Mese: Settembre 2015

  • TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    TEDx sbarca al Porto Antico, “idee che vale la pena diffondere”: dietro le quinte del primo convegno genovese

    porto-antico-notte2-DITED (http://www.ted.com) è una piattaforma online che raccoglie “idee che vale la pena diffondere“. Un percorso iniziato nel 1984 negli Stati Uniti con una conferenza in cui tecnologia, intrattenimento e design (Technology, Entertainment and Design) erano i temi portanti. Oggi TED è un’organizzazione no-profit che organizza giornate convegno dedicate a molti argomenti in più di 100 lingue. I video degli interventi vengono poi caricati online sul sito. Dal 2009 è possibile organizzare gli eventi TED in tutto il mondo, convegni indipendenti che aiutano a condividere idee raccolte.

    Cosa ha a che fare una storia made in Usa con l’Italia, Genova e il Porto Antico? L’idea è di due fratelli genovesi Davide e Giulia Pignone, che hanno deciso di organizzare il TEDxPortoAntico. «Siamo partiti noi due e poi si è organizzato il team di lavoro, abbiamo creato un’associazione non profit. Abbiamo lanciato una call-to-action via Facebook per vedere chi aveva voglia di darci una mano e così si è creato il gruppo di lavoro», racconta Davide.

    TEDxPortoAntico, di cosa si tratta?

    La formula è la medesima delle conferenze sul modello statunitense: una giornata in cui i relatori si alternano sul palco avendo a disposizione al massimo 18 minuti ciascuno per esporre la propria idea. Ma le regole da rispettare sono rigide, come ci racconta Davide «Ci sono una marea di regole da seguire nel formulare la richiesta, prima di tutto per organizzare un evento locale è necessario chiedere una licenza all’organizzazione ufficiale indicando il nome che si vuole utilizzare, a quel punto sta a loro rilasciare o meno la licenza. Alcune domande del formulario sono incentrate sulle competenze in possesso di chi chiede di poter organizzare l’evento, poi è necessario inquadrare il tema e un’indicazione di massima sui relatori. È importante partire con le idee chiare, insomma Una volta ottenuta la licenza si ha a disposizione un anno per realizzare l’evento. Noi ci abbiamo lavorato con più intensità da maggio di quest’anno». La richiesta è stata fatta ad ottobre 2014 e accettata a gennaio 2015.

    Dunque una serie di relatori che si alterneranno sul palco della Sala Montecucco presso il Circolo Autorità Portuale di Genova dalle 10.00 alle 18.00 del 17 ottobre prossimo.

    Chi può intervenire ad un TED? «Quando si è saputo che stavamo organizzando un TED a Genova, quasi chiunque ti scrive per proporsi, la maggior parte li selezioni tu o il team – approfondisce Pignone – nel nostro caso alcuni relatori sono stati scelti da me altri proposti di comune accordo con l’intero team di lavoro. ll TED ufficiale mette veti su tante cose ad esempio gli speech non devono essere di natura politica o religiosa».

    La nostra città, dove nella maggior parte dei casi ognuno ama farsi i fatti propri protetto dal calore delle mura amiche, non sembra il palcoscenico adatto per un evento del genere. Cosa vi aspettate da Genova?

    «Siamo partiti con poche aspettative, la cosa bellissima è che abbiamo trovato molta apertura in aziende che hanno risposto e si sono complimentate per l’iniziativa; abbiamo trovato sponsor, persone che ci dessero una mano, è stata una sorpresa – continua Davide – la vendita sta andando bene, anche se abbiamo a disposizione solo 100 biglietti, questo è dovuto alla licenza di primo livello concessa dal TED ufficiale che non permette di avere più di 100 persone live durante il convegno».

    Chi sono i relatori di TEDxPortoAntico?

    Dall’agricoltura alla robotica, passando per la musica, dai gamer fino agli storyteller questi gli 11 speaker di TEDxPortoAntico.  La maggior parte sono genovesi ed è questa la bella scoperta: «Cercando speaker nell’ambito di Genova ci siamo accorti che ci sono molte realtà anche piccole, che si stanno dando da fare, peccato è che non siano coordinate, magari c’è l’azienda che sta facendo il pezzetto di A e non sa che l’altra azienda ha un altro pezzetto della stessa A».

     

    Claudia Dani

  • Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    grecia-europaSostiene Becchetti che le ultime elezioni hanno confermato un fatto: i greci non vogliono uscire dall’euro. L’economista de La Sapienza, nonché blogger di Repubblica, ha così sintetizzato con un tweet un’interpretazione abbastanza diffusa. Se in effetti Tsipras è stato rieletto nonostante i tanto criticati accordi con la Troika, e se la scommessa di “Unità Popolare” (l’ex-fronda interna di Syriza, che si era staccata in polemica sulla moneta unica) è fallita, tanto che il partito non ha raggiunto nemmeno il quorum del 3%, ha forse senso concludere, allora, che i greci non sono interessati a un discorso critico sull’euro.

    Ma le cose non stanno così. In realtà nessuno ha mai chiesto al popolo greco cosa ne pensi della moneta unica; né c’è mai stato un serio dibattito pubblico sul tema. Ci vuole un bel coraggio, quindi, anche solo ad ipotizzare una simile ricostruzione dell’inestricabile marasma ellenico. Il modo, anzi, in cui queste leggende metropolitane nascono e si diffondono, tralasciando totalmente avvenimenti epocali e dinamiche macroscopiche, merita una volta tanto di essere smontato pezzo per pezzo per mettere in luce le menzogne che vi si annidano.

    Esiste un problema politico, ma non c’è alcun dubbio tecnico

    Se anche fosse vero che i greci non vogliono uscire dall’euro, ciò non significa che questa sia automaticamente una saggia decisione. Una votazione democratica ha un valore esclusivamente politico: deve misurare la “volontà popolare”, non dare una patente di verità. Ciò significa che un conto è quello che si vuole fare; un altro conto è come stanno in realtà le cose. La volontà è una cosa, la verità un’altra.

    Che l’euro sia stata una pessima idea da un punto di vista economico, lo do per acquisito ormai da lungo tempo. Che per la Grecia non esista alcuna prospettiva di vera ripresa economica fintanto che rimane nella moneta unica, lo disse Paul Krugman già nel 2012; e non ha cambiato idea recentemente – perché ovviamente nel frattempo nessuno è riuscito a dimostrare il contrario. La realtà delle cose, dunque, non è in discussione. Naturalmente questo non impedisce ai greci e a tutti gli altri popoli di eleggersi i rappresentanti che vogliono: ma non si vede come un’elezione, per quanto legittima, possa spostare di una virgola il dibattito scientifico.

    Pertanto chiunque pensi che lo scarso sostegno elettorale sia la dimostrazione dell’insensatezza di una critica alla moneta unica farebbe una pessima figura; non diversamente da chi pretendesse di dedurre l’inutilità della fisica nucleare dal fatto che al bar sotto casa non se ne parla mai. Si può porre, invece, un problema politico: è possibile coalizzare consensi intorno al tema dell’uscita dall’euro?

     Il vero sconfitto è il voto moderato

    Se la Grecia, il paese più colpito dall’austerità, si dimostrasse ancora massicciamente attaccato alla moneta unica, allora si spiegherebbe dove stanno le difficoltà dei partiti euroscettici. Tutto questo attaccamento, però, nei numeri del voto non si vede.

    Nel corso del 2015 la nazione che ha inventato la democrazia è andata alle urne ben tre volte: alle politiche del 25 gennaio, al referendum del 5 luglio e alle politiche dello scorso 20 settembre. Nel corso di questi tre eventi si è registrato un vistoso calo dell’affluenza, passata dal 63,9% al 62,5% per poi precipitare al preoccupante 56,6% dell’altro giorno, in cui su 9.826.357 aventi diritto ben 4.269.102 hanno preferito rimanere a casa.

    Ora, se a questo numero sommiamo quelli che hanno annullato o lasciato in bianco la scheda (134.297) e quelli che hanno votato per forze nettamente euroscettiche, come Alba Dorata, Unità Popolare e Antarsya (611.340), otteniamo un totale di 5.014.739 elettori (il 51%), che è superiore ai 4.811.618 (il 49%) che hanno votato per gli altri partiti (non tutti, tra l’altro, propriamente “euroentusiasti”, come Anel o i comunisti del KKE).

    Certo, in democrazia chi sta a casa non conta. Il Parlamento si compone con i voti di chi si è recato alle urne: e questo rende Tsipras un premier pienamente legittimato. Tuttavia mi chiedo se si possa dire che i greci si vogliono tenere l’euro, quando la maggioranza delle persone o si esprime contro o non va neppure a votare.

    Non si tratta di un cavillo: la questione è sostanziale. Alle politiche del 2007, appena otto anni fa, l’affluenza era stata del 74,2%, e i due partiti principali (Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok), entrambi di orientamento europeista, totalizzavano insieme quasi 6 milioni di voti. Oggi le due forze maggiori (con Syriza al posto di Pasok) non arrivano a 4 milioni; e questo benché il numero degli aventi diritto sia rimasto praticamente lo stesso (poco sotto i 10 milioni).

    Da gennaio a settembre questi grandi partiti moderati hanno perso più di mezzo milione di voti, corrispondente al 5% dei greci sopra i 18 anni. I partiti anti-euro, al contrario, hanno tenuto botta. Alba Dorata, ad esempio, è passata dalle 388.387 preferenze di gennaio alle 379.149 dell’altro giorno: una flessione praticamente nulla, se si considera l’elevato astensionismo. Antarsya ha addirittura incrementato il proprio bottino, passando da 39.411 a 46.096 voti. Unità Popolare, infine, che a gennaio nemmeno esisteva, ha ottenuto dal nulla 186.185 preferenze (in proporzione, poco meno di quello che ha preso SEL qui di noi alle ultime politiche).

    È impossibile non leggere in questi numeri un chiaro segnale di insofferenza che colpisce praticamente solo il voto moderato. Vi è una tendenza innegabile, progressiva e inesorabile, a snobbare la tradizionale contrapposizione destra-sinistra, proprio mentre si fa più evidente la sudditanza della politica greca nei confronti di Bruxelles. E dunque si può ben dire che sono i partiti che hanno predicato e/o praticato la stabilità in Europa i veri sconfitti.

    Ciò detto, una volta appurato che “euro” ed “Unione Europea” non acquisiscono appeal, ma lo perdono, resta da capire perché non c’è stato un travaso significativo di voti.

    Il referendum è stato tradito

    Ci sono molte ragioni che possono spiegare come mai la protesta non si sia incanalata verso posizioni euroscettiche, ma si sia dispersa nell’astensionismo. La più importante di queste è sicuramente il fatto che il referendum di luglio è stato ignorato.

    È vero che Tsipras era riuscito nell’impresa di creare grossa confusione su quale fosse il senso della consultazione da lui stesso voluta, dato che ai cittadini veniva chiesto di votare su una proposta di accordo con i creditori (quella dell’eurogruppo del 25 giugno) mentre i negoziati di fatto proseguivano. Purtuttavia difficilmente si può negare che l’intento di ridimensionare le logiche spietate del debito usando la forza del voto democratico non sia stato recepito da tutti i greci.

