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  • I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    I Gatronomadi artigiani a Genova: prima Loggia ora Sloggia!

    GastronomadiC’è un mercato di piccole realtà artigiane, produttori diretti di tipicità enogastronomiche locali, liguri e piemontesi, che ogni sabato e domenica rivitalizza Piazza Senarega e Piazza Banchi, riscuotendo l’apprezzamento dei residenti, ma il Comune ha deciso che dal 1 gennaio 2011 i banchetti dovranno trasferirsi, probabilmente presso la Commenda di Prè.

    “Sono anni che il Comune ci fa girare da una parte all’altra della città – racconta Gilberto Turbiani, portavoce del gruppo di produttori detti I Gastronomadi – Quando abbiamo iniziato, nel 2003, grazie all’iniziativa Biologgia, i nostri banchi avevano spazio all’interno del loggiato di Banchi. Poi successivamente siamo stati ospitati in Via Lomellini e in Piazza Fontane Marose, fino ad arrivare a guadagnarci il sabato e la domenica, Piazza Senarega e Piazza Banchi”.

    I Gastronomadi garantiscono un presidio enogastronomico di qualità in una zona che con il trascorrere del tempo si è impoverita notevolmente nel suo tessuto commerciale, a partire dalla scomparsa delle numerose botteghe storiche, ad esempio le antiche tripperie o le salumerie, presenti nei vicoli del centro storico fino a qualche anno fa.

    “È sufficiente passare di qua la domenica per accorgersi di quanto sia importante la nostra presenza, ad esempio per i turisti che cercano prodotti tipici di qualità e che in zona, attorno a noi, trovano solo un deserto di serrande abbassate”, spiega Turbiani.

    Il mercato è formato interamente da produttori diretti il cui obiettivo è accorciare la filiera per offrire prodotti naturali a prezzi sostenibili. Le aziende presenti sono piccole realtà artigiane provenienti dal Piemonte, dall’imperiese e dall’entroterra genovese. Sono produttori di olio e olive taggiasche, mele e frutta biologica, patata quarantina, vino, miele biologico, salame di S. Olcese, produzioni di sciroppi tipici come quello di rosa o lo sciroppo di fiori di sambuco.

    “Cerchiamo di fornire, oltre al bene materiale, anche un bene immateriale, perché dietro ogni prodotto c’è una storia che va valorizzata – continua Turbiani – Il nostro rapporto con i consumatori si è consolidato nel tempo e si è creata una sorta di empatia tra consumatori e produttori”.

    Ma il 2 dicembre i Gastronomadi hanno ricevuto una lettera dall’assessorato al commercio in cui il Comune comunica il futuro spostamento del mercato. Secondo Turbiani i problemi sono sorti a causa degli esposti presentati da alcuni esercizi commerciali della zona, i quali si lamentano della presenza dei banchetti, per altro non invasiva, ma che disturberebbe la clientela dei negozi.

    “Abbiamo ricevuto degli esposti per quanto riguarda la violazione, da parte dei produttori, delle norme che regolano l’occupazione del suolo pubblico – dichiara Giovanni Vassallo, Assessore al commercio del Comune di Genova – In particolare i Gastronomadi non avrebbero rispettato i limiti di metratura dei banchetti. Inoltre ci è stato segnalato come, in alcune occasioni, sia stata proposta la somministrazione dei prodotti enogastronomici attraverso forme di degustazione, infrangendo così le regole che consentono esclusivamente la vendita”.

    Ma i produttori non ci stanno anche perché “Il mercato, che non chiede nulla ai contribuenti, lascia nelle casse del Comune circa 6000 euro all’anno – racconta Turbiani – Solo il plateatico ci costa complessivamente 3600 euro a cui vanno aggiunte le spese per l’entrata dei mezzi e per i parchimetri”. E così i Gastronomadi si sono attivati in una raccolta firme per difendere il mercato che, se fosse costretto a spostarsi in zona Prè, dove non sussistono le condizioni per continuare, con ogni probabilità, non farà più tappa a Genova.

    “Non ci bastano le rassicurazioni per quanto riguarda il periodo natalizio – conclude Turbiani – Vogliamo conoscere il nostro destino per il 2011, siamo aziende artigiane e diamo lavoro ad altre persone, per questo abbiamo bisogno di sicurezza per tutto l’anno”.

    Matteo Quadrone

  • New Trolls: lettera aperta di Giorgio D’Adamo a Ricky Belloni

    New Trolls: lettera aperta di Giorgio D’Adamo a Ricky Belloni

    New TrollsDuro attacco di Giorgio D’Adamo, bassista e fondatore dei New trolls al suo ex compagno di band Ricky Belloni, entrato nel gruppo genovese nel 1976.

    La polemica riguarda la paternità del marchio New Trolls, da cui sono derivate azioni legali, polemiche,  e per ultima la decisione del tribunale di Genova che lo ha reso inutilizzabile.

