Mese: Settembre 2015

  • Teatri a Genova, Archivolto: dall’incubo chiusura del 2013 ai numeri del 2014. Ma il futuro è una scommessa

    Teatri a Genova, Archivolto: dall’incubo chiusura del 2013 ai numeri del 2014. Ma il futuro è una scommessa

    teatro-archivolto-2Abbiamo approfondito la situazione generale del teatro di prosa a Genova direttamente con i protagonisti nella prima parte di questa lunga inchiesta a puntate. Ci siamo soffermati sulle realtà più piccole come Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria e Altrove. Successivamente il focus sul Teatro della Gioventù e sul Politeama Genovese, ora è il momento di posare la lente d’ingrandimento su una delle realtà più importanti a livello cittadino: il Teatro dell’Archivolto.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Presidio imprescindibile per Sampierdarena e la città, il Teatro dell’Archivolto diretto da Pina Rando e Giorgio Gallione sembra essersi messo quasi definitivamente alle spalle l’annus horribilis del 2013. Allora, dopo aver perso la sponsorizzazione pubblica della Provincia e privata delle Fondazioni Carige e Garrone, tutto sembrava volgere al peggio. La chiusura è stata sostanzialmente evitata grazie alla scelta dei dipendenti di affidarsi ai contratti di solidarietà: «Grazie alla loro volontà – ricorda con orgoglio e molta gratitudine, la direttrice Pina Rando – abbiamo risparmiato il 20% sugli stipendi ma abbiamo continuato a lavorare come pazzi, probabilmente molto più di prima, a un livello che forse nel lungo periodo non è neppure sostenibile». Nel 2014, poi, sono arrivati 200 mila euro dal fondo straordinario stanziato per i teatri in crisi da parte di Regione Liguria che, invece, solitamente interveniva solo con sponsorizzazioni su singole attività. Così il bilancio dell’anno scorso è stato finalmente chiuso in pareggio. Poi è arrivata la riforma Franceschini (vedi prima parte dell’inchiesta). L’Archivolto aveva richiesto il riconoscimento come Teatro di rilevante interesse culturale (TRIC) e, invece, è stato inserito nella lista dei cosiddetti Centri di produzione. Il disorientamento iniziale, dovuto soprattutto a una dimenticanza dell’Archivolto nei primi elenchi pubblicati dal governo con i relativi riconoscimenti, è rientrato grazie anche allo stanziamento arrivato da Roma che per il 2015 ammonta a 570 mila euro provenienti dal Fondo unico per lo spettacolo (170 mila in più rispetto al 2014).

    teatro-archivolto-D«Non siamo stati riconosciuti come Tric perché facciamo tanta tournée – spiega Pina Rando – mentre per il Teatro di rilevante interesse culturale è prevista tanta stabilità. Paradossalmente, però, pur essendo stati riconosciuti come Centro di produzione, per non diminuire le nostre tournée abbiamo dovuto aumentare la programmazione di spettacoli ospiti (che per legge devono essere il 50% del cartellone), aumentando i costi. Sono le contraddizioni di una riforma a cui si dovrà per forza di cose mettere ancora mano perché rischia di snaturare l’idea che ogni teatro ha della propria produzione, ottenendo esattamente l’obiettivo opposto rispetto a quello desiderato».

    Agli stanziamenti governativi vanno aggiunti i contributi del Comune – solitamente sull’ordine di grandezza dei 170/175 mila euro – e quelli della Regione, su cui al momento è difficile fare previsioni. Oltre naturalmente agli sponsor privati: il più sostanzioso è, come per la maggior parte dei teatri di prosa cittadini, la Compagnia di San Paolo che quest’anno ha investito 255 mila euro, a cui si aggiungono i contributi più modesti di Coop, diverse aziende che fanno capo a Beppe Costa e la speranza di avere anche quest’anno qualcosa dal Gruppo Spinelli.
    Insomma, i presupposti per eguagliare i numeri del 2014 (72 mila presenze in teatro per 83 giorni in cartellone, 177 repliche in tournée con quasi 130 mila spettatori, 108 repliche di teatro dei ragazzi per circa 32 mila persone) ci sono tutti. L’anteprima del cartellone è già stata presentata con ben 25 titoli che dovrebbero essere integrati fino ad arrivare a 33, 34 spettacoli. E soprattutto c’è la speranza di poter traguardare con tranquillità almeno il 2017, dato che il Comune ha rinnovato la concessione degli spazi, sperando che i trasferimenti del Fus restino costanti.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    profughiCi deve essere qualcosa che non va in me. Forse sto diventando un bieco razzista, un fondamentalista di estrema destra. Eppure davvero non riesco a capire il modo in cui la sinistra, a partire da quella costola cosiddetta “critica”, pretenderebbe di affrontare la crisi dell’immigrazione.

