Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Beppe GrilloDopo l’exploit di Parma e i sondaggi che danno il suo movimento quasi al 20%, Beppe Grillo è diventato la vittima prediletta dall’ossessività compulsiva dei mass-media. Dopo essere stato bandito da tutte le televisioni per una battuta sui socialisti (battuta che si era poi rivelata profetica), è stato riscoperto magicamente a distanza di vent’anni; fino al punto che oggi giornali, telegiornali e cinegiornali lo seguono ovunque vada per coglierne ogni sospiro e possibilmente montarci una polemica sopra (aiutati certamente dalla vena provocatoria del comico).

    L’ultima in ordine di tempo è stata: “Grillo contro il Financial Times”; quasi un’epopea mistica da film degli anni ’60, del tipo: “Ercole contro Roma”. In realtà Grillo ha soltanto risposto, e anche piuttosto pacatamente, a un articolo apparso sul Financial Times a firma del giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini. Severgnini, che è volto piuttosto noto perché partecipa spesso ai dibattiti televisivi, è un saggista simpatico, alla mano, di nota fede interista e con una vena esterofila che lo ha portato a pubblicare libri in inglese per spiegare l’Italia agli stranieri. L’articolo in questione recava l’eloquente titolo “Lo stridente fascino del Grillo Parlante d’Italia” e si proponeva – ovviamente – di svelare ai lettori del prestigioso quotidiano britannico i retroscena dell’exploit elettorale di Beppe Grillo. Nel suo pezzo Severgnini accosta il comico genovese prima a Berlusconi e poi addirittura a Mussolini. E Grillo ovviamente si arrabbia. Scrive al direttore del Financial Times definendo il paragone “offensivo” e concludendo: «In futuro spero di leggere sul suo prestigioso giornale articoli più qualificati ed obiettivi sulla politica italiana».

    Una vicenda che, tutto sommato,  ha poco da dire e che potremmo evitare tranquillamente di menzionare, se non fosse per un punto che esula dall’argomento Beppe Grillo e che riguarda il contenuto specifico dell’articolo. Quando Severgnini paragona il fondatore del Movimento 5 Stelle a Mussolini, in fin dei conti esprime una libera opinione: un’opinione semplicistica, a mio giudizio, ma un’opinione che comunque va rispettata e che non è certo stata inventata dal giornalista del Corriere (esistono da tempo diverse declinazioni del lato autoritaristico di Grillo, tra cui quella del “Berlusconi di sinistra”). Se Severgnini vuole spiegare in questi termini il fenomeno Grillo ai suoi lettori stranieri, è liberissimo di farlo.

    Stupisce però che un giornalista così bravo si avventuri in un’analisi della cultura populista nostrana passando per i più scontati luoghi comuni sugli Italiani e tradendo una forte sudditanza psicologica verso la cultura anglosassone. Severgnini conia addirittura la definizione di “Populismo 2.0” e butta nel calderone insieme con Grillo: Bossi, Berlusconi, Tsipras del partito greco Syriza e persino il movimento dei “pirati” tedeschi. Un’analisi non proprio raffinatissima, in cui gli Italiani, per di più, fanno una pessima figura. Severgnini infatti li tratteggia come una massa succube di leader carismatici e autoritari, e come un popolino credulone preda del pifferaio magico di turno (Grillo) e incapace di valorizzare il professionista serio e preparato (Monti): il quale invece, pare di capire, non sarebbe snobbato da quella borghesia anglosassone a cui Severgnini strizza l’occhio.

    Difficile sfuggire all’impressione che questo quadro risulti un po’ offensivo per l’intelligenza media del popolo italiano. Non lo dico per patriottismo, che con la questione non c’entra nulla: lo dico perché credo che il giornalista sia stato piuttosto superficiale. Un conto è non risparmiare critiche a nessuno, nemmeno ai compatrioti; un’altra cosa sono i preconcetti, che non aiutano né gli stranieri a entrare in sintonia con noi, né noi a capire noi stessi. Contesto a Severgnini, in particolar modo, di aver ceduto a una visione pseudo-storica che dipinge l’italiano medio come incline al richiamo dell’uomo forte. Penso invece che questa tendenza vada interpretata dal punto di vista di una democratizzazione mai realizzata fino in fondo, come l’emancipazione e l’autogoverno mancati delle masse popolari. La storia d’Italia, che è una nazione giovane, non è la storia del popolo italiano: è piuttosto la storia delle sue élites politico-economiche e delle ingerenze straniere subite. Per questo le masse popolari non hanno mai abbandonato l’atavica diffidenza verso il potere che è tipica di chi ha imparato a vivere sottomesso.

    Ad esempio, dopo secoli di dominio straniero e papale, l’indipendenza dell’Italia fu ottenuta solo nel 1861: e non fu certo il frutto di un movimento popolare. Fu piuttosto il capolavoro politico e militare di due grandi personalità, Cavour e Garibaldi, che beneficiarono anche della benevola attitudine dell’Inghilterra. Dopo di che l’Italia fu governata dalla classe dirigente sabauda e dai gattopardi dei vecchi possedimenti borbonici. Fu solo nel 1912 che Giolitti concesse il suffragio universale maschile, uno strumento potenzialmente in grado di aprire alle masse la vita politica del paese. Eppure già quattro anni dopo il popolo italiano venne scaraventato suo malgrado in un’orribile guerra europea essenzialmente per le pressioni di piccoli gruppi di nazionalisti romani e per la precisa volontà politica di tre persone: il re Vittorio Emanuele, il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sideny Sonnino.

