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  • “C’era una volta Banca Carige”: dalla rivoluzione degli anni ’90 all’inchiesta giudiziaria

    “C’era una volta Banca Carige”: dalla rivoluzione degli anni ’90 all’inchiesta giudiziaria

    banca-carigeUna situazione in divenire, anche se il crollo di questi giorni in borsa (in una settimana il titolo ha perso un quinto del suo valore) non è certo un buon segnale. Parliamo ovviamente di Banca Carige, ancora “malata”, a due anni di distanza dall’inchiesta giudiziaria che lasciò a bocca aperta tanti genovesi. E se il futuro prossimo di Carige è ancora un dilemma, vale la pena ricostruire il recente passato, per comprendere meglio il percorso che negli ultimi anni ha portato alla trasformazione della storica banca genovese.

    La storia: dal Banco di San Giorgio alla Cassa di Risparmio

    Genova da sempre ha legato la sua storia al suo mare, ai suoi monti e alle sue banche. La salute di queste ultime, fin dalla loro nascita, è stata la cartina tornasole della vita e dello sviluppo del capoluogo ligure, nel bene e ovviamente nel male. La nascita del Banco di San Giorgio, una delle prime banche della Storia, avvenne a seguito del dissesto economico della “Compagna Communis” genovese, provocato dalla guerra contro Venezia: con provvedimento statale del 1407 furono riuniti tutti i debiti verso i privati cittadini e fu affidato all’istituto la gestione del debito pubblico della città con la possibilità di emettere moneta, come una sorta di banca centrale. Il Banco divenne ben presto istituto di credito riconosciuto e “internazionale”, avendo tra i clienti armatori, enti religiosi e la corona spagnola. La sua ricchezza fu la ricchezza della città: nel XVI e XVII secolo si visse l’apice dell’impero finanziario genovese, e questo oggi è ancora materializzato nella grandiosità urbanistica dei palazzi, delle ville e delle strade. “San Giorgio” arrivò a possedere anche territori, come Famagosta, le colonie in Crimea e la Corsica; ma seguì le sorti della Superba: fu sciolto nel 1805 in seguito alla annessione della Liguria alla Francia giacobina. La Repubblica di Genova sarebbe stata cancellata dieci anni più tardi (qui l’approfondimento storico).
    Nel 1846, il ruolo di propulsore finanziario della città passò alla neonata Cassa di Risparmio di Genova: Carlo Alberto, infatti, trasformò l’antico Monte di Pietà di Genova, fondato nel 1483 dal frate francescano Angelo da Chivasso, oggi venerato come beato, ampliandone la base finanziaria, in modo da sostenere la rinascita economica della città. L’operazione ebbe successo: nacquero imprese, aziende, industrie che presto divennero grandi, e l’economica genovese tornò ricca. I genovesi avevano nuovamente la loro banca. Oggi questa eredità vive in Banca Carige, istituto compreso nel Gruppo Carige, uno dei più consistenti nel panorama italiano ed europeo. Almeno fino ad oggi: la salute del gruppo, e quindi di Banca Carige subisce gli andamenti di un mercato, quello del credito, in una fase di profondi cambiamenti e criticità, che come la Storia ci insegna, hanno dirette ripercussioni sulla vita economica cittadina, e non solo.

    Banca Carige, la “rivoluzione” del 1990: le fondazioni bancarie

    Via David Chiossone, sede banca CarigePer provare a capire meglio lo stato dell’arte odierno, dobbiamo fare ancora un salto nel passato, esattamente nel 1990, quando, per adeguarsi alle normative europee, e aprire al mercato finanziario comunitario, il legislatore italiano inventa le fondazioni bancarie. Le Casse di Risparmio, quindi, in virtù della legge delega 218/1990, diventano istituti di diritto privato, banche vere e proprie, con fini commerciali e speculativi, aperte al mercato finanziario internazionale. A controllarle, sulla carta in via transitoria, sono le fondazioni bancarie, enti di diritto pubblico, il cui unico obiettivo istituzionale, per legge, è quello di perseguire “fini di interesse pubblico e utilità sociale”.

    Nasce quindi Fondazione Carige, con ancora in mano le redini della banca; le cariche decisionali sono di nomina politica: il consiglio di indirizzo è composto, infatti, da personalità scelte, con diverse quote, dai sindaci di Genova e Imperia, dal presidente della giunta regionale e da quelli delle provincie toponimiche. Questo organo, oltre a nominare le altre cariche esecutive e amministrative dell’ente, decide come e dove investire il denaro a disposizione della fondazione, e soprattutto indirizza indirettamente le decisioni della banca vera e propria. In altre parole, la banca rimane nelle mani delle amministrazioni locali, che in questo modo possono usarla per finanziare iniziative, lavori, imprese e gli enti stessi, attraverso flussi di credito. Risulta evidente, quindi, che il meccanismo presta il fianco ad eventuali favoritismi, localismi e anche abusi. L’altra faccia della medaglia è, però, quella di garantire la liquidità necessaria per mandare avanti la città e la regione, nel bene e/o nel male. Le ricadute sul territorio sono abbondanti, anche se non per tutti.
    Nel frattempo Banca Carige differenzia i mercati e i prodotti, abbracciando il terreno delle assicurazioni e dei leasing, diventando Gruppo Carige, che nel 1995 fa il suo esordio in borsa. Da quel momento è una storia di crescita finanziaria ed espansione territoriale: vengono assorbite altre casse (come quella di Savona e il Monte di Lucca), acquisiti enti assicurativi (Vita Nuova e Levante NordItalia), mentre cresce il numero degli sportelli e dei dipendenti. La Liguria rimane il fulcro geografico dell’attività del gruppo, il quale però pensa in grande, conquistando spazi in tutto il paese.

    Giovanni Berneschi e l’inchiesta giudiziaria

    L’apice è raggiunto sotto la guida di Giovanni Berneschi, prima nominato amministratore delegato nel 2000 e poi presidente nel 2003; durante questo periodo, infatti, Banca Carige fa registrare numeri record: 678 sportelli sparsi su tutto il territorio nazionale (e anche all’estero), quasi 11 mila dipendenti, tra ramo bancario e assicurativo, un bilancio attivo che nel 2013 arriverà a 1,7 miliardi di euro. Fondazione segue trionfalmente questo andamento: con uno stato patrimoniale di 1,4 miliardi, può mettere a bilancio, nel 2012 un attivo di 67 milioni. Tutto questo ricade direttamente sulla città: Fondazione Carige concede erogazioni per quasi 20 milioni l’anno, finanziando attività e iniziative di ogni tipo, mentre la banca garantisce liquidità in forma di credito alle famiglie e imprese per 32,8 milioni (dato 2012) . Anche la politica e i grandi imprenditori ne traggono giovamento, visto che Carige concede prestiti per finanziare opere, cantieri e società: Erzelli è un esempio fra tanti, ma si potrebbero citare i prestiti alla Porto Antico s.p.a, in difficoltà perché troppo esposta con debitori insolventi, o quelli per tamponare il disastro Carlo Felice o i debiti di A.M.T. Anche Enrico Preziosi, presidente del Genoa C.F.C riceve un generoso prestito: tutta la città si muove grazie al flusso di liquidità garantito dalla sua banca.

    Performance straordinarie, che permettono al Gruppo Carige di assestarsi ai primissimi posti nella classifica degli istituti italiani, in un periodo storico dove la congiuntura finanziaria ed economica per molti suoi competitor è disastrosa se non letale. La cosa “non sfugge” agli ispettori di Banca di Italia e le indagini portano alla scoperta del trucco: a bilancio, infatti, venivano schedulati crediti malati, per oltre un miliardo, come se fossero esigibili, dopando in questo modo il saldo contabile. Anche i bilanci della Fondazione risultano alterati: i titoli azionari della banca posseduti (il 46,6% del totale sul mercato), infatti, erano contabilizzati come se il loro valore fosse di 1,35 euro, contro un valore reale di 0,4/0,6 .

