Mese: Giugno 2011

  • Storia di Genova: piazza San Matteo e la famiglia Doria

    Storia di Genova: piazza San Matteo e la famiglia Doria

    Piazza San Matteo, Genova
    La chiesa di San Matteo nell’omonima piazza

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    Piazza San Matteo è stato il cuore di una delle più illustri famiglie genovesi, quella dei Doria. Consorteria e centro politico e di affari della famiglia, già nel 1125 il benedettino Martino Doria fece costruire una piccola Chiesa dedicata a San Matteo, patrono della famiglia perché gabelliere di professione (una delle principali attività dei Doria come pubblici ufficiali era appunto la riscossione di tasse indirette, dette gabelle).

    Nel XIII secolo i Doria trasformano con nuovi e più grandi edifici questo loro centro strategico, la cui collocazione nel tessuto urbano medievale garantiva il controllo della città. Inizialmente il borghetto si estendeva da San Matteo sino alle Mura Carolingie, presso la porta di Serravalle (attuale zona di via Tommaso Reggio), controllando l’uscita della città da questa parte.

    L’alternanza di marmo e ardesia (classiche facciate bianco nere del medioevo genovese) dei nuovi palazzi Branca Doria e Lamba Doria venne utilizzata anche per la chiesa completamente ricostruita nel 1278, arretrata e rialzata per gestire la pendenza del terreno e dare risalto alla facciata della Chiesa.

    Nel 1308, dietro palazzo Branca Doria e attiguo alla chiesa, venne costruito il Chiostro, prestigioso centro della consorteria, splendido esempio di architettura medievale e dal 2004 sede dell’ordine degli Architetti. Nel 1486 l’ultimo dei palazzi doriani della piazza, quello che dopo il 1528 sarà donato ad Andrea Doria come Padre della Patria, sorge a sinistra del Lamba Doria sul lato antistante la chiesa.

    Mecenate che introduce a Genova le nuove forme rinascimentali, la cui tomba è conservata nella cripta della Chiesa, Andrea Doria arricchì di marmi e affreschi la chiesa di famiglia e i palazzi affidandosi ad artisti del calibro di Luca Cambiaso e Giovambattista Castello.

    Video di Daniele Orlandi

    La congiura dei Fieschi e la vendetta di Andrea Doria

    Andrea Doria è stata una delle personalità di maggior rilievo della storia genovese. Nobile della famiglia Doria, intraprese la carriera militare collezionando successi prima a terra e poi come marinaio condottiero fino ai settantanni di età. Già anziano, e da un ventennio al controllo della città, nel 1547 dovette affrontare la congiura dei Fieschi, celebre avvenimento della storia genovese. La congiura fallì in un solo giorno, con il condottiero dei Fieschi annegato e un nipote della famiglia Doria ucciso. La vendetta del principe Andrea Doria fu molto crudele. Il corpo di Gian Luigi Fieschi fu recuperato dal mare e lasciato a decomporsi sul molo per due mesi. I congiurati vennero messi a morte dopo un processo sommario e in piazza San Matteo vennero convocate le più alte personalità cittadine per assistere al giudizio. I beni dei Fieschi vennero espropriati, le loro roccheforti espugnate una ad una. Ebbe così fine il ruolo nella vita politica genovese di questa famiglia, l’unica delle quattro grandi a non avere grossi interessi nei commerci marittimi e nella finanza e che basava il suo potere sui grossi feudi dell’entroterra.

  • Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Sant'Ilario a Genova

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    Con la costruzione da parte dei Romani della prima strada a mare nel 219 a.C., si assiste ad un primo sviluppo di centri abitati stabili sul litorale a levante di Genova, la litoranea romana, infatti, per superare l’austerità della costa saliva da Bogliasco e scendeva a Nervi: proprio lungo il tratto collinare si sviluppò il centro abitato di Sant’Ilario.