    Tsipras cercava chiaramente di dimostrare al mondo che la Grecia non intendeva appaltare ad altri il proprio destino; di modo che ogni tentativo di costringere lui e Varoufakis ad accettare le condizioni imposte dai partner apparisse immediatamente come un tentativo ingiustificabile di marginalizzare la democrazia. Una volta vinto il referendum, insomma, nessuno avrebbe potuto raccontare che il premier greco metteva a repentaglio l’avvenire del suo popolo per un’iniziativa personale, senza avere un preciso mandato.

    Questo non significa che Tsipras avesse la minima intenzione di lasciare l’euro: ma era stato abbastanza onesto, se non altro, da ammettere pubblicamente questa possibilità. Pertanto, se i creditori avessero reagito ad una vittoria del no irrigidendosi e chiudendosi ad ogni trattativa, i greci sapevano che avrebbero pagato un prezzo per la loro libertà: il ritorno alla moneta nazionale.

    Questa prospettiva non spaventò più di tanto il paese. Votando in maggioranza per il no, i greci consegnarono al loro premier quello che egli, teoricamente, voleva: una carta in bianco per tirare la corda fino al limite, in modo da avere più margine di trattativa. Ma non ci fu più alcuna trattativa.

    Tsipras, nonostante avesse ottenuto il sostegno del suo popolo, cedette immediatamente ai creditori, siglando un accordo ritenuto da molti peggiore di quello rifiutato con il referendum. Ritornato in patria difese il compromesso raggiunto “per evitare il disastro” e riuscì a farselo approvare dal Parlamento.

    Cosa dovevano pensare i greci a quel punto? Che il loro beniamino, il leader che era diventato il simbolo della sinistra europea, che si era battuto contro l’austerità, che aveva sfidato in solitudine nel corso di numerosi ed interminabili colloqui i creditori di mezza Europa, che aveva osato opporre la forza della democrazia agli accordi sottobanco tra i ministri delle finanze, che aveva guidato la resistenza mentre la BCE negava ulteriori rifornimenti alle banche, che aveva vinto un referendum apertamente osteggiato dai partner europei, che aveva osato parlare di uscita dall’euro, che aveva ricevuto il pieno sostegno del suo popolo; dovevano credere che questo eroe, insomma, semplicemente all’ultimo momento se l’era fatta sotto?

    Purtroppo i popoli europei a tutt’oggi non hanno maturato alcuna coscienza delle perverse dinamiche politiche che la moneta unica porta con sé. Pertanto né i greci né gli altri sono in condizioni di capire quello che su questa rubrica abbiamo detto sin da subito e che ci ha permesso di fare facili previsioni: ossia che Tsipras non avrebbe mai portato la Grecia fuori dall’euro, a meno che non lo avessero cacciato fuori.

    In effetti, per un certo tempo, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble aveva provato a suggerire l’ipotesi di una “grexit” concordata; ma l’intervento deciso degli Stati Uniti e il saggio disinteresse di Russia e Cina hanno poi fatto capire a tutti che l’Europa non avrebbe potuto giocarsi quella carta. A quel punto, messo davanti alla scelta tra mangiare quella minestra o saltare dalla finestra, Tsipras ha dovuto semplicemente sedersi e svuotare il piatto.

    Ma tutto questo i greci non lo sanno. Per la maggioranza Tsipras ha combattuto fintanto che ha potuto; e poi ha cercato di strappare il miglior compromesso. Se non altro, ha fatto arrivare al paese prestiti freschi e ha fatto riaprire le banche. E se non è arrivato al punto di spingere il paese fuori dall’euro, evidentemente è perché questo non si deve fare o non è concesso farlo.

    Giusto o sbagliato che sia, se alla riprova dei fatti i politici non prendono questa decisione, neppure quando è l’ultima rimasta, che senso ha sperare in questa soluzione?

    Non si può essere critici dell’euro part-time

    Quello che sfugge ai più, che è poi anche l’unica vera lezione politica che la vicenda greca ci consegna, è che non si può fare la lotta all’euro a giorni alterni. La moneta unica in questa fase è la minaccia principale alla democrazia: e chi non è disposto ad ammetterlo, finisce inevitabilmente per accettare una serie di compromessi che fanno a pugni col buon senso, che rendono chi li ha sottoscritti corresponsabile e che impediscono vieppiù di fare marcia indietro.

    I Becchetti fingono di non vedere che la bandiera dell’uscita dall’euro è finita nelle mani inadeguate di queste persone: leader come Tsipras, che non avevano alcuna voglia di imbracciarla fin dall’inizio; oppure sparuti esuli di sinistra, come Panagiotis Lafazanis in Grecia o Stefano Fassina in Italia, che hanno maturato questa convinzione con fatica e solo dopo aver collaborato dall’interno con partiti super-europeisti.

    I primi, benché si mostrino possibilisti per tattica o per necessità, non prenderanno mai autonomamente una decisione dolorosa che vivrebbero come una sconfitta personale. Tsipras non avrebbe potuto rivendicare come una vittoria l’uscita dall’euro, dopo aver combattuto anni di battaglia politica nel mito dell’Europa: sarebbe stato come ammettere di aver sempre sbagliato tutto, oltre a diventare l’unico responsabile politico e capro espiatorio di un percorso di emancipazione che nei primi mesi sarebbe stato inevitabilmente assai difficile. Molto più facile negare di aver firmato una resa incondizionata, dando risalto a piccole concessioni oppure invocando la famosa T.I.N.A. (There Is No Alternative).

    Quanto ai secondi, cui va riconosciuto per lo meno il coraggio politico di ammettere gli errori commessi, non ci sono migliori chance di vittoria. Il loro problema è quello di riuscire ad organizzare una campagna politica credibile, che sia in grado ad un tempo di giustificare le ritrosie passate, di dissipare il dubbio degli elettori di trovarsi di fronte a mere faide di partito e di neutralizzare il terrorismo mediatico sulle catastrofi che seguirebbero ad un’uscita unilaterale. Inutile aggiungere che si tratta di un’impresa praticamente impossibile.

    Rimangono a questo punto solo partiti più o meno populisti, che però possono essere facilmente etichettati come “cattivi” e contro i quali si può sparare ad alzo zero. L’unica forza in Europa ad aver mostrato di potersi sottrarre a questo gioco, grazie ad una strategia politica intelligente e ad un contesto favorevole, è il Front National di Marine Le Pen. Altri partiti in condizione di condurre una battaglia contro l’euro per ora non ce ne sono: per cui è probabile che la moneta unica imploda su se stessa, anziché venire smantellata da una decisione democratica.

    Conclusione

    Ecco perché la tesi di Becchetti è irricevibile. Non si può sottintendere che lo scarso seguito elettorale dei partiti anti-euro dimostri la necessità della moneta unica; né si può sostenere che i greci si siano in qualche modo dimostrati favorevoli, visto che essi:

    – non sono mai stati chiamati ad esprimersi sul tema;
    – non sono tenuti ad essere preparati su questioni tecniche, che dovrebbero essere rimesse a consulenti preparati ed onesti;
    – hanno progressivamente abbandonato i partiti moderati europeisti;
    – quando hanno votato referendum in grado di conferire un mandato politico potenzialmente rivoluzionario, sono stati ignorati;
    – hanno a disposizione partiti anti-euro politicamente impresentabili, indecisi o con le spalle troppo piccole per caricarsi una simile battaglia;
    – sono costantemente bombardati da una propaganda terroristica sull’uscita, che esalta i rischi di breve periodo ma sorvola sui benefici del medio.

    Si dimostra invece l’ipocrisia di chi difende l’euro, costretto a ignorare questioni macroscopiche come queste pur di instillare nella gente un messaggio di rassegnazione.

     

    Andrea Giannini

  • Ex Magazzini del Sale, ecco il progetto di riqualificazione del Comune. Quale futuro per il CSOA Zapata?

    Ex Magazzini del Sale, ecco il progetto di riqualificazione del Comune. Quale futuro per il CSOA Zapata?

    concerto-zapataUn investimento da 3 milioni e 380 mila euro in 10 anni, da reperire anche attraverso finanziamenti nazionali e bandi europei. A tanto ammonta la stima degli uffici comunali per il progetto di riqualificazione degli ex Magazzini del Sale, la struttura (realizzata a metà Ottocento per raccogliere il sale arrivato dal porto e pronto alla commercializzazione e dichiarata di interesse culturale nel 1987) che sorge sullo “spartiacque” tra lungomare Canepa e via Sampierdarena per una superficie complessiva di circa 2200 mq. Ampliamente sottoutilizzato e sfruttato solo sul versante est dal Club Petanque Sampierdarena (che utilizza anche uno spazio esterno con relativa tensostruttura, su concessione del Demanio Portuale) e su quello ovest dal CSOA Zapata (che ha occupato gli spazi nel 1996 venendo poi a un accordo per l’utilizzo con la prima giunta Pericu), l’immobile è attualmente di proprietà demaniale ma potrebbe presto diventare parte del patrimonio di Palazzo Tursi nelle more del federalismo demaniale e culturale, con una procedura del tutto identica a quella intrapresa per i Forti (qui l’approfondimento).

    Il progetto del Comune di Genova

    [quote] Il cronoprogramma prevede lavori dal 2017 al 2021, per costi intorno ai 2 milioni di euro. Un altro milione è previsto per la strutturazione di nuovi spazi interni, che si realizzerà tra il 2021 e il 2024, ed esterni, tra il 2022 e il 2025. Infine, è già stata prevista un’ultima fase per la riqualificazione del tessuto urbano circostante, per cui il Comune vorrebbe investire ulteriori 1,2 milioni di euro, oltre ai 3,4 milioni destinati alla struttura[/quote]

    L’amministrazione ha quindi predisposto il piano di riqualificazione necessario per stipulare il passaggio di proprietà gratuito dal Ministero al Comune, con il nulla osta della Sovrintendenza. «Di fatto – dice la consigliera Monica Russo, molto attiva nel quartiere – gli spazi dei Magazzini del Sale sono già ora a disposizione della collettività grazie alle attività culturali extra-sportive organizzate nei locali della bocciofila: chiunque abbia proposte in tal senso può chiedere alla bocciofila di essere ospitato». E così, in linea di massima, dovrebbe restare anche dopo la riqualificazione: il progetto stilato dagli uffici comunali parla, infatti, di un serbatoio multifunzionale con interesse pubblico e diversi filoni di attività culturali e sociali. Sicuramente uno spazio (nella zona di levante, quella più vicina al centro città) sarà affidato direttamente al Municipio Centro Ovest che lo gestirà in totale autonomia, anche grazie alla prevista passerella di collegamento con i vicini uffici municipali. Garantita anche la sopravvivenza della realtà sportiva, con gli spazi della bocciofila che saranno riorganizzati anche a seguito dell’intervento di allargamento di Lungomare Canepa. Infine, è previsto un non meglio definito filone “socio-culturale” per le attività negli spazi rimanenti.

    «Il piano di valorizzazione – spiega l’assessore al Patrimonio, Emanuele Piazza – prevede maglie piuttosto larghe. I tempi lunghi di attuazione ci garantiscono una buona sicurezza sull’effettiva possibilità di portare a termine l’intervento: in caso di ritardi, infatti, la legge dice che il bene dovrebbe tornare automaticamente al Demanio. Inoltre, la definizione ancora piuttosto generica delle attività che si andranno a insediare consente di entrare successivamente nel merito attraverso un percorso di partecipazione (richiesto a gran voce da molti consiglieri, soprattutto del M5S, ndr) con un confronto diretto con i cittadini».

