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  • Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Offerta di lavoroQuesto articolo non vuole stordire di numeri e dati, ma provare a fare chiarezza su un tema ampio e delicato che troppo spesso viene sbrigativamente ridotto ad un valore percentuale. A rotazione, infatti, il dato sul tasso di disoccupazione occupa le homepage dei media e le prime pagine dei quotidiani: le notizie sono sempre le stesse, il tasso che è salito, il tasso che è sceso… Ma come è possibile che da un trimestre all’altro tutto si stravolga? Viene naturale chiedersi se quel dato che finisce sempre in prima pagina sia davvero significativo.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Cerchiamo di fare chiarezza sui numeri e le percentuali, capire come funzionano, come vengono raccolti e come vanno interpretati. Per farlo, ci siamo fatti aiutare da chi sa che cosa si nasconde dietro a quella percentuale e come viene calcolata. Bruno Spagnoletti, sindacalista, è stato responsabile
    dell’Ufficio Economico Cgil Liguria, esperto di dati statistici sull’occupazione.

    I dati ISTAT 2014-2015

    cercare-lavoroI dati a disposizione al momento della stesura dell’articolo sono suddivisi per provincia per quanto riguarda il 2014 e relativi al primo trimestre 2015 solo a livello regionale. Il dato complessivo presenta un tasso di disoccupazione in diminuzione di 1,1% fra i due anni, che cosa significa? Spieghiamo meglio: la differenza è fra l’ultimo trimestre 2014, che aveva un tasso del 11.2 e il primo trimestre 2015 che ne ha uno del 10.1.
    Facciamo un passo indietro e vediamo come si arriva a questo dato percentuale. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e la forze di lavoro (persone occupate). Fa parte della forza lavoro chi ha dai 15 anni e più e che nella settimana di riferimento (quella in cui viene effettuata la rilevazione) ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario. Le persone in cerca di lavoro (disoccupate) sono invece le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare. L’ISTAT raccoglie le informazioni intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia, anche se temporaneamente all’estero. Le informazioni sono raccolte in tutte le settimane dell’anno.

    Approfondito il “dietro le quinte”, proviamo ad addentraci di più nei dati, che avranno un altro impatto visto quanto sopra. «È vero che il dato nazionale per il 2015 è in diminuzione – esordisce Spagnoletti – c’è una leggerissima inversione di tendenza, ma si tratta di lavoro “povero” (lavori stagionali, precari, ndr). Entrando più nel dettaglio dei dati 2014 ho evidenziato una sofferenza in particolare nel lavoro dipendente, in un anno si perdono oltre 11 mila dipendenti. Il settore che soffre di più è quello dei Servizi e del Terziario rispetto all’anno precedente, ma se valutiamo la perdita di lavoro sul periodo lungo tutti i settori economici perdono, nessuno escluso. Penso che pubblicare sui giornali un’analisi più approfondita sarebbe più utile per farsi un’idea, piuttosto che il singolo dato percentuale».
    Venendo al locale, i dati vedono 73mila liguri in cerca di lavoro, in aumento rispetto al 2013. «In realtà, se ai disoccupati censiti dall’ISTAT si sommano scoraggiati, Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale, ndr), lavoratori in mobilità e in cassa integrazione senza ritorno, il dato della disoccupazione ligure arriva intorno ai 135mila».

    Dall’analisi dei dati condotta insieme a Spagnoletti emerge ad esempio un errore rispetto ai numeri relativi alla provincia di Savona e a quella di Imperia. Questo deriva probabilmente dall’aggiornamento dei dati fatto dall’Istituto stesso. L’ISTAT, infatti, ha comunicato un aggiornamento dei dati dal marzo 2015 in modo “da rendere confrontabili i dati riferiti agli anni passati”, e ha provveduto a ricostruire le serie storiche. «In realtà quello che è successo – evidenzia l’ex responsabile dell’ufficio economico di CGil – è la modifica di due dati importanti: l’occupazione ligure del 2008 non più fissata a 635.687 ma aumentata a 650.606 (circa 15mila occupati in più) e l’occupazione media 2013 che da 603.113 a 613.091». Questo è solo un esempio a dimostrazione dell’imprecisione dei dati su cui si basano le oscillazioni del tasso di disoccupazione.
    «Si ricorre in errore più facilmente su numeri piccoli, come quelli delle due province liguri – chiosa Spagnoletti – i dati aggiornati non mutano le performance qualitative degli indicatori economici della recessione ligure ma producono distorsioni e contraddizioni evidenti nelle variazioni dell’occupazione». In conclusione la fotografia storica dell’Istat ha troppe ombre per essere considerata davvero significativa.

    E nella nostra regione? Confrontando il primo trimestre 2014 con quello 2015 in Liguria si registrano 19 mila occupati in più con una variazione positiva del 3.23% e 11 mila disoccupati in meno con una variazione negativa del 13.93%.
    Spagnoletti sottolinea quanto sia importante attendere i dati del secondo trimestre 2015 e quelli a seguire per verificare se la tendenza di lieve ripresa proseguirà, «al momento si tratta di dati deboli e vulnerabili, “drogati” dagli sgravi fiscali che il Governo ha voluto per le assunzioni a tempo determinato». In parallelo, infatti, i dati del Ministero a livello nazionale mettono in evidenza l’aumento di assunzioni a tempo determinato del 49.5% e l’81% in più di trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato; però questo non sta a significare, è fondamentale evidenziarlo, che vi siano state nuove assunzioni e
    quindi aumento dell’occupazione. In poche parole i numeri positivi sono prematuri rispetto alla reale situazione.

    Aumento delle Partite Iva: fumo negli occhi?