    Per buona parte della sua storia il piccolo Comune vive di pastorizia e del fitto commercio di agrumi con la Francia, nel Medioevo abbiamo notizia di una distinzione fra S.Ilario alto (abitato collinare) e S. Ilario Mare (lungo la via Aurelia), documenti risalenti al XIII secolo segnalano 154 famiglie insediate. Si definì dunque un fitto intersecarsi di creuze che, sopravvissute a migliaia di anni, conservano ancora oggi per lunghi tratti il tracciato originale.

    Partendo dai monti, la chiesa di San Rocco (1350), la parrocchia di Sant’Ilario (1170) con la più antica “chiesetta” di S. Nicolò e l’approdo al mare di Capolungo sono i “punti cardinali” di questi antichissimi sentieri immersi negli ulivi. Uno scenario incantevole che riporta a tempi lontanissimi, a pochi minuti a piedi dal traffico, nascosto dalle fronde dietro le ville di via Sant’Ilario, un paradiso bucolico fatto di piccole case in pietra, orti e silenzio… Piccole abitazioni isolate, raggiungibili solo a piedi lungo le tante creuze romane che collegano la spiaggia di Capolungo con la Chiesa di San Rocco a 250 metri sul livello del mare (il primo tratto “soffocato” nella città diventa quasi incontaminato una volta superata la parrocchia di Sant’Ilario).

    Questo, soprattutto questo, fa di Sant’Ilario tesoro esclusivo della città di Genova. Lo sviluppo delle ville e il turismo aristocratico iniziò a interessare il Comune a partire dalla prima metà del 700, ma non ebbe sviluppo tale da stravolgere le caratteristiche rurali di questo territorio. Basti pensare che nel 1870 era ancora privo di una strada carrozzabile (fu un gruppo di proprietari terrieri tre anni dopo a costruire una carrozzabile che collegasse la parrocchia con Nervi). Ciò nonostante il paese rimase collegato a Nervi con un servizio a cavalli sino ai primi decenni del 900.

    I cavalli partivano dalla stazione ferroviaria, proprio lei… la stazione di Sant’Ilario dove scese anni fa una certa “bocca di Rosa”. La vecchia stazione ferroviaria (attiva fino al 1959 oggi è abitazione privata) si trova a pochi passi dalla spiaggia di Capolungo.

  • Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Tabarca, colonia pegliese
    L’isola di Tabarca, antica colonia pegliese

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    Nel cuore della Pegli antica si trova Piazza Tabarca, la piazza è dedicata alla colonia pegliese che per secoli contribuì alla ricchezza della Repubblica di Genova. Nel 1540, infatti, l’isola di Tabarca in Tunisia, prospiciente la città omonima, venne data dal bey di Tunisi in concessione alla famiglia genovese dei Lomellini.

    L’isola era ricca di banchi coralliferi, e la concessione venne data come riscatto per la liberazione del corsaro Dragut, catturato dai Doria quello stesso anno. Dal 1540 per ben due secoli Tabarca rimase colonia di Genova. I coloni pegliesi vendevano per 4,50 lire/libbra il corallo a Genova… che lo rivendeva per 9,10 lire/libbra a tutta Europa!

    I Lomellini facevano parte dell’entourage di Andrea Doria che governava Genova ed erano legati per parentela alla famiglia Grimaldi. I Lomellini per colonizzare Tabarca invitarono alcuni gruppi di abitanti pegliesi (soprattutto commercianti) a stabilirsi sull’isola promettendo guadagni elevati e condizioni di vita migliori. Questi salparono da Pegli lo stesso anno, e nessuno di loro fece più ritorno in patria. Dopo più di un secolo di colonizzazione, nel 1738, un folto gruppo di genovesi tabarkini (per lo più figli di coloni, ma anche nuovi emigranti pegliesi che raggiunsero l’isola a più riprese) si trasferì in Sardegna a causa dell’esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe. Fu Carlo Emanuele III regnante di Sardegna a invitare i coloni a stabilirsi sull’Isola di San Pietro, allora disabitata, per fondare un nuovo comune: Carloforte. Il nome di Carloforte fu scelto in onore del sovrano.

