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  • Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    report-gabanelli-2“Ma la Gabanelli non doveva fare una puntata sull’euro”? Seguendo questa mia piccola curiosità, l’altra sera accendo la televisione su RAI 3 e trovo proprio una puntata di Report su uscita dall’euro, ridenominazione del debito, fiscal compact e riforme fatte in Germania. Non che mi aspettassi gridi d’allarme contro le storture della moneta unica o accorati appelli contro le assurde regole di bilancio europee. Speravo però di resistere più di un quarto d’ora: e non ce l’ho fatta.

    Sono bastati pochi minuti di trasmissione perché il dibattito pubblico facesse di colpo un balzo indietro di almeno due anni, col ritorno di luoghi comuni talmente vecchi, che si pensava non fossero più utili a spaventare la gente. Invece l’inchiesta di Stefania Rimini, che si proponeva nelle intenzioni di smontare le dichiarazioni inconsulte dei politici, alla prova dei fatti si segnala soprattutto per la superficialità d’analisi; e il titolo del servizio, “Sparala grossa”, deve purtroppo essere preso come un manifesto giornalistico.

    Alcune perle in ordine sparso.

    – Alessandro Penati (economista): «(Uscire dall’euro) significherebbe che tutti i nostri risparmi sono svalutati del 30%». Stefania Rimini: «Uscire dall’euro equivale a una patrimoniale del 30%. Questo però non te lo dicono quelli che lo propongono».

    Invece te lo dicono: sei tu che non ci hai capito una beneamata mazza. Chi si troverà le nuove lire in mano, certamente avrà una moneta che nelle previsioni dovrebbe andare a svalutarsi del 20/30% rispetto al marco/euro. E non è un effetto collaterale: è l‘obiettivo numero uno. Il senso dell’uscita è proprio ripristinare valute che riflettano la reale differenza tra le varie economie. Ma questo non significa perdere il 30% di potere d’acquisto, perché la svalutazione avviene nel confronto con le altre valute, cioè altri paesi, non con il macellaio o il panettiere sotto casa. Andare in vacanza a Berlino potrebbe essere in effetti più caro del 30% (a tutto vantaggio delle nostre mete turistiche): ma in Italia, il giorno dopo l’uscita, si farà la spesa esattamente come il giorno prima, perché anche i prezzi si svaluteranno come i salari.

    Altro discorso più complesso (ma Stefania Rimini lo ignora) sarebbe il destino delle merci che importiamo dall’estero, che col nuovo cambio diverranno più costose: ma anche qui, come è già stato rilevato, non ha senso attendersi un aumento generale dei prezzi del 30%, ossia un’inflazione corrispondente alla svalutazione; è più probabile, invece, un’inflazione più bassa e sostenibile, i cui eventuali effetti negativi potrebbero essere smorzati semplicemente agganciando di nuovo le retribuzioni all’aumento del costo della vita (vedi alla voce “scala mobile”).

    – Daniel Gros (economista): «(I Tedeschi hanno tagliato) nel momento giusto mentre gli altri paesi tra cui soprattutto l’Italia hanno aumentato le spese, pensando che le entrate aumentassero per sempre».

    E’ vero l’opposto. Nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è andato dal 61% al 67% del PIL (dicesi “aumento”), mentre il nostro è passato dal 113% al 106% (chiamasi “diminuzione”). Oggi il debito tedesco è quasi l’82% del PIL: ciò significa che dal 1999 a oggi la Germania ha aumentato il proprio debito pubblico del 34% (82 : 61 = 1,34). Noi siamo al 133,2% del PIL: quindi nello stesso periodo abbiamo aumentato il rapporto debito/PIL di meno del 18% (133 : 113 = 1,176), cioè, in proporzione, la metà dei Tedeschi.

    – Stefania Rimini (spiegando il fiscal compact): «Il rapporto (debito/PIL) è 130%. Dobbiamo arrivare a 60, calando di un ventesimo l’anno. La differenza tra 130 e 60 è 70, un ventesimo è 3,5. L’anno dopo non calcoleremo più su 130, ma su 126,5. E la differenza non è più 70, ma 66,5. E così via, ogni anno si ricalcola. Se intanto c’è una piccola crescita e un po’ di inflazione che gonfia il PIL, se il debito resta fermo il rapporto debito/PIL si mette a posto per conto suo. E si arriva al 60% senza strangolare nessuno».

