Mese: Luglio 2020

  • L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    Quando le chiediamo di commentare la recente vendita dell’ex mercato del pesce di Piazza Cavour da parte del Comune di Genova, Marina Montolivo Poletti mette subito in chiaro una cosa: «Sono molto arrabbiata». Architetta che negli anni ha combattuto diverse battaglie contro alcune evoluzioni urbanistiche della città (vincendo alcune, come quella contro la costruzione di un parcheggio all’Acquasola e perdendone altre come quella contro la realizzazione della Fiumara a Sampierdarena) oggi considera la vendita dell’ex mercato ittico l’ennesimo anello della lunga catena di errori e orrori urbanistici che hanno investito Genova – a suo parere – negli ultimi 30 anni, senza apparente soluzione di continuità tra le giunte di centrosinistra e, più recentemente, quelle di centrodestra. «Questa vendita – dice infatti ai nostri microfoni – è l’ennesima prova della totale incapacità di programmazione urbanistica di questa città».

    Ieri mercato del pesce, domani chissà

    Lo scorso giugno il Comune di Genova ha venduto l’immobile di Piazza Cavour a Pix Development S.r.l., società di investimento, sviluppo e gestione immobiliare con sede legale a Roma e attiva soprattutto nel centro Italia. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, il portfolio del sito web della società è in fase di aggiornamento, ma tra i settori di competenza lo stesso sito cita il retail (commercio), gli hotel e le residenze di lusso. Non è ancora chiaro con quali intenzioni la società abbia acquistato l’ex mercato del pesce, ma lo scorso 18 giugno l’amministratore unico della società Paolo Cavini diceva al Secolo XIX che l’idea sarebbe quella di un “mix di funzioni” a cominciare da quelle ricettive e commerciali. Dunque alberghi e supermercati. A più di un mese da quelle parole abbiamo chiesto all’assessore ai lavori pubblici del Comune di Genova eventuali novità, ma l’assessore ci ha risposto che, al momento, novità non ce ne sono. Nemmeno il PUC (Piano Urbanistico Comunale) dà molti indizi al proposito, dal momento che per l’edificio prevede una possibile riconversione in “residenza, strutture ricettive, servizi d’uso pubblico e servizi privati, uffici, connettivo urbano escluse sale gioco parcheggi, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita”. Quasi tutto, insomma.

    «Mi chiedo chi avrà voglia di andare ad abitare in quella zona – si chiede Montolivo – sporca, costantemente intasata dal traffico e quindi con l’aria irrespirabile. O chi avrà voglia di andare fare la spesa in quel groviglio di macchine dove non puoi neanche fermarti un secondo». Una zona brutta e intasata, ma strategica, almeno a volerlo vedere: «L’edificio, oltre a essere interessantissimo dal punto di vista architettonico – commenta infatti l’architetta – si trova nel punto di congiunzione tra il progetto della passeggiata di Renzo Piano e il Porto Antico. Un’attrazione di tipo culturale come un museo di arte moderna avrebbe attratto il turismo dell’acquario, l’unico di una certa consistenza e continuità del centro storico. Ad oggi il turismo del centro non esce dal porto antico, non arriva neanche in Piazza Banchi. Servono attrazioni in grado di allargare e indirizzare in modo virtuoso i flussi di turisti».

    Da qui la provocazione, ma fino a un certo punto: «Perché piuttosto non abbiamo venduto villa Croce, struttura nata residenziale? – propone Montolivo – dalla vendita di quell’immobile, che ad oggi rappresenta un debito per la città, si sarebbero ricavati 10 milioni di euro e 6 begli appartamenti. Invece abbiamo venduto l’ex mercato del pesce (che sembra fatto apposta per ospitare un museo come quello di arte moderna di Villa Croce) per un tozzo di pane».