    Così, una prima fase di messa in sicurezza del bene esistente, soprattutto per quanto riguarda la testata est, con un costo di 263 mila euro totalmente accollato al Comune, dovrebbe concludersi entro fine 2016. Successivamente partirebbe il recupero vero e proprio dell’immobile e il suo adeguamento funzionale e tecnologico: il cronoprogramma prevede lavori dal 2017 al 2021, per costi che si aggirano attorno ai 2 milioni di euro. Un altro milione, invece, è previsto per la strutturazione di nuovi spazi interni, che si realizzerà tra il 2021 e il 2024, ed esterni, tra il 2022 e il 2025. Infine, è già stata prevista un’ultima fase per la riqualificazione del tessuto urbano circostante, per cui gli uffici di Tursi pensano di investire circa 1,2 milioni di euro, oltre ai 3,4 milioni destinati alla struttura in senso stretto.

    Costo o investimento?

    ex-magazzini-saleIl progetto, dunque, se dovesse essere avvallato dal Consiglio comunale, inciderà non poco sul bilancio del prossimo ciclo amministrativo. E proprio sulla voce costi sono nate parecchie perplessità sui banchi della Sala Rossa: «Stiamo parlando di un investimento di 330 mila euro all’anno per 10 anni – dice il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia – ma se abbiamo questi soldi per la gestione del Patrimonio comunale perché non andiamo a investirli dove c’è bisogno, ad esempio nella ristrutturazione degli edifici scolastici?».

    Sul punto, la risposta dell’assessore Piazza non ammette repliche: «Certamente l’acquisizione dei beni è un costo per il Comune dal punto di vista della messa in sicurezza e della riqualificazione ma non può sfuggire che altrimenti questi luoghi resterebbero vuoti urbani che generano degrado e alti costi sociali. E una città come Genova che dagli anni ’70 è decresciuta di circa 250 mila persone, ovvero l’equivalente di cinque città di Savona, questi spazi pubblici e privati sono molti. Sicuramente abbiamo altri interventi prioritari, come la messa in sicurezza degli edifici scolastici, ma con interventi progressivi dobbiamo tenere conto anche di questi beni che oggi sono criticità ma domani possono diventare un’opportunità di servizio per il territorio, a fini culturali e ricreativi e, perché no, anche per le imprese. Insomma, cerchiamo di passare dal degrado alla vivibilità anche grazie a una buona collaborazione con Demanio e Sovraintendenza».

    L’amministrazione, almeno questa volta, sembra piuttosto consapevole dei rischi soprattutto economici a cui va incontro. «La messa in sicurezza degli ex Magazzini – entra nel merito l’assessore – sarà inserita nel prossimo Piano triennale dei Lavori pubblici mentre per la restante parte dei fondi si cercherà di affidarsi non solo alle casse comunali ma anche a bandi europei, ad esempio legati alle fonti energetiche autoalimentate, e a fondi nazionali voluti dall’Anci e messi a disposizioni dal Mef proprio per il federalismo demaniale. In ultimo, esattamente come avverrà per i Forti, non dobbiamo dimenticarci l’importanza della compartecipazione pubblico-privato, legata a concessioni agevolate del bene in vista di una sua valorizzazione».

    Il futuro del CSOA Zapata

    zapataViene da chiedersi come mai queste rimostranze da parte dei consiglieri non siano state fatte al momento della presentazione dell’intero processo di acquisizione gratuita dei beni dal Demanio quando, come avevamo già avuto modo di sottolineare, era già piuttosto evidente che si sarebbe trattato di un probabile bagno di sangue per le casse di Tursi. Eppure, allora, se non da un favore unanime, il percorso non era certo stato accolto da una levata di scudi: ora, sembra essere troppo tardi, e il rischio è che la contrarietà a questo progetto nasconda altri malesseri politici, ad esempio legati al futuro del CSOA Zapata.

    A proposito, che ne sarà di questi spazi occupati ormai da quasi vent’anni? Se la bocciofila (che ha un contratto di locazione con il Demanio in scadenza tra 4 anni e dovrà per forza di cose essere ereditato da Tursi) è al sicuro seppure con qualche riorganizzazione spaziale, qualche dubbio in più sembra esserci per il centro sociale. La sensazione, comunque, è che in quel generico terzo filone di attività socio-culturali previsto per la riqualificazione degli spazi sia sottointesa una sorta di legittimazione delle attività portate avanti dai giovani del centro sociale ma che il Comune stia ancora cercando la strada per poter formalizzare un accordo in tutto e per tutto legale sulla gestione degli spazi. Una trattativa che non si preannuncia facilissima anche perché, dopo la rottura del tavolo di coordinamento centri sociali-amministrazione (voluto da don Gallo con la giunta Vincenzi) in seguito allo sgombero del LSOA Buridda dalla vecchia sede di via Bertani, i rapporti vanno ricuciti.

    Sul tema, la discussione in Commissione a Tursi si è fatta calda. «Dobbiamo discutere del futuro del centro sociale, magari prima di mandare i celerini a sgomberare» ha avvertito Mauro Muscarà (M5S) facendo evidente riferimento a quanto successo in via Bertani. «Si parla sempre di sociale e culturale ma mai di commerciale: dobbiamo pagare noi i conti mentre sono gli altri a divertirsi» si lamenta Stefano Anzalone del Gruppo Misto. «Se lì dentro ci fosse Casapound saremmo lo stesso così compresivi?» tuona, un po’ a sorpresa, il consigliere PD Giovanni Vassallo, che aggiunge: «Se sei in un spazio pubblico, almeno una lira la devi pagare, secondo quanto dicono le norme. La linea politica non può essere che se sei un centro sociale di sinistra fai quello che vuoi; la linea deve essere che tutte le posizioni vanno regolarizzate, pagando un canone che ovviamente deve essere di molto calmierato se hai una funzione sociale».

    Restando in casa Pd, il capogruppo Farello ricorda però che «lo Zapata non è frutto di un’occupazione abusiva: il centro sociale è stato messo lì dalla prima giunta Pericu. Non dobbiamo dimenticarci, però, che quando approveremo il nuovo regolamento della movida, buona parte delle attività che si svolgono in quelli spazi diventeranno illegali». Dall’altro versante, il consigliere Gianpiero Pastorino (Sel) si dispiace del fatto che «ragazzi figli di cittadini di Genova e di Sampierdarena vengano etichettati come abusivi. I pregiudizi non devono entrare in quest’aula perché anche questi cittadini hanno diritto di esprimersi in questa città». Il compagno di partito Chessa ricorda che «la riqualificazione di quel rudere è iniziata proprio quando è partita l’occupazione da parte dello Zapata per cui è indispensabile arrivare a un accordo con i ragazzi, anche attraverso un canone simbolico che dia vita a un rapporto legalitarioNon posso non sottolineare che questa giunta ha contribuito a rompere il rapporto con i centri sociali che aveva provato a intavolare la giunta Vincenzi, peraltro con effetti paradossali che laddove si è sgomberato un immobile peraltro non ancora venduto, si è dato via a un processo che ha portato all’occupazione di un altro spazio di gran lunga migliore per il centro sociale. Resta il fatto che un rapporto vada recuperato». Infine, Clizia Nicolella di Lista Doria sottolinea come «in contesto sociale fortemente mutato da una crisi economica senza precedenti, è compito dell’amministrazione valutare non tanto l’ormai  difficile monetizzabilità della concessione di spazi pubblici quanto piuttosto il ritorno per la collettività in termini più globali».

    La sintesi spetta naturalmente alla giunta: «Una volta che entreremo in possesso del bene – assicura l’assessore Piazza – vedremo quali sono i diritti acquisiti di chi attualmente occupa gli spazi degli ex Magazzini del Sale e cercheremo di capire come procedere. È evidente che tutte le assegnazioni dovranno avvenire secondo norme di legge ma è altrettanto evidente che il Comune possa concedere sconti sul canone di affidamento anche fino al 90% se vengono riscontrati forti interessi culturali e sociali per l’attività svolta da chi gestisce gli spazi». Insomma, un accordo sembra possibile. Almeno a parole.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Giovani e lavoro in Italia: concorso fotografico dedicato al mondo lavorativo giovanile

    Giovani e lavoro in Italia: concorso fotografico dedicato al mondo lavorativo giovanile

    concorso-fotografia-DIGiovani e lavoro in Italia è il concorso fotografico 2015 bandito da Limatola Avvocati in collaborazione con il Centro Studi Giuridici ed Economici Luigi Limatola, aperto fino al 20 ottobre a fotografi professionisti e non.

    Obiettivo del concorso, quello di cogliere, attraverso i propri scatti, il “mondo” dei giovani alle prese con il lavoro in Italia, con racconti fotografici su lavoratori precari, telelavoro, sicurezza sul lavoro, condizioni di impiego, imprenditoria, ma anche su situazioni di maternità e lavoro, discriminazione, licenziamento e non solo.

    Per i primi 10 selezionati di ogni categoria sono previsti premi (1000 euro al primo classificato tra i Fotografi Professionisti, un buono Nikon/Canon di 200 euro al primo classificato tra i Fotografi non Professionisti) e menzioni speciali per scatti di particolare pregio artistico, nonché la possibilità di esporre in mostra le proprie opere a Milano e Napoli.

    Per partecipare al concorso occorre inviare massimo 4 foto a colori o in b/n in formato digitale, con peso massimo consentito di 1MB ciascuna, alla mail concorsofotografia15@libero.it insieme a copia del documento di identità, modulo di registrazione e regolamento sottoscritti. In alternativa, per chi è provvisto di pec, è possibile inviare gli scatti alla mail concorso2015@limatolaavvocati.it

    I candidati saranno selezionati da una Giuria tecnica composta da Luciano Romano, artista e fotografo professionista, da Barbara Migliardi, giornalista, e da Alessandro Limatola, managing partner di Limatola Avvocati, socio AGI. E’ prevista anche una giuria popolare, rappresentata dagli utenti di Facebook, solo per la categoria Fotografi non Professionisti. Il voto della Giuria popolare sarà dato dai gradimenti – “mi piace” – relativi alle fotografie caricate nella pagina Facebook “Giovani e Lavoro in Italia. Concorso di fotografia 2015” e sarà tenuto in considerazione dalla Giuria tecnica.

    Info concorso e moduli da scaricare sul sito www.limatolavvocati.it/arte/

     

  • La foto sulla schiena, corso base di fotografia a cura di Giusi Lorelli

    La foto sulla schiena, corso base di fotografia a cura di Giusi Lorelli

    fotografiaI Giardini Luzzati ospitano la quinta edizione del corso base di fotografia La foto sulla schiena tenuto dalla fotografa Giusi Lorelli e aperto a tutti coloro che intendono imparare a fotografare con maggiore consapevolezza.

    Gli incontri verteranno sugli aspetti tecnici e stilistici della fotografia, con un interesse particolare al lavoro di alcuni grandi maestri e alle principali correnti dal ’900 ad oggi.

    Scopo del corso è giungere ad un equilibrio tra abilità tecnica ed educazione alla visione, equilibrio che permette a chi scatta di ottenere il massimo risultato espressivo personale, senza ripetersi e senza imitare passivamente.

