Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Guai a parlar male della “Mito”: la Rai condannata a pagare 7 mln a Fiat

    Alfa MitoPremetto che le automobili Fiat sono le migliori sul mercato. Per prestazioni e consumi sono nettamente superiori a Wolkswagen, BMW, Porsche, Lotus, Rolls-Royce e persino Ferrari. Gli optionals sono fantascientifici e le linee accattivanti. Sia lodato Marchionne; e sempre sia lodato. Scusate la premessa, ma d’oggi in poi, quando si vorrà dire o scrivere qualcosa al riguardo della Fiat, bisognerà attestarsi su questi toni. Le critiche sono abolite per legge.

    Questo infatti ha stabilito il Tribunale di Torino, condannando in primo grado la RAI e il giornalista Corrado Formigli (oggi conduttore di Piazza Pulita su LA7, ma all’epoca inviato di Annozero) a risarcire la Fiat. La somma? Una cosetta da niente, una cifra quasi simbolica: 7 milioni di euro. Si, avete capito bene: 7.000.000 €. E cosa avrebbero fatto la RAI e Formigli? Sequestrato e torturato Lapo Elkann? Appiccato le fiamme allo stabilimento di Pomigliano? Molto peggio: hanno mandato in onda un servizio dove si diceva che la Mito ha prestazioni inferiori a quelle di due vetture straniere concorrenti. E siccome i periti del tribunale hanno stabilito che questo non è vero e che Formigli avrebbe volutamente riportato dei risultati sbagliati di un test su strada, per questo motivo ora deve risarcire, nell’ordine, un danno patrimoniale (cioè perdite materiali subite dalla Fiat) di 1 milione e 750 mila euro, più un danno non patrimoniale (cioè morale e d’immagine) di 5 milioni e 250 mila euro.

    Tutto questo in un paese dove, come ha ricordato la Gabanelli sul Corriere, un risarcimento per “perdita parentale” (cioè la morte di un figlio o di un marito) si liquida con un tetto massimo di 308.700 euro (l’ha stabilito il Tribunale civile di Milano). Ma ciò che è più incredibile, in tutta questa vicenda, è il fatto che tantissime persone si sono scatenate sul web plaudendo la sentenza, gioendo e sfogandosi contro i giornalisti dell’ex-staff di Annozero, additati come faziosi ed irresponsabili. Commenti come “godo!”, “la prossima volta si preoccupi di dire la verità”, “così imparano a dare contro al Made in Italy”, “la legge vale per tutti”, “dicono sempre che bisogna rispettare le sentenze, ora lo facciano anche loro” mi hanno davvero stupito, perché sono apparsi con straordinaria frequenza su siti e blog di diversa estrazione politica.

    Sembra che la gente non si sia resa conto di che cosa stiamo parlando e quale sia il punto della questione. Ovviamente tutti sono liberi di pensare che Santoro, Travaglio e compagnia bella siano giornalisti faziosi e antipatici. Ma la libertà di espressione e di critica, che questa sentenza finirà per limitare fortemente, garantisce a chiunque non ami questo tipo di informazione di cercarsene un’altra. In Italia, tra l’altro, l’informazione televisiva è monopolizzata dalla politica e in primis dalla persona di Berlusconi, che ha grande potere di veto su 5 emittenti nazionali su 7.

    La carta stampata, poi, dipende sia dai finanziamenti pubblici (e quindi dalla politica), sia dai gruppi di potere finanziario-industriali (tra cui spicca certamente anche la Fiat). Per questo è proprio chi non ama Formigli e Santoro ad avere la più ampia offerta informativa a cui rifarsi e, pertanto, a non avere motivo di sfogare il proprio livore su internet. Un altro discorso è essere del parere che la sentenza restituisca lo scarso valore professionale dei giornalisti che stavano ad Annozero: ma non si può essere contenti per la punizione che ha subito Formigli. L’idea che chi esprima un’opinione scorretta, un’idea sbagliata, un dato scientifico o di cronaca falso debba essere “punito” rivela – e mi spiace dirlo, perché non amo affibbiare questo aggettivo a destra e a manca – una concezione fascista dell’informazione.

    E’ la professionalità che dovrebbe uscirne compromessa, non la vita. Alle falsità si contrappongono le verità, non punizioni esemplari e pene severe; per l’ovvio motivo filosofico, storico e politico che, anche se la Verità esiste sicuramente, trovarla non è affatto scontato, mentre è proprio in nome di questa che si sono fatti i peggiori massacri della storia. Nemmeno la verità cosiddetta “scientifica” o “tecnica” è immune da errori. Ogni volta che in un tribunale un perito nominato da una parte stila una perizia, chissà come mai questa è quasi sempre favorevole alla parte che l’ha commissionata.

    Ci vuole poco a portare la “scienza” dove si vuole che vada. Negli anni ’30 non solo in Germania, ma trasversalmente nell’opinione pubblica di molti paesi democratici erano diffuse convinzioni razziste ed eugenetiche, che solo oggi riconosciamo come “pseudo-scientifiche”, sulle quali all’epoca attecchì il nazismo. Dovremmo metterci in testa che è più igienica una società dove si permette a chiunque di esprimere la propria opinione, anche se scorretta e pericolosa, che una società dove si pretende di dividere i buoni dai cattivi in nome di una qualsiasi concezione di Verità.

    Ma al di là dei massimi sistemi, nel caso in questione è evidente che la presunta falsità del servizio di Formigli c’entra poco. E anche il danno commerciale arrecato alla Fiat centra poco, visto che la casa di Torino ha già detto che devolverà l’intera cifra in beneficenza. La cosa, infatti, è piuttosto strana: se mi sfasciano la macchina e l’assicurazione mi ripaga, non do i soldi in beneficenza, ma mi faccio riparare l’auto o me ne compro un’altra. Se i soldi non sono un problema, è evidente che alla Fiat interessava solo la questione di principio. E il principio è questo: non osate attaccarci o potreste ritrovarvi a pagare milioni.

    Chi pensa che, anche dopo questa sentenza, si possa ancora criticare una grande industria semplicemente dicendo la verità, commette un grosso peccato d’ingenuità. D’ora in poi ogni giornalista sa che, se tocca gli interessi commerciali di un gruppo che può pagarsi ottimi legali, in caso di errore ha davanti a sé la prospettiva di dover pagare milioni di danni. Quindi ricontrollerà mille volte prima di fare il servizio; e, a meno di non essere più che sicuro, nel dubbio preferirà evitare. E se per caso sarà davvero sicuro, sarà il suo editore a dissuaderlo per non prendersi il rischio della sanzione: può sempre succedere, infatti, che si perda pur avendo ragione, perché un grande gruppo è molto influente e perché gli errori giudiziari ci possono essere anche nei paesi più evoluti del mondo.

    Chi vorrà correre il rischio di rovinarsi la vita per fare l’eroe dell’informazione libera? Sarà più comodo adattarsi a spargere l’incenso. Si pensi alle trasmissioni che si sono occupate delle radiazioni dei telefonini o delle fabbriche che inquinano: cifre e numeri sono sempre contestati e contestabili. Pertanto chiunque voglia addentrarsi in argomenti simili dovrà tenere presente che potrà essere citato per danni milionari.

    E’ del tutto evidente che questo frenerà i giornalisti e ci consegnerà allo strapotere degli interessi commerciali delle grandi industrie. E se i loro prodotti saranno dannosi, tanto peggio per noi, che lo scopriremo solo consumandoli e subendone gli effetti. Eppure la faziosità di Formigli è tutta da dimostrare. La perizia, infatti, è stata affidata ad un collegio di esperti composto dall’attuale ministro Francesco Profumo, dal professor Federico Cheli e dal professor Salvio Vicari. Tutti e tre, per ricerca o per lavoro, hanno usufruito in passato di finanziamenti o hanno avuto legami riconducibili al gruppo Fiat.

    Ma la sentenza, oltre che dannosa e discutibile, è anche ridicola. Si vuole sostenere che la gente spenda 15.000 euro per un auto, senza andare dal concessionario, ma guardando Annozero. Si vuole sostenere che la Fiat abbia bisogno di una riparazione per il danno d’immagine, come se questa non spendesse già ogni giorno vagonate di euro per occupare TV, giornali, radio e internet con le sue pubblicità; come se non si potesse pagare testimonial del calibro di Giovanni Allevi, Chiambretti, Luca e Paolo; come se Formigli non fosse stato disponibile ad ospitare in trasmissione un incaricato del gruppo Fiat per dare il suo punto di vista. La sproporzione della punizione è evidente: bastava imporre una puntata di riparazione in cui alla Fiat fosse concesso di contestare le tesi di Formigli e sarebbe già stato tanto. Questo canovaccio era già andati in onda con Tremonti su Report e con Maroni a Vieni via con me. Quanti altri giornalisti, poi, sono stati già sanzionati in passato per errori commessi in odore di partigianeria? Basti pensare a Minzolini con Berlusconi “assolto” anziché “prescritto”, oppure a Feltri con le infondate accuse a Boffo. Qual’è la differenza rispetto a questi esempi?

    Che non c’era dietro una grande industria come la Fiat interessata non tanto alla riparazione del danno subito, che si fatica a vedere, quanto a “colpirne uno per educarne cento”. Chi ha un abbonamento a Sky sa benissimo che c’è una trasmissione britannica, Top Gear, dove si dice peste e corna di certi modelli di auto. Saranno proprio tutte corrette le valutazioni dei conduttori? C’è da dubitarne. Ma a quanto si sa nessuno ha mai citato in tribunale nessuno. Due paesi, due misure di civiltà.

     

    Andrea Giannini

  • Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio TremontiQualcuno deve aver letto a Santoro il mio intervento di qualche settimana fa, perché giovedì la trasmissione “Servizio Pubblico” è andata decisamente incontro alle critiche che avevo sollevato sul programma. A parte la battuta, l’ultima puntata è stata decisamente più interessante delle precedenti. Il tema, le regole della finanza e il rapporto con la politica, è decisamente d’attualità; le analisi e gli approfondimenti, pur nei limiti del dibattito televisivo, non erano privi di una certa pregnanza; in studio erano presenti giornalisti prestigiosi, come Mentana e Mieli, l’ottimo Gianni Dragoni, il solito Travaglio e diversi invitati che, pur da prospettive talvolta opposte, non per questo hanno lesinato spunti interessanti, come il leader dei no global Luca Casarini o il giovane ricercatore di Oxford Emanuele Ferragina.

    Era presente, a dire il vero, anche un politico. Eppure Giulio Tremonti, per il ruolo di governo che ha ricoperto fino a ieri e le particolari tesi espresse, è uno di quei politici il cui parere si ascolta sempre con un certo interesse. Intendiamoci: io non sono affatto un fan di Tremonti. Nonostante i giudizi positivi che riscuote un po’ in tutti gli schieramenti politici, da destra a sinistra, io sono del parere che questo tributarista di Sondrio come economista sia decisamente sopravvalutato: lo trovo fastidiosamente supponente, penso che sia direttamente responsabile di diversi obbrobri legislativi (vedi scudo fiscale) e, soprattutto, che si compiaccia di esprimersi attraverso metafore oracolari e profetiche, senza però che dietro a queste si nasconda una particolare profondità di analisi.

    Detto questo, si tratta comunque di un personaggio che, inspiegabilmente, emana un discreto fascino intellettuale: sarà per la bellissima imitazione di Corrado Guzzanti; sarà per la folle ebrezza che ci pervade al pensiero che questo simpatico mitomane autoproclamatosi erede di Quintino Sella sia stato per tre diversi mandati l’autorità più alta per l’economia italiana; o forse sarà per lo sguardo inespressivo, gli occhiali anni ’70 e l’irresistibile erre moscia. Come che sia, l’altra sera molte persone, compreso il sottoscritto, sono rimasti ad ascoltarlo mentre ripercorreva cattedratico la storia del mondo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale fino ai giorni nostri.

    Secondo Tremonti nei primi anni ’90, con la fine del comunismo, la caduta dell’Unione Sovietica alla spalle e la nuova organizzazione del commercio mondiale (il WTO), il mondo è cambiato fino a produrre una globalizzazione che ha generato ricchezza da alcune parti, ma anche povertà in molte altre, mentre la finanza usciva fuori da ogni controllo. Il punto di svolta, secondo Tremonti, è la caduta del muro di Berlino. E non ci vuole un ministro dell’economia per dirlo: basta uno studente di liceo. Non c’è dubbio che si tratti dell’evento più importante per la storia contemporanea; il momento che costituisce, anche simbolicamente, lo spartiacque tra un dopoguerra dominato da due potenze e due ideologie e un “dopo”, in cui ci troviamo tuttora, che ancora non abbiamo capito bene cosa debba essere.

    Tremonti rileva ciò che è ovvio, ma ha comunque ragione a incentrare l’attenzione sui cambiamenti avvenuti tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Certo è che il mondo prima del 1989 poteva ancora essere declinato secondo due schemi alternativi: da una parte il capitalismo statunitense e i paesi NATO, basati sulla libera iniziativa economica; dall’altra il comunismo russo e i paesi del patto di Varsavia, la cui economia era organizzata e pianificata direttamente dallo Stato, cioè dai funzionari del partito comunista al potere, con lo scopo (teorico) di livellare le ineguaglianze sociali. Il fatto che il comunismo così concepito sia fallito da un giorno all’altro, ha finito per ingenerare la convinzione che il capitalismo fosse la risposta.