    Il risveglio è molto brusco; i massimi dirigenti degli enti finiscono sotto indagine e i conti vengono ripuliti; il risultato è il materializzarsi di un situazione drammatica: Banca Carige vede cadere i suoi utili da 1,8 miliardi a 500 milioni di euro, perde posizioni nei rating e precipita in borsa; alcuni comparti vengono venduti (come le assicurazioni), ed è deciso un aumento di capitale. Fondazione, che ha negli utili derivati dai dividendi della banca oltre il 90% delle sue risorse, inizia a cedere quote importanti di azioni. La pulizia dei bilanci, infatti, ha portato alla luce un disavanzo, nel 2013, di oltre 900 milioni, e l’ente non può più permettersi investimenti nella banca; oggi la fondazione, dopo diverse fasi di cessioni, possiede quasi il 2% delle azioni di Banca Carige, ha messo in vendita parte del suo patrimonio (partecipazioni e immobili), passando da 1,4 miliardi a 257 milioni di rendite, avendo ancora un passivo di 216 milioni , con oltre 153 milioni di debito (nel 2007 il monte debiti pesavo solo per 1,9 milioni). Le conseguenze sul territorio non si sono fatte attendere: le erogazioni di Fondazione crollano, scendendo a 93 mila euro nel 2014, contro 11 milioni dell’anno precedente (nel 2009 si contavano addirittura 24 milioni di finanziamenti), mentre Banca Carige chiude i rubinetti del credito, scendendo a 30 milioni di prestiti verso famiglie e piccole e medie imprese contro gli oltre 49 del 2013. Il Gruppo Carige chiude 164 sportelli in Liguria, ridisegnando la sua distribuzione geografica complessiva, arrivando a quota 627 su tutto il territorio nazionale (nel 2013 erano 678 di cui 387 nella nostra regione). Anche il numero di dipendenti inizia a calare: senza contare gli oltre 5000 dipendenti delle assicurazioni cedute, che non sono più stipendiati direttamente dal gruppo, dopo una decennale crescita, si passa dalle 5387 unità del 2013 alle 5154 unità di giugno 2015 (nel 2010 erano 5536). Quindi meno soldi, meno liquidità e meno lavoro.

    Questo il quadro odierno, ancora in fase di assestamento: da tempo, infatti, si parla in maniera sempre più insistente di fusione del Gruppo Carige con un altro attore finanziario più solido, cosa che salverebbe l’istituto, ma lo slegherebbe definitivamente da Genova. La Fondazione, invece, rischia la stessa esistenza: il rientro dei debiti è ancora da completare e il suo patrimonio è già irrecuperabilmente ridimensionato; inoltre, è residualmente marginale nel controllo di Banca Carige, e di conseguenza anche gli enti locali e il territorio.

    La stagione del credito facile è finita, tutto quello che si muove a Genova ora dovrà trovare altri modi per garantirsi la liquidità necessaria. Che sia un bene o un male, dipenderà dalla capacità politica e progettuale degli amministratori. L’entrata in scena di Vittorio Malacalza, a capo del gruppo industriale che ha acquisito le quote azionarie di Banca Carige messe sul mercato da Fondazione, diventando il socio di maggioranza, è stata accolta con entusiasmo: imprenditore esperto, con una liquidità importante (recentemente uscito da Pirelli con oltre 500 milioni di ricavi), nei fatti ha sbloccato la situazione, salvando l’istituto nel nome della “genovesità” (nonostante sia nato a Bobbio, l’imprenditore è da sempre di base nel capoluogo ligure). Ma tutto il contesto è cambiato, e la banca, mai come oggi, è in balia del mercato e fuori dal “controllo” del territorio: il settantasettenne Malacalza è sì, infatti, genovese, ma prima di tutto è uomo di affari, con interessi diversificati e globali. Una sola cosa è certa: la stagione del credito è indiscutibilmente chiusa, quella che si apre è un’incognita.

     

    Nicola Giordanella

     

  • Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opereStretta tra mare e appennini, la Liguria ha da sempre sviluppato una rete viaria tanto complessa quanto intricata; una peculiarità, quella orografica, che è stata, ed è tutt’oggi, croce e delizia per gli abitanti e per il suo territorio; inaccessibile o inevitabile, protetta o indifendibile, aspra o suggestiva: diverse sono le facce delle varie medaglie che potrebbero essere poste a descrizione di questa terra, a seconda della prospettiva di chi l’ha guardata e vissuta nel corso dei millenni.

    Già per i Romani la rete stradale in Liguria fu un vero banco di prova: posta sulla direttiva che collegava Gallia e Iberia, senza vie adeguate era difficile portare e manovrare truppe, tenendole rifornite e al sicuro da imboscate. Nel 148 a.C., fu fatta costruire la via Postùmia, che collegava Genova con Aquileia, i due maggiori porti del nord italico; il tracciato vedeva il mare solamente nei pressi della città, seguendo poi la valle del Polcevera, inerpicandosi su per i Giovi, verso Tortona. Nel 109 a.C., visto che la via Aurelia (iniziata nel III secolo a.C.) si interrompeva nei pressi di Pisa, venne fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauri la via omonima (AEmilia Scauri), che collegava Luni, appena sottomessa, a Vada Sabatia (Vado Ligure): il tracciato, secondo le ipotesi più accreditate, raggiungeva Piacenza, per poi passare da Tortona, Acqui Terme e Cadibona, aggirando tutto il bacino del Vara, il Tigullio e il genovesato. Sotto Augusto, fu costruita la Via Julia, che collegava Vada Sabatia con la Gallia meridionale. I sentieri, le mulattiere, le creuze e le strade che collegavano i vari villaggi, approdi e borghi costieri furono messi a sistema nei secoli successivi, in maniera sistematica, diventando la Via Aurelia che oggi conosciamo, inaugurata nel 1928.

    Genova – Serravalle: la “Camionale”

    La questione strade diventa pressante con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di trasporto; l’avvento del motore a scoppio, e la sua diffusione cambiano il modo di pensare alle comunicazioni terrestri, in tutto il mondo, Italia compresa. Durante il periodo fascista sono realizzate quelle che saranno le prime autostrade del paese; in Liguria la primissima è la “Autocamionale Genova-Valle del Po”, inaugurata nel 1935: strada ad una sola carreggiata che collegava il porto del capoluogo ligure con Serravalle. La peculiarità di quest’opera fu che per la prima volta venne predisposta un’ampia area sosta (al casello di Genova) con bar, parcheggi e servizi. Ma è solo nel dopoguerra, con il “boom” economico degli anni ‘50, che arriva la mobilità di massa, e iniziano a cambiare i parametri per pensare e costruire le strade.

    In quegli anni, Genova e la Liguria, vertici del triangolo industriale che sta trascinando il paese, sono ancora incastonate tra il mare e le montagne, con linee ferroviarie a binario unico per molti chilometri, una via Aurelia sempre più congestionata, e decine di provinciali totalmente inadatte per trasportare persone e merci al ritmo che la modernità va dettando.

