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  • Porto di Genova, il nuovo Piano Regolatore e il confronto con i grandi scali europei

    Porto di Genova, il nuovo Piano Regolatore e il confronto con i grandi scali europei

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaI grandi cambiamenti urbanistici che disegnano la Genova del futuro non riguardano sono il cuore della città. Quasi in parallelo al nuovo Puc, di cui abbiamo già avuto modo di parlare approfonditamente, negli scorsi mesi è stato presentato il nuovo Piano Regolatore Portuale (Prp). Una sorta di lascito del presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo, giunto ormai a fine mandato. Si tratta di un progetto complessivo sull’ordine di grandezza dei 2 miliardi di euro e che potrebbe essere traguardato nella sua interezza intorno al 2030.

    Sembra quasi di dire un’ovvietà scrivendo che senza il porto Genova morirebbe. Da qui a capire come, invece, dal suo primo e più caratterizzante motore economico-commerciale la città possa rinascere, il cammino è molto lungo. Anche perché, per troppi anni, tutto quello che accadeva oltre il lungomare è sempre stato visto come qualcosa d’altro, di assolutamente slegato dal resto della vita urbana. E la sfida del nuovo PRP è proprio questa: ricreare una simbiosi tra Genova e il suo porto, non solo a livello ideale ma anche fisico, facendo tornare cittadini e turisti a camminare nel cuore del fronte del mare, allargando a tutto (o quasi) il territorio il riuscito esperimento del Porto Antico. Certo, allora i soldi c’erano e, anche grazie ai grandi eventi, le casse pubbliche erano piuttosto rigogliose. Adesso, invece, pensare di recuperare 2 miliardi di euro di soldi pubblici sembra ben più di un’utopia. Eppure a crederci sono in molti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Che cos’è il Piano Regolatore Portuale

    porto-3Il Prp altro non è che lo strumento previsto per la pianificazione portuale, ossia quel documento che ogni Autorità portuale, organo di governo di emanazione statale, dovrebbe adottare per decidere le linee future di sviluppo dal punto di vista economico-commerciale ma anche e soprattutto infrastrutturale.

    Dopo la crisi di fine secolo, negli anni duemila lo sviluppo del porto inizia a delinearsi in maniera più ordinata, individuando tre principali aree contenitori tra calata Bettolo e Sanità, il Multipurpose di Messina e la penisola di Voltri e arrivando ad abbattere il muro di 1,5 milioni di container. Senza naturalmente dimenticare la parte turistico-attrattiva sostanzialmente concentrata nella riqualificazione del Porto Antico.

    Ma perché oggi si è ritenuto di realizzare un nuovo piano regolatore considerando che quello precedente non è ancora stato portato a termine? La risposta arriva direttamente dal presidente uscente di Autorità portuale, Luigi Merlo: «Il Prp vigente prevedeva l’ingresso in porto di navi al massimo da 4 mila, 5 mila Teu (un Teu, o unità equivalente a venti piedi, corrisponde a un container standard lungo poco più di 6 metri e con una capacità di circa 40 metri cubi – ma esistono anche container da 2 Teu, ndr). Oggi, invece, nel nostro porto scaricano navi da 14 mila Teu e la tendenza per il Mediterraneo è quella di arrivare presto almeno ai 20 mila Teu. Ciò vuol dire navi da 400 metri di lunghezza e 60 di larghezza, mentre prima eravamo abituati a portacontainer tra i 250 e 280 metri».

    Il fenomeno del gigantismo navale, oltre che con le innovazioni tecnologiche che hanno consentito di realizzare navi sempre più lunghe con profondità di pescaggio (parte della nave che rimane immersa sotto il pelo dell’acqua) sempre più ridotte, si spiega con nuove alleanze trasportistiche strategiche con cui le grandi compagnie commerciali hanno scelto di affrontare la crisi e l’aumento del costo del petrolio.
    Per non rimanere fuori dai giochi, dunque, Genova ha bisogno di rinnovare sensibilmente le proprie infrastrutture, offrendo maggiori spazi di manovra e attracchi più semplici.

    Il Porto di Genova in Europa e nel Mediterraneo

    porto-ferrovia-binari-containerNel 2014, secondo i dati riportati dallo stesso Merlo, il porto di Genova ha aumentato i propri traffici merci del 10% rispetto all’anno precedente, giungendo alla movimentazione complessiva di quasi 2,2 milioni di Teu. Una crescita confermata anche nel primo trimestre del 2015. Viene così consolidato il secondo posto nella graduatoria dei porti italiani, la cui leadership è saldamente in mano a Gioia Tauro che, tuttavia, l’anno scorso si è fermata poco sotto i 3 milioni di container movimentati (superati invece nel 2013). Terzo posto per La Spezia, unica altra realtà italiana a sette cifre, con i suoi 1,3 milioni di Teu.
    «Il porto di Genova – sostiene Merlo – può essere considerato quello che ha avuto la maggior crescita negli ultimi anni in Italia e in Europa, almeno per quanto riguarda i dati più significativi. Abbiamo realizzato opere infrastrutturali molto importanti come il dragaggio (scavo dei fondali, ndr) di 3,5 milioni di metri cubi di materiale, conferito poi nelle calate Bettolo, Ronco e Canepa. Grazie a significativi investimenti dei privati, possiamo scaricare navi con container che arrivano fino a 22 metri di altezza». Ma non basta. «Nel giro di 7, 8 anni – azzarda il presidente – potremmo tranquillamente arrivare a una movimentazione di 3 milioni di container: a struttura portuale invariata, però, significherebbe una paralisi totale non solo del porto ma, probabilmente, anche di tutta la città, quantomeno dal punto di vista trasportistico e della viabilità».

    Dunque, per restare al passo della concorrenza, Genova deve per forza di cose guardare oltre al piano regolatore degli anni 2000, non ancora completato. Anche perché se in Italia il confronto è solo con Gioia Tauro, i cui dati peraltro sono influenzati anche dal cosiddetto “trasbordo” (scarico di un container da una nave, passaggio a terra e ricarico su un’altra porta contenitori), la musica cambia quando guardiamo al Mediterraneo e all’Europa.

    terminal rinfuse
    terminal rinfuse

    All’interno del mare nostrum, la Superba si difende ancora discretamente restando nella top-ten della movimentazione di contenitori (nel 2014 la leadership spetta ai due porti spagnoli di Algeciras e Valencia, rispettivamente con 4,5 e 4,2 milioni di container) ma perde terreno da rivali storiche e da realtà emergenti come Port Said (Egitto, 4,1 milioni di container), Ambarli (Turchia, 3,4 milioni), Tangeri (Marocco, 3,1 milioni) e Malta (2,5 milioni stimati).

    «Storicamente – analizza il professor Francesco Parola, docente di Economia marittima e portuale all’Università di Napoli “Parthenope” e membro di Porteconomics – Genova e Marsiglia (1,1 milioni di contenitori nel 2014, ndr) sono stati i due porti principali del Mediterraneo ma negli ultimi anni Barcellona (1,8 milioni, ndr) e Valencia hanno avuto una crescita formidabile: proprio Valencia che aveva una movimentazione pari a circa il 60/70% di quella di Genova, oggi ne ha il doppio. Genova paga molto il fatto di essere un porto di transito: il contenitore viene scaricato e resta chiuso, la merce non lascia molto valore sul territorio perché Milano è molto vicina e le lavorazioni vengono fatte direttamente nel mercato di destinazione. Ultimamente si stanno affacciando sul mercato in maniera molto concorrenziale l’Egitto e il Marocco, anche se più che per Genova rappresentano soprattutto un elemento di disturbo per altri porti italiani di trasbordo come Gioia Tauro, Taranto e Cagliari».