    Anche il successo del fascismo dipese molto dal fatto che Mussolini fu in grado di accreditarsi presso le élites industriali come l’uomo dell’ordine e della stabilità contro la propaganda rossa; mentre non riuscì a prendere mai, fintanto che le elezioni restarono libere, nemmeno un terzo dei voti popolari. E quando nel ’22 andò al potere, lo fece grazie ad un pugno di militanti in camicia nera, dei quali il Duce temeva il fallimento al punto da starsene in attesa al confine con la Svizzera, pronto ad espatriare se le cose fossero andate storte. Sarebbero bastati due colpi di baionetta dei carabinieri per disperderli: ma il re non volle intervenire e gli Italiani si adattarono, come al solito, a diventare fascisti sotto il fascismo, anche se è pur vero che il consenso verso il regime conobbe momenti di spontaneo entusiasmo ai tempi della guerra in Etiopia. Ma ovviamente il parere del popolo non contava nulla.

    Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, grazie a una nuova e moderna costituzione, gli Italiani, e stavolta anche le Italiane, sperarono di poter cominciare davvero a occuparsi di ricostruire il paese in autonomia. Ma nei decenni a venire l’idealismo si affievolì, perché il paese si scoprì di fatto zona di confine tra due blocchi contrapposti e terra di conquista per agenti della CIA, uomini del KGB, mafiosi e rivoluzionari rossi. Bombe, omicidi, stragi e sequestri divennero così uno strumento di pressione sul paese, un modo per impedire a industriali e dirigenti pubblici di scardinare gli equilibri geopolitici internazionali, a magistrati e giudici di indagare troppo a fondo, a giornalisti di raccontare verità scomode e a movimenti popolari di affermarsi.

    Quando scoppiò Tangentopoli, il consenso bulgaro che l’operato del pool di Di Pietro riscosse tra la gente ben descrive il senso di soffocamento e asfissia con cui veniva vissuto il sistema di potere dei partiti, che ingessava la vita politica e drenava le risorse pubbliche. Ed è in questo contesto che si spiega anche l’exploit della Lega Nord come partito di protesta. Forse Tangentopoli durò troppo a lungo; forse la aspettative di rinnovamento che inevitabilmente le inchieste suscitarono non furono soddisfatte in tempo: fatto sta che la gente poco a poco si stancò e diede fiducia al bellissimo sogno di cartapesta fatto di ottimismo e prosperità economica prospettato dal nuovo venuto: Silvio Berlusconi. Eppure persino il Cavaliere durò solo pochi mesi e ci vollero tutti i vantaggi della sua posizione di potere e tutta l’inconsistenza dei suoi avversari politici per risuscitarlo e tenerlo in vita per un’altra decina d’anni.

    Oggi che non ci sono più dominazioni stranieri, non c’è più la guerra fredda, non c’è più Mussolini e non c’è più Berlusconi, le cose sono cambiate poco: siamo ostaggio di un parlamento di cooptati e di un governo che non abbiamo votato, che a sua volta deve rendere conto ad una governance europea in cui prevalgono gli interessi di altri Stati. Come si vede, dunque, nel corso della nostra storia sono state poche le occasioni in cui, come popolo, abbiamo avuto davvero voce in capitolo. Certo, quelle poche non siamo stati capaci di coglierle: ma d’altra parte non abbiamo mai maturato né l’esperienza né la cultura necessarie.

    Il problema non è certo quello (genetico) di subire il fascino carismatico del leader forte: è piuttosto quello (storico) di avere avuto pochissime occasioni per esercitare la libertà. Dei cosiddetti “leader populisti” di successo si dimentica spesso di ricordare che sanno proporsi come alternativa di rottura rispetto ad una situazione esistente percepita come negativa. Presentare Grillo come un anti-europeista che cambia spesso idea, che offre «risposte semplicistiche a problemi complessi» e che piace agli Italiani perché è simpatico e fa il buffone, è svilente per Grillo, certo: ma è svilente soprattutto per gli Italiani, che vengono trattati come bambini spaventati incapaci di arrangiarsi senza la tutela di questa classe dirigente.

    In realtà quello che per molti è davvero centrale nella proposta politica di Grillo riguarda, da una parte, la demolizione delle consorterie politiche, finanziarie e mafiose che condizionano lo sviluppo civile ed economico del paese, dall’altra la responsabilizzazione civica e democratica dei cittadini, che devono imparare ad accettare il prezzo della loro partecipazione attiva alla vita pubblica. In altri termini, è quell’ideale di democrazia che ci è sempre stato negato e che per l’ennesima volta, sembrerebbe, stiamo cercando di ottenere. E’ l’idea di Grillo che preferisco e quella che mi piacerebbe potesse sopravvivere alle sue contraddizioni.

    Andrea Giannini

  • Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Merkel e ObamaOra interviene anche Obama. E il problema del debito europeo diventa ufficialmente un problema globale. Con la Spagna sull’orlo del default e le indiscrezioni su un tardivo e improbabile piano di salvataggio europeo, gli Usa cominciano a preoccuparsi davvero.