    Ciascuna lezione sarà divisa in due parti, la prima si concentrerà di volta in volta sui principi fondamentali della pratica (luce, esposizione, obiettivi, attrezzatura da studio ecc.) e la seconda sulla discussione di grandi opere del passato e contemporanee, commentandone insieme gli elementi strutturali, i punti di forza e il contesto in cui sono state prodotte, tentando così di scoprire, sulle orme di chi ci ha preceduto, quali siano le molteplici strade che si possono percorrere in fotografia. Saranno inoltre previste due lezioni pratiche. Tra le nozioni tecniche che saranno acquisite, uno spazio importante verrà dedicato alle tecniche di sviluppo digitale, fotoritocco e relativi software.

    INCONTRI DI PRESENTAZIONE:
    23 settembre e 7 ottobre 2015, dalle ore 19, Giardini Luzzati

    INIZIO LEZIONI:
    12 OTTOBRE 2015
    Ogni lunedì sera dalle 20.30 alle 22.30

    N° LEZIONI
    Totale: 10 lezioni teoriche + 3 uscite

    LUOGO
    Giardini Luzzati, Genova
    www.giardiniluzzati.it

    INFO e ISCRIZIONI
    Scrivere a fotografia@giardiniluzzati.it
    www.giusilorelli.com

    REQUISITI PER LA PARTECIPAZIONE
    Consigliato il possesso di una fotocamera reflex di qualsiasi marca e livello.

  • Il  vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    Il vigneto-giardino di Amastuola in Puglia: una vera opera d’arte

    1Il mondo dei giardini è immensamente vario e spazia dai cortili, alle terrazze ai parchi veri e propri. Non avrei però pensato che potesse comprendere anche i vigneti. Recentemente ho letto un articolo della stampa estera che parlava di un progetto davvero interessante realizzato da Fernando Caruncho, celebre paesaggista spagnolo, in Italia, per la precisione in Puglia.

    Il progettista ha, come propria formazione culturale, una preparazione da filosofo. Coltissimo e dotato di notevole sensibilità progettuale, mi ha sempre appassionato per i suoi parchi che mescolano abilmente un rigore architettonico di fondo ad una naturalezza nell’impiego di piante ed arbusti. Le linee pure del disegno sono infatti smussate attraverso un intelligente ed abile impiego dell’elemento vegetale.

    2I suoi giardini si fondano sempre sui capisaldi della storia dell’architettura. Sono quadrati o rettangolari, dotati di proporzioni perfette, corsi d’acqua e fontane attentamente disposte al loro interno, nonché di cipressi e di alberi dall’impianto classico che delineano e sottolineano il paesaggio. Le piante, il loro svilupparsi scomposto e la moltitudine dei colori di foglie e fiori fanno il resto. Rigore logico ed estro artistico sono perfettamente combinati e bilanciati tra loro.

    3In quest’ottica, va letta una delle sue più interessanti realizzazioni, sita in una area per tradizione millenaria dedita alla coltivazione della vite ed all’agricoltura. In un contesto naturale, selvaggio e profondamente legato alle consuetudini locali, egli ha reinterpretato con sapienza l’idea stessa di vigneto. Al posto dei tradizionali filari di piante, si susseguono, all’infinito all’orizzonte, onde verdi concentriche di rigogliose e lussureggianti viti. Il paesaggio è letteralmente attraversato da questo originale schema progettuale, ne è caratterizzato, profondamente. L’osservatore resta colpito dall’estensione della realizzazione, un centinaio di ettari di terreno ricoperto di piante (il Vaticano è ampio “soli” 44 ettari!) si susseguono concentrici, sotto un sole abbacinante e su un terreno di un marrone profondo.

    4L’insieme è interrotto, qua e là, da olivi millenari. Sono circa duemila enormi piante, la maggior parte delle quali risale al XIII secolo, trasferiti da un angolo della proprietà e ricollocati in luoghi ben definiti ed in base ad un preciso schema progettuale. Splendidi, sottolineano i punti, i passaggi, delineano le strade e conducono, anche visivamente, all’antica masseria in pietra. Il fogliame grigiastro luccica al sole, in voluto contrasto con quello chiaro e traslucido delle viti. I tronchi contorti e corrugati ricordano e sottolineano la storicità del contesto e la lunga tradizione della tenuta, sopravvissuta attraverso i secoli mantenendo intatta la proprio originaria vocazione.

    5Pur nella sobrietà dell’insieme, la studiata semplicità del progetto dimostra la profonda conoscenza della storia del paesaggio ed attesta una maturità progettuale che sa misuratamente fondere natura, estro e rigore.
    Irrilevante è che siano stati necessari quattro anni per completare l’insieme e che la movimentazione di alberi secolari abbia richiesto attenzioni e sforzi inimmaginabili. Ciò che conta è solo il raggiungimento della perfezione e l’estrinsecarsi della simbologia che sostiene l’insieme: una delle opere migliori in terra italiana di un moderno giardiniere (come ama farsi chiamare!) e filosofo spagnolo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Le masse e la formazione del giudizio politico: il conformismo come strumento del potere

    Le masse e la formazione del giudizio politico: il conformismo come strumento del potere

    folla-persone-massaRiprendiamo il discorso della settimana scorsa sui meccanismi di formazione del giudizio politico. Le difficoltà di un’emancipazione nell’autonomia di pensiero rafforzano il potere e rendono il conformismo la scelta più razionale e sicura. Ma ogni potere troppo forte, privo di contraltare, prima o poi diventa una minaccia. L’attuale sistema, sorto dopo la fine della contrapposizione USA-URSS, non fa eccezione: i danni saranno evitati solo controbilanciando questa egemonia.

    La “massa”: il buon senso è il conformismo

    Quando il comportamento dei singoli tende a convergere verso la media, diventando irrilevante rispetto al movimento collettivo, gli insiemi sociali diventano masse. Esse sono ovviamente il contesto ideale per chi esercita il potere, poiché sono più facili da gestire: se gli individui si muovono in branco, basta riuscire a spostarne una parte affinché anche gli altri si muovano per inerzia nella stessa direzione. Esistono molti modi per assicurarsi questo tipo di controllo sociale, nonostante la democrazia rappresentativa. Un esempio sono le tecniche di spin descritte da Marcello Foa su queste pagine, che hanno per scopo non più l’eliminazione delle minoranze critiche, bensì la loro etichettatura, un meccanismo basato sull’attivazione selettiva del pregiudizio.

    Quello che mi preme sottolineare, tuttavia, è che il condizionamento dall’alto delle masse – che indubbiamente c’è, come c’è sempre stato – costituisce solo una parte del fenomeno. Dall’altra parte molto dipende da come le masse stesse, e le minoranze che le compongono, riescono a reagire. Ecco perché è estremamente interessante notare (come abbiamo fatto la settimana scorsa) quanto oggi sia difficile per l’individuo avere a disposizione un contesto protetto entro cui sviluppare un percorso personale di formazione ed emancipazione: perché, se questo contesto è stato demolito, comportarsi come gli altri diventa un meccanismo di risposta perfettamente razionale.

    Il conformismo, visto in questa prospettiva, non è più soltanto una debolezza umana: al contrario è una scelta di buon senso. Imitando il comportamento della maggioranza, infatti, si abbassano le probabilità di incontrare degli oppositori, che potrebbero essere in disaccordo con noi, anche se siamo nel giusto. Inoltre, quando siamo in errore, conserviamo comunque il vantaggio di ritrovarci in una compagnia abbastanza larga per poter legittimamente sperare di trovare comprensione e scampare ritorsioni.

    È un principio che in Italia, per motivi storici e culturali, capiamo al volo: meglio sbagliare con gli altri, che avere ragione da soli. E questa propensione non può che acuirsi, quando tempi duri aguzzano lo spirito di sopravvivenza e quando capire come stiano davvero le cose richiede sforzi superiori alle possibilità di molti.

    Anziché abbandonarci a giudizi sprezzanti ed affrettati, dunque, dobbiamo avere l’obiettività di ammettere che in questo contesto non ci sono facili vie di emancipazione. Costruirsi e saper difendere un’opinione è oggi un lavoro obiettivamente troppo complesso e troppo poco gratificante. Così il singolo tende a seguire la massa, e la massa si fa facilmente controllare dal potere.

    Come uscirne?

    Potere e contro-potere

    Merkel e ObamaProviamo allora, anziché a stigmatizzarlo, a ragionare partendo dal presupposto che nessuna argomentazione razionale sia sufficientemente persuasiva rispetto al primo principio di sopravvivenza: “nel dubbio di cosa convenga fare, meglio non discostarsi troppo da quello che fa la maggioranza”.

    Vediamo cosa succede, allora, applicando questo principio alla pratica; e chiediamoci dove sia, nell’attuale congiuntura politica, la maggioranza da seguire. La risposta mi pare piuttosto semplice. Se guardiamo le cose dalla prospettiva dell’Italia, esiste un ben definito sistema di potere articolato su tre piani:

    1. Livello nazionale: dopo il ventennio berlusconiano, la forza dominante è la sinistra progressista incarnata dal PD;

    2. Livello continentale: il controllo è in mano all’Unione Europea;

    3. Livello mondiale: la prima potenza sono gli Stati Uniti.

    Si può affermare che si tratti di “un sistema” in quanto, nonostante le differenze e qualche screzio, la Casa Bianca supporta il processo di integrazione guidato da Bruxelles, che a sua volta fa affidamento sulle “forze moderate” come il partito di Largo del Nazareno.

    Converrà notare che si tratta di entità storicamente percepite come “buone”: la sinistra, erede dei valori della Resistenza, ha difeso le ragioni dei lavoratori e dei deboli; l’Unione Europea nasce con il crollo del muro di Berlino, la caduta del comunismo e la fine della minaccia di una guerra atomica; gli USA, con tutti i loro difetti, sono però la più antica democrazia esistente, ci hanno liberato dal nazifascismo e poi aiutato col piano Marshall. A ciò si aggiungano tutta una serie di valori morali, politici e scientifici che diamo ormai per acquisiti e che facciamo risalire all’insieme di queste culture.

    Perché, allora, dovremmo metterci contro a chi ci ha portato buoni risultati in passato, è percepito positivamente ancora oggi e detiene una forza politica, finanziaria e militare non trascurabile?

    Sembra un discorso sensato. Eppure a me viene in mente la storia di quell’asino che, dovendo trasportare del sale e dovendo guadare un fiume, bagnava apposta il carico per alleggerire il peso; fintanto che non gli misero in groppa un carico di spugne, col quale naturalmente affogò. Anche al povero animale dovette sembrare sensato comportarsi come si era sempre comportato: ma non aveva tenuto presente che, banalmente, a volte le condizioni cambiano.

    In effetti, se si volesse fare un ragionamento neppure particolarmente approfondito, si potrebbe notare che c’è un prima e c’è un dopo nelle dinamiche globali dal dopoguerra a oggi: e l’evento che giustifica questa spartizione è naturalmente il crollo dell’Unione Sovietica.