    Dal 2016 – anno in cui ha smesso di ospitare il mercato ittico – si sono rincorse varie ipotesi sull’utilizzo della struttura, ampia 1300 metri quadrati e realizzata negli anni 30. Si è pensato di farne un museo di auto d’epoca o un centro per l’impiego, una palestra, un parcheggio e persino una moschea. Una precedente asta da 1 milione e 700 mila euro è andata deserta. Alla fine Tursi è riuscito a vendere la struttura per 1 milione e 500 mila euro, facendo anche cadere il vincolo dell’obbligo di presentazione di un progetto dettagliato sull’uso della struttura. «Praticamente come un bell’appartamento» commenta con amarezza Montolivo dopo averci raccontato il grande valore potenziale dell’edificio.

    “Come la droga per un tossico all’ultimo stadio”

    Se dopo aver ipotizzato tutto e il contrario di tutto alla fine nella struttura dell’ex mercato del pesce si dovesse installare un supermercato, non sarebbe una scelta troppo fantasiosa. Su queste pagine abbiamo infatti già raccontato come Genova si sia da tempo convertita al credo della grande distribuzione: «La scelta meno intelligente dal punto di vista economico – commenta lapidaria Montolivo – perché è già provato in tutti i modi che le grandi strutture commerciali, come i complessi residenziali, non portano pil. Ma chi ha amministrato Genova negli ultimi 30 anni sembra capire solo la lingua dei centri commerciali, basti vedere a cosa è diventata la Val Polcevera».

    O la zona dove oggi svetta la Fiumara di Sampierdarena. Nel corso della nostra intervista, Montolivo ne parla come una delle grandi battaglie della sua carriera: «C’erano fior di proposte per fare dell’area un district park, cioè una zona di assemblamento delle merci del porto – ricorda – un tipo di attività pulita, che avrebbe previsto solo la realizzazione di capannoni bassi, ma indispensabile per il porto, e che avrebbe generato molti posti di lavoro e benefici per tutto l’indotto circostante. Intorno si potevano ipotizzare attività per rendere l’area appetibile, come una fascia di rispetto o un expo permanente delle merci che arrivano dall’Africa o dall’oriente, sul modello della fiera di Milano, dove vanno a comprare gli stessi commercianti genovesi. Queste sono le scelte che risanano davvero i quartieri e le periferie».

    Le cose, però, sono andate diversamente «È inutile poi lamentarsi e dire che a Genova manca un retroporto – sottolinea ironicamente Montolivo – se nelle ex aree industriali vengono costruiti centri commerciali e abitazioni. Siamo una città in profonda crisi economica, ma continuano a costruire centri commerciali per indurci a comprare una maglietta in più. È come dare la droga a un tossico all’ultimo stadio».

    «Serve una vera visione strategica del territorio – conclude – che immagini un futuro per questa città decidendo su cosa investire. Anche l’area del porto antico è stata gestita senza alcuna visione strategica, assembrando attività incongrue, poco attrattive e complessivamente mal gestite (basta pensare al museo Luzzati). Di fatto, un’ area di questa importanza e vocazione turistica, risulta null’altro che la passeggiata degli abitanti del centro storico per espletare i bisogni dei cani».

    Luca Lottero

  • Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Durante i mesi di quarantena imposti dalla pandemia di Covid-19 in tanti si sono trovati costretti a lavorare da casa, spesso per la prima volta in vita loro. Secondo la Fondazione Di Vittorio (centro studio della Cgil) nei mesi peggiori dell’emergenza sanitaria 8 milioni di lavoratori italiani non sono più andati in ufficio, quando prima del coronavirus erano solo 500 mila quelli già abituati a lavorare senza dover garantire la propria presenza fisica in un certo luogo ed entro un certo orario. Una rivoluzione che ci è caduta sulla testa quasi dall’oggi al domani, ma più subita che perseguita intenzionalmente. Perché alla svolta di massa, che con ottimismo forse eccessivo abbiamo voluto chiamare smart working (“lavoro intelligente”), siamo arrivati impreparati. Da un punto di vista culturale e, per così dire, di infrastruttura, prima di tutto. Il rapporto DESI 2020 della Commissione europea (che misura il livello di digitalizzazione di economie e società dei Paesi dell’Unione) dice infatti che l’Italia è all’ultimo posto per competenze digitali della forza lavoro e al 22° (su 28) per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese. Complessivamente, tra i Paesi europei, solo le economie e le società di Romania, Grecia e Bulgaria sono meno digitalizzate dell’economia e della società italiana. Usando i dati del rapporto DESI 2019, il Politecnico di Milano ha sviluppato un indice su base regionale, da cui la Liguria risulta la quarta regione più digitalizzata d’Italia, in un contesto però dove nessuna regione raggiunge la media dei Paesi UE.