    Tanto che si farebbe presto a scambiare per eccesso di arroganza le parole del portavoce della Casa Bianca, che ha dato la disponibilità dell’amministrazione americana «a consultarsi e a consigliare» le capitali europee in tema di crisi. Vale a dire “volete cominciare a fare qualcosa o vi dobbiamo fare un disegnino?”

    In realtà, come ha detto giustamente Edward Luttwak, non si tratta di arroganza: si tratta piuttosto di disperazione. Obama è già in campagna elettorale. Aveva appena finito di avviare il paese lungo il cammino di una crescita stentata, coordinandosi anche con gli interventi della FED per tenere il dollaro ad un livello competitivo, che è piombata la crisi europea a rischiare di rompergli le uova nel paniere. Se l’euro continua a svalutarsi, gli USA devono continuare a svalutare a loro volta per mantenere un rapporto euro/dollaro favorevole alle esportazioni. Inoltre se va in crisi il mercato europeo, va in crisi l’economia americana. Anzi, va in crisi l’economia mondiale.

    I dati economici sulla prima parte del 2012 danno Cina e India a livelli di crescita “ordinari”, lontani comunque dai livelli astronomici che avevano ancora nel 2011. Il Brasile, dopo il +7,5 % del 2010, è oggi in una fase di rallentamento che si avvicina alla recessione. E molti analisti attribuiscono la colpa di tutto alla crisi del debito europeo: il che significherebbe che persino i paesi cosiddetti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) soffrirebbero per i problemi dei cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). E quindi il mondo è a un livello di interconnessione che forse non immaginavamo.

    Per questo tutti sono preoccupati per il vecchio continente e stanno cominciando a fare pressioni, a vario titolo. Obama non sta solo suggerendo ricette economiche: sta cercando di sfruttare il suo peso politico per smuovere lo stallo. Il problema infatti non è che sui tavoli delle diplomazie europee manchino soluzioni: il problema è che si fa fatica a decidere chi debba pagarle.

    La Germania non si fida dei paesi dell’Europa meridionale, e per impegnarsi ancora a livello europeo (cioè per mettere denaro sul piatto), vuole che questi accettino di sottoporsi a regole comunitarie di politica di bilancio e di controllo dei conti: il che significherebbe abdicare a una parte di sovranità nazionale per delegarla a un’istituzione dove i Tedeschi la fanno da padroni. Intanto però questi paesi qualche sacrificio hanno cominciato pure a farlo: e finora la situazione è solamente peggiorata. Un cambio di rotta non si profila e la baracca minaccia di venire giù da un momento all’altro. Per questo cominciano a chiedersi se sia loro interesse rimanere a queste condizioni.

    In questo contesto, però, in cui tutti accampano sacrosante divergenze di vedute nazionali, viene meno proprio quella convergenza di interessi che era stata la fortunata condizione storica di partenza. Vale a dire che l’Unione Europa si era formata ed è rimasta in piedi fino ad oggi in parte grazie all’intuizione di una ristretta élite politica, ma in parte grazie al semplice fatto che a tutti è convenuto così. La Germania si è rifatta una verginità politica per la prima volta dal dopoguerra, e si è trovata con una moneta non troppo forte che ha favorito le sue esportazioni. I paesi del Sud si sono legati ad una regione economica più vasta e solida, che li ha messi al riparo dall’inflazione e ha garantito anche finanziamenti per le aree sottosviluppate. Fintanto che tutti sono stati bene, nessuno ha avuto niente da ridire. L’integrazione europea ne ha guadagnato. Grazie agli accordi di Schengen, per andare in Francia non era più necessario cambiare le lire con i franchi. E nessuno si preoccupava davvero che il coordinamento politico fosse insufficiente e rimanesse affidato a burocrati scelti dai partiti e mandati in istituzioni distanti dalle popolazioni che avrebbero dovuto rappresentare. Eppure è proprio per questo motivo che oggi l’Europa rischia di saltare.

    La crisi economica non è il responsabile, esattamente come non si può ritenere un compito in classe responsabile dell’impreparazione di uno studente. Se oggi l’Europa rischia di non superare nemmeno il suo primo test, ciò significa solo che era drammaticamente impreparata.

    Bisognava costruire un’unità politica, invece che accontentarsi della soluzione tanto comoda quanto fragile di mettere insieme moneta unica comunitaria e autonomie politiche nazionali. Certo, probabilmente serviva tempo: e nessuno si aspettava che il problema si sarebbe presentato così presto. Ma l’inerzia e la mancanza di iniziativa dell’attuale leadership europea stanno lì a dimostrare che lo slancio europeista e l’idealismo degli inizi si sono completamente liquefatti in pochi anni, sprofondati nel molle abbraccio di un benessere che si pensava infinito: e la costruzione di un progetto con grandi speranze si è atrofizzata e spenta.

    Insomma, se la crisi fosse scoppiata tra cinquant’anni, ci avrebbe colto alla sprovvista allo stesso modo di oggi. E come oggi ci avrebbe messo di fronte ad un bivio: o riprendere con decisione la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa, ammesso che non sia troppo tardi, oppure ognuno per la sua strada. Gli Eurobond possono salvarci dalla sfiducia dei mercati, ma genereranno  problemi in futuro: e non possono salvarci dalle contraddizioni di una politica ripiegata negli egoismi nozionali.