    Va bene: contiamo. Nel 2012 siamo stati intorno ai 1565 miliardi di PIL. Quanto è il 3,5% di 1565? Circa 55 miliardi. Ripeto: 55 miliardi di tagli in un anno. Per capirci, il paese sta litigando perché abbiamo appena fatto una manovrina da 11,5 miliardi… Ma Stefania Rimini e Milena Gabanelli non trovano che questo comporti “strangolare” la nostra economia, perché poi l’anno successivo le cose cambiano.

    Va bene: contiamo di nuovo. Secondo la visione proposta, l’anno successivo siamo a un rapporto debito/PIL pari a 126,5%: dunque dobbiamo tagliare solo un ventesimo di 66.5%, che corrisponde al 3,325% del PIL. Se nel frattempo il PIL in valore assoluto non è cambiato, allora per l’anno in corso dobbiamo tagliare solo 47 miliardi. Quarantasette miseri miliardi: una passeggiata!

    Certo, le cose sono più complesse di come le racconta Stefania Rimini. Se cominciamo a crescere, aumenta il PIL, il rapporto col debito scende e la percentuale da tagliare diminuisce. Ma c’è un piccolo dettaglio: non cresciamo.

    Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato. Basta aprire google, scrivere “debito pubblico italiano” e – voilà! – appare un bel grafico dove si vede plasticamente quello che sto dicendo. Il debito pubblico prima della crisi, seppur lentamente, scendeva: dalla crisi in avanti è schizzato alle stelle. Quindi se il rapporto debito/PIL sale, la percentuale da tagliare aumenta progressivamente, anziché diminuire.

    Conclusioni

    economia-soldi-D1Vediamo allora di trarre le dovute conclusioni da questa bella carrellata di orrori giornalistici, cercando anche per quello che è possibile di mettere da parte il sarcasmo. Parliamo sicuramente di temi complessi: io non ho una laurea in economia, come evidentemente non ce l’hanno neppure Stefania Rimini e Milena Gabanelli. Per cui, tutti possiamo sbagliare: siamo umani, magari abbiamo certe idee in testa e gli errori possono sempre capitare. Però…

    Però vorrei capire come fa un giornalista professionista a raccontare tutta una bella favoletta su come funziona in teoria una regola europea “un sacco bella”, senza accorgersi che la realtà sta andando esattamente al contrario, producendo una catastrofe economica che non si è mai vista nella storia di questo paese. Passi che per affrontare un problema così complesso si prenda il primo che passa che ha la targhetta “economista” e gli si faccia dire due cose senza nemmeno controllare: ma come si fa a parlare di tagli per decine di miliardi di euro l’anno che “non strangolano nessuno” in un paese in cui l’economia è esattamente strangolata? Verrà il dubbio che nella favola che stai raccontando forse c’è qualcosa che non va?

    Ma il problema non è Report: il problema è come faccia un programma così serio a fare errori così macroscopici. E la spiegazione che mi do è molto semplice: viviamo nel pregiudizio e nel conformismo e non ce ne accorgiamo.

    L’errore di Stefania Rimini è stato proprio non rendersi conto del pregiudizio iniziale. Proporsi di smentire le balle dei politici, infatti, comporta appunto assumere la prospettiva che essi tendano a mentire con facilità ai propri elettori: e chi mente meglio di un comico e di un pregiudicato che farneticano di improbabili soluzioni magiche per l’economia, soluzioni che apparentemente tutta l’informazione più qualificata rifiuta?

    Così però vai fuori strada: se pensi che chi parla di uscita dall’euro farnetichi, allora non occuparti neppure dell’argomento; ma se lo prendi in considerazione e ti proponi di verificarlo, allora devi farlo per davvero: come minimo devi intervistare gli economisti che sostengono questa posizione. Invece la sbrigatività con cui è stato liquidato il tema è la miglior prova che l’autore aveva già in testa le conclusioni ancora prima di cominciare.