    Ben differente è la situazione se si allarga il campo d’azione all’Europa del Nord. Qui, padroni incontrastati, troviamo i tre grandi porti di Rotterdam (Olanda, 12,3 milioni di contenitori nel 2014), Amburgo (Germania, 9,7 milioni) e Anversa (Belgio, 8,9 milioni): Genova si trova al 16° posto, dietro anche a Brema (Germania, 5,7 milioni), Felixstowe (Inghilterra, 3,7 milioni), Pireo (Grecia, 3,5 milioni), Le Havre (Francia, 2,5 milioni) e San Pietroburgo (Russia, 2,4 milioni).
    «Il nord Europa è un altro pianeta – conferma il prof. Parola – perché ha una scala enormemente superiore sia a livello di movimentazione container che di progetti di sviluppo infrastrutturale. Basti pensare a Rotterdam con il Maasvlakte 2 – progetto faraonico (2,9 miliardi di euro, ndr) di potenziamento esponenziale del porto fluviale olandese finanziato dalla Banca europea degli investimenti – si punta a passare dagli odierni 12 milioni di Teu a una capacità di 30 milioni, nel giro di circa 15 anni. Certo, il vantaggio della collocazione geografica fa molto: non ci sono Alpi e Appennini da superare e, soprattutto, la merce può essere trasportata via fiume (oltre il 40% mentre il 20% dei trasporti viene effettuato via treno e il restante 40% con camion) con chiatte dalla capacità di 400, 500 container l’una. Qualcosa di simile avviene anche ad Anversa, il cui porto è stato creato svuotando la sponda destra della Schelda: ora, il piano di sviluppo (1,6 miliardi, ndr) prevede di passare alla sponda sinistra. Qui Msc, il secondo armatore del mondo, ha il terminal dedicato più grande in assoluto che, da solo, muove tutto il traffico contenitori della Liguria, ossia circa 4 milioni di Teu».

    Il nuovo Piano Regolatore portuale di Genova

    porto-container-d1Vediamolo, allora, più da vicino questo nuovo piano regolatore che dovrebbe consentire a Genova di fare il grande salto di qualità e, se non certamente raggiungere i livelli dei grandi porti del Nord Europa, quantomeno non perdere il treno delle grandi navi.

    Partiamo da una cifra. Due miliardi di euro, gli oneri stimati per realizzare complessivamente il nuovo Prp, compreso il riassetto del waterfront attraverso il Blue Print di Renzo Piano.
    L’intervento più significativo, dal punto di vista infrastrutturale, riguarda la costruzione di una nuova diga foranea che verrà spostata più verso mare di 500 m rispetto alla barriera attuale e si porterà via metà dei finanziamenti necessari (1 miliardo per 8 anni di lavoro). A ciò si aggiungeranno gli interventi per la realizzazione di un nuovo ingresso per le grandi navi a Ponente (250 milioni di euro, 3 anni di lavoro), in zona Sampierdarena. Di conseguenza, il Prp prevede la creazione di bacini di evoluzione (ovvero specchi acquei di manovra delle navi) molto più ampi di quelli odierni.

    «Questo – sostiene Parola – è il vero elemento innovativo del nuovo piano regolatore portuale di Genova. Fino al 2010 tutti i piani di sviluppo sono stati “di terra”, con riempimenti e svuotamenti, il nuovo Prp invece ha come elemento centrale un nuovo assetto delle infrastrutture marittime: ingresso da Ponente e da Levante molto potenziati, spostamento della diga, sviluppo lineare delle banchine e ottimizzazione e ingrandimento dei tre poli contenitori».

    Le banchine cambieranno da una conformazione a pettine a un’impostazione sempre più lineare per favorire l’ingresso delle grandi navi che hanno bisogno di scali semplici e rapidi. «È meglio avere 2,2 km di banchina lineare – spiega Parola – piuttosto che 5 km di banchina frastagliata, tipica di un vecchio sistema di concepire i porti, come vediamo a New York o nella parte vecchia di Rotterdam». Questa rivoluzione riguarderà principalmente il bacino di Sampierdarena, con l’entrata in funzione di calata Bettolo e la possibilità di dar luogo al riempimento degli spazi che separano gli attuali pontili: qui, infatti, i “pettini” sono nati per ospitare navi lunghe al massimo 200 metri mentre già oggi entrano navi anche da 280 metri con operazioni non certo semplici da gestire.

    Quartiere di PràSe, da un lato, l’obiettivo di fondo del nuovo Prp è quello di far tornare a dialogare gli spazi di fruizione cittadina con le zone di attività portuale al di là di ciò che già avviene al Porto Antico, dal punto di vista urbanistico il piano regolatore punta molto su una nuova concezione di porto-isola, che dovrebbe realizzarsi sia nel nuovo waterfront di Levante, sia al porto di Pra’. Quello che è stato anche ribattezzato “piano dell’acqua” prevede, infatti, il prolungamento del canale di calma trasformando il Vte (sigla con cui viene definito il terminal ponentino) da penisola a isola, con un prolungamento verso ponente in cui potrebbero attraccare le navi più grandi, senza alcun vincolo di altezza trovandosi all’esterno del cono aereo del Cristoforo Colombo che, invece, influenza sensibilmente gli scali più centrali del porto. Lato terra si concretizzerà, invece, un percorso pedonale di oltre 3 km che dalla nuova stazione di Voltri attraverserà tutto il litorale fino ad arrivare alla Fascia di Rispetto di Pra’.
    Progetto simile per l’area che separa la Fiera dal Porto Antico, in cui dovrebbe sorgere un nuovo percorso ciclo-pedonale che si affaccerebbe su un canale di separazione tra la città e l’area portuale.

    porto-petroli-multedoDelicata sarà la decisione sullo spostamento del polo chimico di Multedo. La prima ipotesi prevede il mantenimento dell’attività nella zona di Ponente, con i depositi che verrebbero trasferiti da un’area urbana a un’area portuale. L’alternativa, molto criticata prevede il trasloco a Sampierdarena o nei bacini centrali o sotto la Lanterna, al posto della centrale Enel che potrebbe essere dismessa anche prima del previsto 2017. Ci sarebbe poi sempre l’opzione zero ovvero la chiusura di Carmagnani e Superba, le due realtà che si occupano di stoccaggio di prodotti di chimici, ma chi se ne assumerebbe la responsabilità?

    Sul tema della sostenibilità ambientale, grandi speranze vengono poste anche nell’elettrificazione delle banchine che, seppur con ingenti costi di realizzazione (12 milioni di euro), consentirebbe una radicale diminuzione dell’inquinamento prodotto dalla navi attraccate in porto. La sfida, in questo caso, è riuscire a coniugare l’aspetto ambientale con l’economicità dell’intervento.

    Infine, è prevista anche la realizzazione di postazioni per Lng (Gas naturale liquido) per lo sviluppo futuro di navi che utilizzano il metano per la propulsione e che potrebbero trovare ospitalità a Cornigliano, nei pontili centrali di Sampierdarena o a calata Oli Minerali con la trasformazione degli attuali depositi per olio combustile e gasolio.

