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  • Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    vicoli-immigrazione-d1Nell’area di via Pré l’economia illegale del capoluogo, in tutte le sue sfaccettature, ha una delle sue basi storiche, lo sanno tutti. Nell’ultimo decennio, poi, ha acquisito dimensioni rilevanti il fenomeno dei laboratori casalinghi in cui si rifiniscono vestiti contraffatti, venduti poi su bancarelle improvvisate nei luoghi di maggior afflusso turistico.
    L’approccio dominante delle istituzioni spazia dall’indifferenza agli interventi di ordine pubblico, di carattere repressivo, dei quali, quasi sempre, fanno le spese i soggetti più deboli o più facilmente identificabili con il fenomeno della contraffazione nel suo complesso, almeno dal punto di vista mediatico.
    Si legge infatti spesso di operazioni contro i “falsi”, di tolleranza zero nei confronti della contraffazione, opportunamente ispirati da comunicati ufficiali, mentre di rado vengono colpiti gli interessi di chi lucra veramente, ovvero i grossisti di vestiti ancora da rifinire, gli imprenditori che finanziano la loro produzione, e gli speculatori che spesso approfittano della situazione di precarietà di cittadini extracomunitari per proporre loro alloggi a prezzi e a condizioni inaccettabili.
    Oggi poi la crisi economica ha reso la situazione di chi vive in questa realtà ancora peggiore, come racconta un uomo che chiameremo Estephan, un sarto senegalese che sette anni fa decise di partire per l’Europa per guadagnare quel denaro che avrebbe permesso a lui e ai suoi cinque figli di aprire un allevamento di polli in Senegal.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Estephan lavora oggi in casa sua nel circuito della contraffazione: la sua mansione è quella di andare a prendere dai grossisti i capi di vestiario da rifinire, su cui applicare i marchi contraffatti. I ruoli in questo sistema sono etnicamente distribuiti: cinesi e marocchini curano rispettivamente importazione all’ingrosso e distribuzione dei semilavorati, mentre agli africani spetta la vendita al dettaglio e il lavoro di rifinitura, per il quale vengono pagati pochi euro al pezzo. I loro orari sono in massacranti, dalle 10 alle 12 ore di lavoro.

    «Sono venuto in Europa perché ora in Africa la situazione è difficile: mancano soldi e lavoro; io avrei preferito decisamente rimanere nel mio paese, ma, non trovando una maniera di mantenere me e la mia famiglia, ho pensato di andare all’estero».

    «Dalla Francia sono venuto a Genova perché nessuno mi voleva come sarto ed avevo pochi appoggi, ma una volta arrivato mi sono chiesto se veramente fossimo in Italia o se dovessi prendere un altro treno, o un aereo per arrivare veramente. Quella sera l’ho passata a dirmi che questa non poteva essere l’Italia della quale mi avevano raccontato. Le strade così strette, i palazzi così vicini, alti e spesso malandati, e poi un sacco di topi… insomma, completamente diversa da Parigi. Poi per qualche giorno sono stato presso un hotel di Via Balbi e, uscendo sulla strada, ho visto quindici senegalesi con grandi sacchi blu selle spalle. Mi hanno spiegato poi che quii senegalesi andavano a vendere vestiti contraffatti, cosa di cui in Senegal non avevo mai sentito parlare. Io però non volevo fare quel lavoro, perché sono un sarto da quando ho 18 anni, dal 1986, e non conosco altri lavori. Mai mi sarei aspettato di fare quello che faccio ora, che ti assicuro non mi piace; per fare il sarto ci vuole tempo ed esperienza, mentre applicare le etichette false è talmente facile che in due ore anche tu saresti perfettamente in grado di farlo».

    [quote]È una vita difficile, e poi quando la polizia è venuta in casa mia mi ha portato in strada come un criminale, e questa cosa mi ha fatto vergognare moltissimo.[/quote]

    «Soldi ne guadagno veramente pochi, specialmente ora dopo che per diverse volte la polizia mi ha sequestrato la macchina da cucire, che avevo dovuto comprare io. Non riesco nemmeno più a mandare denaro alla mia famiglia e spesso è un problema anche solo riuscire a pagare affitto, cibo e bollette. Se trovassi domani un lavoro normale qualsiasi non farei mai più questo lavoro schifoso dei falsi, te lo giuro».

