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  • Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    slotmachineA pochi giorni dalla scadenza delle licenze, Regione Liguria ha proposto una proroga dei termini previsti dalla legge. Ma da uno studio della stessa regione i dati sulla ludopatia parlano chiaro: sempre più persone cadono nelle dipendenza da gioco, e in pericolo sono soprattutto le fasce di popolazione più “debole”, cioè giovani e anziani.

    Il disturbo da gioco d’azzardo nella quinta ed ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il principale manuale di psichiatria in uso nel mondo) pubblicata nel 2013 è ascritto tra i ”disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”; in altre parole, una patologia direttamente riferibile a quelle legate alla dipendenza.

    La sfida al Gioco d’Azzardo

    Il problema è noto da anni, e, infatti, a più riprese le amministrazioni locali si sono adoperate per provare a limitarne l’impatto sulla popolazione, cercando di tutelare soprattutto le fasce considerate “deboli”: anziani e ragazzi. Con questa “ratio”, la legge regionale 14 del 2012, varata da Regione Liguria, ha imposto che tutti gli esercizi che ospitano slot machine o giochi d’azzardo legali, siano distanti almeno 300 metri da i cosiddetti luoghi sensibili, cioè scuole, luoghi di culto, impianti sportivi, centri giovanili, strutture residenziali o semiresidenziali sociosanitarie, strutture ricettive per categorie protette. La stessa legge ha individuato il 1 maggio 2017 come termine ultimo per adeguarsi a questa normativa, mettendo quindi in scadenza le licenze all’epoca già “operative”. La norma è stata recepita dal Comune di Genova attraverso un regolamento dedicato, approvato nel 2013.

    Secondo le attivita’ di monitoraggio della Polizia municipale, con dati aggiornati a fine novembre scorso, sono 1.015 le attivita’ commerciali sul territorio comunale genovese con strumenti per il gioco lecito: di queste, 927 non sarebbero piu’ utilizzabili tra poco meno di due mesi. Di queste, 48 sono esclusivamente dedicate al gioco lecito (di cui 26 sono sale videolottery e 22 punti lotto o agenzie di scommesse), mentre le altre sono quasi tutte esercizi commerciali: 264 tabaccherie e 611 bar o pubblici esercizi. Secondo i dati riportati da Astro, associazione che rappresenta gli operatori del gioco lecito, dal 2 maggio prossimo il 96,4% del territorio comunale di Genova sara’ off limits per slot e videolottery. 

    Operatori sul piede di guerra e la sponda della Regione

    Per questo motivo, in questi giorni gli operatori del settore hanno alzato la voce. «Dalle stime fatte in questi giorni, il 2 maggio avremo 500 lavoratori che rischiano di perdere il lavoro solo a Genova. Se non si concede una proroga e non si da’ vita a un percorso complessivo per trovare una soluzione a questo problema, si rischia di innescare un disagio sociale di cui l’amministrazione se n’e’ altamente fregata in questi anni. Cosi’ si rischia di cancellare un settore». Uno scenario “ipotizzato” da Paolo Barbieri, presidente di Anva Confesercenti Liguria, durante una recente commissione consigliare a Palazzo Tursi, come riportato dall’agenzia di stampa Dire. Secondo le stime Astro, infatti, sarebbero quasi 3000 i posti di lavoro a rischio in Liguria se la legge diventasse realtà. Secondo i dati diffusi dai Monopoli di Stato, le “newslot” installate nei pubblici esercizi (bar e tabacchi) del territorio regionale sono 12.154, con oltre 2.500 esercizi commerciali coinvolti e relativi servizi di manutenzione per circa 490 posti di lavoro che, senza proroghe, tra meno di due mesi sarebbero a rischio. A questo andrebbero aggiunti anche i circa 550 dipendenti delle 110 sale vlt in tutta la Liguria, con ulteriori magre prospettive per la “sale Bingo” che vedrebbero calare drasticamente gli incassi senza slot. «Bisogna ricordare anche le pesanti ripercussioni per bar e tabacchi – ha sottolineato Barbieri – il taglio degli apparecchi porterebbe a rischio chiusura il 30% di questi esercizi». Un “mostro”, quindi, che è cresciuto a dismisura, e che ora sembra difficile debellare senza lasciare “morti sul campo”.