    Gli anni ’60, le autostrade: la Liguria cambia volto

    ponte-autostrada-valpolceveraGli anni ’60 sono anni di cantieri e inaugurazioni: con una velocità che oggi sembra impensabile, vengono scavati chilometri di gallerie e innalzati decine di viadotti, con uno sforzo ingegneristico inedito e con un inevitabile ingente impatto ambientale, ammortizzato però dalle ricadute sul indiscutibile benessere collettivo. Nel 1960 viene completata la Milano – Serravalle, mentre il tratto verso Genova è raddoppiato con una nuova carreggiata (che diventerà la carreggiata nord, più corta della storica Camionale); lo stesso anno è inaugurata la Savona – Torino (A6), inizialmente a carreggiata unica; nel 1965 viene tagliato il nastro del primo tratto di quella che sarà l’A12, Recco – Rapallo; anno dopo anno si aggiungeranno gli altri pezzi di questo puzzle: prima Nervi – Recco, poi il raccordo con l’A7, successivamente si allunga fino a Chiavari; nel frattempo è stato completato il tracciato che collega Lavagna con Sestri Levante, che sarà unito al resto nel dicembre del 1969. Si arriverà a Livorno nel 1975, avendo costruito in quindici anni oltre 35 chilometri di tunnel e altrettanti di viadotti. Tutto questo mentre nel 1967 le prime automobili sfrecciavano sulla Genova – Savona, completata fino al confine di Stato di Ventimiglia nel 1971, dopo aver scavato gallerie per 50 chilometri, sospeso asfalto su 43 chilometri di ponti, per un totale di 159 chilometri. Il traffico privato e merci però è in continua crescita, per cui i cantieri non si fermano: nel 1975 incominciano i lavori per il raddoppio della A6, che, visto l’elevatissimo numero di incidenti, spesso mortali, aveva conquistato il soprannome di “autostrada della morte” (il raddoppio totale sarà ultimato solamente nel 2001), mentre nel 1977 è inaugurata l’A26, che, collegando Voltri con Alessandria, e successivamente con Gravellona, assorbirà parte del traffico della A7.

    In poco più di un 25 anni, quindi, la Liguria è collegata al resto del paese, e all’Europa, con 510 chilometri di tracciati autostradali costruiti sul suo territorio.

    La Gronda e i dati sul traffico autostradale

    Se nel 1970 le autostrade del paese registrano la cifra totale di 15 miliardi di veicoli per chilometro, quindici anni più tardi i numeri sono più che raddoppiati, con 28 miliardi di veicoli leggeri e 8 miliardi di mezzi pesanti (nel 1970 questi erano 4); iniziano a evidenziarsi alcuni problemi per le infrastrutture liguri, soprattutto nella zona di interconnessione di Genova, dove in pochi chilometri si intersecano A7, A10 e A12. Nascono, quindi, alcune ipotesi risolutive: nel 1984, per la prima volta, si parla di Gronda di Genova, intendendo con questo termine una ulteriore infrastruttura viaria pensata per bypassare il nodo del capoluogo, grazie a bretelle che aggirano a nord il tracciato urbano delle autostrade. Il primo disegno, che prevedeva il collegamento diretto tra Voltri e Rivarolo, fu prima approvato, poi bocciato dal TAR, poi riammesso dal Consiglio di Stato, ma successivamente scartato. Solo dal 2001 il progetto è tornato al centro del dibattito pubblico e politico, con le alterne vicende che si sono trascinate fino ad oggi e che Era Superba ha documentato.

    Se guardiamo i numeri, però, possiamo focalizzare il contesto odierno in cui eventuali opere del genere andrebbero ad inserirsi.

    Come dicevamo, secondo i dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), per quanto riguarda i volumi di traffico, dagli anni settanta fino agli anni novanta, l’incremento è stato costante, quasi esponenziale. Nell’ultimo quindicennio del XX secolo i numeri aumentano, ma con un trend leggermente più contenuto, soprattutto per quanto riguarda il traffico privato. Dal 1985 al 2000, infatti, i miliardi di veicoli per chilometro passano da 28 a 53, che, aggregati ai dati del traffico pesante, segnano un passaggio da 36 a 70 miliardi. A fine 2014 le cifre parlano di 83 miliardi. Quindi, dal 1970 al 1985 è stato registrato un incremento del +140%, mentre nel quindicennio successivo del +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Nel frattempo è cresciuta ulteriormente la rete infrastrutturale, passando da 3369 chilometri di tracciati del 1970, ai 4967 del 1985, ai 5380 del 2000, fino al 5660 del 2014.

    Le autostrade genovesi hanno seguito l’andamento generale, vedendo un aumento di traffico costante fino a metà degli anni ’80, seguito da una leggera flessione fino al 2000, e successivamente un drastico abbassamento del tasso di crescita dei volumi. Anzi, in alcuni casi, la crescita si è quasi azzerata: se prendiamo la A26, nel tratto ligure tra Genova Voltri e Alessandria, nel 2001 la media giornaliera registrata è stata di 54234 veicoli al giorno; questa cifra sale di anno in anno fino al 2007, quando tocca le 64587 unità; ma negli anni successivi decresce fino ad arrivare ai 56507 veicoli al giorno nel 2014, meno del 2002. Uguale situazione per l’A10: nel 2001 sono 207 mila i veicoli giornalieri, che toccano l’apice nel 2007 con 232600 unità, per poi riassestarsi a 207700 nel 2014. Anche sull’A12 abbiamo un andamento simile: si passa dalle 203 mila unità del 2001, alle 241 mila del 2008, mentre nel 2014 la cifra scende 216 mila. Per quanto riguarda l’A7 addirittura abbiamo una diminuzione: nel 2001 le unità giornaliere sono state 131603, cresciute a 141258 nel 2007, mantenendosi costanti fino al 2010, per poi crollare a 128581 nel 2014.

    La crisi economica ed occupazionale, quindi, sta avendo i suoi effetti anche sull’utilizzo delle autostrade liguri, che sono al contempo vie di pendolari e vie di vacanzieri, oltre che strade di trasporto commerciale; ad oggi, quindi, pensare di aggiungere chilometri ad una rete che con le sue infrastrutture occupa circa 5422 chilometri quadrati, cioè lo 0,07% di tutto il territorio, che è il tasso più alto del paese, non sembra economicamente strategico: se la crisi ha avuto il suo effetto, ad oggi, non esistono concreti segnali di ripresa, e comunque, come abbiamo visto, il tasso di crescita del traffico autostradale è strutturalmente in continua diminuzione.

    In passato, quindi, è stato fronteggiato il problema connettivo della Liguria con il resto del paese e del continente costruendo infrastrutture progettate sulla base di uno sviluppo economico fortemente sbilanciato sul consumo privato del trasporto. Oggi quest’ultimo si è assestato, e pensare di risolvere i problemi di oggi con modelli di crescita legati ad un contesto non più in essere, potrebbe non essere la soluzione migliore.

    Mai come oggi Genova e la Liguria sono collegate con il resto del mondo; nei secoli si è affrontato il problema dei collegamenti terrestri attraverso un approccio quantitativo: più traffico, più strade. I numeri però ci dimostrano che questo oggi non basta e non serve più; la categoria qualitativa potrebbe essere una delle risposte, non solo per quanto riguarda chi viaggia, ma anche per chi quel territorio attraversato dalle autostrade lo vive e lo vivrà. Per evitare che le strade costruite non servano alle persone, in un prossimo futuro, solo per fuggire da una terra ormai devastata.

