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  • Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Sono passati tre anni dal crollo di Ponte Morandi. Di già tre anni: un tempo oramai congruo per far bilanci e osservare cosa è cambiato dopo un evento così catastrofico, ma, soprattutto, provare a decifrare che cosa non è cambiato. In questi tre anni abbiamo visto di tutto, commemorazioni, decine di inaugurazioni, fiocchi e polvere, lacrime e risate, chiacchiere e silenzi. Poi la pandemia ha rimodulato le priorità e la gerarchia delle emergenze, scalzando, senza troppi rammarichi da parte della classe dirigente, il problema della sicurezza delle infrastrutture svelatosi davanti ai nostri occhi in tutta la sua potenza il 14 agosto 2018.

    La ricostruzione del nuovo viadotto, nonostante la stucchevole retorica che l’ha accompagnata esaltandone una presunta grandiosità che il tempo per fortuna parrebbe aver già disciolto e annacquato nella memoria collettiva, oggi ci pone sotto gli occhi un contrasto evidente: nuovo contro vecchio. E di questo vecchio, che forse sarebbe meglio definire decrepito, abbiamo imparato a scoprire dettagli agghiaccianti solo grazie alle inchieste e indagini post crollo: non solo decenni di manutenzioni non fatte o fatte male, ma anche decenni di mancati controlli. Con l’inquietante dettaglio che il tutto è stato scoperto in via incidentale: sei per i viadotti il vaso di pandora si è aperto il 14 agosto, per le gallerie si è dovuti arrivare al crollo della volta della galleria Bertè, il 29 dicembre 2019.

    Interno del viadotto ad arco Portigliolo, sulla A10

    In altre parole abbiamo scoperto di non sapere nulla o poco di più, sulle grandi infrastrutture del paese. Da lì il delirio che tutti i genovesi e i liguri vivono ogni giorno: la grande corsa alla manutenzione straordinaria per provare a mettere in sicurezza una rete autostrade fatta da oltre 500 opere tra ponti e gallerie che il Morandi e la Bertè ci hanno svelato essere in condizioni pietose. E il fatto che i grandi agglomerati di potere economico che attraversano la nostra città, come il mondo della portualità, non abbiano il peso di spostare una virgola del contesto caotico dell’emergenza cantieri per conservare le proprie posizioni e i propri interessi, limitandosi al gioco delle tre carte, è la cartina tornasole della gravità della questione: qua o si cantierizza o si muore.

    E qui sta il nodo vero della questione: questa grande stagione di manutenzioni, destinata a durare ancora anni, a cosa serve, a parte, forse, a non farci morire ammazzati tra calcestruzzo, fango e ferraglia arrugginita? Cosa succederà dopo che tutti i viadotti e le gallerie saranno state messe in sicurezza? Soprattutto, questo condizione è realmente avverabile? In altre parole quello su cui la politica e la società dovrebbe interrogarsi è sul fine vita di centinaia di opere la cui età è drammaticamente sopra i limiti per cui furono costruite. E parliamo di opere gigantesche, viadotti di centinaia di metri, gallerie di chilometri, tra cui le più “moderne”, ovvero quelle della A26, hanno oggi 50 anni.

    In un verbale del tavolo Pris aperto con fatica e resistenze politiche di ogni sorta per la gestione dei cantieri del viadotto Bisagno, operativo del 1967, viene riportata questa frase: “L’Ing. Cavalletti (il tecnico incaricato dai comitati dei cittadini, ndr) tiene a precisare che al momento dell’ultima audizione con ASPI, era stato messo sul tavolo il fatto che i ponti come il viadotto Bisagno hanno una vita utile finita che attualmente è prossima al suo termine naturale; a precisa domanda posta da lui ad ASPI, su quanta vita residua ritengano di poter estendere con l’intervento in oggetto, riferisce che la risposta è stata ‘ci basta che arrivi al termine della concessione”. Una affermazione ad oggi mai smentita o approfondita, che svela la ratio con cui le manutenzioni di questi mesi sono state affrontate: tenere insieme i cocci finche si può. Finchè conviene. Fino al prossimo incidente, verrebbe da aggiungere.

    Secondo le stime del Cnr, pubblicate poche ore dopo il crollo del Morandi e finite nel vortice bulimico della narrazione della dramma, in Italia ci sono circa 10 mila opere che hanno superato la soglia della vita utile, la cui manutenzione conservativa dovrebbe impiegare risorse per circa 2,5 miliardi di euro l’anno, come minimo. Il Pnrr con cui il governo intende affrontare i prossimi dieci anni parla di circa 62 miliardi per le infrastrutture, (di cui una quarantina destinata alle nuove opere ferroviarie legate all’alta velocità) di cui solo poco più di 4 miliardi sono stati destinati alle manutenzioni del costruito.Un sesto del necessario calcolato solo per tenerle in piedi. Tutto il resto sarà spremuto dai pedaggi o raccolto cammin facendo. Se si troverà il modo di farlo.