    L’allarme delle associazione di categoria ha trovato una sponda in Regione Liguria: l’assessore regionale allo Sviluppo Economico Edoardo Rixi (Lega Nord), ha infatti raccolto l’appello, anticipando l’intenzione dell’ente di prorogare di almeno un anno questa scadenza. Ma quali potrebbero essere i costi di questa decisione?

    I costi della proroga

    slotSecondo una ricerca del dipartimento “Salute e Servizi Sociali” della stessa Regione Liguria, però, il fenomeno legato alla dipendenza da gioco d’azzardo è in crescita, soprattutto all’interno della fasce più deboli della popolazione: anziani e giovani. Secondo la “Relazione Gioco d’Azzardo Patologico in Liguria”, presentata dalla ricercatrice Sonia Salvini, infatti, i casi di richiesta di trattamento ricevuti dai Sert liguri sono aumentati del 217% dal 2011 al 2016, passando da 116 a 368. Dalle rilevazione relative al 2016 emerge che la metà dei soggetti in carico appartiene alle classi di età dai 50 anni agli oltre 65 anni. Una fascia d’età «inedita per le dipendenze – sottolinea Sonia Salvini – che rende maggiormente evidente l’esplosività del fenomeno». Il 79% è di genere maschile, il 21% è di genere femminile. «Analizzando questi dati però bisogna tenere conto che derivano da sottostime – sottolinea Clizia Nicoilella, consigliera municpale di Lista Doria, presidente della Consulta Permanente sul gioco con premi in denarovisto che una minima parte dei “giocatori” si rivolge ai servizi, e spesso lo fa per ragioni economiche, cioè quando ha “finito” il denaro». Ma il dato allarmante riguarda i giovani: secondo questo studio il 37,1% degli studenti di 15-19 anni della regione Liguria, corrispondenti a poco più di 20mila giovani, almeno una volta durante l’anno ha giocato somme di denaro; ma non solo: sulla base delle risposte fornite al test da coloro che hanno riferito di aver giocato d’azzardo durante l’anno, per l’84,5% circa degli studenti liguri il comportamento risulta esente da rischio, per il 9% è a rischio e per poco meno del 6% è problematico. Tradotto in cifre dei circa 20.000 studenti liguri che hanno giocato nell’anno precedente alla rilevazione, sono circa 1.900 quelli a rischio e per altri 1.200 il comportamento di gioco può essere definito problematico, ad un passo, cioè, dalla patologia, quella vera.

    Scomettersi il futuro

    Come spesso accade, fatta la norma si trova l’inganno, o, come in questo caso, la proroga. Sono passati cinque anni dalla promulgazione di una legge che non vieta il gioco, ma che prova a limitarlo, allontanandolo da “prede” troppo facili: in questi anni nessuno dei diretti interessati, evidentemente, ha pensato di prepararsi alle nuove regole, invocando oggi una proroga dei termini. Ogni minuto perso, però, ha un prezzo, un prezzo che viene pagato da chi dovrebbe essere “aiutato” dalle istituzioni perché debole, perché patologicamente sconfitto dal “mostro” dell’azzardo. Ancora una volta siamo di fronte all’odioso ricatto che vede contrapposti lavoro e salute, alternativi uno all’altro: «Con Università degli studi di Genova – annuncia Sonia Salvini – stiamo dando il via ad una ricerca, che durerà un paio d’anni, finalizzata a calcolare quali siano i costi sociali del gioco d’azzardo, per confrontarli con i “ricavi” che la comunità riceve attraverso la tassazione di queste attività, per capire di che “colore” sia questo bilancio». Il risultato sarà sorprendente, c’è da scommetterci.