    Tutto quello che in genere si giudica positivamente del nostro passato – la Costituzione, la ricostruzione nel dopoguerra, il boom economico, lo Stato sociale, la diffusione del benessere e poi il crollo del muro di Berlino e il trattato di Maastricht – è stato sì conseguito sotto l’ala lunga della tutela americana; ma solo fintanto che gli USA sono stati impegnati a competere con l’URSS. Una volta cessata la minaccia concreta di rivoluzioni comuniste, sul modello cinese o cubano, e non appena il mondo si è abituato ad avere a che fare con una sola super-potenza, il capitalismo ha gettato definitivamente la maschera, diventando molto più aggressivo e selvaggio.

    Non si tratta di una tesi particolarmente originale. Scrive ad esempio Thomas Piketty: “L’esistenza di un modello diverso [in Unione Sovietica] è stato uno dei motivi per cui sono state accettate nel mondo alcune riforme e politiche progressiste. Fa impressione pensare che in Francia, nel 1920, le maggioranze politiche adottassero sempre più velocemente la tassazione progressiva; si trattava degli stessi che, nel 1914, avevano rifiutato a gran voce l’imposta sul reddito con aliquota al 2%. Lo spauracchio della rivoluzione bolscevica, insomma, faceva sembrare la tassazione progressiva molto meno pericolosa.”

    Se accettiamo questa visione; se accettiamo cioè che fosse la forza politica e militare della Russia (quando non i suoi finanziamenti diretti) a rendere credibile la protesta sindacale, e dunque la lotta per maggiori diritti e retribuzioni, e se facciamo un confronto con le disuguaglianze crescenti degli ultimi vent’anni, dovremmo accettare il fatto, allora, che non era l’imitazione del modello politico-economico americano ad essere la strategia vincente, ma il fatto che esso dovesse confrontarsi con un modello alternativo.

    La lezione che dobbiamo trarne non è solo storica: è soprattutto politica. Un potere che non incontra un limite, tenderà a comportarsi a suo libero arbitrio: diventerà quindi assoluto (nel senso etimologico di ab solutus, ovvero “sciolto da ogni costrizione esterna”). In fin dei conti è il motivo per cui in una visione liberale dello Stato si considerano tre poteri politici distinti – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – da affidarsi a tre soggetti diversi. Non esiste dunque un potere buono o un potere cattivo: l’unico potere buono è quello limitato da un contro-potere.

    Naturalmente tra i contro-poteri di una democrazia rientra anche l’opinione pubblica: che però oggi è completamente anestetizzata, per tutti i motivi elencati in precedenza – cosa che rende l’attuale quadro politico particolarmente preoccupante. Ma allora, nel momento stesso in cui ragioniamo in termini di disimpegno politico, confidando nel fatto che un certo partito, una certa istituzione o una certa potenza straniera siano “buoni” o siano comunque “il meglio in circolazione”, di fatto smettiamo di comportarci da contro-potere, smettiamo di fare paura al potere. A quel punto il potere comincia ad agire come viene più comodo a lui: e non si può nemmeno fargliene una colpa, dal momento che noi non ci siamo opposti.

    Individuare il potere

    terra-mondo-satellite-luciIl conformismo che premia la maggioranza al potere, dunque, è rischioso perché incentiva un uso smodato del potere stesso, che può ritorcersi contro di noi. Ma c’è anche un altro problema: che le maggioranze cambiano. E chi si era esposto troppo, perché spalleggiato dai più, potrebbe pentirsi un domani, allorché dovesse scoprire improvvisamente di essere rimasto solo.

    L’ansia tutta italiana di non mettersi contro il potente di turno, che ormai domina completamente il nostro atteggiamento in politica estera, spesso ci fa trascurare un problema decisivo: ossia che sarebbe vitale capire chi avrà potere in futuro. Anche Mussolini, in fin dei conti, pensava di aver fatto la scelta più sicura, quando decise di entrare in guerra a fianco di Hitler, mentre la Germania aveva già conquistato mezza Europa: e come è andata a finire lo sappiamo tutti.

    La nostra percezione del mondo (come è successo a tutte le civiltà in tutte le epoche) è condizionata dalla parzialità dei nostri pregiudizi e dai nostri valori, che la supposta superiorità della nostra scienza e la pervasività dei mezzi di comunicazione non mitigano: anzi, esasperano. E dunque potremmo sbagliarci di nuovo.

    Oggi, ad esempio, i paesi emergenti non accettano più di giocare secondo le regole imposte dalla finanza occidentale, e fanno le loro mosse. Dal 2014 i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno già la loro banca alternativa al Fondo Monetario Internazionale: l’NDB (New Development Bank). La Russia, a sua volta, guida l’EEU (Eurasian Economic Union), insieme ad Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kyrgyzstan. Alcuni di questi paesi insieme a Russia e Cina sono parte dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o SCO (Shanghai Cooperation Organization). I cinesi, infine, hanno la loro potentissima AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank), di cui fanno parte 57 paesi fondatori di tutto il mondo, Italia compresa.

    Come si vede, il mondo non ha un padrone solo. Gli USA sono ancora la maggior potenza militare, ma non tutte le controversie si risolvono sparando: e l’atlantismo si sta facendo oppositori sempre più preparati ed intelligenti (mentre l’Unione Europea è relegata ad un ruolo marginale). In questo contesto non c’è niente di più stupido che abbracciare ciecamente la causa di una parte unica.

    Possiamo concludere, dunque, che limitarsi a servire il potere non è mai la decisione più saggia. Un potere non resta solo troppo a lungo: ma finirà per generare, prima o poi, un’opposizione bellicosa. Pertanto la scelta più sensata è sempre quella di osservare con intelligenza le cose e puntare ad equilibrare ogni contrapposizione: perché le transazioni impreviste rischiano purtroppo di essere traumatiche.

    Andrea Giannini

  • Teatro Stabile di Genova, quarto in Italia per finanziamenti pubblici: da Roma 1 milione e 874mila euro

    Teatro Stabile di Genova, quarto in Italia per finanziamenti pubblici: da Roma 1 milione e 874mila euro

    teatro-corte-stabile-2Siamo giunti all’ultimo capitolo di questa lunga inchiesta sullo stato di salute del teatro di prosa a Genova. Dopo l’approfondimento sulla situazione generale realizzato direttamente con i protagonisti, i focus sulle realtà più piccole come Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria e Altrove , sulle difficoltà del Teatro della Gioventù, sul Politeama Genovese , sul Teatro dell’Archivolto e sul Teatro della Tosse, concludiamo il nostro percorso con il Teatro Stabile.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Teatro nazionale di nome ma non di fatto, lo Stabile di Genova nel 2015 è la quarta realtà italiana per finanziamenti in arrivo dal Ministero dei Beni Culturali. Per l’istituzione del neo direttore Angelo Pastore sono previsti, infatti, 1 milione e 874 mila euro dal Fus, dietro solo a Milano, Torino e, per qualche spicciolo, Roma ma prima di teatri a cui è stato formalmente riconosciuto l’appellativo di “nazionale”, come Modena, Venezia, Firenze e Napoli. Note le polemiche che hanno portato al declassamento del principale teatro di prosa della nostra città a Teatro di rilevante interesse culturale: il ricorso amministrativo per essere ricompreso nel novero dei Teatri Nazionali resta ma la conferma sostanziale dei finanziamenti del passato (con un lieve aumento dello 0,8% rispetto allo scorso anno) ha, in parte, stemperato gli animi.

    teatro-corte-DICon un bilancio di poco inferiore ai 9 milioni di euro, chiuso in pareggio nel 2014 e con buone prospettive anche per il 2015, lo Stabile riceve altri 3,4 milioni di euro dai soci pubblici. Fino a poco tempo fa le realtà erano tre: Comune (60%), Provincia e Regione (20% a testa). Con lo scioglimento dell’ente intermedio, le quote sono state equamente distribuite tra Tursi e via Fieschi: così, all’ente amministrato da Doria tocca ora coprire il 70% mentre il restante 30% è onere di Toti. «Il primo impatto con la nuova amministrazione regionale – dice il direttore Pastore – è stato positivo e ho molta fiducia nel neo assessore Cavo. Anche con il Comune abbiamo un dialogo aperto ma la situazione economica è molto più complicata».

    Più di metà dei fondi a disposizione dello Stabile ha provenienza pubblica. Il 25-30%, invece, arriva dalla bigliettazione. E sono ottime le notizie circa la prevendita per la imminente stagione che si è chiusa con oltre 2500 abbonati. Poi ci sono le Fondazioni: soprattutto la Compagnia di San Paolo e, con qualche difficoltà in più, Carige, che per quest’anno ha tagliato 300 mila euro. Seguono altri sponsor privati, pubblicità a vario titolo e i sostegni di cittadini e associazioni sul modello dei grandi teatri europei come il Piccolo di Milano o l’Odeon di Parigi con la possibilità di diversi sostegni economici a seconda del titolo di simpatizzanti, amici o sostenitori.  

    [quote]ci muoviamo in un contesto di crisi diffusa, con un Fondo unico per lo spettacolo che da metà degli anni ’80 a oggi è passato da 1000 miliardi di lire a 400 milioni di euro: insomma, nel 1986 non lo sapevamo ma eravamo ricchi»[/quote]

    teatro-duseSul fronte spese, neanche a dirlo, le voci più importanti riguardano il personale, la gestione delle sale, la produzione interna e l’ospitalità delle compagnie che mettono in scena i propri spettacoli alla Corte o al Duse. «L’obiettivo è stare aperti il più possibile perché, secondo la vecchia idea del teatro pubblico, un teatro vive solo se sta aperto» è l’idea di Pastore. Per la stagione 2015-16 sono previste 224 alzate di sipario in abbonamento con, forse per la prima volta quantomeno in anni recenti, più recite di produzione che ospitalità: «Ma tra rassegne, scuola di recitazione e saggi supereremo le 300» assicura Pastore.

    Quindi, pazienza se la riforma Franceschini, almeno per il momento, ha “declassato” lo Stabile a “Tric”. «Noi – sostiene il direttore – cercheremo comunque di stare all’interno dei parametri previsti per i teatri nazionali perché il nostro progetto è quello di un teatro nazionale. Per questo chiediamo ai soci (Comune e Regione, ndr) di continuare a contribuire come sempre, cercando di coprire anche la parte un tempo spettante alla Provincia».

    Certo, per “guadagnarsi” gli oltre 5 milioni di fondi pubblici anche il Teatro dovrà metterci del suo con razionalizzazioni interne e sale sempre più piene. «L’affetto che i genovesi continuano a mostrarci – dice Pastore, facendo riferimento al buon successo della prevendita per la prossima stagione – rappresenta una sorta di dovere a perseverare nella nostra attività. Noi lottiamo e dobbiamo sbatterci per avere più entrate ma non possiamo dimenticarci che ci muoviamo in un contesto di crisi diffusa, con un Fondo unico per lo spettacolo che da metà degli anni ’80 a oggi è passato da 1000 miliardi di lire a 400 milioni di euro: insomma, nel 1986 non lo sapevamo ma eravamo ricchi».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Vigili del fuoco, pesante la situazione anche in Liguria

    Vigili del fuoco, pesante la situazione anche in Liguria

    vigili_del_fuoco_198Che oggi non sia esattamente facile trovare lavoro è un dato di fatto. Che non sia facile riuscire ad andare in pensione anche. Ma quando si tratta di corpi speciali, come quelli dei vigili del fuoco, le carenze d’organico si fanno sentire in modo davvero pesante. Fare il vigile del fuoco richiede una certa agilità, un fisico allenato, mente fredda, nervi saldi. Insomma, le prestazioni richieste sono diverse e quando gli anni iniziano a passare essere operativi sul campo può risultare problematico. Eppure per quanto riguarda questo comparto, l’età media è di circa 55 anni su tutto il territorio nazionale, anche se una delle situazioni più critiche viene registrata in Liguria.