    Fino ad ora abbiamo trattato la realtà della disoccupazione, ma c’è un altro lato della medaglia ed è quello rappresentato dalle “nuove” partite IVA cosiddette “dei regimi minimi”.
    Diverse legislazioni negli ultimi anni hanno permesso l’apertura di partite IVA, sopratutto a giovani entro i 35 anni, che prevedono negli anni agevolazioni fiscali più o meno consistenti. In questo caso i numeri e i dati, che spesso vengono presi a riferimento dai media, ci aiutano ancora meno ad avere un quadro reale della situazione perché sono semplicemente il risultato di una banale somma (il numero di partite IVA, in quale settore, con quale classe di età di appartenenza…). I dati relativi alle partite Iva (fonte MEF Ministero dell’economia e delle finanze) raccontano infatti una Liguria che diventa sempre più imprenditrice di se stessa. Ma di che tipo di partita Iva si tratta? Corrisponde allo stesso lavoro svolto in precedenza da dipendenti in precedenza? Oppure queste partite Iva sostituiscono dei contratti a tempo determinato o a progetto?
    Fuor di dubbio che il dato sia in aumento, ma ciò, anche in questo caso, non è per forza sinonimo di maggiore occupazione.

    I dati relativi alla nostra regione seguono l’andamento nazionale, su 4.648 nuove partite IVA 5.729 sono state aperte da giovani fino ai 35 anni, circa il 39%. Lo stesso MEF ammette nella sua analisi dei dati che l’incremento è dovuto probabilmente all’approvazione della legge di stabilità 2015 che ha introdotto il nuovo regime meno vantaggioso, incrementando il numero di chi ha aperto partita IVA entro il 2014.

    A concludere questo nostro viaggio fra i numeri del lavoro in Liguria possiamo essere sicuri che la prossima volta che leggeremo o ascolteremo del tasso di disoccupazione sapremo meglio di cosa si tratta.

     

    Claudia Dani

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Congresso di Vienna: 200 anni fa veniva sancita la fine della Repubblica di Genova

    Congresso di Vienna: 200 anni fa veniva sancita la fine della Repubblica di Genova

    Garneray-genova-800“Gli stati che componevano la già Repubblica di Genova, sono riuniti in perpetuo alli stati di S. M. il Re di Sardegna, per essere come questi posseduti da esso in tutta la sovranità, proprietà ed eredità, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura nei due rami di sua Casa, cioè il ramo reale e ramo di Savoia-Carignano”. Con queste poche parole, duecento anni fa, veniva cancellata per sempre la Repubblica di Genova, dopo oltre sette secoli di storia. È l’articolo 86 delle disposizioni finali del Congresso di Vienna, attraverso il quale i grandi stati europei cercavano di restaurare l’ordine mondiale sconquassato dalla Rivoluzione Francese prima, e dal terremoto napoleonico dopo. Un tentativo che vedeva nella creazione di autonomi e forti stati-cuscinetto, pronti a tamponare una eventuale “ricaduta” dell’epidemia francese, la strategia fondamentale per il mantenimento dello status quo: di questo “trend diplomatico” ne approfittò casa Savoia, che vide accrescere il proprio territorio, ottenendo il dominio sul quella antica repubblica marinara che da sempre ne frenava e contrastava l’accesso al mare.

    La rivalità con i Savoia e il declino della Repubblica

    darsena-fine800Una rivalità, tra quella che sarebbe diventata la casa reale dell’Italia unita e la Superba, che fin dal XVI secolo aveva movimentato la vita nella riviera di ponente e nei territori controllati dai Liguri al di là dell’Appennino, il cosiddetto “Oltregiogo genovese”. La prima guerra combattuta contro i Savoia, Genova la sostenne per il controllo del piccolo feudo di Zuccarello, vicino a Savona, di cui ne aveva comprato, nel 1567, parte del territorio. Gli stessi diritti venivano, però, rivendicati dal Ducato di Savoia, finché, dopo ricorsi e sentenze imperiali, si venne alle armi nell’aprile del 1624: appoggiati da un contingente francese, le truppe piemontesi presero Rossiglione, Novi, Voltaggio e Gavi, intenzionate a conquistare lo stesso capoluogo ligure. Solo grazie all’arrivo di una cospicua flotta spagnola, le ostilità cessarono, riportando la pace e ripristinando i confini. Da quel momento in avanti, Torino, cercò in tutti i modi di avere la meglio sui liguri, destabilizzando il governo della repubblica, alimentando rivalità intestine, aprendo questioni territoriali, portando avanti alleanze strategiche: famose le congiure Raggio, Balbi e Della Torre, tutte fallite, gli assedi di Albenga, Oneglia, spalleggiati dalle navi francesi, che nel 1684 bombardarono la città, tentando addirittura uno sbarco nei pressi di Albaro. La Repubblica di Genova, come è noto, dopo i fasti del XVI secolo, si stava avviando inesorabilmente verso il declino, incapace di far fronte agli interessi dei grandi stati nazione, che potevano armare centinaia di migliaia di soldati, contro le poche migliaia a disposizione del doge di turno. Le rivalità tra le famiglie nobili e lo spostamento dell’asse commerciale mondiale verso altri mari, fecero il resto.

    Così, nel giro di poche decadi, la Dominante aveva visto ridursi lo spazio commerciale e l’influenza territoriale e politica; il controllo della Corsica, da sempre ribelle al dominio genovese, già ridotto a poche città costiere, venne meno: dopo diverse rivolte, alcune foraggiate dalla diplomazia segreta sabauda, l’isola fu ceduta ai francesi, all’epoca alleati, nel 1769. Genova dovette subire l’occupazione austro-piemontese, scaturita dalla rivendicazione territoriale di Finale, finita male; le truppe straniere furono guidate da Botta Adorno, un nobile di origine genovese, la cui famiglia però era stata rinnegata ed esiliata dalla Repubblica in seguito ad un attentato. In quel contesto nacque l’insurrezione popolare di Portoria, che portò alla cacciata degli occupanti, sconfitti sul campo, però, solamente grazie al supporto di truppe franco-spagnole. Questo episodio, diventato simbolo mitizzato della lotta contro lo straniero, fu in realtà una sommossa contro l’oppressione nobiliare, che veniva esercitata attraverso il governo dogale, più attento ai residui interessi finanziari delle grandi famiglie che alla prosperità del popolo. Giovan Battista Perasso detto il Balilla, al quale negli secoli gli furono fatte indossare diverse “giacchette”, da quella risorgimentale a quella fascista, in verità, quel sasso l’aveva scagliato contro una rappresentazione di autorità, che, ancora una volta, vessava il popolo. Questa scintilla, infatti, portò alla formazione spontanea di un governo popolare, in netta contrapposizione alla classe dirigente, poi contrastato e non riconosciuto, che tentò una riorganizzazione della repubblica. Un germoglio morto sul nascere, ma che anticipava in qualche modo quello che la deflagrazione della Rivoluzione Francese avrebbe reso ineluttabile qualche decennio più tardi. La Repubblica di Genova, quindi, sul finire del XVIII secolo, era divenuta poca cosa: un territorio esiguo, fuori dalle rotte commerciali sempre più mondiali, totalmente dipendente dagli equilibri diplomatici internazionali, e alla mercé delle forze straniere, visto che nel 1776, l’esercito ligure poteva contare solamente 2418 effettivi.