    Questo pregiudizio lo dobbiamo alla pervasività della cappa di conformismo nella quale viviamo, a cui non è scampata nemmeno una giornalista altrimenti molto professionale come Milena Gabanelli. “L’euro ci ha salvato”, “uscire è una soluzione troppa comoda”, “il vero spread tra Germania e Italia sono le riforme mancate” e altri luoghi comuni fanno presa perché a prima vista appaiono plausibili, ma – fateci caso – nei dibattiti televisivi non vengono mai giustificati o dibattuti scientificamente. Non solo l’euro non si discute; ma non si presentano nemmeno le teorie economiche dei premi nobel che contestano l’austerità. È tutto un “dedicheremo una puntata”, un “torneremo sull’argomento”, ma poi si liquidano questi temi in poche parole, come se non fossero importanti, per dedicarsi a Berlusconi, Renzi e ai 15 euro in busta paga. Ma cosa c’è di più importante oggi che non sapere se chi ci governa segue la giusta ricetta anti-crisi oppure se segue quella sbagliata? Pensateci bene: in questo momento se non c’è dibattito non dico sull’euro, ma almeno sulle teorie economiche, vuol dire che non c’è dibattito affatto.

     

    Andrea Giannini

    Addendum 18 marzo 2014

    Una precisazione a seguito di alcuni commenti dei lettori: nell’articolo i conti sul fiscal compact sono stati fatti prendendo alla lettera la spiegazione fornita da Sabrina Rimini nel servizio, con l’intento di dimostrarne l’assurdità. Ma attenzione: questi conti, pertanto, non rispecchiano la realtà delle cose.
    La realtà è più complessa. Vediamola prendendo a spunto un post dal blog del prof. Bagnai.

    Il professore precisa che il calcolo dell’impatto annuale del fiscal compact va fatto tenendo conto della stima prevista. Ossia, è pur vero che il rapporto debito/PIL deve arrivare al 60% diminuendo (almeno) di 1/20 l’anno: ma nel frattempo la correzione va a impattare sulla previsione stimata.

    Per esempio, se oggi ho il debito a 1000€ e il PIL a 1000€, e dunque un rapporto debito/PIL del 100%, allora, per arrivare al 60%, devo diminuire in 20 anni del 40%: e visto che il 40% diviso 20 anni fa un 2% annuo, allora l’anno successivo avrò come target per le mie finanze pubbliche il 98% (100%-2%) del rapporto debito/PIL.

    Tuttavia ciò non significa che io alla fine taglierò davvero 20€ (cioè il 2% del mio debito di 1000€). Infatti le stime del debito e del PIL per l’anno prossimo potrebbero essere diverse.
    Potrei avere, ad esempio, senza correzioni ma semplicemente per il normale andamento dell’economia, per precedenti tagli o per chissà cos’altro, un debito di 990 e un PIL di 1000, con un rapporto del 99%.
    Ciò significa che, tenendo a mente l’obiettivo del 98%, dovrò preoccuparmi di tagliare in vista dell’anno prossimo solo un 1% (99%-98%), ossia 10€.

    Sulla base di questo ragionamento il prof. Bagnai prende in considerazione le stime del FMI per il 2014 e il 2015, e arriva a calcolare un taglio effettivo in vista dell’anno prossimo di “soli” 38,4 miliardi di euro.
    Il che ovviamente non fa che confermare il mio articolo.

    Non solo, infatti, le previsioni parlano di cifre astronomiche, nell’ordine delle decine di miliardi, che dunque “strangolano” la nostra economia a tutti gli effetti; ma – ciò che più conta – queste previsioni non tornano mai: sono anzi costantemente sottostimate.
    Come ho scritto: “Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato”. Lo stesso dicasi per il futuro.
    Secondo Bagnai: “tutto questo ragionamento si basa su due punti cruciali: la correttezza degli scenari previsionali (non mi è molto chiaro in che modo questi vengano costruiti dalla Commissione Europea, ma lo si può studiare), e l’ipotesi eroica che una correzione di alcune decine di miliardi, se apportata via deficit, lasci invariato il Pil! Questa seconda ipotesi è particolarmente balorda, perché presuppone un moltiplicatore pari a zero”.
    Insomma, il punto è chiaro: le ipotesi di correzioni del rapporto debito/PIL attraverso l’austerità non tornano quasi mai, perché sottostimano l’impatto recessivo dei tagli.

  • Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    studio-televisivoFare un giro su Youtube di tanto in tanto regala sempre qualche sorpresa. E’ stato così che mi sono imbattuto in una puntata di “Punto e A Capo“, programma di approfondimento in onda su Class TV MSNBC (canale 27) condotto da Marco Gaiazzi. Il tema della trasmissione era l’euro. Si, lo so che non ne potete più di sentirmi parlare della moneta unica; ma in questo caso non mi interessa tanto il contenuto in sé, quanto la forma. In particolar modo vorrei sottolineare due aspetti che hanno attinenza con la qualità dell’informazione che riceviamo: cioè il modo in cui si sviluppa il dibattito televisivo e gli interlocutori che sono chiamati a prendervi parte.

    Cominciamo da questo secondo punto. Era ospite in trasmissione Michele Boldrin, padovano, professore di economia negli Stati Uniti, tra i fondatori di Fare con Oscar Giannino, già editorialista per il Fatto Quotidiano e volto piuttosto noto grazie anche alla frequente presenza in varie salotti televisivi, da Ballarò a Servizio Pubblico. Capisco che in base a questa descrizione il lettore possa essere indotto a fare una serie di equazioni di valore, come: “insegnare economia negli Stati Uniti = competenza e merito”; “partito nuovo = idee fresche”; “Fatto Quotidiano/Servizio Pubblico = area di sinistra”. Temo tuttavia che Boldrin debba essere inquadrato piuttosto come il classico provocatore, impegnato più o meno consapevolmente nella difesa d’ufficio di idee e interessi di parte. Avevo già fatto qualche velato accenno in vari articoli del passato alla possibilità che l’informazione potesse essere condizionata non solo dall’ignoranza degli addetti ai lavori (che è forse il problema principale), ma anche da precisi intenti distorsivi. Ecco: penso che questo sia il caso di Michele Boldrin.

    Quello che squalifica l’economista padovano, tanto per cominciare, non sono le cose che dice, quanto l’atteggiamento che tiene. In tutte le partecipazioni televisive si è sempre distinto per l’arroganza con cui tratta gli interlocutori, che vengono sistematicamente attaccati sul piano personale, incastrati in un’antipatica gara a “chi ce l’ha più lungo” (il curriculum scientifico) e accusati senza mezzi termini di ignoranza. Resta da capire come abbia fatto questo autentico genio dell’economia, che fatica ad abbassarsi al livello dei semplici professori associati, a dare credito ad Oscar Giannino, uno che difficilmente si poteva scambiare per un economista, anche prima che si scoprisse la nota vicenda del finto master.

    Al di là dei modi, tuttavia, anche sul piano teorico le tesi di Boldrin non sembrano molto convincenti. L’economista insiste molto sulle fantomatiche “riforme”, sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa, sul ridimensionamento dello Stato (il che giustifica l’accostamento con i movimenti della destra americana dei Tea Party) e sulla cessione del patrimonio pubblico. Le responsabilità delle banche ci sono, ma, secondo l’economista, dipendono sempre dallo Stato, che le controlla tramite i politici che siedono nelle fondazioni bancarie. Non una parola, invece, sugli squilibri di un sistema finanziario globale senza regole che ha prodotto la crisi dei mutui sub-prime e il crack Lehman Brothers. Allo stesso modo rimane un mistero la benevolenza con cui Boldrin guarda al sistema spagnolo, che pure, a prima vista, sembrerebbe messo peggio del nostro.

    Per inciso, uno così a proposito dell’euro cosa può dire? Ovviamente non può che difendere la moneta unica a spada tratta, replicando i soliti luoghi comuni (cosa che ha aperto spazio all’irrisione e ad una critica serrata da parte di qualche collega). Certo fin qui l’attività divulgativa del (non tanto) simpatico economista padovano potrebbe dipendere soltanto dalla difesa legittima di un’ideologia, che è poi quella della scuola di Chicago, dove Boldrin ha trascorso periodi di studio. Tuttavia, se a pensar male spesso ci si azzecca, qualche spiegazione in più potrebbe venire da ragioni più “prosaiche”. Come è già stato fatto notare, infatti, Boldrin è dentro FEDEA, che, per chi non la conoscesse, è – pensate un po’! – proprio una fondazione ed è sponsorizzata – indovinate un po’! – proprio da banche spagnole.