    Ma un aspetto su cui ci siamo ritrovati impreparati di fronte alla rivoluzione “smart” del lavoro è stato anche quello delle regole e del riconoscimento di diritti vecchi e nuovi. Senza i quali la svolta rischia di portare in dote precarietà e sfruttamento. «Vi è stata troppa improvvisazione – ci racconta Elena Bruzzese, segretaria federale della Cgil di Genova – non vi è stata un’adeguata preparazione e la dovuta attenzione agli spazi e all’organizzazione del lavoro. Per la Cgil lo smart working deve essere regolamentato, e ad oggi non lo è ancora».

    Analisi rischi – benefici

    L’idea dello smart working nasce per cercare di migliorare l’equilibrio tra ore di lavoro e tempo libero dei lavoratori e delle lavoratrici, migliorando così il loro stato psicofisico tramite il superamento della logica del lavoro fordista, per cui il lavoratore vende ore del proprio tempo al datore di lavoro garantendo la propria presenza statica sul luogo di lavoro. Associato di solito a lavoratori autonomi, freelance o neogenitori che vogliono passare più tempo a casa con i figli, con il lockdown sono dovute diventare smart anche categorie nuove, non impiegate in filiere costrette a mantenere la presenza fisica dei propri addetti come la grande distribuzione alimentare o la sanità. Impiegati del settore privato e funzionari pubblici, ma anche insegnanti o educatori, per cui la scarsa digitalizzazione del Paese ha voluto dire abbandonare studenti che non hanno in casa un computer o non vivono in una zona con una connessione internet decente.

    Ma se l’obiettivo dello smart working deve essere il miglioramento della salute psicofiisca di chi lavora, tra gli psicologi e i sociologi c’è chi sottolinea anche i rischi di questa pratica. Anche da prima del covid-19. «Negli ultimi anni (con la crescita della pratica dello smart working, ndr) dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo» ha raccontato il presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma) Umberto Condura in un’intervista al Fatto Quotidiano. Problematiche legate soprattutto al cosiddetto tecnostress, causato da un’iperconnessione agli strumenti digitali di lavoro che in molti casi rende più evanescenti o fa scomparire del tutto i confini tra tempo libero e tempo di lavoro. “Staccare” per davvero diventa più difficile, quando il salotto è anche l’ufficio.

    «Per questo la Cgil ritiene fondamentali gli interventi per tenere distinti i tempi di vita dai tempi di lavoro» dice Bruzzese, che ci conferma anche un’altra disuguaglianza che lo smart working forzato di questi mesi ha reso ancora più evidente. Quella di genere. In una cultura, come quella italiana, dove i lavori di cura della casa e della famiglia sono ancora spesso a carico di mogli e compagne, non sorprende che (sempre secondo lo studio dell’associazione Di Vittorio) l’8% in più delle lavoratrici rispetto ai lavoratori abbia definito il lavoro da casa un’esperienza “pesante e complicata” e il 9% “alienante e frustrante” mentre per gli uomini la stessa esperienza sia stata più stimolante e soddisfacente. «È sbagliato pensare che lo smart working possa essere uno strumento di conciliazione o condivisione del lavoro di cura – sottolinea Bruzzese – anzi, nel caso in cui il ricorso allo stesso si ampliasse, i tempi di lavoro e quelli di cura rischierebbero di sovrapporsi, peggiorando la situazione e facendo regredire molte conquiste ottenute nel tempo».

