Mese: Gennaio 2011

  • A Genova il primo Museo della “rumenta”

    A Genova il primo Museo della “rumenta”

    museo rumentaRumenta” nel dialetto genovese significa “spazzatura”: il museo mira soprattutto ad offrire ai visitatori nozioni sul ciclo dei rifiuti, sulla loro differenziazione, presentando anche un’arte contemporanea fatta con la spazzatura. Il museo sarà sia fisico che virtuale (la sede è stata decisa dall’ Urban Lab al Porto Antico); sono previste tre diverse sezioni: prevenzione, raccolta e trattamento.

     Questa iniziativa verrà finanziata dal comune e presentandosi come attrazione turistica e artistica, mira a sensibilizzare i cittadini rispetto al problema dell’inquinamento e a quello della raccolta differenziata.

     

    Sara Garau

     

  • Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Alessandro RepettoCiclicamente, soprattutto quando il paese affronta congiunture economiche negative ed è necessario approvare provvedimenti finanziari che taglino drasticamente le spese, si ripresenta puntualmente nel dibattito politico la questione dell’abolizione delle Province, considerate da alcuni commentatori degli enti superflui, se non del tutto inutili, che contribuiscono a gonfiare ulteriormente i costi di un sistema già al collasso.  Ne abbiamo discusso con Alessandro Repetto, Presidente della Provincia di Genova.

    Quale è il suo punto di vista sulla questione?

    Il mio è un giudizio disinteressato visto che sono al mio secondo mandato come Presidente e non potrò più ripresentarmi. Il tema dell’abolizione è spesso trattato con leggerezza da chi dimostra di non conoscere neppure le competenze della Provincia. E l’abolizione viene immaginata come la panacea di tutti i provvedimenti finanziari. Ma i finanziamenti che le province erogano per conto di regioni e stato, in loro assenza dovrebbero necessariamente essere erogati da altri soggetti e si avrebbero costi maggiori a causa del frazionamento delle spese. E le cito un esempio concreto: l’inverno scorso la Provincia di Genova ha acquistato, per conto di numerosi piccoli comuni, diverse tonnellate di sale per affrontare il problema del ghiaccio sulle strade. Il prezzo per i comuni interessati si è rivelato sicuramente vantaggioso rispetto a quanto avrebbero speso singolarmente. A mio parere se si vuole effettivamente ridurre le spese va drasticamente diminuito il numero dei parlamentari. Per le province si dovrebbe invece ragionare in direzione di una progressiva razionalizzazione.

    Molti cittadini non hanno nemmeno idea di quali competenze rientrino nell’ambito delle Province. Ci può indicare tre buoni motivi per mantenerle in vita? 

    Le province sono le istituzioni in grado di far dialogare tutti i soggetti del territorio su un piano di uguaglianza e rappresentano una forma di tutela per le realtà più piccole. Inoltre giocano un ruolo importante nella promozione di iniziative in rete. Ad esempio la Provincia di Genova presenterà in questi giorni il centro servizi territoriali: un progetto nato per aiutare nel processo di informatizzazione i 39 piccoli comuni che aderiscono all’iniziativa. Per quanto riguarda i tre buoni motivi a favore del mantenimento della provincia le cito alcuni nostri interventi. Nell’ambito della viabilità sulle strade provinciali abbiamo ridotto del 50% i costi della manutenzione grazie all’osservazione diretta sul territorio; la programmazione e pianificazione urbanistica sovra comunale che stiamo realizzando in valle Stura; le politiche di formazione-lavoro: la provincia interviene affinché non si creino situazioni di disparità fra diverse realtà del territorio con un ruolo di garanzia per i comuni meno attrezzati.

    Secondo lei è condivisibile la proposta di far lavorare di più le Province, aumentarne le competenze, invece di sopprimerle?

    Il disegno delega di Calderoli prevede nuove competenze per le province. Io sono perfettamente d’accordo. Le competenze devono essere chiare in modo da garantire un informazione corretta al cittadino. E stop all’eccessivo frazionamento delle competenze fra i diversi enti. Se ci sono 7 enti competenti in materia è difficile per il cittadino sapere a quale rivolgersi.

    Oliviero Toscani ha proposto dalle colonne de “La Stampa” di aggiungere i beni culturali alle competenze delle Province. La Provincia potrebbe diventare un ente mediatore fra i diversi livelli, nazionale e territoriali, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali?