     

    Nicola Giordanella

  • Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    ortofruttaIl mercato della frutta a Genova costituisce il 4,29% del commercio al dettaglio, secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio. Un numero freddo che, di per sé, lascerebbe indifferenti, se non si accompagnasse ad una tendenza piuttosto sorprendente: il settore del commercio ortofrutticolo nella nostra città segna un andamento positivo, in forte controtendenza rispetto al trend generale del commercio. Un trend che, soprattutto in alcune zone come il Centro storico, è palpabile ad occhio nudo grazie al pullulare di negozi e negozietti che mettono in bella mostra casse di frutta e verdura.
    «In un periodo di crisi – spiega il professor Enrico Di Bella del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova – si sviluppa spesso la tendenza all’apertura di nuove attività commerciali, specie in alcuni settori particolari. Questo succede perché alcune imprese sono costrette a chiudere e i dipendenti, anche grazie alla liquidazione, provano a mettersi in proprio. Tuttavia, spesso questo tipo di operazione non rimane sostenibile a lungo». Ma l’aspetto che più sorprende è proprio che, a fronte di un aumento dell’avvio di attività, nel settore dell’ortofrutta non sembrano essere cresciute esponenzialmente le cessazioni, altra peculiarità che dovrebbe invece contraddistinguere i momenti di crisi economica. Ma non è tutto oro quel che luccica…

    Il negozio di ortofrutta: facile da aprire e, soprattutto, facile da chiudere

    Dopo la liberalizzazione del commercio sancita definitivamente da Regione Liguria con una delibera di fine 2012, aprire un negozio di frutta e verdura non comporta costi particolarmente ingenti, non richiede grandi investimenti iniziali, non necessita di strumentazioni sofisticate o spazi particolarmente vasti. 
    «Quello dell’ortofrutta – sostiene Giambattista Ratto, amministratore delegato di SGM (società che ha in gestione il mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Bolzaneto, al 10% proprietà del Comune, 25% Spim, 25% Camera di Commercio e 40% degli operatori consorziati) – è un settore piuttosto semplice da approcciare: non si tratta tanto di una questione di professionalità facilmente acquisibile, perché vendere e comprare ortofrutta di qualità non è così banale come si possa pensare, ma sicuramente richiede meno costi di avvio di altri settori. Un bancone, due cassette e non è neanche indispensabile la cella frigorifera: ecco che con 500 euro puoi fornire un negozio di metratura limitata; se riesci a incassare 600 euro, la mattina dopo hai già 100 euro di margine in più da investire; se, invece, ne incassi solo 300 o 400, provi a continuare per un mese e, se le cose continuano ad andare male, smetti».

    Per aprire un negozio di ortofrutta bastano pochi passi: creare una società, iscriverla alla Camera di commercio, avere tutte le autorizzazioni sanitarie rilasciate dal Comune e presentarsi al mercato di Bolzaneto, con tanto di visura camerale, per richiedere la tessera d’accesso. Poi, basta mostrare la partita iva per la fattura ai venditori all’ingrosso e il gioco è fatto. Inoltre, a quel che risulta dai nostri colloqui con alcuni operatori del settore, in alcuni casi lo Stato impiegherebbe almeno due anni prima di controllare la regolarità dei nuovi esercizi commerciali. Questo aspetto, se fosse confermato, comporterebbe nei fatti un notevole vantaggio dal punto di vista del rischio di avvio di nuova impresa non causando eccessivi costi nel caso di fallimento repentino dell’attività.

    Imprenditoria straniera, mafia e abusivismo

    mercato-frutta-verdura-sarzanoIl commercio al dettaglio a Genova a fine 2014 conta 411 negozi di frutta e verdura e 104 ambulanti, con oltre il 10,5% di nuove aperture in più rispetto al 2013. Ma l’impennata vertiginosa c’è stata tra il 2012 e il 2013, quando il numero di nuove aperture rispetto all’anno precedente è passato da circa il 3% al 9%. Se, però, tra il 2012 e il 2013 erano aumentate percentualmente anche le cessazioni di attività (da circa l’8% del 2012 sul 2011, a oltre l’11% del 2013 sul 2012), lo stesso non si può dire per il 2014: alla fine dello scorso anno ha tirato giù la serranda definitivamente solo poco più dell’8% dei besagnini rispetto al 2013.

    Al di là di questo turbinio di numeri, resta il dato di un settore in crescita a discapito di una crisi economica diffusa. Secondo l’ufficio statistica della Camera di Commercio, una prima motivazione di questa tendenza va ricercata nell’aumento di imprenditori stranieri: «Il settore del commercio di frutta e verdura al dettaglio è stato implementato negli ultimi anni grazie alla presenza di un numero elevato di imprenditori individuali stranieri, in particolare del Marocco: a fine 2014 si contano 88 realtà attive gestite da un titolare nato all’estero, pari al 21,4% del totale dei negozi del settore nel Comune di Genova, più di uno ogni cinque. Un dato notevole se si considera che nel 2011 erano solo 39 i titolari stranieri di una rivendita di ortofrutta». Una tendenza confermata anche dai rappresentati dei Civ di Sarzano e Maddalena che, tuttavia, lamentano un giro di affari in crescente difficoltà: insomma, secondo gli operatori storici del settore l’alto numero di punti vendita non sembra aver influito in maniera positiva sugli andamenti economici.

    Addirittura c’è chi punta il dito contro gli stranieri accusati di fare concorrenza sleale, di comprare merce di scarsa qualità e a costi più bassi per poter mantenere prezzi più avvicinabili dai clienti e di approfittare dei già citati controlli tardivi dello Stato per rendersi “invisibili” al fisco. Sia Confesercenti che il management del mercato di Bolzaneto, però, sono concordi nell’individuare altrove le cause delle difficoltà del settore. Secondo Matteo Pastorino di Confesercenti, la realtà della strada è ben diversa dal quadro prospettato dai numeri, che non tiene conto del nemico pubblico numero uno del commercio: l’abusivismo. «Quello dell’ortofrutta è un settore in crisi – sostiene Pastorino – perché alle difficoltà endemiche come la stagionalità, la tassazione e la concorrenza della grande distribuzione, si aggiunge la piaga dell’abusivismo con un numero sempre crescente di furgoni sulle strisce pedonali che si posizionano davanti ai mercati coperti, in barba alle norme comunali».
    Secondo il coordinatore provinciale di Anva e Fiesa Confesercenti, la merce venduta dagli ambulanti abusivi sarebbe inoltre di dubbia provenienza, tanto da mettere in discussione anche il rispetto delle principali norme igieniche: dalle nostre ricerche, tuttavia, la quasi totalità degli ambulanti operanti in città (abusivi e non) risulta rifornirsi regolarmente a Bolzaneto. Non possiamo sapere in quale proporzione rispetto alla merce poi effettivamente esposta e venduta, ma questo potrebbe valere paradossalmente per tutti i rivenditori del settore. «Abbiamo già fatto diverse segnalazioni alle autorità – dice Pastorino – ma spesso chi viene contestato si difende esibendo licenze itineranti. Le poche volte che vengono fatti verbali, le sanzioni non vengono pagate e il giorno dopo l’ambulante abusivo è di nuovo su piazza: sarebbero necessarie altre misure come presidi o sequestri dei mezzi perché stiamo parlando di un problema sempre più sentito dai commercianti di ortofrutta, soprattutto da chi opera nei mercati».

    C’è anche chi ritiene che dietro l’apertura indiscriminata di nuovi negozi e botteghe ci sia un forte controllo mafioso, e i nomi di alcune famiglie molto chiacchierate sono ben noti nel mondo ortofrutticolo. Il settore dell’ortofrutta per queste famiglie è spesso una copertura per ripulire i soldi ricavati da altre attività tipicamente criminali come lo spaccio di droga e il traffico di armi. «Ci si dedica al commercio dell’ortofrutta, così come all’edilizia (vedi approfondimento) – racconta Luca Traversa responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria – perché si tratta di attività economiche semplici da avviare e consentono di attivare un presidio sul territorio che poi è il fine ultimo delle mafie: il controllo dei cittadini».

