Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa all’Italia: chi decide è la Banca Centrale Europea

    L’Europa non è un soggetto politico, ma economico. Ciò significa, in pratica, che le decisioni sono prese dalla BCE per motivazioni economiche e non dai politici europei per motivazioni sociali. Senza contare che entrambi i soggetti sono già ostaggio di banche private a rischio di fallimento e altri potentati.

    E’ da qui che si spiega la lettera di Trichet e Draghi all’Italia. C’è un’esasperata tensione economica che pervade il continente e l’ansia di tranquillizzare i mercati spinge organismi che si dovrebbero occupare di altro ad interferire persino con la sovranità interna di uno Stato.

    Certo, qualche giustificazione sta nell’inadeguatezza e nel dilettantismo del nostro (ormai ex) governo. Ma resta il fatto che la BCE non può permettersi di chiedere ad uno Stato di eludere ogni ragionamento politico. Possiamo forse accettare che l’Europa imponga ai nostri conti un saldo finale. Ma non possiamo accettare che ci venga detto come ottenerlo. Perché l’allocazione delle risorse è un problema politico.

    In ultima analisi, spetta a noi cittadini interrogarci e decidere cosa e dove tagliare, se e come intervenire. Siamo d’accordo che, volente o nolente, oggi l’Italia debba controllare i propri conti e reperire in fretta dei capitali per finanziarsi. Ma non è necessario passare per forza attraverso la riduzione degli stipendi, i licenziamenti agevolati, lo slittamento a 67 anni delle pensioni di vecchiaia, il taglio selvaggio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse.

    O meglio, un po’ di queste misure sono inevitabili: tutte insieme no. Perché l’Italia, per fortuna o per sfortuna, ha tanti sprechi, tanti costi inutili, tante riforme ancora da fare e una ricchezza privata consistente. Ciò significa che si potrebbero recuperare tanti soldi, ad esempio, tagliando i costi della politica, abolendo le provincie, combattendo l’evasione fiscale, tassando le transazioni e le rendite finanziarie, contrastando la corruzione (che ci costa 60 miliardi l’anno e fa lievitare i costi delle opere pubbliche) e colpendo le mafie (che fatturano ogni anno 150 miliardi in nero).

    Per reperire soldi subito si potrebbe fare una bella patrimoniale: secondo Massimo Mucchetti, potrebbe toccare solo il 20% della popolazione più ricca, senza sortire l’effetto di frenare la crescita. Poi, certo, come “intima” la BCE, si può e si devono fare anche le liberalizzazioni, la lotta ai monopoli privati e la vendita del patrimonio pubblico. Ma perché ad esempio insistere sulle infrastrutture? Almeno su certe infrastrutture, tipo la TAV? Costerà almeno 14 miliardi (di soldi nostri) e servirà per spedire rape e ravanelli da Lisbona a Kiev. Come mai mettiamo in discussione il ponte sullo stretto (per fortuna…), ma né la politica italiana né la BCE hanno pensato che i 14 miliardi della TAV potessero essere destinati ad altro?

    E le varie guerre di altri che, camuffate con distingui teorici e bizantinismi, continuiamo ad appoggiare in giro per il mondo in spregio alla Costituzione? Non si potrebbero ridurre un po’ i 23 miliardi che, secondo l’inchiesta di Paolicelli e Vignarca, se ne sono andati in spese militari solo l’anno scorso?

    Magari così facendo potremmo far saltare fuori quei 250 miseri milioni che, come ha scritto il Corriere giusto ieri, mancano all’appello per completare un intervento di priorità nazionale sul letto del Bisagno che, da 41 anni ad oggi, ancora non è stato ultimato, ma che di danni e di morti continua a farne…

    Andrea Giannini

  • Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Modello 730L’evasione fiscale ci costa 120 miliardi l’anno. La stima (prudenziale) è quella fatta da Nunzia Penelope nel libro Soldi Rubati (2011, Ponte alle Grazie). E appare assolutamente realistica, perché basata su stime di organi pubblici come la Corte dei Conti.