    Qual è il problema? Fondamentalmente che per ogni 10 pensionati, secondo le decisioni del Governo, possono esserne assunti solo 2. Si capisce quindi come vengano a mancare ben 8 unità. Come si può pensare di mantenere in piedi una caserma con un organico così ridotto all’osso? Non solo, con le nuove normative per il pensionamento anche i vigili del fuoco, come in diversi altri settori, sono costretti a posticipare le richieste, ecco che l’età media si allunga, e in questo campo non è sempre un vantaggio. Certo ci sono le mansioni d’ufficio, ma quello dei vigili del fuoco è un lavoro che richiede presenza sul campo più che compilazione di scartoffie.

    Come se ne esce da questo momento di stallo? Difficile spiegarlo. In un momento economico così complesso come quello che stiamo vivendo, anche il solo avere un posto di lavoro è una vera fortuna. Non va dimenticato che ci sono famiglie intere che non riescono a far quadrare i conti a fine mese e che sempre più spesso sono costrette a valutare su Esperto Prestiti o altri portali soluzioni d’emergenza. Ecco perché anche tra i vigili del fuoco non c’è al momento un vero e proprio ricambio. Andare in pensione col minimo significherebbe compromettere la condizione economica familiare, quindi si stringono i denti e si va avanti.

    Ma è lo stesso governatore della Liguria, Giovanni Toti, a riconoscere come l’organico nazionale e regionale sia stanco e demotivato e sia quindi necessario trovare delle risorse più opportune.

  • Genova, non decolla il mattone

    Genova, non decolla il mattone

    marassi-madonna-monte-case-speculazione-edilizaRipresa, segnali positivi dell’economia, ma dove? Se portiamo tutte le belle parole nella dimensione del reale fino a che punto possiamo parlare di crisi verso la fine? Sicuramente non per quanto riguarda il mercato del mattone che ancora non riesce a decollare.

    A confermare questa tendenza il presidente dell’Ance, Associazione Costruttori, che nonostante qualche minima ripresa vede chiaramente la necessità di ulteriori interventi da parte del Governo. Per smuovere la situazione, infatti, necessiterebbero nuove e opportune manovre, diversamente anche il prossimo anno sarà caratterizzato da un ristagno nel comparto edile. Non si tratta quindi di una condizione positiva, al contrario, sarebbe un vero collasso visti gli 800 mila posti di lavoro persi dall’inizio della crisi nel settore dell’edilizia. Se poi si da uno sguardo agli investimenti, ci si rende conto come siano diminuiti del 35%. Numeri che fanno paura e che danno un perfetto spaccato della situazione, altro che segnali positivi.

    Vediamo quindi la situazione attuale. Anche nel caso di una città come Genova, come del resto accade in quasi tutta la penisola, l’acquisto conviene, la vendita meno. A tale proposito per chi fosse intenzionato a investire e acquistare una casa, si consiglia un portale come Spaziomutui.com dove poter mettere le varie soluzioni di mutuo a confronto e calcolare le eventuali rate oltre ad altre importanti informazioni.

    Ad agosto un appartamento a Genova costava mediamente 1.980 euro al metro quadro rispetto ai 2.293 euro al metro quadro richiesti sempre per agosto ma dell’anno precedente, quindi nel 2014. Si registra un calo dei prezzi del 13,44% in soli 12 mesi, mentre a settembre del 2013 si potevano spendere di media 2.370 euro al mq. Come si nota dunque il mercato avvantaggia gli acquirenti, non certo i venditori che, solitamente, si trovano a vendere spinti dalla pesante tassazione delle seconde case. Altresì agevola l’acquisto lo snellimento delle procedure di concessione dei mutui che dopo il pesante giro di vite che era stato dato qualche anno fa si sono finalmente sbloccati.

    Ma tutto questo non basta per dare un po’ di respiro a questo settore, bisogna ripartire proprio da provvedimenti atti a diminuire le imposte in modo da rendere le compravendite vantaggiose per ambo le parti.

  • Risvolti positivi della crisi economica

    Risvolti positivi della crisi economica

    Corso Italia macchineLa crisi economica può avere anche dei risvolti positivi? Assolutamente si, sebbene il solo pensarlo possa risultare quanto meno un paradosso. Eppure tra le tante colpe che si possono imputare a questo stallo economico globale, c’è una nota positiva e che riguarda il nostro paese. Grazie alla crisi (ma non sarebbe comunque sbagliato dire per colpa) il traffico in diverse città italiane è calato. Ora, la notizia sarebbe del tutto positiva se questo calo fosse dovuto a una vera presa di coscienza dei cittadini, purtroppo però non è così.

    I costi dei carburanti sono diventati una spesa di cui gli italiani, in diversi casi, possono fare a meno. Infatti, la diminuzione della congestione del traffico nelle più grandi città italiane è dovuta proprio a questo, alla mancanza di denaro per potersi permettere tutti i giorni un pieno. Sono quindi stati rivalutati i mezzi pubblici, sebbene per alcuni si tratti di un ripiego non esattamente felice, basti pensare alla sola Capitale dove per uno spostamento con i mezzi da un capo all’altro della città possono volerci oltre due ore. Perdere ore preziose nel traffico o sui mezzi quindi alla fine non cambia la solfa per i cittadini, ma la cambia decisamente per l’ambiente.

    Meno auto, meno impatto sull’ambiente che finalmente può avere un periodo di tregua. Per capire cosa significhi basta dare uno sguardo ai dati raccolti da Inrix Traffic Sorecard e che sono inerenti all’anno 2014. Questi rilevano che il traffico dallo scorso anno è diminuito dell’85%, una cifra davvero significativa. La città di Genova è oggi al settimo posto per le ore passate in coda che sono state di media 18 nel 2014, contro le 24 del 2013. Le altre città più trafficate del Paese sono Milano al primo posto, seguita a ruota da Roma che però registra un calo rispetto all’anno precedente (-4). Al terzo posto il Capoluogo della Sardegna, Cagliari, con ben 7 ore di coda in più rispetto al 2013.

    Insomma, meno ore in auto significano soprattutto meno inquinamento e più risparmio per gli italiani, risparmi che possono essere investiti o messi al sicuro su conto forte per esempio, magari proprio per essere utilizzati per un viaggio o per una bicicletta elettrica.

  • Europa e crisi, il cieco ed ostinato ottimismo: ecco perché ci rifiutiamo di ammettere la realtà

    Europa e crisi, il cieco ed ostinato ottimismo: ecco perché ci rifiutiamo di ammettere la realtà

    europa-bceSiamo ormai entrati nel quinto anno di questa rubrica; e dopo aver assistito per così lungo tempo a una crisi economica che non accenna a passare (a meno di non voler vedere una vera ripresa economica in un paio di decimali positivi, ottenuti in una congiuntura particolarmente fortunata e grazie a regali irripetibili alle imprese) non possiamo che chiederci perché risulta tanto difficile capire che ciò che ci impedisce di rialzarci è il sistema in cui siamo calati.

    Premessa: il rifiuto della spiegazione

    È da quando c’è Monti (Berlusconi fu cacciato proprio perché non dava sufficienti garanzie in questo senso) che i bilanci dello Stato vengono monitorati dall’Unione Europea. Ed è da allora che tutti i governi continuano a ripetere che non c’è una seria alternativa a queste politiche: bisogna “fare i compiti a casa” per poi “essere credibili” e per contrattare con i partner “margini di flessibilità”. Quanti anni di recessione, disoccupazione elevata e svendite di aziende dobbiamo ancora passare perché si capisca che questa strategia è controproducente? Che cosa deve accadere affinché si diffonda la consapevolezza che stiamo percorrendo la strada sbagliata?

    Fino a poco tempo fa qualcuno si poteva ancora illudere che il problema fosse la mentalità dell’attuale leadership europea e che, col tempo, attraverso un processo democratico, avremmo potuto “cambiare verso”. Ma il fallimento di Tsipras in Grecia dovrebbe avere ormai dimostrato che all’interno di queste regole non si può fare nulla: fintanto che la valuta e le leve di finanziamento di uno Stato sono controllate dal di fuori di esso, la democrazia è sotto ricatto.

    Il problema è dunque obbiettivamente la costruzione della moneta unica, che si riverbera in una politica comunitaria insoddisfacente sotto ogni punto di vista. Perché allora è tanto difficile ammettere che dobbiamo sbarazzarci di questa Europa?

    È possibile che qualcuno creda alla storiella dell’Europa Unita che ci avrebbe risparmiato un terzo conflitto mondiale: ma francamente è difficile credere che tutto si riduca a una simile scempiaggine. La verità, allora, deve essere un’altra. Con tutta probabilità, se dopo quattro anni ancora non si riesce a confrontarsi con il problema, bisogna concludere che non lo si vuole fare.

    Recentemente Alberto Bagnai ha lanciato su twitter una provocazione facendo una richiesta apparentemente banale: che qualcuno segnali almeno un serio articolo scientifico sui benefici dell’euro. Nonostante i molti colleghi con cui l’economista dialoga quotidianamente, al momento in cui scrivo ancora nessuno si è fatto avanti. È l’ennesima riprova che la questione corretta non è: “come mai la gente non capisce?”; ma: “come mai la gente si rifiuta di ammettere la realtà?”.

    A questa domanda dobbiamo dare due risposte: una per l’individuo e una (la settimana prossima) per la massa.

    L’individuo: crisi d’identità tra “permeismo” e “tecnicismo”

    Se ci riferiamo a interlocutori singoli, bisogna tenere presente un dato: non è scontato che l’individuo abbia interesse a costruirsi un’opinione personale.

    Questo dipende certamente dal fatto che viviamo in un’epoca di scarsa mobilità sociale, in cui le basse aspettative di migliorare la propria condizione di partenza non incentivano a dotarsi di raffinati strumenti concettuali. Tuttavia non credo che ciò basti a rendere ragione di come la capacità di sostenere una conversazione su temi di interesse generale sia precipitata rispetto a venti o trent’anni fa. La mia impressione è che, attraverso lo smantellamento di quei veicoli sociali ed istituzionali deputati al consolidamento di un’identità, sia passato anche il messaggio che, tutto sommato, essi non servano.

    Già nella versione cartacea di questa rubrica mi ero occupato di questi meccanismi di formazione e in-formazione individuale, che posso riassumere incasellandoli in tre grandi famiglie:

    1. la provenienza sociale (famiglia, cultura, lingua, usi, ecc.);

    2. l’educazione scolastica;

    3. l’informazione.

    In pratica la capacità di farci un’idea su ciò che sta accadendo dipenderà: 1. dalla spinta proveniente dall’ambiente in cui cresciamo (valori, interessi, apertura mentale, amicizie, ma anche risorse umane e materiali); 2. dall’istruzione che ci è impartita (nuovi valori, conoscenze, riflessioni, socialità, sviluppo di capacità, specializzazione lavorativa); e infine 3. dalla qualità delle informazioni che riceviamo (ossia da come i media fanno il loro lavoro).