    Questi obiettivi li stiamo già perseguendo: attraverso i nostri finanziamenti e quelli regionali abbiamo recuperato le badie di Tiglieto e di Borzone (entroterra di Chiavari). E con i fondi europei siamo intervenuti per conservare i numerosi beni culturali sparsi nei nostri comuni e sconosciuti ai più.

    Legambiente immagina anche altre priorità per le Province. Ad esempio la cura del territorio e delle acque. Gli ambientalisti auspicano anche un nuovo ruolo per l’espansione dell’uso di energie rinnovabili. Lei cosa ne pensa?

    La nostra provincia sta mettendo in campo diverse iniziative a tutela dell’ambiente. Siamo una delle poche ad avere un bilancio energetico (in cui indichiamo i percorsi da seguire, gli aspetti da migliorare, dove intervenire). La provincia non avendo un interesse politico diretto sul territorio, come succede invece ai comuni, ha una visione di secondo livello ed è facilitata nel denunciare situazioni di degrado ambientale. Fra i nostri progetti mi fa piacere ricordare la fondazione Muvita, una fondazione partecipata nata per seguire le iniziative a favore delle energie rinnovabili. E in collaborazione con l’Autorità Portuale siamo impegnati nella realizzazione di un importante progetto che prevede un nuovo modello di porto che permetta di diminuire l’inquinamento delle navi sfruttando le energie verdi.

    Matteo Quadrone

     

  • Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Multedo: le storiche fonderie Ansaldo verranno demolite

    Fonderia AnsaldoLe fonderie Ansaldo di Multedo verranno demolite. Panorama spa, azienda leader nella distribuzione e attuale proprietaria dell’area, ha intenzione di procedere alla totale demolizione garantendo la conservazione solo della facciata storica che si affaccia su via Multedo.

    La Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria ha dato il suo assenso, seppur parzialmente. È necessario infatti il parere della Direzione Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici, che ha chiesto un approfondimento in merito. L’associazione Italia Nostra e L’Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) si schierano a difesa del complesso e denunciano a gran voce il rischio della sua imminente distruzione.

    Parliamo di un edificio che riveste grande interesse, sia dal punto di vista architettonico, per la struttura dei capanni in cemento armato e per la veste architettonica, progettata da Adolfo Ravinetti, sia per il suo valore storico.

    Costruito nel 1917 nel momento di massima espansione dell’Ansaldo, costituisce una delle ultime testimonianze di quella che era una delle maggiori industrie cittadine. Un’area, quella delle ex fonderie, salvaguardata dal Puc con una variante del 2009 perché dichiarata sito d’interesse per l’archeologia industriale, dopo lunghe battaglie dell’Aipai, anche in commissione urbanistica del Comune, e vincolata, sempre nel 2009, dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici.

    C’è una storia che si snoda per decenni e numerosi contenziosi, dietro a queste ultime vicende. Una storia che inizia negli anni ’90 quando Panorama spa acquista l’area con l’intenzione di realizzare un grande centro commerciale. Ma il Puc, nell’area delle ex fonderie, vietava la destinazione d’uso commerciale. Nel 2005 l’azienda vince il ricorso al Tar contro il divieto. In quell’anno viene discussa in commissione urbanistica del Comune, una variante al Puc che dà seguito a quanto disposto dai magistrati e rende possibile realizzare il centro per la grande distribuzione, non di generi alimentari.

    “Nel 2005 ci siamo mossi per ottenere un vincolo che però non ci è stato concesso – spiega l’Aipai – Abbiamo coinvolto Italia Nostra e finalmente nel 2009 siamo riusciti a ottenere il vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Ma purtroppo il vincolo presenta un vizio di forma: è stato infatti realizzato per un edificio pubblico quando invece si tratta di una proprietà privata e Panorama spa ha vinto il ricorso al Tar contro il vincolo”.