    Purtroppo i leader europei si sono finora rivelati privi di respiro, mostrando di aver smarrito una vecchia verità: che per far politica non bastano voti, carisma, personalità, eloquenza, un pizzico di cinismo e onestà individuale, ma occorre anche una visione dialettica della realtà. Il politico non deve essere solo reattivo, saltando quando si presentano problemi, ma deve essere attivo, operando nella realtà per modificarla secondo una visione ben precisa e costruendo attorno a questa il consenso necessario. Il problema dell’Europa è quello di avere politici allenati a non perdere voti piuttosto che a ispirare una visione nelle masse. La Merkel difende gli interessi tedeschi. Ma Kohl immaginava un ruolo per la Germania in Europa. La differenza sta tutta qui.

     

    Andrea Giannini

  • L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    L’Europa è una bomba a orologeria, siamo pronti all’addio della Grecia?

    EuroQuando parlo con la gente, mi rendo conto con stupore che pochi hanno capito la gravità della situazione. I più sono convinti che l’Europa non possa sfaldarsi e che l’Italia non tornerà mai alla lira: si crede che di fronte alla prospettiva di perdere un componente così importante dell’Unione, dando un colpo fatale al sogno europeo, le resistenze individuali e gli egoismi nazionali prima o poi cadranno. Speriamo. Temo però che questa prospettiva ottimistica dipenda solo dal fatto che si sottovalutino o si ignorino gli allarmi lanciati dagli economisti, e che non si sappia o non si voglia ammettere che il burrone si apre dritto di fronte a noi, che l’auto su cui viaggiamo è lanciata a tutta velocità e che l’autista continua ad accelerare.

    A dire il vero non tutti gli addetti ai lavori pensano che un’eventuale nostra uscita dall’euro possa rivelarsi catastrofica come un volo da un crepaccio. Nel breve periodo sarà probabile un drastico peggioramento delle condizioni di vita, con una riduzione significativa del poter di acquisto dei salari. Sul medio periodo però la situazione potrebbe migliorare sensibilmente. Quello che è certo è che, al di là delle tinte più o meno fosche con cui lo si dipinge, ogni economista che s’interessi della situazione europea non può più ignorare questo scenario: anzi tende a considerarlo sempre più probabile ogni giorno che passa.

    Tanto per fare un esempio, recentemente Paul Krugman – che cito frequentemente essendo uno dei più noti ed influenti economisti a livello mondiale (ha vinto un Nobel, insegna a Princeton e scrive sul New York Times) – ha dato la Grecia fuori dall’euro a giugno: cioè il mese prossimo. Appena accadrà, ciò spingerà lo Stato italiano e quello spagnolo a varare regole draconiane che vietino trasferimenti di denaro all’estero e pongano un limite al prelievo di contanti. Il che significherebbe il panico e il default a un passo.

    A questo punto i tedeschi avrebbero due sole possibilità: da una parte sconfessare in un battito di ciglia tre anni di politica di rigore ed austerità, ammettendo di aver sbagliato tutto; dall’altra decretare la fine all’euro. Ma non è Krugman l’unico a esprimersi in questo senso: ormai è chiaro a tutti che l’eventualità sta lì, concretissima, a portata di mano. E chi ha delle carte da giocarsi si sta già muovendo.

    Infatti, al di là delle dichiarazioni ufficiali improntate alla misura e all’ottimismo, tutte le cancellerie d’Europa si stanno preparando ad un’uscita della Grecia: “GreExit” è la parola d’ordine. Anche Monti, se non è uno sprovveduto o l’ultimo dei Giapponesi, si starà sicuramente preparando all’eventualità che un default greco faccia salire la tensione dei mercati sul debito italiano. Temo che se la gente avesse idea di quanto seriamente gli addetti ai lavori stiano prendendo la faccenda, l’ottimismo svanirebbe in fretta e si diffonderebbe il panico.

    Ed è proprio questa certezza – oserei dire – “matematica” sulle conseguenze a cui questa linea ci sta portando a far pensare a tutti che i Tedeschi, se non si smuovono ora, non si smuoveranno nemmeno nel prossimo futuro. Due anni fa si poteva ancora pensarla diversamente: ma oggi non c’è più nessuno disposto a dire che la politica voluta dalla Germania nei confronti della Grecia, in particolar modo il principio del “share the burden”, vale a dire di ripartire tra tutti i debitori le perdite della rinegoziazione dei debiti di Atene, puntando sull’austerità e il contenimento del debito, sia stata la mossa azzeccata. Lo stesso Krugman in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel ha dichiarato chiaro e tondo: «Abbiamo avuto due anni e mezzo di tempo per valutare gli effetti di queste politiche [di austerità, ndr] e mi stupisce che, malgrado le prove evidenti del fallimento, sia ancora questa la ricetta che si intende usare».

    Il debito che abbiamo accumulato non c’entra nulla con la crisi in atto. (Sempre Krugman: «Non sto dicendo che il debito non mi preoccupa. Sto cercando di far capire che in questo momento non deve preoccupare»). E’ stato piuttosto il fatto di non mettere la garanzia europea sul debito a scatenare l’attuale crisi. Se un titolo di stato europeo (che sia greco o tedesco, non importa) può non essere onorato e può essere rinegoziato, provocando così perdite per chi lo detiene, è ovvio e normale che la gente non lo comprerà più tanto facilmente. O lo banca centrale di quello Stato (nel nostro caso la BCE) stampa tanta moneta quanto ne serve, andando incontro alla svalutazione, ma onorando i debiti, oppure è ovvio che la gente si libererà dei titoli di quegli Stati considerati meno solidi e quindi a rischio fallimento non appena s’intacchi la fiducia nel sistema. La Germania è troppo solida per fallire, ma l’Italia e la Spagna no. Eppure sono troppo grandi e troppo importanti, questo si, perché un loro default e una loro uscita dall’euro non possa segnare inevitabilmente la fine dell’Unione Europea.