    La demolizione mirata di questi capisaldi (grazie alla riduzione di redditi, incentivi e protezioni sociali, alla destrutturazione la scuola pubblica, a vie traverse per imbrigliare la libera informazione, ecc.) è stata giustificata con il risultato stesso a cui essa stava mirando. A un certo punto si è stabilito che non è responsabilità dell’individuo capire cosa succede intorno a lui. Egli è un ingranaggio in una macchina più grande, i cui contorni non può afferrare: e dunque non vale la pena perdere tempo ad elaborare una comprensione di quanto possano essere più o meno adeguati gli attuali rapporti sociali. Le cose semplicemente vanno come devono andare: se andranno bene, tanto di guadagnato; altrimenti si dovrà solo pazientare. L’obiettivo è pensare per sé stessi e mantenere un cieco ed ostinato ottimismo che tutto alla fine si aggiusterà.

    Nonostante questa forma di disimpegno teorico sia piuttosto diffuso, pochi hanno la sfrontatezza di dichiararlo apertamente. La maggior parte delle persone non vorrà ammettere di essersi accontentata del sentito dire: e dunque profonderà molto impegno a difendere strenuamente (quella che crede essere) la sua opinione. A questo fine esistono due opposte soluzioni dialettiche: il “permeismo” e il “tecnicismo”.

    Il primo è l’atteggiamento tipico di quelli (i “permeisti”) che pretendono di poter dire la loro su qualsiasi ramo dello scibile umano, semplicemente premettendo un “per me…” o un “secondo me…” – come se affermare la libertà di espressione comportasse eludere il problema di quanto diversamente qualificati (e dunque diversamente rilevanti) siano i diversi pareri. Il secondo, invece, riguarda l’approccio di coloro (i “tecnicisti”) convinti che un dibattito serio sia accessibile solo allo specialista in grado di padroneggiare argomentazioni tecniche.

    Di solito il permeista ha un basso livello di istruzione, cui pretende di supplire con l’esperienza personale; mentre il tecnicista tende ad avere un’istruzione superiore specializzata, che utilizza come strumento, o più spesso come modello di uno strumento, per la comprensione della realtà. Entrambi questi atteggiamenti, tuttavia, si distinguono perché funzionali all’obiettivo di permanere nel proprio parere iniziale. Il permeista può essere tranchant trincerandosi dietro al politically correct (“è la mia opinione”); per il tecnico c’è sempre un livello di complessità ulteriore da analizzare: e dunque le discussioni possono proseguire fin che si vuole, senza che si possa mai stabilire chi ha ragione.

    In entrambi i casi, sia che siano costretti a ricorrere a questi surrogati di opinione, sia che rinuncino più o meno ostentatamente ad un’autonomia di pensiero, resta il fatto che i singoli individui non sono in condizione di alimentare una reazione al conformismo. Privi di identità culturale e della possibilità di (in)formarsi, essi perdono la capacità di confrontarsi e finiscono per trovare più conveniente attrezzarsi con qualche espediente retorico, per poi affidare i problemi reali alla narrazione del pensiero dominante.

     

    Andrea Giannini

  • Teatro della Tosse, sperimentazione e conti in ordine. Da Roma arrivano 675mila euro

    Teatro della Tosse, sperimentazione e conti in ordine. Da Roma arrivano 675mila euro

    Ingresso Teatro della TosseDopo l’approfondimento nella prima parte di questa lunga inchiesta a puntate sullo stato di salute e sulla situazione generale del teatro di prosa a Genova realizzato direttamente con i protagonisti, i focus sulle realtà più piccole come Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria e Altrove , sulle difficoltà del Teatro della Gioventù, sul Politeama Genovese e sul Teatro dell’Archivolto, in questo articolo ci concentriamo sul presidio culturale del centro storico, quel Teatro della Tosse dai più considerato vero e proprio centro di sperimentazione teatrale nel variegato panorama genovese.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    A differenza del Teatro dell’Archivolto che ha ottenuto solo il “titolo” di centro di produzione e il Teatro Stabile che, come è noto, è stato declassato e ha perso l’appellativo di Teatro Nazionale, il Teatro della Tosse può ritenersi assolutamente soddisfatto dopo il riconoscimento dal Ministero che lo ha collocato tra i Teatri di rilevante interesse culturale (per l’approfondimento sull’attuale riforma Franceschini vedi la prima parte dell’inchiesta). «Siamo molto contenti della qualifica ottenuta che rispecchia a pieno le nostre produzioni e la stabilità del nostro nucleo artistico – spiega il direttore Amedeo Romeo – ma il programma che abbiamo presentato e vogliamo rispettare è molto impegnativo, per cui sarebbe stato tutto un po’ più facile con qualche contributo in più da parte del Governo». Dal Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) arriveranno 675 mila euro per la stagione (mentre lo scorso anno gli stanziamenti ammontavano a 710 mila euro) e altri 48 mila per un festival di danza . «In complesso – riconosce Romeo – sono 17 mila euro in più ma il festival di danza comporterà costi notevoli dal momento che è prevista anche una grande co-produzione internazionale con Germania e Austria intitolata “Pizzeria Anarchia”».

    I fondi ministeriali non bastano a coprire un bilancio annuale che si aggira sull’ordine di grandezza dei 2 milioni di euro. Le 160 giornate di produzione e 260 alzate di sipario, comprese le attività della Claque, verranno finanziate anche da Comune e Regione. «Il fatto di essere stati riconosciuti come Tric – spiega il direttore – obbliga gli enti locali a co-finanziarci per almeno il 40% dei fondi previsti dal Fus, ossia 285 mila euro, secondo proporzioni ancora da stabilire. In realtà si tratta di circa 15 mila euro in meno rispetto a quanto arrivato lo scorso anno ma dovrebbero essere garantiti almeno fino al 2017, dato che il programma presentato al Ministero ha valenza triennale». Ai fondi pubblici si aggiungono quelli privati di tanti piccoli sponsor ma soprattutto della Compagnia di San Paolo (che finanzia buona parte dei teatri di prosa genovesi) che quest’anno ha investito 200 mila euro sulla stagione. E poi ci sono gli incassi della bigliettazione che continuano a premiare la multidisciplinarietà e lo stretto legame col territorio, tipici dei quarant’anni del Teatro della Tosse: già lo scorso anno si era chiuso con un +30% di spettatori rispetto ai poco meno di 60 mila ingressi del 2013, mentre per quest’anno si è registrato un ulteriore aumento del 15%.

    Sul capitolo costi, invece, la voce più significativa è quella del personale tecnico, artistico e gestionale, che ogni anno si porta via ben più del 50% del bilancio. «Ma – commenta Romeo – a mio avviso si tratta di un aspetto positivo perché significa che l’industria culturale può essere un importante volano per l’economia in una città in cui il teatro, nonostante tutte le difficoltà, è sano».

    Come sani sono anche i conti della Tosse: «Bene o male – conclude il direttore – riusciamo a chiudere in pari ogni anno ma non potrebbe essere altrimenti perché siamo una realtà privata che se non fosse virtuosa non potrebbe ricevere i contributi pubblici e i finanziamenti dalle banche e sarebbe costretta a fallire. Le tournée sono diminuite e i costi non si riescono a coprire solo con la bigliettazione. La stessa cosa vale per le ospitalità. Di conseguenza il finanziamento pubblico è vitale, anche perché se è vero che non siamo un teatro pubblico cerchiamo comunque di fare l’interesse del pubblico».

     

    Simone D’Ambrosio

  • No all’inceneritore in Liguria, comitati e Regione insieme contro il governo: «Scelta sbagliata e pericolosa»

    No all’inceneritore in Liguria, comitati e Regione insieme contro il governo: «Scelta sbagliata e pericolosa»

    rifiutiLa battaglia contro i nuovi inceneritori previsti dalla legge “Sblocca italia” è arrivata anche a Genova. È stata presentata questa mattina sotto i portici del palazzo della Regione la petizione del coordinamento ligure GCR – Gestione Corretta dei Rifiuti, un gruppo di comitati e associazioni nato qualche anno fa per promuovere la legge di iniziativa popolare “Rifiuti Zero”. L’obiettivo dell’appello, che già da qualche giorno è stato pubblicato sul portale change.org ha superato le 350 adesioni, è quello di fare pressione sulle Regioni affinché venga bloccato il provvedimento che prevede la realizzazione di 12 nuovi inceneritori in 10 Regioni italiane, in aggiunta ai 42 già in funzione e ai 6 in fase di costruzione. Secondo quanto previsto dal governo Renzi, uno di questi impianti di chiusura a caldo del ciclo dei rifiuti, con una capacità di almeno 210 mila tonnellate all’anno, dovrebbe trovare posto anche in Liguria. Un’imposizione a cui la Regione, tramite il presidente Toti e l’assessore Giampedrone, ha già fatto sapere che si opporrà in tutte le forme possibili, cambiando decisamente idea rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale.

    «La notizia – dicono con il sorriso l’ing. Mauro Solari e il dr Franco Valerio, promotori della petizione – è che il presidente Toti è d’accordo con i comitati. Scherzi a parte, le motivazioni alla base del decreto nazionale non hanno fondamento: il numero di inceneritori da realizzare è stato calcolato partendo da dati inconsistenti mentre il pretrattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati, la raccolta dell’umido e una differenziata spinta, come previsto dal nuovo Piano Regionale, sono una risposta assolutamente adeguata alle esigenze dei liguri e non solo».

    Secondo quanto stabilito dall’Europa, gli Stati membri non possono procedere alla realizzazione di nuovi inceneritori se quelli esistenti non sono in attività per almeno il 70% del potenziale. Ma, le stime degli esperti parlano di diversi impianti italiani ampiamente sottoutilizzati. Inoltre, la stessa normativa europea indica una precisa gerarchia nella gestione dei rifiuti, che prevede innanzitutto la riduzione, poi la preparazione al riutilizzo, poi il riciclaggio con recupero di materia e solo al penultimo posto l’incenerimento con recupero di energia, appena prima della fase residuale dello smaltimento (con incenerimento senza recupero di energia od in discarica).

    raccolta-rifiuti«Certamente – dicono Valerio e Solari – la Liguria è in forte ritardo rispetto agli obiettivi comunitari sulla raccolta differenziata ma la realizzazione dell’inceneritore non aiuterebbe a migliorare. I tempi di ammortamento per un impianto così costoso come quello previsto sono molto lunghi: significherebbe che si dovrebbe continuare a produrre rifiuti per alimentarlo almeno per i prossimi 20 anni. Si tratta solo di una marchetta del governo in favore degli inceneritoristi».

    Tra i firmatari dell’appello anche tutti i consiglieri di Lista Doria. «Pensavamo che i pericoli di una chiusura a caldo del ciclo dei rifiuti fossero definitivamente scongiurati dopo aver cambiato gli intendimenti della vecchia giunta Vincenzi – dice il capogruppo e consigliere delegato all’Ambiente per la Città Metropolitana, Enrico Pignone – ma speriamo che, anche grazie alla presa di posizione della Regione, pure il governo prenda atto che un’altra economia è possibile, un’economia circolare che completi il ciclo dei rifiuti con impianti freddo e non parli più di scarti ma di materia da reimmettere nel ciclo produttivo e in grado di produrre energia rinnovabile».