    Il periodo napoleonico

    Quello che accadde a Parigi, cambiò i destini dell’Europa, e Genova ne seguì la sorte: l’Assemblea Legislativa rivoluzionaria aveva proclamato i diritti dell’uomo, abolito la nobiltà, distrutto i privilegi feudali e del clero; queste idee raggiunsero rapide tutti i popoli, muovendone gli animi.

    “Il re di Sardegna, Vittorio Amedeo III, proponeva un’alleanza tra i Governi italiani per opporsi al torrente rivoluzionario che dilagava ovunque – scrive Federico Donaver nel 1890 – ma la Repubblica di Genova, come quella di Venezia, protestò di volersi serbare neutrale, sebbene la nobiltà, nelle cui mani stava il potere, tremasse al progresso delle idee francesi”. Una neutralità che però non fu rispettata dalla flotta inglese, che, affondando una nave francese ancora in porto, volle provocare la reazione di Parigi, come diversivo, per alleggerire il fronte settentrionale: a comandare le truppe d’oltralpe, però, c’era Napoleone Buonaparte la cui rapida avanzata nel ponente convinse il governo genovese ad allearsi nuovamente con i francesi. Era il 1796, e in Francia la rivoluzione si stava assestando, resistendo ai reflussi realisti e a se stessa: il giovane generale corso, all’inizio della sua epopea, alimentando moti insurrezionali (tra cui la vera e propria guerra civile tra i giacobini locali e i cosiddetti “Viva Maria”, fedeli alle autorità cittadine) e facendo intervenire le sue truppe in Val Bisagno e Polcevera, impose una costituzione che concedeva l’autorità legislativa a due assemblee elette, e il governo al Senato. Il 2 dicembre 1797, quindi, la Serenissima Repubblica di Genova divenne la Repubblica Democratica Ligure a cui furono annessi alcuni territori d’Oltregiogo sottratti agli austriaci. Il generale Andrea Massena, guidò la resistenza all’assedio portato dagli inglesi e dagli austriaci, in guerra contro la Francia, riuscendo a respingerli sulla linea dei forti. Perfino Ugo Foscolo combattè per la repubblica giacobina genovese, rimanendo ferito nei pressi del forte Puin. Anche in questo caso, però il destino del piccolo seguiva quello dei grandi: con la svolta dittatoriale di Napoleone, la stagione democratica terminò anche a Genova, annessa de facto all’Impero dei francesi nel 1805, e il suo territorio diviso in tre dipartimenti, con qualche residua autonomia, concessa grazie alla mediazione di Luigi Emanuele Corvetto, che sarebbe diventato ministro delle finanze del primo governo francese post 1815. Dopo pochi anni, e dopo feroci guerre, la parabola napoleonica si chiuse con la vittoria delle potenze restauratrici europee, il cui precipitato diplomatico fu discusso e messo nero su bianco durante i lavori del Congresso di Vienna, apertosi ufficialmente nel novembre del 1814, presso il castello di Schonbrunn, in Austria.

    Nel frattempo, durante il materializzarsi della disfatta francese, sotto la minaccia di assedio da parte di Austriaci e Inglesi, ricevendo promessa di ripristino e tutela e della antica autonomia, il 26 aprile 1814, le autorità della città proclamavano la rinascita dell’indipendente Repubblica Genovese. Ma la ritrovata libertà, durò pochi mesi. Come spesso accade, la Storia regala coincidenze simboliche: il 10 dicembre 1814, mentre a Genova si festeggiava l’anniversario della cacciata degli austriaci, seguita alla rivolta di Portoria del 1746, in Austria, in virtù di un accordo segreto, veniva decisa irrevocabilmente la fine dell’indipendenza genovese, nonostante i tentativi dei diplomatici Agostino Pareto e Antonio Brignole Sale, inviati dal governo repubblicano a trattare le sorti del piccolo stato ligure. Il 7 gennaio, per compensare la cessione della Savoia alla Francia, Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, annetteva tutti i territori di quella piccola repubblica che per secoli la sua casa aveva combattuto, contrastato e disprezzato. Un disprezzo che sopravvisse alla pacificazione, visto che il sovrano discendente Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, nel 1849, a seguito dei moti insurrezionali scoppiati in città, definì i genovesi “vile e infetta razza di canaglie”, giustificando ed elogiando l’operato del generale piemontese Alfonso La Marmora, che aveva ristabilito l’ordine dopo aver bombardato e saccheggiato la città.

    Con il Congresso di Vienna, dunque, veniva posta la parola fine alla storia della Repubblica di Genova; ma da questo scaturì un nuovo capitolo: la Superba e la sua gente, negli anni, furono il terreno fertile da cui nacquero uomini, idee e imprese che prima fecero l’Italia, libera, e poi la difesero dal nazifascismo. Se quindi non era più il vessillo di San Giorgio a garrire sulle antiche mura e sui palazzi nobiliari, testimoni di un fasto che fu, tra i monti e il mare della Liguria, era lo spirito di libertà a ispirare ad accompagnare gli animi del popolo, e a continuare a scriverne la storia.

