Tag: polemiche

  • Genova musei, dopo l’Accademia altri quattro a rischio chiusura

    Genova musei, dopo l’Accademia altri quattro a rischio chiusura

    Qualche settimana fa vi avevamo parlato del rischio chiusura per uno dei musei del centro di Genova, ovvero il Museo dell’Accademia di Belle Arti.

    Oggi scopriamo che non si tratta dell’unico polo culturale genovese che potrebbe presto chiudere i battenti: l’Assessore alla Cultura del Comune di Genova Andrea Ranieri, alla mano i dati delle visite nel 2011, ha stilato un libro nero dei musei civici. I circa mille visitatori del Museo dell’Accademia si sommano ai poco più di 4.000 del Luxoro di Nervi e ai circa 1.700 del Museo Navale a Pegli.

    Sono appunto queste tre le strutture attualmente più a rischio: per il momento si prevedono aperture limitate, per esempio il Luxoro potrebbe essere visitabile solo nel periodo natalizio. Incerta anche la situazione della Gam – anch’essa con una media di 5.000 visite all’anno – e di un altro museo di Nervi, la Wolfsoniana. Si tratta di musei periferici, che contano un minore passaggio casuale rispetto a quelli del centro città e che di rado spiccano con mostre o eventi che possano attirare un flusso maggiore di visitatori.

    Indignati? È naturale. Fermiamoci però a riflettere un momento: noi che a Genova ci siamo nati e cresciuti, e che magari fra gite scolastiche e vacanze abbiamo girato mezzo mondo, quanti musei della nostra città abbiamo visitato?

    Marta Traverso

  • Buridda arrivederci, inizia il trasloco al mercato del pesce

    Buridda arrivederci, inizia il trasloco al mercato del pesce

    Via Bertani 1Una vicenda che si portava avanti da mesi, fra tira e molla e strascichi di polemiche che sembravano non finire mai: il centro sociale Buridda costretto a lasciare la sua sede in via Bertani, con trasferimento nei piani alti del mercato del pesce in piazza Cavour.

    La svolta è arrivata nei giorni scorsi, grazie al tramite di Don Andrea Gallo e della sua associazione Spazi sociali, che si è promossa come garante perché venga firmato il protocollo d’intesa tra il Comune e i gestori dei quattro centri sociali genovesi (Buridda, Terra di Nessuno, Pinelli e Zapata), che permetterà di avere un regolare contratto d’affitto per la propria sede.

    Il primo centro sociale in regola con il Comune è il Pinelli, che da gennaio ha una nuova sede in via Fossato Cicala. Sistemati i passaggi burocratici, anche il Buridda avrà la sua casa ufficiale e il trasloco partirà nei prossimi giorni. Il nuovo Buridda sarà ospitato in un’area su due piani, per un totale di circa 500 metri quadrati.

    Cosa accadrà invece agli altri due centri sociali? Lo Zapata sta ultimando le pratiche per il trasloco definitivo ai Magazzini del Sale di Sampierdarena, mentre il futuro di Terra di Nessuno è legato a doppio filo alla costruzione (se mai avverrà…) della moschea al Lagaccio.

    Marta Traverso

  • Teatro della Gioventù, stagione e nuova gestione al via nel 2012

    Teatro della Gioventù, stagione e nuova gestione al via nel 2012

    teatro della gioventuLa nuova gestione del Teatro della Gioventù in via Cesarea aveva scatenato fior di polemiche nei mesi scorsi. Lo spazio era noto per la sua particolare attenzione alla commedia dialettale, ma la musica è decisamente cambiata dopo che è stato affidato alla Hurly Burly di Massimo Chiesa dopo una gara d’appalto indetta dalla Regione lo scorso febbraio. Non senza polemiche, Chiesa ha  infatti scelto di seguire una linea completamente diversa: largo alla musica, alle compagnie giovani e al teatro contemporaneo.

    La stagione teatrale partirà nel 2012 e il cartellone sarà annunciato nei prossimi giorni, giusto il tempo di ultimare i lavori di ristrutturazione della sala. Nessuna indiscrezione sui titoli degli spettacoli, ma il nuovo direttore artistico è stato molto chiaro su ciò che ci attende: nessuna opera in dialetto, molto spazio alla musica con concerti jazz, rock e blues, alle compagnie teatrali giovani – Chiesa ha dichiarato che avrebbe assunto 30 ragazzi nella sua compagnia – e tanti spettacoli nuovi rispetto a ciò che comunemente rappresentato negli altri teatri genovesi, in modo da non creare nessuna forma di concorrenza diretta.

    Non ci resta dunque che scoprire il calendario degli spettacoli per scoprire se sarà così. Certo, i nostalgici delle commedie dialettali avranno di che mugugnare, ma si spera che il gioco valga davvero la candela.

    Marta Traverso

    Video di Daniele Orlandi

  • Lettera aperta a Mario Monti (…che intanto non la legge)

    Lettera aperta a Mario Monti (…che intanto non la legge)

    Merkel: «Necessaria un’unione fiscale». Finalmente una cosa intelligente.

