Dall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).
Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.
«Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.
«Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggonosempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».
Il principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.
L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».
A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».
Era una tiepida mattina di maggio, il sole aveva fatto un cammeo durante le prime ore per poi non presentarsi più, lasciando il posto a una grigia foschia.
Leggevo La Baia di H.J.Michener, un capolavoro semisconosciuto della letteratura del Novecento ricevuto in regalo da mia zia (era un’edizione risalente al 1980 perfettamente conservata, dal valore umano inestimabile): racconta quattro secoli di storia nordamericana romanzata ad arte, dall’arrivo dei primi europei nelle Americhe fino quasi ai giorni nostri.
Al suo interno, tra due pagine ingiallite e incollate dal tempo ho trovato una busta, conteneva una fotografia in bianco e nero ritraente un uomo di bell’aspetto, magro ed elegante, che indossava un abbondante abito grigio e scarpe in cuoio con la punta consumata, teneva in mano un cappello e al suo fianco una valigia legata solo da uno spago, dietro di lui, oltre la prua di una nave si stagliava il ponte di Brooklyn.
L’uomo nella fotografia era Luigi Barretta, il prozio di mio padre, partito nel 1904 con destinazione New York. Aveva la mano veloce, ma a differenza dei suoi compaesani cuciva e non sparava, tagliava le stoffe più pregiate componendo abiti su misura come nessuno nel suo paese natio, Stilo, un piccolo borgo medioevale, pigramente adagiato ai piedi del monte Consolino in provincia di Reggio Calabria. Agli inizi del Novecento la vita era polverosa come le strade del paese, la fame si incontrava per strada e ti guardava negli occhi, come un vecchio sporco cane randagio, fino a farti morire. Era apprezzato per la qualità dei suoi abiti, tuttavia i guadagni si riducevano al lumicino, i lavori più onerosi scarseggiavano e nell’ultimo anno si limitava a rammendare indumenti lisi e sgualciti di chi non se ne poteva permettere di nuovi.
Decise così di intraprendere il primo viaggio verso l’America con l’intento futuro di portare tutta la famiglia nella terra dei sogni, trasferendosi a Brooklyn.
Svolse i lavori più umili prima di essere assunto come sarto dentro un magazzino di abbigliamento, dove il suo talento fu finalmente riconosciuto e, grazie alla parsimonia e alle cospicue mance, in breve tempo riuscì ad aprire una bottega tutta sua.
In due anni la piccola bottega divenne una catena precorritrice dei moderni supermercati, dove era possibile acquistare generi alimentari, abbigliamento e articoli per la casa.
Cedette le sue attività a un facoltoso magnate e fece perdere le sue tracce in circostanze ignote, forse avido dei soldi guadagnati o semplicemente perché li doveva a qualcuno. In Italia lo aspettarono invano, di lui è arrivata solo quella fotografia e delle cartoline spedite a parenti ormai scomparsi.
Ho riposto la busta nel libro e dopo un’ultima occhiata alla fotografia sentivo ardere una missione dentro di me, ripercorrere la strada di Luigi Barretta e, contrariamente a lui, ritornare a casa.
Esattamente dopo quattro mesi ero in fila ai lunghi controlli del JFK di New York. Diversamente dal mio antenato, vestivo pantaloni corti e t-shirt, in mano tenevo ben salda la reflex pronta a scattare non appena avessi ricevuto il via libera per entrare negli States.
Il taxi viaggiava oltre i limiti consentiti, il conducente era un loquace ragazzo afroamericano improvvisato cicerone che spacciava luoghi apparentemente anonimi come scenari di alcuni dei film più famosi. Dal finestrino passavano le immagini delle case a schiera e i campetti da basket del Queens fino a sfociare nell’East river per poi entrare nel muro di grattacieli proprio quando il sole, calando, disegnava l’inconfondibile silhouette di Manhattan nel cielo serale.
L’appartamento era piccolo e confortevole nella tranquilla ed elegante Chelsea, la proprietaria, una ragazza con cui non ho avuto modo di parlare se non tramite email, aveva lasciato tutto a mia disposizione, compresa una collezione dei suoi personali oggetti di piacere.