     

    Nicola Giordanella

  • Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    teatro-corte6-DIGenova città dei teatri. La definivano così il sindaco e l’assessore alla Cultura di una manciata di anni fa, Marta Vincenzi e Andrea Ranieri. Un’esagerazione, forse, ma certamente un’espressione che dava piena dignità a una delle principali attrattive culturali della città.
    Sul numero 61 di Era Superba abbiamo pubblicato una lunga inchiesta per approfondire il “dietro le quinte” dei teatri di prosa genovesi. Bilanci e finanziamenti, programmi e progetti, per restare in piedi in un momento di grande difficoltà per un settore che storicamente ha vissuto in primis grazie a quelle risorse pubbliche oggi sempre più in via di estinzione e che ancora è alla ricerca di nuove forme di sostentamento.
    Vi proponiamo sulle nostre pagine online un viaggio a puntate fra i teatri cittadini, partendo da un quadro generale per poi concentrarci sulle diverse realtà, palcoscenico per palcoscenico: Teatro Stabile, Teatro della Tosse, Archivolto, Politeama Genovese, Altrove, Teatro della Gioventù, Teatro Garage, Teatro Akropolis, Lunaria, Ortica e Teatro Cargo. Analizzeremo, dunque, esclusivamente il teatro di prosa, lasciando ad altri contesti le analisi sul Carlo Felice e sulla Gog e le numerose attività di compagnie professionali o amatoriali che non hanno una sede fissa.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-archivolto-D«Sono molto orgogliosa dei nostri teatri – dice la direttrice dell’Archivolto, Pina Rando – perché da Genova passa davvero il meglio del teatro italiano. Ognuno nel suo settore, rispetto alle proprie caratteristiche artistiche. Abbiamo un’offerta straordinaria rispetto al bacino d’utenza e i teatri, molto spesso, sono pieni». Non solo l’opera del Carlo Felice o la prosa dello Stabile ma anche gli spettacoli del Politeama e dell’Archivolto, le sperimentazioni della Tosse e il fermento di un nugolo sterminato di realtà più piccole e un po’ di nicchia.
    Ma non è tutto rosa e fiori. Anzi. È proprio a partire dagli anni in cui si inneggiava alla città dei teatri che sono iniziati i dolori: la crisi e i tagli hanno ridotto al lumicino i finanziamenti pubblici e privati. Le piccole realtà, laddove non hanno alzato bandiera bianca, hanno comunque boccheggiato a fatica. E le difficoltà non sono mancate neppure alle istituzioni cittadine, come il Carlo Felice, l’Archivolto e, ultimamente, anche lo Stabile, spesso protagoniste sulle prime pagine dei quotidiani locali. «Se ci fossimo messi a lavorare tutti insieme in modo concreto, avremmo potuto davvero raccontare Genova come città dei teatri – riprende Pina Rando – ma quando c’erano un po’ di soldi si è fatto poco o nulla e quando invece ci sarebbero stati i presupposti per iniziare a concretizzare l’idea, non c’erano più i soldi per farlo».
    Già, i soldi. Il problema è sempre quello. Secondo Laura Sicignano, direttrice del Teatro Cargo: «Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».
    Ma quali sono le cifre che girano attorno al sistema teatro genovese? Quanti fondi servono per portare avanti un ente di caratura nazionale come lo Stabile o una realtà decisamente più di nicchia come il Verdi? Chi fa più fatica? Proviamo a rispondere a un po’ di queste domande, andando a mettere il dito nelle piaghe di questo settore e facendoci raccontare lo stato dell’arte dagli stessi protagonisti.

    Su il sipario: una visione d’insieme

    [quote]Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».[/quote]

    Teatri pubblici (Carlo Felice e Stabile), fondazioni (Tosse e Archivolto), associazioni (Cargo, Ortica, Lunaria, Akropolis e molte altre) e realtà esclusivamente private (Politeama). A Genova c’è un po’ di tutto e non è semplice riuscire a fare un discorso complessivo. «Ci sono realtà interamente pubbliche come il Carlo Felice o lo Stabile – spiega Laura Sicignano – Fondazioni che hanno importanti elargizioni da Ministero, Regione e Comune e tante altre realtà che cercano di mettere insieme gli scarsi contributi pubblici con quelli privati, spesso attraverso procedure burocratiche complicatissime per cui non c’è neppure la forza lavoro sufficiente per seguirle». I teatri genovesi hanno una natura giuridica estremamente variegata producendo realtà difficilmente comparabili tra di loro, sia dal punto di vista della produzione artistica sia da quello della sostenibilità economica.

    Ingresso Teatro della TosseIl primo elemento che riunisce grandi e piccole realtà è rappresentato dall’indispensabilità dei contributi pubblici, siano essi del Ministero, della Regione o del Comune. Basti pensare che nel 2015 solo per Stabile, Archivolto e Tosse sono previsti da Roma quasi 3 milioni e 200 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi non ancora deliberati per il Politeama, quelli che potrebbero arrivare per le compagnie teatrali e 25 mila euro per il Suq. A tutto ciò vanno sommati i contributi del Comune grazie al bando per la richiesta di finanziamenti per la stagione 2014/15 (a bilancio sono state confermate le stesse cifre dello corso anno, ndr), e della Regione, che storicamente ha puntato quasi esclusivamente sulle grandi realtà. Il tutto senza dimenticare la scomparsa della Provincia che per anni ha rappresentato più di una stampella soprattutto per le piccole realtà costrette a dire addio ai fondi statali e che devono spartirsi le poche briciole elargite dagli enti locali e lottare con le unghie e con i denti per portare a casa qualche sponsorizzazione privata.
    Anche considerando le incertezze dei contributi locali, i finanziamenti pubblici al settore teatro nel suo insieme non sono comunque bruscoletti. Eppure, non bastano. Come sia possibile, prova a spiegarlo Stefania Bertini, di Assoartisti-Confesercenti: «La vita culturale e l’espressione teatrale non sono fatte solo di teatri e festival. I teatri, anzi, rischiano di fagocitare tutto nonostante siano sempre meno e i festival siano sempre gli stessi. In questo modo restiamo bloccati anche a vecchi sistemi di finanziamento: si cerca sempre l’appoggio degli stessi enti che, però, ormai non possono offrire più di quanto già non stiano facendo e, anzi, per farlo sono costretti a togliere risorse ad altri settori. Manca il coraggio di aprirsi a nuovi orizzonti anche sul fronte delle risorse, come la progettazione europea che richiede molto lavoro, è più incerta e soprattutto costringe al confronto e ad avere i conti veramente in regola».
    Le maggiori difficoltà sembrano, dunque, subirle le realtà più piccole, come ben sintetizza Daniela Ardini, direttrice di Lunaria: «I teatri piccoli non riescono a crescere, i medi non si consolidano e solo i grandi hanno finanziamenti pubblici e leggi che li tutelano». Certo le spese hanno ordini di grandezza differenti ma anche le capacità di incasso. «Il problema è che il modello dei finanziamenti a pioggia, in cui si dà un contentino a tutti, è sbagliato alla radice e crea veri e propri danni economici – sostiene Massimo Chiesa, direttore del Teatro della Gioventù – perché chi riceve pochi spiccioli prova comunque ad andare avanti e si indebita, spesso non riuscendo a rientrare degli investimenti e magari per tenere aperta la sala solo poche decine di serate in un anno. Invece, ci vorrebbe una riforma del sistema a livello locale, un Fondo unico per lo spettacolo regionale e comunale gestito con competenza e che possa fare selezione: un tesoretto da dividere, premiando la storia dei teatri e la qualità delle proposte».