    A questo punto i Tedeschi non possono più fingere di non sapere verso cosa ci stanno portando. Perché non cambiano rotta e non accettano una misura di garanzia europea (tipo Eurobond) che ripristini la fiducia? Ci sono vari motivi. Innanzitutto, l’ho già scritto, da loro va tutto bene e l’urgenza della crisi non si sente. L’export verso l’Asia è cresciuto tantissimo e probabilmente molti in Germania pensano che si possa vivere benissimo anche senza il mercato interno europeo. In secondo luogo dalla fine della prima guerra mondiale i Tedeschi hanno un sacro terrore dell’inflazione, e pensano comunque che un aumento dei prezzi sarebbe l’ennesima tassa che loro, i più virtuosi, devono pagare per salvare gli altri, i meridionali, quelli che hanno speso e sperperato per anni. Infine è probabile che per la loro mentalità protestante sia inconcepibile che chi si macchia di una colpa (fare debiti per anni), poi non ne paghi il conto (accettare pesanti misure di austerità).

    E anche se ci sono possibilità che questa linea di pensiero conduca a  conseguenze negative per la stessa Germania, non è detto che il buon senso e la praticità riportino i Tedeschi a più miti consigli: storicamente, se c’è un popolo che ha dimostrato senso morale e perseveranza, a costo di una certa ristrettezza di pensiero, questi sono proprio i compatrioti di Bismarck.

    In ogni caso nelle prossime settimane sapremo se il rischio si concretizzerà, oppure se la tempesta passerà davvero, dando ragione a chi sostanzialmente non si preoccupa della cosa o la ignora. Un po’ come accade in certi film americani, dove l’eroe disinnesca all’ultimo secondo la bomba nucleare che è destinata a radere al suolo New York City, mentre la gente ignara continua a vivere la sua vita come niente fosse.

    Andrea Giannini

  • Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Pier Luigi BersaniIl notista politico che cerca di interpretare il voto popolare è destinato immancabilmente a parlare di cose che non sa. Come si può sapere, infatti, quale ragionamento stia dietro al voto espresso da migliaia o milioni di teste pensanti differenti? Di solito ci si basa sulla sensibilità, sull’intuizione e sull’esperienza personale: tutte facoltà, per l’appunto, limitate ed ingannevoli. E che spesso inducono anche gli osservatori più attenti a considerare le cose non per quello che sono, ma per quello che vorrebbero che fossero.

    Per questo, nel tentativo di rappresentare il quadro che sembra emergere da quest’ultima tornata elettorale, bisogna procedere con i piedi di piombo e partire dai dati di fatto. E il dato di fatto più evidente è l’astensione; che era già a livelli record nel primo turno del 6/7 maggio, ma che è schizzata ancora più in alto nel secondo turno dei ballottaggi. Il nuovo sindaco Marco Doria, ad esempio, ha vinto ottenendo la preferenza del 60 % dei votanti effettivi, che però in termini assoluti, a causa dell’astensione, si traduce in un avente diritto su cinque. Insomma, il “marchese rosso” si troverà nella non facile condizione di dover amministrare una città in cui l’80% dei cittadini o non lo ha votato oppure non gli ha proprio prestato attenzione.

    Questo forte astensionismo inoltre certifica la disaffezione della gente dalla classe politica, anche se a questo non esiste una spiegazione semplice, come potrebbe sembrare. Ci sono ragioni storiche profonde, come il rallentato processo di democratizzazione in un paese dove il potere ruota ancora attorno a notabili e signorotti, o la fine delle ideologie del ‘900. E ci sono ragioni contingenti, come gli scandali, la corruzione e l’arricchimento privato dei rappresentanti del popolo o la crisi economica (rispetto alla quale i politici sono in parte colpevoli e in parte capro espiatorio – in entrambi i casi non la scampano…).

    In ogni caso è difficile attribuire un peso specifico a ciascuno di questi fattori: di solito in questi casi viene comodo dire che c’è un “mix” di spiegazioni diverse. Comunque sia, lo scollamento tra politico e cittadino è incontrovertibile ed è confermato anche dalle scelte degli elettori “sopravvissuti”, che tendono a premiare ovunque i candidati percepiti come “outsider”. Dopo Milano e Napoli la sagra continua. A Palermo vince Orlando (IDV), battendo rovinosamente il candidato ufficiale delle sinistre nel ventennale della morte di Falcone. A Genova Doria è sindaco dopo che alle primarie aveva già surclassato ben due primedonne del PD. A Parma Pizzarotti sconfigge clamorosamente il PD e certifica che il partito di Grillo ha ormai i numeri per ambire al Parlamento. Addirittura qualcuno accredita al Movimento 5 Stelle, che nella ultime settimane ha visto triplicare il proprio indice di gradimento nei sondaggi, un consenso superiore a quello accreditato al Popolo Delle Libertà.