    L’intenzione della società è quella di ricostruire l’edificio con la stessa fisionomia esterna e uguale volumetria. Ma è un’operazione di facciata perché all’interno il progetto prevede la realizzazione di un parcheggio rialzato. La spazialità interna verrà stravolta e verranno annientate tutte le testimonianze della produzione industriale di un tempo. “Demolire completamente gli edifici per poi ricostruire il loro simulacro, è questo il modello? – si domanda l’Aipai – Stravolgere la spazialità interna del complesso vuol dire salvaguardarlo? Questo modello culturale, quello per intenderci applicato alla Fiumara, è un modello che va esattamente nella direzione contraria”.

    E Genova, per quanto riguarda l’archeologia industriale, ha già una sua personale ecatombe: lo stabilimento Taylor e Prandi (nato nel 1846 e rilevato dall’Ansaldo nel 1852), uno dei primi edifici industriali cittadini, nel 1998 è stato completamente raso al suolo; nel 2005 è stata la volta dell’oleificio Gaslini, e ancora oggi, nell’area, non si è ricostruito. “È uno scandalo che venga abbattuto questo edificio, all’estero strutture simili vengono conservate e riutilizzate, ma non distrutte – ribadisce l’Aipai – Ad esempio a Londra, l’ex centrale elettrica di Bankside è diventata, grazie a un riuscito progetto di recupero, il museo Tate Modern. Una progettazione con finalità di conservazione del complesso originario e riuso compatibile, è senz’altro fattibile per l’area delle ex fonderie e può essere anche vantaggiosa dal punto di vista economico, come avevamo dimostrato in occasione di una tesi di laurea in Ingegneria edile, già nel 2000”.

    Matteo Quadrone

  • I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    GastronomadiC’è un mercato di piccole realtà artigiane, produttori diretti di tipicità enogastronomiche locali, liguri e piemontesi, che ogni sabato e domenica rivitalizza Piazza Senarega e Piazza Banchi, riscuotendo l’apprezzamento dei residenti, ma il Comune ha deciso che dal 1 gennaio 2011 i banchetti dovranno trasferirsi, probabilmente presso la Commenda di Prè.

    “Sono anni che il Comune ci fa girare da una parte all’altra della città – racconta Gilberto Turbiani, portavoce del gruppo di produttori detti I Gastronomadi – Quando abbiamo iniziato, nel 2003, grazie all’iniziativa Biologgia, i nostri banchi avevano spazio all’interno del loggiato di Banchi. Poi successivamente siamo stati ospitati in Via Lomellini e in Piazza Fontane Marose, fino ad arrivare a guadagnarci il sabato e la domenica, Piazza Senarega e Piazza Banchi”.

    I Gastronomadi garantiscono un presidio enogastronomico di qualità in una zona che con il trascorrere del tempo si è impoverita notevolmente nel suo tessuto commerciale, a partire dalla scomparsa delle numerose botteghe storiche, ad esempio le antiche tripperie o le salumerie, presenti nei vicoli del centro storico fino a qualche anno fa.

    “È sufficiente passare di qua la domenica per accorgersi di quanto sia importante la nostra presenza, ad esempio per i turisti che cercano prodotti tipici di qualità e che in zona, attorno a noi, trovano solo un deserto di serrande abbassate”, spiega Turbiani.

    Il mercato è formato interamente da produttori diretti il cui obiettivo è accorciare la filiera per offrire prodotti naturali a prezzi sostenibili. Le aziende presenti sono piccole realtà artigiane provenienti dal Piemonte, dall’imperiese e dall’entroterra genovese. Sono produttori di olio e olive taggiasche, mele e frutta biologica, patata quarantina, vino, miele biologico, salame di S. Olcese, produzioni di sciroppi tipici come quello di rosa o lo sciroppo di fiori di sambuco.

    “Cerchiamo di fornire, oltre al bene materiale, anche un bene immateriale, perché dietro ogni prodotto c’è una storia che va valorizzata – continua Turbiani – Il nostro rapporto con i consumatori si è consolidato nel tempo e si è creata una sorta di empatia tra consumatori e produttori”.

    Ma il 2 dicembre i Gastronomadi hanno ricevuto una lettera dall’assessorato al commercio in cui il Comune comunica il futuro spostamento del mercato. Secondo Turbiani i problemi sono sorti a causa degli esposti presentati da alcuni esercizi commerciali della zona, i quali si lamentano della presenza dei banchetti, per altro non invasiva, ma che disturberebbe la clientela dei negozi.