     

    Carlo Ramoino

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • La fine dell’era industriale? Il caso delle industrie pubbliche a Genova: Ilva, Fincantieri, Ansaldo Sts

    La fine dell’era industriale? Il caso delle industrie pubbliche a Genova: Ilva, Fincantieri, Ansaldo Sts

    industria-degradoIl declino industriale italiano e genovese è sotto gli occhi di tutti. Pensiamo all’intricata situazione dell’impresa siderurgica Ilva, il destino della società cantieristica Fincantieri, l’ipotesi di cessione del ramo trasporti del gruppo Finmeccanica, dunque Ansaldo Breda e la genovese Ansaldo Sts. Tutte realtà che nel territorio ligure conservano importanti presidi che equivalgono a diverse migliaia di posti di lavoro.

    Per esaminare la questione industriale in Italia abbiamo contattato due fra i maggiori esperti in materia, Luigi Vergallo docente presso l’Università di Milano e Giuseppe Berta docente di Storia Contemporanea dell’Università Bocconi;  è importante sottolineare come entrambi concordano su almeno due punti: il paese, da lungo tempo, è privo di una vera politica industriale; inoltre, così com’è oggi, senza una profonda riqualificazione, l’apparato produttivo nostrano non sembra in grado di superare le sfide della modernità e della spietata concorrenza al ribasso – soprattutto relativa al costo del lavoro – in vigore nel mercato globale.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «Paghiamo lo scotto dell’assenza di una politica industriale degna di questo nome fin dagli anni ’70, periodo in cui possiamo collocare l’inizio di una crisi per le economie avanzate, dalla quale poi in sostanza non si è più usciti – spiega Vergallo – Da qui ha preso il via un enorme processo di deindustrializzazione. In quegli anni avremmo avuto necessità di una strategia di sviluppo industriale, ed economico in senso più ampio, invece è mancata, e tuttora manca, una politica industriale forte, capace non dico di dettare la linea, ma almeno di indicare un percorso possibile. Si sono persi anni importanti. E soprattutto si continua a perdere troppo tempo dal punto di vista della ricerca».

    «Aggiungo che la storia dell’industria italiana non sarebbe stata la stessa senza l’apporto dell’intervento statale – commenta Berta – che ha giocato un ruolo fondamentale di apripista e guida. Perciò non è vero che dobbiamo smantellare l’industria pubblica italiana. Bisognerebbe lanciare una grande operazione come l’inchiesta industriale del 1870-’74, o la commissione economica della Costituente nel 1946, in cui le istituzioni interrogano gli operatori da un lato per redigere un bilancio dell’esistente, e dall’altro per cercare di tirare fuori linee concrete di sviluppo. Su che cosa dobbiamo puntare? Dove concentriamo le nostre energie e risorse? Manca questa visione d’insieme».

    Ilva

    ilva-cornigliano

    Nello stabilimento di Genova Cornigliano i dipendenti sono 1750, di cui 1450 con contratti di solidarietà (il recente accordo tra Governo e parti sociali ha garantito la continuità di reddito e l’integrazione salariale grazie ai lavori di pubblica utilità fino a settembre 2015, quando potranno ripartire i contratti di solidarietà).
    «Il cuore del problema è Taranto, e adesso l’unica strada percorribile è quella di una soluzione internazionale – sottolinea Giuseppe Berta – Ma un grandissimo operatore dell’acciaio perché compra? Può essere interessato sia ad un tentativo di riqualificazione degli impianti, sia ad un intervento di riduzione della concorrenza. Io temo che possa sussistere anche quest’ultimo aspetto». L’incognita principale, però, per il momento è soprattutto relativa a chi dovrà affrontare il costo del risanamento del sito pugliese, «dubito che il compratore voglia accollarsi simili ingenti oneri economici» . L’altro interrogativo riguarda il ridimensionamento della produzione. Un operatore internazionale che subentra di solito tende a ridurre la capacità produttiva. «Da un lato bisognerebbe riqualificare la produzione, per produrre un acciaio più sofisticato, d’altro canto si tratta inevitabilmente di ridurre la capacità produttiva, e dunque anche l’occupazione – continua Berta –  I nodi critici sono tanti, e finora non sono stati affrontati con chiarezza. La siderurgia italiana ha varie faccie. Ha la faccia dell’Ilva, che è quella più problematica, ma ha pure i volti di Arvedi, di Danieli, e di altri operatori, che producono acciai speciali. Sicuramente c’è ancora spazio per la produzione italiana, tuttavia, l’Ilva dovrebbe puntare sulla produzione di acciai di qualità alta».