    Ad esempio, scrive Paul Krugmann (nobel per l’economia nel 2008) che dal 1989-91 in avanti: «il nocciolo del socialismo non rappresenta più un’opposizione al capitalismo. Per la prima volta dopo il 1917 viviamo dunque in un mondo in cui i diritti alla proprietà e al libero mercato sono considerati principi fondamentali, non più cinici espedienti» (Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Milano, Garzanti, 2009).

    Ed in effetti in precedenza, persino nell’Italia alleata degli Stati Uniti, un minimo di richiamo al socialismo, o almeno a misure sociali, era d’obbligo, se non si voleva passare per egoisti che pensano solo all’arricchimento personale. Ma negli anni ’90 questi freni si sono definitivamente sciolti, e il modello dello yuppie anni ’80 dalla commedia di Jerry Calà e Christian De Sica è passato a paradigma della realtà. Ancora oggi è difficile riuscire a valutare l’impatto causato dalla fine del comunismo, cioè di un’opzione considerata seria e realistica per tutto il ‘900; ma è chiaro che il cambiamento, soprattutto da un punto di vista culturale e psicologico, è stato enorme.

    E’ abbastanza evidente, ad esempio, che la vittoria del capitalismo è stata un’ubriacatura che ha fatto passare in secondo piano i suoi eccessi. Tant’è che oggi, con la crisi del capitalismo globale, tantissimi economisti – persino lo stesso Tremonti – riscoprono Marx. Eppure quello che la crisi avrebbe dovuto insegnarci non è tanto che il comunismo non aveva tutti i torti, quanto piuttosto che si fanno danni a voler operare nella realtà con il paraocchi di un’ideologia considerata vincente. In Italia, in particolar modo, siamo maestri nell’andare dove tira il vento: cosa che non facciamo per cinismo, ma per un naturale istinto di sopravvivenza, forgiato in secoli di dominazioni straniere, da cui discende che l’opzione più igienica è sempre quella di salire sul carro dei vincitori. Fascisti sotto il fascismo, partigiani nel dopoguerra, democristiani nel boom economico, “tangentari” sotto Tangentopoli, “anti-tangentari” e “berlusconiani” sotto Berlusconi, “tecnici” sotto Monti: gli Italiani fiutano l’aria che tira e cambiano in modo repentino, con una capacità di adattamento straordinaria.

    Questa ricostruzione, a dire il vero, sarebbe ingenerosa, se non tenesse conto delle vaste minoranze che resistono nelle loro posizioni e non si piegano all’andazzo generale: ma è proprio il generale, la maggioranza, che conta. E negli ultimi vent’anni la maggioranza si è illusa che un capitalismo sfrenato con il minor controllo possibile da parte dello Stato sarebbe stata la soluzione. Solo oggi ci accorgiamo che, insieme al resto del mondo, vivevamo in un sogno e che abbiamo buttato via il bambino (il principio di superiorità dell’autorità politica e delle sue regole) con l’acqua sporca (il comunismo). Eppure non sarebbe stato difficile capirlo.

    Dal passato avevamo il precedente di un’ottima costituzione scritta insieme da radicali, democristiani, socialisti e comunisti: funziona da 65 anni proprio perché non ha un’ideologia di riferimento, ma è il risultato sincretico di uno spirito comune (l’antifascismo) e della conseguente necessità di porre principi validi per sé e non dal punto di vista astratto di una utopia politica. Sapevamo benissimo, poi, per una lunga tradizione di pensiero, che l’autorità statale e le buone regole hanno un’utilità sociale preliminare rispetto alla scelte di politica economica. Sono tutte cose che abbiamo acquisito con fatica nel corso delle storia e che, tramite l’esperienza e il buon senso, avevamo imparato a riconoscere come valide. Ma le abbiamo trascurate perché la dottrina imperante, i facili guadagni e l’illusione di una crescita senza fine hanno reso comodo non considerarle. Per questo oggi saremmo più preparati ad affrontare le sfide che abbiamo davanti se ci preparassimo a ponderare le nostre scelte non sulla base di persone, ideologie o partiti, ma ragionando e basta.

     

    Andrea Giannini

  • Lo scivolone di Monti e il governo “delle banche per le banche”

    Lo scivolone di Monti e il governo “delle banche per le banche”

    Finanza, Economia e BancheDefinire “monotono” il posto fisso è stato il primo vero scivolone mediatico di Mario Monti. C’è da dire che prendere le dichiarazioni di un politico semplicemente per il loro significato sarebbe piuttosto ingenuo. Un vero politico non dice quasi mai ciò che pensa davvero, ma dice piuttosto quello che occorre dire. Non è importante se una cosa sia vera o sia falsa, ma è importante ottenere l’effetto desiderato.

    Nella fattispecie è probabile che le parole di Monti rientrino in una più ampia strategia di logoramento contro l’articolo 18. Visto che su questo argomento le dichiarazioni dei vari esponenti del governo si stanno moltiplicando, è probabile che in questo momento sia interesse del governo creare un po’ di polverone mediatico su un tema caldo, con l’obiettivo di compattare un fronte trasversale moderato, andando ad isolare e neutralizzare i sindacati e la sinistra antagonista con la scusa del preconcetto ideologico.

    Insomma, si punta a modificare gli equilibri politici per aumentare il margine d’azione del governo, con il rischio calcolato che il PD si spacchi e faccia saltare il banco, prendendosi così anche tutta la responsabilità per la caduta di quel governo Monti che aveva abbassato lo spread. Che siano questi o altri i pensieri che passano per la testa del premier, è chiaro come il sole che al motivo del contendere, cioè alla favoletta dell’abolizione dell’articolo 18 per favorire l’occupazione, non crede nemmeno lui.

    O meglio, Monti è sicuramente  convinto che sia preferibile un mercato del lavoro senza garanzie innate, ma sa bene anche che, nella situazione in cui versa ora l’Italia, dare facoltà alle imprese sopra i 15 dipendenti di licenziare indiscriminatamente non sortirà assolutamente l’effetto di favorire l’occupazione.

    I problemi occupazionali dell’Italia, infatti, dipendono per la gran parte da motivi strutturali che hanno origini lontane e che andrebbero affrontati cominciando addirittura da una seria riforma dell’istruzione. Detto questo, però, non si può concludere che sia un esercizio inutile stigmatizzare la goffa sparata del premier. Ci sono invece ottime ragioni, sia formali che sostanziali, perché l’opinione pubblica faccia sentire il suo dissenso. Innanzitutto sgombriamo il campo dagli equivoci: chiunque ha il diritto di sostenere che la logica del posto fisso sia deleteria, così come chiunque ha il diritto di pensare che laurearsi dopo i 28 anni sia da “sfigati” (copyright sottosegretario Michel Martone) o che siamo troppo legati al “posto fisso vicino a mamma e papà” (copyright ministro Cancellieri). Ma il punto è che da un esponente del governo, sia esso un sottosegretario, un ministro o il presidente del consiglio, queste esternazioni non sono accettabili, perché non è compito del governo farci la morale.

    Il governo e il parlamento possono stabilire nuove leggi, perché ciò rientra nella loro prerogative, ma non sta scritto da nessuna parte che siano tenuti a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare nella nostra vita privata.  Se, nel rispetto della legge, ho l’occasione di scegliere tra tenermi il mio attuale posto di lavoro oppure cambiarlo per un altro, quello che deciderò o non deciderò di fare sono solo affari miei. Ecco perché è superfluo e fastidioso che i politici si avventurino in certi terreni, finendo un po’ per trattare i cittadini come bambini.

    Non c’è dubbio che tutti i popoli del mondo abbiano tendenze e attitudini che possano essere criticabili; così come è sicuro che tutti i governanti di questa terra, in privato, abbiano avuto di che lamentarsi delle popolazioni che erano chiamati ad amministrare. Ciò non toglie che in pubblico facciano meglio ad evitare di mettere troppo in mostra i loro riserbi, perché ciò esulerebbe dal compito a cui sono preposti, che è quello di migliorare la vita delle persone tramite le leggi e non tramite i moniti.

    E se poi ci si riduce a fare questioni di principio, sorge subito il dubbio che non si riescano a fare questioni di fatto. Come accade proprio nel caso che stiamo considerando. Monti si è lanciato nell’impresa di salvare le banche, ma, ammesso che la bolla non gli scoppi tra le mani, lo sta facendo a scapito di tutto il resto. Dato che le banche erano indebitate e dovevano ricapitalizzarsi con molta fatica, lo Stato ha messo la sua (cioè la nostra) garanzia su questi debiti: in questo modo ha alzato la posta e ha scoraggiato parte della speculazione. Questo aiutino è stato dato, ovviamente, gratis.

    Nei “comunistissimi” Stati Uniti quando si è dovuto intervenire con i soldi dei cittadini per salvare il sistema finanziario, le banche hanno dovuto accettare pesanti intromissioni da parte dello Stato americano. Da noi invece si mette la garanzia dei soldi pubblici senza chiedere in cambio assolutamente nulla. Anzi, il presidente del consiglio è pure andato dalla BCE, ha ottenuto che le banche prendessero denaro all’1% e ha lasciato che quelle stesse banche utilizzassero questa liquidità per comprare titoli di Stato che rendono anche fino al 6%, realizzando un guadagno facile, in grado di rimetterle in sesto e soprattutto sicuro, visto che, proprio grazie a queste acquisizioni, lo spread è sceso insieme al rischio del fallimento del paese.

    Ma se la Germania non allenterà i cordoni del rigore finanziario europeo, a questa sbornia seguirà un risveglio dai postumi amari. Quest’anno, infatti, il paese rischia di avvitarsi in una recessione del 2 o forse anche del 3%. Cioè non cresciamo e anzi ci impoveriamo. Ed è ovvio: non basta salvare le banche, se poi queste fanno speculazioni anziché finanziare l’economia reale.

    Se le stime sono così basse, è perché evidentemente gli analisti giudicano insufficienti le misure di questo governo per la crescita. Un po’ di sgravi alle imprese, la sbandierata guerra senza quartiere contro le “corporazioni” dei tassisti e dei farmacisti e altre piccole liberalizzazioni appaiono piuttosto come la foglia di fico per una seria politica economica in un paese che ha problemi strutturali ben più profondi. Quindi, se Monti sicuramente sta operando per la felicità di quell’establishment finanziario da cui proviene, e che a suo tempo spinse per sostituire Berlusconi, altrettanto non si può dire abbia fatto per l’economia italiana e per l’occupazione che sta schizzando a livelli record. Pertanto, a chi non trova lavoro a tempo indeterminato e quindi non riesce ad ottenere un mutuo da quelle stesse banche che beneficiano della cura Monti, sentire il premier decantare le lodi della mobilità deve essere suonato davvero come la beffa suprema: come dire cornuti e mazziati. Insomma, se il premier chiudesse qui la sua avventurosa parentesi mediatica e si preoccupasse di ottenere qualche risultato anche in termini di crescita e occupazione (la fantomatica “fase 2”), magari risulterebbe più simpatico e si toglierebbe da dosso l’etichetta di governo “delle banche, dalle banche e per le banche”.

    Andrea Giannini

  • Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Roberto CastelliRitorniamo ancora a parlare di Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro, perché giovedì sera è successo qualcosa di rilevante da un punto di vista simbolico. «Non mi devi rompere i coglioni!», questa la frase liberatoria di un operaio sardo che ha costretto Roberto Castelli, esponente della Lega Nord, già ministro della giustizia, senatore e viceministro uscente alle infrastrutture, ad abbandonare lo studio televisivo. E diciamolo francamente: era tosto l’ora.

    Non c’è da gioire per il fatto in sé che un dibattito pubblico sia giunto a un punto così teso, perché di principio vorremmo tutti che l’occasione fosse sfruttata piuttosto per fare una riflessione critica seria e pacata. Ma data la situazione di un paese in difficoltà che viene messo a confronto con chi lo ha governato per anni, lo sfogo dell’operaio sardo è stato quanto di più onesto, genuino e sano ci si potesse augurare. Se l’espressione è stata un po’ “colorita”, ciò è senza dubbio giustificato dalla frustrazione, dopo anni in cui lo sforzo di mantenere un certo contegno e un certo modo di interloquire c’era stato. Persino nelle trasmissioni di Santoro, a cui piace molto fare sentire «l’urlo della piazza», nessun operaio, nessun cassaintegrato, nessun disoccupato si era mai lasciato andare in TV ad un’espressione così forte contro un politico così importante.

    Giovedì sera invece il tappo è finalmente saltato. Se la settimana scorsa ho scritto che non aveva senso invitare in trasmissione i rappresentanti di questa classe politica, è proprio perché con costoro c’è poco da dialogare. E in particolare con quelli più agguerriti e sfacciati, come Castelli, l’unica risposta non può essere che quella schietta e irriverente data proprio dall’operaio sardo.

    Con questo non si vuole dire che la gente comune in questa situazione sia la vittima esente da colpe, mentre la politica è il carnefice. Sarebbe una concezione decisamente populista. Questi politici sono stati votati e sostenuti per anni dai Sardi, dai Siciliani e dagli Italiani tutti. Quindi i primi a dover fare autocritica siamo noi stessi, se non vogliamo ritrovarci a far uscire un problema dalla porta solo per farne entrare un altro dalla finestra. Ma se c’è una categoria che proprio non può venire a darci lezioni è quella dei politici che ci hanno governato fino a ieri.