    Le grandi incognite: trasporti e terminalisti

    treno-fuorimuro-portoDetto delle principali caratteristiche del nuovo Piano regolatore portuale, veniamo alle note dolenti, ovvero alle grandi incognite da cui dipenderà buona parte del futuro dei nostri bacini. Lo spostamento della diga e la trasformazione degli approdi, infatti, non saranno sufficienti da soli a traguardare l’obiettivo, forse eccessivamente ambizioso, dei 6 milioni di container se il porto di Genova non sarà in grado di rivedere sensibilmente le vie di comunicazione con le infrastrutture che dal porto stesso entrano ed escono.

    «Il vero problema – sottolinea il professor Parola – è una coerenza infrastrutturale tra lo sviluppo del porto e la città che gli sta alle spalle. Autorità portuale non ha alcuna competenza sull’urbanistica della città e può solo cercare di esercitare un’azione lobbistica verso le istituzioni. Chi, invece, dovrebbe mettere tutto a sistema è la Regione, facilitando il dialogo tra Autorità portuale, Comune di Genova e gestori delle varie infrastrutture trasportistiche di terra. Purtroppo però vi sono opere infrastrutturali come la ristrutturazione del nodo ferroviario di Genova, il Terzo Valico, la gronda autostradale e il nodo di San Benigno, tanto per citare le più note, che vanno ben oltre la Regione stessa. Per cui, quello che manca a questo Prp, ma purtroppo deve mancare perché se anche fosse stato scritto sarebbe stato illegittimo o un puro esercizio si stile, è la chiarezza su come verranno gestiti a terra i potenziamenti che si realizzeranno grazie alle innovazioni della parte a mare».

    La difficoltà deriva dal fatto che il porto deve sintetizzare la sostanziale dicotomia tra la bassa frequenza di arrivo della merce che viene riversata a terra in gradi quantità e l’alta frequenza di uscita a quantità, però, modestissime. Per questo motivo è necessario potenziare al massimo i sistemi di trasporto che consentono la movimentazione del maggior numero di contenitori per singolo viaggio: in altre parole, visto che non possiamo sfruttare le chiatte fluviali del nord Europa, dobbiamo diminuire i camion e aumentare sensibilmente i treni. «Fino alla Seconda guerra mondiale – ricorda Parola – a Genova anche l’80-90% dei trasporti avveniva con la ferrovia. Dagli ’60 è iniziato il declino vertiginoso di questa infrastruttura. Negli anni ’90 si è risaliti arrivando a un 30% ferrovia, 70% camion ma dal 2001 c’è stato un nuovo crollo. Oggi probabilmente non riusciamo a toccare più nemmeno il 20%».

    Nei porti che funzionano il treno arriva in banchina mentre a Genova abbiamo notevoli problemi di smistamento e di comunicazione tra scalo ferroviario interno ed esterno: la ferrovia, però, è efficace solo se il traffico della merce è regolare e il treno sempre carico e saturato, altrimenti diventa più vantaggioso il camion perché avendo una capacità limitata è molto più facile non farlo viaggiare a vuoto. «Tutte le volte che sono andato su uno scalo ferroviario merci – dice Parola – non ho mai visto succedere nulla. Questo avviene perché c’è un concetto di ciclo industriale della ferrovia che è errato alla radice: sul binario non puoi stare fermo un giorno; devi caricare o scaricare in 4, 5 ore e poi andare via. O, tutt’al più, caricare di notte e far partire i treni al mattino: così si vince anche la concorrenza dei camion che, a una certa ora, non possono più entrare in porto perché i cancelli chiudono».

    Genova non può permettersi di perdere la sfida ferroviaria. Mentre, infatti, i grandi porti del nord Europa arrivano praticamente in pianura fino alla Svizzera, noi siamo stretti tra gli Appennini e le Alpi: i due valichi ferroviari alpini, Sempione e Gottardo, sono oggetto di raddoppio e tra pochi anni andranno a regime. Questa sarebbe un’ottima opportunità da sfruttare per le esportazioni ma se non siamo pronti con i collegamenti interni il forte rischio è che la merce, invece di uscire, da questi valichi ci entri arrivando dal nord Europa.

    La soluzione, secondo Parola, è una sola ma fa molto paura: Terzo Valico. «Se fossimo razionali e coordinati come i tedeschi, è vero che il Terzo Valico non sarebbe assolutamente necessario e potremmo ottimizzare le linee esistenti, ma per come siamo fatti abbiamo bisogno di infrastrutture vuote da iniziare a riempire. Senza il Terzo Valico, il Porto di Genova non può avere futuro. Va anche detto che il Terzo Valico, da solo, non risolverà tutti i problemi: una volta che ci sarà l’infrastruttura, bisognerà che i terminalisti, l’Autorità portuale e gli operatori intermodali si coalizzino per far sì che il porto Genova possa espandere il proprio traffico commerciale verso il nord, attraverso l’asse del Sempione, in Svizzera, Austria e la Baviera. Non possiamo guardare solo alla Lombardia».
    Le merci, infatti, non scelgono le traiettorie più corte ma quelle più veloci. Per questo, tre quarti dei contenitori che passano per il Mediterraneo vengono scaricati nei porti del Nord Europa. Basti pensare che il primo porto cinese d’Europa è Amburgo che, a livello di rotte, è anche il più lontano. «A Rotterdarm – prosegue Parola – il tempo medio di sosta di un container è tra la metà e un terzo rispetto a quello di Genova: per cui, anche se la navigazione è più lunga, la merce arriva prima a destinazione. Tra l’altro, le navi che vanno verso Nord sono più grandi e più veloci di quelle che si fermano nel Mediterraneo, per cui risultano molto più efficienti. Insomma, le grandi navi da 18 mila, 22 mila Teu arriveranno a Genova solo se il nostro porto sarà in grado di allargare il proprio mercato oltralpe. Certo un po’ di crescita fisiologica ci sarà ma un altro gradino non lo possiamo fare senza andare in Svizzera. Per giustificare una toccata a Genova, una grande nave dovrà poter scaricare a Genova almeno 4 mila, 5 mila Teu, non si può certo accontentare degli attuali 800 Teu».

    terminal Messina
    terminal Messina

    Altra grande incognita è rappresentata dalla presenza, permanenza e futuro arrivo di grandi terminalisti tra le nostre banchine. «Fino al 2000 – spiega Parola – tutti i terminal erano multi-user, cioè il terminalista cercava di saturare lo spazio a disposizione rivolgendosi a diversi armatori. Questa logica è venuta in parte meno anche in seguito al fenomeno del gigantismo navale perché ogni armatore ha accresciuto le proprie esigenze di servizi, chiedendo terminal dedicati. Genova è sempre stata molto restia a rispondere a questa esigenza, a parte l’eccezione di Messina, unico armatore che è anche terminalista. Però, non può esistere che Maersk chieda il terminal e non glielo si dia e che a Msc glielo si conceda dopo anni. Il risultato è che Maersk dal 2018 va a Savona. Il tema non è molto discusso ma stiamo parlando dell’attuale primo cliente del porto di Genova che, temo, porterà via buona parte dei propri traffici. Certo molto dipenderà da come Savona si giocherà i collegamenti ferroviari e da quanto traffico Msc porterà da Spezia a Genova, ma è un elemento da non sottovalutare per il futuro del nostro porto».

