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  • Ianuenses e il Natale di Aleppo. Il legame tra la città siriana e la Genova medievale

    Ianuenses e il Natale di Aleppo. Il legame tra la città siriana e la Genova medievale

    foto di Salah2ola
    foto di Salah2ola

    Fuori d’ogni retorica. Quel che è accaduto e ancora sta accadendo ad Aleppo non può non scuotere le coscienze. La battaglia e l’evacuazione di Aleppo – la più popolosa città della Siria, più ancora di Damasco – è una pagina nera della storia recente. Pare che del milione e mezzo (e oltre) di persone da cui era popolata, 40.000 siano ancora intrappolate al suo interno, in attesa d’un qualche corridoio umanitario. Ben magra consolazione per una delle città più antiche al mondo dove i morti non si contano. Aleppo la “bigia”, patrimonio dell’UNESCO dal 1986, eletta nel 2006 a capitale della cultura del mondo islamico; Aleppo musulmana e Aleppo cristiana (i cristiani sono – erano – circa 300.000, appartenenti a dieci confessioni diverse) – è, oggi, un cumulo di macerie intrise del sangue dei suoi abitanti: sangue di uomini, donne e bambini. Non vi sarà Natale, per i bambini di Aleppo. Così come non v’è stato alcun Mawlid al-Nabī – il Natale del Profeta –, celebrato quest’anno il 12 dicembre. Ma non ad Aleppo.

    Una lunga storia

    Non è questa la sede per discorrere di come si sia giunti a questo punto. Credo sia più utile cercare di convincere il lettore del fatto che la tragedia di Aleppo non possa – non debba – lasciarci indifferenti. E credo che non vi sia moto migliore del ripercorrerne la storia (alla quale, come si vedrà, i Genovesi non sono affatto estranei). Perché conoscere la storia di un luogo contribuisce a renderlo un po’ più nostro, un po’ più vicino.

    Nell’arco degli ultimi millenni Aleppo ha conosciuto dominazioni diverse, documentate a partire dal 2000 a. C., quando la città diventa la capitale degli Amorrei, prima d’esser conquistata dagli Ittiti, quindi, nel VIII secolo a. C., dagli Assiri, presto scalzati dai Babilonesi, seguiti dai Persiani. Per comprendere la grandezza di Aleppo basterebbe fermarsi qui; e pensare al solo fatto che ciascuno di questi popoli ha lasciato tracce di sé. Aleppo, dunque, è sorta da un crogiuolo di culture accatastatesi le une sulle altre. Conquistata da Alessandro Magno nel 333 a.C., occupata dalle truppe di Pompeo nel 64 a. C., distrutta da Cosroe I nel 540 e ricostruita poco dopo da Giustiniano, la città entra velocemente nell’orbita dei califfi omayyadi, che la trasformano in un gioiello d’architettura musulmana. E’ in questo periodo che è edificata la Moschea di Zaccaria, che conserva – così si ritiene – i resti del padre di Giovanni Battista, profeta anche dell’Islam; seguita, qualche tempo dopo, dalla possente cittadella, che poteva ospitare sino a 10.000 persone in caso d’assedio, contro la quale si infrangeranno gli eserciti crociati nel 1098 e nel 1124, decisi a fare della città un avamposto strategico nell’immediato retroterra di Alessandretta, suo porto naturale. In quel frangente, Aleppo assume chiaramente il ruolo di principale difesa contro l’invasore. Soltanto i Mongoli la violeranno, nel 1260; dopodiché, sarà occupata dalle truppe di Tamerlano, al principio del Quattrocento, prima d’entrare a far parte – nel 1516/1517, dopo la sconfitta mamelucca – dell’impero ottomano.