    Ecco il motivo per cui le arroganti rimostranze, le spudorate riflessioni e i volgari attacchi che Castelli ha messo in scena giovedì sera hanno davvero meritato un tale epilogo. Castelli in particolare è stato al governo per otto degli ultimi dieci anni, occupando posizioni di primo piano e mettendo la sua firma in calce a molte contestatissime leggi. Se l’economia, durante questi anni, anziché migliorare è peggiorata sempre di più, sarà anche un po’ colpa di Castelli o no? Non è solo colpa sua, di Berlusconi e del governo precedente, l’abbiamo scritto e ripetuto più volte: ma ce ne sarà abbastanza perché si dica che lui e i suoi alleati hanno fallito e quindi si levino di torno, come succede in tutte le democrazie del mondo? E invece, come se niente fosse successo, Castelli si è presentato in trasmissione lanciando strampalate accuse a destra e a manca.

    Di chi sarebbero le responsabilità, se rischiamo di far la fine della Grecia? Dei «tecnocrati» come Monti che hanno disegnato e costruito la “globalizzazione” e di Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro, una moneta che non si può svalutare. Ora, a parte il fatto che la globalità è un dato, uno scenario che nessuno ha scientemente costruito, quella a cui fa riferimento Castelli, una globalizzazione senza regole e senza autorità, dove attori transnazionali fanno il bello e il cattivo tempo in barba al poter di azione degli Stati nazionali, è identificabile piuttosto con quella deregulation tanto cara ai governi di destra.

    Chi ha voluto una finanza globale senza regole? Le basi teoriche le ha date la scuola di Chicago, ma sul piano politico il principale referente è senza dubbio «l’amico George», quel Bush junior presidente degli Stati Uniti così caro al governo Berlusconi, che Castelli ha sorretto per tanti anni. E’ stato Bush a mettere Alan Greenspane, il campione del laissez-faire finanziario, alla guida della Federal Reserve, mentre Castelli e gli altri leghisti sostenevano gli USA nella guerra in Iraq per via di quelle armi di distruzione di massa mai trovate, che, tanto per dirne una, in Inghilterra hanno rovinato la carriera politica a Tony Blair.

    Oggi, dopo dieci anni di oblio, Castelli ricorda improvvisamente di essere stato in gioventù anti-imperialista e anti-capitalista. Ma ancora più sfacciata è la critica all’euro. E’ pur vero che l’euro è una moneta strana, dato che incorpora economie molto diverse e che non può essere svalutata per abbassare i tassi; ed è anche vero che la Lega delle origini era contro l’ingresso nell’euro. Ma lo era per una balorda concezione del localismo come risposta alla globalizzazione, che prevede la chiusura delle frontiere e l’adozione di una moneta padana: una visione bislacca che ho già criticato in passato e che non è affatto una risposta ai problemi della modernità, ma soltanto un cieco rifiuto a voler guardare negli occhi la realtà rifugiandosi nel passato.

    E poi, se l’euro oggi è un problema, questo lo si deve al fatto che la nostra economia è debole e drogata, con un debito e una spesa pubblica elevati, che non può reggere gli standard del nord Europa. Ma se, negli anni in cui Castelli sedeva a Roma, la spesa pubblica fosse scesa, i conti fossero stati tenuti in ordine, il debito fosse diminuito e l’economia fosse cresciuta, saremmo sotto l’attacco della speculazione internazionale? Probabilmente ne saremmo al riparo esattamente come lo sono la Finlandia e la Germania, e staremmo a discutere di come risolvere i problemi del debito di Grecia e Portogallo, ma non del nostro: cioè nessun governo Monti, nessuna manovra lacrime e sangue. E invece sotto Berlusconi il debito pubblico è aumentato. Anche perché la spesa pubblica è da sempre gestita con finalità clientelari. Un esempio? Nel sud Italia alla vigila delle elezioni esplodono le assunzioni nel settore pubblico.

    Ora, di fronte ad un pastore o ad un agricoltore che si lamentano per la crisi, con che faccia Castelli può andare a rinfacciare a questi lavoratori l’elevato numero di dipendenti pubblici delle loro regioni, quasi li avessero assunti loro? Ecco perché è giusto rispondere con un «Non mi devi rompere i coglioni!» ad un politico che, anziché nascondersi o almeno giustificarsi, cerca la ribalta per attaccare. Con chi non ha pudore e ha faccia tosta, nessuna discussione è utile, perché cercherà di difendere l’indifendibile fino alla sfinimento. La cosa migliore, quindi, è lasciarlo perdere. Poi toccherà a noi fare ulteriori riflessioni e chiederci come mai tutta la classe politica, non solo Castelli, si siano rivelati tanto inadeguati. Toccherà a noi guardarci negli occhi e chiederci: dove abbiamo sbagliato?

    Andrea Giannini

  • Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Michele SantoroPremetto che ho sempre apprezzato Santoro: non mi sono perso una puntata di Annozero, che consideravo un programma con approfondimenti interessanti e con il coraggio di toccare argomenti considerati tabù. Pensavo insomma che fosse un’importantissima risorsa per l’informazione televisiva. Ma devo dire che recentemente sono rimasto deluso.

    Da quando non c’è più Berlusconi e il paese è in fermento per una crisi economica acuta e per le manovre del governo Monti, la nuova trasmissione, Servizio Pubblico, è diventata un calderone senza capo né coda. Ovviamente qui – come per l’articolo sugli editoriali del Corriere della Sera di due settimane fa – non mi interessa fare una critica giornalistica: anche perché non ho né le competenze né l’autorità per farla.

    Mi interessa piuttosto cercare di capire come i problemi di oggi vengano percepiti e affrontati dall’opinione pubblica. Ora, se Servizio Pubblico, che pure ha tanti pregi, è il meglio che sappiamo fare, significa che la nostra consapevolezza della situazione attuale e il nostro livello di maturità nel fronteggiarla sono ancora scarsi. Innanzitutto non si capisce perché Santoro continui ad invitare questi politici.

    Annozero era ostaggio di una RAI politicizzata che imponeva di portare in trasmissione i rappresentati dei diversi schieramenti per rincorrere il falso mito del “contraddittorio”. Ma ora che Servizio Pubblico va in onda su emittenti locali e sul web, che necessità c’è di ritornare a sentire il parere dei partiti? Questa classe politica, nel suo complesso, è la stessa di vent’anni fa ed è la principale responsabile del disastro attuale: non ha saputo gestire i problemi, li ha anzi aggravati e non ha mostrato nemmeno il buon senso per ridursi un po’ di quei privilegi che si è preoccupata spasmodicamente di accumulare da quando è al potere. Con che diritto ora possono presentarsi in televisione per spiegarci cosa fare? Che credibilità possono avere?

    Personalmente mi sono stancato di sentire i soliloqui inconcludenti di Vendola, così come non posso più sopportare il populismo e la spregiudicata incompetenza di personaggi come Santanché e Mussolini. Ma ci sono anche altre pecche. Santoro pensa forse che trasformare una trasmissione nella cassa di risonanza dei problemi sociali del paese possa essere di per sé buona informazione. Eppure non basta sbattere in prima serata il dramma dei dipendenti delle cooperative che hanno perso i subappalti delle FS, se poi, prima di capire come mai delle persone hanno perso il lavoro, bisogna aspettare più di metà trasmissione.

    Sandro Ruotolo gira l’Italia ovunque si crei un capannello di persone in situazioni critiche, mette loro un microfono davanti alla bocca e sicuramente raccoglie il dramma in corso, coinvolgendo lo spettatore in un’empatica percezione di un problema sociale potenzialmente esplosivo. Ma poi? Che lezione se ne trae, a parte la consapevolezza che ci sono parecchie cose che non vanno?

    Prima, con Berlusconi che negava la crisi, si poteva capire il senso di mostrare quelle realtà che si preferiva non vedere. Ma oggi che la gente sa benissimo quanto siano drammatiche le cose, quello che interessa è capire dove siano le responsabilità e cosa si possa fare per cambiare. O più semplicemente ci si aspetta di acquisire nuovi elementi e ascoltare analisi interessanti per valutare meglio. Ma questo passo successivo manca o è raffazzonato. Giovedì era il turno dei Siciliani in rivolta: gente con salari bassi, servizi inefficienti, tasse alte, beni di prima necessità costosi, figli senza futuro. Un problema vero, questo non si discute. Ma che fare? Inevitabilmente si finisce a parlare della manovra di Monti, che si è scaricata anche su queste persone. Ma con la gente frustrata ed arrabbiata che non sa bene con chi prendersela, i vecchi politici sempre troppo loquaci e i pochi opinionisti competenti a fare da tappezzeria, il dibattito non può avere spunti d’interesse. A Travaglio è riservato il solito spazietto: una decina di minuti per trattare una manciata di argomenti con la solita competenza e il solito spirito sferzante. Ma poi si ricomincia come se niente fosse. E che fine ha fatto Gianni Dragoni, il bravissimo giornalista del Sole 24 Ore che in altre puntate aveva fornito contributi rilevanti?

    Poi si tocca anche l’argomento della Costa Concordia – ma che c’entra? – e qui si sfiora il ridicolo. Un ospite se la prende con le navi da crociera che passano per il Canal Grande di Venezia, sostenendo che creino dei problemi alla delicata struttura delle città lagunare. Se davvero è così, bisogna indubbiamente far pressioni sulla Costa e le altre compagnie affinché adottino un itinerario esterno. Ma il problema dell’inquinamento creato da questi giganti del mare, se vale per Venezia, vale anche per le altre città. Perché noi a Genova dovremmo tenercele in porto? Perché qualsiasi altra città dovrebbe ospitarle? Con questo atteggiamento si rovina un settore economico molto importante: davvero dopo la tragedia della Concordia, dobbiamo rinunciarci? In effetti Santoro si mette a parlarne al passato, come se l’era delle grandi navi da crociera fosse finita. Un’opinione rispettabilissima, sia chiaro. Solo c’è da chiedersi cosa ne pensino gli operai di Fincantieri che qualche settimana fa erano ospiti in trasmissione a chiedere nuove commesse per costruire proprio nuove navi da crociera!

    Insomma, si fa presto a raccogliere le voci di chiunque manifesti un forte malcontento: ma anche un po’ di coerenza non guasterebbe, se no si ha solo l’impressione che l’unica preoccupazione sia quella di spettacolarizzare dei drammi. Non si può buttare ogni disagio sociale nel calderone della prima serata televisiva. Ci vuole anche discernimento. I Siciliani hanno tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiati: ma si potrebbe ricordare loro di prendersela un po’ anche con se stessi, dato che nel 2001 votarono in massa (61 collegi uninominali su 61) per quel Berlusconi che in dieci anni governati quasi in solitaria ci ha portato serafico fino al baratro attuale.

    Per la verità un contributo positivo alla trasmissione ci sarebbe anche stato. Santoro a un certo punto afferma che dalla crisi si potrebbe uscire anche prestando attenzione alle parole di Serge Latouche (leggi l’articolo e l’intervista di Era Superba), il teorico della decrescita intervistato da Giulia Innocenzi. Ora, io non sono un esperto dell’argomento, ma in ogni caso le cose sono due: o Latouche è un venditore di fumo, e allora sarebbe stato meglio non intervistarlo, oppure è un studioso serio, e allora le sue teorie meritano un dovuto approfondimento: magari un’intera trasmissione dedicata, visto che si parla di ribaltare l’intero paradigma economico mondiale fondato sulla crescita! Ma dedicargli cinque minuti è utile solo a creare confusione, ingenerando nella gente già abbastanza spaesata la convinzione populista che la colpa sia sempre degli altri, dai ricchi arraffoni ai politici spreconi; di tutti meno che di noi stessi, che fino all’altro giorno, fintanto che ce la passavamo bene, ce ne stavamo tranquilli e non ci scandalizzavamo di nulla.

    Dubito che ai Siciliani importi davvero della decrescita: se a loro, come a tutti gli Italiani, fosse offerta una crescita prosperosa e buoni salari, non ci sarebbero queste proteste. Questo significa, allora, che siamo ancora lontani dal modo maturo e consapevole in cui una società informata affronta problemi cruciali e complessi.

    Andrea Giannini

  • L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    Cosa diavolo sta succedendo in Europa? Perché Monti riparte sempre per andare a confabulare con Merkel, Sarkozy e compagnia cantante? Cosa dobbiamo aspettarci e cosa dobbiamo sperare?

    La questione è complessa: eppure non è impossibile anche per l’uomo della strada capire le motivazioni di questa crisi del debito e gli scenari su cui si sta lavorando. Ho già detto che passa tutto da “casa nostra”: il futuro dell’euro, i destini della nostra economia, fino alle sorti della politica italiana. Proviamo quindi, una volta per tutte, ad andare al fondo del problema, in un modo che sia il più possibile comprensibile da tutti.

    Partiamo da un’ovvietà: gli Stati hanno bisogno di soldi. Per avere liquidità per le loro spese e i loro debiti essi vendono sul mercato titoli come i nostri BOT e BTP: si tratta di obbligazioni che scadono ad una data precisa e garantiscono un rendimento fissato al momento dell’acquisto. Ad esempio, investendo oggi 100, posso comprarmi un prodotto finanziario che – poniamo – mi renderà 101 tra 3 anni: ed è garantito direttamente dallo Stato che li emette. E’ un buon investimento: il rendimento è basso, ma sicuro. A meno che – ovvio – lo Stato in questione non fallisca. In condizioni normali è un’ipotesi remotissima, ma se le prospettive di questo Stato peggiorano seriamente (per vari motivi come una recessione economica o una grande instabilità politica) comincia ad insinuarsi il dubbio che i debiti possano non essere ripagati. Quindi gli investitori, per prendersi il rischio di prestare denaro a questo Stato, chiedono un margine di guadagno sempre più ampio. Non si accontentano più di mettere 100 per avere un domani 101 o 102, ma chiedono di poter guadagnare 104, 105, 106 o anche di più: altrimenti non sottoscrivono il debito. Tuttavia la ricchezza di uno Stato è limitata. Se contrae troppi debiti, finirà per non avere più i soldi per ripagarli. In altre parole, è la bancarotta (vedi crac finanziario dell’Islanda).