    A Tabarca rimasero pochi coloni e nel 1741 il Bey di Tunisi invase l’isola e fece prigionieri gli abitanti genovesi riducendoli a schiavi. La notizia in poco tempo raggiunse le corti di tutta Europa e la liberazione degli schiavi avvenne poco dopo grazie all’intervento del Papato, ma soprattutto dello stesso Carlo Emanuele III di Sardegna e di Carlo III di Spagna.

    Buona parte degli schiavi liberati raggiunsero Carloforte, altri diedero origine ad altre due comunità: Calasetta (nel 1770) nell’isola di Sant’Antioco in Sardegna e Nueva Tabarca sull’isola di San Pablo di Alicante in Spagna. In questo secondo caso i coloni genovesi si sono con gli anni integrati con la popolazione spagnola perdendo la propria identità, ma a Carloforte e a Calasetta i naviganti pegliesi e i “nuovi tabarkini” di orgine pegliese mantennero nel tempo integra la loro identità culturale sia nelle usanze che nella lingua. Ancora oggi il dialetto di queste due località, il cosiddetto tabarchino, è un dialetto ligure molto vicino per vocaboli e pronuncia al genovese, o meglio, al genovese di Pegli.

  • Storia di Genova: alla scoperta di Campo Ligure, a pochi km da Voltri

    Storia di Genova: alla scoperta di Campo Ligure, a pochi km da Voltri

    Il Castello di Campo Ligure

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    A pochi chilometri da Voltri, se ci inoltriamo in una delle tante valli che si snodano verdissime, tra il mare e i monti, incuneate in  gole scolpite nella roccia, troviamo la Valle Stura, detta anche la Valle del Latte, per la sua produzione di prodotti caseari. In questo territorio che vanta insediamenti umani, nell’area detta delle “Ciazze”, fin dal 380-330 a. C., è ubicato un borgo che si contraddistingue per il castello medievale dominante il paese: Campo Ligure.

    Campo Fredo e, poi, Campo Freddo, come veniva chiamato fino al  1° maggio 1884, per il clima rigido dovuto alla sua ubicazione al di là del versante appenninico dove non arrivano i benefici influssi del mare o, secondo altre versioni, Campo Frei , dal tedesco “frei” (libero), ha una storia che parte da molto lontano come lo testimonia il toponimo “Campo”(accampamento). Già dal III secolo, infatti, qui, era presente un presidio di legioni romane  a guardia di indesiderate invasioni germaniche e, nel VI secolo,  divenne un baluardo bizantino contro le incursioni longobarde.

    Entrato a far parte del marchesato del Vasto, nel X secolo,  fu ceduto ai nobili Vento, ai marchesi del Bosco ed infine divenne un feudo imperiale dal 27 giugno 1329. Fedele al suo nome, fu teatro di molte battaglie per i dissapori, che si susseguirono per un millennio, con la vicina Superba grazie, anche, alle interferenze della “new entry” in feudo, il ramo degli Spinola di Lucori, dissapori che culmineranno, nel 1600, in un terribile saccheggio, affronto che rimarrà impresso nelle memorie dei campesi a tal punto che, nel 1815, si dice, abbiano scritto ai membri del Congresso di Vienna per poter tornare sotto l’amministrazione degli Asburgo, ultimi eredi del Sacro Romano Impero.

    I nobili Spinola, stabilitisi nel paese, oltre ad approntare una dimora degna del loro rango, ancor oggi detta Il Palazzo del Principe, nel 1309, iniziarono un’imponente opera di rimaneggiamento dell’antica rocca. Al nucleo  di una  primitiva fortezza esagonale, databile XII-XIII secolo, da cui si diparte un’alta torre merlata, in ciottoli fluviali, pietre e mattoni, di 22 m di altezza e di 6 m di diametro, vennero aggiunte le mura nuove e tre torri cilindriche, ulteriormente modificate nel XIV secolo con l’aggiunta di un basamento a scarpa e di feritoie per il fuoco. Vennero anche costruite delle vie di “fuga” che collegavano il palazzo col castello attraverso tunnel sotterranei e due cavalcavia, uno dal palazzo alla casa detta la ”Galleria”,  e uno dalla Galleria alla roccaforte.