    E in effetti un altro verdetto importantissimo è stato il crollo del blocco di potere di destra formato da PDL e Lega. D’altra parte, con la crisi che stiamo vivendo e per il modo in cui è uscito di scena, squalificato dalle cancellerie di mezza Europa, sarebbe stata davvero una sorpresa clamorosa, se gli elettori non avessero punito il precedente governo, bevendosi la storia che la colpa sarebbe tutta dell’euro e di Prodi e Ciampi che nell’euro ci avevano portato. La Lega in particolare, distrutta dagli scandali, ha perso 7 ballottaggi su 7: nel partito di Bossi rimane ormai soltanto il sindaco di Verona Flavio Tosi, uno che non si era comprato una laurea in Albania, ma che aveva addirittura osato partecipare ai festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia e che pare amministri bene la sua città.

    Insomma: è chiaro a tutti che è in atto una rivoluzione enorme nell’assetto politico del nostro paese, che alle politiche nel 2013 ci sarà da divertirsi e che la seconda repubblica è probabilmente alla fine. Chiaro a tutti, meno che a uno: Pierluigi Bersani. Il cui partito, tutto sommato, aveva anche tenuto. Forse il fatto che le sinistre puntino molto su scuola e stato sociale è visto positivamente da un elettorato che teme Monti, la crisi e la ricette europee. Eppure sono bastati i commenti a caldo del segretario per far pensare che anche per il PD le ore siano ormai contate. Bersani infatti prima finge di non vedere il filo rosso che lega le elezioni comunali di Milano, Napoli, Genova, Parma e Palermo; poi sbandiera i numeri delle molte vittorie ottenute, tipo Budrio e Garbagnate, come se potessero controbilanciare la sconfitta di Palermo; e ancora, si fa sbeffeggiare da Grillo (e a dire il vero da tutta Italia) riuscendo a scolpire un capolavoro del rigiro e del contorsionismo semantico dicendo che a Parma il partito avrebbe non perso, bensì “non vinto”, trattandosi di un comune amministrato in precedenza dal centro-destra; e infine conclude serafico “senza se e senza ma” che il PD è  il “vincitore delle elezioni amministrative”. Come se ci fosse ancora un avversario. Come se ci fosse ancora Berlusconi. Come se ci fosse ancora il PDL o Forza Italia. Come se il mondo fosse ancora quello del 2006, con due poli aggregati, due programmi, i dibattiti televisivi tra i due candidati premier e poi magari l’immancabile “Porta a Porta”, con Vespa che assiste agli spogli in diretta mentre la grafica ripartisce rigorosamente i voti tra una casellina rossa e una casellina azzurra. Ecco: se Bersani e il PD non hanno capito che devono cambiare radicalmente assetto, generazione e logica e sanno rispondere solo “abbiamo vinto noi”, possiamo pure stare certi che dal prossimo anno avremo un grillino a Palazzo Chigi.

     

    Andrea Giannini

  • La Grecia verso l’uscita dall’Euro: il fallimento della politica europea

    La Grecia verso l’uscita dall’Euro: il fallimento della politica europea

    Acque sempre più agitate in Europa. Gli effetti del voto greco della settimana scorsa stanno scuotendo i mercati e la politica europea. I tentativi di formare un governo che supporti i tagli imposti dall’Europa sono naufragati: è così che la Grecia tornerà alle urne, con il rischio che non si faccia in tempo o non si formi il consenso politico necessario a prendere le misure richieste dalla Troika come condizione per sbloccare l’ultima tranche di prestiti entro giugno.

    Il default della Grecia e la sua uscita dall’euro, quindi, è oggi un’eventualità concreta, se non addirittura un esito quasi certo. I mercati e la politica europea, dopo essersi rifiutati a lungo di voler prendere in considerazione questa ipotesi, improvvisamente danno sfogo più o meno irrazionalmente a paure a lungo sopite. Eppure stiamo sempre girando intorno al medesimo problema: la scommessa della speculazione internazionale sulla tenuta della moneta unica europea.

    Come ho scritto più volte, il problema dell’euro è duplice: da una parte è la moneta comune di un mercato disomogeneo, scisso tra il nord e il sud dell’Europa; dall’altra parte è una valuta priva della regolazione di una banca centrale sovrana che possa permettersi di attuare politiche inflazionistiche o deflazionistiche. Il combinato di questi due fattori e della crisi internazionale ha spinto grossi attori finanziari e speculatori a scommettere sulla dissoluzione della moneta unica, mettendo sotto attacco le economie della zona euro con i bilanci meno stabili. E si tratta di operazioni certo discutibili sul piano morale, i cui effetti negativi vengono scontati sulla pelle delle persone. Ma nella logica del capitalismo dei giochi di borsa, c’è davvero poco da stupirsi. Guadagnare denaro con operazioni sempre più spregiudicate è il lavoro che garantisce a queste persone redditi a molti zeri.

    Per questo mi è venuto istintivamente da sorridere quando ieri sera, a Otto e Mezzo, un ambasciatore ospite della Gruber ha concluso che i finanzieri non pensano all’integrazione europea ma al guadagno personale: è ovvio che, se si facessero di questi problemi, sarebbero già stati rimossi da tempo!