    Nicola Giordanella

  • Meglio a Casa: assistenza sociale a domicilio per ridurre i ricoveri

    Meglio a Casa: assistenza sociale a domicilio per ridurre i ricoveri

    sanita-ambulanzeRidurre i ricoveri ospedalieri impropri, offrendo un mese di assistenza domiciliare gratuita per tutti gli anziani che hanno reali necessità di ricovero. Questo è il fulcro del progetto “Meglio a casa” – presentato dagli assessori alle politiche sociali della Regione Liguria, Lorena Rambaudi, e socio-sanitarie del Comune di Genova, Paola Dameri – e già attivo da fine giugno per i pazienti dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Con questa sperimentazione – spiega l’assessore Dameri – cerchiamo di evitare lo spiacevole fenomeno del “tornello” per cui un paziente anziano, dimesso magari per patologie non particolarmente gravi, se privo di assistenza domestica, rischia di tornare in ospedale dopo pochi giorni. Una situazione inefficiente sia per la struttura sanitaria che deve sostenerne i costi, sia per il paziente che non riceve le cure adeguate».

    E proprio su questa duplice traiettoria, si muove il progetto lanciato da Regione Liguria e Comune di Genova. Due gli obiettivi principali: il primo, di natura principalmente economica, mira a evitare i ricoveri inappropriati dal momento che ogni giorno di degenza costa all’ospedale mediamente tra i 650 e gli 800 euro a paziente. Il secondo, prettamente sociale, ha lo scopo di migliorare la qualità di vita dei pazienti, che spesso hanno un rifiuto psicologico alle cure quando si trovano all’interno delle strutture di ricovero.

    «Le prestazioni sanitarie e di assistenza sociale – ha detto l’assessore Rambaudi – non possono essere considerate come due compartimenti stagni. È giunto il momento di ridisegnare le regole socio-sanitarie nazionali. Attualmente il sistema sanitario nazionale riconosce solo le prestazioni domiciliari prestate da figure sanitarie e non l’assistenza fornita dalle badanti, che a fronte dei costi di pochi giorni di ricovero ospedaliero potrebbero fornire un’assistenza molto più prolungata nel tempo, con benefici maggiori per i pazienti». A testimonianza del valore di questo ragionamento, l’assessore cita alcune cifra di forte impatto. «Pensate che a livello nazionale la spesa complessiva per il sociale ammonta a 7,5 miliardi di euro mentre per le badanti si arriva a 9,4 miliardi, senza considerare il nero».

    Ospedale Villa ScassiLa conferma arriva dal direttore medico di Villa Scassi, dottor Mario Fisci: «Ogni anno dei 10 mila pazienti che accedono alla nostra struttura, circa il 30% non ha necessità di trattamenti sanitari quanto piuttosto di assistenza sociale. Molti pazienti arrivano da noi solo perché non hanno nessuno che gli ha ricordato di prendere la pastiglia alla giusta ora o gli ha preparato un pranzo nutriente. La continuità assistenziale che si cerca di raggiungere con questo progetto è certamente un uovo di Colombo. Ma è essenziale per migliorare la qualità della vita dei pazienti e l’efficienza degli ospedali».

    Il progetto “Meglio a casa”, che durerà sperimentalmente fino al 23 giugno 2014, coinvolge tutti i pazienti dei distretti socio sanitari 9 e 10 che fanno riferimento al nosocomio sampierdarenese e risiedono non solo nel Comune di Genova (capofila dell’iniziativa), ma anche in paesi limitrofi della Valpolcevera e della Vallescrivia.

    La segnalazione dei pazienti che potrebbero essere interessati al percorso di assistenza domiciliare, spetta agli stessi infermieri del triage sulla base dei seguenti parametri: almeno un precedente ricovero o accesso al pronto soccorso nei due mesi precedenti; sospetta malnutrizione o disidratazione; stato confusionale; ulcere trofiche o lesioni da pressione; igiene personale scadente; paziente non accompagnato.

    A questo punto, il cosiddetto Nucleo di Assistenza Tutelare Temporanea, composto da un’assistente sanitaria, un’assistente sociale e un infermiere, valuta il regime assistenziale necessario, sulla base di tre fasce disponibili: 6 ore (la più richiesta), 12 ore o regime di convivenza. La segnalazione passa poi alla cooperativa Agorà, che tramite bando pubblico si è aggiudicata la regia del servizio assistenziale a domicilio, la quale si occuperà di presentare alla famiglia una serie di badanti tra cui poter scegliere quella più adatta alle proprie esigenze. Il tutto nell’arco di una settimana.