Il Chelsea Market era il luogo adatto dove trovare una vasta scelta di ristoranti, distava pochi isolati. Dopo una doccia rinfrescante, mi sono incamminato lungo i viali alberati illuminati dalle insegne al neon dei locali, come nei migliori quadri di Hopper. Dopo la cena a base di aragosta e sushi, sono rientrato per riposare: la mattina seguente dovevo affrontare la prima tappa del viaggio di Luigi Barretta, la piccola Ellis Island.
Una leggera coperta di nubi conferiva al mare un aspetto non diverso da una colata di piombo fuso, un peschereccio rientrava dalla notte accompagnato dalla danza dei gabbiani sulla cresta dell’onda e una frotta di turisti era assiepata sul molo, in attesa del battello.
Questo isolotto, ormai adibito a museo, in passato aveva accolto 12 milioni d’immigrati, tra i suoi muri si respira ancora l’odore dei corpi ammassati in attesa delle visite mediche e delle valigie di pelle accatastate.
Vecchie stampe sulle pareti ritraevano i volti provati ma felici delle famiglie appena sbarcate, gli occhi inconsapevoli dei bambini e quelli pieni di speranza e illusione delle famiglie, come quelli di Luigi ai piedi del ponte di Brooklyn.
L’emozione è diventata ancora più grande quando negli archivi pubblici ho trovato un documento attestante che il 17 maggio del 1904 all’età di diciannove anni Luigi Barretta era sbarcato negli Stati Uniti d’America sulla nave Palatia partita da Palermo.
Mia zia, che nel frattempo seguiva le mie gesta oltre Atlantico, era riuscita a reperire un indirizzo grazie ad una vecchia cartolina: al 1430 di Coney Island Avenue di Brooklyn, Luigi aveva aperto la sua prima bottega, la meta adesso era concreta, ma prima c’era da visitare la Grande Mela.
In estate a New York fa caldo, per usare un blando eufemismo, un umido vento torrido soffiava e si fermava come il mantice di un camino, l’asfalto si scioglieva e dalle viscere saliva un nauseabondo vapore, un odore acre come di verdure avariate.
I graffiti sui muri appaiono senza preavviso, inerpicandosi in alto come edere abbandonate. Lo sguardo si perde nello zigzagare delle scale antincendio delle palazzine fino ad arrivare sui tetti dove grosse cisterne d’acqua ricordano razzi pronti a partire. La città è un serpente che cambia pelle. È sufficiente cambiare strada per trovarsi dalla sporca e caotica Chinatown ai colori allegri e la musica di Little Italy, dalle pericolose facce di canal street all’eleganza del Tribeca e del Financial district.
L’aria vintage del Greenwich village e dei negozi di abiti e vinili usati, lo stile british di Chelsea e quello artistico di Soho e delle gallerie d’arte mentre tutto ruota attorno a un centro, dove il tempo non esiste, si ferma e ti accoglie in qualsiasi veste tu sia, quel luogo si chiama Times square.
Camminando tra le insegne luminose dei teatri e delle pubblicità, s’incontrano cespugli di capelli e pantaloni a zampa, predicatori e mendicanti, artisti di strada, suonatori improvvisati e narcolettici sdraiati negli antri più impensabili distesi come fachiri e vagabondi che camminano senza meta con la sola anima come fissa dimora.
Il fumo dei carretti ambulanti e quell’aroma speziato del Kebab si aggrappa ai rivoli di vento arrivando fino a Central Park per poi svanire disperso tra le fronde dei rami di quercia rossa e le fragranze acerbe dell’erba fresca.
Le foglie, mosse da una lieve brezza, ballano al ritmo di una fisarmonica gitana, altre si staccano come lacrime a ogni accordo di chitarra dedicato a John Lennon, le più intraprendenti si sono spinte fino al lago per galleggiare insieme alle barche a remi circondate da una corona di grattacieli, ormai diventati un uniforme ombra nera.