    Ecco che improvvisamente tutto sembrerebbe assumere un senso: o quantomeno gli inviti a sbarazzarsi in fretta dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, se vengono da uno che rappresenta chi movimenta i capitali per comprarli, suonano improvvisamente un po’ più sospetti.

     

    LA QUALITA’ DEI DIBATTITI TELEVISIVI

    In ogni caso, venendo all’altro punto della questione (qualità dei dibattiti televisivi), bisogna dire che, comunque la si pensi su Boldrin, è evidente che se si fa la scelta di invitarlo in trasmissione, non si compie un’operazione neutrale: si definisce anzi un estremo del dibattito in oggetto e si finisce per riconoscere implicitamente a questa posizione una minima dignità e onestà intellettuale; ma soprattutto, una volta che si è fatta questa scelta, poi bisogna anche lasciare che le diverse posizioni siano liberamente dibattute dagli ospiti presenti in studio, perché si possa restituire al pubblico a casa, alla fine, una sintesi convincente.

    Ed invece no. La regola non scritta della televisione italiana è che i dibattiti non devono mai andare al di là della definizione delle due tesi contrapposte; non deve mai emergere un vincitore, perché se no la trasmissione diventa “di parte” e poi “sarà la gente a casa a farsi la sua opinione”; e guai ad approfondire, perché “non bisogna andare troppo sul tecnico”. Così anche il conduttore di punto a capo, il povero Marco Gaiazzi, non si sottrae a questo canovaccio.

    A un certo punto del programma è Claudio Borghi Aquilini ad entrare in polemica con Boldrin, ricordandogli i circa 45 miliardi che l’Italia ha già versato nel cosiddetto Fondo Salva Stati. Boldrin ribatte che le banche italiane rischiano di pagare ben di più in caso di fallimento dei paesi in crisi, perché sono esposte per il 3% su un totale di almeno 1000 miliardi di titoli di Stato europei a rischio. Ha ragione Borghi o ha ragione Boldrin? L’Italia, in quanto contributore netto, in Europa ci sta rimettendo, come vuole Borghi, o tutto sommato paga quello che è giusto che paghi, come vuole Boldrin? Mi sembra un punto interessante; un punto che dovrebbe essere deciso: perché o le cose stanno ad un modo, oppure stanno nell’altro. Tertium non datur.

    E invece Gaiazzi preferisce passare ad un altro ospite e lasciare la querelle in sospeso. Forse che gli spettatori di Class TV, che fa parte del gruppo editoriale di Milano Finanza, non sono interessati ai dati economici? O forse non sono capaci a fare le addizioni o le percentuali? Direi di no. In particolar modo direi che chiunque può capire che il 3% di 1000 è 30; ed è meno di 45. Quindi, ammesso che le cifre date dai due economisti siano giuste, apparentemente ha ragione Borghi. Eppure, stante tutto quello che ho scritto su Boldrin, non è da escludere che avesse altri elementi da aggiungere al dibattito: perché dunque non starlo a sentire? C’era il rischio che si andasse avanti all’infinito? Non mi pare. Allora perché non spendere qualche minuto in più per ascoltare ulteriori dettagli e poi dire: “caro Borghi/Boldrin, mi pare che la matematica smentisca le tue argomentazioni”? Nemmeno di fronte ai freddi numeri si riesce ad avere indipendenza e un briciolo di coraggio intellettuale? Ecco. Spero che da questo esempio appaia chiaro una volta per tutte come si sta comportando l’informazione, le responsabilità che ha, il modo in cui si fa castrare e poi, se serve, il modo in cui si castra anche da sola.