    Per i primi 30 giorni le prestazioni saranno coperte dai finanziamenti del progetto (nel complesso, poco più di 300 mila euro, mentre ammontano a 1,2 milioni gli stanziamenti su tutto il territorio regionale per iniziative simili), dopodiché la famiglia potrà decidere se proseguire privatamente il contratto con l’assistente familiare, sempre rispettando i canoni minimi previsti dal contratto nazionale del settore. Delle 58 persone che per il momento hanno aderito al progetto (7 fuori Genova), oltre la metà ha proseguito il percorso assistenziale oltre il primo mese.

    ospedaleLe circa cento badanti attualmente inserite nel progetto sono tutte in possesso del titolo di assistente familiare rilasciato da Agorà, in seguito a specifica formazione. A tale scopo, la cooperativa ha dato vita a un vero e proprio “registro delle badanti” che lo stesso assessore Dameri non esclude possa essere “aperto” in un immediato futuro anche per altri servizi cittadini, nonché alla semplice utenza privata.

    «Che a casa ci si curi meglio è un dato di fatto incontrovertibile – chiosa il dottor Lorenzo Sampietro, direttore della S.C. Assistenza Geriatrica dell’ASL3 Genovese – e si risparmia anche. Basti pensare che il costo medio giornaliero di una struttura residenziale di assistenza supera, ormai, i 100 euro ed è coperto dallo Stato solo per i primi 60 giorni».

    Al momento, dunque, i numeri sono dalla parte di “Meglio a casa”. D’altronde anche una simile sperimentazione lanciata per i pazienti di San Martino 9 mesi fa sta dando riscontri molto positivi, con poco meno di 400 pazienti coinvolti e una riscontrabile diminuzione dei tempi medi di degenza ospedaliera. A questo punto, mancherebbe il Galliera

     

    Simone D’Ambrosio

  • “Aprite quelle porte”: campagna Spi-Cgil per la dignità degli anziani

    “Aprite quelle porte”: campagna Spi-Cgil per la dignità degli anziani

    Aprire le strutture residenziali per anziani ai controlli, affinché sia possibile verificare le condizioni in cui vengono assistiti gli ospiti, accertare la qualità dei servizi e smascherare le eventuali “case di riposo lager” dove gli anziani subiscono maltrattamenti ed abusi. E’ questo il fine della campagna nazionale lanciata dallo Spi-Cgil ed intitolata “Aprite quelle porte. No alle case prigione per gli anziani”.
    Una campagna per il rispetto e la dignità delle persone anziane con cui il sindacato dei pensionati della Cgil chiede che le strutture siano aperte 24 ore su 24 ma anche per sollecitare tutti gli operatori del settore, i parenti e le istituzioni a segnalare i casi di violenze ai danni di chi vi risiede.

    <<C’è bisogno di una grande iniziativa sulle condizioni di vita nelle strutture residenziali per rimettere al centro i bisogni della persona e il diritto degli anziani ad essere assistiti e curati nel modo migliore – ha dichiarato il segretario generale Spi-Cgil, Carla Cantone – Queste strutture non possono essere considerate dei parcheggi per anziani in attesa del fine vita ma devono essere residenze in cui possano vivere un’esistenza dignitosa e il più possibile serena. Chiediamo a tutti di vigilare su eventuali casi di abusi e maltrattamenti e di segnalarli perché nel nostro paese non vi siano più case di riposo lager>>.
    Tutte le segnalazioni potranno essere inviate all’indirizzo mail apritequelleporte@spi.cgil.it oppure per posta presso la sede nazionale dello Spi-Cgil in Via dei Frentani 4/a 00185 Roma.

    La Liguria è particolarmente interessata dall’iniziativa considerato che notoriamente è la regione italiana con la maggiore presenza di persone anziane. Secondo i dati Istat riferibili al 1 gennaio 2011 la popolazione residente in territorio ligure con 65 anni di età raggiunge la considerevole quota del 26,7%. La media nazionale invece si attesta al 20,6%.
    Le strutture residenziali per anziani nel 2010 sono state utilizzate – come ospitalità temporanea o definitiva – da ben 13.959 utenti, 6.311 solo a Genova.
    Consultando la “Guida alle strutture residenziali e centri diurni in Liguria”, curata dalla Regione è possibile conoscere il numero delle strutture presenti sul territorio. In totale sono 273 così suddivise: Asl 1 Imperia 32; Asl 2 Savona 50; Asl 3 Genova 135 (di cui 87 solo nel capoluogo); Asl 4 Chiavari 33; Asl 5 La Spezia 23.