    Si può e si deve riformare i mercati finanziari: l’ha detto l’altro giorno anche Vegas, il presidente della Consob, e l’ha detto pure Obama. Ma siccome l’operazione è difficile e richiede coordinamento globale, nel frattempo occorre affrontare la situazione guardando in faccia la realtà. Nella congiuntura politica attuale chi comprerebbe titoli di Stato greci o italiani ai bassi interessi di quelli tedeschi? Nessuno rischierebbe così i propri soldi: il gioco non varrebbe la candela. Dobbiamo domandarci piuttosto come mai l’Europa si stia sfaldando, facendo vincere la scommessa agli speculatori che hanno puntato su questa carta e hanno lavorato per concretizzare questa eventualità.

    La teoria del complotto regge fino ad un certo punto, perché, se l’Europa sapesse reagire compatta, nessun soggetto o gruppo di soggetti sarebbe tanto forte da poter scommettere contro di essa. Posta in questo modo, la questione contiene già la risposta: e la risposta è che la governance europea ha fallito. Se la Grecia esce dall’euro e la speculazione trarrà nuova linfa per attaccare anche Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, non si potrà che concludere che la ricetta europea basata sul contenimento dei debiti sovrani ha fatto fiasco.

    Di questo dovrebbe prendere atto in primis la Germania della Merkel, che è stata il principale sponsor di questa politica fallimentare. Con la vittoria di Hollande in Francia, il fronte critico anti-rigore in Europa si è ampliato: anche Monti è stato piuttosto duro nelle sue ultime dichiarazioni a questo riguardo. Eppure, nonostante la recentissima sconfitta elettorale del partito della cancelliera nel Nord Reno Vestfalia, l’opinione pubblica tedesca continua a sostenere la linea della Merkel in Europa.

    Der Spiegel sta pubblicando un’inchiesta in cui si mettono in risalto i trucchi contabili di Prodi e Ciampi, con l’avvallo dell’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl, che permisero all’Italia di rientrare all’ultimo momento utile nei rigidi parametri di Maastricht e quindi nell’Unione Europea: e questo è considerato un errore politico, un precedente alla base dei molti problemi attuali. Questo dimostra che l’opinione pubblica tedesca continua a far finta di non capire che l’Europa unita non è stata costruita su un’ideale contabile, ma su un’ideale di pace e prosperità dopo le divisioni che avevano causato gli orrori delle due guerre mondiali. E’ inevitabile che in Europa ci siano i difetti dei paesi europei: gli Italiani che cercano scorciatoie, i Greci che truccano i bilanci pubblici e i Tedeschi che si irrigidiscono nelle loro posizioni. Ma integrarsi vuol dire fare degli sforzi. Il contribuente tedesco forse pensa che i paesi del sud Europa, quando parlano di “sforzi”, cerchino solo di ottenere soldi e di non fare sacrifici.

    Eppure un’analisi disincantata della realtà dovrebbe dimostrare che la ricetta tedesca per far fronte alla crisi finora ha fatto guadagnare solo il ricco nord Europa. I tassi alti pagati da Grecia e Italia rendono all’opposto particolarmente conveniente per la Germania ristrutturare il debito, perché gli investitori vendono bot italiani per comprare bund tedeschi; i salari tedeschi sono doppi rispetto all’Italia; in Germania la disoccupazione è a livelli accettabili, mentre da noi è a livelli record; le esportazioni tedesche sono cresciute avvantaggiandosi di un euro certo più debole di quello che sarebbe il marco; da quest’anno, poi, andremo anche in pensione prima dei tedeschi. Aggiungiamo infine che l’orgoglio nazionale teutonico non è mai stato ferito: nel 2003 l’Ecofin concesse alla Germania, che aveva sforato il deficit di bilancio, un anno di proroga proprio per risparmiare ai tedeschi l’umiliazione di una multa. Una delicatezza che questi non mostrano di avere.

    Se Hollande ha vinto rinfacciando a Sarkozy di essere il “cagnolino della Merkel”, se Monti si è spinto fino a dichiarare che ci sono molti modi di colonizzare gli altri stati, se i Greci bruciavano in piazza le bandiere tedesche e oggi scelgono le incertezze e la povertà di un probabile default pur di recuperare autonomia e liberarsi dalla guida tedesca, non bisognerà concludere che la politica tedesca sta solo creando risentimenti? Allora bisogna scegliere: o si accetta di fare inflazione con Eurobond o altro, e si salva l’Europa, oppure ognuno per la sua strada. E non è assolutamente detto che in questa seconda ipotesi la Germania non ci andrà a rimettere. Allo stato attuale le cose non possono funzionare, perché, come ha detto giustamente un analista, la Germania in Europa è come il Real Madrid in serie B.

  • Elezioni, il giorno dopo: Grillo ride, Napolitano un po’ meno

    Elezioni, il giorno dopo: Grillo ride, Napolitano un po’ meno

    NapolitanoDetto, fatto: il Movimento 5 Stelle ha fatto l’exploit ed è la notizia del giorno. Il risultato di Putti a Genova (così come degli altri candidati “grillini” in giro per l’Italia) appare straordinario solo per chi non si era accorto che le cose stavano cambiando già da un pezzo, che le simpatie per il partito di Grillo aumentavano giorno dopo giorno.

    Immediatamente il Corriere della Sera ha lanciato in prima pagina un editoriale di Massimo Franco che definisce il risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle “il contenitore di un «no» che prescinde dagli schieramenti e rispecchia confusamente, a volte con parole d’ordine irresponsabili, la voglia di spazzare via un sistema incapace di riformarsi”. Siamo alle solite: Grillo è un facinoroso, magari un eversivo; e poi è uno che non ha nulla da proporre, se non un cieco rifiuto di tutto quello che offre oggi il pur magro panorama politico.