    Secondo Berta «La colpa del nosto paese è di non aver visto un mondo in evoluzione. Basta guardare la Germania, oppure la siderurgia coreana. Quanti e quali passi avanti hanno fatto nell’ambito della riduzione dell’impatto ambientale della siderurgia. Noi, invece, cosa abbiamo fatto? In questi ultimi 25 anni è cambiato il mondo dell’acciaio, mentre in Italia siamo rimasti al palo. O perlomeno, sono cambiati soltanto alcuni nostri segmenti».

    Fincantieri

    fincantieri-sestri-ponenteLo storico stabilimento Fincantieri di Genova Sestri Ponente, dove sono stati costruiti transatlantici reputati tra i migliori al mondo per la loro qualità, dà lavoro a circa 560 dipendenti, oltre la metà dei quali attualmente in cassa integrazione. Tre anni fa il piano industriale del gruppo prevedeva la chiusura del presidio genovese. Oggi, fortunatamente, le ultime notizie parlano di un’imminente ripresa del lavoro. A metà luglio, infatti, si è svolta la cerimonia del taglio della prima lamiera per la nuova Regent (Seven Seas Explorer), nave da crociera extralusso che sarà realizzata nei prossimi mesi nel cantiere di Sestri, per essere consegnata all’armatore nell’estate 2016. Nel frattempo, secondo indiscrezioni di stampa, sarebbe stato confermato l’ordine anche per un’altra nuova nave.

    L’annuncio di due o tre anni di lavoro nel cantiere di Sestri Ponente è ovviamente una buona notizia per il sindacato. «Però, a maggior ragione perché è prevista la costruzione di una nave, probabilmente due, e questo ci rende più tranquilli, cerchiamo di capire cosa accade nel settore – sottolinea il segretario generale Fiom-Cgil Bruno Manganaro – La cantieristica vive proprio dei cicli, oggi la tendenza al “gigantismo navale” è un po’ in frenata».
    Eppure ci sono nuovi settori sui quali ragionare, ad esempio «La costruzione dei cosiddetti traghetti verdi per risolvere il problema del costo troppo alto degli attuali combustibili – continua Manganaro – L’altra questione è quella energetica: parliamo della realizzazione di piattaforme off-shore per sfruttare forme energetiche alternative. Nel Nord Europa si punta molto sull’eolico in mare. L’Italia in tal senso è a zero, Fincantieri pure. Siamo indietro di anni. Insomma, dobbiamo studiare, fare ricerca sui materiali in mare, magari sviluppando nuove idee in Italia. Costruendo centri di ricerca, attraverso il legame con l’Università, ad esempio a Genova ci sarebbe tale opportunità. È il Governo che dà questi input? È l’azienda che ci pensa? Sennò, superato un momento di crisi, dopo che cosa farà Fincantieri? I singoli stabilimenti del gruppo devono essere in grado sia di realizzare una nave da crociera, sia altre tipologie di strutture, grazie alle specializzazioni, in gran parte di ingegneria navale, che potrebbero crescere al suo interno».
    Senza dimenticare che Genova ancora attende il famoso “ribaltamento a mare” del cantiere, che consentirà a Sestri di superare diseconomie di scala penalizzanti. «Siamo in ritardo di 4-5 anni. Adesso abbiamo un nuovo ordine, ma una volta conclusa la commessa, senza il ribaltamento saremo di nuovo punto a capo», chiosa Manganaro.