    Mi perdoni ministro Monti, io non sono un’economista e mi intendo di finanze come una formica che guarda le stelle ma i bilanci, quelli molto più terra terra del quotidiano, credo proprio di saperli fare. Gas, luce, telefono, amministrazione, bollo e bollini auto, assicurazioni varie, canone tv, spese sanitarie ecc, un vero bollettino di guerra che, ogni giorno, il povero italiano deve affrontare per la quadratura di un cerchio che, dal mondo matematico, ci assicurano impossibile. In questo paesaggio sconsolato Lei, caro Ministro mi ripropone l’ICI sulla casa insieme ad altri simpatici balzelli (Iva, caro bollette, caro benzina…) che, inevitabilmente, si spalmeranno su tutti, ad eccezione del barbone da cui, spremuto dalla vita come una rapa, non si potrà ricavare più nulla.

    Questo percorso, che sarebbe persino condiviso dal popolo italiano solidale, stride davanti alle vergognose notizie di corruzioni miliardarie in cui fiumi di denaro, ben più consistenti di una manovra finanziaria, saltano da una tasca all’altra con la disinvoltura di Nureyev o all’iniquità fiscale che contraddistingue il nostro paese.

    Sollecitata a condividere l’emissione degli euro-bund, la cancelliera tedesca ci ha fatto il classico gesto dell’ombrello perché, da quelle parti, è pur vero che si mangiano kartoffeln ma ciò non è sinonimo di stupidità. “Con la socializzazione del debito non si risolve il problema” ha spiegato la Merkel, che tradotto in “casalinghese” significa il debito è tuo, tienitelo ,”ma mi sono schierata per un patto Europlus in modo da poter parlare di diritto al lavoro, di pensioni e un sistema uniforme di tasse”.

    E qui che La voglio caro ministro. Mi permetta l’impertinenza della massaia frustrata (se preferisce anche frustata) dalle sigle erariali quali Ilor, Irpef, Iva, ICI, Tia, ect, ben fatto il rinvio parziale dell’acconto Irpef 2011, dal 99 all’82% del reddito del 2010, che darà un boccata d’ossigeno a piccoli imprenditori, artigiani, commercianti tra i quali, non dimentichiamo, si annidano anche grandi evasori esemplificati nel noto caso di Treviso, ma che ne facciamo dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e di tutti quei ligi pagatori di imposte, loro malgrado, su cui più di tutti si farà sentire un aggravio erariale che già ci vede ai primi posti in Europa?

    Se, infatti, è un’anomalia l’esenzione ICI sulla prima casa e le entrate fiscali sul possesso immobiliare rappresentano solo il 1,47% di contributo sul totale del gettito tributario, aggiungendo le tasse sul lavoro (22,1%), più le imposte sul capitale (11,2%), arriviamo alla rispettabile somma del 34%, con un crescendo gravoso relativo ad altri oneri accessori quali balzelli comunali, sociali, sanitari e di servizi.

    Se ad un conteggio assoluto, apparentemente, il “monte–tasse” risulta minore rispetto ad altri paesi europei, la fallacità del dato si evince ricordando che, ad esempio, in Francia sono deducibili l’imposta sulla casa, sulle ristrutturazioni, sulla baby sitter, sulla colf, sugli asili, sulla sanità e tutta un’altra quantità di cose ivi compresi i figli. Considerata “bene nazionale”, la prole, già dal secondo figlio, permette di dimezzare il debito con lo stato e al terzo praticamente lo azzera. Per non parlare dei servizio sociali quali ospedali, trasporti, strutture scolastiche che “fanno luce”.

    Capisco che rischio di cadere nei soliti luoghi comuni, ma che ne direbbe di trovarmi un posto al Parlamento dove ti regalano la casa a tua insaputa, dove dopo una legislazione puoi contare su una pensione d’oro, dove percepisci uno stipendio non confacente alle squallide scene da cortile che ci offrono, talora, i nostri politici, dove faccendieri rampanti trovano un ottimo substrato per ruberie incommensurabili. Italiana convinta, non vorrei guardare alla Merkel come al salvatore della patria e sventolando una bandiera con il tricolore blu, inneggiare al grido di” Vive la France”.

    Adriana Morando

  • Università di Genova: tasse troppo alte?

    Università di Genova: tasse troppo alte?

    tasse universitàPremessa: nel 1997 è stato promulgato un Dpr (Decreto del Presidente della Repubblica) secondo cui le Università non possono far pagare ai propri studenti tasse superiori al 20% del Ffo (Fondo di Finanziamento Ordinario), ossia il contributo che ricevono ogni anno dallo Stato.

    Un’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore ha mostrato come in Italia esistano ben 33 atenei fuori legge, che fanno dunque pagare tasse eccedenti alla percentuale di cui sopra. Fra queste c’è anche l’Università di Genova, che per la precisione si colloca al 28° posto.

    La media delle tasse pagate ogni anno dagli studenti genovesi è infatti 1.136 €, ossia il 21,1% in più rispetto ai 39,48 milioni di € che lo Stato ogni anno destina al nostro ateneo.

    Una faccenda a cui nessuno ha dato troppa importanza in questi anni, finché la scorsa settimana il Tar della Lombardia ha condannato l’Università di Pavia a risarcire gli studenti che avevano pagato tasse troppo alte. Che sia l’inizio di una serie di ricorsi a catena?

    Marta Traverso

     

     

  • Servizio civile: una petizione online contro i tagli

    Servizio civile: una petizione online contro i tagli

    Proprio in questi servizio civile nazionalegiorni si sono svolte a Genova le selezioni per i nuovi progetti di Servizio Civile Nazionale, a seguito dei bandi 2011 scaduti lo scorso 21 ottobre.