    Dicono che ci sono guerre e terroristi, tra l’Africa e il Medio Oriente, che stanno distruggendo la vita di intere popolazioni: tanto che molti, persino donne e bambini, preferiscono dare tutti i loro soldi a trafficanti senza scrupoli, farsi picchiare e maltrattare, stivare in una zattera o inscatolare dentro ad un camion, rischiando così una morte atroce, pur di raggiungere l’Europa e finire nelle mani (almeno per quel che riguarda l’Italia) di qualche cricca che lucra sui centri per l’accoglienza oppure a raccogliere arance per un tozzo di pane e un tetto di lamiera sopra la testa.

    Se questo è vero, allora, siamo di fronte ad un dramma di proporzioni inaudite, una sequela di crimini contro l’umanità verso cui la prima reazione di ogni persona che osi definirsi tale – io credo – dovrebbe essere: “fermiamo tutto questo il prima possibile”. Invece, ad ogni disgrazia del mare o della strada, dal variopinto mondo della sinistra, cioè da quelli che pretendono di occuparsi del sociale e degli ultimi, si leva un’altra parola d’ordine: “accogliamoli”.

    Ora – ripeto – sarò io che sono strano (e forse una mattina mi risveglierò e, guardandomi allo specchio, scoprirò che mi sono spuntati i baffetti alla Hitler), ma a me pare proprio che limitarsi ad accogliere i profughi non elimini né le terribili sofferenze patite prima, né lo sfruttamento a cui andranno verosimilmente incontro dopo. Mi pare, anzi, che così facendo non si faccia nulla per salvare la vita a chi muore sotto le bombe, a chi viene costretto a vivere in un campo profughi in Medio Oriente, a chi è troppo povero per dare soldi a uno scafista, a chi annega in mare o a chi soffoca in un camion tra i Balcani.

    Con la politica dell’accoglienza possiamo – al limite – lenire le sofferenza di chi “ce l’ha fatta”: ma manteniamo in piedi, e forse incentiviamo, una dinamica molto più vasta fatta di guerre, trafficanti senza scrupoli, schiavisti e sfruttamento. Mi pare evidente che intervenire a valle di un processo che ha fatto 3419 morti l’anno scorso nel solo Mediterraneo, altrettanti nello stesso periodo per una guerra in Libia che teoricamente sarebbe finita, e più di 230.000 da quando è scoppiato il conflitto in Siria, equivalga sostanzialmente a ignorare queste carneficine.

    L’ipocrisia è talmente macroscopica che – mi auguro – chi tra i miei lettori si sente di sinistra, o semplicemente si batte per l’accoglienza dei profughi, vorrà rifiutarla. Egli probabilmente obbietterà che l’accoglienza è innanzitutto un dovere umano: e un primo soccorso non impedisce di agire in altro modo e in altre sedi per risolvere il problema alla radice. Mentre si pensa alla soluzione da adottare, si può fare comunque il possibile per salvare quelle vite alla nostra portata.

    In effetti il principio è sensato e mi troverebbe concorde, se non fosse per un piccolo dettaglio: che per la sinistra il problema migrazioni non è risolvibile. Ai più attenti non sarà sfuggito, infatti, che, nel tentativo di replicare alla destra cosiddetta “xenofoba”, molti si lascino andare ad un’interpretazione fatalista delle dinamiche migratorie.