    Intervista a Massimo ChiesaIn una realtà che prova a studiare la strada verso la rinascita, non sembra aiutare molto la tanto contestata riforma Franceschini che si poneva proprio l’obiettivo di riorganizzare i finanziamenti pubblici, rivedendo il poco funzionale sistema di elargizione a pioggia del Fondo unico dello spettacolo e puntando sulle realtà di maggior valore. Ma la nuova classificazione dei teatri in Nazionali, di Rilevante Interesse Culturale e Centri di Produzione, al momento non sembra dare i frutti sperati: «È una riforma scritta male e applicata peggio – sostiene, senza indugio, il direttore dello Stabile di Genova, Angelo Pastore – che speriamo possa essere ripresa nel breve periodo attraverso un tavolo di confronto con il Ministero. Non crea posti di lavoro, non libera energie e creatività ma ingabbia ancora di più il sistema con il difetto strutturale di voler punire chi aveva già qualche difficoltà e qualche difetto, inserendo paletti sempre più stringenti, ad esempio disincentivando le co-produzioni. Il teatro, invece, dovrebbe essere una palestra per il cervello».
    «Una pulizia andava sicuramente fatta – ammette il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa – ma la terra bruciata che stanno facendo rischia di non poter più essere recuperata. Il Ministero sta mettendo in pratica un repulisti pericoloso: qui non si tratta di fare rottamazione ma di valorizzare chi ha decenni di esperienza in questo campo».
    Così, laddove non arriva il pubblico, ci si aggrappa al privato. «La maggior parte delle piccole realtà – dice Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi – si regge esclusivamente sui contributi privati, se in essi consideriamo anche gli introiti della bigliettazione, che altro non sono che il sostegno pagato dal pubblico. D’altronde è così anche all’estero, dove tutt’al più esistono leggi che aiutano i grandi e piccoli teatri privati dal punto di vista delle agevolazioni fiscali ma non con contributi diretti. Diversa, invece, deve essere la situazione per il Carlo Felice e per lo Stabile che sono teatri pubblici».
    L’appiglio privato più importante a Genova ha un nome e cognome ben preciso: Compagnia di San Paolo. Dalla Fondazione torinese solo per attività teatrale (esclusi dunque i contributi per musica e concerti che ammontano a circa 300 mila euro e quelli per Palazzo Ducale che nel 2014 ammontavano a 550 mila euro) quest’anno sono arrivati sotto la Lanterna 615 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi per lo Stabile non ancora definitivi ma che l’anno scorso erano di 400 mila euro. Anche in questo caso, però, vige al momento grande incertezza perché la stessa Compagnia ha annunciato che il 2015 è l’ultimo anno per i finanziamenti elargiti attraverso lo storico bando per le “Arti Sceniche”, dall’anno prossimo si cambierà regime, anche se non si sa bene come.
    Risulta, dunque, difficile, se non impossibile, fare programmazione ad ampio respiro. Come se ne esce?

    Un teatro da ripensare: il prossimo atto

    [quote]Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico»[/quote]

    «Se Genova, dopo 25 anni, vuole confermarsi veramente città dei teatri – è la ricetta di Angelo Pastore, neo direttore dello Stabile – deve fare un decisivo investimento culturale. Cultura e turismo possono salvare la città e la Regione». Anche perché «studi economici hanno dimostrato che le risorse investite in un teatro, vengono restituite sette volte tanto» sostiene il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa.
    «Bisogna reinventarsi un modello – riprende Pastore – seguendo l’esempio di Torino e del Piemonte che non hanno più la produzione delle utilitarie ma si sono reinventati in polo di lusso. Così anche noi dovremmo puntare a un target medio alto, creando nuove sinergie con altri poli di produzione culturale come Palazzo Ducale e il Carlo Felice». Secondo Pastore, pubblico e privato devono fare sistema per capire come rilanciarsi in un contesto che ha decisamente meno risorse: «Bisogna studiare una serie di nuove proposte e alleanze e guardare con più ampio respiro al teatro europeo». Tra le proposte concrete, ad esempio, la creazione di abbonamenti incrociati e la necessità di dare risposta in maniera condivisa alle tante realtà genovesi di produzione artistico-teatrale. «Non ne vieni a capo se non c’è un progetto forte – avverte il direttore – unire forze e risorse può tornare utile. Ciò però non significa necessariamente creare un ente unico: noi siamo persone serie e facciamo collaborazioni solo se c’è un senso, non facciamo operazioni tra il ridicolo e l’imbarazzante com’è successo in altre realtà italiane che si sono unite a caso solo per potersi fregiare del titolo di teatro nazionale».