    E il tutto aveva avuto origine essenzialmente da un dubbio: una sensazione di sfiducia sulla solvibilità del paese che si era diffusa tra gli investitori riducendo il credito. A prescindere da quanto fosse sensata e ragionevole questa sfiducia o da come si sia generata e diffusa (un argomento troppo vasto e spinoso per affrontarlo qui), resta il fatto che il nostro problema oggi è proprio questo: c’è sfiducia verso certi paesi della zona euro, come l’Italia, che hanno un’economia in recessione e conti pubblici in disordine.

    Per questo lo soluzione è apparsa a molti obbligata: mettere a posto i bilanci pubblici. La Germania, che ha buoni conti e una crescita viva, ci dice: mettete in sicurezza i vostri conti e la crisi passerà. Peccato che con questa politica dopo quattro anni la Grecia si sia avvicinata ancora di più al fallimento. Perché? Lo abbiamo visto con la manovra di Monti. Se per mettere a posto i conti, si prendono i soldi dai cittadini tassando o riducendo i servizi, i cittadini avranno meno possibilità di spendere: i consumi si contrarranno e la crescita calerà. Ciò significa che lo Stato avrà minori entrate e dovrà aumentare di nuovo le tasse, e così via. E’ la spirale recessiva in cui ci troviamo.

    Le politiche di rigore sono giuste, ma vanno fatte con criterio e con l’occhio sempre rivolto allo sviluppo e alla crescita (e infatti il governo in questi giorni sta lavorando proprio su questo). Ma c’è un’altra strada praticabile. A ben vedere, se il problema è quello di pagare i creditori, si tratta allora, fondamentalmente, di un problema di liquidità. Ma gli Stati non dovrebbero avere problemi a trovare denaro: in fin dei conti, si tratta solo di un pezzo di carta. Basta stamparne ancora. Certo, aumentando la massa monetaria in circolazione, il valore della moneta scenderà (è una regola elementare: quando una cosa si trova facilmente, il suo valore scende). Se l’euro si svaluta, chi possiede dollari e vuole comprare in Europa, sarà favorito: quindi migliorerebbero le nostre esportazioni, e viceversa peggiorerebbero le importazioni, con conseguente aumento dei prezzi dei beni importati. Ma il punto è che nessuno potrebbe più scommettere sulla nostra incapacità di trovare il denaro per ripagare i debiti, dato che potremmo stamparne (in linea di principio) quanto ne vogliamo!

    La speculazione internazionale subirebbe un arresto, i rendimenti dei titoli calerebbero e lo Stato non dovrebbe più preoccuparsi di aumentare le tasse e tagliare i servizi ai cittadini per pagare i suoi debiti. A quel punto si tapperebbe la falla, finirebbe l’emergenza e si potrebbe ricominciare a riformare l’apparato produttivo del paese per avere nuova crescita e ridurre le tasse. Non è proprio così facile: ma è un’ipotesi praticabile e vantaggiosa. D’altra parte è quello che abbiamo sempre fatto quando avevamo la lira. Dunque, perché non farlo di nuovo? Perché c’è l’euro che è regolato dalla Banca Centrale Europea.

    E la Germania, che è il motore economico e la testa della governance europea, non lo permette. Non vuole nemmeno gli Eurobond, cioè quei titoli di Stato europei emessi dalla BCE che Tremonti vedeva come un altro possibile rimedio agli attacchi speculativi. Anzi, la Germania ha chiesto e ottenuto un regolamento europeo che impone vincoli rigorosi di rientro dal debito e sanzioni per chi sfora. Perché si ostina su questa linea? Per vari motivi. Il primo è che noi siamo in crisi piena, mentre i tedeschi stanno sostanzialmente bene: quindi non solo sono contenti di avere un euro forte, ma non percepiscono l’urgenza nella maniera drammatica in cui la percepiamo noi. Il secondo motivo discende dal primo: se in Germania le cose vanno tutto sommato bene, significa che la Germania, forse, può fare a meno dell’Europa. Cioè, c’è un largo fronte di euro-scettici tedeschi, che di fronte alla prospettiva della fine dell’euro non si strapperebbe i capelli. In fin dei conti Greci e Italiani sono in crisi perché corrotti, evasori e spendaccioni: perché darsi da fare per salvarli? Il terzo motivo è che i tedeschi sanno bene cosa succede quando una moneta si deprezza. Tra il ’29 e il ’33, vale a dire tra il crollo di Wall Street e l’ascesa di Hitler, nella Germania di Weimer si andava a fare la spesa con carriole di banconote, perché il marco era stato deprezzato al punto tale da valere quasi zero. Ecco perché non è difficile capire come mai la Merkel non ci venga incontro: ammesso che capisca la gravità della situazione, non saprebbe come farla digerire al suo elettorato. Questo però aumenta la sfiducia degli investitori.

    La zona euro è caratterizzata da una moneta forte, una banca centrale con poteri limitati e un’economia a due velocità: un nord con bilanci tradizionalmente rigorosi e un sud che ha sempre basato la sua sopravvivenza sulla svalutazione monetaria. Questa contraddizione oggi è alla base della speculazione: si scommette sul fatto che il sud in tempi di crisi non è in grado di andare avanti senza svalutare e che il nord non glielo permetterà. E più il tempo passa senza che la Germania ceda, più questa scommessa si alimenta e rischia di avverarsi.

    Tutto molto interessante – direte –, ma perché si parla di queste cose in una rubrica politica? Perché questa è politica. Oggi l’obiettivo politico in Europa è costringere la Merkel ad un cambio di rotta. Monti su questo versante deve ottenere assolutamente qualcosa: o che si trasformi la BCE in prestatore di ultima istanza, o qualche atra misura tipo Eurobond, oppure, alla mal parata, che si allentino almeno quei vincoli di bilancio europei che ora minacciano di strozzare nella culla la nostra ripresa economica.

    Per questo, dopo la manovra, (e veniamo alla domanda in apertura di articolo) si è messo a girare per l’Europa: deve trovare degli alleati con cui controbilanciare lo strapotere tedesco. Chi? La Francia innanzitutto, nobile decaduto; e poi l’Inghilterra, che per difendere gli speculatori della City rischia di rimanere tagliata fuori. Parallelamente il professore mette in discussione il ruolo-guida della Germania, accusandola esplicitamente di aver peggiorato la crisi greca e di sbagliare strategia. Una bella bastonata, a cui alterna la carota: in visita a Berlino, aveva recitato la parte del “genero ideale”, dicendo di amare la Germania, di sentirsi tedesco dentro e tante altre belle cose. Insomma una vera strategia politica. Ma funzionerà? Solo il tempo ci dirà – come avevo scritto mesi fa – se Monti si rivelerà essere quello di cui davvero abbiamo bisogno: non tanto un bravo tecnico, ma un bravo politico.

    di Andrea Giannini

  • Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ogni tanto è utile osservare il nostro paese attraverso il racconto che ne fanno media e giornali, il più prestigioso dei quali è per antonomasia il Corriere della Sera. Come altri quotidiani, insieme alle cronache di bravi giornalisti, il Corriere ospita le opinioni di “illustri” firme del giornalismo italiano. Mi ha sempre affascinato il mestiere dell’opinionista: deve essere bello poter esporre su un organo di stampa così importante le proprie considerazioni personali. Chissà quali vastissime competenze e quali ricchissime esperienze devono avere coloro ai quali è concesso questo privilegio. Ecco: un’attenta lettura del quotidiano di Via Solferino ci da una buona misura di quale sia lo stato dell’informazione e quale enorme contributo diano certi editorialisti al dibattito pubblico. Prendiamo l’edizione di ieri.

    Esordio col botto: in prima pagina troneggia Galli della Loggia, intellettuale esperto di storia, economia e politica, con un articolo dal titolo “Svolta necessaria, nostalgie inutili“. Nel giorno in cui Sarkozy incontra la Merkel per discutere l’atteggiamento da tenere con i paesi in difficoltà economica, come il nostro, la storica firma di Via Solferino si preoccupa piuttosto di informarci che «dopo Monti, nulla sarà più come prima». Addirittura? E’ iniziata la fulgida epopea, dice Galli della Loggia, di un nuovo modo di governare, che consentirà di «evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure». Cioè decide tutto Monti? Ma no: sarà solo «una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo».

    Basta che Monti si renda conto che deve essere ancora più fermo e ancora più deciso per superare da qui in avanti tutte le divergenze, i mal di pancia e le resistenze corporative della nostra società. Strano: sarebbe venuto da pensare che a volere essere troppo rigidi gli attriti sarebbero aumentati. E il dialogo? La concertazione? Il compromesso? Roba vecchia: Galli della Loggia ha già chiaro in testa il volto dello statista del nuovo millennio, modellato sull’algida figura dell’ex-commissario europeo e attuale Presidente del Consiglio.

    Magari ad alcuni potrebbe apparire un pelino prematuro, dopo neanche due mesi di governo, mettersi a decantare le virtù di un supposto Monti-pensiero; ma l’illustre pensatore rincara la dose e ammonisce, anzi, che i partiti sono necessariamente ad una svolta, perché la maggioranza degli Italiani «non sarebbe più disposta […] a sopportare governi di coalizione» dato che il successo di Monti «segna l’inevitabile tramonto della loro forma attuale». Sarà. Ma non è che la casta difetti in trasformismo e capacità di sopravvivenza…

    In ogni caso, dopo gli aruspici di Galli della Loggia, il lettore può girare pagina alla ricerca di altre perle di saggezza. Probabilmente, semisepolto in un fondo interno, non noterà l’unico interessante commento di Sergio Rizzo sul sottosegretario Malinconico e la vacanze pagate a sua insaputa modello Scajola-due-punto-zero, e pertanto tirerà avanti fino ai paginoni centrali delle opinioni.

    E qui non ci si può perdere la rubrica dell’ex-ambasciatore Sergio Romano, che rispondendo a due lettori, ci illustra “i pro e i contro di una rinuncia”: le “missioni militari”. I pro paiono chiarissimi: risparmiamo un bel po’ di soldi. Quali sono i contro? Romano fa un bel excursus storico dagli anni ’90 a oggi per non lasciarci nell’equivoco: quali sono gli altissimi motivi umanitari che ci hanno spinto a mandare i nostri uomini a farsi ammazzare in giro per il mondo?

    Nell’ordine: in Somalia ci siamo andati perché dopo Tangentopoli cercavamo un modo per dimostrare di saper «preservare e coltivare il nostro ruolo storico nel Corno d’Africa»; in Bosnia e in Kosovo per «chiudere una fase durante la quale l’Italia era stata esclusa dal piccolo direttorio occidentale»; in Iraq perché «Silvio Berlusconi voleva creare un rapporto privilegiato con l’America di Bush»; in Libano «per riconquistare lo spazio che l’Italia aveva perduto nelle vicende mediterranee e mediorientali»; e in Afghanistan «perché non volevamo dire no agli Stati Uniti e alla Nato». Cioè realpolitik coloniale del peggior stampo.

    Dunque meglio ritirarsi? Si può anche fare, dice Romano, ma ci potrebbero essere «gravi imbarazzi per i partner» (oddio: faremo la fine della Spagna, che infatti ha uno spread più basso del nostro?); e poi bisogna tenere in conto le «condizioni locali e i bisogni delle popolazioni» e il fatto che i nostri militari hanno creato «un capitale di stima per il loro Paese e migliorato la vita di coloro che dipendono dalla loro presenza». Cioè: sembra che ci sparino addosso, ma in realtà ci vogliono bene. Siamo asserragliati in fortezze-caserme, ma non è perché ce l’abbiano con noi: tutt’altro. In Iraq e in Afghanistan adorano quelli che entrano nel loro paese armi in pugno, soprattutto quelli con una Costituzione in cui sta scritto che si «ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Articolo 11). Costoro non possono che venire in “missione di pace”, e quindi gli invasi si sentono tutelati e non si fanno ingannare dagli elmetti e dai fucili.

    Comunque subito a fianco c’è anche lo spazio di Pierluigi Battista, leggendario vice di Giuliano Ferrara a Panorama negli anni ’90. Tema: blitz della finanza a Cortina. Ecco che improvvisamente Battista scomoda tutte le teorie liberali di questo mondo, risveglia lo spirito di Montesquieu e si appella all’anima di Adam Smith per spiegarci che anche lo Stato, l’altro contraente del “patto fiscale”, si rivela «inadempiente, esoso e oppressivo» e «commina punizioni mostruosamente smisurate, sin quasi all’esproprio, a chi si è macchiato di piccoli errori contabili». Forse gli sfugge che questi eccessi Equitalia li riserva a chi paga le tasse, ma non toccano affatto i grandi evasori che passano il Capodanno a Cortina, i quali infatti fino ad oggi vivevano impuniti e contenti. Ma Battista non demorde: è bene snidare gli evasori, ma lo Stato deve chiedere «il giusto». Vero. Peccato che quale sia “il giusto” non lo decidono né Battista, né gli evasori che svernano sulle Dolomiti. Peccato che le nostre altissime tasse dipendano anche dal fatto che in tantissimi non le pagano.