    Ad esempio il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha recentemente dichiarato: «Non è possibile che l’unica risposta sia una banalità come quella di dire “noi gli immigrati non li vogliamo”. Anche perché arrivano comunque». Per il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Non si tratta di fenomeni episodici: […] andranno avanti per i prossimi 10-15 anni». Addirittura, secondo il Presidente della Fondazione Italiani Europei, Massimo D’Alema, gli immigrati devono venire in Europa per pagare le nostre pensioni. Nel corso di un convegno della CGIL a Ventotene, il “leader Maximo” ha ribadito quando espresso più volte in passato: «Se [entro il 2080] non dovessero arrivare cinquanta milioni di giovani, dall’Africa o dall’Asia, l’Europa chiuderebbe».

    Dichiarazioni come queste sono all’ordine del giorno. Esse dimostrano inequivocabilmente che la leadership di sinistra difetta del presupposto indispensabile per ogni azione politica efficace: ossia la necessità di guardare agli esodi delle masse come drammi da combattere ed estirpare, anziché come eventi positivi o gioiosi incontri tra popoli.

    Le stesse persone che da una parte fanno l’apologia del profugo e sbattono in piazza le sue sofferenze, dall’altra bollano come inevitabili e immodificabili le dinamiche che sono la causa diretta di quelle stesse sofferenze; come se ciò che spinge le persone ad abbandonare le loro case ed i loro affetti per andare a morire in qualche posto lontano debba essere accettato quasi fosse la cosa più normale del mondo. L’ipocrisia più grande sta proprio qui, nel considerare “fisiologico” un evento che non ha cause naturali, ma che è stato prodotto artificialmente dall’uomo – segnatamente l’uomo occidentale – e dal suo desiderio di potere.

    Certo nessuno nega che dal Medio Oriente all’Africa ci siano “guerre civili”, “dittatori” e “il terrorismo”: ma tutte queste cose vengono trattate come fossero questioni interne a quel mondo; quasi che, tutto sommato, questi neri e questi arabi non fossero capaci di vivere in pace e dovessero per forza trovare una scusa per ammazzarsi tra di loro. Ma la realtà è che in un mondo globale non esistono questioni esclusivamente interne: e spesso chi crea i problemi siamo noi.

    Ad esempio l’ISIS, ossia letteralmente lo “Stato Islamico dell’Iraq e Siria”, nasce proprio là dove regnava Saddam Hussein, il dittatore che gli Stati Uniti nel 2003 si presero la briga di abbattere per “esportare la democrazia”. Dopo aver “liberato” il paese e essersi lasciati alle spalle qualcosa come mezzo milione di morti, gli americani si sono dati alla destabilizzazione del confinante stato siriano retto da Bashar Al-Assad, un altro dittatore che, per un motivo o per l’altro, non tornava più tanto comodo avere di mezzo. Come spiega Marcello Foa (che cita fonti autorevoli come l’americana PBS e l’israeliana Haaretz) gli USA armarono ed addestrarono i ribelli islamici, inizialmente salutati come sinceri democratici; i quali invece, di lì a breve, decisero di costruirsi un loro stato volgendo i cannoni contro Baghdad e issando le terribili bandiere nere del califfato.

    In Libia i combattimenti tra varie tribù, mercenari e fondamentalisti proseguono dal 2011, da quando cioè Gheddafi veniva rovesciato da un intervento militare congiunto della NATO voluto da Francia e Stati Uniti. Da allora non esiste un governo sufficientemente forte con cui contrattare per bloccare le partenze dei barconi di disperati provenienti da tutta l’Africa, a sua volta spolpata dalle multinazionali occidentali e in mano a governi corrotti. Perciò, anche volendo aprire tutte le frontiere d’Europa, accogliendo indistintamente chiunque voglia venire, è evidente che questo non sarebbe in alcun modo un rimedio al vero problema: la fallimentare politica estera della prima potenza mondiale.

    Gli USA non sono riusciti ad essere fonte di stabilizzazione per queste regioni, finendo anzi per creare un problema dietro l’altro, senza preoccuparsi nemmeno di aver esposto gli stessi partner europei alle ripercussioni di queste strategie violente, ciniche ed avventate. Anziché denunciare questo scempio, rispedire al mittente l’ipocrita lezioncina di Obama e magari chiedere di mettere in discussione la permanenza del paese nella NATO, la sinistra italiana si schiera compatta dalla parte di questo atlantismo guerrafondaio, alzando le spalle e allargando le braccia ogni volta che se ne palesino gli esiti devastanti.