    teatro-stabileCi vuole però anche un po’ di autocritica, come emerge dalle riflessioni di Stefania Bertini, Assoartisti: «Probabilmente sarà perché mancano le risorse ma c’è pochissima disponibilità a crescere e innovare: non viene data linfa ai giovani autori, attori o registi che siano, che vedono bloccata la propria creatività. Ne risulta un mercato assolutamente statico. Ed è un peccato perché Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico. E poi manca una promozione organica del sistema teatro, assieme a un processo di educazione del pubblico su cui, invece, si punta molto in Europa. Che cosa si fa per fidelizzare gli spettatori? Che cosa si fa per formare nuovi interessati?» Sulla stessa lunghezza d’onda, Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi: «In un sistema in cui le risorse pubbliche sono sempre minori, è evidente che le amministrazioni siano chiamate a fare delle scelte sui propri investimenti. E credo che nessuno direbbe, ad esempio, di togliere i soldi da un ospedale a favore di un teatro. Quindi è giusto che i privati si reggano sulle proprie gambe. Ma non possiamo passare di colpo da un sistema di finanziamento all’altro: bisogna riflettere su questo tema e trovare delle nuove forme efficaci per rilanciare il teatro».
    Anche Lorenzo Costa, direttore del Teatro Garage, tende ad assolvere gli enti pubblici: «La situazione economica è molto difficile e gli enti locali fanno quello che possono. Le piccole realtà come la nostra non possono fare altro che rimboccarsi le maniche per cercare di ampliare le possibilità di entrata, ad esempio incrementando le produzioni: ma non è un compito facile perché nella maggior parte dei casi non si tratta di prodotti commerciali».
    Dare una risposta univoca alla crisi sembra essere un compito improbo, anche perché ogni realtà ha la sua specificità non solo artistica ma anche economica, che tende giustamente a custodire. Nei prossimi articoli, dunque, proveremo a puntare la lente di ingrandimento sui singoli teatri per capire meglio quali siano quelli più in difficoltà e dove si possa trovare qualche via d’uscita.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    delfino-santuario-cetaceiCapire il mare conoscendo la vita di chi lo abita. Questa l’idea alla base del progetto di ricerca chiamato “Delfini Metropolitani”, attivo dal 2001 e sostenuto dalla Fondazione Acquario di Genova. Un’iniziativa finalizzata a studiare i cetacei, attraverso l’osservazione del loro stile di vita, fatto di brevi spostamenti e ricerca di cibo. «Abbiamo iniziato a studiare i movimenti di questi animali – spiega Guido Gnone, coordinatore scientifico dell’Acquario di Genova e responsabile del progetto – imparando a conoscerli e a seguire i loro spostamenti». Il nome del progetto non deve trarre in inganno: i delfini che abitano i nostri mari, non stanno nelle vasche dell’acquario, ma si spostano in lungo e in largo per tutta l’area del Santuario Pelagos (il Santuario dei cetacei, istituito nel Mar Ligure nel 2001, e che si estende per 90 mila km quadrati, tra Punta Escampombariou, in Francia, Capo Falcone e Capo Ferro, Sardegna e Fosso Chiarone, Toscana. Qui l’approfondimento), a seconda delle stagioni e delle attività dell’uomo.
    Queste ultime, come evidente, modificano le abitudini di questi animali. Sono, quindi, molto adattivi: possono variare la propria dieta in base alla abbondanza e alla facilità di reperimento. Diversi gruppi di cetacei sono abitudinari nel seguire i pescatori durante le battute di pesca per recuperare eventuali pesci fuggiaschi, oppure nel soggiornare presso le foci dei grandi torrenti o nelle vicinanze di colture ittiche, per approfittare del fall out alimentare.

    Sono stati più di mille i singoli delfini catalogati durante questi anni, creando in questo modo uno dei più grandi database di questa specie: «Gli spostamenti registrati degli individui noti, non superano in media i 50 chilometri – continua Gnone – perché hanno sviluppato dei veri e propri comportamenti abitudinari, in qualche modo “tradizionali”. Dal qui il nome metropolitani: si sono create delle vere e proprie micro comunità di cetacei, che risiedono nella varie zone del Santuario».
    Le abitudini alimentari e le attività dell’uomo, ovviamente, non sono i soli parametri che influenzano attività e spostamenti dei tursiopi: il fondale marino compreso all’interno dei confini di Pelagos, infatti, è molto diversificato da zona a zona, comprendendo molteplici ecologie abitative. Questo fattore è alla base della grande biodiversità del Mar Ligure, che «Vive di un equilibrio molto complesso e di non così facile studio: è un mare in continuo cambiamento, dove insiste una forte attività dell’uomo – sottolinea il coordinatore del progetto – prima non esistevano dati storici, si poteva fare riferimento solamente agli esemplari spiaggiati, per cercare di capire quali fossero i movimenti dei delfini, come di altre specie marine».

    QuintoLa ricerca è semplice quanto efficace: uscendo in mare, si procede agli avvistamenti dei cetacei, seguendo le mappe statistiche: molti di loro sono “volti noti”, riconoscibili grazie a caratteristiche estetiche della pinna dorsale o dalle cicatrici; in questo modo si può registrare presenza e abbondanza, mettendo a sistema i dati con le aree ecologiche degli avvistamenti e quindi la relativa dieta dei delfini. Con questi tre parametri, confrontati sul medio-lungo periodo, si possono dedurre dati fondamentali per lo stato di salute del nostro mare. «I delfini cambiano la loro dieta in base alla abbondanza di cibo – spiega ancora Gnone – ed è per questo che studiando questi cambiamenti, possiamo capire quali specie di pesci siano più o meno in sofferenza». Ma i delfini sanno essere anche pigri: «spesso  intere comunità di cetacei sposano determinate attività umane, per avere cibo senza troppa fatica, come molti altri animali non per forza marini, per esempio i gabbiani; per questo motivo il dato sulla dieta da solo non può essere dirimente, e soprattutto è per questo che è necessario fare rete con altri enti di ricerca sparsi per il Santuario Pelagos»

    I numeri di questo progetto, dopo oltre dieci anni di attività, sono consistenti: oltre 11 mila le miglia marine percorse in oltre 1500 ore di missione; gli avvistamenti registrati sono stati più di 200, concentrati maggiormente nello spazio di mare tra Genova e La Spezia. «L’area interessata dalla nostra ricerca, purtroppo, non può essere troppo estesa per evidenti motivi logistici». Acquario di Genova, per Regione Liguria, ha sviluppato un applicativo che sfrutta la piattaforma WEBGIS per aggregare, visualizzare e integrare dati georeferenziati e fotografici.

