le attività commerciali e manifatturiere: qualcosa di simile ai moderni concetti di plebe e borghesia. Lo stesso populus, a ogni modo, era diviso in due parti principali, assurte ben presto al rango di fazioni addirittura costituzionalmente riconosciute: i mercatores e gli artifices, cioè i mercanti e gli artigiani, i primi più forti dei secondi, tanto da avere in mano per lungo tempo la carica di doge. In realtà, quantomeno dal punto di vista socio-economico, non v’era molta differenza tra certe famiglie nobili e certe altre famiglie provenienti dalle file del popolo: numerosi erano i casi di mercatores così ricchi da poter guardare un nobile dall’alto in basso. In fin dei conti, gli uni e gli altri esercitavano il medesimo mestiere: il commercio (di qui la necessità di definire tali personaggi mercatores de populo!).

    Ma le divisioni non si fermavano qui. Anche Genova conobbe una serie di lunghi “derby” tra guelfi e ghibellini, veri e propri partiti sorti negli anni Quaranta del Duecento e chiamati dalle nostre parti, per motivi ignoti, Rampini e Mascherati. Tale divisione, tuttavia, aveva perso da tempo il proprio significato di sostenitori dell’Impero o del Papato; nonostante ciò, continuava a sussistere: il doge, ad esempio, doveva essere di famiglia popolare e ghibellina. D’altra parte, fu proprio per il controllo della carica dogale che sorsero, tra la fine del Trecento e per tutto il Quattrocento, ulteriori fazioni, in particolare attorno alle due famiglie dominanti, entrambe di origine popolare: gli Adorno e i Fregoso, sostenute da quelli che risultavano allora i più grandi alberghi nobiliari cittadini (intendendo con ciò, per semplificare, una serie di famiglie raggruppate sotto un singolo cognome), gli Spinola vicini ai primi, i Doria, partigiani dei secondi.

    Oggi le maglie, ieri i calzettoni

    5377992916_d826332309_bNella Genova del Quattrocento esistevano, dunque, sei divisioni – nobili guelfi, nobili ghibellini, mercanti guelfi, mercanti ghibellini, artefici guelfi, artefici ghibellini – e due famiglie dominanti: gli Adorno e i Fregoso. Cosa che non mancava di creare una certa confusione, soprattutto negli osservatori esterni. Le partes del momento, alle quali affiliarsi o meno (la plebe preferiva, infatti, tenersi generalmente fuori dai conflitti), erano solitamente definite (guarda caso) «colori», a causa dell’uso di combinazioni cromatiche portate addosso o nelle insegne: il nero per i guelfi; il bianco per i ghibellini; il bianco-nero (o semplicemente il nero) per i Fregoso; il giallo-nero per gli Adorno; il giallo per i Doria (ma nelle Riviere); il giallo-rosso per gli Spinola (nuovamente nelle Riviere). Curiosamente – questo almeno si legge in alcuni dispacci di ambasciatori milanesi del tempo – tale colorazione era immediatamente evidente dalle lunghe calze (“calze alla divisa”), donate dai capi-fazione ai propri partigiani. Ed era appunto con tali calze colorate che si scendeva in campo, solitamente per menarsele di santa ragione. Molto prima ancora che derby volesse dire solo “calcio”.

    Antonio Musarra

  • I Figli di Eracle, l’analisi psicologica dello sport da combattimento per prevenire la violenza

    I Figli di Eracle, l’analisi psicologica dello sport da combattimento per prevenire la violenza

    basile-garozzo“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una volontà, una visione”. Firmato Muhammad Ali, alias Cassius Clay. Quale miglior modo per festeggiare le medaglie d’oro numero 200 e 201 della storia delle Olimpiadi estive italiane, arrivate da Rio 2016 nella sera di domenica 7 agosto dagli ippon di Fabio Basile e dal fioretto di Daniele Garozzo?

    Ma che cos’hanno in Comune uno dei più grandi pugili della storia e i due giovani campioni italiani? Semplice: boxe, judo e scherma, assieme a molti altri, sono tre sport da combattimento. E che cosa c’entra tutto questo con Genova ed Era Superba? Scopriamolo insieme.

    I figli di Eracle, lo sport da combattimento per prevenire la violenza

    imageAll’ombra della Lanterna, nel 2015, grazie alla passione e all’intuizione di tre amici, nasce I Figli di Eracle un progetto per diffondere la cultura dello sport da combattimento e per prevenire atteggiamenti violenti e antisociali, attraverso l’analisi psicologica delle discipline da combattimento. Un’idea che fa del motto di Muhammad Ali il proprio modus vivendi.