    Detto questo, è pur vero che un grosso scandalo sono «i soldi sprecati da una spesa pubblica foraggiata con i ricavi delle tasse». L’ha detto anche il più grande tra tutti i commentatori di Via Solferino: Piero Ostellino. In trasferta su Radio 24, ieri mattina spiegava che il problema non è l’evasione, ma la spesa pubblica. Fantastico. Allora, le pensioni le abbiamo già allungate: a meno di non volere eliminare il sistema sanitario, resta solo la corruzione, che in Italia drena 60 miliardi l’anno. E come si fa a corrompere? Si evadono le tasse per creare fondi neri (le mazzette non possono essere messe a bilancio): cioè evasione e corruzione sono strettamente legate. I fondi neri si usano per corrompere soprattutto per fare le opere pubbliche, che quindi costano di più. Ecco come si spiega un debito pubblico di 2.000 miliardi. Peccato però che i “liberali” Battista e Ostellino, quando si facevano i processi per Tangentopoli o per fondi neri di Mediaset, erano preoccupatissimi solo per le garanzie degli imputati.

    Peccato che in dieci anni governati quasi tutti dal centro-destra, in cui la spesa pubblica è esplosa (lo ha ricordato ieri Santo Versace, che pure era con Berlusconi), i due non abbiano levato nemmeno un monito di disapprovazione. Peccato che tutte le notizie di questi anni relative a corruzioni, evasioni, frodi, bancarotte, furbetti del quartierino e via dicendo, venissero commentate con editoriali cerchiobottisti, in cui si lamentava l’accanimento delle procure, l’eccessivo uso delle intercettazioni e altre panzane simili. Peccato che ponti sullo stretto e TAV vengano spacciate per improrogabili necessità, senza che si batta ciglio per gli altissimi costi stimati.

    A dire il vero non c’è solo la corruzione ad alzare la spesa pubblica. Ci sono i costi della politica, gli enti inutili (province e regioni sono doppioni) e il clientelismo che produce un’amministrazione inefficiente. Peccato solo che quando si scoprì come mai Nicole Minetti era stata paracadutata nel consiglio regionale lombardo a godersi un lauto stipendio, un editoriale del Corriere della Sera ci abbia ricordato come i veri “liberali” non si debbano scandalizzare per certe signorine che fanno carriera grazie alle “doti” sulle quali sono sedute. Chi lo scrisse? Un certo Ostellino. Sarà un omonimo…

    Andrea Giannini

  • Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    ParlamentoE’ di oggi la notizia che la commissione Giovannini, sul sito della Funzione pubblica, ha stimato in più di 16.000 euro lordi al mese lo stipendio dei nostri parlamentari, che si pongono così ufficialmente in testa alla speciale classifica dei politici più pagati d’Europa. Il che, come ho scritto due settimane fa, non sarebbe necessariamente un male: qualcheduno l’onere di questo primato se lo dove ben prendere. Lo scandalo piuttosto è che, pur essendo i più pagati, sono probabilmente anche i peggiori. Almeno a giudicare dai numerosi casi di corruzione, dalla scarsa coerenza ideologica, dal trasformismo a pagamento e soprattutto dalla situazione di estrema gravità a cui hanno portato il paese.

    Ma c’è anche un altro aspetto. Ridursi una retribuzione faraonica non sarebbe solo un bel gesto nei confronti della gente normale, che in questi giorni è stata chiamata a grossi sacrifici e le cui retribuzioni medie viaggiano di gran lunga sotto, un gesto che, come amano ripetere più volte questi amabili burloni che ci rappresentano, sarebbe solo simbolico, dato che non è in questo modo che si mettono a posto i conti pubblici.

    Ora, a parte il fatto che anche un vitalizio di 3.000 euro al mese per i giornalisti di Era Superba non sposta i conti pubblici, ma io mi guarderei bene dal proporlo o dal difenderlo con queste motivazioni; in realtà un taglio degli stipendi avrebbe un effetto sostanziale. Significherebbe dimostrare che chi siede in Parlamento pensa alla patria e non alla pagnotta. Al contrario, se questi politici esitano, cincischiano e alla fine non votano per ridursi le retribuzioni nemmeno nelle condizioni attuali del paese, dimostrano con i fatti per quale motivo sono lì: denaro, potere, carriera e influenza personale.

    E ciò comporta che, chiamati a scegliere tra interessi privati e interesse pubblico, opteranno per i primi, a loro vantaggio e a nostro danno. Non si fermeranno – e non si sono fermati, infatti – nemmeno davanti al ridicolo: una maggioranza parlamentare assoluta ha preferito votare impassibile che il primo ministro italiano ha scambiato davvero Ruby per la nipote di Mubarak, piuttosto che provocare una crisi di governo e rischiare di perdere la poltrona.

    Eppure, come ha detto Milena Gabanelli, non lo ordina il medico di entrare in politica. Chi si vuole arricchire, ha tutto il diritto di farlo scegliendosi la professione che preferisce, purché non violi la legge. Ma chi si prende l’onere di governare, dovrebbe farlo unicamente per spirito di patria e, perché no, per la sana ambizione personale di ottenere considerazione e stima. Non certo per denaro.

    L’arricchimento privato è incompatibile con la funzione pubblica, perché presenta sempre il rischio di far perdere di vista gli obiettivi che deve tenere a mente chi è chiamato a mettere al centro della sua azione l’interesse di tutti. Ecco perché non dovremmo permettere che chi ci governa si goda retribuzioni faraoniche, perché è probabile che gli facciano smarrire il senso dello Stato.

    Non dovremmo dare ascolto ai discorsi dei cinici di professione, quelli che di fronte a ideali e buoni propositi sorridono e che di fronte agli scandali fanno spallucce: questi, a voler dimostrare di saperla lunga, passano in realtà per fessi. Ignorano che uno Stato democratico esiste solo perché ha finalità ideali: se, ogni volta che queste finalità vengono richiamate, le si ignora o le si nega, si distruggono i presupposti stessi di una società democratica, e ci si consegna al dominio dei più forti e dei più spregiudicati. I quali quasi sempre non siamo noi, ma sono gli altri.

    E’ nostro interesse, quindi, salvaguardare e curare la cosa pubblica, mettendola al riparo dagli interessi privati. Questo dovremmo tenere a mente quando scegliamo i nostri rappresentanti, preoccupandoci che si dimostrino desiderosi di lavorare per il bene di tutti e che eliminino ogni possibile sospetto sul persistere di interessi personali, del tutto legittimi nella vita privata ma non in quella pubblica. Insomma, ciò da cui dobbiamo guardarci, in una parola, è il conflitto d’interessi. E’ questo il cancro della nostra democrazia malata, che Berlusconi ha incarnato meglio di chiunque altro, ma che di certo non ha inventato e che, statene certi, dopo di lui, per ora, non è destinato a sparire.

    Andrea Giannini

  • Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Le corna di Silvio BerlusconiNell’ultimo appuntamento del 2011 parliamo ancora una volta di spread. Ormai anche l’uomo della strada ha capito di cosa si tratta (differenza di rendimento fra Btp italiani e Bund tedeschi) e cosa comporta quando sale troppo (la caduta di fiducia degli investitori sui nostri titoli pubblici e la conseguente bancarotta del paese).

    L’ultima volta che avevo toccato l’argomento (il 6 dicembre) eravamo scesi sotto quota 400. Avevo dato atto a Monti di aver fatto qualcosa di concreto per diminuire un pericoloso indicatore, che aveva toccato il suo record con gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Mentre scrivo, siamo tornati di nuovo sopra quota 500: non ancora ai massimi storici, ma ad un valore di nuovo altissimo e sempre più preoccupante. Dunque non era vero niente? Monti non sta facendo bene? Berlusconi non era il problema?

    E’ una chiave di lettura che circola in questi giorni: ma è una chiave di lettura estremamente superficiale e interessata. Ho già scritto cosa penso dei provvedimenti adottati dal governo Monti, che per molti versi non mi piacciono: ma si dovevano garantire dei saldi e questo è stato fatto, garantendo anche un provvisorio allentarsi della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevo anche scritto, però, che dopo il varo della manovra la partita vera si sarebbe giocata in Europa. Ed è proprio da lì che sono venuti segnali non particolarmente positivi per i mercati.

    Monti ha assolto il suo compitino: dimostrare che i conti dell’Italia sono in ordine e che non accumuliamo nuovo debito ogni anno. Ma questo serviva anche per poter andare in Europa a trattare con Francia e Germania alla pari. Stringere la cinghia è stato importante anche per dimostrare che l’Italia volesse risolvere la crisi internazionale del debito non per accumularne di nuovo, ma per salvare l’economia europea. Ma poi, appunto, sarebbe stato cruciale trovare delle misure condivise come UE, dato che abbiamo un mercato e una moneta unica. Senza una soluzione comune non bastano le misure che possano adottare singoli Stati: non solo l’Italia ma anche l’Euro è a rischio.

    Peccato che questa importantissima partita internazionale sia stata affrontata dai leader europei in un modo che non ha convinto i mercati. Questo è il nodo del problema. L’accordo europeo di dicembre non è stato accolto come una soluzione definitiva, ma come un compromesso che può ancora portare di qua o di là: pertanto i mercati restano a guardare, reagendo bene a notizie positive e male a notizie negative, come le recenti stime sulla crescita del nostro paese. E la tensione sui mercati per ora non scende.

    Come andrà a finire? Staremo a vedere. Intanto da questa analisi potremmo ricavare una triplice lezione per il futuro.

    Primo: liberarsi dal provincialismo del nostro dibattito politico. Spesso in Italia siamo troppo occupati a guardarci l’ombelico: a livello mediatico “buca” di più un bel dibattito sulla pillola anticoncezionale, che i problemi internazionali nei quali siamo coinvolti, e che poi magari ci capitano fra capo e collo trovandoci impreparati e spingendoci a beccarci tra di noi come i polli di Renzo. Magari può servire a qualcosa stare attenti agli equilibri di potere geopolitici, alla finanza internazionale, agli andamenti della produzione mondiale o alle guerre e alle rivolte in paesi che si potevano definire distanti solo prima della nascita del villaggio globale.

    Seconda lezione: volete capire come sta andando l’economia? Andatevi a informare leggendo l’economia, non la politica. A volte le due cose si intrecciano: ma a volte no. Su Berlusconi, Monti e lo spread sono state dette cose assurde. Forse se vogliamo capire perché lo spread sale o scende, magari troviamo qualche informazione utile andando a vedere cosa è successo nelle borse, o ascoltando gli analisti. Certo, può sempre capitare che noi non riusciamo a capire i dettagli tecnici oppure che gli esperti si sbaglino. Ma è pur sempre un approccio migliore che farsi rifilare una versione precotta da Cicchitto o da Fassino.

    Terza lezione: per quello che riguarda casa nostra, critichiamo pure Monti per quello che ancora non sta facendo (per esempio provvedimenti per la crescita, leggi dure contro la corruzione o l’asta delle frequenze digitali televisive), ma non facciamoci raccontare che Berlusconi non era un problema. Capire gli errori che abbiamo fatto è la prima condizione per non ripeterli. E in questo caso le responsabilità sono chiare, a meno di non volersi prendere in giro. Il valore dello spread era praticamente irrilevante quando il Cavaliere andò al governo nel 2008: infatti all’epoca nessuno, a meno che non fosse uno specialista, aveva mai sentito la parola “spread”.

    E’ pur vero che tutto ha origine dallo scoppio della crisi bancaria internazionale, che certo non è dipesa dal Cavaliere; ma è un dato di fatto che, se oggi siamo più a rischio di quasi tutti gli altri Stati europei, la colpa è delle condizioni di partenza già pregiudicate del nostro paese e della maldestra gestione dell’emergenza. E chi è responsabile di tutto questo? Sulla gestione della crisi c’è poco da dire: Berlusconi dapprima ha perso tempo prezioso negandola, e dopo in extremis ha annunciato provvedimenti-spot a cui nessuno ha dato credito.

    Sulle condizioni di partenza, poi, l’analisi è ancora più impietosa. Se i primi responsabili del nostro grande debito pubblico sono stati i governi della Prima Repubblica, che ora non ci sono più, perché tutta questa devozione nel PDL per la figura di Bettino Craxi? Perché Brunetta si tenne il pregiudicato De Michelis come consulente? E comunque nella Seconda Repubblica si sarebbe potuto benissimo risolvere molte cose. Ora, dal maggio del ’94 al 16 novembre scorso, in 17 anni e mezzo, Berlusconi ha governato per più di 9 anni, intervallato da 7 anni di centro-sinistra (in cui comunque il Cavaliere manteneva un’opposizione numericamente rilevante) più 1 anno abbondante di governo tecnico Dini. Se non è stato risolto nulla e anzi la situazione è peggiorata (il debito ad esempio è aumentato), di chi sarà mai la colpa? Certo, le responsabilità non sono tutte solo dei governi di Berlusconi: ci sono anche gli altri. Ma è comunque assurdo che ora si cerchi di attribuire delle responsabilità a chi è venuto dopo per i danni fatti da chi ci ha governato prima. Proprio per questo, pur con tutte le sue contraddizioni, non si può non dar ragione a Beppe Grillo quando scrive: «è necessaria una Norimberga pubblica della classe politica con un calcio in culo al posto delle forche».

    Andrea Giannini

  • Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Non c’è dubbio che questa classe politica abbia accumulato negli anni privilegi faraonici. Tant’è che  ormai si parla dei nostri politici usando abitualmente il fortunato termine di “casta”, suggerito dal best-seller omonimo dei giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

    Anche grazie a inchieste come questa gli Italiani hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che una grande parte della politica ha perso di vista il senso del proprio lavoro e della propria missione per dedicarsi alla cura dei propri interessi personali e al mantenimento dei propri privilegi. Non è un fatto inedito: lo riscopriamo ciclicamente.