    Al Castello Spinola, oggi, si accede attraverso un comodo sentiero, in salita, percorribile in pochi minuti, che inizia dopo il ponte medievale di San Michele, sullo Stura, originariamente dedicato ad Adelaida o Adelaide in ricordo della sposa del marchese Aleramo del Monferrato, là  dove, anticamente, si trovava la stazione del dazio. Prima del viadotto, è posta una fontana in conglomerato calcareo, impreziosita da quarzi, selci e granito rosso, allegoria della libertà e dell’autonomia dell’antico feudo. L’impianto scultoreo è costituito, ai lati, da una figura femminile nell’atto di offrire dell’acqua in segno di ospitalità e da una figura maschile grata per l’omaggio ricevuto, al centro, campeggia un mascherone, che porta in sé un “riassunto” della storia del borgo: una corona marchionale costituita da tre spighe di grano simboli del potere legislativo, esecutivo e giudiziario, antichi privilegi di cui godeva il comune, l’acqua che esce dalla bocca dividendosi in tre rivoli, raffigurazione dei tre torrenti che bagnano Campo (lo Stura, il Ponzema e il Langassino) e l’aquila bicipite che sorregge lo stemma campese, rimembranze della dominazione imperiale. L’autore di quest’opera, Gianfranco Timossi, campese, è lo stesso  delle monumentali opere che si ammirano oltrepassato il ponte. Magnifiche e possenti figure mitologiche, rappresentazioni dell’inferno dantesco, soggetti sacri come il Cristo conservato nell’Oratorio di Nostra Signora Assunta, emergono dal tronco di alberi secolari, prevalentemente ulivi provenienti dalla Grecia, enucleati dal cuore di questi estinti giganti dalla fantasia e dalla maestria dell’artista.

     

    Il dio fabbro, Efesto,  che foggia lo scudo mirabile di Achille,  lo sfortunato Icaro, pronto a spiccare il tragico volo da Cnosso, la bella Diana, inseguita dall’innamorato Apollo, il tetro Caronte, traghettatore di anime,  accompagnano il visitatore nel primo tratto di salita verso la rocca che, oggi, ospita una  bella rappresentazione meccanizzata della fiaba di Pinocchio.

    Nota terra di abili tessitori e rinomata per la lavorazione del ferro, oggi, Campo Ligure è il regno incontrastato della filigrana, antica arte orafa che, lasciata la Cina, suo paese di origine,  transitando per il mondo arabo, non impiegò molto tempo ad approdare sulle coste liguri. Nel 1884, a causa di una epidemia di colera scoppiata a Genova, un certo Antonio Oliveri, pensò bene di lasciare la città appestata per tornare al paese di origine e di aprire il primo di una lunga serie di laboratori che, al massimo dell’attività, raggiunsero il numero di 40. Qui operavano ed operano mirabili artisti armati solo di “bruscelle” (pinze) e un cannello per saldature, per dar vita a splendidi gioielli che vengono realizzati intrecciando due esilissimi fili di metallo. Da ciò ne deriva il nome: “fili”, per il materiale impiegato, “grana” perché, se osservati con una potente lente, appaiono granulosi.