    D’altra parte, che non si tratti di un numero campato in aria, lo si capisce considerando che solo con l’ultimo condono sono stati rimpatriati 100 miliardi di capitali (dai quali, per inciso, lo Stato ha ricavato la miseria del 5%). Per dare un metro di paragone, in base a quello che è scritto nella lettera che Berlusconi ha portato a Bruxelles la scorsa settimana, l’effetto correttivo sui bilanci pubblici di tutti gli interventi “lacrime a sangue” presi dal Parlamento quest’estate sarà pari, da qui al 2014, a 60 miliardi di euro.

    Il che vale a dire che basterebbe non sconfiggere, ma dimezzare l’evasione fiscale per risparmiarci gran parte dei sacrifici che il dissesto dei conti pubblici, la crisi economica e la speculazione internazionale ha reso necessari. Tant’è vero che il governo ha cominciato a battere sul tasto del recupero dell’evasione come leva per il risanamento. Peccato però che non si possa fare molto affidamento su un incasso virtuale. E’ come per quelle società che mettono a bilancio, in attivo, i crediti non recuperati: sono soldi dovuti, è vero, ma non sono a disposizione (e chissà mai se lo saranno).

    Infatti l’Europa ci ha avvertito che non si fida di quelle che, allo stato attuale, rischiano di essere promesse che non si possono mantenere. Combattere l’evasione non è facile. In particolar modo in Italia. Per quale motivo? Si potrebbe cominciare dicendo che un premier imputato più volte per reati fiscali potrebbe avere qualche remora a inasprire le leggi contro i reati fiscali. Se poi questo stesso premier, a parole, legittima l’evasione, quando la tassazione agli occhi del contribuente appare troppo alta, è chiaro che poi passano messaggi poco proficui. Ma dare la colpa di tutto a Berlusconi sarebbe un errore.

    I grandi evasori si sentono tutelati grazie a leggi “benevole” fatte da governi di destra e di sinistra. E non ci sono solo i grandi evasori: il partito di chi non paga le tasse è trasversale. Sappiamo tutti che a non fare lo scontrino o a non rilasciare le ricevute sono un po’ tutte le categorie di commercianti e liberi professionisti. Solo il lavoratore dipendente non evade (ma unicamente perché non può, dato che le tasse gli sono detratte direttamente in busta paga).

    Arriviamo così al nodo del problema: uno stato di illegalità diffusa che coinvolge un po’ tutti e che costringe i politici che vogliano mantenersi la poltrona a non calcare troppo la mano contro l’evasione fiscale. Come siamo arrivati a questo?

    Con le soluzioni all’italiana, ossia tollerando l’evasione come ammortizzatore sociale. Le tasse sono alte, è vero, ma tanto si da per scontato che nessuno, grande o piccolo che sia, si mette a pagare tutto. E comunque l’economia va abbastanza bene, lo Stato si indebita ma riesce a fare un minimo di spesa sociale e tutti riescono più o meno ad adattarsi.

    Ma poi arriva la crisi. Ci si accorge che i conti non sono poi così in ordine e finanziare il debito costa sempre di più. Qualcuno comincia addirittura a paventare il rischio di insolvenza. Allora si taglia prima di tutto la spesa pubblica (cioè i servizi e gli incentivi). Poi si aumentano le tasse (più o meno occultamente). Ma fino a un certo punto.

    Come ha scritto una volta Michele Boldrin su Il Fatto Quotidiano, se prendiamo il PIL italiano, scorporiamo la stima del lavoro nero che non è tassato (il 12,5% secondo i conti dell’economista) e lo dividiamo per quello che incassa lo Stato, otteniamo una percentuale che registra la nostra pressione fiscale come la più alta del mondo! Superiamo persino quella dei paesi scandinavi, dove però ci sono servizi pubblici di altissima qualità.

    Morale: dato che le tasse sono già altissime, se non si vuole deprimere completamente l’economia, per fare cassa bisogna trovare altre soluzioni. Arriviamo così all’ultima novità: toccare il costoso sistema pensionistico. L’evasione invece, che ci costa forse anche di più, al di là degli spot, non si tocca: si scontenterebbe troppa gente.