    E non sono solo i politici o gli alti esponenti di partito a rendersi colpevoli di questa ingiustificabile sudditanza. Un intero fronte di pensiero che pretenderebbe di definirsi pacifista, di stare dalla parte dei poveri, di incarnare l’alternativa al consumismo sfrenato di matrice americana non trova di meglio da fare che prendersela con Salvini: ma resta ad osservare gli esodi di disperati, come se dipendessero dall’improvvisa voglia di intere popolazioni di cambiare quartiere.

    Forse da qualche parte sono rimaste sparute oasi di pensiero critico: ma che fine hanno fatto le 100.000 persone che nel 2002 Rifondazione Comunista portò in piazza contro la guerra in Iraq? Non possono essere tutte morte o essere diventate tutte improvvisamente sensibili alle crude ragioni della realpolitik. Probabilmente, allora, hanno semplicemente perso rappresentanza politica o sono state anestetizzate dal pensiero unico, incapaci di reagire alle denunce di chi ha il coraggio di sporcarsi le mani con i problemi veri, come padre Giulio Albanese. E forse – chissà – oggi vanno in giro predicando la famosa accoglienza, di cui naturalmente si dovrebbero fare carico i lavoratori, in particolare quelli meno qualificati, più esposti alla concorrenza spietata e alla deflazione salariale di un’immigrazione di massa.

    Questo “umanitarismo degli ultimi” è insopportabile proprio perché esige che siano gli ultimi, cioè le stesse vittime di questa globalizzazione selvaggia, a farsi carico della carità umana, mentre dispensa con grande liberalità chi sta in alto: perché i grandi signori hanno le loro ragioni per fare le cose, e non è bello che la povera gente voglia chiederne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Offerta di lavoroQuesto articolo non vuole stordire di numeri e dati, ma provare a fare chiarezza su un tema ampio e delicato che troppo spesso viene sbrigativamente ridotto ad un valore percentuale. A rotazione, infatti, il dato sul tasso di disoccupazione occupa le homepage dei media e le prime pagine dei quotidiani: le notizie sono sempre le stesse, il tasso che è salito, il tasso che è sceso… Ma come è possibile che da un trimestre all’altro tutto si stravolga? Viene naturale chiedersi se quel dato che finisce sempre in prima pagina sia davvero significativo.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Cerchiamo di fare chiarezza sui numeri e le percentuali, capire come funzionano, come vengono raccolti e come vanno interpretati. Per farlo, ci siamo fatti aiutare da chi sa che cosa si nasconde dietro a quella percentuale e come viene calcolata. Bruno Spagnoletti, sindacalista, è stato responsabile
    dell’Ufficio Economico Cgil Liguria, esperto di dati statistici sull’occupazione.

    I dati ISTAT 2014-2015

    cercare-lavoroI dati a disposizione al momento della stesura dell’articolo sono suddivisi per provincia per quanto riguarda il 2014 e relativi al primo trimestre 2015 solo a livello regionale. Il dato complessivo presenta un tasso di disoccupazione in diminuzione di 1,1% fra i due anni, che cosa significa? Spieghiamo meglio: la differenza è fra l’ultimo trimestre 2014, che aveva un tasso del 11.2 e il primo trimestre 2015 che ne ha uno del 10.1.
    Facciamo un passo indietro e vediamo come si arriva a questo dato percentuale. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e la forze di lavoro (persone occupate). Fa parte della forza lavoro chi ha dai 15 anni e più e che nella settimana di riferimento (quella in cui viene effettuata la rilevazione) ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario. Le persone in cerca di lavoro (disoccupate) sono invece le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare. L’ISTAT raccoglie le informazioni intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia, anche se temporaneamente all’estero. Le informazioni sono raccolte in tutte le settimane dell’anno.