     

    Simone D’Ambrosio

  • La Genova della Grande Guerra: l’industria e il sacrificio umano, come eravamo cento anni fa?

    La Genova della Grande Guerra: l’industria e il sacrificio umano, come eravamo cento anni fa?

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    “Popolo grande di Genova, Corpo del risorto San Giorgio; Liguri delle due riviere e d’oltregiogo […]oggi dice la fede d’ Italia: “Qui si rinasce e si fa un’ Italia più grande”. Con queste parole, il 5 maggio di cento anni fa, Gabriele D’Annunzio incendiava la folla accorsa allo scoglio di Quarto, per l’inaugurazione del monumento dedicato alla spedizione garibaldina dei Mille. Pochi giorni dopo, il 24 maggio, il Regio Esercito italiano iniziava le operazioni militari contro l’Impero Austro-Ungarico, facendo seguito alla dichiarazione di guerra proclamata il giorno precedente. Si apriva così il fronte italiano della Grande Guerra, che da un anno stava insanguinando l’Europa, e che presto sarebbe diventata il primo conflitto su scala mondiale.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    Oggi sappiamo come andò, e quali furono i costi di quella epopea: oltre un milione di morti, tra soldati e civili (di cui molti falciati dalla epidemia di Spagnola del 1918), e una vittoria che rimase “mutilata” dal disegno post bellico della diplomazia internazionale. Un fallimento della politica e dell’economia imperialista europea, che fece germogliare i semi del totalitarismo fascista.

    Genova, lontana dal fronte, non divenne teatro fisico di questo conflitto, ma partecipò in prima linea alla mobilitazione totale che la giovane nazione italiana faticosamente sostenne in quegli anni. Lo fece con le sue industrie, con la sua terra, con la sua gente.

    A poter viaggiar nel tempo, girando per le strade del capoluogo ligure in quei giorni, gli occhi del visitatore vedrebbero ovunque un gran fermento; all’epoca, infatti, l’assetto urbano della città era in gran trasformazione. L’Esposizione Universale di Marina e Igiene Marinara e delle Colonie dell’anno precedente, aveva lasciato in eredità ai genovesi due grandi infrastrutture: lo Stadium, un enorme impianto sportivo edificato in quella che oggi è Piazza della Vittoria, e la Telfer, un trenino su monorotaia rialzata, che collegava la zona di fronte alla stazione Brignole, sede dell’esposizione, al Molo Giano, passando per quella che oggi è la Fiera del Mare. Entrambe le costruzioni fecero la loro parte durante gli anni del conflitto: lo Stadium, fu demolito per far spazio, dal 1916, ad una piazza d’armi, dove le reclute completavano il loro addestramento prima di partire per il fronte, mentre la piccola ferrovia fu convertita per il trasporto del carbone, necessario per le industrie della Val Bisagno, smantellata a fine conflitto. Anche i cantieri erano in forte attività, per garantire allo sforzo bellico del paese tutto il materiale necessario: oltre a quelli della Foce, situati dove oggi troviamo Piazzale Kennedy, furono soprattutto le catene di montaggio dell’Ansaldo a crescere grazie alle commesse dell’Esercito. Dai 30 milioni di lire di capitale sociale pre-guerra, si arriverà a 500 milioni, grazie ai ricavi ottenuti dalla produzione del 46% di tutta l’artiglieria prodotta dal paese: 3000 aerei, 96 navi da guerra e 10 milioni di munizioni. I dipendenti passarono da 17 mila del 1914 agli oltre 80 mila del 1918.

    Il conflitto, come sappiamo, divenne subito guerra di logoramento, e Genova, come tutte le grandi città del paese, fu “spremuta” per sopportarne lo sforzo: oltre all’arruolamento di massa (è difficile calcolare precisamente quanti genovesi partirono per il fronte, le stime sono dai 30 mila agli 80 mila, contando anche tutto il genovesato), vennero organizzate requisizioni  forzate di automezzi agricoli, bestiame da traino e da macello, cosa che depauperò ulteriormente l’economia ancora fortemente contadina della città. Nel 1918, quando tutto il paese era allo stremo, venne disposto l’obbligo per i proprietari di “donare” i cadaveri del bestiame, censito nel 1914, per poterne estrarre grasso per le industrie di armi. Anche le difese della città, inizialmente rafforzate, vennero via via smantellate, per fornire il fronte di più armi possibili. Questo avvenne soprattutto dopo Caporetto, nonostante la forte opposizione delle autorità cittadine, che temevano attacchi aerei, come successo a Napoli, città decisamente distante dal fronte, bersagliata dalle bombe di un dirigibile tedesco.

    Ma il “prodotto” principale di questa guerra fu l’immane tragedia umana. Genova, lontana dalle trincee, non poté sottrarsi dal penoso spettacolo dei convogli di ritorno dal fronte: centinaia di feriti e mutilati, accolti in ospedali militari adibiti in alcune scuole della città, tra cui la Garaventa, la Dapassano, la Mameli e la Chiabrera. La cosa non fece scalpore: fin dall’inizio del conflitto, infatti, molte infrastrutture scolastiche erano state requisite per far spazio a caserme, depositi e corpi di comando.

    piazza-vittoriaMa oggi, cosa rimane di quegli anni? Quali sono le tracce lasciate dalla Grande Guerra? Decine sono le lapidi, le targhe e i monumenti eretti per eternare il sacrificio dei giovani soldati, sparse per la città e i suoi sestrieri: all’epoca comuni indipendenti, quasi tutti i quartieri di Genova hanno il proprio monumento ai caduti: Sturla, Nervi, Cornigliano, Voltri, Pegli, Sestri Ponente, Quinto, Rivarolo, Bolzaneto, Prà e Pontedecimo.

    Il monumento più famoso e simbolico è senza dubbio l’Arco della Vittoria, detto anche Arco dei Caduti: ideato nel 1924, inaugurato nel 1931, è la costruzione centrale della gigantesca omonima piazza, cornice della Scalinata del Milite Ignoto, oggi conosciuta come “Le Caravelle”. Lo stile e il contesto storico in cui sorse, legano indissolubilmente questo manufatto al fascismo (tanto che tra i volti dei bersaglieri rappresentati nel fregio del lato ovest, spunta puntuale un ritratto del duce), facendo dimenticare tutte le tragedie che dovrebbe rappresentare; 680 mila, per la precisione, quanti furono gli uomini tramutati in soldati dalla legge e costretti a morire nel fango delle trincee o nei ghiacci delle alpi.