    tursiopeIl soggetto che con più frequenza viene studiato è il Tursiope, un delfinide che può raggiungere i 4 metri di lunghezza per 350 kilogrammi ed è diffuso in tutti i mari del mondo, cosa che garantisce sulla sua adattabilità. La sua dieta, fatta di molteplici varietà di pesci e di cefalopodi, gli consente una vasta gamma di scelta: è un animale socievole, che vive in gruppi composti da una dozzina di individui, e che oggi sappiamo essere abbastanza sedentari e abitudinari. La caratteristica che lo rende però così utile è la capacità di confidenza che riesce a dare alle attività umane, cosa che li spinge ad avvicinarsi alle imbarcazioni, permettendo, così, di farsi studiare.
    I tursiopi, però, non sono gli unici abitanti del nostro mare: le diverse tipologie di cetacei presenti all’interno di Pelagos comprendono molteplici varietà di delfinidi, come la Stenella, il Grampo e il Globicefalo, ma anche altri di diverse famiglie, come il Zifio, il Capidoglio e la Balenottera. Tutti questi, però, non hanno comportamenti sociali così spiccati come il Tursiope: i grandi cetacei, inoltre, seppur avvistati con un buona frequenza, difficilmente vengono studiati in questi termini, anche perché la loro capacità di lunghe percorrenze li rende particolarmente girovaghi e poco stanziali.

    Come per tutti i settori di ricerca, oggi il contesto economico e politico non semplifica il lavoro: per poter perfezionare i risultati occorrerebbe investire in strumenti e personale; e per avere un quadro maggiormente contestualizzato a livello di sistema Mediterraneo si dovrebbe avere la possibilità di condividere i dati ricavati da altre aree di osservazioneCome in molte situazioni, fare sistema è la soluzione a molteplici problemi, sia tecnici che di finanziamento. Scenari politici non stabili impediscono lo sviluppo della ricerca, e molte aree del nostro mare, al momento, non possono essere osservate, studiate, capite».

    Con i dati che sono stati raccolti fino ad oggi, si può iniziare a tracciare una sorta di geografia della popolazione “metropolitana” di questi cetacei, e di conseguenza di tutte le altre specie che in qualche modo sono influenzate dalla loro presenza. Attraverso questa ricerca, abbiamo una prospettiva ulteriore per tenere d’occhio lo stato di salute del nostro mare, che volenti o nolenti è sempre lì, a sorreggere da secoli le attività dell’uomo. Acquario di Genova, quindi, come soggetto divulgatore, e non solo come attrazione turistica: l’asso nella manica dell’offerta culturale in città, punta a mantenere anche il suo ruolo di aggregatore scientifico, uscendo fuori dalle vasche. Questa grande infrastruttura, che continua a ricevere riconoscimenti per la qualità del suo approccio turistico-divulgativo, può diventare anche un polo unico e all’avanguardia. In fondo è nato anche per questo, e le sue iniziative di ricerca dovrebbero essere sostenuto maggiormente dalle scelte politiche e amministrative. “Delfini Metropolitani” è un buon esempio di ricerca applicabile ad un’idea di turismo naturalistico di particolare suggestività. Sopra e sotto la superficie dell’acqua, il Mediterraneo è intensamente abitato, vissuto, solcato: anche i cambiamenti climatici fanno registrare il loro contributo sulla creazione di nuove ecologie ittiche, in continuo assestamento. La ricerca coordinata da Guido Gnone e Fulvio Fossa, quindi, raccoglie e racconta la abitudini di questi cetacei “urbanizzati”, e attraverso la gestione di questi dati si può cogliere una prospettiva nuova per conoscere il nostro mare “metropolitano”.

     

    Nicola Giordanella

  • “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    ATLETICA (1)I liguri lo sport lo seguono, lo praticano, comunque lo amano; ma se andiamo a spulciare i dati oltre il calcio, che fagocita la maggior parte delle risorse e dell’attenzione dei media, troviamo un mondo talmente variegato da essere quasi impossibile da catalogare. La prima difficoltà, infatti, la riscontriamo al Coni, dove non riescono a suggerire un modo per individuare quanti potrebbero essere gli sport praticati in Liguria; però ci consigliano, e ci procurano, l’Annuario Ligure dello Sport 2015. Si tratta di un volume, giunto all’ottava edizione, scritto da Marco Callai e Michele Corti, che è una minuziosa e puntuale immagine di quello che è oggi lo sport in Liguria, sia dal punto di vista delle società, enti o associazioni che da quello dei media e delle istituzioni. Qualche numero giusto per capire di cosa stiamo parlando: 3000 Società sportive, 45 Federazioni, 15 Enti di Promozione e 19 Associazioni Benemerite.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Basta un’occhiata all’Annuario per realizzare che riportare qui un elenco degli sport praticati anche solo in provincia sarebbe cosa lunga e pedante: fra i più praticati, citiamo su tutti il football americano, maschile e femminile, la pallamano ed il cricket, il canottaggio e l’hockey. Poi c’è il softball e i grandi arcipelaghi dell’atletica – che comprende discipline diversissime – e delle arti marziali che è in continua evoluzione.
    Sono tantissimi gli atleti che praticano in condizioni non certo ottimali, spesso costretti ad anticipare il costo di attrezzature e materiali, se agonisti, o comunque ad adattarsi all’ormai perenne carenza di fondi che rende ogni società, ogni associazione, in balia di finanziatori e di sponsor talvolta raccogliticci e di dubbia affidabilità. Il problema dei soldi è ovviamente un tema ricorrente nella nostra ricerca: spesso l’esistenza stessa di un’associazione, il suo federarsi o meno è dovuto alla cronica incapacità, o forse impossibilità, di reperire le risorse necessarie.