    Primo fu Berlinguer nel ’81 con la questione morale; poi venne Tangentopoli nel ’92 con la corruzione dei partiti. Ci risvegliamo a fiammate, salvo poi riaddormentarci ogni volta. Anche se rimane nella gente un senso viscerale di disgusto e disillusione per la politica, tutto viene come rimosso, dimenticato, archiviato, nell’illusione che, dopo essersi sfogati, basti non parlarne più per riprendere una vita normale. E invece il problema si ripresenta sempre.

    Per chi ha seguito da vicino la politica nel ventennio berlusconiano, sa benissimo che, a destra come a sinistra, c’erano molte ragioni per rendersi conto di come la classe politica non si fosse affatto rigenerata. Per tutti gli altri si ricomincia nel 2007, in sordina, quando esce, appunto, La Casta di Rizzo e Stella.

    Nel 2008 scoppia la crisi delle banche anglosassoni, ma comincia anche il quarto governo Berlusconi, che rimarrà negli annali come uno dei momenti più bassi per la dignità della nostra classe politica, a causa di proposte di legge sempre più liberticide, di politici sempre più impresentabili, di comportamenti pubblici sempre più spregiudicati e di scandali sempre più numerosi.

    Infine, con il paese sull’orlo del default, Berlusconi si dimette e arriva Monti con una manovra “lacrime e sangue” di cui abbiamo parlato più volte. Ed è a questo punto che, come dicevano Gino e Michele, «anche le formiche s’incazzano».

    Per anni abbiamo tollerato dai nostri politici cose che in nessuna democrazia conosciuta si tollererebbero; cose che sono possibili solo nel paese dei feudi, delle signorie e dei potentati, del «io so’ io, e voi non siete un cazzo», del «è normale che chi ha potere lo usi: lo faresti anche tu». Poi improvvisamente, quando la situazione si fa tragica, imbracciamo i forconi.

    E’ in quest’ottica che va considerata la nuova campagna “anti-casta” che sta appassionando il paese: da una parte cittadini indignati e organi di stampa improvvisamente conquistati alla causa che chiedono l’abolizione dei vitalizi e la riduzione degli stipendi, dall’altra politici arroccati nella difesa spudorata dei privilegi acquisiti. Per alcuni tutto ciò sembrerà una grande conquista, ma purtroppo lo è solo in parte: vale a dire che, continuando su questa strada, probabilmente otterremo poco, faremo danni peggiori e poi ci riaddormenteremo nuovamente.

    Infatti, se è senz’altro giusto chiedere che i nostri mille parlamentari partecipino ai sacrifici del paese rinunciando a un po’ dei loro costosi privilegi, questo non può bastare. Non è un’eventuale rivalsa che ci dovrebbe appagare. Il fine dovrebbe essere piuttosto quello di avere una classe politica onesta ed efficiente. Per questo pensare solo ad abolire i privilegi non può portarci lontano.

    Ad esempio, sul tema dei vitalizi abbiamo già commesso degli errori. Scandalizzati dalla cronaca di Stella e Rizzo, che raccontava come i parlamentari prendessero la pensione solo per il fatto di essere stati eletti e senza versare i contributi che tutti gli altri cittadini sono tenuti a versare per legge, abbiamo ottenuto a furor di popolo l’obbligo minimo di una legislatura: ora un parlamentare per avere la pensione deve fare almeno 5 anni in parlamento. Ma il vitalizio non è di per sé un privilegio: è una garanzia di democrazia.

    Per la Costituzione i parlamentari sono in carica senza vincolo di mandato: significa che non devono rispettare accordi politici, ma solo votare per il bene dei cittadini. Per evitare che potessero subire ritorsioni per questo, si garantiva che, terminato il loro incarico, avessero comunque di che vivere: ecco il senso del vitalizio. Invece con il limite dei 5 anni cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto i Razzi e gli Scilipoti, cioè persone che, solo per garantirsi il vitalizio (si veda il video-confessione trasmesso da Nuzzi su LA7), il 14 dicembre 2010 tennero in piedi una legislatura già finita e una maggioranza risicata che non prenderà più alcuna misura seria, portando lo spread a 570 punti e il paese sull’orlo del fallimento. Un bel risultato.

    Chiedere l’adeguamento degli stipendi dei parlamentari alla media europea, invece, è senz’altro più sensato. Eppure io non mi scandalizzo tanto per il fatto in sé che i miei politici siano i più pagati di Europa: mi andrebbe anche bene, se fossero i migliori. Il problema è che sono i peggiori. Se li pago meno, certo sono più contento: ma resto comunque molto preoccupato per la loro scarsa affidabilità.

    Insomma, la lotta ai privilegi va certamente bene, se è fatta con criterio: il politico non deve avere nulla che non sia strettamente necessario per la sua funzione. Ma se vogliamo delle regole che servano ad avere politici migliori, dovremmo preoccuparci di chiedere una buona legge elettorale, di esigere un codice etico molto più severo e soprattutto di scardinare il sistema di potere dei partiti, che si basa su un finanziamento pubblico troppo generoso e un finanziamento privato poco trasparente.

    I partiti, in barba a un referendum votato da una larghissima maggioranza di cittadini, si auto-assegnano rimborsi elettorali astronomici; poi, grazie ad incredibili agevolazioni fiscali, raccolgono anche denaro privato tramite le fondazioni, che non hanno bilanci pubblici (memorabile la giustificazione di D’Alema: «c’è la privacy!»).

    E’ così che diventano troppo vicini a una certa imprenditoria, così che controllano la Rai, Finmeccanica e tutte le altre aziende pubbliche, che pilotano gli appalti pubblici e che prospera il virus del conflitto di interessi.

    Ecco dove bisognerebbe dirottare la nostra attenzione e dove sono le regole da cambiare. Eppure, anche le regole migliori del mondo non bastano a regalarci una buona politica. Contro i cattivi politici c’è solo un metodo infallibile, già sperimentato e vecchio di centinaia d’anni: non votarli.

    Andrea Giannini

  • Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Umberto BossiBossi l’altro ieri ha commentato: «La guerra l’ha persa l’Italia e l’ha vinta la Padania. Il resto sono tutte cazzate!». Commentando la crisi dell’euro, poi, ha aggiunto: «La Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti!». Ordinaria amministrazione, si dirà. Dopo diti medi, rutti e scoregge ormai ci siamo abituati a tutto.

    E per carità! Da un lato è certamente giusto non prendere troppo sul serio queste cose. La Lega Nord minaccia la secessione dagli anni ’90, ma nella pratica non ha mai disdegnato le poltrone romane. Ha sempre fatto un po’ il partito “di lotta” e un po’ il partito “di governo” a seconda di quando perdeva o vinceva le elezioni: per cui certe sparate sembrerebbero davvero poco credibili.

    Eppure è da molti anni ormai che il fenomeno della Lega Nord viene considerato con una certa serietà. Dopo le diffidenze e le risatine che i media riservarono a Bossi e ai suoi per tutti gli anni ’90, in seguito, con le vittoriose elezioni del 2001 e 2008, molti commentatori si dovettero ricredere: si riconobbe alla Lega un forte radicamento sul territorio, amministratori locali generalmente capaci e il monopolio sul tema centrale della sicurezza.

    Tant’è che l’influenza di Bossi su tutto il centrodestra, soprattutto in tema di immigrazione e lotta alla piccola criminalità, si è estesa fino a diventare predominante. Questo ha amplificato l’importanza percepita del Carroccio nello scacchiere della politica; ma bisogna fare attenzione a non sopravvalutare il fenomeno.

    Un conto è riconoscere alla Lega alcuni successi e un’oggettiva capacità di farsi portavoce del disagio di una certa parte del paese, un altro conto è dare credito a velleità autarchiche e tendenze secessioniste.

    Non dovremmo dimenticare di valutare il merito delle proposte leghiste: non basta riderne, così come non si può dare la patente di rispettabilità a un partito solo per via di discreti successi elettorali del passato. Certo, discutere la politica leghista come si trattasse di una cosa seria è un esercizio impietoso: ma almeno non si da l’impressione che si faccia ironia per nascondere la mancanza di argomenti seri. E poi, in un momento in cui Bossi scommette sullo sfascio del paese, è sempre utile ricordarsi per quali motivi il folklore leghista non sia un’opzione da prendere seriamente in considerazione.

    Ora, è indubbio che il Carroccio abbia costruito il suo successo elettorale sul tema della lotta all’immigrazione e sul federalismo. Ma è altrettanto indubbio che i risultati concretamente ottenuti, anche se sbandierati come vittorie ineguagliabili, siano stati piuttosto scarsi.

    In tema di federalismo segnalo una bellissima puntata di Report di fine ottobre; e sulla reale composizione del problema dell’immigrazione clandestina rimando ad un bel articolo di Maurizio Ambrosini del luglio 2009 su Lavoce.info.

    Questi riferimenti sono utilissimi per soppesare una componente ineliminabile dei partiti populisti: vendere fumo al proprio elettorato. In questo Berlusconi e Bossi si intendevano benissimo. L’importante non è tanto raggiungere un risultato, ma convincere chi ti vota di averlo raggiunto.

    Prendiamo la lotta alle mafie. A parte il fatto che tutti i governi hanno fatto pochissimo per azzoppare la criminalità organizzata là dove davvero conterebbe, cioè sul versante economico-finanziario e il riciclaggio del denaro sporco; resta comunque agli atti la cattura di diversi boss di peso, che ha dato lustro e rispettabilità all’azione del ministro Maroni. Il quale, infatti, non perdeva occasione per sottolineare i propri meriti. E difatti, quando l’altro giorno hanno arrestato Michele Zagaria, l’ultimo boss della vecchia guardia dei Casalesi, quasi quasi la festa non sembrava riuscita senza le dichiarazioni dell’ex-ministro dell’interno. Ma come: arrestano un boss e nessuno se ne prende il merito?

    Eppure oggi abbiamo scoperto che le forze dell’ordine e la magistratura gli arresti riescono a farli benissimo anche senza i politici. Ma più che valutare quello che la Lega ha fatto nel passato, mi interessa qui discuterne le premesse teoriche, le basi ideologiche e il progetto politico.

    La ragione d’essere del Carroccio è la difesa degli interessi del Nord, cosa che presume una qualche forma di abuso da parte di Roma e da parte del Sud: e non c’è dubbio che il paese viva uno squilibrio storico, nel senso che aree geografiche a lungo sotto dominazioni straniere diverse si sono ricongiunte 150 anni fa senza che il Mezzogiorno riuscisse mai a raggiungere il livello di sviluppo e occupazione del settentrione. Si chiama “questione meridionale” ed è figlia di un processo di unificazione fortunoso e rocambolesco.

    Ma da questi dati di fatto, così come dai legittimi interessi della parte produttiva del lombardo-veneto, non si può in alcun modo giungere alla conclusione che mettere il Nord contro il Sud o lavorare per la secessione siano pretese accettabili. Innanzitutto non sono esigenze condivise. Persino Beppe Grillo è arrivato a dire che, se si facesse un referendum, il Nord si staccherebbe dal resto d’Italia. Ma è una bufala colossale.

    I numeri raccontano che alle ultime elezioni su 36.457.254 votanti la Lega ha raccolto 3.024.543 voti: vale a dire l’ 8,3 %. Si dirà: se ci concentriamo al Nord, la percentuale sale. Vero. Ma anche in Lombardia e in Veneto i seggi conquistati dalla Lega nel 2008 sono stati più o meno gli stessi di quelli del PD (che le elezioni le perse).

    Inoltre bisogna considerare che molti votano Lega più per la politica dura contro l’immigrazione che per altro. E attualmente i sondaggi non sono positivi. A ben vedere, dunque, coloro che confidano nella secessione come soluzione estrema sono un’esigua minoranza. Ed è normale che sia così. L’idea di uno Stato autarchico padano che batta moneta propria è talmente assurda che non ci credono nemmeno i dirigenti leghisti. Un Nord che chiudesse le frontiere e facesse import/export in talleri che tipo di chances di sviluppo potrebbe mai avere? Inoltre la “Padania” è chiaramente un’invenzione folkloristica. Non che le differenze regionali e geografiche non esistano: abbiamo una varietà vastissima di dialetti e usanze locali. Ma questo non dà alla Lombardia più ragioni culturali di pretendere un proprio Stato di quante non ne darebbe alla Puglia o alla Sardegna. La vera ragione per cui al Nord potrebbe interessare la secessione sarebbe quella di togliersi la palla al piede di un Sud che non riesce a svilupparsi. Ma non è un caso che non esistano precedenti al mondo su basi simili.

    Anche il caso degli Stati Uniti, che raggiunsero l’indipendenza a spese dell’Inghilterra per ragioni essenzialmente fiscali, non è nemmeno lontanamente paragonabile: avvenne più di duecento anni fa, con distanze geografiche enormi e soprattutto con il motivo determinante dell’ostinazione inglese a trattare gli americani come colonizzati e non come colonizzatori.

    Se la Padania dovesse nascere davvero, allora sulle stesse basi il Veneto potrebbe a sua volta chiedere l’autonomia dalla Padania! Infatti liberandosi di Piemonte e Liguria si ritroverebbe uno Stato più omogeneo economicamente.

    Se passasse l’idea che lo sviluppo non si raggiunge insieme, ma che basti tagliare i rami secchi, si diffonderebbe un virus da cui non sarebbe immune nemmeno un ipotetico Stato padano. Per questo oggi nessuno Stato moderno e democratico tollera che al suo interno operino spinte secessionistiche tanto dichiarate e pretestuose: non solo perché il mondo va in direzione opposta, ma anche perché questo minaccia la coesione interna.