    <<La campagna “Aprite quelle porte. No alle case prigione per gli anziani” parte anche in seguito ad alcuni gravi episodi accaduti in Italia – spiega Anna Giacobbe, Segretaria generale Spi-Cgil Liguria – uno purtroppo ha interessato anche la Liguria, mi riferisco alla recente vicenda dei maltrattamenti presso la casa di cura Borea di Sanremo, comportamenti da codice penale che hanno fatto scalpore, rendendo evidente a tutti quanto sia necessaria un’azione di prevenzione per scongiurare il ripetersi di simili eventi>>.

    <<Il nostro intento è quello di affrontare a tutto tondo il tema delle condizioni di vita degli anziani all’interno delle strutture residenziali – continua Giacobbe – si tratta di una questione quotidiana che va al di là di particolari situazioni critiche. Con ciò voglio dire che determinati standard di qualità devono essere sempre garantiti. Soprattutto per quanto riguarda il livello di dignità personale ed i rapporti con il mondo esterno>>.

    <<Parliamo di strutture che non sono paragonabili alle case di riposo di un tempo – spiega Giacobbe – Oggi le residenze accolgono prevalentemente anziani in difficoltà con condizioni fisiche/mentali già compromesse>>. Persone a cui occorre assicurare il mantenimento di buoni livelli di socializzazione. Fondamentale in questo senso risulta il lavoro di associazioni come l’Auser, la stessa Spi-Cgil e molte altre, che svolgono attività di animazione all’interno delle strutture per anziani.

    <<Donano un po’ di sollievo agli ospiti, garantiscono il contatto con l’esterno e fanno opera di prevenzione rispetto allo svilupparsi di situazioni di criticità>>, afferma il segretario Spi-Cgil. Inoltre e non è un fattore secondario, alleggeriscono il carico di lavoro degli operatori. <<Secondo noi queste azioni devono trasformarsi in consuetudine>>, afferma Giacobbe.

    E non va dimenticata la difficile condizione di partenza in cui si trovano ad agire i lavoratori delle strutture residenziali.  <<Spesso il personale è insufficiente per affrontare la complessa gestione di ospiti così particolari, quali gli anziani – spiega Giacobbe – di conseguenza gli operatori sono sottoposti al fenomeno del burn out (un processo stressogeno che colpisce i lavoratori delle professioni d’aiuto,ndr). In un contesto simile è facile che possano svilupparsi comportamenti scorretti>>.
    Quindi diventa necessario sostenere attivamente tutti i soggetti che si occupano di curare gli anziani: i  lavoratori ma anche gli stessi famigliari dei pazienti.

    <<Le residenze sono sottoposte al controllo di Asl e Comuni, ma non basta – continua il segretario Spi-Cgil – Noi vogliamo introdurre una sorta di “controllo sociale” mediante la creazione di gruppi di famigliari e lavoratori>>.  Bisogna favorire queste aggregazioni perché <<Sono fondamentali anche per promuovere una cultura dei comportamenti corretti da adottare>>, sottolinea Giacobbe.

    Il numero degli anziani è destinato ad aumentare e <<Corriamo il rischio del ripetersi di un comportamento simile a quello verificatosi anni fa nel caso dei malati psichiatrici – denuncia Giacobbe – Ovvero che prevalga l’idea di nascondere alla vista gli anziani, rinchiudendoli in queste strutture>>.

    Il ricorso a farmaci, quali i sedativi, oppure a pratiche di contenzione, secondo la Cgil non deve diventare di uso comune. <<Sono necessari ben altri strumenti – afferma il segretario Spi-Cgil – innanzitutto ci vuole personale sufficiente in ogni struttura e poi bisogna aprire le residenze al maggior numero possibile di attività di animazione>>. L’azione delle associazioni infatti risulta cruciale soprattutto a favore di anziani soli, privi del supporto famigliare. <<La solitudine sia all’interno sia fuori da queste mura è sicuramente uno dei problemi più urgenti da affrontare>>, sottolinea Giacobbe.