    Daniele e il kendo

    Daniele ha 26 anni, è laureato in Storia, ed è genovese: una volta a settimana va nella palestra di Colle degli Ometti dove si allena per il Kendo, un’antica disciplina orientale di arti marziali, in cui spirito, tecnica e corpo sono ugualmente importanti, ma dove l’elemento dominante è proprio lo spirito, che guida la tecnica a fare ciò che è necessario per il corpo. «La nostra non vuole essere solo un’attività sportiva, tanto è vero che non viene richiesto l’inserimento negli sport olimpici, perché in realtà c’è il timore che la purezza del gesto possa essere stravolta per ottenere dei risultati agonistici», racconta Daniele.
    Ma come mai ad un ragazzo viene voglia di praticare uno sport così introspettivo? «Io sono sempre stato molto affascinato dall’Oriente, dalla lingua, dai costumi e dalla civiltà orientale. Frequentando il Cus Genova, qualche anno fa, il Kendo era nell’offerta insieme ad altri sport: ho voluto subito provare e ne sono rimasto affascinato. Pratico anche altri sport, faccio tennis, nuoto: però cercavo qualcosa che mi facesse crescere, oltre che il fisico, anche lo spirito. E nel kendo direi che l’ho trovato». Il Cus non è l’unica palestra dove si pratica il Kendo a Genova: «la palestra principale è l’Andrea Doria, in zona Carignano; poi a Levante c’è appunto la palestra Colle degli Ometti, ed esistono almeno un paio di altre strutture, una a Sampierdarena ed una a Rapallo». E quanti atleti a Genova si sono avvicinati a questa discplina? «Sono circa 30/40 che frequentano regolarmente l’Andrea Doria, nella mia palestra invece siamo meno di dieci e stessa cosa mi sembra sia nella palestra di Sampierdarena». Cerchiamo di capire a grandi linee in che cosa consiste questa disciplina e se si tratta di un’attività costosa: «No, come sport non è costoso anche se quando devi comprarti l’armatura almeno 500 euro li spendi, ma per iniziare e per parecchi mesi non ti serve niente, la palestra ha quanto ti occorre. Per noi allenarsi è una cosa sia fisica che mentale, infatti arrivi all’incontro con l’avversario quando sei già parecchio avanti nella preparazione: all’inizio il compagno è lì solo per farsi colpire. Come sport non è affatto competitivo, certo non c’è lo spirito di squadra ma è anche vero che quando l’avversario ti colpisce in realtà devi essergli grato, perché ti ha mostrato un tuo lato debole su cui lavorare, qualcosa insomma da migliorare».

    Matteo e il football americano

    FOOTBALL (1)Da un ragazzo che passa parte del proprio tempo libero con uno sport che è anche introspezione, ad un altro che dell’istinto fa il proprio punto di forza. Matteo Espinoza oggi è un quarantenne che fa il broker a Montecarlo, e del suo sport “di nicchia” ha uno splendido ricordo. «Ero andato allo Sport Show, una manifestazione che organizzavano alla Fiera del Mare negli anni ‘90, avevo 21 anni, ero appassionato di tanti sport fra i quali proprio il Football americano, che in quegli anni veniva trasmesso da Italia1 ed io ero molto incuriosito. C’era lo stand degli “Squali Golfo del Tigullio”, lo vidi, ne rimasi folgorato, e mi buttai a capofitto in questa impresa. Allenamenti a Chiavari, corsa quotidiana, palestra: per diventare un giocatore vero devi allenarti un’infinità di tempo». Ora, per chi volesse provare con questo sport occorre andare a Savona, dove c’è la bella realtà dei Pirates, che giocano a 9 (una specie di serie B, ndr) o a Sarzana, dove i Red Jackets sono Campioni d’Italia in carica. Intanto nel Tigullio hanno rifondato la squadra dei Predatori Golfo del Tigullio, ma a Genova purtroppo non riesce a decollare niente in questo senso. «Io ormai ho attaccato il caschetto al chiodo: questo sport non puoi praticarlo come un passatempo, è troppo impegnativo dal punto di vista fisico, praticamente devi avere lo scatto di un centometrista in un corpo di 100 chili. Ma anche se la nostra fu una stagione d’oro, se guardo all’ambiente da esterno vedo che che l’interesse dei giovani c’è, anzi forse gli appassionati sono anche aumentati. Quello che manca è piuttosto un coordinamento fra le federazioni ed un accordo fra queste ed il Coni, con il quale invece i problemi sono tantissimi».

    Sonja e la corsa

    Ma per un atleta che rinuncia, ce ne sono altri che non smetterebbero mai, anzi: «Basta? Io penso di non aver mai detto basta alla corsa, e non riesco neanche ad immaginarmi un futuro senza poter correre». Così Sonja Martini della Cambiaso Risso Running Team, una vita per la corsa. «Ho 38 anni ed ancora sto migliorando, sto crescendo. Se qualcuno mi considera una sportiva amatoriale ha ragione, in effetti io come lavoro faccio ben altro che correre: cucino, vendo, affetto salumi in una gastronomia, e faccio anche lavori di pulizia, quindi un’attività fisicamente pesante. Ma una persona che si allena come faccio io, con i ritmi che mantengo, con un allenatore vincente (Sergio Lo Presti, ndr) ed essendo la campionessa italiana in carica dei 10.000 su strada, beh, qualcosa più di una dilettante mi posso considerare. Certo, della corsa non sono riuscita a fare una professione, ma la mia è una passione grandissima, intorno alla quale gira il resto della mia vita».

    «L’ambiente della corsa  – continua Sonja – è molto bello, molto allegro, partiamo tutti insieme per andare alle varie gare, magari stiamo nello stesso albergo, organizziamo cene, ci incontriamo tutti quanti. Essere sereni è fondamentale per avere dei risultati, ed io ne sto avendo, perché quest’anno oltre al titolo ho fatto i 10mila su pista in 35’40” e mi sono anche classificata per i 3mila siepi a Torino, campionato italiano. Il mio futuro? Di corsa, ovviamente. Appena mi renderò conto di avere il recupero rallentato, invece di insistere con i 10mila o con le siepi, che sono la mia ultima passione, mi dedicherò alla maratona. Non c’è niente da fare, io senza la corsa mi spengo, non sono più io».

    Queste sono solo tre persone in un mondo che conta migliaia di praticanti, tre atleti con preparazioni, storie, vite completamente diverse. Storie di entusiasmo, di passione, di fatica, mentre alle loro spalle, nelle associazioni, nelle strutture, ci sono esempi di persone che svolgono un lavoro anche più oscuro con impegno e assoluta correttezza, ma anche altre con un’atavica tendenza all’autogoverno, alle rendite di posizione, per quanto piccole possano essere, all’incapacità di condividere conoscenze ed opportunità.

    Bruna Taravello