    Esistono inoltre dei frammenti urbani che raccontano storie più piccole: è il caso dell’ex orfanotrofio di Granarolo, dedicato ad Angelo Campodonico, giovane ufficiale genovese, morto ventenne sul Carso, nel 1917: una struttura composta da due edifici uguali, separati da una piccola chiesa, dove riposa il soldato, voluta e fatta costruire dal padre, e visibile da ogni parte della città vecchia. All’esterno, un cannone austriaco, trofeo della vittoria, è puntato sulla città, forse per ricordare il pericolo scampato e il significato del sacrificio di quella giovane vita spezzata, e non solo della sua.

    monumento-mutilatoIl luogo che più di tutti evoca le tragedie e le contraddizioni della Grande Guerra, rimane però la Casa del Mutilato, situata all’inizio di Corso Aurelio Saffi: edificio inaugurato nel 1938, sede della Associazione Nazionale Fra Mutilati e Invalidi di Guerra (la precedente sede genovese era in via San Donato), oggi è una quinta quasi dimenticata della vita frenetica della città. Sulla facciata, tra due teste di medusa, campeggia la scritta “La Guerra è una lezione della Storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”, autore Carlo Del Croix, fondatore dell’ANMIG, orrendamente mutilato durante la guerra, divenuto orgogliosa bandiera del fascismo prima, e del Partito Monarchico poi.  Al suo interno troviamo opere dedicate alla tragica sorte dei soldati, tra cui il Monumento al Mutilato, dove un fante esausto è sorretto da una magra e anziana signora incappucciata e un soldato, che gli indica, con un braccio senza mano, il futuro di sofferenza che ha davanti. Autore della scultura Eugenio Baroni, lo stesso che realizzò il monumento di Quarto dedicato ai Mille, sotto il quale, tra l’entusiasmo inconsapevole della folla, la corsa verso l’inferno delle trincee era incominciato.

     

    Nicola Giordanella

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60 di Era Superba

  • Gioco d’azzardo a Genova: legge delega scaduta, il regolamento del Comune è salvo

    Gioco d’azzardo a Genova: legge delega scaduta, il regolamento del Comune è salvo

    slot-house-bailammeAggiornamento 27/06: nella notte è definitivamente decaduta la delega fiscale e il decreto all’articolo 14 della delega in tema di giochi pubblici non è approdato al Consiglio dei ministri. Il Regolamento del Comune è dunque salvo. //

    Come vi abbiamo già raccontato, la validità e l’efficacia delle disposizioni con cui il Comune di Genova è riuscito a contrastare l’apertura di nuove sale slot potrebbe essere messa a serio repentaglio da una ben più morbida legislazione nazionale che toglierebbe agli enti locali la possibilità di incidere sui procedimenti di autorizzazione.
    Il che, in pratica, comporterebbe l’abolizione del “distanziometro” previsto dal Regolamento genovese«Secondo i controlli effettuati dalla Polizia Municipale – ha detto l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini su 702 attività controllate, 639 nel 2017 non avrebbero la possibilità di rinnovare la licenza». Stanto alla situazione odierna, se il Regolamento dovesse rimanere in vigore (e ciò potrebbe verificarsi anche per effetto della forte azione di pressione dell’Anci e in virtù del fatto che il governo andrebbe esplicitamente contro ad una delle indicazioni precisate dal Parlamento nella richiesta di una legge delega sul tema), a partire da maggio 2017 Genova potrebbe diventare una città sostanzialmente “slot free”: in quella data, infatti, scadranno le ultime autorizzazioni e le nuove richieste dovrebbero rispettare i parametri imposti dal Regolamento stesso.

    Nell’ultimo numero del nostro bimestrale abbiamo dedicato un approfondimento al delicato tema delle sale gioco e al Regolamento del Comune per combattere il proliferare di attività legate al gioco d’azzardo. Vi proponiamo qui un ampio estratto.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    Sono 5400 le slot machine a Genova, pari a una ogni 111 abitanti. Secondo la Consulta Antiusura sono questi i dati di una delle più grandi piaghe sociali contemporanee: la diffusione e la conseguente dipendenza dal gioco d’azzardo. Sono oltre mille i bar, tabacchini e cartolerie che nella nostra città hanno installato almeno un dispositivo per il gioco lecito, mentre le sale gioco specializzate sono poco meno di una sessantina. A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri, per una spesa pro-capite di 755 euro all’anno per ciascun genovese.

    Per contrastare la diffusione delle macchinette mangiasoldi e salute, il Comune di Genova è stato tra i primi in Italia a emanare un Regolamento per disciplinare e limitare l’esercizio del gioco d’azzardo in città. Dalla sua entrata in vigore, il 24 maggio 2013, nel territorio comunale non è stata aperta nessuna nuova sala giochi. Non stupisca, dunque, che la normativa comunale sia stata impugnata davanti al Tar dalle imprese del settore: il primo grado della giustizia amministrativa ha, nella sostanza, dato ragione a Tursi ma la palla ora è passata al Consiglio di Stato.
    Nel frattempo, tutto quanto fatto di buono dalla civica amministrazione potrebbe essere spazzato via dal governo. Nella riforma di legge che riguarderà i Monopoli di Stato, infatti, molta attenzione viene rivolta al gioco d’azzardo. La nuova normativa nazionale potrebbe cancellare i provvedimenti locali. In particolare, verrebbero meno gli ostacoli posti dal Comune di Genova alla diffusione delle sale da gioco nei pressi dei luoghi cosiddetti sensibili.

    Se è vero, però, che il regolamento odierno è assolutamente un elemento virtuoso nel contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo, va detto che non tutte le tipologie di gioco d’azzardo vengono contrastate in egual misura. L’attuale normativa locale, infatti, prevede una sostanziale differenziazione tra le restrizioni per le sale giochi e quelle per i locali pubblici che ospitano slot machine pur avendo un altro core business.

    Sale gioco: il Regolamento del Comune

    Per quanto riguarda la prima categoria – in cui, ad esempio, rientrano sale video-lottery, sale bingo, agenzie per la raccolta di scommesse sportive, negozi monotematici… insomma tutti quei locali in cui l’attività prevalente è mettere a disposizione degli avventori i cosiddetti “giochi leciti” – il regolamento genovese è piuttosto restrittivo. Oltre ai consueti vincoli di orario (l’attività può essere svolta solo dalle 9 alle 19.30), questi spazi non possono sorgere all’interno di immobili di proprietà comunale e a meno di 300 metri da scuole, università, luoghi di culto, cimiteri, impianti sportivi, centri giovanili o istituti frequentati da giovani, strutture residenziali in ambito sanitario o socio-assistenziale, strutture ricettive, balneari e spiagge, giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati e altri spazi verdi pubblici attrezzati. La distanza scende a 100 metri, invece, da sportelli bancari, postali o bancomat, agenzie di prestiti di pegno o attività in cui si eserciti l’acquisto di oro, argento, oggetti preziosi per evitare una connessione troppo diretta tra la disponibilità di denaro e la possibilità di giocarlo.
    Inoltre, è vietata l’installazione di qualsiasi gioco all’esterno (ad esclusione dei giochi per bambini) e qualsiasi forma di pubblicità ad esclusione di quella delle vincite che, tuttavia, deve essere accompagnata anche dalla descrizione degli importi giocati. Ben visibili, invece, devono essere la probabilità di vincita e il materiale informativo predisposto dalla Asl sui rischi correlati al gioco.
    Diversa, invece, la situazione per bar, tabacchini e altri esercizi commerciali che decidano di installare una o più slot machine al proprio interno. Questa tipologia di macchinette, note con il nome di “new slot”, non possono dispensare premi in denaro superiori a 100 euro per partita e devono erogare un quantitativo complessivo di premi non inferiore al 75% delle giocate. Di per sé, i giochi disponibili per questo tipo di terminali non dovrebbero ricomprendere il poker e le sue regole fondamentali, ma sappiamo benissimo che tutti i dispositivi in fondo non sono altro che un tentativo di malcelato scimmiottamento del più classico gioco di carte. Con gli stessi vincoli di orario delle sale giochi, le new slot non possono in ogni caso essere collocate in edifici pubblici, all’interno di ospedali, luoghi di cura o di culto, istituti scolastici o strutture universitarie. Divieto di installazione di macchinette anche in locali di proprietà della pubblica amministrazione o delle sue società partecipate e in aree pubbliche lasciate in concessione a privati, compresi dehors, circoli privati, sedi di associazioni, società di mutuo soccorso e pubbliche assistenze.