Una ragazza, capelli castani al vento e il volto coperto dalla sua fotocamera, tenta di scattare un’immagine di un papà che tiene in braccio il suo bambino: era la sua foto e così ho lasciato che fosse, un’immagine bellissima di chi l’aveva vista e inseguita con tanto amore da non voltarsi nemmeno un secondo per svelare un viso che resta un mistero.
Brooklyn intanto scalpitava, ed io con lei. Sentivo un fuoco scoppiettare dentro di me, solo la notte ci divideva, aspettavo quieto e pensante come un cowboy di fronte a un falò in una notte stellata, soltanto il sole avrebbe svelato la strada.
Le sue popolose strade sono un groviglio di etnie e stili differenti, lunghissimi viali alberati s’incrociano con le interminabili file di negozi e ristoranti per poi svanire nel nulla in perfetto stile americano.
L’indirizzo era quello giusto, l’insegna gialla riportava caratteri orientali in quella che un tempo era la bottega di Luigi, ora sorgeva un pessimo ristorante cinese.
Mi sono guardato allo specchio, dove era riflesso quell’orribile gatto che mi salutava con la zampa e che pareva sbeffeggiarsi di me. Il mio viso deluso era un libro aperto, ma non potevo aspettarmi altro dopo un secolo dalla sua chiusura. Chinandomi per andare via, un uomo con un abito grigio mi scontra: due scarpe in cuoio consumate sulla punta si avvicinano a me, la sua mano raccoglie il mio zaino e me lo porge, pronunciando con una voce calda e familiare un semplice “chiedo scusa”. Poi, si allontana e, prima di voltare l’angolo, calza il cappello per sparire con la sua valigia mischiandosi tra folla.
Possiamo parlare di casa, possiamo raccontare, ancora una volta, i problemi che a Genova incontrano migliaia di persone, senza ripetere il già detto? Difficile, indubbiamente, ma comunque utile. Perché la casa che non c’è, che si deve abbandonare, che non si riesce a pagare, è un dramma, non un contrattempo. Ed occorre vigilare affinché tutto il possibile sia fatto da chi ne è incaricato e perché nuove soluzioni e nuove possibilità abbiano modo di affacciarsi ed essere sperimentate. Recentemente il Comune di Genova ha licenziato il nuovo regolamento di assegnazione delle case Erp (edilizia residenziale pubblica), introducendo tra le novità il social housing: un piccolo passo, ma che va incontro ad alcune particolari situazioni.
La grande espansione abitativa
A partire dal secondo dopoguerra, il varo del piano nazionale “Ina Casa” emanato fra il 1949 ed il 1963 cambiò l’aspetto dell’Italia e, nella nostra città, in quell’arco di tempo furono rese edificabili importanti porzioni di territorio collinare attraverso il Piano Regolatore del 1959. Come sappiamo, i nuovi alloggi erano necessari per ospitare il flusso migratorio di operai in arrivo dall’entroterra e dal Sud, attratti dal lavoro offerto nelle grandi fabbriche e nei cantieri del ponente genovese.
Queste opere furono e sono tuttora duramente criticate poiché realizzate senza la contemporanea creazione (in verità spesso prevista dal progetto ma disattesa) di punti di aggregazione, locali commerciali, spazi pubblici che ne favorissero la caratterizzazione come nucleo abitativo. Negli anni successivi, l’edilizia popolare ha poi esaurito la sua spinta e le costruzioni più recenti sono state realizzate solo su base cooperativa e privata in convenzione (Quarto Alto, Sant’Eusebio o Granarolo). Per fortuna, possiamo dire adesso, sia per l’impatto ambientale che allora fu abbondantemente trascurato, sia perché negli ultimi anni il problema dell’edilizia pubblica sembra essere quello di vendere quanto già di proprietà o, al limite, riuscirne a fare la manutenzione minima necessaria.