    La nuova generazione di imprenditori della frutta e l’ipotesi chiusura notturna

    [quote]Non si tratta di italiani o di stranierima di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio.[/quote]

    I rischi di infiltrazione mafiosa non sembrano preoccupare più di tanto i gestori del mercato di Bolzaneto. «Queste persone – è la tesi di Giambattista Ratto – hanno tutte le autorizzazioni in regola per poter lavorare nel settore. Se poi si tratta di attività parallele non sta certo a noi gestori del mercato o al sistema dell’ortofrutta genovese dirlo. Non credo che nel nostro settore girino così tanti soldi da risultare appetibile per chissà quali attività illecite». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il direttore del mercato, Nino Testini: «È l’amministrazione che negli anni ’80 e ’90 ha dato a queste famiglie le licenze di ambulantato: bisognerebbe capire come e perché. Qui al mercato hanno tutti il proprio tesserino, la propria ragione sociale e vendono e comprano come qualsiasi operatore del settore. Il mercato di Bolzaneto è secondo me piuttosto impermeabile alle infiltrazioni di qualunque tipo perché è tradizionalmente molto chiuso: la maggior parte dei grossisti è stretta da legami di parentale interni. Abbiamo tutti operatori storici e locali che non vivono situazione torbide».

    Per gli amministratori del mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Genova neppure la crescita di operatori stranieri, a cui i numeri dicono si sia assistito negli ultimi anni, non creano particolari problemi. Anzi. «Non si tratta di italiani o di stranieri – afferma Testini – ma di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio. Al mattino arrivano a comprare frutta e verdura un po’ più tardi degli operatori tradizionali perché la sera tengono il negozio aperto molto di più. Mediamente, comunque, arrivano proprio nel cuore delle trattative, tra le cinque e le sei del mattino e iniziano a contrattare sui prezzi come tutti». La vera novità sta piuttosto in un’organizzazione logistica più efficace. «Con un solo camion o furgone – prosegue Testini – vengono a ritirare la merce per due o tre negozi: non è una questione di racket come dicono i maligni ma di organizzazione del lavoro più furba ed economica. In sostanza, risparmiano sui costi, ottimizzando i trasporti». L’operatore tradizionale, invece, è difficile che deleghi: anche la micro-bottega viene direttamente a contrattare e a caricarsi la merce sulla propria macchina. C’è, poi, una nuova frangia di negozianti che non vuole alzarsi di notte e che si fa consegnare la merce direttamente in negozio, dagli operatori del mercato. «Ma non si tratta di veri besagnini – commenta il direttore – perché il besagnino doc viene qui e non solo sceglie accuratamente la frutta ma, prima di comprarla, la assaggia anche».

    La questione della “levataccia”, in realtà, potrebbe trovare soluzione per tutti nel prossimo futuro. Gli amministratori del mercato ci anticipano, infatti, quella che potrebbe diventare una vera e propria rivoluzione del settore: «Stiamo valutando – racconta Testini – di spostare il mercato di giorno, dalle 11 alle 17, così come sta facendo con buoni risultati Roma e come si fa da anni in tutta Europa».
    La speranza è quella di poter rilanciare a pieno titolo un settore che altrimenti rischierebbe seriamente l’estinzione: «Questo mestiere – riprende Nino Testini – ha perso quel fascino che consentiva di tramandare l’attività di padre in figlio. Spesso non troviamo neanche più personale che abbia voglia di venire a lavorare la notte: rischiamo di estinguerci per i costi, per la qualità della vita e perché non c’è più ricambio».
    Insomma, la scelta è tra cavalcare un cambiamento ed esserne protagonisti, magari cercando di gestirlo, condurlo e plasmarlo secondo le esigenze oppure subirlo ed essere costretti a recuperare in futuro. Nessuna ripercussione sulla qualità e la freschezza della merce? Nient’affatto, secondo l’a.d. Ratto: «Secondo voi, la mela che compriamo oggi al Mercato Orientale o al negozio di quartiere è stata raccolta ieri? È evidente che si dovrà ottimizzare il sistema di refrigerazione e migliorare la filiera per quanto riguarda i cosiddetti prodotti “freschi” ma dobbiamo un po’ smontare la leggenda che al mattino arrivano sul mercato le pesche raccolte qualche ora prima. Oggi commercializzare un chilo di ortofrutta che non sia passata da una cella frigorifera forse non riescono a farlo più neppure i coltivatori diretti. Abbiamo esempi di coltivatori tecnologicamente avanzati che vanno a raccogliere la frutta direttamente con carrelli refrigeranti».

    Il giro della frutta dall’albero ai banchi del mercato

    Che percorso fa, dunque, la nostra mela da quando viene raccolta dall’albero a quando finisce sulla nostra tavola?
    Dietro al chilo di mele che compriamo dal besagnino c’è un mondo, spesso sconosciuto. Un mondo che a Genova vede il suo fulcro nel mercato generale di Bolzaneto. «Ci si lamenta sempre che la filiera è troppo lunga, i prezzi dalla terra al negozio lievitano in maniera assurda – dice il direttore Testini – ma certi passaggi vengono creati dallo stesso consumatore. Oggi nessuno comprerebbe mai una mela che è colpita dalla grandine: il prodotto deve essere perfetto, quando in realtà esiste tutto un mondo di prodotti di seconda scelta, sempre di ottima qualità ma meno piacevoli alla vista, che non riesce ad avere mercato. Per arrivare a questa purezza estetica, tra il campo e il mercato ci vogliono centri di raccolta, centri di selezione, centri di conservazione. È lì che la filiera si allunga e che i costi aumentano».
    Dalle coltivazioni in terreni o serre, la frutta e la verdura raccolte vengono portate in centri di lavorazione per essere pulite, confezionate e spedite ai centri della grande distribuzione, da un lato, e ai mercati all’ingrosso, dall’altro. Poi si passa alla vendita al dettaglio, con l’effetto che spesso mangiamo frutta e verdura raccolte ben più di qualche giorno prima.
    A Genova, il 90% della frutta che arriva sulle nostre tavole passa attraverso il mercato di Bolzaneto. «Da qui – spiega l’a.d. della Società Gestione Mercato, Giambattista Ratto (egli stesso grossista e rappresentante del consorzio degli operatori) – passa sia la merce che troviamo nei mercati rionali, sia quella sui banconi dei besagnini di quartiere, degli ambulanti dei mercatini o sulle casse di quelli che girano in camion. Ci può essere qualche mercatino considerato a chilometro zero, di chi coltiva e vende direttamente o ha rapporti immediati con piccoli agricoltori, ma si tratta di percentuali irrisorie». Così, gli unici prodotti ortofrutticoli venduti in città a non passare dal mercato all’ingrosso risultano quelli gestiti dalla grande distribuzione.

     

    Claudia Dani e Simone D’Ambrosio
    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 62 di Era Superba

  • Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    Fablab, il laboratorio di fabbricazione digitale. Strumenti e competenze a disposizione di tutti

    fablabImparare a fare (quasi) tutto: un progetto ambizioso e interessante che vale la pena raccontare. Domenica pomeriggio, una splendida giornata di sole autunnale, sulla pagina Facebook di Fablab Genova vedo che il loro laboratorio di Corso Monte Grappa, di cui ho sentito parlare, dovrebbe essere aperto, quindi decido di andare a vedere di persona di che cosa si tratta. Il nome, così accattivante, proviene dal primo Fablab nato al Massachusetts Institute of Technologies, a Boston, dove un certo professor Neil Gershenfeld decise che sia gli studenti che gli insegnanti, se volevano, avrebbero potuto avere uno spazio dove non solo sperimentare quanto appreso in via teorica, ma anche condividerlo mettendo in rete le informazioni necessarie. Un apprendimento di tipo “partecipato” dove chiunque, avendo accesso alle tecnologie digitali, avrebbe potuto sviluppare in maniera autonoma un’idea nata da altri e da questi condivisa.