    Lavoro di UfficioCon il progressivo ritorno negli uffici e nelle fabbriche, sindacati, associazioni degli imprenditori e semplici lavoratori hanno iniziato a interrogarsi sull’opportunità di estendere il lavoro da casa, agile o smart, anche oltre i tempi ristretti dell’emergenza. Il dibattito è ancora in corso, ma in linea di massima, nemmeno i sindacati più fermi nel chiedere una regolamentazione severa sembrano del tutto ostili allo smart working, in forma parziale o totale. Nei mesi del lockdown, in molti hanno infatti sottolineato benefici come il risparmio dei tempi di percorrenza casa-lavoro, quindi un minor tempo trascorso nel traffico e minori danni ambientali. Benefici non trascurabili per una città come Genova soprattutto in questo momento storico di autostrade bloccate e traffico molto intenso. Abbiamo chiesto a Elena Bruzzese cosa significherebbe però per il sindacato la progressiva diffusione di un modello di lavoro atomizzato e sostanzialmente individuale come quello dello smart working, vista l’importanza che l’azione collettiva ha storicamente avuto nella lotta e nelle rivendicazioni dei lavoratori: «Per quanto ci riguarda – ci ha risposto – lo smart working non deve diventare una modalità di lavoro permanente se non dettata da una scelta volontaria del lavoratore e della lavoratrice, perché riteniamo che nel lavoro la relazione sia molto importante, non solo per le relazioni umane ma anche per il funzionamento dell’impresa stessa». E per organizzare un’eventuale difesa dei diritti dei lavoratori, aggiungiamo.

    Le (poche) regole che ci sono

    In Italia il lavoro agile è regolato dalla legge 81 del 2017 (attuativa del jobs act), che prevede accordi individuali tra lavoratori e datori di lavoro per stabilire le modalità, i tempi e gli obiettivi della prestazione lavorativa. Da inizio marzo di quest’anno, per affrontare l’emergenza il governo ha consentito alle aziende di derogare dall’obbligo dell’accordo individuale. Da un lato questo ha consentito di attivare il lavoro agile nei tempi rapidi richiesti dall’emergenza, dall’altro ha fatto saltare i (pochi) paletti fissati dalla legge. Come quello che attribuisce al datore di lavoro la responsabilità “della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore”. Nei mesi scorsi molti lavoratori hanno dovuto pagare di tasca propria la connessione internet o i materiali, il cui prezzo è spesso aumentato a causa della forte domanda. Secondo una ricerca di BrandToday, per esempio, su Amazon il prezzo delle stampanti è aumentato quasi del 25%.

    La legge, poi, tace per quel che riguarda i limiti orari delle prestazioni lavorative e il diritto alla disconnessione, cioè il diritto, per il lavoratore, di non essere reperibile fuori dall’orario di lavoro, indispensabile per poter “staccare” mentalmente dall’attività. Tutto è delegato alla trattativa tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro e abbandonato quindi alla buona volontà delle aziende. Troppo poco per i sindacati, che infatti ora chiedono una regolamentazione dello smart working nei contratti nazionali: «è necessario fissare i limiti orari – ci dice Bruzzese – devono essere garantite le stesse condizioni di salute e  di sicurezza che si devono garantire all’interno del posto di lavoro in presenza, non devono esserci differenze  nella parte economica e  in quella normativa rispetto a chi lavora con la stessa mansione all’interno del luogo di lavoro (aspetto questo che la legge in vigore sembra in realtà prevedere, ndr), deve essere garantito il diritto alla disconnessione e adeguate dotazioni tecnologiche».

    Tempo dilatato, tempo sottopagato

    «In teoria dovremmo lavorare 5 ore al giorno, in pratica non si riesce mai a completare il lavoro in quel tempo – ci racconta una dipendente genovese – e di fatto arriviamo a 8 o 9 ore, senza orari fissi né turni per coprire il normale orario intero». La testimonianza, raccolta da Era Superba nel pieno dei mesi di quarantena, è un concentrato di tutto ciò che può andare storto con il cosiddetto smart working, se questa prospettata rivoluzione del lavoro dovesse concretizzarsi senza un adeguato aggiornamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lungi dal poter impostare in modo flessibile e autonomo il proprio tempo di lavoro, la dipendente che ha accettato di raccontarci in forma anonima la propria esperienza si è di fatto ritrovata a fare le stesse cose che faceva in ufficio e con lo stesso vincolo di orari. Solo, a casa, e con il materiale pagato di tasca propria: «Non ci hanno fornito nulla», ci dice.