    Se abbiamo un paese diviso e frastagliato, che è politicamente incapace di prendere decisioni condivise, ciò è anche causa ed effetto insieme di spinte secessionistiche come quelle leghiste.

    Da tifosi di calcio, non tollereremmo che i giocatori della nostra squadra pensassero solo a se stessi remando contro; ma trattandosi di politica, queste cose vengono curiosamente sottovalutate. Così come viene sottovalutato il razzismo strisciante che è insito in tutto questo. Quando nel 2009 Berlusconi venne colpito da una statuetta lanciata da uno squilibrato, partì un processo mediatico che fece le pulci a tutti coloro che a sinistra avevano osato rivolgergli critiche troppo aspre. Poi si scoprì che le cose non avevano alcuna correlazione e che l’aggressore aveva agito così solo a causa dei suoi disturbi mentali.

    Ora che un antisemita iscritto a Casa Pound ha ucciso due senegalesi, a qualcuno verrà in mente di suggerire che forse certi messaggi provenienti da destra hanno una qualche responsabilità nell’accaduto?

    Andrea Giannini

  • La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    Spese e debito pubblicoLa prima cosa da notare è che con l’annuncio della manovra di Monti è sceso drasticamente lo spread. L’indice che esprime la differenza tra quanto rendono i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani ha rappresentato il termometro della terribile febbre finanziaria che ci ha colpito quest’estate.

    Nei giorni più caldi della crisi, in pratica, lo spread ci spiegava che se la Germania piazzando un titolo obbligazionario a un compratore si faceva dare 100 promettendogli a dieci anni 101, l’Italia per fare lo stesso doveva promettere 107 o 108. La differenza tra le due “promesse” è appunto il valore in percentuale dello spread (che in inglese vuol dire proprio “apertura, gamma”).

    Considerando che la Germania paga i rendimenti più bassi e costanti d’Europa, se aumenta la nostra differenza da loro e cioè sale lo spread, significa che ci stiamo indebitando sempre di più per reperire liquidità. E questo avviene perché i compratori non si fidano della nostra capacità di ripagare i debiti ed esigono un margine di guadagno più ampio per correre il rischio. Ma più salgono i tassi, più aumenta il debito. E più aumenta il debito, più aumenta la sfiducia dei compratori: e così i tassi tornano a salire. Una spirale perversa che se non viene invertita fa schizzare verso l’alto i rendimenti fino alla soglia di non ritorno: lo Stato che dichiara la bancarotta.

    Ci siamo andati vicini e il pericolo non è del tutto scongiurato. Gli effetti già si vedevano e si vedono ancora: la fuga dei capitali, la corsa all’oro come bene rifugio, l’aumento del costo del denaro, l’aumento dei tassi sul prestito bancario e via dicendo. Se avessimo varcato la soglia di non ritorno, il mutuo per la casa o il finanziamento per l’impresa sarebbero diventati impossibili: è il cosiddetto “credit crunch”, la contrazione del credito, che chiude i rubinetti all’economia provocando fallimenti di imprese a catena, disoccupazione ai massimi livelli e taglio selvaggio della spesa sociale. Uno scenario che andava scongiurato. Ed è proprio per questo che è stato sostituito Berlusconi: perché si era rivelato inadatto a gestire la crisi. E per lo stesso motivo è stato chiamato Monti: perché aveva la reputazione e la stima necessarie per gestire una situazione così grave.

    Non dobbiamo dimenticarci di tutto questo. Non dobbiamo dimenticarci di quanto si sia rivelato inconcludente il precedente governo. Berlusconi aveva governato otto degli ultimi dieci anni garantendo una crescita economica ridottissima; aveva fatto tre manovre in una sola estate e quando si è dimesso, ci ha lasciato con uno spread superiore ai 560 punti. Non dobbiamo dimenticarci che in 20 giorni dal suo giuramento, Monti ha presentato una manovra che deve ancora essere approvata e già ci restituisce uno spread attorno ai 380 punti. Siamo lontani dai valori molto più bassi di un anno fa, ma è innegabile che siamo sulla buona strada.

    Ciò non significa che siamo guariti. La manovra deve ancora passare tra le forche caudine del parlamento e, soprattutto, la partita vera si giocherà in Europa. Se Monti incassa una manovra rigidissima sul versante dei conti, con un nuovo sistema pensionistico più rigoroso di quello tedesco, potrà poi andare a parlare con Francia e Germania e spingere con maggiore credibilità sul tasto della messa in sicurezza dell’euro, che è l’unica cosa che può scongiurare davvero la crisi.

    Ma niente è certo: siamo ancora appesi ad un filo. Quello che si può dire per ora è che Monti sta facendo davvero quello per cui è stato chiamato. E che stiamo toccando con mano quanto ci sia costato Berlusconi e, più in generale, una classe politica incapace ed inefficiente.

    Detto questo, il giudizio sulla manovra in sé e per sé non può che essere negativo. Era giusto ricordare come mai siamo arrivati a questi punti e cosa rischieremmo se ora l’iter di approvazione si arenasse in parlamento: ma ciò non vuol dire che la manovra sia giusta ed equa. Ha il pregio di garantire i saldi finali, ma ha il vizio di farlo passando attraverso le solite tasse e i soliti tagli.

    Ho già scritto su queste colonne che esistevano molti modi per reperire le risorse necessarie a raggiungere la parità di bilancio nel 2013: sono talmente tante le soluzioni che qualcuna l’ho certamente dimenticata. Eppure Monti ha fatto pochissimo in questo senso. Ha fatto pagare quasi tutto alla gente e pochissimo ai privilegiati, agli evasori e ai partiti.

    Imporre la tracciabilità dei pagamenti in contanti sopra i 1000 euro temo che servirà a poco. Chiedere un 1,5 % in più a chi aveva rimpatriato capitali tenuti all’estero evadendo il fisco e pagando solo il 5 % per rimettersi in regola, fa sorridere: costoro se la cavano comunque pagando un 6,5 % totale laddove in altri paesi per la stessa cosa si era chiesto il 20 %. Se si voleva introdurre una norma retroattiva (a rischio di incostituzionalità), tanto valeva osare di più. La Chiesa dal canto suo si è scampata l’ICI. La casta poi se l’è cavata piuttosto bene, come ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere (uno che se ne intende, visto che il libro La Casta lo ha scritto lui): i pilastri su cui si basa il sistema di potere dei partiti non sono stati toccati. Insomma, Monti che predicava l’equità si è rivelato iniquo?

    Ad esser onesti non ce la possiamo prendere con lui più di tanto. Innanzitutto perché è sempre il Parlamento che approva le leggi. Una tassa sui patrimoni, ad esempio, che per entrare in funzione già richiede del tempo che non abbiamo, il PDL non l’avrebbe votata. Stesso discorso per le frequenze del digitale terrestre. Semplificando molto, oggi le stiamo regalando a Rai, Mediaset e LA7, quando mettendole all’asta potremmo ricavarne qualche bel miliardo di euro: ma c’è qualche dubbio che Berlusconi avrebbe fatto il diavolo a quattro contro un provvedimento simile? La realtà purtroppo è sempre la stessa. Quando bisogna prendere dei provvedimenti in Italia, chi vede toccato i suoi interessi si muove compatto: sindacati, corporazioni, associazioni di categoria, ordini religiosi e professionali, politici e via dicendo. Gli unici che non si sanno muovere insieme, come le pecore di un gregge, sono gli Italiani.

    Se oggi la gente subisce una manovra durissima, la colpa è senza dubbio di politici inefficienti che sono stati a guardare fino a che non è dovuto intervenire un “podestà straniero”. Ma in ultima analisi la colpa è degli Italiani stessi, che questi politici li hanno votati, che hanno creduto ciecamente a Berlusconi prima e a Monti adesso e non hanno ancora imparato che, come dice Fitoussi, «non c’è Zorro e non c’è Superman».

    Dovremmo smetterla di affidare il controllo sulle nostre vite ad un individuo solo, perché questo, per bravo e volenteroso che sia, si scontrerà sempre contro le medesime resistenze e finirà sempre per accontentare chi ha potere di ricatto, lasciando sullo sfondo quei cittadini che pure dovrebbero essere i padroni in democrazia.

    Anziché disinteressarci della vita pubblica per poi subirne le conseguenze, dovremmo tornare ad interessarci, a comprare i giornali, a seguire la politica e l’economia, a scendere nelle piazze, a dedicare un po’ del nostro tempo ad acquisire elementi utili a prendere noi le decisioni, tramite rappresentati scelti da noi e da noi monitorati severamente. Sarebbe semplicemente la democrazia, cosa che non esercitiamo più da tanto tempo. Per questo oggi non ha senso prendersela perché si va in pensione 5 anni più tardi: è solo uno dei tanti prezzi da pagare per aver lasciato la nostra sovranità in mano ad altri.

    Andrea Giannini

  • Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    EuropaQuesti giorni saranno cruciali per il destino dell’euro. O si trova una soluzione veloce per dare fiducia ai mercati garantendo un salvagente di qualche tipo per i debiti delle economie europee, oppure lo scenario sarà davvero fosco. C’è il concretissimo rischio che l’Europa esploda ricatapultandoci indietro di vent’anni e scaraventandoci in una recessione economica paurosa, che avrà ripercussioni planetarie.

    In termini concreti questo potrebbe significare: chiusura del credito alle imprese, fallimento a catena delle aziende, disoccupazione a livelli record e misure draconiane di taglio alla spesa pubblica che deprimerebbero l’economia del nostro paese per molti anni. E’ questo che ci stiamo giocando forse già questa settimana.

    Al punto in cui siamo potrebbe bastare un incidente qualsiasi (tipo un’asta di titoli di Stato andata male) per scatenare il panico e il fuggi-fuggi generale, con i tassi d’interesse dei Btp che schizzano alle stelle e il governo italiano che deve chiedere aiuto alla Bce o al Fmi per finanziarsi. In pratica, la bancarotta. E una volta crollata la terza economia europea, il destino del resto dell’Europa sarebbe segnato, perché l’eurozona perderebbe definitivamente credibilità.

    Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che lo scenario sia così concretamente catastrofico induce molti a pensare positivo. Infatti, dato che è difficile che qualcuno possa prevedere di guadagnarci qualcosa in tutto questo, è più realistico supporre che la pressione delle diplomazie internazionali riesca a vincere gli egoismi dei singoli Stati europei fino a produrre una strategia risolutiva condivisa da tutti.

    Ormai persino gli Stati Uniti e la Cina, che da una caduta dell’euro rischierebbero fortissimi contraccolpi, dato che esportano tantissimo nell’eurozona, si sono mossi per fare pressioni sui partner del vecchio continente. Pechino, ad esempio, si è detta disponibile ad investire nelle infrastrutture europee: non significa che comprerà il debito dell’eurozona, ma è un segnale che gli Americani non hanno sottovalutato. Infatti Obama, da tempo preoccupato che i cinesi possano intervenire in Europa, comprandosi insieme con il debito anche una larga influenza sulla politica europea, si è addirittura spinto fino al punto di impicciarsi nelle discussioni tra Francia, Italia e Germania raccomandando caldamente gli eurobond (i famigerati titoli di Stato europei che, secondo alcuni, sarebbero al riparo dai timori di insolvenza e dagli attacchi speculativi).

    Queste interferenze, paradossalmente, sono segnali positivi: sono indici del fatto che un crollo dell’eurozona significherebbe una recessione globale che nessuno vuole. E più ci avviciniamo al punto di non ritorno, più è facile che la soluzione salti fuori. Tutto questo ricorda un po’ uno di quei “giochi” che facevano i teppisti degli anni ’80: rubare una macchina, lanciarsi giù da una scarpata a motore spento e fare a gara a chi scende dall’auto per ultimo. Più si avvicina il punto dell’impatto, più è probabile che uno dei “giocatori” apra la portiera e si catapulti fuori. Ma il rischio che si salti troppo tardi e che ci scappi il morto è sempre presente.

    Speriamo ovviamente che ciò non avvenga. Ma se per caso dovessimo riuscire a venirne fuori, non dovremo commettere l’errore di pensare di avere risolto tutti i nostri problemi. Non esiste una soluzione immediata e definitiva: esistono provvedimenti che possono dare ossigeno e “comprare” dai mercati il tempo che ci serve per intraprendere cambiamenti più radicali. Molti economisti dicono che il problema dell’euro è quello di una moneta unica che non ha una politica monetaria unica. O meglio: in teoria ce l’avrebbe, ma in pratica i veti incrociati dei singoli Stati fanno fallire gli accordi. Il che è più o meno quello che sta succedendo in questi giorni, con la Germania che (non proprio senza motivo, in verità) si oppone a quelle soluzioni che gli altri sembrerebbero anche disposti a condividere.

    La questione appare strettamente economica, ma in realtà è molto più ampia. Il punto è politico. Fare un’unione di mercati con una moneta unica è stato relativamente facile, perché era conveniente un po’ per tutti. I governi non potevano più svalutare la moneta (come ha fatto l’Italia fino agli anni ’90), ma comunque si agganciavano ad un mercato comune forte e prospero, in cui le importazioni e le esportazioni erano agevolate e l’economia ne poteva beneficiare largamente. Ma tutto il resto è passato in secondo piano.