    Nel frattempo decine di migliaia di auto e tir continuano a viaggiare su viadotti degli anni 60 costruiti con centine di legno, cazzuole e secchi di cemento. Sulla A10, il tratto più antico, vale a dire quello che oggi collega in direzione Genova Albisola con Pra’, è stato costruito negli anni 50, comprende decine di ponti ad arco (di cui molti progettati dallo stesso Morandi) sulla cui vita residua si sa pochissimo. O almeno pubblicamente si sa pochissimo. E fa fresco parlare di Gronda (che nei fatti si affiancherebbe al tratto urbano della A10, ovvero paradossalmente il più giovane), quando ogni giorno che passa è un giorno in meno che manca al fine vita di qualche viadotto o galleria.

    A destra il Lupara, progettato dal Morandi: all’epoca della sua costruzione, fine anni 50, era il più lungo d’Europa costruito con la tecnica ad arco. A sinistra il raddoppio fine anni 60 costruito con sistema Dywidag

    “Quando leggo sul ponte Valle Ragone, in A12, di segnalazioni fatte a ottobre e di interventi ancora non eseguiti ad aprile, resto perplesso. Non va bene. Perché le cose succedono quando meno te lo aspetti. Ci sono viadotti come il Nervi, il Veilino e il Bisagno, in Liguria, che devono essere monitorati di contino e con grande attenzione”. Parole di Fracesco Cozzi, ex capo della procura genovese, in un’intervista pubblicata in occasione del suo congedo. Questi tre viadotti, insieme al Sori, sono chiamati i “quattro fratelli” per via della loro modalità di costruzione: all’epoca, parliamo degli anni 60, essendo necessario costruire a quote eccezionali e in posti impervi o abitati, è stato necessario sviluppare una modalità di costruzione conosciuta come sistema Dywidag, mediante centinatura a sbalzo autoportante ad avanzamento bilanciato. Le travi, in calcestruzzo precompresso, sono state assemblate pezzo per pezzo a partire dall’appoggio sulla pila, mantenendo l’equilibrio statico grazie alla progressione parallela dei due lati. Una tecnica oggi abbandonata per le grandi costruzioni ma che ebbe grande successo in quegli anni, con decine di repliche in altri contesti, soprattutto autostradali. Ma che secondo una buona parte della letterature ingegneristica ha margini molti limitati di conservazione. Cosa succederà quando questi limiti saranno raggiunti?

    Dal crollo di ponte Morandi sono passati tre anni, ma da questa prospettiva non sembra essere passata nemmeno un’ora. Quello che è successo il 14 agosto 2018 è un evento sicuramente irripetibile, tale era la peculiarità dell’opera crollata sotto il peso di se stessa, ma tutto intorno ci sono strutture già pronte per il trapasso, a cui manca solamente la data del decesso. Che potrebbe essere anche domani.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

     

     

  • San Giorgio, il marketing e le bufale a cui ci piace tanto credere

    San Giorgio, il marketing e le bufale a cui ci piace tanto credere

    Che la bandiera rosso-crociata sia un simbolo per Genova e i genovesi non ci piove, ma le celebrazioni per il vessillo “andate in onda” ieri di orgoglio ne hanno suscitato poco. E non solo per questione di numeri dei partecipanti, ma anche, e soprattutto, per il confezionamento del tutto, che ancora una volta ha messo in evidenza uno stile di marketing territoriale, se così si può chiamare, quanto meno discutibile.

    La classica autocelebrazione che a niatri piace tanto, e che ripropone ancora una volta il trito e ritrito sguardo malinconico ad una non meglio precisata grandeur per la quale dobbiamo “rialzarci e combattere”, attraverso una non meglio precisata visione di rinascita del futuro, di un non meglio precisato cambiamento. Un cambiamento che però non arriva mai, Multedo insegna.

    Accantoniamo rapidi la questione e l’interpretazione politica dell’iniziativa presa dalla giunta a trazione leghista che altri hanno descritto meglio di noi, e che rispolvera la visione dicotomica bene contro male che l’iconografia mitologica di San Giorgio e della sua supposta croce richiama, inquietante se trasportata nell’oggi; e tralasciamo anche di descrivere gli arcinoti meccanismi di distrazione delle masse, dell’intruppamento, della semplificazione della realtà. Vessillum et circenses, basta così. 

    Paccottiglia

    Quello che più lascia di stucco è la sciatteria e il provincialismo con cui si è affrontato questa celebrazione: superficialità storica e storiografica per un evento costruito seguendo un canovaccio stantio, con tutti gli ingredienti nazional popolari da festa parrocchiale, salvato solamente dalla preziosa presenza del Corteo Storico di Genova, il più numeroso e accurato del panorama nazionale.

    Ricordate la storia della bandiera prestata all’Inghilterra? Bene, è una bufala bella e buona, una fake news, una storpiatura, una leggenda diventata realtà per le masse. Che ce frega a noi dei ponti che cadono, abbiamo venduto la bandiera a sua maestà. Lo storico medievista, nonché ricercatore e docente universitario Antonio Musarra lo spiega molto bene in questo articolo: la croce forse non è di San Giorgio, almeno inizialmente, e il suo utilizzo era cosa largamente diffusa per chi aveva ruolo di difendere il cristianesimo da un mondo ancora ostile. E infatti la croce rossa in campo bianco la troviamo in moltissimi stemmi di città allora “di frontiera”, da Milano alla Catalogna alla Georgia.

    E della supposta cessione del vessillo alle navi inglesi, nei fatti, non v’è traccia documentale, ci dice Musarra, e lo conferma Gabriella Airaldi, docente di Storia Medioevale all’Università di Genova. A Buckingham Palace stanno ancora ridendo. Mentre i Rom si preparano a unirsi nei festeggiamenti, visto che San Giorgio è il loro santo patrono.

    Giornata del cordoglio

    Insomma, ancora una volta ci siamo fatti prendere per il naso con della paccottiglia da quattro soldi, per un’operazione che di strategia da marketing territoriale non ha nulla, ma è stata pensata solo ad uso e consumo del consenso popolare da spendersi in vista delle urne, a spese nostre. Chi oggi ci parla di identità cittadina, in campagna elettorale dipingeva Genova come sobborgo di Milano.

    Quella di ieri, nei fatti, è stata la giornata del cordoglio: mentre andava in scena un altro capitolo dell’ipnosi collettiva, sui resti di Ponte Morandi l’amato vessillo garriva al vento, sbrindellato, strappato e abbandonato, come la città ai suoi piedi.

    In questi mesi lo abbiamo visto tante volte essere calato insieme alle fette di ponte che venivano smantellate. Ci è stato venduto come fatto di orgoglio, quando era solo il continuo ripetersi dell’ammaina bandiera della dignità di una città e di un popolo calpestato e inebetito.

    E allora forse un San Giorgio oggi ci vorrebbe veramente, ma non quello che salva la figlia del re: gira voce, infatti, che proprio San Giorgio inspirò i Comitato di Liberazione Nazionale, la sera del 23 aprile 1945, a dare il via all’insurrezione che scacciò dalla città la serpe nazi-fascista. Certo, anche questa è una bufala, ma la medaglia che penzola sopra il santo a cavallo nel gonfalone di Genova non lo è. E’ orgoglio.

    Nicola Giordanella

  • L’ultimo giorno di “scuola Doria” finisce senza gavettoni, ma con l’ amaro in bocca per tutti

    L’ultimo giorno di “scuola Doria” finisce senza gavettoni, ma con l’ amaro in bocca per tutti

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaIl rompete le righe arriva così, un po’ anonimo, con un commiato quasi dovuto da parte del presidente del Consiglio, Giorgio Guerello, e un paio di delibere mandate in archivio dopo quella sull’aggregazione Amiu-Iren. Che, invece, in archivio non ci può andare. In un modo o nell’altro, per la terza e ultima volta nel giro di tre mesi, il sindaco Marco Doria deve abbandonare il suo programma elettorale e il provvedimento che, di fatto, ha tenuto in scacco tutta la giunta da febbraio a questa parte. Si finisce senza dimissioni anticipate con cui forse il primo cittadino avrebbe potuto salvare meglio la faccia a febbraio. Ma, senza ricandidatura, poco importa. E si finisce senza particolari entusiasmi: cinque anni di lavoro, chiusi con un timido applauso dedicato soprattutto agli impiegati della Sala Rossa e con solamente un altro consigliere, il superstite pentastellato Andrea Boccaccio, a ringraziare pubblicamente e indistintamente tutti per il cammino fatto.
    Nell’ultimo giorno di scuola, non c’è grande voglia di festeggiare. L’ultima campanella non dà il via libera al classico lancio di gavettoni e, anzi, lascia un po’ di amaro in bocca. A tutti. 
    Al sindaco, in primis, oggi doppiamente impallinato: da una maggioranza, di fatto quasi mai tale fin dall’estate 2012, che non ha consentito di discutere e votare nel merito dell’aggregazione Amiu-Iren; da un Partito democratico a cui probabilmente troppo ha concesso nel corso del proprio mandato, ottenendo in cambio solo la garanzia di arrivare, in qualche rabberciato modo, fino alla fine del percorso, e a cui anche ieri ha dovuto cedere alla richiesta di sospensiva.
    Al Partito democratico, a cui il sindaco arancione non è mai andato giù più di tanto e che ieri, nella resa dei conti finale, per votare quella che aveva tutti i connotati di una mozione di sfiducia mascherata è dovuto ricorrere alle larghe intese con il centrodestra. Un amaro in bocca che sa anche dell’incapacità di accorgersi che alcune assenze nell’opposizione ieri avrebbero anche potuto aprire spiragli inaspettati in caso di un voto sulla delibera di aggregazione. O, forse, che sa più della rassegnazione di non aver voluto rischiare comunque fino in fondo.
    Alla Lista Doria, da subito un po’ troppo snobbata dal proprio sindaco a favore del Pd e che, senza una vera e propria guida, si è quasi sempre spaccata sulle partite più delicate. L’arancione ormai è sfumato, tanto da essere diventato il colore di Toti, prima, e di Bucci poi. Quanto ai “doriani”…per molti di loro, nuove avventure sono di fatto già partite con l’incipiente campagna elettorale.
    Ai molti che in questi cinque, lunghi anni, dopo essere stati eletti con Doria, gli hanno voltato le spalle, vuoi per opportunità politica, vuoi per incompatibilità politica, rendendo Genova quasi ingovernabile.
    Al Movimento 5 Stelle, che dopo aver sfiorato il ballottaggio nel 2012, è riuscito nell’impresa di perdere per strada quattro dei cinque consiglieri portati in Sala Rossa. Lo stesso candidato sindaco di allora si ripresenta adesso, più per volontà di altri che propria, ma sotto altra effige, con il rischio di doversi spartire voti e posti con chi, invece, è rimasto convinto pentastellato o è uscito dalla scia di Grillo per evitare di sostituire l’urna con la toga.
    Al centrodestra che, se veramente riuscirà a conquistare per la prima volta il trono di Palazzo di Tursi, si troverà immediatamente a fare i conti con l’enorme patata bollente di Amiu e con le promesse di Marco Bucci di voler mantenere al 100% l’azienda nelle mani dei cittadini ribaltando di fatto l’assioma privatizzazione-centrodestra, gestione pubblica-centrosinistra. Un amaro in bocca che sa anche di compattezza comunale molto complicata, a differenza di quanto avvenuto finora in Regione, se già alla prima, semplice prova della sospensiva per l’aggregazione di Amiu i fittiani sono andati per contro proprio.
    Ad Amiu, certamente, la cui agonia sarà prolungata più o meno fino a fine luglio (poi, si vedrà) e che accusa la giunta Doria di non essere stata in grado di comunicare (sai che novità, verrebbe da dire) davvero a che cosa sarebbe andata incontro l’azienda senza i soldi che in parte sono dovuti per il passato e in parte serviranno per il futuro, cercando invece di accalappiare consenso attraverso un’infruttuosa strategia del terrore.
    Infine, ai lavoratori di Amiu, in molti contrari all’aggregazione ma la cui convinzione nella protesta contro la delibera della giunta Doria è andata un po’ scemando col tempo e che adesso dovranno fare i conti con un limbo un po’ preoccupante almeno fino all’estate.
    Ora, la scena verrà occupata in tutto e per tutto dalla campagna elettorale, in cui Amiu certamente sarà uno dei temi affrontati ma, c’è da scommetterci, non così tanto nel profondo perché troppe promesse rischiano di diventare un pericoloso boomerang. A luglio ci sarà davvero da sporcarsi le mani e, almeno per il momento, è meglio non mettere il carro troppo davanti ai buoi. C’è chi dice che questo sia stato anche il ragionamento di qualcuno tra le fila del Pd, per cui la scelta un po’ pilatesca della sospensiva sull’aggregazione Amiu-Iren, in fondo, non sarebbe stata un second best, ma un best e basta. D’altra parte, se fosse passata l’aggregazione, la reazione dei lavoratori avrebbe complicato notevolmente la campagna elettorale e rischiato di allontanare troppe simpatie tra chi ci si aspetta che il prossimo 11 giugno vada a votare per Gianni Crivello.
    Simone D’Ambrosio