     

    Andrea Giannini

  • Anni 60/70: radio libere, trasmissioni tv, riviste e quotidiani

    Anni 60/70: radio libere, trasmissioni tv, riviste e quotidiani

    Riviste degli anni '60In questa rubrica si sta cercando di riportare alcuni eventi culturali, politici, drammatici, di costume che – per così dire – hanno costituito ”l’ambientazione storica” del periodo compreso tra i primi anni ’60 e la fine dei ’70, periodo di grandi fermenti sociali e artistici. E la nostra tesi consiste nell’assegnare un rapporto diretto (non deterministicamente inteso, sia chiaro) tra l’impegno sociale e la vitalità artistica, tra la spinta politica che chiede un cambiamento radicale e i linguaggi espressivi che rompono con la tradizione, in nome di un rinnovamento dell’uomo.

    Nel periodo che va dai primi anni ’60 fino alla metà degli anni ’70 esercitarono un ruolo rilevante anche alcune trasmissioni radiofoniche e televisive, alcune riviste a tiratura nazionale e poi qualche discografico, dj, case editrici e quotidiani legati al “movimento”. Si tratta di un segmento importante della vita socio-culturale del nostro paese, proprio perché favorirà processi, squisitamente sociali, di “formazione identitaria”, in senso anticonformista, progressista e successivamente – almeno per alcuni – antagonista. Anche in questo caso poche citazioni e l’impossibilità di essere esaurienti.

    Le prime riviste esclusivamente rivolte ai giovani e al loro mondo, furono: “Ciao amici”, “Big”, “Giovani”, per arrivare, tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 a “Ciao 2001”, “Re nudo”, “Muzak”, riviste sempre più politicizzate e tutte, appunto, a distribuzione nazionale. Vorrei invece dedicare una citazione un poco più ampia a due riviste “locali”, entrambe di Milano, che furono al centro di feroci azioni repressive, a dimostrazione di quanto il clima stesse iniziando a scaldarsi. Citerò per prima “La zanzara”, rivista studentesca milanese che nel 1966 realizzò un’inchiesta sui costumi sessuali dei giovani. Scoppiò un enorme scandalo. La stampa benpensante, servilmente e istericamente, si lanciò a descrivere quell’inchiesta come un attacco alla morale comune, al senso del pudore ecc… dipingendo gli studenti che l’avevano realizzata come teppisti, incoscienti ecc…

    L’altra rivista fu “Mondo beat” che uscì per soli 6 numeri. Gli obiettivi del collettivo che l’animava (va ricordato almeno G. De Martino) erano quelli di arrivare ad essere un riferimento nazionale. E probabilmente ci sarebbero anche riusciti. Purtroppo ebbero la malaugurata idea di organizzare nel 1967 un campeggio libero in una zona periferica di Milano. Anche in questo caso scoppiò un putiferio. A rileggere gli articoli allora usciti sui quotidiani (riportati nel bel libro “Capelloni & ninfette” ed. Costa & Nolan) si capisce il timore borghese per il dilagare di un pensiero e un modo di vivere non conformista, opposto ai riti comportamentali di un perbenismo ipocrita e sempre più percepito come falso. La polizia intervenne pesantemente all’alba del 12 giugno, disinfestando tutta la zona, tagliando forzatamente i capelli ai ragazzi (va segnalato che alcuni genitori si unirono all’azione di “bonifica” della polizia).

    Il Corriere della sera, tanto per citare un esempio, soprannominò quel campeggio – iniziato il 1° maggio del 1967, con un regolare contratto di affitto per l’uso del terreno, valido fino al 31 agosto – “nuova barbonia”!!! La rivista “Mondo beat” fu ovviamente chiusa e alcuni membri della redazione arrestati. Tuttavia l’eco di questo episodio fu enorme e un po’ in tutta Italia iniziarono a diffondersi riviste, fogli, bollettini e poi fanzine con taglio locale.