    La maestria di questi che, a buon diritto, vanno annoverati tra gli artisti , è tale che, non a caso, nel vecchio palazzo di Giustizia è stato approntato un museo che porta il nome del suo ideatore, il comm. Pietro Carlo Bosio. La storia di questa raccolta inizia nel 1960 quando, in una vendita all’asta, tenutasi a Londra, furono battuti alcuni oggetti in filigrana, che il campese non esitò ad acquistare, primi di una, tuttora, crescente collezione. Nei 4 piani museali si possono osservare autentiche meraviglie come un’acquasantiera trapanese in filigrana e corallo, la magnifica voliera genovese  del ‘700, (uno dei pezzi più grandi mai realizzati in filigrana), il tempietto cinese del XVIII secolo, il  “ciondolo della Fertilità“, monile imperiale benaugurante di lunga vita, le filigrane smaltate di Carl Fabergé, ed ancora, bruciaprofumi peruviani, modellini di pianoforte, farfalle, orchidee. Nel sottotetto, sono ospitatati un’ampia panoramica degli strumenti utilizzati nella lavorazione, vero esempio di archeologia industriale, ideati dagli stessi artigiani, oltre ad un supporto multimediale che percorre le varie fasi della lavorazione.

    Prima di lasciare Campo Ligure, non si può mancare di gustare famosa focaccia di grano e granturco, la revzrŏa,  la cui pronuncia è riservata ai soli valligiani con la “r” che diventa quasi una “u” e la ”ŏ” chiusa come la  proferirebbe un autentico tedesco. Una prelibatezza, condita con olio extravergine e sale grosso in superficie, che va mangiata “a testa in giù”, come dice Fabrizio Calzia, per  favorire l’incontro tra papille gustative e superfice saporita. Sette ingredienti, per pasta più grezza rispetto alla consorella genovese ma che, dopo la cottura, appare più dorata e friabile e che, nella sagra che si tiene ai primi di settembre, viene servita insieme alla testa in cassetta, tipico insaccato ligure.

    Infine, se riuscite, fatevi invitare da qualche valligiano a gustare la ”bazzurra”, una zuppa preparata con latte e castagne secondo le ricette della cucina “povera” di un tempo o la “pute” una sorta di polenta cotta in brodo vegetale che, una volta, veniva tagliata a fette ed inzuppata nel latte.

    L’ultimo saluto è riservato a vico dei Cannoni, vicolo claustrofobico di poche decine di centimetri che, a buon diritto, potrebbe essere annoverato nei guinness dei primati come uno dei più stretti al mondo. Se, invece, siete da queste parti nel periodo natalizio, vale la pena di dare un’occhiata all’Oratorio dei Santi Sebastiano e Rocco, dove, per l’occasione, viene allestito uno dei più bei presepi meccanizzati d’Italia e non stupitevi se, invece di paesaggi arabeggianti, troverete tanta Liguria.

     

    Adriana Morando

  • “Genova si muove!”: il blog dei giovani promosso dal Comune

    “Genova si muove!”: il blog dei giovani promosso dal Comune

    Genova si MuoveIl blog è servito: genovasimuove.wordpress.com, il nuovo spazio “virtuale” per i giovani nell’ambito di “Genova si muove”, un progetto che si inserisce all’interno delle azioni di partecipazione giovanile promosse dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria, a partire dall’esperienza dei volontari del Servizio Civile Nazionale.

    Obiettivo del progetto è rendere visibili i giovani che partecipano attivamente alla vita sociale della città e della regione: dare loro voce e volto attraverso il racconto di esperienze concrete di impegno e partecipazione attiva. Promuovere la partecipazione significa anzitutto sostenere le opportunità esistenti di protagonismo giovanile nei diversi contesti della vita sociale del territorio.

    Il blog è il primo step che porterà – dopo la condivisione di idee e di esperienze – ad una fase di proposta agli interlocutori politici e istituzionali attraverso la creazione di un OST, Open Space Technology, a Palazzo Ducale, per incontrarsi e per fare rete fra i “giovani che si stanno muovendo” a Genova e in Liguria. Nell’OST confluiranno progetti mirati di assistenza, educazione, cooperazione e promozione culturale.

    L’Open Space Technology è una metodologia innovativa che permette di creare workshop produttivi. È stato sperimentato negli ultimi vent’anni in differenti paesi del mondo e può riunire da 5 a 2000 persone in conferenze della durata di una o più giornate.

    Il momento finale sarà un incontro pubblico per restituire alla città i progetti realizzati e individuare i modi per sostenerli e svilupparli…