    «Il regolamento comunale – dice Giorgio Schiappacasse, direttore del Sert genovese  – è virtuoso perché l’amministrazione ha fatto quello che poteva con i mezzi a disposizione. Il problema è che c’è ben altro oltre le sale gioco: basti pensare solamente al gioco online. D’altronde stiamo parlando di un settore che non ha alcun rischio di impresa perché le vincite vengono calcolate in base all’incasso. Non è vera economia perché i soldi che circolano nelle macchinette potrebbero essere spesi per comprare un chilo di pane, un paio di scarpe e far circolare l’economia reale. Senza considerare che lo Stato degli 80-90 miliardi l’anno che movimenta questo settore incassa poco più del 10%».

    Ma non è solo una questione economica. C’è soprattutto un problema di salute e togliere agli enti locali la possibilità di dire la propria in questo campo, come rischia di fare la nuova normativa nazionale, potrebbe essere molto pericoloso considerato anche che l’autorità ultima in fatto di tutela della salute dovrebbe essere il sindaco. «C’è un discorso di salute – conferma il direttore del Sert – che dovrebbe venire prima di certi interessi economici. E, invece, pensiamo che addirittura c’era un distributore automatico di “gratta e vinci” alla Poste centrali di piazza Dante. La ludopatia è una piaga in costante espansione e coinvolge persone dai 25 agli 80 anni. Un disastro anche sul piano educativo per i giovani perché si dà l’illusione che la vita possa risolversi con un atto magico e non investendo con fatica e impegno su se stessi. Il trucco è dire che c’è il giocatore patologico che si differenzia da quello “sociale” perché è malato. Ma, in realtà, tutti siamo influenzabili e tutti possiamo essere a rischio. Con questo sistema, invece, si tende a rassicurare chi gioca perché difficilmente riconoscerà di essere un ludopatico. Così ci si manleva da qualsiasi responsabilità e si prova a cancellare qualsiasi legame tra l’agente inquinante e il suo effetto nefasto, riversando la colpa su chi viene definito “diverso” perché ha problemi in quanto giocatore patologico».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Parchi liguri, le risorse non bastano più. I direttori lanciano sos alla Regione Liguria

    Parchi liguri, le risorse non bastano più. I direttori lanciano sos alla Regione Liguria

    Lago del Brugneto LiguriaNel 2013 la Regione Liguria aveva pensato di accorpare gli Enti Parco in un unico ente creando cinque sezioni territoriali. L’idea dell’ente unico doveva rispondere a un’esigenza di spending review dettata dallo Stato centrale. A quell’epoca la voce dei parchi liguri e dei comuni interessati si era levata per evidenziare le difficoltà che si sarebbero create con una direzione centrale che non poteva conoscere le reali e diverse esigenze di ciascun territorio. Lo “spauracchio” dell’ente unico è svanito, quando sempre nel 2013 la Regione è tornata sui suoi passi e ha rinunciato al progetto. Si è comunque deciso di dar luogo a una serie di razionalizzazioni e messa in comune di servizi per ridurre i costi. Gli enti parco sono rimasti quelli esistenti prima della bufera: Alpi Liguri, Antola, Aveto, Beigua, Monte Marcello-Magra e Portofino.

    A distanza di due anni siamo andati a sentire le loro voci, a farci raccontare come se la sono cavata e quale è la situazione attuale. La questione dal punto di vista politico è ancora aperta, la domanda che gli enti pongono all’unisono alla Regione Liguria è semplice: quale politica si intende adottare riguardo gli enti e il turismo ambientale?

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 60  di Era Superba

    «Da allora ci sono stati tagli diretti e indiretti sui bilanci degli enti – ci racconta Alberto Girani direttore dell’Ente Parco di Portofino – il primo diretto è quello del mancato trasferimento dell’ecotassa (finanze che derivano dalla raccolta differenziata) che corrisponde ad un 10% del totale, l’altro deriva dalla declinazione delle nuove politiche europee in Liguria, nella quale scompaiono i fondi per la biodiversità, che avevano dato respiro e significato negli ultimi anni all’azione dei parchi».
    Le voci di ciascun parco concordano sul fatto che i finanziamenti della Regione pur essendo sempre presenti sono appena, e a volte nemmeno (dipende dal parco stesso e dalle sue caratteristiche) sufficienti a coprire le spese ordinarie.

    La S.U.A.R e i lavori nei parchi

    La Stazione Unica Appaltante Regionale opera all’interno del settore Amministrazione generale della Regione Liguria, è stata pensata per cercare di avere un maggiore controllo sulle gare d’appalto della Regione.
    L’obbligo dei parchi di doversi affidare alla Suar, regola introdotta in quei mesi di bufera, per gli appalti economicamente più significativi (sopra i 40000 euro) ha comportato soprattutto il dilatarsi delle tempistiche delle procedure. «Sono due le cose che posso lamentare, da un lato le lungaggini eccessive derivate dall’obbligo dell’utilizzo della Stazione Unica – continua Girani – e dall’altro che non sempre gli esiti delle gare forniscono la soluzione migliore, soprattutto per un ente come il nostro che aveva instaurato un rapporto con alcune realtà locali snelle e operative». Anche Eligio Bertone direttore del parco Alpi Liguri, Paolo Cresta direttore del parco dell’Aveto e Roberto Costa direttore del parco Antola confermano le problematiche legate alla Stazione Unica. «Il ricorso alla Suar ha comportato un’evidenza dei bandi a livello regionale e sovraregionale – commenta Costa – con la conseguenza di appesantire notevolmente le fasi di monitoraggio delle offerte e alle gare, anche per via della crisi economica in atto, partecipano una gran quantità di imprese provenienti da ogni dove, spesso con scarsa conoscenza del territorio e frequentemente con ribassi d’asta tali da suscitare preoccupazione in merito alla buona esecuzione dei lavori, con il risultato che le imprese locali lavorano molto meno (e ciò il territorio lo percepisce come un danno) e quasi sempre nel ruolo di subappaltatori, mentre il rispetto dei tempi di lavoro è spesso disatteso (con rischio di perdita di fondi quasi sempre legati a tempi di conclusione e rendicontazione molto stretti), e la qualità va controllata in modo certosino per evitare lavori mal eseguiti».