    Rispetto al lavoro prima del lockdown, a ben vedere, una cosa è cambiata, ed è il peso finale della busta paga. «Dovremmo fare 3 ore di cassa integrazione al giorno, che sommate alle 5 di lavoro fanno le 8 ore della normale giornata lavorativa» ci racconta. Ma come abbiamo visto, anche quelle tre ore sono diventate ore di lavoro a tutti gli effetti. Solo, pagate meno di prima, perché con la cassa integrazione in deroga (pagata dall’Inps, cioè da tutti i lavoratori e pensionati che versano o hanno versato i contributi) il lavoratore recepisce l’80% del normale stipendio. Cassa integrazione che, tra l’altro, si è prestata ad altri tipi di abusi. Lo scorso giugno l’Inps segnalava più di 2mila casi di sospette truffe, con aziende create ad hoc ed assunzioni in fretta e furia di amici e parenti fatte solo per incassare il sostegno pubblico.

    Nella catastrofe economica e sociale causata dal covid-19, la persona che ci ha raccontato la propria esperienza fa parte dei relativamente fortunati, perché almeno un lavoro continua ad averlo e non si è mai fermata del tutto. Il costo del “privilegio” è stato però la riduzione, di fatto, dello stipendio. E in caso di smart working diffuso sarebbe difficile vigilare su abusi di questo tipo, perché l’Ispettorato del lavoro non ha – ad oggi – gli strumenti per controllare il rispetto delle norme a casa dei lavoratori.

    Tempi di lavoro dilatati e confini con i tempi di vita che sfumano. Materiale fai da te, stipendi più bassi e nessuna vera autonomia nella gestione degli orari. Uno smart working che si presenta davvero poco smart. Non per tutti, per lo meno.

     

    Luca Lottero

  • Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Il “modello Genova”, cioè l’insieme di normative d’emergenza, deroghe alle normali procedure ed eccezioni di vario tipo che hanno consentito una rapida ricostruzione del Ponte Morandi, piace a tutti o quasi. Di sicuro piace al leader della Lega Matteo Salvini, che propone – come è successo appunto per la ricostruzione del Morandi – “poteri speciali ai sindaci in deroga ai cavilli del Codice degli appalti, ricorsi, contro-ricorsi, inutile burocrazia”. Piace anche a Matteo Renzi, che vorrebbe “un commissario straordinario per ogni grande opera” e al viceministro dei trasporti del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancellieri, che qualche mese fa, a nome del suo partito, proponeva una legge speciale per lo sblocco delle infrastrutture ispirata proprio al modello Genova. A differenza dei due mattei Cancellieri aveva voluto sottolineare che, nel piano del M5s, “Non ci saranno deroghe al Codice Antimafia o Anticorruzione, né spartizioni politiche per le nomine dei commissari”.

    Eppure è proprio pensando alla legalità che un’associazione contro la mafia e sensibile al tema della corruzione come Libera esprime più di una riserva sulla trasformazione del modello Genova da procedura d’emergenza a nuova normalità per la gestione dei lavori pubblici. «Non è possibile, ed è anzi un pericoloso azzardo – spiega a Era Superba Stefano Busi, referente di Libera per la Liguria – ipotizzare che un modello decisionale emergenziale legato a un singolo, chiaro e ben identificabile progetto (peraltro già esistente e ben definito, realizzato e seguito gratis dal progettista) possa essere esteso a dimensioni più ampie senza che vi siano malversazioni e corruttele, è semplicemente irrealistico». Sulla non replicabilità del modello Genova si è espressa anche la ministra dei trasporti Paola De Micheli del Partito Democratico, l’unica, tra le principali forze politiche di maggioranza e opposizione, del tutto schierata su una linea cauta.