    Approfondito il “dietro le quinte”, proviamo ad addentraci di più nei dati, che avranno un altro impatto visto quanto sopra. «È vero che il dato nazionale per il 2015 è in diminuzione – esordisce Spagnoletti – c’è una leggerissima inversione di tendenza, ma si tratta di lavoro “povero” (lavori stagionali, precari, ndr). Entrando più nel dettaglio dei dati 2014 ho evidenziato una sofferenza in particolare nel lavoro dipendente, in un anno si perdono oltre 11 mila dipendenti. Il settore che soffre di più è quello dei Servizi e del Terziario rispetto all’anno precedente, ma se valutiamo la perdita di lavoro sul periodo lungo tutti i settori economici perdono, nessuno escluso. Penso che pubblicare sui giornali un’analisi più approfondita sarebbe più utile per farsi un’idea, piuttosto che il singolo dato percentuale».
    Venendo al locale, i dati vedono 73mila liguri in cerca di lavoro, in aumento rispetto al 2013. «In realtà, se ai disoccupati censiti dall’ISTAT si sommano scoraggiati, Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale, ndr), lavoratori in mobilità e in cassa integrazione senza ritorno, il dato della disoccupazione ligure arriva intorno ai 135mila».

    Dall’analisi dei dati condotta insieme a Spagnoletti emerge ad esempio un errore rispetto ai numeri relativi alla provincia di Savona e a quella di Imperia. Questo deriva probabilmente dall’aggiornamento dei dati fatto dall’Istituto stesso. L’ISTAT, infatti, ha comunicato un aggiornamento dei dati dal marzo 2015 in modo “da rendere confrontabili i dati riferiti agli anni passati”, e ha provveduto a ricostruire le serie storiche. «In realtà quello che è successo – evidenzia l’ex responsabile dell’ufficio economico di CGil – è la modifica di due dati importanti: l’occupazione ligure del 2008 non più fissata a 635.687 ma aumentata a 650.606 (circa 15mila occupati in più) e l’occupazione media 2013 che da 603.113 a 613.091». Questo è solo un esempio a dimostrazione dell’imprecisione dei dati su cui si basano le oscillazioni del tasso di disoccupazione.
    «Si ricorre in errore più facilmente su numeri piccoli, come quelli delle due province liguri – chiosa Spagnoletti – i dati aggiornati non mutano le performance qualitative degli indicatori economici della recessione ligure ma producono distorsioni e contraddizioni evidenti nelle variazioni dell’occupazione». In conclusione la fotografia storica dell’Istat ha troppe ombre per essere considerata davvero significativa.

    E nella nostra regione? Confrontando il primo trimestre 2014 con quello 2015 in Liguria si registrano 19 mila occupati in più con una variazione positiva del 3.23% e 11 mila disoccupati in meno con una variazione negativa del 13.93%.
    Spagnoletti sottolinea quanto sia importante attendere i dati del secondo trimestre 2015 e quelli a seguire per verificare se la tendenza di lieve ripresa proseguirà, «al momento si tratta di dati deboli e vulnerabili, “drogati” dagli sgravi fiscali che il Governo ha voluto per le assunzioni a tempo determinato». In parallelo, infatti, i dati del Ministero a livello nazionale mettono in evidenza l’aumento di assunzioni a tempo determinato del 49.5% e l’81% in più di trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato; però questo non sta a significare, è fondamentale evidenziarlo, che vi siano state nuove assunzioni e
    quindi aumento dell’occupazione. In poche parole i numeri positivi sono prematuri rispetto alla reale situazione.

    Aumento delle Partite Iva: fumo negli occhi?

    Fino ad ora abbiamo trattato la realtà della disoccupazione, ma c’è un altro lato della medaglia ed è quello rappresentato dalle “nuove” partite IVA cosiddette “dei regimi minimi”.
    Diverse legislazioni negli ultimi anni hanno permesso l’apertura di partite IVA, sopratutto a giovani entro i 35 anni, che prevedono negli anni agevolazioni fiscali più o meno consistenti. In questo caso i numeri e i dati, che spesso vengono presi a riferimento dai media, ci aiutano ancora meno ad avere un quadro reale della situazione perché sono semplicemente il risultato di una banale somma (il numero di partite IVA, in quale settore, con quale classe di età di appartenenza…). I dati relativi alle partite Iva (fonte MEF Ministero dell’economia e delle finanze) raccontano infatti una Liguria che diventa sempre più imprenditrice di se stessa. Ma di che tipo di partita Iva si tratta? Corrisponde allo stesso lavoro svolto in precedenza da dipendenti in precedenza? Oppure queste partite Iva sostituiscono dei contratti a tempo determinato o a progetto?
    Fuor di dubbio che il dato sia in aumento, ma ciò, anche in questo caso, non è per forza sinonimo di maggiore occupazione.