    La situazione attuale

    Come detto, il problema di fondo è che gli enti parco tendono a sopravvivere, cioè a coprire a malapena le spese ordinarie (stipendi, costi vivi, comunicazione…) e i tagli hanno ovviamente aggravato la situazione. Manca una politica regionale orientata a “favorire” il turismo ambientale, potenziale fonte di ricchezza per la nostra regione. «Per i parchi non esiste nessuna seria politica di modernizzazione da parte della Regione e sembra assai lontana la presa d’atto che questo potrebbe essere il nostro turismo di punta – racconta amaro Girani – siamo sottoposti a poteri che non ci mettono nella posizione di reagire. Se si continua così, la chiusura dei parchi verrà attuata per progressivo soffocamento e innocuizzazione degli enti». Dal parco dell’Aveto Cresta aggiunge che non si può pensare di essere in ripresa finché non si potranno ripristinare almeno i fondi di bilancio utili alla permanenza degli enti e al loro bene operare, che sono già stati tagliati a partire dal 2010 e tuttora progressivamente di anno in anno «per ora riusciamo a sopravvivere – continua – ma ci sono state attribuite una serie di incombenze nuove o straordinarie che comportano sforzi lavorativi e organizzativi al di sopra delle capacità degli attuali organici». Sulla stessa linea Costa dell’Antola: «per il 2015 siamo riusciti a salvare sui bilanci regionali gli stessi importi del 2014 con la significativa differenza che da ormai tre anni molte delle attività erano finanziate dall’ecotassa che ora non c’è più, questo va a tagliare azioni come l’educazione ambientale, la manutenzione e la pulizia dei sentieri…»

    Tagliare ancora metterebbe in dubbio l’esistenza stessa degli enti. Nel 2014, dopo la querelle ente unico si percepiva da parte della Regione lo sforzo di permettere la sopravvivenza dei parchi. Grande sostegno finanziario arrivava dall’ecotassa. Diversa la prospettiva per quest’anno, che vede la sola conferma dei fondi 2014 e il sospetto che gli enti parco non siano ritenuti essenziali alla politica regionale è sempre più fondato: «in Regione ci sono due volontà – attacca Girani – quella politica che prevede di utilizzare gli enti parco per la realizzazione di politiche territoriali, l’altra, che emerge nei fatti, di dissolvere i parchi ritenuti non essenziali alla strenua di un ente qualunque, che deve estinguersi, anche se in maniera meno traumatica di come è stato fatto, unico caso in Italia, per le comunità montane. I comuni e tutte le realtà territoriali pensano che con la sparizione delle provincie non ci siano più riferimenti locali che possano sviluppare delle politiche locali efficaci – prosegue – si tratta di una questione politica aperta».
    Aperta e, più che altro, ben lontana da una definizione. Perché al momento non c’è nemmeno chiarezza sugli obiettivi che i singoli enti parco devono raggiungere.
    «I soldi che riceviamo li utilizziamo per tutelare l’ambiente e grazie a questo fornire servizi e opportunità ai cittadini; ma se dobbiamo iniziare a ragionare come un’azienda capace di produrre profitti allora cambia tutto, servono investimenti e a queste condizioni non è possibile. È un po’ come arare un campo con un carro armato, o meglio andare in guerra con un trattore», conclude Girani.
    «La nostra disponibilità di risorse è legata quasi esclusivamente all’accesso a bandi di finanziamento nazionali e/o comunitari – aggiunge Costa – peraltro quasi tutti gravati dal vincolo di un co-finanziamento al 20% (quello che dovrebbe reperirsi fra i fondi regionali che da soli riescono a malapena a coprire le spese) reso spesso impossibile dalle scarse risorse disponibili».

    Prima delle elezioni avevamo parlato con l’ex assessore al bilancio Pippo Rossetti che, ben conscio della situazione che attanaglia i parchi liguri, aveva sottolineato l’impossibilità di fare di più con i denari a disposizione della Regione. «Concordo sul fatto che siano soggetti da potenziare – le aprole dell’ex assessore – ma questa mia convinzione si scontra con la realtà attuale, dove i soldi bastano appena “per rimanere in piedi”. Come accaduto per i parchi, buona parte dei servizi regionali ha subito tagli della finanziaria (120 milioni per la Regione Liguria), siamo stati costretti a fare dei sacrifici in alcune aree, cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto».

    In parole povere, dobbiamo già essere contenti del fatto che gli enti parco esistano ancora. E pazienza se al momento le risorse non bastano nemmeno per pulire i sentieri, bisogna guardare al futuro con ottimismo. Quasi una barzelletta.

    Claudia Dani

  • Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    Il mestiere del pescatore a Genova e in Liguria, il “giro del pesce” dal mare alla nostra tavola

    barche-pesca-d1Ami, esche, lenze, canne, fiocine, reti, nasse. Bolentino, gozzo, lampara e sagola. Ci siamo cresciuti in mezzo a questi termini, ce li insegnavano a scuola durante le immancabili uscite didattiche; eppure che cosa sappiamo, noi liguri, del pesce, che a volte ci dimentichiamo persino di comprarlo, e finiamo per cercarlo solo al ristorante?
    Molta parte del nostro essere liguri, entroterra e monti compresi, attinge essenza ed unicità proprio dalle acque che abbiamo di fronte, e noi, che non siamo molto disponibili a farci carico “anche” dei problemi del mare, alla fine non sappiamo bene cosa c’è dietro quelle onde e come succede che i suoi frutti, cioè il pesce, arrivino sulla nostra tavola.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 60  di Era Superba

    Abbiamo incontrato Stefano, pescatore dilettante e pescivendolo professionista nella grande distribuzione, che vuole mantenere l’anonimato perché, mi dice, se racconta tutto quello che ha imparato in questi anni rischia di perdere lavoro e clienti.
    La leggenda del pesce che arriverebbe prima a Milano che nel suo negozio genovese me la conferma, e, per la precisione, aggiunge che la nostra città è solo terza: «prima che da noi il pescato passa anche da Torino. Questo perché si tratta di città con un mercato ben diverso dal nostro, gli acquirenti sono disposti a pagare di più per lo stesso branzino che potrebbe essere venduto a Genova. Si parla ovviamente di grande distribuzione: in questo caso quando arrivano i pescherecci caricano il pesce sui camion che lo trasportano prima di tutto a Milano; quello che resta viene offerto a Torino e dopo quello che non ha trovato mercato in queste città riparte per la Liguria. Ciò è vero però solo se parliamo di pesce di una certa pezzatura, molto omogenea, ed anche un pesce pregiato, quello dei menu di livello». L’acciuga, ad esempio, pesce popolare altamente deperibile, non può certo permettersi di compiere un tale tragitto, ed è molto probabile che sia venduta a Genova e che, anzi, a Milano talvolta non arrivi nemmeno, perlomeno non quella ligure, se non espressamente richiesta.

    pesca-pesce-d3«Nella nostra regione – racconta sempre Stefano – il mercato del pesce più esclusivo spesso non passa neanche dalle pescherie, ma si conclude fra il pescatore ed il diretto acquirente, che sia un privato o un ristoratore. Io, ad esempio, ho una lista di persone che aspettano solo di essere chiamate: quindi se oggi pesco totani chiamo il cliente che mi ha detto che li vorrebbe, o quello che comunque li prende sempre; se pesco, che so, la ricciola, chiamo chi ho in lista per quello e così via. Non vado neanche a vedere i prezzi che fa il mercato per quei pesci, io voglio vendere il pescato e so che, avendo una bella lista di clienti, difficilmente mi rimarrà invenduto. Ecco, il milanese, il torinese, una cosa così non possono averla, devono passare comunque attraverso gli intermediari e non trattando direttamente con chi pesca è ovvio che molto spesso devono prendersi pesce di vivaio o proveniente dall’estero, spesso da Croazia e Grecia».