    Oggi dovremmo aprire un largo dibattito su cos’è l’integrazione europea, per non buttar via quello che abbiamo costruito fin qui. In passato non siamo riusciti a fare una politica estera condivisa nemmeno nelle linee generali: un campanello d’allarme sottovalutato semplicemente perché, detto francamente, l’economia andava bene e a tutti questo bastava. Quasi che i tanti secoli di guerre che tutti gli Stati europei avevano attraversato per giungere ad un’unità politica e territoriale non avessero insegnato che il fatto di essere uniti e di sapere rispondere insieme alle difficoltà è un risultato politico nel contempo indispensabile e straordinario, che si raggiunge solo faticando molto. Invece, una costituzione che mette al centro il mercato comune e non i diritti e l’unione politica, alla lunga è controproducente.

    Oggi l’Europa non parla ad una voce perché è divisa: ha un mercato e un’economia comuni da proteggere, ma non ha una politica comune per farlo. Questo è il problema. Ovvio che non si possa pensare di sopravvivere rimanendo così come siamo: o si rimette in moto una politica di unione confederale, a scapito di pezzi di sovranità dei singoli Stati, oppure si muore. Ecco perché questa tempesta economica e finanziaria, oltre che un rischio enorme, può essere anche una grande occasione. Sempre che vogliamo dimostrare di avere ancora un futuro, come Europei.

    Andrea Giannini

  • Il governo tecnico impari a fare politica, o tornerà a casa presto

    Il governo tecnico impari a fare politica, o tornerà a casa presto

    Mario MontiSiamo tutti in attesa di vedere Monti all’opera. Stiamo tutti aspettando fiduciosi che si concretizzino i migliori auspici (come i tagli dei privilegi della casta o una tassazione che gravi più sui patrimoni e meno sui redditi da lavoro), ma anche che si smentiscano le peggiori preoccupazioni (tipo l’inadeguatezza di Mister “Conflitto d’Interessi” Corrado Passera, oppure del nuovo ministro della giustizia, che in passato non solo faceva l’avvocato dei mafiosi e dei poteri forti, ma che rilasciava anche inquietanti dichiarazioni contro le intercettazioni e contro i pentiti).

    Nel frattempo, però, possiamo parlare d’altro. C’è ad esempio un aspetto rilevante dell’attualità che ha a che fare proprio con la formazione del nuovo governo e che è rimasto un po’ sottotraccia: la funzione della politica.

    Da quando è arrivata la lista dei nuovi ministri, infatti, a parte il sospiro di sollievo per il fatto che non vi erano stati inseriti degli inquisiti (il che è un risultato non da poco…), l’uomo della strada ha esclamato: “finalmente persone competenti”. Anche i giornali e i media non sono andati poi così distanti da questa valutazione. Tant’è che quando qualcuno ha cominciato a lamentarsi per la mancanza di politici all’interno di questo nuovo esecutivo, le ironie si sono sprecate.

    A tutti è parso che un governo tecnico, seppure non eletto direttamente dai cittadini, avrebbe potuto fare sicuramente meglio di una classe politica largamente compromessa e con un credito di fiducia ridottissimo. A tutti è sembrato che un governo di “tecnici”, cioè di persone di comprovata esperienza nel loro mestiere, fosse una soluzione tanto banale quanto giusta: cosa c’è di meglio di un economista all’economia, di un ammiraglio alla difesa, di un avvocato alla giustizia o il presidente del CNR all’istruzione?

    In realtà le cose non sono così facili. Innanzitutto bisogna distinguere tra questa classe dirigente e la politica in generale. Se pensiamo a questa classe politica, ci viene effettivamente da sorridere a paragonare l’attuale Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, al ministro uscente Sandro Bondi, che, a parte le indubbie doti poetiche, aveva scarsa esperienza e ha avuto scarsi risultati. Difficile pensare che Ornaghi, pur non avendo fatto ancora nulla, possa far peggio del suo predecessore, e questo sembrerebbe avvalorare l’idea che la competenza dei tecnici sia preferibile all’inconsistenza dei politici.

    Ma se ci astraiamo dal particolare e consideriamo la questione in senso generale, la valutazione cambia. Non c’è dubbio che questi politici oggi si lamentino solo perché temono che un eventuale successo di Monti metta in risalto la loro assoluta inadeguatezza. Eppure, in condizioni normali, in una democrazia che funziona, c’è un motivo ben specifico per cui i governi devono essere composti da politici, cioè da persone che hanno una comprovata esperienza non tecnica, ma politica: il motivo è che le decisioni che sono chiamati a prendere sono non tecniche, ma politiche.

    E’ un errore ritenere che basti mettere un eccellente medico o un bravo dirigente sanitario alla sanità per avere ospedali pubblici che funzionano. Innanzitutto, l’esperienza tecnica di un singolo è spesso limitata rispetto a quelle che sono le funzioni, molto più ampie, di un ministero: ad esempio un avvocato è esperto di come si difende una parte in un processo, ma non è detto che sappia valutare quali sono i problemi dell’amministrazione della giustizia italiana nel suo complesso. Secondariamente, anche ammettendo un esperto di ampissime conoscenze e vastissima profondità di giudizio, non è detto che non si possa sbagliare: il mondo è premio di premi Nobel di tutte le discipline che hanno formulato teorie che poi si sono rivelate semplicemente errate o di esperti che divergono sullo stesso argomento.

    Il che dovrebbe insegnarci che la Verità rivelata appartiene forse agli dei, ma che nessun uomo è tanto competente da darci la sicurezza che non si sbaglierà quando dovrò fare delle valutazioni.

    Monti è uno stimato economista: ma chi ci dice che le sue idee non siano sbagliate? Mi si obietterà che la garanzia assoluta non la può offrire nessuno, ma che una persona offrirà tante più garanzie quanto più è competente. Ed è vero. Ma allora come stabiliamo chi è più competente? Ad esempio, la scelta dello stesso Ornaghi è stata contestata perché è il rettore di un’università privata: perché dovrebbe sapere come si gestisce il patrimonio pubblico? Come si vede, “competenza” è una bella parola, ma nel concreto mette non poche difficoltà. Inoltre resta la questione di fondo: un premier e un ministro sono responsabili per decisioni politiche e non tecniche. Un economista può avere anche una straordinaria visione dell’economia, ma un Ministro dell’Economia si deve occupare di ripartire le risorse, di far quadrare il bilancio di uno Stato, di stanziare dei fondi, di controllare il gettito e molte altre cose ancora, sapendo che ogni decisione che prenderà accontenterà qualcuno e scontenterà qualcun altro.

    Se devo decidere di rifinanziare una missione di guerra oppure di destinare risorse al sostegno nell’istruzione pubblica, non sto prendendo una decisione tecnica, ma politica. Devo tenere in conto che nel primo caso potrei scontentare gli alleati, provocano conseguenze diplomatiche, mentre nel secondo caso verrei meno ai compiti dello Stato e mi attirerei le proteste di presidi, insegnanti e genitori. Devo scegliere anche tra un problema morale o una questione di duro realismo. Questo è il lavoro di un politico.

    Un conto è dire: “facciamo la riforma delle pensioni”; un altro conto è riuscire a farla, vincendo le resistenze di chi si oppone, i dubbi di chi non si fida, i veti incrociati, i distinguo degli alleati, eccetera. Il bravo politico sa fungere da collettore delle diverse esigenze sociali, promuovendo la soluzione più virtuosa con i minori sacrifici possibili. Ha il carisma, la statura morale, il rispetto e la parola per farsi ascoltare e sapersi relazionare con la gente nelle piazze e con gli altri politici nei palazzi. Queste qualità una volta si acquisivano con la gavetta e con un meccanismo di selezione della classe politica che favorisse i risultati e non il clientelismo. Non c’è dubbio che oggi non sia più così; ma proprio per questo dovremmo preoccuparci di rifondare la politica e non di sostituirla col sapere tecnico.

    Dello stesso Monti, che deve misurarsi con un Parlamento in apparenza entusiasta, ma nella pratica pronto ad impallinarlo alla prima occasione, diremo un gran bene solo se dimostrerà di sapersi comportare da grande politico, perché vorrà dire che sarà riuscito a far passare i provvedimenti migliori rimanendo a galla. Se invece vorrà fare il professore, magari sarà la Saggezza personificata, ma tornerà a casa molto presto.

    Andrea Giannini

  • Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Nichi Vendola e Antonio Di PietroUna delle più geniali imitazioni nella carriera di Corrado Guzzanti, a mio avviso, rimane quella di Fausto Bertinotti, l’ex-leader di Rifondazione Comunista. A parte la straordinaria capacità caratteristica quell’imitazione era riuscitissima anche per l’intelligenza della satira. Il comico romano, ad esempio, riusciva a mettere in ridicolo l’irriducibilità di una posizione politica funzionale a fare opposizione, ma non a governare. Epico il perentorio comizio del “sub-comandate Fausto” in un programma con la Dandini di molti anni fa: «Siamo inaffidabili! Noi non possiamo governare. Il comunismo è fantasia! Questo mito della governabilità è un mito della destra! La sinistra deve restare all’opposizione. La storia della sinistra italiana dice che la sinistra deve restare all’opposizione! La sinistra non può concedersi il lusso di governare questo paese». E ancora, in uno show a teatro nel 2009: «Capovolgendo il pensiero buonista del Partito Democratico, che dice di essere uniti anche nella diversità, noi invece diciamo: dividiamoci anche se la pensiamo grossomodo allo stesso modo!». Geniale.

    Ecco, oggi che Bertinotti e Rifondazione Comunista non ci sono più, ci si sarebbe augurati che Di Pietro e Vendola, che di fatto svolgono la funzione della sinistra cosiddetta “antagonista”, non si facessero trascinare negli stessi errori: cosa che non è successa. Intendiamoci: in politica, avere una posizione chiara e netta è indispensabile. E sia l’Italia dei Valori che Sinistra e Libertà hanno una linea precisa: il rispetto della Costituzione, la legalità, la lotta al conflitto d’interessi, il contrasto all’evasione, la difesa dei ceti più deboli, eccetera. Tutti principi sacrosanti che i due leader – bisogna riconoscerlo – hanno cercato di perseguire con una discreta coerenza (a parte qualche “inciampo” non proprio piccolissimo, tipo il caso Scilipoti nell’IDV o i rapporti discutibili di Vendola con il senatore Tedesco, finito nello scandalo della sanità in Puglia).

    Tuttavia avere le idee chiare non basta. Ci vuole anche carisma, fiuto e capacità di sintesi; ci vuole la stoffa per saper strappare degli accordi vantaggiosi; in una parola, bisogna sapere negoziare.

    Ora, negli ultimi 17 anni, Berlusconi ha inquinato questo presupposto normale della vita democratica. Con le proposte di legge del Cavaliere, per il modo in cui erano concepite e per il fine a cui erano indirizzate – e questo va rimarcato con forza, altrimenti si fa di ogni erba un fascio -, ogni compromesso è stato impossibile: contrattare su prescrizione breve, legge-bavaglio, pericolose modifiche della Costituzione, riforma della giustizia e tante altre belle cose non si poteva e non si doveva fare. Non si poteva accettare che un concessionario dello Stato, ineleggibile per legge, puntasse a sfasciare il buon funzionamento di uno Stato per ottenere impunità per i suoi amici e vantaggi per le proprie aziende. I compromessi sono diventati rese e le collaborazioni inciuci.

    Ma era da dicembre dell’anno scorso, dallo strappo con Fini, che il Cavaliere aveva smesso di governare. Le opposizioni cosa hanno aspettato per costruire un’alternativa? Il PD è un soggetto misterioso e diviso, ma l’iniziativa per costruire una piattaforma condivisa poteva partire benissimo da Vendola e Di Pietro. Con un programma scritto, sul modello di quello che presentò l’Unione di Prodi, ma possibilmente più snello e concreto, si poteva mettere nell’angolo il PD e costringerlo a costruire un’alleanza.

    Il Fatto Quotidiano mesi fa propose una legge anti-corruzione a costo zero. Si poteva esser d’accordo o meno, ma il punto è che non si limitò a chiederla: la scrisse. La buttò giù articolo per articolo. Se un giornale arriva a questi punti di concretezza, perché non può farlo una forza d’opposizione? Ma si è preferito discutere di alleanze: Casini si o Casini no?

    Poi è arrivata l’estate delle tribolazioni finanziarie e la coppia Berlusconi -Tremonti collezionava pessime figure: ma dall’altra parte tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è spuntata la lettera della BCE. Il mio pensiero in proposito l’ho scritto la settimana scorsa, suggerendo anche, pur non essendo un economista, delle alternative. Ma dall’opposizione ancora tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è caduto Berlusconi e Napolitano ha guardato subito a Monti. Dall’opposizione di nuovo critiche.

    Eppure, chi aveva causato il mal suo, avrebbe dovuto piangere se stesso. Qual’era l’alternativa? Lasciare tutto in stand-by per mesi fino alle elezioni con la pistola puntata di uno spread alle stelle? E che garanzie di tenuta avremmo avuto con la vittoria di un centro-sinistra che a tutt’oggi non ha una coalizione e non ha un programma? Inutile che Di Pietro parli di «macelleria sociale». Il fallimento del paese farebbe una «macelleria sociale» ben peggiore. Per questo la gente appoggia Monti: perché è il male minore.

    Ed è colpa anche di Di Pietro, che evidentemente si è accontentato di farsi bello con il proprio elettorato mostrandosi duro e puro, se, quando c’era tempo, non si è costruita un’alternativa. E ora è costretto, obtorto collo, ad imparare a mediare. Così, mentre l’Italia incrocia le dita, ci tocca concludere che Di Pietro è un ex-magistrato onesto e Vendola un buon oratore: ma entrambi non hanno saputo dimostrare di essere anche buoni politici.

    Andrea Giannini