    L’idea nasce dall’interesse per la psicologia analitica degli sport da combattimento e le risonanze che queste attività possono avere sull’individuo e sul mondo sociale. Secondo i fondatori del progetto, gli atleti quando combattono, lottano contro i propri limiti – nell’intervista post medaglia, Fabio Basile ha dichiarato di aver imparato il «piacere di soffrire» – entrano nei “ring”, sui tatami e sulle  pedane dove l’altro è uno specchio di se stessi. Il coraggio, il dolore, il sacrificio, la determinazione raccontano la storia di un atleta e di uno sport e, allo stesso tempo, parlano della possibilità dell’ uomo di andare oltre i propri limiti e oltre le proprie paure per diventare simbolo di un uomo migliore.

    «In nostro obiettivo è quello di dare una giusta visione degli sport da combattimento come attività che possa aiutare l’atleta ad acquisire consapevolezza di sé e dei propri limiti» racconta a “Era Superba” Mario Ganz, psicologo clinico, esperto in psicologia dello sport e uno dei fondatori dell’iniziativa. «Attraverso queste discipline – prosegue –  lo sportivo tira fuori quella rabbia che è insita in ognuno di noi. Chi lascia uscire e sfoga questa rabbia, non corre il rischio di diventare elemento violento nella società». Secondo gli ideatori dei Figli di Eracle, attraverso queste discipline sportive è possibile prevenire la violenza. Il progetto vuole abbattere lo stereotipo dello sport da combattimento come manifestazione di violenza ma identificarlo come aiuto di crescita personale dell’atleta. «Con i Figli di Eracle vogliamo creare una cultura dello sport da combattimento, offrire formazione psicologica a tutti gli atleti e amatori di queste discipline e diffondere consulenza psicologica nello sport» conclude Ganz.

    Perché il nome “I Figli di Eracle”

    i figli di eracle«La nostra società oggi più che mai ha bisogno di esempi positivi, di persone autentiche che rappresentino la voglia di cambiare, la voglia di farcela». E’ quanto sostengono i fondatori del progetto, una teoria che non vale solo per gli atleti ma per ognuno di noi e che, del resto, riprende uno dei pensieri della mitolgia greca. Il nome “I Figli di Eracle” infatti, non nasce dal caso: «Se l’atleta si muove sulle orme di Ercole, sarà più di un semplice sportivo, sarà un esempio, un modello di successo e di forza psicologica e fisica. Se inserito in un contesto sociale dove può esprimere la propria capacità per aiutare qualcun’altro a vincere le sfide quotidiane, non sarà solo un atleta, ma un eroe come lo fu Eracle». Fino a oggi, secondo gli ideatori del progetto, al fianco dei tanti “atleti da combattimento” si vedono solo preparatori atletici o motivatori, mai una figura psicologica che possa accompagnare gli sportivi in un percorso di crescita personale. «Cerchiamo di capire il perché esista un interesse verso questi sport – ci raccontano gli ideatori – se sia un bisogno psicologico di tornare a conflitti leali ed espliciti dove lo scontro diventa un incontro reale con regole precise o se si voglia mettere in atto un duello contro se stessi e conoscere i propri limiti».

    Obiettivi raggiunti e da raggiungere

    I Figli di Eracle nasce nel 2015 da tre amici, Andrea Vianello, psicoterapeuta di Mestre, Marco Rigon, appassionato e esperto di sport da ring, e Mario Ganz, psicologo clinico genovese, esperto in psicologia dello sport che collabora con lo staff medico del team Leone Petrosyan, fondato dal chirurgo genovese Loris Pegoli. «Il progetto è nato da un interesse comune, un’idea condivisa. Il tutto si è concretizzato dopo avere incontrato Alessio Sakara e Samuele Sanna, due grandi atleti negli sport da combattimento. Grazie a loro ci siamo convinti a fondare il progetto e andare avanti».

    Dai Figli di Eracle, lo scorso hanno in Veneto è nata una conferenza durante la quale sono intervenute tre atlete – Jleana Valentino, campionessa europea di Muay Thai, Imane Kaabour, ex pugile Gleason’s Gym di New York, insegnante di Boxe presso la palestra KBC a Genova e Adriana Riccio, campionessa europea di Taekwondo e istruttrice e coach della nazionale italiana – che hanno rappresentato l’essenza del progetto: hanno raccontato la loro esperienza di atlete e di donne in sport che spesso vengono declinati al maschile, hanno detto al pubblico di come hanno raggiunto traguardi internazionali e di come la disciplina sportiva abbia forgiato la loro esperienza di vita e una crescita interiore. «Ci piacerebbe organizzare l’incontro fatto a Mestre anche in Liguria – dice il nostro interlocutore – non solo perché sono genovese, ma anche perché la nostra è una regione che sta avendo ottimi successi nel mondo del fighting». Per ora, Genova e la Liguria in generale, secondo i fondatori del progetto, hanno risposto positivamente all’iniziativa di I figli di Eracle. Il primo successo è stato la collaborazione con la palestra di boxe americana KBC nel centro storico genovese, «ora siamo in contatto per le prossime stagioni con alcuni team liguri che hanno dimostrato molto interesse: andremo avanti con determinazine».

     Elisabetta Cantalini