    Vengo accolta da quattro giovani, tre ragazzi ed una ragazza, rispettivamente due chimici, un architetto ed un informatico, che mi accompagnano spiegandomi con passione quello che stanno portando avanti nei locali messi a disposizione dal Laboratorio Sociale Occupato Autogestito (LSOA) Buridda.
    Il clima che si respira è informale, essenziale e un po’ grunge, nessuno sale in cattedra: «il Fablab è autogestito, e questa è una cosa che a volte facciamo un po’ fatica a far capire; non siamo una società di servizi, non si deve venire con la lista della spesa chiedendoci di fare una serie di cose, magari pagando, ma si può imparare a fare ciò che occorre con il nostro aiuto, e magari portando le competenze che ci mancano. Una vera e propria officina condivisa, insomma, dove chi ha voglia di capire di più su produzione e prodotti trova pane per i suoi denti».

    stampante-3d-fablab
    Stampante 3D

    Mi mostrano subito la stampante 3D che loro stessi hanno progettato e costruito, indubbiamente il vero “oggetto dei sogni” in questo momento, e infatti è la sola cosa per il cui utilizzo, mi dicono, occorre mettersi in lista online; poi una tagliatrice laser, un tornio ed alcuni computer, c’è persino un grande microscopio, non di ultima generazione ma ben funzionante. Hanno anche una fresa a controllo numerico computerizzato (CNC) e molte schede elettroniche, ovviamente costruite da loro partendo dal semplice foglio di rame.
    Nella stanza di falegnameria, alcuni utenti stanno costruendo degli sci artigianali larghi, per neve fresca: mi mostrano i materiali che hanno acquistato, legno, polimeri e fibra di vetro che vengono preparati e miscelati insieme e poi messi per 24 ore in una pressa pneumatica ovviamente costruita da loro.

    Continuando ad esplorare gli alti stanzoni un tempo adibiti a biblioteca, mi raccontano di come riescano, contando sul lavoro volontario di una decina di persone, a garantire la presenza durante gli orari di apertura al pubblico e a far funzionare tutta l’organizzazione.
    Le richieste di chi frequenta il laboratorio sono le più disparate, dal pezzo di ricambio per l’elettrodomestico fuori produzione, e quindi da ricreare con la stampante, alla semplice riparazione di chi non dispone di una saldatrice; molto spesso però chi si presenta ha un progetto in testa, un’idea, un prototipo ma non sa come realizzarlo, oppure non possiede gli strumenti per farlo e chiede collaborazione ed aiuto.

    Mi mostrano anche il prototipo di una mano bionica che funziona con il movimento del polso: è stata realizzata, raccontano, con la collaborazione condivisa fra il padre di un bambino nato senza mani a Città del Capo ed un team di ingegneri lontani migliaia di chilometri: attraverso la rete, il progetto è arrivato fin qui, sono stati in grado di riprodurla e, chissà, qualcuno potrebbe anche migliorarla, condividendo a sua volta quanto ottenuto.

    «Spesso qui arrivano architetti con progetti ben precisi, a volte sono studenti, a volte anche docenti; poi ci sono i professionisti che cercano magari di personalizzare alcuni strumenti di lavoro.Anche a loro diciamo di mettere a disposizione di altri quello che hanno studiato. In questo modo la produzione, grazie alle nuove tecnologie, diventa davvero “Open Source”».

    Cosa chiedete in cambio di questa condivisione di saperi, esperienze e strumenti?
    «Certo non denaro, anche se quello serve sempre. Noi ne utilizziamo poco perché il nostro grande costo sarebbe l’energia elettrica, però finché siamo qui seguiamo il destino del Buridda, e speriamo di resistere ancora per molto: questi primi quattro anni sono stati francamente molto esaltanti. Ogni tanto per finanziarci organizziamo una festa con musica e cibo, e facendo pagare il biglietto d’ingresso andiamo avanti parecchio».
    Unica condizione, chi viene e lavora qui deve lasciare la postazione di lavoro nelle condizioni in cui l’ha trovata. «Anzi, il 15 % più ordinata e pulita di come si è trovata!». E, se viene utilizzato del materiale consumabile, si deve reintegrare la scorta, oppure regalare un qualche utensile che non serve più, anche danneggiato.

    A giorni fissi vengono organizzati workshop, sia per insegnare ad utilizzare la “mitica” stampante 3D, che per realizzare progetti utilizzando Arduino, una piccola scheda elettronica di sviluppo Open Source per poter realizzare centinaia di creazioni.
    Qui la parola creatività ha decisamente un senso ampio e compiuto, e come a voler mitigare il mio senso di inadeguatezza nei confronti di chimica, informatica e fisica, l’architetto del gruppo mi mostra alcune verdure nate con la coltura idroponica, ossia cresciute in acqua: sono controllate da un piccolo processore che fa partire l’irrigazione ad intervalli regolari. Quando sono abbastanza grandi le trasferisce in una specie di vaso multiplo, che ovviamente ha creato lei stessa, utilizzando i vecchi contenitori della birra alla spina. «Lo stiamo preparando per la Maker Faire di Roma, dove già lo scorso anno abbiamo ricevuto una specie di “menzione d’onore”».

    Mi mostra poi le foto di un altro prototipo, apparentemente simile, da lei creato per ottenere la produzione di CO2 e che è stato rielaborato per lo sviluppo di alghe dalle quali ottenere idrocarburi puliti ed esposto alla Biennale di Venezia…

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale è pubblicato su Era Superba 62

  • Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    via-ortigara-edilizia-begato-d8Mafie a Genova e in Liguria, atto terzo. Dopo l’inchiesta pubblicata nel numero 58 di Era Superba sulle lotte quotidiane della Maddalena (affiancata dall’approfondimento online sul Cantiere della Legalità e il futuro dei beni confiscati alla famiglia Canfarotta) e l’intervista nel numero 61 a Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, che ha tracciato un quadro di inquietante vicinanza tra politica ligure e malavita, è la volta di Luca Traversa, responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria di Libera, che ci aiuta a puntare i riflettori su uno dei settori più tipicamente sensibili alle infiltrazioni mafiose: l’edilizia.

    Nel perseverante contesto di crisi economica, soprattutto nel nord Italia abbiamo assistito alla nascita di nuovi piccoli imprenditori edili che possono offrire denaro fresco (e sporco) al posto di, o in aiuto a, tradizionali protagonisti del settore che hanno problemi di liquidità. Gli esempi nostrani che citeremo non sono altro che la conferma di questa tendenza: gli imputati sono quasi tutti piccoli o medi imprenditori edili, fruttivendoli o piccoli commercianti. D’altronde è proprio a partire da un contesto simile che si sono iniziati ad accendere i grandi riflettori sulla ‘ndrangheta a Genova. «Era il luglio 2010 – ricorda il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria di Libera – quando, su ordine della DNA di Reggio Calabria, vennero arrestati a Genova Domenico Belcastro, imprenditore edile, e Domenico Gangemi, fruttivendolo di San Fruttuoso. È da qui che parte tutto, da queste due condanne per associazione mafiosa nell’ambito del maxi processo calabrese “Il Crimine”, che per la prima volta ci ha detto che la ‘ndrangheta, esattamente come Cosa Nostra, è un’associazione criminale unitaria, verticistica in cui è vero che le famiglie litigano, si fanno le faide, si ammazzano ma ogni anno si incontrano per risolvere le diatribe e spartirsi le zone di influenza. Fino ad allora, invece, si pensava che la ‘ndrangheta fosse costituita da ‘ndrine sparse e separate, ognuna con la propria vita». Belcastro e Gangemi vennero definiti esponenti di spicco della ‘ndrangheta a livello nazionale. «Addirittura – continua Traversa – il fruttivendolo di San Fruttuoso fu intercettato nel 2009 a colloquio con il super boss Mimmo Oppedisano, nell’agrumeto di Rosarno, mentre diceva la famosa frase “quello che c’era qui, in Calabria, lo abbiamo portato lì, in Liguria».

