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  • Artigiani di strada, operatori del proprio ingegno: Genova si dota di un registro e di un regolamento

    Artigiani di strada, operatori del proprio ingegno: Genova si dota di un registro e di un regolamento

    lavoro-artigianato-operai-DiIl Comune di Genova si dota di un registro e di un regolamento per gli operatori del proprio ingegno (Opi). La proposta della consigliera Monica Russo (Pd) è stata votata ieri pomeriggio in Consiglio comunale e dà il via libera al riconoscimento formale di chi vive del lavoro realizzato esclusivamente con le proprie mani.

    «Fino ad oggi – spiegano alcuni operatori che hanno assistito con soddisfazione ai lavori della Sala Rossa – non eravamo riconosciuti e sostanzialmente potevamo operare solo all’interno dei mercatini degli hobbisti, in cui però c’è un po’ di tutto, compreso chi fa solo rivendita di materiale prodotto industrialmente o in serie. L’unico modo che avevamo per fare richiesta di occupazione suolo era appellarci al regolamento degli artisti di strada, ma era comunque una forzatura, con rischi di contestazioni in caso di controlli». Con il nuovo regolamento, invece, oltre al riconoscimento formale dell’attività, cresce anche la possibilità di accedere agli spazi pubblici. «In questo modo – aggiunge l’Opi Marco Scaffini – si riescono anche a bypassare logiche di lucro sull’utilizzo di suolo pubblico che spesso mettono in campo gli organizzatori dei mercati autorizzati».

    Gli operatori del proprio ingegno sono di partenza una categoria molto vasta: di per sé potrebbero essere ricompresi anche i programmatori informatici ma la delibera del Comune di Genova è pensata soprattutto per i piccoli produttori manuali, avulsi da qualsiasi strumentazione e logica industriale. Secondo il regolamento, infatti, “si definisce Operatore del Proprio Ingegno l’ideatore ed esecutore di oggetti d’uso e/o artistici che realizza con lavorazioni prevalentemente manuali e con utensili, attrezzi e macchinari a guida manuale adatti a singole lavorazioni, trasformando le materie prime naturali o loro semilavorati, anche attraverso l’assemblaggio degli stessi”. L’Opi, inoltre, “espone e vende direttamente, esclusivamente i manufatti di propria realizzazione” ed esegue in prima persona “tutte le fasi della lavorazione, dall’ideazione e realizzazione, alla esposizione e vendita diretta”.

    Un tempo li avremmo chiamati artigiani. «Ma oggi – tengono a precisare gli operatori – per la Camera di commercio in questa categoria rientra anche chi offre servizi, come gli idraulici o gli elettrici, e le piccole e medie imprese». Gli Opi, invece, sono piccoli produttori manuali che si richiamano sia a tecniche tradizionali come gli orafi o gli argentieri sia a nuove espressioni di creatività, come chi ricicla copertoni o altri materiali di scarto per farne oggetti ornamentali. Tra i nostri interlocutori, ad esempio, c’è chi realizza “sculture da indossare” in ottone o altri metalli, chi crea elementi di arredo attraverso la “lavorazione del semi-refrattario” e chi costruisce “gioielli maleducati”, utilizzando qualsiasi tipo di materia prima e sfruttando antiche tecniche ottomane di pittura su acqua. «La nostra categoria è molto vasta – ammettono – e non sarà semplicissimo capire chi potrà farne parte e chi no: ma la discriminante non dovrà essere un aspetto fiscale, come accade normalmente, quanto piuttosto la tipologia di lavoro e la passione per lo stesso».

    «Si tratta di persone che svolgono questa attività nel tempo libero o professionalmente – spiega Monica Russo – con posizioni fiscali anche molto diverse, ma che realizzano produzioni uniche». Per iscriversi al Registro (che andrà a regime dopo l’estate) il cittadino dovrà presentarsi ad una Commissione definita dall’Assessorato allo Sviluppo Economico illustrando la propria attività con foto, video e altro materiale che mostri l’effettiva unicità della lavorazione. «Una volta iscritti al Registro – prosegue la consigliera Monica Russo – non si avranno vantaggi economici specifici ma ci sarà la possibilità di accedere ad aree che la Pubblica Amministrazione individuerà: un modo coordinato per presentarsi alla clientela che ha già trovato sfogo nella realizzazione di un’Associazione che raggruppa i primi cittadini interessati».