    È ormai da diversi mesi che l’espressione “modello Genova” è diventata sinonimo di efficienza, velocità, capacità finalmente di fare le opere in un Paese soffocato da procedure e burocrazia. Ora, davanti a un’economia in gran parte da ricostruire dalle macerie della pandemia di Covid-19 e una ventilata ipotesi di riforma del codice degli appalti, l’idea che sia giusto sbarazzarsi di quanti più regolamenti e controlli per favorire la ripresa sembra attrarre molti decisori politici. Inclusi, naturalmente, quelli locali, che del modello hanno fatto motivo d’orgoglio. Giovanni Toti, che punta forte sul tema delle infrastrutture per farsi rieleggere a settembre, è stato esplicito: “Via codice degli appalti, via gare europee, via controlli paesaggistici, via certificati antimafia, via tutto – diceva lo scorso 7 aprile  – Almeno per due anni. Ci sono gruppi affidabili e lavori da fare: io dico ‘partano subito’. Serve un modello di ricostruzione post bellico”.

    La posizione del presidente ligure aveva fatto saltare sulla sedia diverse associazioni, tra cui la stessa Libera, e anche la Cgil, che definì l’idea di Toti “agghiacciante”. L’idea non è solo slogan approssimativo di una politica in campagna elettorale permanente, ma si fa spazio anche nel linguaggio più asettico dei tecnici che nelle scorse settimane hanno redatto il piano Colao, per cui per riformare gli appalti pubblici è necessario un riequilibrio tra “l’asse della legalità” e “l’asse dell’efficienza”. Stefano Busi, però, rifiuta questa contrapposizione: «Non esiste una contrapposizione tra “efficienza” e “legalità”, ed anzi la corretta applicazione delle norme esistenti agevolerebbe l’efficienza del sistema – dice – Per fare un esempio, il codice degli appalti prevede degli strumenti che già consentono di snellire in caso di urgenza».

    L’eccezionalità del modello Genova

    Tra il 14 agosto 2018, giorno in cui 43 persone perdono la vita nel crollo del Ponte Morandi, e il 28 aprile 2020, quando viene issata la diciannovesima e ultima campata del nuovo Viadotto Polcevera, sono passati 623 giorni, poco più di un anno e otto mesi. Meno di due anni saranno passati quando il viadotto verrà inaugurato quest’estate, staremo a vedere se con una grande festa in diretta televisiva come avrebbero voluto amministratori locali e costruttori, se con un ricordo più sobrio e istituzionale ricordo come chiesto dall’associazione dei parenti delle vittime e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella o se con una soluzione di compromesso, come la doppia cerimonia ipotizzata dal sindaco Bucci.

    Si tratta in ogni caso di tempi molto rapidi per gli standard dell’Italia, dove, secondo i dati raccolti dal Dipartimento per la Coesione territoriale nel 2018, un’opera pubblica impiega in media 4,4 anni per essere realizzata. e in Liguria, in particolare, tra l’apertura e la chiusura di un cantiere passano in media 5,2 anni. Tempi dunque ben al di sopra alla media nazionale, e persino in peggioramento rispetto a quanto rilevato dal precedente rapporto, datato 2014 , quando per la Liguria si calcolava un tempo medio di realizzazione delle opere di 5 anni netti (a livello nazionale, invece, tra il 2014 e il 2020 il tempo per realizzare un’opera pubblica è sceso, da 4,5 a 4,4).

    A rendere possibile una ricostruzione del Ponte Morandi in tempi tanto più rapidi di quelli consueti è stato il decreto legge 109 del 2018 (chiamato più comunemente “decreto Genova”), che stabiliva la nomina di un Commissario straordinario a cui veniva concesso di operare “in deroga ad ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti all’appartenenza all’Unione europea”. Nel ruolo di Commissario straordinario sarebbe stato scelto il Sindaco di Genova Marco Bucci, che grazie alle disposizioni del decreto ha potuto forzare al massimo tutte le normali procedure di assegnazione dei lavori, affidando per direttissima i lavori al consorzio Per Genova, nato per l’occasione con la partecipazione di Fincantieri e Salini Impregilo. La grande partecipazione emotiva e la consapevolezza dell’emergenza ha fatto inoltre sì che nessuno mettesse i bastoni tra le ruote al processo, a cominciare dai possibili costruttori alternativi, che hanno rinunciato a qualsiasi tipo di ricorso per non rallentare i tempi.