    Proprio in questi giorni una delle più interessanti opportunità formative, di lavoro e di servizio agli altri per i giovani italiani rischia di vedere seriamente ridimensionate le sue risorse: la recente Legge di Stabilità, ultimo provvedimento approvato in Parlamento prima delle dimissioni del governo Berlusconi, ha tagliato del 40% i fondi destinati al servizio civile nazionale.

    Sul sito petizionionline.it è stata promossa Non tagliare il futuro dell’Italia, una raccolta di firme per chiedere l’annullamento dei tagli, indetta e sostenuta dalle associazioni del Terzo Settore, dalla Cnesc (Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile) e dalla Rappresentanza Nazionale dei Giovani in Servizio Civile.

    Firmare è gratuito e richiede meno di un minuto. È importante dare il proprio contributo perché molti giovani possano continuare a beneficiare di questa opportunità, e che enti e associazioni possano continuare quelle attività che solo grazie ai volontari di servizio civile diventano possibili.

    Marta Traverso

  • Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Nichi Vendola e Antonio Di PietroUna delle più geniali imitazioni nella carriera di Corrado Guzzanti, a mio avviso, rimane quella di Fausto Bertinotti, l’ex-leader di Rifondazione Comunista. A parte la straordinaria capacità caratteristica quell’imitazione era riuscitissima anche per l’intelligenza della satira. Il comico romano, ad esempio, riusciva a mettere in ridicolo l’irriducibilità di una posizione politica funzionale a fare opposizione, ma non a governare. Epico il perentorio comizio del “sub-comandate Fausto” in un programma con la Dandini di molti anni fa: «Siamo inaffidabili! Noi non possiamo governare. Il comunismo è fantasia! Questo mito della governabilità è un mito della destra! La sinistra deve restare all’opposizione. La storia della sinistra italiana dice che la sinistra deve restare all’opposizione! La sinistra non può concedersi il lusso di governare questo paese». E ancora, in uno show a teatro nel 2009: «Capovolgendo il pensiero buonista del Partito Democratico, che dice di essere uniti anche nella diversità, noi invece diciamo: dividiamoci anche se la pensiamo grossomodo allo stesso modo!». Geniale.

    Ecco, oggi che Bertinotti e Rifondazione Comunista non ci sono più, ci si sarebbe augurati che Di Pietro e Vendola, che di fatto svolgono la funzione della sinistra cosiddetta “antagonista”, non si facessero trascinare negli stessi errori: cosa che non è successa. Intendiamoci: in politica, avere una posizione chiara e netta è indispensabile. E sia l’Italia dei Valori che Sinistra e Libertà hanno una linea precisa: il rispetto della Costituzione, la legalità, la lotta al conflitto d’interessi, il contrasto all’evasione, la difesa dei ceti più deboli, eccetera. Tutti principi sacrosanti che i due leader – bisogna riconoscerlo – hanno cercato di perseguire con una discreta coerenza (a parte qualche “inciampo” non proprio piccolissimo, tipo il caso Scilipoti nell’IDV o i rapporti discutibili di Vendola con il senatore Tedesco, finito nello scandalo della sanità in Puglia).

    Tuttavia avere le idee chiare non basta. Ci vuole anche carisma, fiuto e capacità di sintesi; ci vuole la stoffa per saper strappare degli accordi vantaggiosi; in una parola, bisogna sapere negoziare.

    Ora, negli ultimi 17 anni, Berlusconi ha inquinato questo presupposto normale della vita democratica. Con le proposte di legge del Cavaliere, per il modo in cui erano concepite e per il fine a cui erano indirizzate – e questo va rimarcato con forza, altrimenti si fa di ogni erba un fascio -, ogni compromesso è stato impossibile: contrattare su prescrizione breve, legge-bavaglio, pericolose modifiche della Costituzione, riforma della giustizia e tante altre belle cose non si poteva e non si doveva fare. Non si poteva accettare che un concessionario dello Stato, ineleggibile per legge, puntasse a sfasciare il buon funzionamento di uno Stato per ottenere impunità per i suoi amici e vantaggi per le proprie aziende. I compromessi sono diventati rese e le collaborazioni inciuci.

    Ma era da dicembre dell’anno scorso, dallo strappo con Fini, che il Cavaliere aveva smesso di governare. Le opposizioni cosa hanno aspettato per costruire un’alternativa? Il PD è un soggetto misterioso e diviso, ma l’iniziativa per costruire una piattaforma condivisa poteva partire benissimo da Vendola e Di Pietro. Con un programma scritto, sul modello di quello che presentò l’Unione di Prodi, ma possibilmente più snello e concreto, si poteva mettere nell’angolo il PD e costringerlo a costruire un’alleanza.

    Il Fatto Quotidiano mesi fa propose una legge anti-corruzione a costo zero. Si poteva esser d’accordo o meno, ma il punto è che non si limitò a chiederla: la scrisse. La buttò giù articolo per articolo. Se un giornale arriva a questi punti di concretezza, perché non può farlo una forza d’opposizione? Ma si è preferito discutere di alleanze: Casini si o Casini no?

    Poi è arrivata l’estate delle tribolazioni finanziarie e la coppia Berlusconi -Tremonti collezionava pessime figure: ma dall’altra parte tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è spuntata la lettera della BCE. Il mio pensiero in proposito l’ho scritto la settimana scorsa, suggerendo anche, pur non essendo un economista, delle alternative. Ma dall’opposizione ancora tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è caduto Berlusconi e Napolitano ha guardato subito a Monti. Dall’opposizione di nuovo critiche.

    Eppure, chi aveva causato il mal suo, avrebbe dovuto piangere se stesso. Qual’era l’alternativa? Lasciare tutto in stand-by per mesi fino alle elezioni con la pistola puntata di uno spread alle stelle? E che garanzie di tenuta avremmo avuto con la vittoria di un centro-sinistra che a tutt’oggi non ha una coalizione e non ha un programma? Inutile che Di Pietro parli di «macelleria sociale». Il fallimento del paese farebbe una «macelleria sociale» ben peggiore. Per questo la gente appoggia Monti: perché è il male minore.

    Ed è colpa anche di Di Pietro, che evidentemente si è accontentato di farsi bello con il proprio elettorato mostrandosi duro e puro, se, quando c’era tempo, non si è costruita un’alternativa. E ora è costretto, obtorto collo, ad imparare a mediare. Così, mentre l’Italia incrocia le dita, ci tocca concludere che Di Pietro è un ex-magistrato onesto e Vendola un buon oratore: ma entrambi non hanno saputo dimostrare di essere anche buoni politici.

    Andrea Giannini

  • No free jobs: gli indignati del web contro il lavoro gratis

    No free jobs: gli indignati del web contro il lavoro gratis

    No free jobsA volte sembra di vivere in un altro mondo. Chi si limita (ammesso che di limite si tratti) a informarsi leggendo il giornale, per non parlare di chi guarda solo la televisione, non ha idea di quante cose possono accadere sui social network mentre il mondo va avanti per conto suo.

    Un esempio sono gli indignados del web, che nelle ultime settimane hanno creato vere e proprie mobilitazioni virtuali di massa per monitorare l’informazione sugli eventi caldi del momento. Qualche esempio? Il corteo di Roma dello scorso 15 ottobre, il movimento Occupy Wall Street, la recente caduta del governo. Il tutto a colpi di fan page su Facebook e di hashtag su Twitter.

    [Parentesi per i neofiti: gli hashtag sono cancelletti “#” che su Twitter vengono posizionati prima di una parola o un insieme di parole, così da etichettare quelle parole e renderle più facilmente rintracciabili]

    L’ultima protesta nata in rete è NoFreeJobs, niente lavoro gratis: sulla scia della mappa degli stage indecenti lanciata dal sito web Repubblica degli Stagisti – che da alcuni anni si dedica a denunciare aziende che sfruttano o sottopagano giovani (e non solo) precari – l’esperta di comunicazione sui social media Cristina Simone ha replicato a un post su Facebook del collega Paolo Ratto creando su Twitter l’hashtag #noFreeJobs.

    Un rimbalzo tra un social network e l’altro che in poco meno di una settimana ha mobilitato migliaia di utenti con proposte e testimonianze: mentre scriviamo, la fan page No Free Jobs su Facebook ha già raccolto oltre mille fan, mentre il corrispondente account Twitter ha circa 400 follower. E l’hashtag di cui sopra, #noFreeJobs, tiene conto in tempo reale di tutti i messaggi degli utenti: polemiche a parte (che su questo argomento sono purtroppo inevitabili), perché non date un’occhiata?

  • Wi-fi gratis a Genova: le zone della città in cui si può navigare

    Wi-fi gratis a Genova: le zone della città in cui si può navigare

    Premessa: se vivessimo in un Paese civile, l’accesso libero e gratuito a Internet dovrebbe essere garantito ovunque e senza eccezioni. Non per nulla, uno dei primi provvedimenti di cui si chiacchiera a proposito del quasi-neo Governo Monti e delle misure per la crescita è proprio l’investimento sulla banda larga.

    In Italia siamo molto indietro su questo tema, non ci piove. Non solo perché esistono ancora aree dove la connessione veloce è un miraggio, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la presenza di isole wi-fi nelle città.

    Come siamo messi a Genova?

    Il wi-fi nostrano è partito in sordina un paio di anni fa con una connessione a macchie e a pagamento, grazie all’intervento dell’Associazione Cittadini Digitali. Sono state poi coperte altre due aree, sempre portafoglio alla mano: il Porto Antico (costo annuale 12 €) e la Biblioteca Berio (costo annuale 5 €).

    Solo negli ultimi mesi si è giunti a una, anzi due reti di isole wi-fi accessibili gratuitamente 24 ore su 24 facendo il login con il proprio numero di cellulare.

    Il progetto Rete Gratuita copre 150 hot spot in tutta la Liguria, a cura di Cittadini Digitali e del consorzio Vallicom, tra cui troviamo piazza De Ferrari e Matteotti, Porto Antico, Darsena, Ipercoop l’Aquilone e Fiumara, piazza delle Erbe e Giardini Luzzati: le ultime aree attivate in ordine di tempo sono in via Fiasella e a Porta Soprana, nei pressi della Casa di Colombo.

    A seguire le isole wi-fi gestite dal Comune di Genova, inizialmente con la possibilità di navigare gratis due ore al giorno, ma che dal 4 novembre (per garantire a tutti la possibilità di comunicare durante l’emergenza alluvione) sono accessibili 24 ore su 24. Queste le aree finora coperte dal servizio: Biblioteche civiche Brocchi, De Amicis, Lercari, Podestà e Campanella; stazioni ferroviarie di Principe, Brignole e Sampierdarena e piazze antistanti; Informagiovani e Palazzo Ducale, piazza De Ferrari e Matteotti; piazzale Kennedy, Loggia dei Banchi e parco di Villa Croce; via Sestri e Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Due progetti distinti – perché lavorare in rete è un concetto troppo evoluto, forse – e che prevedono in futuro l’attivazione di nuove aree in cui navigare gratis. Speriamo senza troppi inconvenienti tecnici.

  • EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo arriva in Italia

    EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo arriva in Italia

    pillola dei 5 giorni dopoLa pillola dei 5 giorni dopo “ellaOne” arriva in Italia: oggi, lunedì 14 novembre,  il decreto che ne autorizza la vendita è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

    Dopo anni di scontri, discussioni e proteste, tra Ministero della Sanità, Agenzia del farmaco, associazioni di donne, organizzazione cattoliche, è finito il  lungo iter burocratico legato a questo farmaco,  giudicato dal Consiglio Superiore della Sanità come un contraccettivo d’emergenza e non un abortivo, allineandosi al parere espresso dai paesi europei ed extraeuropei in cui la pillola dei 5 giorni dopo è già in commercio da qualche tempo.

    Come la pillola del giorno dopo, anche questo farmaco necessita di prescrizione medica ed è a carico delle pazienti, e ha un costo che si aggira intorno a 35 euro, prezzo molto superiore alla media europea, visto che in Francia, per esempio, costa 24 euro e in Gran Bretagna 17 sterline.

    La pillola del giorno dopo, che continuerà ad essere in commercio, deve essere assunta entro 72 ore dal rapporto (3 giorni) e ha un effetto che copre un arco di sole 24 ore, mentre la nuova pillola ha un’efficacia prolungata a 5 giorni.  In entrambi i casi, tuttavia, l’azione dei farmaci non ha nulla a che vedere con la RU-486, che deve invece essere considerata una vera e propria pillola abortiva poiché il suo principio attivo, agisce a gravidanza già iniziata: inibisce lo sviluppo embrionale causandone il distacco dalla mucosa uterina.

    La pillola dei cinque giorni dopo è considerato un contraccettivo d’emergenza. Nonostante questo, il Consiglio superiore di sanità (Css) ha stabilito che prima di prendere la pillola si dovrà fare un test di gravidanza. Una decisione che ha destato non poche perplessità tra i medici,  che lo ritengono un gesto per scoraggiare le donne ad assumere il farmaco e totalmente in contraddizione con la natura del farmaco.

    L’85% dei ginecologi si è detto contrario al test. “ Anche se hanno principi attivi appartenenti alla stessa categoria molecolare, la pillola dei 5 giorni dopo non agisce come la Ru-486, ha spiegato Nicola Surico, presidente della Società Italiana di ginecologia e ostetricia. Non è un farmaco abortivo, e non si capisce allora il perché della richiesta di un test di gravidanza ematico, che oltre a essere un esame invasivo per la donna, può impedirle di assumere il farmaco. Questo tipo di test, infatti, deve essere prescritto da un medico ed eseguito in ospedale, che può dare i risultati anche due, tre giorni dopo le analisi. Ma in questo modo, è evidente, la donna non ha più il tempo utile per prendere il farmaco”.

    Per di più, in nessuno dei 21 paesi europei dove sono già state vendute 400mila confezioni di ellaOne esiste una regola del genere.

    Manuela Stella

  • Alassio: chiude il circolo Arci Brixton

    Alassio: chiude il circolo Arci Brixton

    Alassio circolo Arci BrixtonFacciamo un salto fuori da Genova: andiamo in una località di mare forse un po’ distante per noi abituati a fare il bagno tra Camogli e Vesima, forse un po’ troppo vip per le nostre tasche, dove la spiaggia libera non la trovi neanche a pagarla oro. Ad Alassio tutti ci siamo stati almeno una volta: ci siamo innamorati del budello, del suo gelato, di quell’aria da vecchia signora ricca e forse un po’ annoiata.

    C’è qualcosa che accomuna alassini e genovesi: una certa allergia a un certo tipo di movida. Quella che non ti fa dormire per il troppo chiasso, che suona una musica che non ti piace, che lascia bottiglie vuote in terra sotto la porta di casa tua. Residenti e albergatori alassini hanno seguito le orme dei genovesi che abitano in Canneto, San Bernardo e dintorni.

    Ricapitoliamo brevemente: il 13 ottobre sono stati messi i sigilli al Circolo Arci Brixton per disturbo della quiete pubblica. I decibel rilevati nelle case circostanti erano quattro volte superiori al limite consentito.

    La popolazione si mobilita: i gestori fanno ricorso e il 23 ottobre gli alassini riempiono il budello armati di striscioni per manifestare il loro dissenso. Il locale è attivo da 18 anni, conta 400 tesserati e al suo interno si sono svolti numerosi concerti, conferenze e attività benefiche.

    L’ultimo capitolo si è scritto pochi giorni fa: il tribunale del Riesame ha detto no alla riapertura del locale.

    Così ha commentato la presidenza provinciale Arci di Savona: «non siamo affatto d’accordo con tale decisione. Il circolo Arci Brixton è l’unico spazio di socializzazione per i giovani nel ponente ligure, e la musica è un’importante espressione artistica, culturale e sociale, e non una fonte di rumore».

  • L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa non è un soggetto politico, ma economico. Ciò significa, in pratica, che le decisioni sono prese dalla BCE per motivazioni economiche e non dai politici europei per motivazioni sociali. Senza contare che entrambi i soggetti sono già ostaggio di banche private a rischio di fallimento e altri potentati.

    E’ da qui che si spiega la lettera di Trichet e Draghi all’Italia. C’è un’esasperata tensione economica che pervade il continente e l’ansia di tranquillizzare i mercati spinge organismi che si dovrebbero occupare di altro ad interferire persino con la sovranità interna di uno Stato.

    Certo, qualche giustificazione sta nell’inadeguatezza e nel dilettantismo del nostro (ormai ex) governo. Ma resta il fatto che la BCE non può permettersi di chiedere ad uno Stato di eludere ogni ragionamento politico. Possiamo forse accettare che l’Europa imponga ai nostri conti un saldo finale. Ma non possiamo accettare che ci venga detto come ottenerlo. Perché l’allocazione delle risorse è un problema politico.

    In ultima analisi, spetta a noi cittadini interrogarci e decidere cosa e dove tagliare, se e come intervenire. Siamo d’accordo che, volente o nolente, oggi l’Italia debba controllare i propri conti e reperire in fretta dei capitali per finanziarsi. Ma non è necessario passare per forza attraverso la riduzione degli stipendi, i licenziamenti agevolati, lo slittamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia, il taglio selvaggio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse.

    O meglio, un po’ di queste misure sono inevitabili: tutte insieme no. Perché l’Italia, per fortuna o per sfortuna, ha tanti sprechi, tanti costi inutili, tante riforme ancora da fare e una ricchezza privata consistente. Ciò significa che si potrebbero recuperare tanti soldi, ad esempio, tagliando i costi della politica, abolendo le provincie, combattendo l’evasione fiscale, tassando le transazioni e le rendite finanziarie, contrastando la corruzione (che ci costa 60 miliardi l’anno e fa lievitare i costi delle opere pubbliche) e colpendo le mafie (che fatturano ogni anno 150 miliardi in nero).

    Per reperire soldi subito si potrebbe fare una bella patrimoniale: secondo Massimo Mucchetti, potrebbe toccare solo il 20% della popolazione più ricca, senza sortire l’effetto di frenare la crescita. Poi, certo, come “intima” la BCE, si può e si devono fare anche le liberalizzazioni, la lotta ai monopoli privati e la vendita del patrimonio pubblico. Ma perché ad esempio insistere sulle infrastrutture? Almeno su certe infrastrutture, tipo la TAV? Costerà almeno 14 miliardi (di soldi nostri) e servirà per spedire rape e ravanelli da Lisbona a Kiev. Come mai mettiamo in discussione il ponte sullo stretto (per fortuna…), ma né la politica italiana né la BCE hanno pensato che i 14 miliardi della TAV potessero essere destinati ad altro?

    E le varie guerre di altri che, camuffate con distingui teorici e bizantinismi, continuiamo ad appoggiare in giro per il mondo in spregio alla Costituzione? Non si potrebbero ridurre un po’ i 23 miliardi che, secondo l’inchiesta di Paolicelli e Vignarca, se ne sono andati in spese militari solo l’anno scorso?

    Magari così facendo potremmo far saltare fuori quei 250 miseri milioni che, come ha scritto il Corriere giusto ieri, mancano all’appello per completare un intervento di priorità nazionale sul letto del Bisagno che, da 41 anni ad oggi, ancora non è stato ultimato, ma che di danni e di morti continua a farne…

    Andrea Giannini

  • Alluvione: milioni di danni, non ci sono soldi per ricostruire

    Alluvione: milioni di danni, non ci sono soldi per ricostruire

    Il Bisagno in pienaThe day after. La prima riflessione del giorno è amara: nonostante l’ordinanza del Comune che ha vietato l’utilizzo di mezzi privati per tutta la giornata di oggi, Genova è regolarmente trafficata dalle auto. Incoscienza? Menefreghismo? Difficile comprendere le motivazioni di chi questa mattina, come se niente fosse, ha acceso la propria auto e si è messo in viaggio per le vie della città.

    Ieri la tragedia, che ha riportato i genovesi a quei drammatici giorni del 1970, in cui i morti furono tre volte quelli che abbiamo perso ieri sotto la furia dell’acqua del Fereggiano. L’allerta 2 durerà sino alle 12 di domani, sulla città continua a piovere e l’anima di Genova è stracciata, infangata.

    Alle ore 12 con allerta 2 macchine in doppia fila si recano al panificio e al supermercato come se nulla fosse…

    Allerta 2… Livello 2… cosa significa?: Il livello  di allarme  meteo 2 è una cosa, stato di Allerta 2 è l’allerta massima… Insomma Genova tutta aveva sottovolatuto o frainteso il messaggio di pericolo. Il giorno 2 novembre l’amministrazione aveva chiesto di limitare l’uso delle auto, ieri come oggi nessuno ha dato ascolto. Vero anche che è stato commesso un errore di valutazione, evidentemente l’ira del cielo che si stava per riversare su Genova avrebbe meritato un coprifuoco, ma chiaro a dirlo dopo sono buoni tutti.

    La stessa Marta Vincenzi in questo senso ha fatto autocritica: “Sono stata criticata nei giorni scorsi e in altre occasioni simili per aver chiesto di evitare spostamenti e utilizzo delle auto, mi hanno additato di “terrorismo”, purtroppo il mio rimpianto è quello di non aver fatto abbastanza terrorismo“.

    Perché emettere solo oggi l’ordinanza (non rispettata) di divieto assoluto  di circolazione? Se era stato consigliato ai cittadini di restare a casa, come facevano a rispettare l’ordine i genitori dei bambini a scuola? Per carità, considerando il fatto che ieri intorno alle 13 la zona della Fiumara era trafficatissima con la gente intenta a fare shopping, è necessaria un’operazione di autocritica anche da parte nostra in qualità di cittadini.

    La tanto discussa decisione di tenere aperte le scuole è forse emblema di quanto una simile tragedia non fosse in previsione, e rispecchia anche la paura dei politici di prendere decisioni, timorosi degli attacchi di una popolazione, la nostra, che da sempre è abituata prima a criticare e poi a riflettere.. Questo ovviamente è un’aggravante e non una scusante per i nostri politici, purtroppo il dato di fatto dice che la ragazza deceduta era andata a prendere il fratello a scuola e la donna di 40 anni è stata sorpresa dall’acqua dopo essere andata a prendere il figlio a scuola. Questo, ripeto, è un dato di fatto e non vuole essere una critica o una colpevolizzazione gratuita, vero anche che le scuole sono un fondamentale punto di raccolta e di protezione, per cui… Detto ciò, proviamo a guardare avanti.

    Lunedì Genova alzerà la testa e riprenderà a vivere, ma lo farà con oltre 300 milioni di danni sulle spalle. Una cifra spaventosa che al momento nessuno può pagare. E quindi?

    Il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone: “In ginocchio tanti piccoli imprenditori che avevano investito in un  momento di crisi come questo. Noto con piacere la solidarietà di alcune banche, noi come Camera di Commercio abbiamo pochi soldi ma interverremo almeno per rimediare alle emergenze più difficili.” Da lunedì gli uffici Ascom sono a disposizione dei commercianti alluvionati.

    L’assessore al bilancio della Regione Pippo Rossetti: “Non servirà aumentare la tassa regionale sui carburanti, è necessaria una manovra urgente del governo”.

    Anche tralasciando le prime stime di danno a tanti zeri per il ripristino degli argini dei torrenti, per i danni ai singoli privati/appartamenti e a tutte le attività commerciali della città e limitandoci alle sole strade ed edifici pubblici, il “succo” non cambia: cinque milioni di danni per le strade, 20 scuole danneggiate (ma non inagibili) con un ulteriore danno di un milione di euro. Questi interventi, pari a circa 6 milioni, saranno a carico del Comune e alla domanda secca posta questo primo pomeriggio all’assessore Mario Margini “ci sono questi soldi?” lui ha risposto in modo chiaro e conciso: “No”.

    Tutto ciò mentre a Roma si parla di governo tecnico, le condizioni per assumere il controllo della situazione non ci sono, e non ci sono i soldi, neanche la metà di quelli che servirebbero. Soltanto gli interventi per una nuova messa in sicurezza degli affluenti del Bisagno raggiungono cifre impensabili in una simile situazione economica italiana e europea, questo fa paura, questo è l’ennesimo segnale di un mondo che sta cambiando in tutti i suoi aspetti, non solo climatici.

    La soluzione al momento non c’è, bisognerà aspettare di quantificare i danni causati dall’alluvione con maggiore certezza, ma certo è che sarebbe quantomeno anacronistico pensare che in una cassa segreta del Ministero del Tesoro esista un fondo miracoloso per le emergenze pronto all’uso per rimettere in piedi la città di Genova. Serviranno tasse speciali, manovre finanziarie, serviranno quindi decisioni importanti e veloci per restituire dignità alla nostra città.

    Non si tratta di demagogia avere la certezza matematica della totale assenza in questo momento a Roma di cervelli in grado di prendere in mano la situazione.

    Gabriele Serpe

    Foto di Daniele Orlandi e Giacomo Manca

  • La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    GheddafiPerché l’opinione pubblica sente l’esigenza di “condannare”? Qual’è il senso della “condanna” espressa su tv e giornali da forze politiche ed opinionisti? Che esigenza abbiamo di definire ciò che è male? Siamo forse un dio che deve dividere i buoni dai cattivi?

    Giovedì, ad esempio, muore Gheddafi. C’era bisogno di dire che è morto in un modo che non si augura a nessuno? C’è qualcuno che non s’era accorto dell’atrocità della cosa? C’è forse il rischio di un qualche emulo esaltato? E allora perché aggiungere all’ovvio un biasimo ipocrita?

    Invece che domandarsi se la frettolosa morte del Raìs non sia servita alle diplomazie occidentali per evitare un processo, magari a porte aperte, dove sarebbero potuti spuntare fuori imbarazzanti scheletri nell’armadio, l’opinione pubblica si affretta a “condannare”.

    Mi chiedo che titolo abbiamo noi occidentali, e in particolare noi Italiani, di giudicare. Forse che noi ci siamo comportati meglio con i nostri dittatori? Non abbiamo fatto scempio anche noi del cadavere di Mussolini? Ci siamo già dimenticati dei calci, dei proiettili, degli ortaggi che non i militari, ma la popolazione, “brava gente”, ha scagliato contro una salma senza vita? Ci siamo dimenticati che ci fu chi urinò sul cadavere dell’incolpevole Claretta Petacci, la quale venne poi appesa a testa in giù senza mutande, prima che un parroco non avesse il pudore di fermarle la gonna con una cintura?

    Probabilmente oggi, dal nostro comodo punto di vista, ci farebbe piacere dimenticare il passato e immaginare una realtà più pulita. Peccato che le cose non stiano così. Non si scopre oggi che la guerra genera mostri. E’ odio, rancore, desiderio di vendetta, di annichilimento del nemico. E’ questo che abbiamo voluto e promosso in Libia, da Sarkozy fino allo stesso Napolitano: abbiamo voluto che i Libici si uccidessero tra di loro. Cos’altro ci potevamo aspettare? Morire sotto una bomba, ustionati dentro un cingolato o massacrati da una folla inferocita è davvero tanto meglio rispetto a quello che è capitato a Gheddafi? Quanti soldati lealisti caduti in mano nemica sono morti, non ripresi dalle telecamere, in modo persino peggiore del Colonnello? Quanti ribelli torturati a morte nelle prigioni di Tripoli? Eppure sono queste le cose che sono andate in scena fino a ieri: violenze e barbarie, che hanno chiamato altre violenze e altre barbarie. Fino all’epilogo di giovedì.

    E ora ci vogliamo arrogare il diritto di tagliare con la spada i massacri giusti da quelli sbagliati? Una spirale d’odio e di sangue è una macchina che non si ferma a comando. Capisco che la diplomazia internazionale viva anche di queste ipocrisie. Ma l’opinione pubblica non può lavarsi la coscienza così facilmente. La guerra di liberazione era davvero giusta? Andava davvero appoggiata con l’aviazione della NATO?

    Beh, allora anche la fine di Gheddafi fa parte di quello che abbiamo appoggiato. E’ la guerra, bellezza: si prende tutto il pacchetto. Ed è per questo motivo che suscita tanto orrore.

    Andrea Giannini

  • Stay hungry, stay foolish… stay lazy! – Le vergogne di Apple

    Stay hungry, stay foolish… stay lazy! – Le vergogne di Apple

    FoxconnLa compianta scomparsa del guru della Apple, Steve Jobs, l’incessante “postaggio” su facebook del suo discorso ai laureandi di Stanford, la simpatia che Jobs ha riscosso tra i miei coetanei mi ha fatto riflettere; non tanto sulla sua persona, ma sul ruolo che questa figura ricopre nell’immaginario collettivo.

    In questa parte di mondo la figura di Jobs rappresenta, per la mia generazione, una speranza, l’incarnazione della riuscita, del sogno americano. Non c’è infatti nulla di meglio di un multimiliardario che, indossando un paio di jeans uguali ai tuoi, ti rassicura con lo stesso tono di un fratello maggiore che con l’impegno tutto sia possibile.

    Così milioni di ragazzi, il cui ascensore sociale si è rotto da tempo, si sono emozionati davanti al suo famoso discorso ed hanno ricominciato a credere nella possibilità di sfondare in un sistema economico ormai al collasso.

    Questo simpatico cervellone è riuscito, in solo 15 minuti di discorso, a pompare al massimo la nostra autostima, ma soprattutto a farci dimenticare inezie quali:

    1) Nelle fabbriche Foxconn in Cina, dove si assemblano anche gli Ipad, vigono condizioni di lavoro disumane che portano ogni anno ad un elevato numero di suicidi tra i dipendenti. Così in alcuni di questi campus (dotati di sbarre alle finestre) si fanno firmare ai neo-assunti dei “patti di non-suicidio”: clausole con le quali non solo si vieta ai dipendenti di compiere gesti autolesivi, ma si avvertono anche le famiglie di quest’ultimi che non riceveranno nessuna indennità nel caso i propri parenti decidessero di togliersi la vita.

    2) L’impatto ambientale dei prodotti Apple fa guadagnare nel 2006 all’azienda il titolo di compagnia elettronica più inquinante (tra le 14 più grandi prese in considerazione da Greenpeace per stilare questa classifica). Nel 2010 la Apple non mantiene più l’orrendo primato, scendendo ad una comunque disonorevole quinta posizione.

    Queste sono solo poche delle informazioni documentate che si possono facilmente reperire sull’azienda, ve ne sono numerose anche riguardo al tanto amato leader della Apple.

    So che ai fan di Jobs, come a coloro che cambiano Iphone ogni cinque minuti, ciò non interessa, questo tipo di persone giustificano i propri consumi con la frase “tanto non cambierebbe nulla se io non lo comprassi”.

    Il largo consumo di beni prodotti in maniera per nulla etica non è infatti dovuta alla mancanza di informazioni, ma alla pigrizia degli informati. È infinitamente più comodo aspettare che cambi il mondo grazie al buon cuore delle multinazionali o grazie alla buona volontà di qualche politico, che non essere noi per primi il motore di tale cambiamento, modificando le nostre abitudini di consumo.

    È più facile vedere, dietro i prodotti che compriamo, il faccione di un simpatico multimilionario e ripensare al suo discorso di incoraggiamento, piuttosto che riflettere su cosa realmente ci sia dietro quel prodotto.

    Anche io, come tutti, non sono immune da questa pigrizia, ringrazio quindi con anticipo i potenziali Steve Jobs di tutto il mondo per i loro futuri discorsi “sciacquacoscienza” su come questo sia il mondo migliore possibile, basta essere folli e affamati… ma soprattutto pigri.

    Rossella Ibrahim