    “Abbiamo ricevuto degli esposti per quanto riguarda la violazione, da parte dei produttori, delle norme che regolano l’occupazione del suolo pubblico – dichiara Giovanni Vassallo, Assessore al commercio del Comune di Genova – In particolare i Gastronomadi non avrebbero rispettato i limiti di metratura dei banchetti. Inoltre ci è stato segnalato come, in alcune occasioni, sia stata proposta la somministrazione dei prodotti enogastronomici attraverso forme di degustazione, infrangendo così le regole che consentono esclusivamente la vendita”.

    Ma i produttori non ci stanno anche perché “Il mercato, che non chiede nulla ai contribuenti, lascia nelle casse del Comune circa 6000 euro all’anno – racconta Turbiani – Solo il plateatico ci costa complessivamente 3600 euro a cui vanno aggiunte le spese per l’entrata dei mezzi e per i parchimetri”. E così i Gastronomadi si sono attivati in una raccolta firme per difendere il mercato che, se fosse costretto a spostarsi in zona Prè, dove non sussistono le condizioni per continuare, con ogni probabilità, non farà più tappa a Genova.

    “Non ci bastano le rassicurazioni per quanto riguarda il periodo natalizio – conclude Turbiani – Vogliamo conoscere il nostro destino per il 2011, siamo aziende artigiane e diamo lavoro ad altre persone, per questo abbiamo bisogno di sicurezza per tutto l’anno”.

    Matteo Quadrone

  • Ospedale Villa Scassi, ripartono i lavori per il nuovo padiglione

    Ospedale Villa Scassi, ripartono i lavori per il nuovo padiglione

    Ospedale Villa ScassiDopo due anni in stato di abbandono, per il cantiere del monoblocco a sei piani dell’ospedale Villa Scassi, accanto al padiglione 9, quello che doveva divenire il padiglione 9 bis ed ospitare circa 150 posti letto dando respiro alla principale struttura ospedaliera del Ponente, si apre uno spiraglio e con l’inizio del nuovo anno i lavori dovrebbero finalmente ripartire.

    Manca ancora l’annuncio ufficiale ma dopo che la società alla guida delle tre imprese appaltatrici, la toscana Cogesto, nel gennaio 2010 è stata dichiarata fallita dal tribunale di Firenze, le due imprese genovesi rimaste, Crocco srl e Isir spa, proseguiranno i lavori a partire da gennaio-febbraio 2011.

    “È già stata individuata l’impresa capogruppo, anche se per ora non è possibile rivelarne il nome – spiega l’ingegnere Benedetto Macciò, responsabile del procedimento – Verrà ricostituita un’associazione temporanea, con l’assenso della Asl 3 e delle due imprese mandanti, per completare l’appalto sampierdarenese”.

    Il cantiere ha suscitato diverse polemiche sia per le proteste dei cittadini ma anche all’interno del Municipio Centro-ovest.

    Nel 2007 era già stata eseguita la parte principale dell’edificio e iniziarono i lavori interni. Ma sul finire dell’anno la prima impresa capogruppo, la Toscanelli, entrò in crisi e cedette il ramo d’azienda esecutore dei lavori, alla Cogesto. Il resto è storia recente. Nel 2008 la Cogesto iniziò il suo travaglio che coincise con lo stop del cantiere, fino al fallimento definitivo del 2010. E nel frattempo tutto è rimasto immobile.

    Il costo complessivo dei lavori ammonta a circa 6 milioni di euro e la spesa è stata coperta grazie a un finanziamento pubblico Stato-Regione di oltre 7 milioni di euro. Finora sono stati impiegati circa la metà dei fondi disponibili ma il ritardo non è più sopportabile e l’incognita dello sperpero di denaro pubblico rimane dietro l’angolo.

    “La ditta che è stata individuata come capogruppo per proseguire l’appalto non ha ancora iniziato i lavori perché l’edificio presenta dei rischi di stabilità. – lancia l’allarme Fabio Costa, presidente del comitato di cittadini nato in difesa dell’ospedale Villa Scassi – Ci sarebbe il concreto pericolo di crolli anche per colpa di lavori edili non eseguiti a regola d’arte dall’impresa poi fallita”.

    E infatti sono in corso delle verifiche, da parte della direzione dei lavori, per constatare l’effettivo rispetto delle recenti norme anti sismiche.

    Matteo Quadrone