    Ansaldo Sts

    Il nuovo Amministratore Delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti, ha affermato di aver trovato “luci ed ombre” nella variegata galassia societaria del gruppo, ma anche “cose eccellenti”. Secondo Moretti “Finmeccanica fa troppe cose e deve, invece, concentrarsi sui prodotti a più alto livello tecnologico”. Quindi, una volta selezionati i settori sui quali investire, gli altri potranno essere venduti al migliore acquirente. Tra questi ultimi ci sarebbe il settore trasporti, ovvero Ansaldo Sts, azienda leader nella progettazione, installazione e manutenzione di sistemi di segnalamento, unica realtà di Finmeccanica ad aver mantenuto la sede legale a Genova, ed Ansaldo Breda, impresa attiva nella produzione di materiale rotabile.
    Il presidio genovese di Ansaldo Sts conta oltre 600 lavoratori. Così, dopo aver vissuto l’uscita di Ansaldo Energia dall’orbita Finmeccanica (nell’ottobre 2013, infatti, l’84,5% delle quote societarie sono passate alla Cassa Depositi e Prestiti, che poi le ha cedute per il 40% ai cinesi di Shanghai Electric) Genova si appresta a vivere un simile processo pure per Ansaldo Sts.

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep Web, Carola Frediani
    Chi è Carola Frediani. È giornalista, si è formata e ha lavorato con Franco Carlini (pioniere della Rete e autore di Chip&Salsa) nell’agenzia Totem. Ha fondato l’agenzia Effecinque, agenzia giornalisti indipendente.
    Frediani si è immersa nel web “profondo” per più di due anni, lo ha frequentato, passando giorni in chat per conoscere chi quel mondo lo frequenta per i più diversi motivi, sia da spettatore che da protagonista. E lo ha esplorato facendo il proprio mestiere da giornalista: ponendo domande, verificando le fonti e riunendo tutto in un testo un racconto-inchiesta.

    “La prima regola del Deep Web è che non si parla del Deep Web”. Così esordisce l’ebook di Carola Frediani. “Chi lo pratica e lo vive, per i motivi più diversi, in genere non ama la pubblicità. Chi dovrebbe parlarne, ad esempio i media, di solito non va mai oltre l’immagine cupa e vaga di “web oscuro”. In queste due frasi “ rubate” all’introduzione dell’ebook di Carola Frediani “Deep Web. La rete oltre Google. Personaggi, storie, luoghi dell’internet profonda” edito dalla casa editrice digitale Quintadicopertina, sono riassunte le motivazioni per cui abbiamo deciso di intervistare l’autrice e cercare di raccontare (almeno in parte) che cosa vi sia all’interno di questo mondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Per chiunque di noi, internet corrisponde a Google o meglio ai motori di ricerca più in generale, è da qui che partiamo quando vogliamo essere informati o quando cerchiamo qualcosa. Poi vi è tutto il mondo dei social media, che probabilmente, in alcuni casi, dribbla il passaggio della pagina iniziale di Google perché ci offre, già bello e pronto, quello che ci aspettiamo di trovare e che vogliamo cercare: notizie di ciò che ci accade intorno, aggiornamenti e spostamenti delle persone che conosciamo, l’ultimo post del personaggio famoso che seguiamo, eccetera eccetera. Ma aldilà di tutto questo vi è un mondo “nascosto”, “sommerso”, “profondo” ai più, ugualmente popolato di persone, di fatti che accadono e di comunicazioni che si scambiano. Questo è in parole molto semplici quello che gli inglesi chiamano Deep Web e che l’autrice che ha risposto alle nostre domande ha indagato e raccontato.
    Per farsi un’idea più chiara, partite dal presupposto che solo poco più dell’1% del web è indicizzato e “trovabile” dai motori di ricerca, la maggior parte delle risorse sono raggiungibili solo tramite link diretti e navigazione in anonimato. Qui sta il contenuto dell’indagine di Frediani.

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Cosa significa esistere aldilà di Google? Chi c’è e cosa accade nel deep web?

    «Il Deep Web è la Rete non indicizzata dai motori di ricerca per varie ragioni, ed è molto vasta, può contenere a sua volta database, altre reti e altri “pezzi” di rete non indicizzati. Con questo termine però spesso si indicano anche le cosiddette darknet (una darknet – in italiano potremmo dire rete scura – è una rete virtuale privata dove gli utenti connettono solamente persone di cui si fidano, ndr) reti che permettono di muoversi, comunicare e realizzare siti o servizi in modo anonimo. Quindi oltre a non essere raggiungibili attraverso Google sono anche luoghi anonimi, al contrario del resto di internet che di fatto non lo è mai».

    Una “rete diversa”. Quali sicurezze e insicurezze sia dal punto di vista di chi cerca che di chi offre?