    I dati relativi alla nostra regione seguono l’andamento nazionale, su 4.648 nuove partite IVA 5.729 sono state aperte da giovani fino ai 35 anni, circa il 39%. Lo stesso MEF ammette nella sua analisi dei dati che l’incremento è dovuto probabilmente all’approvazione della legge di stabilità 2015 che ha introdotto il nuovo regime meno vantaggioso, incrementando il numero di chi ha aperto partita IVA entro il 2014.

    A concludere questo nostro viaggio fra i numeri del lavoro in Liguria possiamo essere sicuri che la prossima volta che leggeremo o ascolteremo del tasso di disoccupazione sapremo meglio di cosa si tratta.

     

    Claudia Dani

  • Teatri a Genova, Politeama: eventi di richiamo, sponsor e biglietti. E il bilancio non piange

    Teatri a Genova, Politeama: eventi di richiamo, sponsor e biglietti. E il bilancio non piange

    Politeama GenoveseIl Politeama è una realtà atipica nel panorama teatrale genovese (qui l’inchiesta sullo stato di salute generale dei teatri di prosa a Genova), è in tutto e per tutto una società privata e ha molte più difficoltà ad accedere a stanziamenti pubblici rispetto ad altre realtà (come il Politeama anche Teatro della Gioventù e Teatro Altrove faticano ad accedere a finanziamenti, vedi anche gli approfondimenti su Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria). Tuttavia, da 21 anni, il Politeama può contare sugli stanziamenti del Fus (Fondo Unico per lo spettacolo). «Nel 2014 – spiega il direttore Danilo Staiti – erano arrivati 61 mila euro ma quest’anno il bando richiedeva un numero di repliche maggiore rispetto al passato per cui speriamo che anche il contributo sia adeguato».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    I fondi pubblici sono comunque una piccola parte dei circa 2 milioni di euro di bilancio (che vige non per anno solare per stagione teatrale).  Per la prima volta nel 2014 sono arrivati 10 mila euro dal Comune mentre, salvo qualche finanziamento una tantum, la partecipazione ai bandi regionali è sempre stata preclusa. La stragrande maggioranza delle entrate, dunque, è rappresentata dalla bigliettazione: in questo caso, vengono molto in aiuto gli eventi di grande richiamo fatti al di fuori del Politeama, come ad esempio gli spettacoli di Crozza al 105 Stadium. «Sono appuntamenti che rendono molto di più dal punto di vista commerciale – ammette Staiti – e ci consentono di reggere tutta la stagione perché spesso, anche se riempiamo la sala del Politeama, i nostri mille posti riescono a stento a coprire i costi dello spettacolo».

    Molto viene puntato anche sulle sponsorizzazioni, da un lato rese più facili dalle tipologie di spettacolo, dall’altro ostacolate ancora una volta dalla ragione sociale del teatro: «Il fatto di essere una società privata – analizza il direttore – fa sì che non possiamo ricevere contributi da fondazioni come la Compagnia di San Paolo e allontana anche alcune società private che, invece, sponsorizzando realtà pubbliche, fondazioni o associazioni possono attingere a sgravi fiscali che con noi non avrebbero».

    Non è, dunque, detto che in un prossimo futuro il Genovese non possa valutare una trasformazione in associazione o fondazione per aprire qualche porta in più: «È troppo presto per parlarne – conclude Staiti – ma certamente qualche contributo pubblico in più non ci farebbe male: ci basterebbero 100 mila euro per fare festa tutto l’anno. D’altronde siamo un privato atipico perché non facciamo utili e reinvestiamo tutto nella programmazione artistica, per cui la trasformazione in un soggetto senza scopo di lucro potrebbe anche starci».

     

    Simone D’Ambrosio