    La nostra debole politica si può permettere di colpire solo le categorie più deboli, oppure di scaricare i sacrifici sulle spalle dei cittadini nel modo più ampio e indiscriminato. Perché gli Italiani sono l’unica categoria che non è abbastanza compatta per organizzare una protesta coerente.

    E’ così che siamo finiti in un tunnel da cui non sappiamo come uscire. Certo, ci sarebbe sempre la via più semplice: prendere provvedimenti che non abbiano a che fare con il calcolo elettoralistico di accontentare o di scontentare qualcuno, ma con la giustizia. Tanto per fare un esempio, si potrebbero colpire i privilegi indebiti, i comportamenti illegali e le inefficienze costose. Basterebbe appellarsi all’equità e dire: dobbiamo fare questo e questo non perché è conveniente per qualcuno, ma semplicemente perché è giusto. Peccato che quando l’illegalità è la regola, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non si distinguono più.

    Andrea Giannini

  • La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    GheddafiPerché l’opinione pubblica sente l’esigenza di “condannare”? Qual’è il senso della “condanna” espressa su tv e giornali da forze politiche ed opinionisti? Che esigenza abbiamo di definire ciò che è male? Siamo forse un dio che deve dividere i buoni dai cattivi?

    Giovedì, ad esempio, muore Gheddafi. C’era bisogno di dire che è morto in un modo che non si augura a nessuno? C’è qualcuno che non s’era accorto dell’atrocità della cosa? C’è forse il rischio di un qualche emulo esaltato? E allora perché aggiungere all’ovvio un biasimo ipocrita?

    Invece che domandarsi se la frettolosa morte del Raìs non sia servita alle diplomazie occidentali per evitare un processo, magari a porte aperte, dove sarebbero potuti spuntare fuori imbarazzanti scheletri nell’armadio, l’opinione pubblica si affretta a “condannare”.

    Mi chiedo che titolo abbiamo noi occidentali, e in particolare noi Italiani, di giudicare. Forse che noi ci siamo comportati meglio con i nostri dittatori? Non abbiamo fatto scempio anche noi del cadavere di Mussolini? Ci siamo già dimenticati dei calci, dei proiettili, degli ortaggi che non i militari, ma la popolazione, “brava gente”, ha scagliato contro una salma senza vita? Ci siamo dimenticati che ci fu chi urinò sul cadavere dell’incolpevole Claretta Petacci, la quale venne poi appesa a testa in giù senza mutande, prima che un parroco non avesse il pudore di fermarle la gonna con una cintura?

    Probabilmente oggi, dal nostro comodo punto di vista, ci farebbe piacere dimenticare il passato e immaginare una realtà più pulita. Peccato che le cose non stiano così. Non si scopre oggi che la guerra genera mostri. E’ odio, rancore, desiderio di vendetta, di annichilimento del nemico. E’ questo che abbiamo voluto e promosso in Libia, da Sarkozy fino allo stesso Napolitano: abbiamo voluto che i Libici si uccidessero tra di loro. Cos’altro ci potevamo aspettare? Morire sotto una bomba, ustionati dentro un cingolato o massacrati da una folla inferocita è davvero tanto meglio rispetto a quello che è capitato a Gheddafi? Quanti soldati lealisti caduti in mano nemica sono morti, non ripresi dalle telecamere, in modo persino peggiore del Colonnello? Quanti ribelli torturati a morte nelle prigioni di Tripoli? Eppure sono queste le cose che sono andate in scena fino a ieri: violenze e barbarie, che hanno chiamato altre violenze e altre barbarie. Fino all’epilogo di giovedì.

    E ora ci vogliamo arrogare il diritto di tagliare con la spada i massacri giusti da quelli sbagliati? Una spirale d’odio e di sangue è una macchina che non si ferma a comando. Capisco che la diplomazia internazionale viva anche di queste ipocrisie. Ma l’opinione pubblica non può lavarsi la coscienza così facilmente. La guerra di liberazione era davvero giusta? Andava davvero appoggiata con l’aviazione della NATO?

    Beh, allora anche la fine di Gheddafi fa parte di quello che abbiamo appoggiato. E’ la guerra, bellezza: si prende tutto il pacchetto. Ed è per questo motivo che suscita tanto orrore.

    Andrea Giannini