    Nei mesi di aprile e maggio la Spi-Cgil ligure proporrà delle iniziative pubbliche per sensibilizzare i cittadini su questi temi e promuovere delle proposte concrete di intervento.

    Anche perché <<Nel prossimo futuro a causa dei tagli a livello nazionale potrebbe verificarsi una contrazione negativa a livello di posti disponibili nelle strutture residenziali – conclude il segretario Spi-Cgil – Tagli che ovviamente si ripercuoteranno sulla qualità dei servizi offerti>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

  • Roberta Barabino in concerto per gli anziani di Villa Duchessa Galliera

    Villa Duchessa GallieraQuando la musica incontra i luoghi della sofferenza le reazioni sono le più disparate ma è impossibile non constatare quale incredibile valore curativo assuma nel contatto tangibile con chi è costretto a vivere in ospedali, case di cura e ricoveri sparsi lungo la penisola.

    Roberta Barabino ha suonato un paio d’ore accompagnata solo dalla sua chitarra, seduta al centro della stanza come nel bel mezzo di un palco, superata l’iniziale diffidenza e annullata la distanza fisica con gli spettatori raccolti in cerchio, si è creata la giusta intimità che ha permesso la buona riuscita della performance.

    Roberta non ha preparato una scaletta ma si è lasciata guidare dall’istinto nella scelta del repertorio da proporre, ha cercato di coinvolgere il pubblico invitato a confrontarsi con una musica nuova, mai sentita prima d’ora, luminosa e visionaria, con i suoi testi malinconici ma ricchi di speranza. L’apprezzamento dei presenti si misura dagli sguardi d’intesa con la protagonista, dal brillare dei loro occhi, dagli arti che riacquistano vitalità per un momento, sono le gambe ferite mosse a ritmo di musica dal vecchio imprigionato sulla sedia, come le mani sottili della signora che tamburella felice sul tavolino.

    Lei ha toccato le corde giuste, abile a trasmettere contesti precisi evocando luoghi e atmosfere che l’hanno ispirata, riempiendo di significato ogni parola, promuovendo un utile esercizio di memoria per tutti, ma soprattutto per chi, come gli ospiti della residenza, spesso trascorre giornate infinitamente uguali. E così la simpatica signora pugliese ha ricordato con orgoglio di essere stata un brava pianista, altri hanno rivissuto passioni antiche risvegliate dal sapore di una nota che con delicatezza è entrata nella loro vita.

    Sicuramente per gli anziani è stato un pomeriggio diverso dal solito, come hanno sottolineato le animatrici che qui lavorano, perché non è per nulla un evento ordinario ricevere la visita di una persona pronta a dedicarsi totalmente a loro. E si è visto concretamente al momento dei saluti quando con strette di mano e calorosi abbracci Roberta è stata invitata a tornare al più presto a suonare a Cornigliano.

    Matteo Quadrone

  • Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    L’opera di deospedalizzazione dell’ospedale Frugone a Busalla è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.
    Assume i contorni di una truffa perpetrata nei confronti della popolazione della Valle Scrivia privata di un presidio importante, con la promessa di una trasformazione, mai attuata nei termini previsti e che ha portato a una totale dismissione. E poi la scandalosa vicenda del Cica, il Centro Integrato di Cura e Assistenza, un progetto accolto, seppur parzialmente, firmato dall’Assessorato regionale alla Sanità e dalla Asl 3 e incredibilmente disatteso nel silenzio delle istituzioni che perdura da fine 2008.

    BusallaA livello regionale nell’assumere l’iniziativa di chiudere l’ospedale di Busalla c’è stata la convergenza in questi anni, di tutte le forze politiche.

    La deospedalizzazione viene infatti decisa dalla giunta Biasotti, centro-destra, all’atto dell’approvazione del Piano Socio Sanitario Regionale 2003-2005 ed è  attuata a partire dal 2006 dalla giunta Burlando, centro-sinistra.

    Ma in cosa consisteva la cosiddetta “trasformazione” del presidio ospedaliero Frugone, accettata passivamente, soprattutto per ragioni di affinità politiche con la giunta di centro-sinistra, da diversi sindaci della valle, ma avversata, fin dall’inizio dal sindaco di Busalla Mario Valerio Pastorino?

    Secondo la “Proposta di organizzazione specifica della rete di cura e assistenza in valle Scrivia”, controfirmata dall’Assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo e dall’allora Direttore di Asl 3, Alessio Parodi, l’organizzazione della struttura ospedaliera Frugone avrebbe dovuto prevedere: il mantenimento di una sede di primo intervento (l’unica ancora in piedi!); la realizzazione di un reparto di cure intermedie destinato a ricevere pazienti da altri nosocomi; l’accesso al reparto di Busalla, in casi selezionati, direttamente dai Pronto Soccorso cittadini o dalla stessa struttura di primo intervento.

    Ma questo a Busalla non è mai avvenuto. “A differenza ad esempio di Levanto – ricorda il sindaco Pastorino – dove i letti delle cure intermedie sono sempre occupati proprio perché accessibili dal primo intervento”. Nella struttura di Busalla un malato anziano residente in Valle Scrivia non poteva essere ricoverato direttamente dal primo intervento, ma il reparto ospitava invece la stessa tipologia di malati, provenienti però da altre realtà locali con i conseguenti disagi per i famigliari.

    Secondo Pastorino “Se l’impegno fosse stato mantenuto i 19 posti letto delle cure intermedie sarebbero stati occupati a pieno regime nel corso dei tre anni successivi”. E così, nel maggio 2010, non avrebbero offerto al nuovo Direttore Asl 3, Renata Canini, il pretesto per chiudere il servizio, causa sottoutilizzo.

    “La realizzazione delle cure intermedie non avrebbe rappresentato la salvezza dell’ospedale”, così pensava il sindaco. E i fatti gli hanno dato ragione. L’amministrazione di Busalla, già nel 2006, capisce che per difendere quel presidio minimo, a garanzia soprattutto di quella fascia di pazienti anziani che potevano essere curati in Valle Scrivia, l’unica soluzione fosse inserire questa unità di para ricovero minimale all’interno del progetto di un grande polo riabilitativo regionale. Il progetto Centro integrato Cura e Assistenza elaborato dal comune di Busalla prevedeva infatti di collocare in quest’area territorialmente strategica un servizio di riabilitazione neuromotoria, attualmente assente in Liguria, in grado di determinare una significativa limitazione del fenomeno della migrazione extra regionale per le terapie di riabilitazione.

    La parte relativa all’ospedale Frugone non venne recepita dall’Assessorato regionale alla Sanità che, ritenendo di avere dalla sua la maggior parte dei sindaci valligiani, proseguì sulla strada della “trasformazione”. Ma nelle sue linee essenziali il progetto Cica venne accolto con una lettera dell’Assessore Claudio Montaldo al sindaco di Busalla, datata 5 gennaio 2007 e successivamente oggetto di impegno congiunto controfirmato dallo stesso sindaco e dal Direttore Asl 3, Alessio Parodi, in data 25 gennaio 2007.
    L’attuazione del progetto però (si parlava di andare a gara per fine 2007) è stata fatta cadere nei tre anni successivi  senza che mai fosse fornita una spiegazione al comune di Busalla.

    Nel frattempo l’Asl 3 ha proceduto al restauro interno dell’ex padiglione chirurgico del Frugone allo scopo di ricavare 19 posti letto a disposizione delle cure intermedie e successivamente di un’ipotetica e mai realizzata, RSA di secondo livello. Lavori costosi e inutili ai fini dell’attuazione del previsto presidio riabilitativo.

    Nel novembre 2008 viene inaugurato il corpo nuovo della struttura sanitaria Frugone, altro non è che l’ex reparto chirurgico prima lasciato in totale abbandono. Qui vengono trasferite le cure intermedie ma il Comune si dissocia da un’operazione che ritiene esclusivamente di facciata.

    Ma il progetto Cica parzialmente accolto che fine ha fatto?

    Se lo domanda anche l’amministrazione di Busalla. Da oltre due anni, nonostante le lettere indirizzate al Presidente della Regione e al Direttore della Asl 3, le istituzioni competenti hanno opposto un silenzio assordante che echeggia in tutta la Valle Scrivia.

     

    Matteo Quadrone