    «Le darknet sono promosse da governi (anche lo stesso governo americano), attivisti dei diritti umani e della libertà di espressione perché sono dei mezzi potenti per sfuggire alla censura, o al rischio di essere individuati e perseguiti da parte di regimi autoritari. Dalla Cina al Bahrein, dalla Siria alla Turchia, sono usate da migliaia di cittadini, giornalisti, dissidenti, minoranze. Ma sono una risorsa anche nelle democrazie, garantendo a chiunque quella piena libertà di espressione che in alcuni casi solo l’anonimato può dare. Ovviamente lo stesso anonimato attira anche criminali e persone interessate a traffici più o meno loschi. Quindi vi si trova un po’ di tutto. Attività cybercriminali e compravendita di droghe sono tra le azioni illecite più diffuse…»

    L’inchiesta realizzata dall’autrice, come d’altronde il tema stesso che affronta, è in continua evoluzione e si arricchisce quotidianamente di nuovi contenuti. Carola Frediani ha scelto di non interrompere il suo viaggio, e continuare a frequentare la rete più profonda. Una versione particolare dell’ebook permetterà di seguire le tappe successive del viaggio caricando automaticamente aggiornamenti e nuovi contenuti.

    Claudia Dani

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    eroina-papavero-oppioL’abuso di eroina e droghe pesanti da parte di giovani e meno giovani era una piaga che in molti pensavamo ingenuamente sconfitta. I nati negli anni ’60 e ’70 ricordano i danni causati dall’eroina perché li hanno vissuti sulla loro pelle, magari tramite l’esperienza di un amico o di un famigliare. Quelli della mia generazione, i nati negli anni ’80, anche se più giovani, sono stati influenzati da film, canzoni, letteratura e racconti di amici più grandi. Erano anni in cui si sentiva parlare di tossicodipendenze, si potevano vedere con i propri occhi i volti stremati dei “tossici” e se ne viveva l’emarginazione a livello sociale. Poi qualcosa si è rotto, o forse semplicemente tutto è rimasto uguale ma non ce ne siamo resi conto: riaprendo gli occhi nel 2014, dopo un buon decennio in cui ci eravamo assopiti, ci siamo accorti che no, la piaga della tossicodipendenza non è stata sconfitta, e che sì, i giovani fanno ancora uso di eroina (anche se nel frattempo si sono fatte strada una serie di altre droghe, dalla cocaina alle sintetiche, tutto molto più accessibili e a buon mercato).

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Abbiamo cercato di scoprire di più, interpellando esperti del settore che operano nella città di Genova da oltre due decenni e che hanno vissuto le metamorfosi della droga e i cambiamenti della scena giovanile. Infatti, il capoluogo ligure non è immune da questa problematica: vi siete mai accorti, passeggiando, tra centro e periferia, della quantità allarmante di siringhe buttate per strada e nei parchi? Dal Carmine all’Hennebique, passando per il centro storico e Castelletto, spesso capita di trovare i resti di quello che è il perfetto kit del tossicodipendente. Come mai è tornata la moda del “buco”, e dove ci sta portando?

    eroinaNon si tratta di un fenomeno nostrano, piuttosto del riflesso di una tendenza globale, in cui gli USA fanno da apripista: dopo la liberalizzazione delle droghe leggere in molti Stati, nel giro degli ultimi anni pare sia andato formandosi un mercato nero di spaccio di droghe pesanti a prezzi sempre più vantaggiosi. I trafficanti non avevano intenzione di mollare le redini e andare in pensione anticipata: così i campi di marijuana sono stati riconvertiti a coltivazioni di papavero, si è iniziato a produrre più oppiacei (e quindi più eroina) e il prezzo è calato drasticamente (si parla di 4 dollari per dose). Lo stesso vale per la “droga dei ricchi” per antonomasia, la cocaina. Per non parlare poi della moda dell’abuso di antidolorifici e affini, le cui recenti restrizioni hanno finito anch’esse per spianare la strada all’ero. E poi, le metanfetamine che, ancora meno comuni nel nostro Paese, sono state rese celebri dalla fortunata serie tv Breaking Bad. In breve, tra 2007 e 2012 i fruitori negli USA sono quasi raddoppiati, arrivando a quota 670 mila, e ogni anno – stando al Daily Beast – si registrano 38mila decessi per overdose, di cui il 75 % sono overdose da oppioidi.