Social housing: i primi passi
E’ su queste premesse che in Italia, e a Genova, arriva nel 2011 il social housing, preceduto dalla costituzione del Fia, Fondo Investimenti per l’Abitare, un vero e proprio Fondo d’Investimenti finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti che si propone di coniugare l’iniziativa dei privati con le finalità sociali degli enti. Se il mercato immobiliare, lasciato libero, non è in grado di andare incontro alle richieste di una gran parte della popolazione, occorre contemperare le opposte esigenze. Il fondo dovrebbe investire principalmente in quote di fondi locali (massimo 80%) sollecitando contemporaneamente la partecipazione di soggetti terzi (investitori qualificati) come banche, fondazioni, associazioni fra privati operanti nel campo dell’edilizia o del sociale. Quindi il cambio di rotta rispetto ai precedenti (e tuttora necessari, almeno in Liguria) finanziamenti a fondo perduto è evidente: qui si tratta di investimenti in grado di attrarre l’iniziativa dei privati poiché possonogenerare utile innescando, si spera, un circolo virtuoso.
Alla base del progetto c’è l’esigenza di rispondere alla nuova richiesta di abitazioni da parte di soggetti che non rientrano nei parametri dell’assistenza sociale, ma che, per vari motivi (lavori con contratto a termine, separazione coniugale, giovani coppie e immigrati a basso reddito) non riescono ad ottenere una locazione o comunque non riuscirebbero a sostenerla, se basata unicamente sulla legge del libero mercato. Per questa fascia di utenza, denominata “fascia grigia” e potenzialmente molto estesa, è stata anche istituita l’Agenzia Sociale per la Casa, una vera e propria agenzia immobiliare gestita dal Comune per far incontrare chi cerca casa e chi decide di metterla a disposizione.
Il 4 agosto scorso, la giunta Doria ha comunicato l’approvazione della proposta dell’assessore allePolitiche della casa, Emanuela Fracassi, e dell’assessore alle Manutenzioni, Gianni Crivelloper i progetti definitivi per gli interventi di manutenzione straordinaria ad alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica) sfitti e in disuso in varie zone della città. «A questo si aggiungono 70 alloggi a Begato – sottolinea l’assessore Fracassi – abbiamo lavorato bene, mi permetta di dirlo, perché lo Stato mette a disposizione questi finanziamenti solo su progetti molto specifici, dove la capacità di spesa sia minuziosamente dettagliata e quantificata. Sia chiaro, so benissimo che, se non è una goccia nel mare, è comunque solo una piccola parte di quanto occorre per aiutare le persone che hanno bisogni molto concreti: le liste di attesa sono sempre molto lunghe, e non aumentano non perché non ci sia necessità di alloggio ma solo per una sorta di disaffezione che scoraggia le persone dalrivolgersi all’ente pubblico. Stiamo cercando di facilitarne l’accesso con la possibilità di istituire delle coabitazioni fra persone che, non appartenenti allo stesso nucleo familiare ma con fragilità simili, si uniscano per dividersi il disbrigo della gestione domestica, il canone di affitto e le altre spese fisse. Questo ovviamente deve essere fatto in costante coordinamento con i servizi socio sanitari del territorio che meglio conoscono la situazione».
A fare da contraltare, il peggioramento della situazione economico-finanziaria di Arte (l’azienda regionale territoriale per l’edilizia)«che ha dovuto sobbarcarsi il carico degli immobili precedentemente delle Asl, mutui compresi – puntualizza l’assessore – ma le case di proprietà del Comune di Genova ce le teniamo strette, facendo solo vendite indispensabili, cercando di ottimizzare al massimo. Nonpossiamo pensare però che questa sia l’unica risposta al fabbisogno abitativo, specialmente se consideriamo le nuove emergenze che vanno a sommarsi alle precedenti: il social housing potrebbe essere qualcosa di più dinamico e rispondere meglio ai bisogni che, talvolta, facciamo fatica anche ad intercettare. Per questo abbiamo lavori in corso per una cinquantina di nuovi alloggi nella zona di via Maritano, dove abbiamo costruito sul già costruito: nel 2012 Spim (società del Comune per la gestione del patrimonio immobiliare, ndr) aveva abbattuto un vecchio edificio, e noi oltre alle abitazioni realizzeremo anche un parco pubblico, delle infrastrutture ecologiche e dei parcheggi. Questi appartamenti avranno un affitto certamente superiore a quello dell’edilizia pubblica, anche questo sarà calcolato in base all’Isee che non dovrà essere maggiore del doppio di quello necessario per accedere all’Erp. Le persone interessate dovranno rivolgersi all’Agenzia sociale per la Casa, che è il tramite istituzionale anche per chi fosse interessato ad affittare la propria abitazione ad un canone moderato».