    Nella nostra Regione veniamo da decenni di costruzione e sovra-cementificazione i cui effetti nefasti, purtroppo, subiamo regolarmente ogni autunno. Ed è proprio nel settore dell’edilizia e degli appalti pubblici che, secondo numerose relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, la ‘ndrangheta – che tra le varie organizzazioni mafiose è quella che più si è insediata in Liguria – ha fissato il proprio core business assieme ad altre attività tipicamente e spiccatamente criminali, come il traffico di droga e di armi che rimangono comunque attività imprescindibili. «Le une attività illegali – spiega Luca Traversa – finanziano le altre, secondo un percorso piuttosto ricorrente: grazie ai traffici illeciti di droga e armi, all’estorsione e ad atre attività criminali, le mafie accumulano grandi quantità di denari che devono essere ripuliti attraverso altre attività di facciata. E il settore principe attraverso cui effettuare questa operazione è proprio quello dell’edilizia, del movimento e degli appalti pubblici».

    Mafia ed edilizia: i casi più sospetti a Genova e in Liguria

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EA Genova, ad esempio, negli ultimi anni una società, ormai liquidata, e la sua famiglia proprietaria sono state piuttosto chiacchierate. Si tratta dell’Eco.Ge dei Mamone, per anni la realtà nettamente più importante nei grandi lavori di edilizia e movimento terra all’ombra della Lanterna e non solo. L’ex sindaco Marta Vincenzi, incalzata in un’intervista sul perché il Comune continuasse ad assegnare appalti a una ditta su cui pendevano grosse ombre, rispose che Eco.Ge era l’unica realtà genovese in possesso dei mezzi e degli strumenti per realizzare determinati lavori. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: nessun membro della famiglia Mamone è mai stato condannato per mafia; c’è chi ha subito condanne per corruzione, chi è sotto processo per gli appalti Amiu ma nulla a che vedere direttamente con la ‘ndrangheta. Quindi si tratta solo di voci popolari e un po’ sconsiderate? Non proprio secondo Luca Traversa: «Benché non sia di per sé un reato – racconta il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria – bisogna tenere presente che, secondo diverse relazioni della DIA, i Mamone sono sicuramente amici di esponenti mafiosi. Sono originari di Taurianova, cittadina calabrese, sede storica di alcune ‘ndrine». Ma, oltre le presunte amicizie ambigue, c’è di più. «L’ex prefetto di Genova Francesco Antonio Musolino – prosegue Traversa – a fine 2010 aveva fatto scattare un’interdittiva antimafia atipica nei confronti dell’Eco.Ge che, di fatto, ha sancito il declino degli affari per la ditta, messa successivamente in liquidazione nonostante fosse parecchio in attivo. Pur in assenza di un procedimento giudiziario vero e proprio per cui non vi erano le prove necessarie, il prefetto decise di mettere in guardia le stazioni appaltanti dai rischi che avrebbero potuto correre nel dare lavoro a una società molto “chiacchierata”. D’altronde, stiamo parlando di quello che all’epoca era nei fatti un monopolio per la bonifica degli impianti industriali, per i grandi cantieri edili e di somma urgenza della città: insomma, tutto il movimento terra principale di Genova passava per quei camion arancioni con la scritta Eco.Ge in bianco».

    Situazione non molto differente si è verificata a Savona, dove la società Scavo Ter dei fratelli Fotia ha subito un maxi sequestro di beni pari a 10 milioni di euro perché sospettata di riciclaggio di denaro sporco. «Stiamo parlando di una società – afferma l’esponente di Libera – che per anni vinceva praticamente tutti gli appalti edili del savonese con qualche punta anche fuori Regione: ogni qual volta c’era da scavare una buca o rifare una pavimentazione, i lavori venivano affidati alla Scavo Ter che, secondo relazioni investigative, è molto vicina ad ambienti ‘ndranghetisti calabresi. Attualmente la Scavo Ter è stata dissequestrata ma sono state messe sotto sequestro altre due aziende della famiglia Fotia, la Pdf e la Seleni, curiosamente nate dopo il sequestro dell’azienda madre e sempre nel settore del movimento terra».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippo-2Il cuore dell’infiltrazione ‘ndranghetista in Liguria si trova a Ponente. È dal Tribunale di Imperia, infatti, che il 7 ottobre 2014 arriva la prima sentenza di ‘ndrangheta nella storia giudiziaria della nostra Regione. Si tratta del primo grado del maxiprocesso “La Svolta”, proprio in questi giorni in Corte d’Appello a Genova, con cui, tra gli altri, viene condannato a 16 anni per associazione di tipo mafioso, reato 416 bis del codice penale, il boss Giuseppe Marcianò. In precedenza, in Liguria erano stati ipotizzati diversi reati simili soprattutto per gruppi calabresi ma mai si era arrivati a una condanna. «Stiamo parlando di un radicamento della ‘ndrangheta nel Ponente ligure a partire almeno dagli anni ‘80» ricorda Luca Traversa. «Lo stesso Giuseppe Marcianò compare già nelle carte del processo “Teardo” degli anni ’80 (vedi Era Superba 61) in cui veniva indicato come procacciatore di voti per l’ex presidente della Regione Liguria Alberto Teardo». Tornando alla condanna in primo grado per associazione mafiosa, stando alla visione dell’accusa che trova riscontro anche nella sentenza del Tribunale di Imperia, a Ventimiglia c’era una cooperativa sociale di tipo B, quindi nata per facilitare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, che prendeva molti lavori dal Comune, spesso con affidamenti diretti e non sempre in maniera regolare: in particolare, sono stati contestati il rifacimento di due marciapiedi e la copertura del mercato comunale. Questa cooperativa, chiamata Marvon, era in mano alla ‘ndrangheta. «Come è emerso da un’intercettazione – ricostruisce i fatti il nostro interlocutore – il nome della ditta altro non è che un acronimo di Marcianò Allavena Roldi Vincenzo Omar Nunzio: cognomi e nomi di tre soggetti tutti condannati in primo grado per 416 bis. Nello stesso processo – continua Traversa – gli amministratori che hanno dato gli appalti, l’ex sindaco Scullino e il city manager Prestileo, sono stati accusati di abuso d’ufficio e di concorso esterno in associazione mafiosa ma sono stati assolti perché non ci sono le prove della loro consapevolezza che la Marvon fosse in odore di mafia. Il fatto però rimane: almeno tre lavori sono stati assegnati direttamente a una cooperativa in mano alla ‘ndrangheta. La formula assolutoria, infatti, non è “perché il fatto non sussiste” ma “perché il fatto non costituisce reato”. Siamo, dunque, in mancanza di dolo, dell’elemento soggettivo di voler esplicitamente favorire la ‘ndrangheta, ma il fatto sussiste, eccome».

    ‘Ndrangheta e piccoli appalti

    lavori-cantiereAttenzione, quindi, a pensare che alla ‘ndrangheta interessi fare solo il grosso business. Tutt’altro. Come ama sottolineare Nando Dalla Chiesa, è vero che la ‘ndrangheta si muove anche su palcoscenici di grande livello ma non ha per nulla abbandonato la cura e l’interesse per le piccole realtà di paese. Anzi, a ben vedere la storia delle inchieste di mafia, si nota una vera e propria predilezione per il piccolo, come ci ricorda Luca Traversa: «I grossi annidamenti di ‘ndrangheta si trovano in piccole città: in Liguria a Ventimiglia e Bordighera, in Piemonte nell’hinterland torinese (Leynì, Rivarolo Canavese, Moncalieri, Nichelino), in Lombardia nell’hinterland milanese (Buccinasco, Pioltello, Cesano Boscone). Non bisogna pensare la ‘ndrangheta moderna per forza in giacca e cravatta a trattare di finanza. C’è anche quello ma c’è soprattutto ancora una ‘ndrangheta che si muove nel piccolo e si interessa dei piccoli lavori urbani: a Ventimiglia, la Marvon trattava lavori da 30 mila euro». Ma l’esempio più lampante del nord Italia lo troviamo a Buccinasco, nella Città Metropolitana di Milano, che si è guadagnato l’appellativo di Platì del nord: «Qui – racconta Traversa – dalle relazioni della DDA di Milano sappiamo che si sono stabilite intere generazioni di ‘ndranghetisti che si occupano proprio di smaltimento terra, lavori edili, smaltimento di rifiuti e un po’ di imprenditoria immobiliare: tutti lavori su scala ridotta, all’interno di un Comune che non conta neanche 30 mila abitanti».