    Come si è detto anche la radio acquistò importanza soprattutto per alcune trasmissioni condotte da giovani dj che sapevano bene interpretare i nuovi gusti musicali, poiché loro stessi appartenevano a quel mondo. Tra la prima parte degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 citerei innanzitutto R. Arbore e G. Boncompagni e poi almeno D. Salvatori e R. Dagostino. Anche alcune trasmissioni radiofoniche televisive possono essere considerati alla stregua di “agenti identitari”, perché venivano seguiti da un tipo di giovane, culturalmente più aperto, spesso attivo nei movimenti che animavano le piazze di quegli anni. Parliamo di: “Bandiera gialla”, “Per voi giovani”, “Supersonic”, “Alto gradimento”, “Chi sa chi lo sa”, “Scacco matto” ecc…

    Arrivò poi la stagione delle “radio libere”: prima fra tutte la bolognese “Radio Alice”, che la polizia chiuse con una irruzione nel 1977, le romane “Radio radicale”, “Radio città futura”, “Radio onde rosse”, mentre “Radio popolare” trasmetteva da Milano. A Genova ci fu “Radio Genova ‘76”, a Padova “Radio Sherwood”. Queste radio (e molte altre da Bolzano a Trapani) diffondevano ovviamente le idee del movimento e le sue magmatiche pulsioni musicali.

    E poi le case discografiche. Se da un lato le grosse Major (RCA, EMI, BMG, Fonit Cetra, Ricordi, Carosello ecc…) certamente cavalcarono l’onda del successo anche commerciale ottenuto dalla canzone di protesta e dalla “nuova musica”, dall’altro aprirono i battenti anche etichette indipendenti che avevano alle spalle, in alcuni casi, giovani discografici intenzionati a dar voce alle nuove tendenze. Vi furono anche etichette indipendenti fondate da musicisti e militanti dei gruppi extra-parlamentari che si occupavano di attività culturali. È il caso della cooperativa milanese “L’orchestra” di cui Franco Fabbri (musicista del gruppo Stormy six e autori di significativi libri di argomento musicale). Vanno ricordate tra le altre anche: “I dischi del sole”, “I dischi dello zodiaco”, la “Crams”, la “Toast Records”, la “Divergo”, l’ “Ultima spiaggia” e (poche) altre.

     

    Gianni Martini

  • British Broadcasting Company: la BBC nella lingua inglese

    British Broadcasting Company: la BBC nella lingua inglese

    BbcSolo una minoranza di parlanti nativi usa la Received Pronunciation, insegnata, o come dice il termine stesso “ricevuta”, nelle scuole di élite e negli atenei britannici più prestigiosi.
    RP non è peraltro l’unico termine che descrive l’accento di riferimento presentato nei vocabolari di lingua inglese. A esso, sempre più sovente, viene preferita la definizione BBC English. Dal punto di vista fonetico, infatti, tra gli speaker che lavorano per la più grande società radiotelevisiva al mondo si riconosce una generale uniformità di pronuncia, per quanto essi provengano da diverse aree dell’Inghilterra, della Scozia e del Galles. Vale la pena a questo punto fare una pausa nello studio degli aspetti linguistici e spendere qualche parola proprio a proposito della BBC.

    Nata nel 1922, la British Broadcasting Company ha fatto scuola nel mondo dal punto di vista giornalistico e televisivo. Se possiamo paragonarla a Mamma RAI per la sua funzione di servizio pubblico, possiamo però dire che il livello della BBC sta a quello della RAI più o meno quanto la Premier League sta alla Serie C indonesiana (non me ne vogliano i calciatori di quel paese). Tra l’altro, la BBC non si occupa soltanto di quanto accade sul territorio nazionale, ma fornisce anche tramite il canale BBC World una prospettiva di respiro interculturale e internazionale. Tra i suoi obiettivi, illustrati pubblicamente sul suo sito, si trova infatti quello di “portare il Regno Unito nel mondo e il mondo nel Regno Unito” (“Bringing the UK to the world and the world to the UK“). I suoi documentari e réportage sono in alcuni casi degli autentici capolavori. Mi è recentemente capitato di vederne uno in sei parti, girato nel 1995, dal titolo The Death of Yugoslavia: descrive in modo dettagliato le cause di quella tragedia che è stata la guerra nell’ex-Jugoslavia e ne consiglio la visione a coloro i quali sono interessati all’argomento.

    In generale, è proprio lo stile giornalistico britannico, non solo della BBC, che dovrebbe essere preso a modello. Gli intervistatori inglesi mettono sotto pressione l’intervistato, che si tratti di un politico, di un imprenditore o di un calciatore. Quanto sono lontani il loro atteggiamento e la loro professionalità dalle interviste su misura di giornalisti alla Vespa & co, sempre pronti a formulare domande accomodanti e concilianti e soprattutto attentissimi a non fare le domande che potrebbero risultare scomode!