Tuttavia, lo stesso assessore ammette che «finora questa iniziativa non è stata un successo, abbiamo assegnato alcune case a genitori separati e poco altro. Addirittura avevamo più case che richieste: prima pensavo che non fosse adeguatamente pubblicizzata, abbiamo contattato le associazioni dei genitori separati e i servizi sociali, ma alla fine la sensazione è stata che ci fosse più una lamentela generalizzata che non la reale esigenza da soddisfare. Ora mi chiedo se non è proprio che non piace agli inquilini, la reputano poco conveniente o forse troppo limitata e preferiscono aspettare un alloggio Erp, se ne hanno i titoli, o rivolgersi al privato».
Una domanda specifica all’assessore però non possiamo non farla: questa giunta sta finendo il suo mandato, lei rispetto agli impegni che si era ripromessa, come si posiziona? «Bella domanda…ho ancora parecchio lavoro da fare, ci siamo mossi, ecco, ci siamo mossi in una situazione molto difficile, abbiamo usato tutti gli strumenti che avevamo a disposizione per ottenere qualcosa. Abbiamo vissuto una fase molto critica con Arte, loro hanno deciso di vendere molta parte del patrimonio immobiliare ma alla fine il bilancio non è negativo, anche se prima del termine del mandato la mia sfida è realizzare qualcosa di concreto nell’ambito del co-housing, progetto in cui credo molto e che stiamo provando a concretizzare, con l’aiuto di tutti, associazioni di privati, singoli cittadini, enti».
Le difficoltà dei Servizi sociali
A proposito di co-housing, ad aiutare la diffusione nella nostra regione di politiche virtuose sul tema dell’abitare nel 2012 è nata l’associazione Ge-Coh che cerca di coniugare in chiave locale le esperienze positive nate nei paesi del nord Europa. Uno dei settori di intervento, come ci spiega Elisa Lidonnici, membro esterno della Commissione Welfare che ha lo scopo di coordinare i lavori delle varie commissioni sul tema delle Politiche sociali, e collaboratrice della Regione Liguria per le politiche socio sanitarie riguardanti anziani e disabili, è quello dei «genitori anziani – figli con disabilità, per creare una rete che tranquillizzi i genitori che vivono costantemente con il pensiero del dopo. I Servizi sociali, però, sono sempre oberati e la politica taglia sempre di più i fondi a loro destinati: ci troviamo sempre a gestire l’emergenza, ma dare alle persone in difficoltà una casa in cui non essere abbandonati a sé stessi è un progresso enorme sulla strada del recupero». Ed esiste già qualche esempio positivo a Genova. «Mi viene in mente, ad esempio, vico Biscotti – prosegue Lidonnici– dove è stato realizzato una sorta di hotel sociale, con badante in comune, custode, o altri (pochi) casi in cui si sono portati a coabitare degli over-65 con fragilità sociali diverse e che riescono a gestirsi come da soli non saprebbero fare. Per ora si stanno concretizzando due gruppi di lavoro:uno finalizzato a creare una cohousing di tipo agricolo-rurale, dove scambiarsi esperienze e capacità di lavoro agricolo mentre si porta avanti la stessa cascina e si condivide la stessa terra, recuperando tra l’altro territori abbandonati e improduttivi, l’altro in contesto urbano, anche se la difficoltà di trovare gli alloggi adatti è notevole, in quanto occorrono o grandi appartamenti, normalmente non presenti nel patrimonio pubblico, oppure bisogna ristrutturare edifici precedentemente adibiti ad altro, ma anche qui con un impegno per stanziare fondi e reperire risorse che non è facile in questo momento».