    Nel vecchio continente, abbiamo cominciato a porci il problema più di recente, quando la morte di alcune celebrities hollywoodiane – una sua tutte, Philip Seymour Hoffman a febbraio 2014 – ha fatto da cassa di risonanza. Così si è venuto a sapere che in Europa nel 2011 sono stati segnalati circa 6.500 decessi per overdose (18 per milione di abitanti), in particolare da eroina, con punte in Norvegia ed Estonia.

    In Italia, secondo il Rapporto riferito al 2013 del Dipartimento per le politiche antidroga, il 95,04 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni (indagini campionarie) non ha assunto stupefacenti e il consumo di eroina risulta in calo costante dal 2004. Tuttavia, aldilà dei rapporti ufficiali, ci sono dei segnali palesi che dicono il contrario.

    Per quanto riguarda nello specifico Genova, i numeri sono poco rassicuranti. Ce lo spiegano i medici del Sert di Via Sampierdarena: i dati relativi al primo semestre 2014 dicono che i pazienti in carico in tutta la città sono 3723, di cui 3110 tossicodipendenti, 518 alcolisti e 95 giocatori d’azzardo. Di questi, 322 sono nuovi casi.

    Per quanto riguarda il territorio di Sampierdarena, San Teodoro, Sestri Ponente e Cornigliano, è coperto da due soli servizi ambulatoriali, che fanno capo del Dipartimento di Salute Mentale: insufficienti, ci dicono, a coprire un territorio spesso problematico come questo. Qui a Ponente, sempre nel primo semestre 2014, i pazienti registrati sono stati 903, con 86 nuovi casi, con altri 691 (di cui 43 nuovi) che gravitano su questa sede dalla Valle Scrivia. Sempre per restare in zona, i pazienti del Sert di Voltri sono, ad esempio, 551 e sulle stesse cifre si aggirano gli altri servizi. In generale, rispetto agli precedenti, l’incremento è del 15%.

    Elettra Antognetti

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    porto-waterfront-genova-DILa matita dell’artista da un lato, la razionalità dell’amministratore dall’altro. “Genova schiacciata sul mare”, Genova che “sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte”. #Genovamorethanthis il futuro della propria immagine se lo gioca proprio qui, in questa dicotomia tra utopico affresco e sostenibile riorganizzazione degli spazi. Spazi che abbondano ai margini di una città che rischia ogni giorno di perdere sempre più la sua ormai antica vocazione industriale. Spazi occupati, angusti e affascinanti, tra quei “labirintici, vecchi carrugi (licenza poetica, a Francesco Guccini si può concedere)” affacciati sul porto, all’ombra della Lanterna. Ma soprattutto spazi che hanno bisogno di essere liberati, spostati, riassegnati per dare vita a una nuova idea di città sostenibile.

    Questa è una preview, l’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    La Genova di domani non può essere una città legata ai grandi sogni perché “palanche”, inutile negarlo, non ce ne sono. Almeno per adesso. Gli anni delle Colombiane, del G8, di Genova capitale europea della cultura sono ormai un ricordo che ha comunque lasciato segni indelebili come il Porto Antico e il Centro Storico patrimonio Europeo dell’Unesco ma non ci si può però fermare qui. Genova, come dice il nuovo slogan cinguettante, è molto più di questo o, quantomeno, vorrebbe provare a esserlo. E, allora, che città sarà nel 2025? Il nodo cruciale non può che essere l’affaccio sul mare, quel cosiddetto waterfront che si estende per una trentina di km di costa, da Nervi a Voltri, e che si vuole potenziare e valorizzare proprio a partire dal suo cuore di fronte al centro cittadino.