    Tra Genova e Aleppo

    Foto di Gianfranco Gazzetti
    Foto di Gianfranco Gazzetti

    E’ a questo periodo che risale il suo bel Caravanserraglio, dove, nel 1539, i Veneziani avrebbero installato un proprio fondaco. Ma la città era frequentata dai mercanti occidentali già da tempo; e, tra di essi, soprattutto dai Genovesi. Numerosi sono, infatti, i contratti notarili conservati nell’Archivio di Stato di Genova che citano esplicitamente viaggi compiuti «per terram Solie usque ad Halep» o «per riveriam Solie usque ad Halep», dove «Solie» sta naturalmente per «Siria». Ciò era un portato dell’ottenimento di nuovi privilegi commerciali: nel 1205, il principe di Antiochia, Boemondo IV – imparentato, peraltro, con gli Embriaci, ormai stabilitisi a Gibelletto – concesse ai Genovesi protezione nei propri territori, oltre alla conferma dei diritti da loro goduti in Antiochia, dietro la corresponsione di 3000 bisanti e del servizio di due galee e trecento armati. Il commercio tra la latina Antiochia, la musulmana Aleppo, il regno di Gerusalemme – che aveva capitale ad Acri nel golfo di Haifa –, e l’Egitto ayyubide avrebbe rappresentato per qualche tempo un utile sostitutivo della rotta per Costantinopoli, dal 1204 in mano veneziana. Fu così che Aleppo si avviò a divenire una delle piazze commerciali musulmane maggiormente frequentate dai latini; forse già a motivo del suo famoso sapone, com’è noto prodotto con olio d’oliva e profumato con olio d’alloro, alla base di molti prodotti simili europei (ad esempio, del sapone di Marsiglia); senza dubbio, del suo allume – quel minerale così importante in età medievale in quanto necessario, tra le altre cose, per fissare il colore sui panni –, prima che il genovese Benedetto Zaccaria desse avvio allo sfruttamento delle miniere di Focea, sulla costa anatolica.

    Aleppo, dunque, acquisì, tra Medioevo e prima età moderna, un ruolo particolare nello scacchiere vicino-orientale quale punto nodale per le comunicazioni e gli scambi. Se ieri rappresentava uno dei terminali occidentali delle cosiddette “vie della seta”, oggi non è altro che un ponte tra il Mediterraneo, da cui dista meno di 150 km, la Turchia, a nord, e il resto della Siria. Di qui, la sua rilevanza geopolitica.

    La vittoria di Assad – se di vittoria si può parlare, in una guerra che in circa sei anni ha guadagnato alla coscienza dell’umanità oltre 400.000 vittime – rappresenta un punto di svolta nel conflitto. Il controllo di Aleppo permetterà alle truppe governative di volgersi più decisamente verso Raqqa’. E poi?

    Antonio Musarra

  • Whale whatching, l’avvistamento dei cetacei nel Santuario del Mar Ligure

    Whale whatching, l’avvistamento dei cetacei nel Santuario del Mar Ligure

    delfiniCinque ore in navigazione in mare aperto a ammirare delfini e balena. E’ l’escursione, organizzata da Consorzio Liguria Viamare che prende il nome di Whale Whatching, pianificata per dare la possibilità al pubblico di avvistare moltissime specie di cetacei. L’appuntamento, per chi parte da Genova, è all’una al porto antico, ogni martedì o ogni sabato da aprile a ottobre. E’ dalla banchina dell’expo che il battello lascia gli ormeggi per dirigersi verso il Santuario cetacei- Pelagos. «Questa zona che va da San Tropez, passa per il mar Ligure, quello della Toscana e scende fino alle coste nord della Sardegna – racconta la biologa di bordo, Alessandra Somà – è l’area marina protetta più grande al mondo, l’unica che comprende le acque di diversi stati».

    875 chilometri quadrati che vantano la più alta concentrazione di cetacei dell’intero Mediterraneo. Capodogli, balenottere comuni, delfini, grampi, globicefali sono le specie che costituiscono l’ecosistema pelagico «Quest’area ha un fondale non omogeneo – aggiunge la biologa – in alcuni punti arriva a 1500 metri di profondità. E’ proprio in questi profondissimi canyon che vivono le balene». Insomma un ecosistema prezioso da salvaguardare e proteggere dalle molteplici attività umane che si svolgono sul mare. La rigogliosa popolarità dei cetacei durante l’escursione, alla quale noi di Era Superba abbiamo partecipato, si è manifestata appena fuori dalla diga foranea con un branco di 20 esemplari di tursiopi, grandissimi delfini dal colore scuro. «Sono esemplari costieri – spiega Somàuna specie di delfino che ama stare vicino alla riva». Per non stressare troppo gli animali la guida ha spiegato che non si possono osservare più di mezz’ora. «Sono animali curiosi – conclude – ma spesso l’imbarcazione con a bordo le persone li spaventa». Quello dei tursiopi non è stato il nostro unico avvistamento, durante la lunga navigazione abbiamo visto tonni, pesci spada e abbiamo “conosciuto” un branco di delfini stenelle che si sono divertite a giocare con le onde prodotte dalla nostra barca. Nelle escursioni di whale whatching la fortuna ha un ruolo fondamentale, ma a fare la differenza è la professionalità dello staff «durante le nostre gite almeno quattro persone dell’equipaggio – dice Somà –si posiziona a prua con binocoli per scorgere qualche animale da avvicinare e osservare».