    pittoreCosì, la delibera diventa anche un’occasione per offrire un incentivo per i giovani che non trovano occupazione, una sorta di ammortizzatore sociale per chi non riesce ad arrivare a fine mese e un presidio che contribuirà ad animare le strade della nostra città.  «Questa proposta – spiegano gli stessi Opi – ha come primario obiettivo la tutela ed il riconoscimento del valore culturale etico e sociale che il lavoro dei produttori creativi svolge promuovendo la cultura della manualità, dell’originalità dei prodotti, delle conoscenze e dei saperi dell’artigianato di tradizione in contrapposizione alle produzioni standardizzate e seriali del mercato globalizzato. Potrebbe rivelarsi interessante sul piano turistico con l’indicazione di percorsi ad hoc accompagnati dall’esposizione di questi prodotti artigianali».

    «Si tratta di un’iniziativa che ben si colloca all’interno del processo di regolarizzazione delle attività commerciali e di innalzamento della qualità che stiamo cercando di portare avanti» commenta l’assessore allo Sviluppo Economico, Emanuele Piazza. «Sono realtà che lavorano certamente anche all’interno di mercatini ma con la delibera consigliare viene riconosciuta una maggiore dignità rispetto alle merci senza particolari caratteristiche vendute dai cosiddetti hobbisti, una dignità data proprio dal lavoro manuale e dall’opera dell’ingegno».

    Riflessi positivi potrebbero arrivare anche sul turismo. «Nelle classiche bancarelle in cui un turista cerca i souvenir da portare a casa si trova un po’ di tutto – sostiene l’Opi Andrea Megliola – e spesso la qualità è molto bassa. Noi puntiamo ad alzare la qualità sia delle materie che della lavorazione e incitiamo il Comune a fare controlli affinché non vi siano iscrizioni abusive nel registro o Opi che tentino di esercitare l’attività pur non rispettandone i canoni. Inoltre, potrebbe essere positivamente attrattiva per tutti la dimostrazione in loco delle varie fasi di lavorazione dei prodotti che alcuni operatori sono in grado di offrire durante le esposizioni».

    Escluse, almeno sulla carta, eventuali liti dovute alla concorrenzialità. Nel regolamento, infatti, è previsto che gli spazi concessi non siano nelle vicinanze dei mercati di merci varie. È però prevista la possibilità di esercitare anche all’interno dei mercati comunali su richiesta dei Consorzi o di almeno la metà degli operatori del mercato e per un periodo di prova di 6 mesi. «L’operatore del proprio ingegno non fa concorrenza – dicono all’unisono gli artigiani – perché i nostri prodotti sono per forza di cose più cari per l’alto costo di manodopera. Anche le associazioni di categoria, dopo un po’ di diffidenza iniziale, l’hanno capito».

    L’iter che ha portato all’approvazione del nuovo regolamento è stato piuttosto articolato ed è partito oltre due anni fa. Il modello a cui si ispira è quello del Comune di Torino e di altre grandi città europee. A livello nazionale, invece, manca una precisa normazione in materia: «Era stata fatta una proposta di legge nel 2013 – ci racconta Andrea Megliola – ma è rimasta carta morta». Quello del Consiglio comunale, comunque, è soltanto un primo passo verso la regolarizzazione e il riconoscimento di questa attività economica. Sono ancora, infatti, da discutere le modalità pratiche con cui gli iscritti al registro potranno esercitare il proprio mestiere, in spazi che saranno evidenziati dai Municipi: «Ad esempio – propongono gli artigiani – si potrebbe seguire il modello torinese in cui vengono sorteggiati gli spazi a disposizione con una rotazione bimestrale. O ancora si potrebbe lavorare sulla diversificazione delle lavorazioni creando dei piccoli distretti di operatori delle stesse materie». Insomma, le idee sono molte ma quello che è certo è che gli Opi puntano forte sul riconoscimento della propria identità: «Abbiamo già pensato a un logo, delle bandierine per farci riconoscere da cittadini e turisti e abbiamo creato un gruppo su Facebook (https://www.facebook.com/groups/422845957916821/) – conclude Megliola – ma in autunno penseremo anche a qualche modalità per spiegare alla città chi siamo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Figosa, progetto made in Zena: la tracolla che fa il giro del mondo

    Figosa, progetto made in Zena: la tracolla che fa il giro del mondo

    FigosaUn progetto tutto genovese, frutto della passione di due giovani artigiani amanti della fotografia e delle macchine fotografiche da collezione. “Figosa” è una tracolla di cuoio, adatta soprattutto per macchine fotografiche analogiche o per moderne mirrorless, che i nostri due trentenni, Andrea e Laura,  producono artigianalmente nel loro studio.

    «L’idea nasce dalla necessità di avere alcune tracolle in stile vintage per la nostra collezione di vecchie macchine fotografiche. Per poter rendere infatti le nostre macchine antiche utilizzabili – racconta Andrea – oltre al cercare i rullini giusti, serviva una cosa fondamentale: delle tracolle che potessero essere adeguate, confortevoli e con il giusto stile!»

    Ed è proprio da qui che nasce Figosa (il nome deriva da una citazione dal film Zoolander):  «Il progetto è ai primi passi, ma stiamo ricevendo sempre più riscontri positivi sia dai nostri fan sia dai nostri clienti. Non ci saremmo mai aspettati un simile seguito!»

    Il risultato che sono riusciti a ottenere Andrea e Laura è andato di gran lunga oltre le aspettative. Sul web si trovano decine di ottime recensioni da parte di blog e riviste online del settore, sia nazionali che internazionali. «Abbiamo quindi dato vita al nostro shop online e siamo rimasti subito colpiti dai risultati. Le vendite sono all’ordine del giorno e questo ci riempie di orgoglio. Attraverso il web abbiamo venduto diverse tracolle in tutto il mondo, dall’Australia agli Stati Uniti d’America». Ma guai a parlar loro di e-commerce come soluzione per il futuro… «Siamo artigiani e la vendita online è stata ed è una parentesi per farci conoscere e muovere i primi passi. Le nostre tracolle si possono trovare da qualche tempo nei negozi di fotografia e speriamo sia sempre maggiore il loro interesse, in modo da eliminare la nostra vendita diretta online. Io mi auguro di tutto cuore che i “negozi fisici” ritornino in auge, come era prima dell’avvento dell’e-commerce. I rapporti personali sono troppo importanti per essere soppiantati a causa di un prezzo più basso che si può ottenere su internet».

    Per ogni Figosa spedita in giro per il mondo, i ragazzi allegano una lettera al cliente invitandolo a scattare foto con la Figosa “in uso” e a seguire il progetto sui vari social network. «Ci piace allacciare rapporti umani con tutti coloro che usano una nostra tracolla. Ci piace sapere che quella macchina fotografica rimasta per tanto tempo su una mensola a prendere polvere, ora grazie a Figosa viene portata in giro quotidianamente. Per questo pensiamo che Figosa possa essere d’aiuto agli amanti della fotografia analogica, può ridare vita a una macchina fotografica che era diventata un semplice soprammobile. Da questo nasce anche il nostro slogan “Don’t leave it at home!”… non lasciarla a casa!».

    Viene naturale, infine, considerata la passione di Laura e Andrea per la fotografia “old style”, chiedere… Quale futuro per la fotografia analogica? «Noi non pensiamo che l’analogico possa riprendersi lo spazio rubato dal digitale… Noi ne siamo certi! Ci sono diversi articoli che fanno riferimento a statistiche da cui si evince che le pellicole stiano avendo una seconda giovinezza. Il fascino della fotografia analogica non ci ha mai abbandonati. E’ stata messa in ombra dal digitale, questo è vero, ma a differenza di molti altri strumenti non ha mai cessato di vivere».

     

     

  • Serafina addio: chiude la bottega storica di Canneto il Curto

    Serafina addio: chiude la bottega storica di Canneto il Curto

    Tra i vari odori che escono da botteghe e negozi lungo i vicoli adiacenti Via San Lorenzo e, mescolandosi l’uno con l’altro, salgono per le vie stuzzicando le narici e l’appetito dei passanti, verrà presto a mancare il buon profumo di conserve, sughi e sottoli della storica bottega di gastronomia di Via Canneto il Curto “Serafina”.

    È infatti questione di giorni la chiusura definitiva, dopo quasi quattro decenni di attività e di presenza nel tessuto commerciale dei caruggi: causa, come facilmente intuibile, la crisi, che ha assottigliato sempre più clientela e introiti di “Serafina” fino a costringere la titolare, Concetta Barsamele, a prendere il mese scorso la decisione di chiudere. L’emporio, i cui prodotti sono tutti lavorati interamente a mano, è aperto dal 1977: la sua chiusura significa la perdita di un pezzo di storia e tradizione della città. Siamo andati a trovare Concetta nel suo negozio…

    Come si è arrivati all’agonia degli ultimi tempi?

    «Non c’è lavoro, di conseguenza la gente spende meno soldi. Di sicuro la situazione è stata resa anche più ostica da realtà grandi, come Eataly, che dirottano il flusso turistico. Il cliente storico invece, che ci conosce da sempre e sa come lavoriamo, continua a venire da noi, ma il reale problema di fondo è quello economico: Genova è in miseria, e l’acquisto presso il mio negozio, che non fornisce beni di primissima necessità, semplicemente è una delle prime voci a essere cancellate dalla lista».

    Mentre parlavamo con Concetta, alcune persone, residenti o negozianti, sono entrate per salutarla e hanno detto la loro prima di uscire. Ciò che traspare dalle loro parole è che nei dintorni molte altre piccole realtà commerciali si trovano in una condizione di crescente sofferenza e temono il peggioramento della situazione, quando non il fallimento.
    Secondo alcuni commercianti della zona, chiedere aiuto alle istituzioni non porta a nulla: «È inutile – dicono – siamo in tanti in questa situazione e non ci sono certo soldi da investire per aiutare noi, non ce ne sono per gli ospedali, figuriamoci se ce ne sono per noi».

    A questo proposito abbiamo interpellato l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova, Francesco Oddone: «Siamo assolutamente consapevoli della situazione di difficoltà. Riguardo alle cosiddette botteghe storiche, che stanno a metà tra commercio e turismo e sono parte integrante della cultura enogastronomica, intendiamo creare un circolo virtuoso allargando la platea di questi negozi. Oggi sono soltanto una quindicina, ma potrebbero essere molti di più – ovviamente devono rispondere ai requisiti necessari per soddisfare la caratteristica di “bottega storica” – e si potrebbero creare veri e propri percorsi enogastronomici. Dal punto di vista prettamente economico, purtroppo la situazione è quella che è, di certo non ci sono soldi da mettere a disposizione per salvare il singolo esercizio commerciale, e non sarebbe nemmeno giusto, ma auspichiamo l’integrazione di tutti gli esercizi nei Civ di quartiere, che sono uno strumento molto utile e importante, in grado di trattenere clientela».

    Sulla concorrenza spietata di grandi nomi come Eataly, Oddone si esprime così: «È vero, simili realtà fanno una concorrenza troppo forte al piccolo negozio, ma non si tratta solo di Eataly, possiamo citarne altri come Fiumara. Abbiamo anche visto però che nel lungo periodo questi grossi contenitori impoveriscono in qualche modo il quartiere, negando il rapporto di fiducia e conoscenza venditore-cliente, e comunque sono oggettivamente non fruibili da un certo tipo di pubblico, perché, facciamo un esempio, l’anziano che fa fatica a muoversi non parte certo dal centro storico per andare fino a Fiumara, preferisce scendere sotto casa dove conosce tutti e ha tutto a portata di mano. Vogliamo che non si aprano altri centri commerciali ma si valorizzi il tessuto commerciale già presente nei quartieri».

    Serafina

     

     

     

     

     

     

     

    Per “Serafina” i problemi grossi sono cominciati due anni fa, quando l’attività ha smesso di fare ricavi e ha cominciato ad andare in perdita: «Mi sono detta di tenere duro, che l’anno dopo sarebbe andata meglio, invece quest’anno è andata anche peggio. Io non ho capitali da parte, e quello che avevo mi è servito in questi due anni: ecco che mi ritrovo costretta a chiudere». La decisione definitiva un mese fa: «È una scelta dolorosa, io qui ho investito tutta la mia vita». Concetta infatti lavora qui fin dal 1979, inizialmente accanto alla prima proprietaria Serafina (da cui il nome del negozio) e successivamente rilevandone l’attività ma mantenendo il nome, nonché la qualità dei prodotti. Negli anni infatti l’emporio è comparso su pubblicazioni nazionali e internazionali tra cui Gambero Rosso, edizioni Slow Food e varie guide gastronomiche e turistiche italiane, inglesi, francesi e tedesche. Quello di Concetta è un lavoro certosino, che richiede passione e grande capacità: «Io sono un’artigiana iscritta all’Albo e alla C.N.A.. Questo non è un mestiere che si impara in un attimo, per diventare davvero bravi ci vogliono anni».

    In questi anni ha fatto appello alla C.N.A. (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) e ottenuto un finanziamento tramite la Coarge (Cooperativa Artigiana di Garanzia della Provincia di Genova), ma non è bastato: «Io non polemizzo su questo, ma mi arrabbio perché sembra che nessuno capisca che realmente siamo in crisi. Non ti vengono incontro in alcun modo, ovvio che poi si finisca per chiudere: ti arriva da pagare l’Inps, l’Iva, e devi pagare tutto e subito, se ritardi scatta la mora o la sanzione; se io dichiaro di aver guadagnato meno di ventimila euro in un anno partono i controlli fiscali, che vengano, io non ho soldi nascosti né capitali all’estero, vivo di quello che guadagno qui dentro, e se qui dentro non sto guadagnando, non posso fare altro che chiudere».

    All’amarezza per l’esperienza personale si aggiunge il timore di un futuro grigio per i vicoli in cui i negozi dovessero chiudere uno dietro l’altro causa crisi: «Forse la zona di Canneto non è ancora degradata come altre, ma se continuiamo così tempo un anno e vedrete».

    Questo novembre il negozio compie 35 anni, ma invece di esserci una festa o una promozione speciale per i clienti, tutto quello che rimane sono gli scaffali mezzi vuoti e un’insegna scritta a mano che annuncia a tutti l’imminente chiusura. Così entro Natale un pezzo di storia di Genova se ne va per sempre.

     

    Claudia Baghino
    [Foto di Diego Arbore]

     

  • Apprendistato, le nuove regole sono in vigore dal 26 aprile

    Apprendistato, le nuove regole sono in vigore dal 26 aprile

    È entrato in vigore il 26 aprile il nuovo accordo per il riordino complessivo sulla disciplina dell’apprendistato tra Confesercenti e Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil. L’accordo segue la linea del nuovo Testo unico sull’apprendistato che prevede, per specifiche figure professionali analoghe a quelle artigiane, durate diversificate.

    La nuova disciplina ha riformato l’apprendistato quale “contratto a tempo indeterminato finalizzato a favorire occupazione e formazione dei giovani”. E’ stata estesa la copertura assicurativa (contro infortuni sul lavoro e malattie professionali) all’attività di insegnamento che sia in azienda o fuori di essa. Le ore di insegnamento teorico complementare sono infatti considerate a tutti gli effetti ore lavorative. 

    Il Testo Unico (per leggere il Testo integrale e ottenere maggiori informazioni si fa riferimento al sito del Ministero del Lavoro) ha anche esteso la possibilità di attivare percorsi di apprendistato a nuovi soggetti tra cui i dipendenti pubblici, i lavoratori in mobilità, lavoratori dipendenti di agenzie di somministrazione e praticanti presso studi professionali.

    Nell’intesa siglata tra Confesercenti e i sindacati vengono regolate le tre tipologie di apprendistato (ovvero Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale – Apprendistato professionalizzante o contratti di mestiere – Apprendistato di alta formazione e di ricerca). Il tentativo è quello di valorizzare in particolare l’apprendistato professionalizzante e l’attività formativa professionalizzante che consente sia all’azienda che all’apprendista l’ottenimento di competenze più adeguate alle mansioni che al termine del percorso formativo si conseguiranno.

    Viene rivisto anche l’apprendistato di alta formazione con possibilità di promuovere, anche a livello territoriale, intese con l’Università.

    Per ottenere precise indicazioni sull’accordo è possibile rivolgersi agli uffici di Confesercenti Liguria in via Cairoli 11 a Genova.

     

     

  • Liguria Style: in attesa della nuova sede partirà un sito di e-commerce

    Liguria Style: in attesa della nuova sede partirà un sito di e-commerce

    Liguria StyleL’esposizione di Liguria Style  nella sede di Palazzo Imperiale è chiusa al pubblico dall’ormai lontano 31 luglio 2011, una lunga attesa in vista di un trasferimento che avverrà non prima di settembre 2012. L’attività di promozione dell’eccellenza artigiana ligure si prende quindi un anno di stop, ma anticiperà la nuova apertura con l’inaugurazione di un sito di e-commerce dedicato all’artigianato made in Liguria.

    La nuova sede sarà in centro, la parte amministrativa si è già trasferita ma al momento è ancora in piedi la trattativa per il trasferimento dell’esposizione.

    Una questione, quella dell’apertura di Liguria Style, che nei giorni scorsi ha animato i banchi del Consiglio regionale. Raffaella Della Bianca ha infatti aperto una polemica dichiarando che «forse, visti i tempi, sarebbe meglio dare un contributo concreto agli artigiani piuttosto che mettere in campo iniziative così costose e impegnative. Meglio spendere di più in promozione che in contenitori per la promozione».

    «Vorrei sapere – continua Della Bianca – quali risultati sono stati raggiunti in termini di produzione ed in termini di visitatori nell’ultimo anno di apertura di tale struttura e come intenda procedere la Regione Liguria che partecipa a tale progetto tramite FILSE e Liguria International con e insieme a Confartaginato e Cnr.»

    Durante la seduta del consiglio ha risposto Renzo Guccinelli , assessore allo Sviluppo economico: «L’esperienza di Ligura Style presenta luci e ombre, parte dal lontano 2003 con un investimento di 500 mila euro cui si sono aggiunti altri finanziamenti annuali. Non sono stati soldi sprecati perché l’obiettivo di valorizzare l’artigianato ligure è stato parzialmente ottenuto: ci sono stati 40 mila visitatori per ogni anno fino alla chiusura del 2011 frutto di difficoltà oggettive come la contrazione dei consumi e dei finanziamenti, l’incertezza dei fondi disponibili che per il 2012 saranno sicuramente molto inferiori a quelli degli anni scorsi. Per noi resta valida l’idea, e voglio sottolineare che le associazioni artigiane non hanno percepito un euro di compensi.»

     

  • LiguriaStyle: esposizione e vendita prodotti artigianato e agroalimentari a Genova

    LiguriaStyle: esposizione e vendita prodotti artigianato e agroalimentari a Genova

     

    Dipinti di Luca Cambiaso
    Le sale di Liguria Style con i dipinti di Luca Cambiaso

    Nelle splendide sale di palazzo Imperiale affrescate da Luca Cambiaso, è nato Liguria Style il centro dell’artigianato, punto di incontro e di riferimento per tutti coloro che esercitano un’attività oggi più che mai ricca di difficoltà soprattutto legate agli spazi espositivi, ma anche alla mancanza di coraggio che porta i più giovani, anche se dotati di talento, a preferire altre strade, e a conservare l’attività dell’artigiano come hobby.

    Liguria Style, presentato da Cna Liguria e Confartigianato, espone non solo prodotti della terra o prodotti tipici dell’artigianato nostrano come la ceramica, la filigrana o l’ardesia, ma anche editoria, oreficeria, arte. Tutto rigorosamente “made in Liguria“.

    Per proporre la propria candidatura e quindi ottenere il permesso di esporre i propri prodotti a Liguria Style, bisogna essere iscritti come artigiani presso i registri della Camera di Commercio o essere titolari di un’azienda agricola.

    Dopo colloqui conoscitivi e di approfondimento, si passa al contratto vero e proprio, un accordo di dodici mesi con possibilità di ridiscutere il rinnovo al termine dell’anno.

    Quest’anno, però, Liguria Style ha pensato soprattutto alle nuove leve. I primi sei mesi di esposizione saranno infatti completamente gratuiti per gli artigiani più giovani, una ghiotta opportunità, che può aiutare qualcuno a trovare il coraggio di trasformare l’hobby in vero e proprio lavoro. Gli uffici di piazza Campetto sono aperti tutti i giorni escluso il mercoledì dalle 10 alle 18 (sabato e domenica compresi).

  • Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus FaberMaltus Faber è un microbirrificio artigianale con sede a Genova Fegino, nato dalla volontà di due ragazzi di promuovere la cultura della birra e di produrre una birra tutta genovese.


    “Abbiamo cominciato l’avventura a livello di semplice hobby circa dieci anni fa – racconta Massimo Versaci, uno dei due titolari di Maltus Faber, colleghi di lavoro nella vicina Centrale del latte  – Io nasco come collezionista di lattine di birra e girando l’Europa per raduni, comincio a scoprire le birre più disparate”.

    Nel 2004 i due amici promuovono la nascita dell’associazione culturale “La compagnia della birra” con l’intento di riscoprire la cultura della birra, anche in Italia. “Con la compagnia promuoviamo l’organizzazione di viaggi in Belgio, Baviera e Vallonia, per accostare il prodotto al suo territorio, corsi per imparare ad auto prodursi la birra in casa, degustazioni, fra cui le prime nel nostro paese di birre trappiste prodotte dai monaci cistercensi in Belgio, assaporate nell’abbazia quattrocentesca del Boschetto accompagnate da prodotti tipici liguri  – dice Versaci –  L’associazione assume una rilevanza nazionale, è uno stimolo per creare altre realtà e oggi siamo arrivati ad avere una newsletter di oltre 4000 persone”.

    Nel frattempo, il suo futuro socio, Fausto Marenco, inizia una piccola produzione di birra in casa, ma la cucina in breve tempo gli sta stretta ed è in basso Piemonte che trova gli spazi adatti e crea un piccolo impianto artigianale. “Dopo la partecipazione a un concorso nazionale, con 40 giudici provenienti da tutto il mondo, in cui la nostra risultò la seconda birra italiana di categoria, decidemmo di fare il grande passo e realizzare un micro birrificio”, continua Versaci.

    Il primo problema che si trovano ad affrontare è quello relativo all’impianto per la produzione. “Le aziende che commercializzano questo tipo di impianti lavorano dal macro al micro – spiega Versaci – Da impianti standard, attraverso successivi adattamenti, producono impianti di dimensioni ridotte”. Ma le esigenze cambiano a seconda della qualità del prodotto che si intende realizzare. I due soci decidono così di progettare un impianto unico ed esclusivo, in sinergia con un’azienda artigiana specializzata nella lavorazione di acciaio inox alimentare.

    Il 5 giugno 2008 nasce ufficialmente Maltus Faber. E già dall’inizio ottiene buoni risultati. La guida Slowfood 2009 li cita fra le 22 migliori birre d’Italia; nella guida 2011 due delle birre prodotte da Maltus Faber risultano fra le 55 migliori d’Italia, le uniche della Liguria. Parliamo di una birra artigianale quindi non pastorizzata né filtrata, ad alta fermentazione, una birra viva e sana, ottenuta con un processo produttivo naturale che, partendo dalle materie prime (malti, luppoli e lievito) elaborate in una ricetta, permette di ottenere un prodotto di alta qualità.

    Maltus Faber e’ un micro birrificio, non un pub e quindi non ha un suo locale di mescita.  Attualmente sono quasi 400 i micro birrifici in Italia. C’è però un’importante distinzione da fare all’interno della categoria.  “I veri micro birrifici sono quelli che si occupano esclusivamente di produzione e vendita, poi ci sono i brew pub, locali dotati di mescita e dove i clienti consumano, ed è tale la quantità smerciata, che logicamente cambia anche la metodologia di produzione – chiarisce Versaci – È un business diverso rispetto a chi come noi immobilizza il capitale. La nostra birra infatti esce in commercio dopo 3 mesi dalla produzione. Secondo me sono un 25% le aziende mosse principalmente dalla passione e che mettono al centro del loro progetto la qualità della birra. Mentre Il restante 75% si avvicina a questo mondo più per ragioni legate alla presunta facilità del business”. Negli anni ’90 le multinazionali hanno acquisito tutti i marchi per uniformare la produzione in grandi siti produttivi. Ma negli stessi anni nascono i primi pionieristici birrifici e si avvia quello che diverrà un vero e proprio rinascimento della birra.

    “Negli anni 2000 l’Italia è al 5° posto in Europa come qualità della birra – continua Versaci – Il made in Italy ha creato un business mondiale. Bisogna tenere conto però che i 400 microbirrifici rappresentano oggi solo l’1% dei consumi. C’è un’autostrada di fronte da percorrere per contrastare il monopolio della birra industriale”.

    Maltus Faber nel 2010 ha registrato un aumento del 34,9% di fatturato rispetto all’anno precedente. “Produciamo circa 50.000 bottiglie all’anno ma c’è una previsione di incremento del 20% – afferma Versaci – Nel gennaio 2011 rispetto all’anno precedente abbiamo registrato un +26%. Il trend positivo indubbiamente c’è. Il problema è che l’autostrada va gestita. Puntando sulla qualità”.

    “La nostra filosofia è ridare dignità alla birra come accompagnamento nei pasti – conclude Versaci – Crediamo molto nella trasversalità della birra come bevanda socializzante.  Ed è importante anche l’aspetto della presentazione della birra. Attraverso la degustazione e l’abbinamento con i prodotti tipici del territorio. Iniziative che proponiamo in ogni ambito dal centro sociale, al club esclusivo, senza distinzioni”. 


    Matteo Quadrone 

  • I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    GastronomadiC’è un mercato di piccole realtà artigiane, produttori diretti di tipicità enogastronomiche locali, liguri e piemontesi, che ogni sabato e domenica rivitalizza Piazza Senarega e Piazza Banchi, riscuotendo l’apprezzamento dei residenti, ma il Comune ha deciso che dal 1 gennaio 2011 i banchetti dovranno trasferirsi, probabilmente presso la Commenda di Prè.

    “Sono anni che il Comune ci fa girare da una parte all’altra della città – racconta Gilberto Turbiani, portavoce del gruppo di produttori detti I Gastronomadi – Quando abbiamo iniziato, nel 2003, grazie all’iniziativa Biologgia, i nostri banchi avevano spazio all’interno del loggiato di Banchi. Poi successivamente siamo stati ospitati in Via Lomellini e in Piazza Fontane Marose, fino ad arrivare a guadagnarci il sabato e la domenica, Piazza Senarega e Piazza Banchi”.

    I Gastronomadi garantiscono un presidio enogastronomico di qualità in una zona che con il trascorrere del tempo si è impoverita notevolmente nel suo tessuto commerciale, a partire dalla scomparsa delle numerose botteghe storiche, ad esempio le antiche tripperie o le salumerie, presenti nei vicoli del centro storico fino a qualche anno fa.

    “È sufficiente passare di qua la domenica per accorgersi di quanto sia importante la nostra presenza, ad esempio per i turisti che cercano prodotti tipici di qualità e che in zona, attorno a noi, trovano solo un deserto di serrande abbassate”, spiega Turbiani.

    Il mercato è formato interamente da produttori diretti il cui obiettivo è accorciare la filiera per offrire prodotti naturali a prezzi sostenibili. Le aziende presenti sono piccole realtà artigiane provenienti dal Piemonte, dall’imperiese e dall’entroterra genovese. Sono produttori di olio e olive taggiasche, mele e frutta biologica, patata quarantina, vino, miele biologico, salame di S. Olcese, produzioni di sciroppi tipici come quello di rosa o lo sciroppo di fiori di sambuco.

    “Cerchiamo di fornire, oltre al bene materiale, anche un bene immateriale, perché dietro ogni prodotto c’è una storia che va valorizzata – continua Turbiani – Il nostro rapporto con i consumatori si è consolidato nel tempo e si è creata una sorta di empatia tra consumatori e produttori”.

    Ma il 2 dicembre i Gastronomadi hanno ricevuto una lettera dall’assessorato al commercio in cui il Comune comunica il futuro spostamento del mercato. Secondo Turbiani i problemi sono sorti a causa degli esposti presentati da alcuni esercizi commerciali della zona, i quali si lamentano della presenza dei banchetti, per altro non invasiva, ma che disturberebbe la clientela dei negozi.

    “Abbiamo ricevuto degli esposti per quanto riguarda la violazione, da parte dei produttori, delle norme che regolano l’occupazione del suolo pubblico – dichiara Giovanni Vassallo, Assessore al commercio del Comune di Genova – In particolare i Gastronomadi non avrebbero rispettato i limiti di metratura dei banchetti. Inoltre ci è stato segnalato come, in alcune occasioni, sia stata proposta la somministrazione dei prodotti enogastronomici attraverso forme di degustazione, infrangendo così le regole che consentono esclusivamente la vendita”.

    Ma i produttori non ci stanno anche perché “Il mercato, che non chiede nulla ai contribuenti, lascia nelle casse del Comune circa 6000 euro all’anno – racconta Turbiani – Solo il plateatico ci costa complessivamente 3600 euro a cui vanno aggiunte le spese per l’entrata dei mezzi e per i parchimetri”. E così i Gastronomadi si sono attivati in una raccolta firme per difendere il mercato che, se fosse costretto a spostarsi in zona Prè, dove non sussistono le condizioni per continuare, con ogni probabilità, non farà più tappa a Genova.

    “Non ci bastano le rassicurazioni per quanto riguarda il periodo natalizio – conclude Turbiani – Vogliamo conoscere il nostro destino per il 2011, siamo aziende artigiane e diamo lavoro ad altre persone, per questo abbiamo bisogno di sicurezza per tutto l’anno”.

    Matteo Quadrone