    I membri storici della band si sono così divisi in due: da una parte  Vittorio De Scalzi, con D’Adamo, Nico Di Palo e Giovanni Belleno ha fondato La Leggenda New Trolls, mentre gli altri ex componenti, guidati da Ricky Belloni, hanno chiamato il nuovo gruppo Il Mito New Trolls.

    Ecco il testo integrale della lettera scritta da D’Adamo a Belloni.

    Caro Ricky,

    o forse sarebbe ormai il caso di rivolgersi a te come “Egregio Sig. Belloni”…

    Mi ero ripromesso, all’inizio di questa vicenda, di non rispondere alle tue ripetute provocazioni, impegno che fino ad oggi ho mantenuto, non ritenendo dignitoso scendere ad un livello di liti da cortile, ma mi sembra che tu abbia scambiato questo silenzio per un atteggiamento di comprensione ed acquiescenza nei tuoi confronti.

    Ma c’è un punto di non ritorno, e mi pare che tu adesso abbia oltrepassato ogni limite.

    E’ il caso dunque che io ti ricordi come stanno esattamente le cose, poiché credo che tu, per convincerti di avere ragione, abbia dovuto modificare la storia del nostro gruppo di cui è invece opportuno andare a rispolverare le origini.

    Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo si incontrano alla fine del 1965 e cominciano a fare musica insieme. Tu non c’eri.

    Scrivono insieme e pubblicano decine di dischi: Sensazioni, Visioni, Davanti agli occhi miei, Una miniera, La prima goccia bagna il viso, e cento altri che cominciano ad incontrare il favore di pubblico e critica. Tu non c’eri.

    Incontrano Giampiero Reverberi e Fabrizio De André e scrivono insieme ed incidono Senza orario e senza bandiera. Tu non c’eri.

    Partecipano a diverse edizioni di Un disco per l’estate, Cantagiro, Festival di Sanremo, Festival di Venezia, Cantaeuropa con enorme successo. Tu non c’eri.

    Incontrano Sergio Bardotti e Luis Enriquez Bacalov, scrivono ed incidono Concerto Grosso per i New Trolls, di cui vendono oltre un milione di copie. Tu non c’eri.

    Scrivono e registrano diverse sigle per importanti programmi televisivi, anche del Sabato sera. Tu non c’eri.

    Sono stati 10 anni di amore del nostro pubblico, di successi, di viaggi, di fatica, di esperienza, di incontri musicali importanti e vitali per il nostro domani. Tu non c’eri.

    Nel 1976, dieci anni dopo la fondazione del gruppo, sei stato chiamato a farne parte, caldamente voluto da me e da Gianni Belleno, avendo noi tre condiviso l’esperienza del tour con Fabrizio De André.
    Da allora, se ben ricordo, avevamo messo in atto la regola di firmare tutti le canzoni non importa scritte da chi di noi, in modo da poter scegliere i pezzi da incidere senza motivazioni che potessero riguardare il proprio interesse personale.

    Mi risulta che tu abbia bene sfruttato questa regola, perché in realtà hai avuto un parte di autore molto limitata nella stesura di Quella carezza della sera e di pochi altri pezzi minori, passati poi nel dimenticatoio.
    Ma non voglio polemizzare su questo; se anche il tuo contributo a Quella carezza della sera fosse stato superiore a quanto io mi ricordi, pensi che solo questo ti autorizzi ad essere un “New Trolls”‘?
    Ti ricordo che personaggi ben più autorevoli di te, musicalmente parlando, hanno scritto musica e parole per noi: Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Sergio Bardotti, Luis Enriquez Bacalov… Nessuno di loro si è mai sognato di arrogarsi il diritto di essere un New Trolls!

    E veniamo ad un passato più recente.

    Sai bene che quando abbiamo ricostituito il gruppo è stata offerta anche a te la possibilità. Tu hai scelto di non farne parte. Scelta che noi tutti abbiamo rispettato, pensando che fosse un legittimo desiderio di portare avanti un altro progetto, e nessuno ti potrebbe ora criticare se questo fosse stato il tuo scopo.

    Ma quale progetto? Quale musica? Quale desiderio di fare una esperienza musicale diversa?
    Tu vai in giro a suonare la NOSTRA MUSICA, non la tua (se c’è). E allora perché ti indigni se ti chiamano cover band? E’ esattamente quello che fai.

    Il fatto che ti abbiano portato a firmare il deposito del nome, in un breve periodo in cui collaboravi con una parte del gruppo originale, pensi che ti dia davvero dei diritti di paternità musicale che non hai acquisito nella vita e sul palco?

    Perché non dimostri le tue capacità suonando la tua musica, ripeto, se ce l’hai, invece di andare in giro vendendo te e la tua band per un gruppo che non siete adesso e che non siete mai stati nel passato?
    Perché, allora, le persone per le quali lavori vendono il nome New Trolls e poi mandano le foto di De Scalzi, Di Palo, Belleno e D’Adamo anziché la tua?

    Di questo ci sono le prove e non lo puoi negare.

    Questo significa deludere le aspettative del pubblico e creare a noi un gravissimo danno di immagine.
    Credo che un minimo di vergogna dovresti provarla, per lo meno nel criticare gli altri con modi offensivi, come hai fatto recentemente e ripetutamente, ed in qualche caso anche irrispettosi delle altrui tragedie di vita.

    Vai pure per la tua strada, Ricky Belloni, ma, se ne sei capace, cerca almeno di percorrerla da uomo.

    Giorgio D’Adamo

     

  • Il velo integrale delle donne islamiche: è giusto proibirlo in Italia?

    Il velo integrale delle donne islamiche: è giusto proibirlo in Italia?

    Proibire il velo integrale è necessario o siamo di fronte a un caso di strumentalizzazione politica, tra l’altro su un tema delicato che ha molteplici risvolti e chiama in causa la condizione della donna, la libertà di culto e i rapporti con culture diverse dalla nostra?
    È la domanda che mi sono posto leggendo negli ultimi giorni la notizia della multa da 500 euro comminata ad Amel, 26 anni, tunisina, residente nella zona popolare di Novara.
    La sua colpa è aver indossato il niquab, il velo che copre il volto a eccezione degli occhi. Non si tratta del famigerato burqa, il mantello che copre integralmente testa, viso e corpo ma è bastato per applicare l’ordinanza firmata a gennaio dal sindaco leghista Massimo Giordano, che prevede “in tutto il territorio comunale, nella aree pubbliche e aperte al pubblico, nelle vicinanze di scuole, asili, università, uffici pubblici e all’interno degli stabili che sono sede di dette istituzioni, il divieto di indossare abbigliamento atto a mascherare o travisare il volto delle persone in modo che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento delle stesse”.
    La ragazza con il marito è stata fermata davanti a un ufficio postale da una pattuglia di carabinieri per un controllo di routine. Il marito ha fornito senza problemi i documenti di entrambi. I militari per effettuare il riconoscimento di Amel hanno chiesto di confrontarne il volto con la foto sul documento. L’uomo però si è opposto fermamente e ha chiesto, per rispetto della sua religione, che a verificare l’identità di sua moglie, fosse una donna.
    Grazie all’aiuto di una vigilessa si è proceduto all’identificazione in un luogo appartato, lontano dagli sguardi di curiosi. I carabinieri hanno riferito che il tutto si è svolto in un clima di massima civiltà. L’epilogo, inevitabile, è stato la consegna del verbale con la sanzione da 500 euro e 90 giorni per pagarla.
    “Ho firmato il provvedimento per ragioni di sicurezza ma anche per far sì che chi viene a vivere nelle nostre città rispetti le nostre tradizioni”, sostiene Giordano. La Stampa il giorno dopo ha intervistato la giovane tunisina che così ha rivendicato l’autonomia della sua scelta “Mi velo per l’Islam ma l’ho scelto io. Non ho mai dato fastidio a nessuno. Esco una volta alla settimana per andare in moschea”.
    Questi i fatti raccontati dai maggiori organi d’informazione. È una questione quella della proibizione del burqa che stanno affrontando anche in altri paesi europei. Il Belgio in questi giorni è stato il primo a bandirlo. La norma proposta dai liberali sia fiamminghi sia francofoni ha avuto il sostegno di tutti i partiti e di tutti i gruppi linguistici. Per la definitiva approvazione manca soltanto il sì del Senato che viene dato per scontato. Anche la Francia a maggio dovrebbe approvare una legge simile su proposta del governo. Quasi tutti i deputati belgi hanno evidenziato che la nuova legge vuole essere un passo in difesa della dignità della donna contro le prigioni mobili rappresentate da burqa e niquab.
    Tornando alla vicenda italiana questo il commento del vicepresidente del centro islamico novarese, Salah Hirate “Non c’è nulla da dire davanti alla legge se questo è il volere del Comune”.

    Il presidente dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), Izzedin Elzir, intervistato da La Repubblica ha ricordato invece che “L’Ucoii si è più volte espressa a favore del viso scoperto della donna e per il rispetto della legge italiana che esige la riconoscibilità di ogni persona. Contro il velo integrale basta rifarsi alla legge italiana sull’ordine pubblico del 1975”.

    In effetti la nostra legislazione impone la riconoscibilità delle fattezze del viso in caso vi possano essere risvolti di ordine pubblico. Il presidente dell’Ucoii ribadisce “Non si sente il bisogno di nuovi interventi ad hoc. Non vanno infatti creati problemi dove non ce ne sono. E guai poi a confondere burqa, niquab e hijab. I primi due nascondono il volto della donna, il terzo è il semplice velo che copre i capelli. Questo nessuno potrà mai impedirlo perché la nostra Costituzione garantisce la libertà religiosa di tutti”.

    Matteo Quadrone