    Nel 2016, per un totale di 52 uscite in mare, sono stati avvistati 13 capodogli, 34 zifii, 2 delfini comuni, 103 branchi di stenelle striate, 12 branchi di tursiopi, 4 mobule, 26 tartarughe caretta caretta, diversi pesci luna, tonni e pesci spada. «Quest’anno non abbiamo mai visto balene – conclude la biologa – i ricercatori con i quali collaboriamo stanno cercando di capire il perché. Per evitare che la mano dell’uomo contribuisca ad allontanare dal Mediterraneo o far scomparire questi animali, io a bordo faccio sempre formazione su come bisogna comportarsi e come rispettare il mare e i suoi abitanti».

    Whale Whatch in Liguria

    balenottera-while-watchUn’escursione in mare della durata di cinque ore che ha come obiettivo la ricerca e l’osservazione di 8 specie di cetacei che popolano il Santuario Pelgaos. Un’attività organizzata dal 1996, quando ancora il santuario dei Cetacei non era stato ufficialmente formalizzato. Un’iniziativa molto apprezzata da turisti e dagli stessi genovesi. Solo nel 2016 sono state organizzate 54 escursioni, con circa 200 passeggeri a bordo, per un totale di oltre 11 mila visitatori. «E’ un’attività molto apprezzata – dice Carlo Baracchini, responsabile dell’organizzazione del Consorzio Liguria Viamare – arrivano da tutta Europa per partecipare al whale whatching. Ci sono anche tanti genovesi che si ripresentano tutti gli anni e ogni volta son soddisfatti». La gita ha cinque diversi punti di partenza, Genova, Varazze, Savona, Loano e Andora «La destinazione è sempre il Santuario dei cetacei – racconta Baracchini – partendo da Genova si naviga lungo il canyon del Polcevera o quello del Bisagno che registrano un fondale profondo nel quale vivono molte specie di animali». Le rotte saranno diverse se si parte dal ponente ligure. «Quando si parte da Savona solitamente si va verso Capo Noli – aggiunge Carlo – è una zona di passaggio per le balene e altre cetacei. Addirittura l’Università di Genova ha installato due mede che registrano il numero degli esemplari che passano di lì». Comune per ogni imbarcazione è un equipaggio molto preparato che accompagna i visitatori durante tutta l’escursione. A bordo è sempre presente un biologo che commenta gli avvistamenti, fornisce informazioni e curiosità, e raccogliere importanti dati scientifici per la ricerca e altri componenti della crew che muniti di binocolo e cannocchiale controllano se all’orizzonte si vede qualche animale da “salutare”.

    Santuario cetacei- Pelagos

    whale-watchUn’area marina, o meglio dire un triangolo di mare che va da Tolone in Francia, arriva fino a Capo Falcone in Sardegna occidentale passa per il mar Ligure a arriva a Fosso Chiarone in Toscana. Un totale di 875 chilometri quadrati di mare protetto. Una zona così importante sia dal punto di vista naturalistico sia per la ricerca, tanto che nel 1999, i ministri, italiano, francese e monegasco, hanno firmato la nascita ufficiale del Santuario internazionale dei cetacei del Mar Ligure. La volontà di proteggere questa parte di mare e la fauna ha radici più lontane. Nel 1990 era già stata costituita l’area protetta nella quale vigeva un regime di salvaguardia dei cetacei presenti nel bacino corso-ligure-provenzale con il nome di Progetto Pelagos.
    L’obiettivo era, ed è tutt’oggi, sempre quello di tutelare le specie protette che abitano quest’area, qui infatti è possibile navigare, ma senza disturbare, gli animali. Secondo un censimento del 1992 nella superficie di quello che oggi è il Santuario Pelagos, si contavano 32.800 esemplari di stenelle (piccolo delfino) e 830 balenottere comuni che migravano nella zona durante il periodo estivo. «Oggi – dice la biologa Alessandra Somà – non è possibile fare una stima degli animali presenti nel Santuario»

    Con l’istituzione del Santuario è stato imposto il divieto di catture e di turbative intenzionali per motivi di ricerca, divieto dell’uso di reti pelagiche derivanti, si è portata avanti la lotta contro l’inquinamento, le competizioni off-shore sono state circoscritte solo in alcune aree. Nello stesso tempo è stata regolamentata l’attività di whale-watching e sono stati incoraggiati i programmi di ricerca e di campagne di sensibilizzazione del grande pubblico. Tutto questo per garantire ai mammiferi marini uno stato di conservazione favorevole.

    Elisabetta Cantalini

     

  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra