Mese: Marzo 2020

  • Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    “La spazzatura è una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti”, ha detto Mark Victor Hansen. La Germania – per citare un esempio di posto ‘giusto’ – ricicla la maggior parte dei rifiuti che produce, una buona parte di quello che resta finisce negli inceneritori che generano energia e soltanto l’1% finisce in discarica. Per dare l’idea, dieci anni fa i tedeschi riciclavano di più di quanto fa oggi la Liguria.

    Perché Genova sembra così sporca e malcurata? Si tratta di inciviltà o di un cattivo sistema di gestione rifiuti? O entrambe le cose? Il degrado del centro storico è da anni un tema parecchio dibattuto eppure – nonostante i servizi offerti da Amiu e le nuove iniziative per incentivare il decoro urbano – la situazione sembra essere sempre la medesima. Mozziconi di sigarette, cartacce, plastica, scie di deiezioni canili. Non solo Genova fa male la raccolta differenziata nel 2018, ma la fa anche peggio del 2017.

    Oggi meno operai che nel 2015

    Per chi abita nel centro storico, gettare la spazzatura è sempre stato un incubo: le famose ex ‘stanzine blu’ sono state sostituite dagli EcoPunti ad accesso controllato, ma la situazione sembra non essere cambiata. Anzi – nonostante lo sporco rappresenti sempre un problema urgente da risolvere – gli spazzini sul territorio non accennano ad aumentare.

    Dai bilanci pubblicati sul sito di Amiu – l’Azienza Multiservizi e d’Igiene Urbana – si evince, infatti, che il numero degli operai nel corso degli anni ha subito un leggero decremento. Se nel 2015 erano 1254, nel 2016 erano 1236, l’anno successivo 1211 e nel 2018 gli spazzini erano 1226 (quasi tutti a tempo indeterminato e con una media d’età di 52 anni). Quindi dal 2015 ad oggi il numero degli operai impiegati nell’organico aziendale è andato man mano a scemare, con un leggero incremento soltanto nel 2018, che comunque resta inferiore al numero degli spazzini che erano impiegati in azienda qualche anno fa. Si registra anche una riduzione sui costi per il personale: si è passati da circa 51 milioni nel 2015 a circa 47 nel 2018.

    Il numero degli operai presenti nell’organico aziendale però, sarebbe ancora inferiore rispetto a quello riportato nei bilanci: “Nei conteggi vengono messi anche circa 30 operai che dipendono sempre da Amiu, ma svolgono dei servizi totalmente diversi come quelli funerari. In questo numero sono compresi anche quelli a tempo determinato presi per il crollo del ponte Morandi. Quindi i numeri, in realtà, sono un po’ al di sotto”, ci racconta una fonte qualificata fonte interna ad Amiu, che aggiunge: “È un problema. La richiesta di decoro è sempre la stessa. Dal crollo del ponte il numero degli operai e dei dipendenti in generale è andato a diminuire. Il calo degli operai si fa sentire. Col decreto Genova hanno assunto quelli che chiamiamo i ‘morandisti’ – che sono 30 – e queste sono state le uniche assunzioni fatte. Nel 2019 sono andati in pensione una settantina di dipendenti in generale. La carenza di personale, soprattutto operativi, è evidente”.

    Secondo questa lettura l’intenzione sarebbe quella di “smantellare l’azienda e far prendere ad Iren tutto il pacchetto. Noi lavoratori abbiamo fatto una lotta abbastanza dura e Iren non è entrata dalla porta, ma è entrata dalla finestra. Ha la concessione alla costruzione dell’impianto di Scarpino e tutte le ditte in appalto che stanno lavorando per Amiu sono ditte che notoriamente lavorano per Iren. Iren ci sta facendo a pezzettini, la situazione è questa”.

    Raccolta differenziata 2018: il contraddittorio caso genovese

    In Liguria i dati sulla raccolta differenziata sono positivi se paragonati a quelli di qualche anno fa. La regione ha registrato un incremento dei dati percentuali nel corso degli anni: se nel 2012 la raccolta differenziata era al 32,02%, nel 2018 è salita al 49,66%. Purtroppo, però, la provincia che registra la percentuale inferiore resta ancora Genova, con un 41,55% nel 2018. Paradossalmente, la raccolta differenziata genovese ha registrato un decremento rispetto al 2017 dove aveva registrato un tasso del 41,63%. Nessun miglioramento per Genova, nessun passo in avanti nel corso di un intero anno, mentre tutte le altre province hanno raggiunto e superato il 45% di raccolta differenziata. L’obiettivo della regione per il 2020 è raggiungere il tasso del 65%, un traguardo che a questo punto pare decisamente utopico per il capoluogo ligure.

    Chiusura di Scarpino e crollo del ponte Morandi: come hanno inciso sulla RD

    Il crollo del ponte Morandi – oltre a portare via 30 mila mq di aree industriali funzionali al servizio di igiene del suolo, alla raccolta e al trasporto di rifiuti – è stato un punto di svolta per Amiu che ha deciso di ripensare urgentemente l’organizzazione logistica e impiantistica. La distruzione che ha lasciato il crollo del ponte della Valpolcevera ha costretto l’azienda a traslocare persone, mezzi e attrezzature in altre sedi (non idonee come le precedenti) e questo ha comportato inevitabilmente un aumento dei costi.

    Dai bilanci di Amiu si comprende come la chiusura della discarica di Scarpino nel 2014 e il crollo del ponte Morandi nel 2018 abbiano segnato la città di Genova, causando un forte incremento dei costi per i servizi. In seguito alla chiusura di Scarpino i costi subirono un drastico aumento (di oltre 29 milioni), salendo a 62 milioni nel 2015. Dopo una sorta di assestamento dei costi per un triennio, nel 2018 hanno registrato un nuovo aumento rispetto all’anno precedente – pari al 10,72% – dovuto principalmente a due voci di spesa: i lavori di bonifica all’area ex Nira e i lavori di igiene urbana. I primi erano inesistenti, dunque sono stati stanziati per la prima volta oltre 3 milioni per bonificare dall’amianto la struttura abbandonata da oltre 20 anni, mentre i secondi hanno subito un aumento di oltre 2 milioni. Il che significa che la gestione delle attività che riguardano smaltimento rifiuti, pulizia spiagge e scogliere, gallerie e sottopassi, aree verdi e wc, diserbo, rimozione carcasse e discariche abusive e lavaggio cassonetti ha richiesto un budget più elevato (basti pensare al maltempo e i danni provocati).

    La nostra fonte ci spiega cosa è andato perduto il 14 agosto 2018 e quali decisioni sono state prese dall’azienda per sopperire alla perdita delle aree sottostanti il Morandi: “Nelle isole ecologiche, per fare un esempio, noi abbiamo dei grandissimi problemi. Sotto il ponte, oltre ai colleghi, abbiamo perso una rimessa, l’isola del riciclo, l’isola ecologica, una serie di uffici. Queste aree sono state perse e mai più recuperate”.

    E continua: “Tutto quel cantiere è stato riportato nella vecchia rimessa, insieme ad altri lavoratori tutti ammassati, abbiamo mezzi parcheggiati in posti privati dove paghiamo per tenere i nostri camion”. L’intento sarebbe quello di avere un “servizio sempre più scadente”.

    Mezzi fatiscenti e turnazioni bizzarre

    Il calo del personale non sarebbe l’unico problema dell’azienda: “Dalla chiusura di Scarpino non abbiamo mai fatto sentire l’emergenza, ma ora iniziamo ad andare pesantemente sotto di organico. A questo si aggiunge anche il problema dello stato dei mezzi: abbiamo camion che hanno 20 anni e che usiamo quasi 24 ore su 24. Di notte, abbiamo 6 o 7 zone scoperte per turno. Spesso mi è capitato di dover aspettare qualcuno che rientrasse col camion per poter fare la mia zona. E questo accade dappertutto. Non c’è più gente e quella che c’è viene dirottata su mille servizi. Poi l’età media dell’azienda è molto alta e non assumendo giovani questo si configura come un problema nel problema”.

    Inoltre, anche la turnazione non sarebbe gestita in relazione alle necessità. Per esempio nel centro storico il numero crescente di esercizi legati alla ristorazione, anche turistica, sta mettendo in crisi la tenuta del servizio: “L’inizio turno è stato spostato dalle 23 alle 19,20, creando problemi con lo svuotamento dei bidoni, che quindi vengono nuovamente riempiti appena svuotati, rimanendo pieni anche per tutto il giorno successivo”. Ma non solo: “Lo spazzamento manuale è stato di fatto ridotto – spiega – ogni operatore oggi ha una zona molto più ampia e deve scegliere, coprendo solo i punti di maggior passaggio. L’impegno della gente che lavora c’è ed è costante, ma più di così non ci riusciamo. Manca personale”.

    EcoPunti per il decoro urbano

    Per unire le esigenze di gestione dei rifiuti nel centro storico con quelle dì decoro del quartiere, Amiu ha allestito quasi 40 EcoPunti. Il centro storico di Genova – oltre ad essere densamente popolato – è una rinomata meta per i turisti di tutto il mondo, perciò necessita di frequenti e particolari lavaggi del suolo. In più, proprio a causa della densità di popolazione nel quartiere, i cassonetti vanno svuotati e puliti ancora più frequentemente. Amiu ha quindi servito il centro storico di piccoli magazzini che ospitano i contenitori della spazzatura, tutti ad accesso controllato e dotati di un sistema di video-sorveglianza e un sistema di anti-intrusione dei ratti. Nel centro storico attualmente gli EcoPunti sono 11, ma – sempre in termini di mantenimento del decoro e costruzione di appositi spazi per togliere i cassonetti della spazzatura dalle zone di pregio della città – queste aree aumenteranno.

    Abbiamo ascoltato due operatrici ecologiche che ci hanno raccontato una situazione sì migliore del passato, ma che mette in luce un sistema ancora poco efficace da alimentare comportamenti non virtuosi da parte dei cittadini, come l’abbandono degli ingombranti: “Gli EcoPunti nuovi funzionano con un badge distribuito ai residenti. Sono tutti video-sorvegliati, ma acquisire le immagini non è facile per via della privacy. Una persona che butta gli ingombranti dentro un EcoPunto chiuso come si fa a trovare? Bisognerebbe risalire, tramite le telecamere, all’orario preciso in cui è stato buttato il mobile, andare a vedere il badge che è passato proprio in quel momento e fare un controllo incrociato che diventa abbastanza difficile. Roba da CIA”.

    Mentre sullo stato dei bidoni e sul cambiamento che hanno notato in seguito all’installazione dei nuovi EcoPunti ci raccontano: “I bidoni non vengono lavati a sufficienza, respiriamo di tutto e d’estate la puzza è insopportabile. Il bunker è effettivamente più pulito all’interno da quando vi si accede con il badge, prima ci trovavamo ogni genere di cose e di situazioni. Il problema è che non tutti hanno la residenza e sono dotati del badge, quindi a volte troviamo cumuli di rumenta davanti all’EcoPunto. Alcuni sono più puliti di altri, dipende dalle zone”.

    La situazione dei rifiuti nel centro storico di Genova potrebbe essere considerata come un’emergenza, emergenza che ha origini lontane e sviluppi recenti: il crollo del Morandi poteva essere un’opportunità per pretendere da parte dello Stato nuove risorse, ma nei fatti il personale continua a diminuire, mentre il servizio diventa sempre meno efficiente, anche visibilmente. Eppure i rifiuti continuano ad essere una potenziale risorsa, che aspetta solo qualcuno o qualcosa che la sappia valorizzare.

    I rifiuti ci sono e sono sempre di più – nel 2018 circa il 49% in più dell’anno precedente – e in qualche maniera bisogna occuparsene. Una loro cattiva gestione diventa un problema per la salute dell’uomo e quella dell’ambiente, perciò occorre al più presto una politica di gestione rifiuti efficace, in grado di dare valore alle risorse al termine della loro vita, destinandole al corretto trattamento e riutilizzo. L’attuale servizio pare inadeguato e il centro storico è letteralmente saturo di spazzatura, decisamente non un bel vedere per i turisti in visita nella Superba e nemmeno un motivo di vanto per gli abitanti. Con l’ultimazione dei lavori per la ricostruzione del ponte della Valpolcevera, che determinerà in un certo senso una rinascita per la città, l’augurio è che si possa mettere un punto di partenza anche per una Genova più ‘green’: più pulita, rispettosa e accogliente.

     

    Paola Alemanno

  • Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Doveva essere l’amministrazione dei cinque milioni per i municipi promessi tre anni fa, in campagna elettorale, dall’allora candidato sindaco Marco Bucci, del decentramento delle sedi Amiu e Amster, con cui i municipi avrebbero dovuto gestire direttamente i lavori pubblici sui rispettivi territori. Dei nove municipi in cui è divisa la città di Genova intesi come nove mini-comuni, con ampia autonomia rispetto all’amministrazione centrale. E delle relative risorse finanziarie garantite dal Comune per rendere tale autonomia effettiva. Invece, in questa prima metà di mandato, proprio dai municipi è arrivata un’opposizione tra le più dure alla giunta comunale. Fino alla bocciatura, nelle scorse settimane, del bilancio previsionale del Comune da parte di cinque parlamentini su nove. Una decisione che avrà poche conseguenze concrete, dal momento che il parere dei municipi su questa materia non è vincolante. Ma che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra la giunta Bucci e le realtà territoriali più vicine ai cittadini.

    Certo, a ribellarsi ai piani di Palazzo Tursi sono stati i municipi governati dal centrosinistra, all’opposizione in consiglio comunale, mentre i quattro retti da maggioranze di centrodestra hanno diligentemente votato a favore. Ma vorrà pur dire qualcosa se, a Levante, il consigliere Tommaso Pinazzi ha votato contro la sua stessa maggioranza giustificando la propria decisione con queste parole, rilasciate in un’intervista a Genova Quotidiana: «Abbiamo parlato in campagna elettorale di decentramento, sparando stanziamenti di X milioni per i municipi, e invece ci viene tolto tutto». O se anche il presidente del municipio 1 centro est Andrea Carratù, in quota Lega, ammette ai nostri microfoni che «Sulla carta, se le cose fossero messe in pratica funzionerebbero. Ma – aggiunge – tra quello che è scritto è la realtà c’è una grossa differenza. È necessario avvicinare la teoria e la pratica».

    Il passo di Tursi

    Forse proprio per questo, per avvicinare la teoria alla pratica, lo scorso 11 febbraio, all’indomani della bocciatura e dei malumori espressi sul bilancio, Bucci ha delegato al consigliere comunale Stefano Costa la formulazione di una proposta di riforma del decentramento amministrativo. Costa, per dieci anni consigliere municipale nel Medio Levante, rivendica una sensibilità particolare sul tema, sia per la sua precedente esperienza sia per i suoi studi personali: «Dobbiamo rendere i municipi efficaci ed efficienti – spiega il consigliere di Fratelli d’Italia a Era Superba – cosa che in questo momento in parte non è perché la riforma del decentramento avviata con il ciclo Vincenzi, nel 2007, nello scorso ciclo amministrativo ha subìto un brusco arresto. Ritengo che questa sia un’occasione per rimettere mano a questa partita».

    Nel raccontarci le proprie idee sulla riforma, ancora alle primissime fasi del processo, Costa insiste molto sul tema dell’efficienza, ma non si sbilancia su possibili cifre da destinare ai municipi o sulle funzioni precise da assegnare loro. «Ogni aspetto merita un approfondimento a parte – spiega – puntare tutto il dibattito sulla contrapposizione tra più risorse e meno risorse o più funzioni e meno funzioni sarebbe semplicistico. Io parlerei di funzioni operative reali». Tra queste, Costa si sofferma in particolare sul tema delle manutenzioni ordinarie su cui, dice: «Al momento non c’è stata nessuna sostanziale modifica rispetto a quanto previsto dalla passata amministrazione. Ci sono le manutenzioni ordinarie in parte gestite dagli enti territoriali, che hanno voce in capitolo, ma come accadeva anche prima gli interventi devono essere posti al vaglio dell’assessorato competente. Ritengo – aggiunge – che per le manutenzioni ordinarie, come la buca del marciapiede o la gestione del verde urbano di piccole dimensioni, sia necessario ridurre la filiera amministrativa per garantire maggiore velocità d’intervento».

    Il punto di vista dei municipi “d’opposizione”

    I municipi attualmente retti dal centrosinistra sono i più netti nel denunciare la tendenza accentratrice della giunta Bucci, condotta, dicono, in totale contraddizione rispetto alle promesse di tre anni fa. Claudio Chiarotti, del municipio 7 Ponente, ne fa anche una questione di metodo: «Io sono per la più ampia forma di decentramento, ma se l’amministrazione comunale volesse riaccentrare alcune funzioni avrebbe tutto il diritto di farlo – chiarisce – se così fosse, però, dovrebbe farlo nella sede opportuna, che è il Consiglio comunale. Non si può andare avanti, com’è successo finora, con delibere di giunta o modifiche dei regolamenti imposte dall’alto». A differenza di Costa, che vede una continuità delle amministrazioni Bucci e Doria, Chiarotti vede un sostanziale cambiamento nei rapporti tra i diversi livelli amministrativi: «Il rapporto prima era più costante, pur tra le criticità e gli scontri – sottolinea – il tema è il rispetto del ruolo, anche politico, dei presidenti e dei consigli municipali, che non sono semplici parti dell’amministrazione. Come presidente, voglio partecipare alla discussione sul futuro della città, come municipi dobbiamo poter rendere chiari qual è la nostra visione ai cittadini. Se il Comune vuole tornare indietro è legittimo, ma lo faccia in modo chiaro. Spero che il consigliere Costa, nel suo nuovo ruolo, possa comprendere questa necessità».

    Chi dalla delega a Costa sembra invece non aspettarsi molto è Massimo Ferrante, al secondo mandato da presidente della Bassa Val Bisagno: «in realtà – spiega ai nostri microfoni – avevamo già una consigliera delegata ai rapporti con i municipi, Lilli Lauro. A inizio mandato, con grande entusiasmo, è stato istituito anche un gruppo di lavoro coordinato dalla Commissione 1, guidata dal consigliere Paolo Putti. Ora dopo due anni e mezzo scopriamo di nuovo che bisogna mettere mano al regolamento. Mi sembra l’ennesima sovrapposizione di ruoli e l’ennesima mossa per gettare fumo negli occhi».

    «Inoltre – aggiunge – mettere mano al regolamento sul decentramento può voler dire entrambe le cose, sia proseguire sul percorso del decentramento sia andare verso un accentramento di funzioni sul Comune. Finora gli atti del sindaco e della giunta sono andati chiaramente verso l’accentramento: è stato ridotto il fondo per i municipi, sono stati messi paletti sui patrocini, i municipi hanno sempre meno spazio di manovra, sempre meno personale nelle aree tecniche o negli uffici dell’anagrafe».

    Ferrante, Chiarotti, e gli altri due presidenti di municipio di centrosinistra Romeo e Bianchi sono inoltre firmatari di un ricorso aperto contro l’amministrazione comunale per la decisione del Comune di sottrarre ai municipi la competenza sugli ambiti territoriali sociali (ATS) tramite un atto del segretario generale amministrativo: «Abbiamo contestato il fatto – spiega Ferrante – che questo passaggio sarebbe dovuto avvenire in Consiglio Comunale, l’unico organo preposto a cambiare lo statuto».

    La caduta dei fondi aggiuntivi

    Un parametro forse non esaustivo ma chiaro per capire come sono cambiati i rapporti tra Comune e Municipi sono i fondi che il primo concede ai secondi. Che, rispetto alla giunta Doria, sono innegabilmente diminuiti. Con l’amministrazione Vincenzi, la prima con i municipi nella loro forma attuale, si stabilì un conto capitale annuale per ciascun municipio di 281 mila euro: «Con il primo bilancio – ricorda Chiarotti – l’allora assessore ai lavori pubblici Crivello portò tale cifra a 481 mila, sottraendo risorse alle sue direzioni. Nei due anni successivi li portò addirittura a 681 mila euro». Il problema fu che si trattava di risorse aggiuntive, da confermare di bilancio in bilancio. La giunta Bucci prese la decisione di riportare le risorse per municipio a 281 mila euro, lo stesso livello dell’era Vincenzi.

    Chiarotti elenca alcune delle misure che negli anni scorsi il suo municipio ha potuto adottare grazie ai fondi aggiuntivi messi a disposizione da Tursi: «La regimazione delle acque ai villini – elenca – una strada storica ad alta concentrazione popolare, la ripavimentazione del centro storico della delegazione su Voltri o la sostituzione di una ringhiera sulla passeggiata di Pegli. Con quei fondi il municipio aveva la possibilità di fare scelte anche politiche su dove fosse meglio spendere i soldi. Senza siamo costretti a chiederli alla civica amministrazione che in teoria, vagliando le nostre richieste, potrebbe accordarci anche fondi infiniti ma nei fatti, anche per la scarsità di risorse, può fare ben poco».

    A ottobre del 2017, quando per la prima volta la giunta Bucci non confermò le aggiunte ai fondi per i municipi di 400mila euro decise da Crivello, scatenando già allora diverse polemiche, l’assessore Piciocchi sostenne che l’esperimento della giunta precedente di aumentare i fondi poteva definirsi “fallito” perché “non tutti i municipi avevano gli strumenti per gestire questi fondi”. Al tempo stesso Piciocchi sostenne la necessità di legare il discorso dei fondi per i municipi a una più complessiva riforma del decentramento amministrativo. Da allora sono passati più di due anni.

    Il punto di vista dei consiglieri di centrodestra

    Meno perentorie le posizioni dei presidenti di centrodestra che però non nascondono le criticità dell’assetto attuale: «Le funzioni dei municipi possono anche essere diluite – sostiene Carratù, del municipio del centro est – ma nel caso quelle che rimangono devono essere coerenti rispetto alle risorse economiche a disposizione. Come municipio abbiamo la responsabilità della manutenzione ordinaria su 17 istituti scolastici e sui musei, che in centro storico sono ovviamente molti. I 281 mila euro annuali per svolgere queste funzioni non sono sufficienti. O mi togli gli oneri o mi dai la possibilità di poterli mantenere». Un altro problema che Carratù elenca è quello dei servizi di anagrafe: «il direttore del municipio ha la responsabilità della gestione del personale – spiega – ma nei fatti ci manca il personale e non possiamo né assumere né fare trasferimenti, e la gente se la prende con noi perché la responsabilità è nostra».

    «È importante – rincara la dose Renato Falcidia, del Municipio Centro Ovest – con una riforma del decentramento seria, individuare in modo più chiaro e definito le competenze dei municipi e attribuire ad essi le risorse adeguate per far fronte alle deleghe definite». Falcidia, però, non crede che la giunta Bucci abbia mostrato tendenze accentratrici: «Credo che in alcuni casi su questo tema ci siano state strumentalizzazioni politiche da parte di alcuni municipi – spiega – per esempio l’accentramento dei servizi sociali alla direzione del Matitone non impedisce che il servizio rimanga delocalizzato, come quando era gestito direttamente dai municipi. Si tratta di una scelta amministrativa che non va a incidere sul funzionamento quotidiano del servizio».

    A scontrarsi sembrano essere due visioni della città. Una che vorrebbe dei Municipi investiti di maggiori compiti e dotati di maggiori risorse, nella convinzione che in quanto enti più prossimi ai cittadini siano anche quelli capaci di rispondere meglio alle loro necessità. È il tema del cosiddetto decentramento amministrativo, argomento di discussione non solo a Genova ma anche in altre grandi città come Roma, dove alcuni municipi hanno estensione e popolazione di città medio-grandi e richiedono più poteri all’amministrazione centrale. Dall’altro lato, una visione più accentratrice, favorevole a una maggiore interferenza del Comune negli interventi e dell’amministrazione sul territorio.

    A Genova, almeno a parole, tutte le forze politiche sembravano aver scelto la prima opzione, tra il progetto di “città policentrica” della giunta Doria e l’ampia autonomia promessa ai municipi dal successore Marco Bucci in campagna elettorale e a inizio mandato. Oggi, però, i municipi di centrosinistra accusano il Sindaco di aver in realtà scelto la via accentratrice, e di farlo senza coinvolgere gli organi democraticamente eletti. Anche i municipi di centrodestra che abbiamo intervistato per scrivere questo articolo, però, sostengono che l’assetto attuale vada modificato, in un verso o nell’altro: «Bisogna guardare ai risultati e avere molto senso pratico – conclude infatti Falcidia – se un accentramento delle funzioni porta a migliori risultati, ben venga, altrimenti meglio decentrare ma con compiti e risorse ben definiti. Ad oggi si genera confusione e sovrapposizione tra deleghe».

    Che si pensi che i municipi genovesi facciano troppo o che facciano troppo poco, tutti sembrano d’accordo su un punto: il sistema attuale non funziona.

     

    Luca Lottero