«Mi fa piacere sentire che l’assessore Fracassi si proponga il cohousing come sfida – prosegue la presidente dell’Associazione Ge-Coh, Paola Balbi – noi stiamo lavorando ad alcune opportunità che si sono prospettate, ma essendo quella del co-housing una prospettiva del tutto inedita manca proprio uno schema normativo per risolvere anche questioni molto pratiche, magari piccole ma che, sommate tutte insieme, ne rendono complicata la realizzazione concreta. Siamo dei volontari, in sostanza, e un sostegno occorre: non solo finanziario, quello si può anche ottenere, ma ci vogliono normative specifiche».
La mancanza dei fondi pubblici e le convergenze con i privati
Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della casa ed housing sociale della giunta Vincenzi, invece dei fondi che mancano ne parla chiaramente, ricordando che Arte in questi ultimi due anni si è concentrata a vendere una consistente porzione del proprio patrimonio immobiliare per poter far fronte ai meri costi di gestione degli immobili, limitandosi a ristrutturare gli appartamenti che via via si rendevano liberi. Se un appartamento ha bisogno di lavori più costosi, o si pensa possa essere appetibile sul mercato, spesso viene messo in vendita, ci conferma. Nei confronti del progetto di far eseguire piccoli lavori all’inquilino, è piuttosto perplesso: «Il 20-25% degli affittuari di edilizia popolare ha il problema di riuscire a pagare persino il costo base di una casa,bollette, piccole spese – sottolinea – figuriamoci se riescono a pagarne la ristrutturazione, pur se finanziata in qualche modo, o restituita attraverso lo sconto sul canone. Sia chiaro, questa è una mia valutazione personale, ma ci sono anche queste situazioni»
Poi aggiunge: «Riguardo al social housing vero e proprio, quello per il quale sarebbe interessata la cosiddetta “fascia grigia” che, lasciatemelo dire, è davvero una definizione infelice, vi posso dire che si tratta di un progetto molto interessante, che coinvolge privati e pubblico e che dobbiamo portare avanti con decisione. Un privato infatti può avere convenienza perchè se deve ristrutturare una porzione ampia dello stabile, o anche singoli appartamenti ma non ha la liquidità necessaria può accettare di affittare per un minimo di 15 anni a canone moderato, ottiene una contribuzione da parte dell’ente che arriva fino al 40% del costo dell’alloggio; maggiore il numero di anni per cui mette a disposizione l’immobile, maggiore è il contributo».
Questo, unito agli altri incentivi fiscali di cui godono le ristrutturazioni e a una parziale detassazione fa sì che lo strumento del social housing possa diventare facilmente appetibili per i privati proprietari di immobili sfitti.
Le risposte della Regione Liguria
Il percorso del social housing è visto di buon occhio anche dalla Regione Liguria e dalla giunta Toti. E’ dell’8 agosto la delibera con cui vengono stanziati 1,83 milioni di euro per 10 progetti di social housing aperti a tutti i Comuni liguri. Quasi contemporaneamente, la Regione però batte cassa presso il Comune di Genova che dovrebbe ad Arte 5 milioni di euro per la cattiva gestione delle morosità e dei mancati controlli anche nei confronti degli inquilini che avrebbero potuto pagare. Qui, però, si innesta una turbinoso scontro sulle responsabilità tra istituzioni presenti e passate, anche a prescindere dal colore politico. E qui, preferiamo fermarci, almeno per il momento, evitando di dare visibilità a scambi di accuse, pretese di correttezza ed esibizioni di colpevoli utili solo a cercare consenso politico e trarre compensi: perché quelli vengono via con poco, mentre chi sta lavorando davvero per concretizzare grandi sogni attraverso piccoli progetti, lì resta, ostinato e consapevole che, anche oggi, avrà ragione domani.