    Il tema potrebbe presto essere affrontato anche sui banchi di Tursi dato che il consigliere di Fds, Antonio Bruno, ha depositato una mozione che ricalca i temi principali della petizione di GCR. «Mi chiedo anche – aggiunge Bruno – come mai tutto questo clamore non sia stato fatto quando, dopo la chiusura di Scarpino, si è deciso di smaltire i rifiuti liguri in inceneritori fuori Regione. Se un impianto è inquinante, lo è a Genova come a Torino».

    «La situazione che si è venuta a creare a Genova con la chiusura della discarica di Scarpino è stata una vera e propria emergenza – ribattono Valerio e Solari – da cui si può uscire solo appoggiandosi alle altre Regioni. Certamente si tratta di una soluzione che deve rimanere temporanea e per questo motivo siamo molto preoccupati da un eventuale ingresso in Amiu di Iren, già proprietaria di impianti di incenerimento in altre Regioni: non vorremmo che quanto di buono fatto finora sulla carta del Piano industriale di Amiu e di quello regionale dei rifiuti, venisse vanificato per una mera operazione politico-economica».

    Il futuro del ciclo dei rifiuti genovese si fa dunque sempre più incerto. Tra una raccolta differenziata che stenta fino addirittura a regredire, un’azienda che aspetta di conoscere il suo futuro sempre vicino a una quantomeno parziale privatizzazione, un piano industriale che attende in qualche modo di essere finanziato per dare vita a quegli impianti che consentirebbero di rendere Genova virtuosa e sostenibile nel processo di smaltimento dei rifiuti, ci mancava solamente che tornasse in ballo la questione degli inceneritori. Questa tipologia di impianti, infatti, non solo è antieconomica (un kilowatt prodotto attraverso lo smaltimento di rifiuti in un inceneritore costa cinque volte tanto l’equivalente incamerato attraverso una centrale termoelettrica) e dannosa dal punto di vista ambientale ma può essere pericolosa anche per la salute di chi ci vive attorno. «Secondo uno studio di Arpa Piemonte legato all’inceneritore di Vercelli – spiega il dr Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist – la percentuale di morti tra la popolazione che vive o lavora stabilmente vicino all’impianto può salire fino al 7% nell’arco di 5 anni e al 16% in 10 anni (con picchi anche del 29%) rispetto al tasso di mortalità medio del resto della città».

    Intanto, qualcosa sembrerebbe muoversi anche a livello nazionale. La seduta di Commissione Ambiente della Conferenza Stato – Regioni, inizialmente convocata per oggi, in cui si sarebbe dovuti entrare nel merito del decreto attuativo dello “Sblocca Italia” che riguarda la realizzazione dei nuovi inceneritori è stata rinviata a fine mese. La speranza dei comitati è che attraverso una forte pressione esercitata in coordinamento con le Regioni si possa arrivare almeno a un parziale dietrofront.

    Simone D’Ambrosio

  • Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    alluvione3-DITorna di nuovo a suonare la campanella per il Consiglio comunale di Genova. Il primo giorno di lavori dopo la pausa estiva non presentava all’ordine del giorno discussioni particolarmente calde, in attesa delle patate ben più bollenti che giungeranno in Sala Rossa con l’arrivo dell’autunno (una su tutte: la ventilata ipotesi di privatizzazione di Amiu). Ma, a proposito di autunno, inizia a crescere l’attenzione su uno dei temi più cruciali per la fragilità del nostro territorio ovvero il suo assetto idrogeologico e la situazione dei grandi e piccoli lavori di manutenzione nelle zone critiche della città e negli alvei dei torrenti. La stagione delle grandi piogge è quasi alle porte e il timore dei genovesi è che, al di là degli annunci politici, ancora poco o nulla sia stato fatto per evitare il tragico ripetersi di eventi a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. La ripresa dei lavori del Consiglio comunale ha così offerto l’opportunità all’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello, per fare il punto della situazione sui cantieri aperti e i lavori pronti a partire, rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo (PD). «L’amministrazione – ha detto l’assessore – non ha alcun interesse a nascondere informazioni o eventuali criticità che dovessero sorgere rispetto agli interventi previsti. C’è la massima disponibilità, com’è già stato fatto in alcuni casi, a incontrare la cittadinanza per spigare i lavori e, qualora fosse possibile, anche ad accogliere qualche utile suggerimento».

    scolmatore-fereggiano-tracciatoPartiamo dallo Scolmatore del Fereggiano, un intervento di cui a lungo abbiamo parlato sulle pagine di Era Superba, voluto a suo tempo con grande forza dall’amministrazione genovese che temeva di vedere esclusivamente come una chimera l’arrivo dei finanziamenti statali per completare le opere di messa in sicurezza anche del Bisagno. Con il cantiere già allestito qualche settimana prima del previsto, l’area è stata formalmente consegnata nelle mani della ditta appaltatrice il 4 luglio. I lavori, dunque, dovranno terminare contrattualmente entro il 4 agosto 2018. «Sul Fereggiano – assicura Crivello – stiamo procedendo con regolarità: l’area di cantiere è stata approntata e al momento si stanno realizzando le strutture di sostegno per la costruzione dell’armatura dello scolmatore. Entro la prossima settimana inizierà anche lo spostamento della condotta fognaria». Tutti i lavori al momento sono in corso di esecuzione all’interno della galleria che passa sotto Corso Italia.

    Procedono anche i cantieri del secondo lotto/secondo stralcio sulla copertura del Bisagno. L’area era stata consegnata alla ditta appaltatrice lo scorso 14 aprile e i lavori dovrebbero concludersi entro agosto 2017. L’allestimento del cantiere ha creato qualche difficoltà di troppo agli esercizi commerciali, come abbiamo letto nelle scorse settimane. «Abbiamo incontrato alcuni commercianti – spiega l’assessore – e stiamo cercando di mitigare le difficoltà: certo, azzerarle sarà impossibile ma dobbiamo tenere conto che gli interventi che si stanno facendo, una volta portati a termine, azzereranno qualsiasi rischio di alluvione e allegamento nella zona». Attualmente sono in corso di realizzazione i lavori preliminari per lo spostamento di tutte le sottoutenze («Un lavoraccio» commenta Crivello) mentre la demolizione e la ricostruzione della copertura (così come avvenuto per il primo lotto, nella zona più prossima alla Foce) inizieranno nel 2016. In parallelo, è partita lunedì la Conferenza dei servizi per l’approvazione del progetto esecutivo del terzo stralcio del secondo lotto, quello in zona stazione Brignole e che comprenderà, tra le altre cose, anche l’abbattimento del Bruco. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere tutto pronto per lanciare il bando («E sarebbe un gran bel risultato» chiosa Crivello).

    Torrente Bisagno

    Terzo grande intervento è quello che riguarda lo Scolmatore del Bisagno. La Regione sta ultimando le procedure per l’estensione dell’incarico di progettazione in seguito ai necessari adeguamenti per il progetto esecutivo. Intanto, rispondendo alle paure dei cittadini della zona che hanno scritto all’amministrazione di non essere disposti a sopportare il benché minimo disagio, i progettisti hanno mitigato la previsione di impatto dell’area di cantiere che sorgerà nel centro sportivo della Sciorba. Il quartiere generale sarà ospitato in un grande prefabbricato sulla cui copertura verranno ripristinati le attuali area verde e spiaggia con piscina per i bambini. Inoltre, si sta studiando la possibilità di lasciare il prefabbricato a servizio dei cittadini anche una volta terminati i lavori, ad esempio per adibirlo a posteggi o palestra. I progettisti, inoltre, escludono che gli interventi di scavo possano arrecare danni agli edifici limitrofi. Se tutto procede per il verso giusto, la Conferenza dei servizi potrebbe essere convocata tra la fine dell’anno e l’inizio del 2016.

    C’è poi una serie di interventi più periferici ma non per questo meno importanti. A iniziare dalla messa in sicurezza del torrente Chiaravagna. È in corso la gara di appalto per i lavori che riguardano il tratto d’acqua prospiciente lo stabilimento dell’Ilva mentre si attende da Roma l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente per la realizzazione di un passante sotto l’area Piaggio. Intanto, sono stati ultimati i lavori del primo stralcio sul ponte di via Manara e l’allargamento dell’alveo all’altezza dell’Elsag e sono state parzialmente consegnate le aree di cantiere per il secondo stralcio. Infine, l’assessore Crivello assicura che entro la fine del 2015 si riuscirà a lanciare l’appalto per il rifacimento del ponte stradale di via Giotto, dove è stato demolito il palazzo triste simbolo dell’alluvione dell’ottobre 2010.

    Per quanto riguarda Fegino, invece, è in corso la Conferenza dei servizi per il secondo lotto dei lavori, nel tratto tra la cabina dell’Enel e i giardini Montecucco: «Si tratta di un intervento complesso – spiega Crivello – perché il sedime stradale è molto limitato e si sta cercando di capire come mitigare l’impatto del cantiere per la viabilità della zona».

    A Levante, infine, procedono i lavori sullo Sturla. Appaltato ad agosto l’adeguamento idraulico del tratto tra l’edificio universitario e via Franchi, sono in corso le Conferenze di servizi per i lavori tra via Franchi e via Apparizione e per lo scolmatore del rio Chiappeto.

    Ci sono poi altri importanti lavori che l’amministrazione spera di poter iniziare a programmare in un futuro non troppo lontano. «Speriamo che il governo possa dare economicamente seguito anche alle promesse fatte in maniera più diffusa per la messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico della città. Non senza difficoltà, stiamo cercando di proseguire un lavoro di mappatura dei tantissimi rivi minori che non vanno assolutamente sottovalutati». Inoltre, l’assessore sta cercando di capire se esita la possibilità di intervenire con denaro pubblico per la messa in sicurezza di zone private ma abbandonate: «Molti frontisti (proprietari di zone limitrofe ai corsi d’acqua, ndr) spesso non sanno neppure che la manutenzione dell’alveo prospiciente alle proprietà è loro compito. Non sono rari i casi in cui mi dicono “faccia lei” magari perché si tratta di terreni abbandonati su cui non esiste alcun interesse: il problema è che se il Comune agisse potrebbe essere citato per danno erariale perché interverrebbe con fondi pubblici in area privata».

    Ad ogni modo, il Comune di Genova quest’anno ha investito 2 milioni di euro solo per la pulizia degli alvei, 1,2 milioni in più rispetto allo scorso anno. E qualcosa potrebbe arrivare anche dalla Regione viste le recenti aperture dell’assessore Giampedrone. Grazie a questi interventi, il rischio alluvione sarà mitigato anche se le grandi opere di messa in sicurezza idrogeologica sono ancora lontano dall’essere terminate. Non c’è forse il timore che i grandi cantieri creino ulteriori difficoltà dal punto di vista della sicurezza, almeno fino alla loro ultimazione? Sul tema l’assessore Crivello non ha esitazioni: «Naturalmente tutti i lavori vengono svolti in assoluta sicurezza e gli stessi progettisti prendono in considerazione queste situazioni limite. Per quanto riguarda l’incolumità dei lavoratori, poi, già oggi con allerta 2 sospendiamo tutti i cantieri e la situazione sarà ancora più restrittiva con il nuovo sistema di allertamento regionale in attesa della definitiva entrata in vigore».

    Simone D’Ambrosio