    Per dare invece un esempio di giornalismo più “battagliero” (o forse di puro e semplice), giusto qualche mese fa su BBC2 Jeremy Paxman ha letteralmente schiantato Chloe Smith, giovane esponente del governo conservatore, in un’intervista terminata con un: “Do you ever think you’re incompetent?” ovvero: “Pensa mai di essere un’incompetente?” Probabilmente la Smith sognerà questa domanda per anni nei suoi incubi peggiori. D’altra parte, in Gran Bretagna la stampa è considerata lo watchdog di chi si trova al governo: un cane da guardia, non una vespa senza pungiglione.

     

    Daniele Canepa

  • Mentana si dimette dal Tg di La7, Minzolini cacciato dal Tg1

    Mentana si dimette dal Tg di La7, Minzolini cacciato dal Tg1

    EnricoMentana e Augusto MinzoliniSi è aperta oggi un’inaspettata campagna trasferimenti per quannto riguarda due delle più ambite poltrone del giornalismo televisivo. Con modalità e in circostanze totalmente diverse, Enrico Mentana e Augusto Minzolini abbandonano la direzione del Tg di La7 e del Tg1.

    Enrico Mentana si è dimesso dopo aver ricevuto ieri, come una doccia fredda, la denuncia “per comportamento antisindacale” dell’Associazione Stampa Romana d’intesa con il comitato di redazione di La7. La motivazione? Il rifiuto da parte del direttore di leggere nel Tg il comunicato della Fnsi (sindacato unitario giornalisti italiani) che solidarizzava con lo sciopero dei poligrafici, indetto nell’ambito della mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil e Ugl contro la manovra del governo Monti. “Un rifiuto irricevibile e contrario a quanto previsto dagli accordi collettivi di lavoro” ha fatto sapere l’ASR.

    In mattinata è arrivata così la nota di Enrico Mentana: “Ieri pomeriggio ho appreso dalle agenzie di essere stato denunciato alla magistratura ordinaria dal mio cdr. Ho atteso 24 ore per verificare eventuali ravvedimenti, che non ci sono stati. Essendo impensabile continuare a lavorare anche solo per un giorno con chi mi ha denunciato, rassegno da subito le dimissioni dalla direzione del Tg La7”.

    Pochi minuti dopo arriva la nota del Cdr di La7: “Nessuna denuncia è stata mai presentata alla magistratura contro Enrico Mentana ed inoltre allo stesso Mentana viene rinnovata la stima e l’apprezzamento per lo straordinario lavoro che sta svolgendo insieme alla redazione. La vicenda cui si fa riferimento non riguarda i rapporti tra il direttore e il Cdr, ma la questione insorta tra la direzione e il sindacato nazionale sul diniego opposto alla lettura, secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, del comunicato.”

    Insomma a carte in tavola sembra una bolla di aria fritta, risultato di rapporti d’ufficio che davvero poco contano se si sposta l’occhio di bue sull’italiano che guarda il Tg. In sostanza ci permettiamo di dire che si tratta di un comunicato che, anche se fosse stato letto, non sarebbe interessato a nessuno.

    Spostiamoci invece in un altro ufficio romano, quello di mamma Rai. Il Cda, su proposta del direttore generale Lorenza Lei, ha disposto a maggioranza il trasferimento del direttore del Tg1 Augusto Minzolini ad altro incarico equivalente.

    Tradotto in veritiese ora che i santi in paradiso sono un po’ meno santi il ramo secco si può tagliare. Lo scandalo delle spese illegittime con la carta di credito Rai ha avuto peso nella decisione, certo, ma non crediamo così tanto come si potrebbe pensare ad una prima riflessione. La motivazione del presidente Garimberti, dopo lo sfogo di Minzolini che ha giudicato illegittima la decisione dell’Azienda, ha parlato chiaro: “Il direttore faceva un brutto Tg”.

    Ma signori cari, ve ne siete accorti ora? Dopo due anni e mezzo di pietoso giornalismo?