    waterfront-renzo-pianoQualcuno, addirittura, è arrivato a sognare un nuovo Porto Antico, tanto da ipotizzare l’affidamento a Renzo Piano, del progetto di riqualificazione delle aree ex Fiera acquistate dal Comune tramite Spim (qui l’approfondimento) perché non più necessarie ad attività fieristiche e molto più utili a salvare i disastrosi bilanci della Fiera di Genova. Già, Renzo Piano, proprio colui che a partire dal ’94 aveva ricevuto le chiavi artistiche della costruzione del Porto Antico sulle aree dell’Expo colombiano del ’92 e che tra 2004 e il 2008 aveva provato, senza alcun risvolto concreto, a ridisegnare tutto l’affaccio sul mare della città da piazzale Kennedy fino a Voltri.
    Ma anche questa volta gli affreschi dell’archistar potrebbero restare solo sulla carta perché i soldi, appunto, non ci sono e bisogna fare i conti con la realtà e con le esigenze del territorio. «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commenta il vicesindaco del Comune di Genova e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano? Se Piano decide che lì vuole metterci una spiaggetta, o si fa la spiaggetta o non si fa nulla? Invece, rimettendo a posto i bagni comunali, utilizzando le proprietà della Marina militare che passeranno ad Autorità portuale, sfruttando le idee e gli investimenti del Municipio nell’area Govi, possiamo disegnare un percorso molto produttivo».

    Ma allora esiste davvero un’idea, un’immagine futura della città? Sia il vicesindaco che i tecnici del Comune sanno bene che il disegno del nuovo waterfront su cui stanno lavorando gli uffici di Tursi non avrà lo stesso appeal dei disegni proposti da Piano. Tuttavia, l’intento è quello di proporre un’idea che possa essere effettivamente realizzabile con le risorse a disposizione. «Il grande sforzo è stato arrivare alla conoscenza dei punti più piccoli – racconta Bernini osservando una lunga cartina del litorale genovese – che è anche l’unica possibilità per goderci questa città e farla godere a pieno. L’artista bravo è quello che arriva al bello, al meglio possibile partendo dalle esigenze e dalle risorse delle città, che è il vero committente. Lo sforzo degli uffici è stato proprio questo: produrre un disegno che non fosse un gesto pittorico artistico ma mettere insieme un qualche cosa che avesse una serie di verifiche di legittimità e desse garanzie alla cittadinanza». Più che un nuovo Porto Antico allora, si tratterà, come recita lo stesso Piano Urbanistico, di sottoporre a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo” tutto l’arco litorale compreso tra Punta Vagno e piazzale Kennedy e da qui arrivare fino alla zona dell’Expo.

    Punta Vagno

    Per quanto riguarda Punta Vagno tutto ruota attorno al trasferimento dell’Istituto idrografico della Marina (qui l’approfondimento) dalla collina di Oregina a Calata Gadda, nell’ex palazzina Selom, quasi a ridosso del Molo Vecchio. Che c’entra con Punta Vagno e corso Italia?  I nuovi spazi di Calata Gadda ospiteranno tutte le attività collegate all’Istituto idrografico e questo comporterà anche la dismissione dell’ex Batteria Stella (sulla strada che unisce la Fiera del Mare al Porto Antico) e della zona diportistica di Punta Vagno. L’accordo  con Autorità Portuale, però, non c’è ancora stato. Inoltre, l’area può essere recuperata solo se al Ministero vengono offerti anche degli appartamenti e da Palazzo San Giorgio nulla ancora si è mosso alla ricerca di immobili disponibili.

    Ponte Parodi

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, invece, nell’area di Ponte Parodi (circa 40 mila metri quadrati accanto alla Darsena) dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” (qui l’approfondimento) che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo” con l’obiettivo di catturare soprattutto l’attenzione e la presenza dei giovani. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, negli ultimi mesi, si è fatta largo anche l’ipotesi che l’idea potesse essere ormai desueta e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area.

    Silos Hennebique

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2A pochi metri di distanza da Ponte Paorodi sorge un’altra imponentissima zavorra del waterfront genovese, il silos Hennebique. È passato quasi un anno da quando il 29 novembre 2013 il bando per la concessione novantennale dell’ex silos granaio alle spalle della Darsena è andato deserto (qui l’approfondimento). Stiamo parlando di una delle più grandi strutture abbandonate della nostra città: 210 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 44 di altezza, con 210 pilastri e 38 mila metri quadrati calpestabili. Autorità portuale e Comune di Genova avevano annunciato un nuovo bando, più leggero soprattutto dal punto di vista delle funzioni ammissibili, in tempi abbastanza rapidi. Ma, come detto, un altro anno è passato invano. Secondo il vicesindaco Bernini la soluzione attualmente al vaglio è quella di «pensare di realizzare un centro economico-direzionale legato ad attività portuali». Hennebique come nuovo Palazzo San Giorgio dove si decidono i traffici commerciali della città? Anche qui non possiamo far altro che restare a guardare.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Giuliano Montaldo: da Genova a Roma, una vita per il cinema. Intervista al regista genovese