    Perché questa predilezione per il piccolo? La risposta è molto semplice e si può sintetizzare con il concetto di controllo del territorio. «Intanto – spiega l’esperto – in una piccola realtà se condizioni poche centinaia di voti, puoi quasi vincere le elezioni e, se vinci le elezioni, conquisti tutti gli appalti pubblici che vuoi. Secondo, in una città piccola spesso mancano gli anticorpi, i baluardi di civismo e socialità positiva: non c’è Università, le forze di polizia sono pochissime, i cittadini hanno meno possibilità di aggregarsi in attività positive. C’è meno denuncia da parte della società e l’attenzione dei media è generalmente scadente, quantomeno nell’ordinario. La ‘ndrangheta, per quanto stia vivendo una mutazione genetica dai sequestri di persona e violenza feroce a uno stile di vita più sommerso, mimetico, non ha mai perso la propria caratteristica fondamentale che è proprio il controllo del territorio, ovvero avere in mano la popolazione sia quando si tratta di fare un favore dando un servizio che l’istituzione pubblica non è in grado di dare, sia quando si tratta di controllare il voto».

    Per tornare a esempi liguri, nelle carte del processo “La Svolta” si legge che al ristorante “Le Volte” di Ventimiglia, di proprietà di Giuseppe Marcianò, si assiste a una processione di imprenditori, politici, cittadini comuni che vanno a chiedere favori. «Questo è esattamente il controllo del territorio – sottolinea Traversa – che, viene da sé, è più facilmente realizzabile in realtà limitate e, come diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, potrà terminare solo quando lo Stato riuscirà a dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favori. È proprio qui la chiave di volta: nel momento in cui lo Stato non è in grado di tutelare i diritti delle persone, queste organizzazioni criminali assolvono alle stesse esigenze tramite il meccanismo del favore, che poi diventa ricatto, soggezione e controllo. E funziona molto di più nelle realtà che non hanno i riflettori puntati addosso. A Genova sarebbe difficile da realizzare dal punto di vista “fisico”: è quasi impossibile controllare direttamente 600 mila persone, ma anche solo 300 mila; tutt’al più, come accade nei fatti, puoi controllare singole attività o interi quartieri (Maddalena, Rivarolo, Certosa)».

    Un altro grande vantaggio del manovrare all’interno delle piccole realtà è la minor presenza di controlli. Come accorgersi, ad esempio, che la ditta che mi sta ristrutturando casa è in odore di mafia? Secondo Luca Traversa esistono alcuni segnali sentinella: «Se è vero che gran parte degli esponenti legati alla ‘ndrangheta fanno gli imprenditori edili anche di piccole dimensioni (lo stesso Domenico Belcastro, arrestato nel 2010, non era uno che si occupava di grandi appalti pubblici ma, probabilmente, avrà ristrutturato moltissime case genovesi), è altrettanto vero che spesso queste ditte lavorano in maniera scadente, con materiali di scarsa qualità pur non avendo problemi economici perché soldi da far girare ne hanno sempre. Nel momento in cui dovessimo affrontare lavori di edilizia privata, dovremmo provare a ricostruire un po’ la storia delle aziende a cui ci rivolgiamo, anche attraverso una semplice visura camerale».
    Ci sono, poi, altri due consigli che Traversa si sente di dare ai semplici cittadini, non solo quelli alle prese con lavori edili. «Il primo, un po’ banale, parte dalla definizione di mafia: la mafia è cultura del privilegio e della prevaricazione. Quindi dobbiamo evitare nelle nostre vite e nelle situazioni quotidiane dinamiche di privilegio e prevaricazione. Ad esempio, nella scelta di una pizzeria, di un negozio o di una trattoria, boicottiamo realtà in odore di mafia. Sarà banale ma al sud ha cambiato la realtà di molti paesi: le cose si cambiano mettendo nell’angolo chi cerca di inquinare l’economia pulita».
    E poi c’è il capitolo informazione e azione. «Credo che in capo a ogni cittadino incomba un onere di informazione. Oggi quasi tutti possono disporre degli strumenti per comprendere certe dinamiche, approfondire certi fenomeni. Conoscere il fenomeno è il primo modo per poterlo combattere: ormai il fenomeno mafioso è stato studiato, analizzato, descritto in ogni sua forma e non è così impossibile avvertirne i sintomi, cogliere i campanelli di allarme in varie situazioni della vita. Le piccole realtà mafiose spesso vanno a incidere sulla nostra vita in modo molto più concreto di quanto si possa pensare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gabriele Serpe, “lascio la direzione di Era Superba”: esce l’ultimo numero della rivista

    Gabriele Serpe, “lascio la direzione di Era Superba”: esce l’ultimo numero della rivista

    era-superba-62-ultimo-numeroCari lettori di Era Superba, questo editoriale ha per chi scrive un sapore agrodolce. Dopo otto anni lunghi e intensi, siamo giunti alla fine di un percorso. Ho deciso di fare un passo indietro, lascio la direzione della testata che ho creato e cresciuto insieme ai miei compagni di viaggio Manuela Stella, Marco Brancato, Annalisa Serpe e, nei primi anni di vita, Andrea Vagni e Enrico Scaruffi. A tutti loro va la mia più sincera gratitudine.

    Con il numero in uscita (62) si interrompe la pubblicazione della rivista cartacea, ma siamo al lavoro in questi giorni perché Era Superba non finisca qui, non finisca con noi. Vorremmo – sotto la guida di un nuovo direttore – che il lavoro della redazione proseguisse sulle pagine di questo sito, in costante crescita dall’apertura nel 2011 e, adesso, pronto ad ampliarsi e imporsi ancora di più come voce indipendente e onesta nel panorama dell’informazione locale. Staremo a vedere come si evolverà la situazione e ovviamente vi aggiorneremo sul futuro.

    In quanto a me, voglio strappare con il “sistema di sopravvivenza” che ho imparato a memoria in 31 anni di vita, l’unico che conosco, convinto che altri siano possibili e più vicini ai miei bisogni. Non sono mai riuscito nell’impresa di accettare un’esistenza fondata sullo stipendio e sull’impiego come unico mezzo per soddisfare i bisogni primari dell’essere umano: mangiare, bere e dormire. Un mezzo, lo stipendio, che costa più di un terzo di giornata, l’altro terzo si dorme: quel che rimane non basta. Con lo stipendio si mangia, si beve, si dorme, ovvero supermercati e affitto/mutuo: quel che rimane non basta. Ne vale la pena? Secondo me no.

    Così vado dove un tetto in affitto costa cifre più umane, dove posso occuparmi della terra per procurarmi da solo il cibo e quel poco denaro necessario a pagare l’affitto. Stop. Un primo passo, che avevo necessità di fare. Non so quanto durerà e dove mi porterà in futuro questa scelta, ma al momento conta poco, l’importante è muoversi verso un qualcosa che possa con il tempo assomigliare sempre di più alla parola delle parole, quella che non ha definizioni valide nel dizionario, ma di cui ogni arte è pervasa e a cui ogni uomo tende, per natura, nel proprio inconscio. Libero da chi? Libero da che cosa? Staremo a vedere, confesso che in un angolo dell’anima sogno un “lavori in corso” lungo una vita intera. Come ho sempre fatto, in qualche modo ve ne renderò conto, se avrete voglia di leggermi o di ascoltarmi.

    Con affetto,
    Gabriele Serpe