    «Bisogna inoltre considerare – aggiunge Busi – che la ricostruzione del Ponte è stata ed è costantemente sotto i riflettori dei media, non solo nazionali, e dell’opinione pubblica: altro elemento che, accanto alla presenza comunque garantita dei controlli antimafia, ha consentito di scongiurare i tentativi di infiltrazione da parte di imprese collegate ad ambienti criminali (tentativi che, comunque, ci sono stati). Inoltre il budget era oggettivamente limitato, se comparato alla globalità delle opere pubbliche italiane». 

    Veloci ad ogni costo?

    Tra gli addetti ai lavori c’è chi non teme che una riforma del codice degli appalti in direzione del “modello Genova” possa effettivamente generare rischi di corruzione. In un recente numero della rivista dell’ordine degli ingegneri della Liguria, il presidente dell’ordine di Genova Maurizio Michelini, per esempio, ha definito il modello Genova semplicemente “consentire alle persone di lavorare bene”. “Ma se per farlo – ha aggiunto Michelini – occorrono un Commissario straordinario e una legge speciale di deroga, allora vuol dire che siamo messi proprio male. Il ‘decreto Genova’ non è un ‘liberi tutti’, come alcuni erroneamente pensano, perché non consente di derogare alle leggi penali – come quelle di tutela di preminenti interessi tipo salute, ambiente, sicurezza delle costruzioni, paesaggio, beni culturali, antimafia, ecc. – né di agire al di fuori del quadro normativo sovraordinato di matrice europea, internazionale e costituzionale. Consente, invece, di ‘uccidere’ la burocrazia inutile, di interpretare e applicare le norme secondo buon senso e di seguire le migliori prassi internazionali senza rischiare di finire sotto processo e con i lavori bloccati” .

    Epperò, nel corso della nostra intervista, Busi lascia intendere che secondo lui è proprio a una sorta di “liberi tutti” che molti alfieri del modello Genova sembrano ammiccare. Anche lui sostiene la necessità di una razionalizzazione delle norme («Occorre trasparenza integrale di ogni spesa e di ogni acquisto pubblico, senza opacità di alcun genere. – ci dice – Altro punto importante, l’immissione di competenze professionali tecniche nella Pubblica Amministrazione, elemento fondamentale per consentire agli enti pubblici di gestire al meglio gli appalti») ma rispetto a Michelini o ai politici che spesso sembrano usare il modello Genova come un’arma elettorale, ha un’idea diversa su quali siano le vere radici delle inefficienze e delle lentezze italiane. «Detta in una battuta: è proprio la presenza delle organizzazioni mafiose e dei sistemi corruttivi a causare questa lentezza, e non l’insieme di norme che tentano di contrastare quei sistemi – sintetizza – È innegabile che l’architettura di norme e procedure presenti nel nostro Paese sia complessa e, a volte, di difficile comprensione, ma non va certo dimenticato che quel sistema così complesso (complesso non certo per la presenza delle norme antimafia e anticorruzione) è reso tale dall’incapacità del decisore pubblico di porvi rimedio».

     Per non parlare poi di quando la lentezza è autoindotta, e diventa giustificazione di situazioni di emergenza e di conseguente deroga ai regolamenti. «A volte – conclude infatti Busi – si ha l’impressione che alcuni bizantinismi siano funzionali a poter affermare la necessità di derogare a tutte le norme, anche a quelle che bizantine non sono. E La storia del nostro Paese, anche quella recente, ha più volte dimostrato che “deroga” ed “emergenza” sono spesso state le parole d’ordine per aumentare i costi, arricchire amministratori corrotti, ingrassare imprenditori collusi e gruppi criminali, anche mafiosi».

     

    Luca Lottero