    Giuliano Montaldo: da Genova a Roma, una vita per il cinema. Intervista al regista genovese

    giuliano montaldo 2Dalla sua Genova, Giuliano Montaldo, partì nel lontano 1950 destinazione Roma, cercava lavoro nel mondo del cinema. Aveva vent’anni e una valigia colma di sogni e speranze. «Da allora è sempre rimasta nel mio cuore… Dopo il documentario “Genova ritratto di una città” non ho mai più girato un fotogramma a Genova, perché la amo troppo e non sarei obiettivo». Quel documentario è del 1964, Montaldo immaginava la crisi della Genova industriale e raccontava delle difficoltà di un giovane operaio, padre di famiglia, rimasto senza lavoro… «ma non avrei mai pensato che le cose sarebbero potute arrivare ai livelli di oggi. In quegli anni del dopoguerra, in cui era ambientato il film, Genova era una città con le maniche rimboccate, concetti come ricostruzione, voglia di ripartire, amore per la propria terra erano alla base di ogni ragionamento».

    Regista e sceneggiatore, oggi Montaldo è uno dei grandi del cinema italiano, mentre registriamo la nostra intervista la gente che passa lo saluta e lo chiama “maestro”.
    «Monicelli si arrabbiava tantissimo quando lo chiamavano così!». E Giuliano Montaldo? «Io sorrido e penso a mia madre, quando andavo a scuola ed ero un disastro. Nonostante ciò mi permise di andare a Roma a cercare fortuna nel cinema. Furono due grandi genitori, molto aperti di mentalità per quegli anni. Penso a loro quando mi sento chiamare “maestro”…»

    Questa è una preview, l’intervista integrale a Giuliano Montaldo è pubblicata nel numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

     

    giuliano-montaldoChe ricordi ha della sua città natale?

    «Tanti e forti. Da ragazzo abitavo in centro vicino a via XX Settembre, frequentavo San Vincenzo e piazza Colombo, la parrocchia della Consolazione e il cinema-teatro Sant’Agostino o della Consolazione. Con la guerra la compagnia teatrale si era sciolta e il palcoscenico del teatro era sempre vuoto. Io mi sono inventato regista a sedici anni, facevo spettacoli lì, erano piece per soli uomini che travestivo da donna per i ruoli femminili… Poi ci fu l’esplosione del Piccolo Teatro dove feci qualche comparsata da dilettantissimo e poi sul palcoscenico appena ricostruito del Carlo Felice. Lì ebbi la possibilità a diciannove anni di fare una cosa un po’ folle, il “teatro di massa”… C’era poca gente a seguirci, ma per fortuna fra quelle poche persone sedeva Carlo Lizzani che mi scelse per recitare in “Achtung! Banditi!” e mi fece entrare nel mondo del cinema, oggi sono 64 anni.
    Achtung! venne girato a Pontedecimo, un film sulla resistenza in Liguria fatto dalla “Cooperativa spettatori e produttori cinematografici”, un film che non si doveva fare e che la gente di Genova ha voluto fare alla faccia del Ministero e dei divieti censori, perché la Resistenza doveva già essere dimenticata nel 1950…»

    Cosa crede di aver portato con sé di Genova nel suo percorso umano e professionale? Lei che tra l’altro è stato definito “Un marziano genovese a Roma”…

    «Quel libro che citi racconta proprio il mio impatto con la città di Roma, che fu un po’ traumatico. Il rigore ligure contro l’approssimazione dei romani… “ci vediamo circa alle nove”, ma come… alle nove a Genova partono le navi e se arrivi “circa” rimani in banchina! Penso di aver portato con me le influenze di culture diverse dall’Africa e dall’Oriente che si riflettevano e si riflettono ancora oggi nel modo di vivere e di parlare dei genovesi; ci sentiamo “cittadini del mondo”, con quella pianura d’acqua davanti che può portarti da qualsiasi parte, anche solo con l’immaginazione. A Roma non ritrovai nulla di tutto questo».

     

    Morena Firpo

    L’intervista integrale su Era Superba #56