    Non c’è dunque un solo tragitto del pesce, ma bisogna distinguere fra vendita diretta e altri canali. Immaginiamo, però, che ciò non sia il massimo per pescatori professionisti e pescivendoli… «eppure secondo me c’è spazio per tutti – continua Stefano – il pescatore dilettante non è che ruba quote di mercato al super, peschiamo letteralmente in acque diverse, non mi sento in colpa, vado solo quando e se posso, per me è poco più di un passatempo. E poi devo dirlo, chi vuole del pesce sicuro al cento per cento deve per forza muoversi così…».

    Da questo punto di vista, un rapido giro nei supermercati sembrerebbe confermare questa tesi, il pesce, quando ha la provenienza indicata, tradisce molto spesso la propria origine remota e porta scritto “ Oceano Atlantico” oppure “Mare del Nord”. Ma come fa ad essere fresco?
    Proviamo a sentire qualcuno che dal “pan do ma” come chiamavano un tempo le acciughe, ricava la maggior parte del proprio reddito. Abbiamo rintracciato il capitano dell’Aquila Pescatrice, Simone Orecchia, pescatore professionista che fa da 10 anni questo lavoro. «Per quanto riguarda la grande distribuzione, come da noi partono i camion per Milano, anche a Genova arriva ogni giorno il camion con il pesce da Amsterdan, che è il mercato del Mare del Nord, da Sète in Francia e dalla Croazia. Arriva poi una volta alla settimana dalla Spagna, mentre dalla Grecia tutti i giorni, a volte anche con l’aereo. Questo pesce arriva con un aspetto davvero invitante, vengono preparate cassette appositamente con pesci di qualità diverse per farli sembrare più “artigianali”: un pagaro, una ricciola, un tonnetto, li spruzzano con acqua fredda, acido di limone e ghiaccio, talvolta pochissima acqua ossigenata se ci sono polpi o seppie. Niente di velenoso o nocivo, sia chiaro, però il cliente dovrebbe sapere che sta comprando il pesce che sembra fresco mentre ha già un paio di giorni. Quindi, prima di affermare il fatto che il pesce arrivi prima in un posto piuttosto che in un altro, bisognerebbe capire da dove arriva, intendo dire da dove arriva davvero».

    [quote] A noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi…»[/quote]

    aquila-pescatrice
    Qui in Liguria ci sono 600 licenze di pesca attive, da professionisti – racconta il capitano dell’Aquila Pescatrice (nella foto) – e lampare grandi come la nostra ne esistono 13 in tutto, 5 a Genova, 3 a Sestri Levante, 1 ad Imperia e 4 a La Spezia: erano 20 una decina di anni fa, ma la pesca è decisamente un’attività in calo, specialmente quella tradizionale che pratichiamo noi“.

    L’Aquila Pescatrice va soprattutto ad acciughe, tempo permettendo tutti i giorni tranne il sabato notte, e riforniscono in questo momento due mercati: Genova e Savona. Questo perché le acciughe non possono fare tanta strada… «Appena sbarcati ci sono i camion del mercato di Genova e di quello di Savona, si caricano metà cassette ciascuno e vanno diretti al mercato. Se abbiamo molto pesce, o delle varietà diverse, una parte va al mercato in Darsena, che hanno chiamato Street Fish perché i clienti possono direttamente andare a comprare il pesce già cucinato in maniera semplice, quindi fritto, al forno oppure in carpaccio, e anche trovare quelle varietà che prima ho definito “diverse”, ovvero quelle che il pescivendolo magari non mette sul banco. A questo proposito devo dire che a noi pescatori fanno perdere un sacco di tempo ad etichettare le cassette indicando data ed ora di pesca e poi il negoziante per il timore di non vendere tutto il pesce spesso non espone neanche i cartelli; perché se non ci sono indicazioni il cliente magari non ci pensa, oppure il venditore può sempre dire che le acciughe sono tutte di Monterosso o di Camogli, e se sul banco c’è del pesce di importazione non sempre viene indicato, anzi».

    Abbiamo chiesto un intervento nel dibattito anche a Lorenzo Viviani, biologo e pescatore: «a volte i pesci dalla Spagna, Turchia o Croazia vengono trattati con il cafados, una sostanza vietata in Italia e che può diventare tossica ma che “cristallizza” l’aspetto del pesce, così che sembri sempre brillante e quindi fresco – spiega – però non interrompe il degrado interno delle carni, che continuano a produrre sostanze che possono essere nocive per l’uomo. Purtroppo l’unica arma di difesa è assaggiare, ma a quel punto l’acquisto incauto è già stato fatto. Poi, sia chiaro, magari il pesce d’importazione non è necessariamente trattato o necessariamente peggiore, ma in ogni caso il cliente deve essere messo in grado di scegliere, sapendo per che cosa sta spendendo il proprio denaro».

    Quindi possiamo affermare che il pesce può giungere in tavola direttamente dal mare davanti a casa o dopo un viaggio in aereo neanche troppo breve senza che ai nostri occhi faccia troppa differenza? E se l’unica garanzia è rivolgersi ad un pescatore “di fiducia”, questo crea danni al “sistema pesca”?

    darsena-barche-pesca-d4Risponde il capitano Orecchia: «A Genova e forse in tutta la Liguria circa il 75% del mercato locale è fatto dai venditori “abusivi” cioè i pescatori dilettanti che una sera ogni tanto escono, pescano quello che possono, e vendono ai loro clienti che aspettano pazientemente (come ci ha raccontato Stefano, n.d.a.). Il pesce è buono e nessuno fa danni alla salute altrui, ma al sistema sì perchè questi non hanno ovviamente partita Iva, non vivono sui proventi della pesca e non pagano le tasse». La Regione Liguria cerca di fare qualcosa, si parla del taglio alla pinna caudale per alcuni tipi di pescato da parte dei dilettanti, ai quali ha anche imposto l’obbligo di registrarsi per poter pescare in mare.
    «Tuttavia, a onor del vero, il rischio maggiore per il nostro lavoro non sono i dilettanti che vendono abusivamente, ma i grandi gruppi di pesca intensiva che battono il Meditarraneo rispettando solo le proprie regole. La Comunità Europea, ad esempio, ha sospeso la caccia al tonno, con ragione almeno fino a poco tempo fa, e noi dobbiamo vedere le tonnare cinesi di 80 metri nelle acque (internazionali, ma pur sempre del Mediterraneo) catturarli legalmente sotto i nostri occhi. In più, oltre che per il tonno, queste squadre praticano una pesca intensiva, non tanto per l’utilizzo del sonar, che usiamo anche noi per accorciare i tempi, ma perché quando scandagliano i fondali con lampare di 50 o 60 metri se trovano branchi di pesce non smettono finchè non li hanno tirati su tutti. Loro non rientrano mai nel porto, il personale fa i turni sulle barche d’appoggio e quando se ne vanno via non c’è più un pesce. Per fortuna ora hanno vietato l’uso dell’elicottero, perchè in questo modo dall’alto battevano i fondali palmo a palmo e chiamavano i pescherecci nella zona precisa dove c’era il branco. Qui da noi è tutto molto più artigianale, tradizionale, da noi pescare è ancora sinonimo di passione e mestiere, quello antico. Noi quando troviamo un branco, per esempio lo scorso inverno abbiamo catturato 140 ricciole, beh, ovviamente cerchiamo di prenderne finché si riesce, poi rientriamo. Magari là sotto ce n’erano più di 800… Questa è la nostra pesca».

     

    Bruna Taravello

    L’inchiesta integrale sul numero 60 di Era Superba