    Eppure ricordo che una volta Ferruccio De Bortoli, l’attuale direttore del Corriere, fece mea culpa invitando i colleghi a riflettere sul modo in cui la stampa italiana aveva sostanzialmente ignorato ed irriso la Lega Nord per lungo tempo, salvo poi dover ammettere, dopo gli ottimi esiti elettorali del partito di Bossi, che questi aveva dimostrato abilità nel ricavarsi un consenso. Bisogna concludere, quindi, che la lezione non è stata messa a frutto ancora una volta.

    Dopo questa tornata elettorale la Lega si conferma in disfacimento, mentre il M5S va inevitabilmente a rubarle la scena. Ma la società italiana, o almeno la sua parte conservatrice e borghese, sembra ancora troppo lenta nel cogliere i mutamenti sociali. Lo stesso Napolitano non ha risparmiato sul buon risultato del movimento di Grillo un’acida battuta: “Di boom ricordo quello degli anni ’60: altri non ne vedo”. Una dichiarazione sapida che tradisce un’antipatia personale magari giustificata (Grillo ha più volte attaccato Napolitano definendolo “Morfeo”), ma istituzionalmente fuori luogo.

    Ed è già la seconda volta: in precedenza aveva dato a Grillo del “demagogo”, anche se non lo aveva nominato direttamente. Ormai è palese che il Presidente della Repubblica osteggi non una dichiarazione, un’iniziativa legislativa o un aspetto in particolare della politica di un partito, ma proprio tutto un movimento in quanto tale. Si potrebbe forse dire, allora, che non dovrebbe avventurarsi in simili giudizi, per quanto velati, perché il suo è un ruolo istituzionale formalmente super partes. La scusa che Napolitano e altri possano ravvedere un rischio nel linguaggio e nei toni usati da Grillo fa davvero sorridere.

    Intendiamoci: nemmeno io mi auguro che i politici imparino a confrontarsi con “vaffa” e provocazioni. Ma ho già scritto che Grillo si prende questa libertà perché resta un comico e che i ragazzi del suo movimento, al contrario, non si permettono toni così “diretti”: pertanto il rischio che la moda si diffonda rimane circoscritto. Al contrario sono reali i mille e mille scandali che stanno seppellendo questa classe politica “moderata” e lanciando Grillo e che Napolitano è riuscito spesso ad ignorare. E’ assurdo, quindi, che si schieri nettamente contro il comico genovese per ragioni di bon ton: a maggior ragione se questo giudizio viene da uno che nel ’56, quando i Sovietici reprimevano la rivolta in Ungheria con i carri armati, riuscì a dire che i Russi stavano “portando la pace”. Direi che per la democrazia e le istituzioni è più pericoloso giustificare l’uso della violenza che dire le parolacce e fare battutacce.

    Comunque, a parte Grillo e “grillini” (che ora vedremo all’opera nei consigli e potremo così giudicare in concreto se sono davvero bravi o meno), rimane ben poco da commentare a proposito di queste amministrative. L’astensione è in costante aumento: ma su questo nessuno nutriva dubbi. Poi c’è il fenomeno delle schede nulle, un partito che ha totalizzato a Genova quasi il 5% dei voti. Insulti e disegni sconci fanno la gran parte di questa cifra, ma non bisogna dimenticare un meccanismo di voto cervellotico che tra comune, municipio, sindaco, preferenze e voti disgiunti ha mandato in crisi gli stessi scrutatori. Se esprimere un voto è più difficile che fare la dichiarazione dei redditi, non ci si può poi lamentare se la gente sta a casa persino nelle brutte giornate.

    Cos’altro? Ah, si! Il PDL e il PD, i due “partiti maggiori”. Ecco, se il primo ormai sta scomparendo dalla scena politica italiana, il secondo farebbe meglio a non cantare vittoria (come prontamente ha fatto D’Alema): un conto è contribuire alla vittoria di candidati esterni come Pisapia a Milano e Doria a Genova, un altro conto è convincere la gente a votare Bersani premier…

    Andrea Giannini

     

  • Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo, anti-politica o nuova politica?

    Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo, anti-politica o nuova politica?

    Beppe GrilloL’uomo del momento è Beppe Grillo. Il suo Movimento 5 Stelle (M5S) è salito alla ribalta grazie ai sondaggi, che gli accreditano, a seconda degli istituti che fanno i rilevamenti, dal 4,5 all’8 % dei voti: un risultato ragguardevole, che potrebbe trasformare una formazione semisconosciuta fino a poco tempo fa nella terza forza politica del paese.

    Di conseguenza i partiti maggiori, in particolar modo a sinistra, hanno dovuto cominciare a misurarsi anche con questa novità, che sembra coalizzare soprattutto il voto di protesta. Eppure, tra i comizi di un leader-comico e gli attacchi dei politici vecchi e nuovi che cercano di demonizzare il nuovo venuto, potrebbe sembrare difficile capire cosa rappresenti davvero il M5S: se sia quell’interessante novità che pretende di essere o non sia addirittura un pericolo per la democrazia, come vorrebbero i suoi detrattori.

    Eppure farsi un’idea, al di là della propaganda di parte, è piuttosto semplice. Qualunque osservatore esterno, che si interessi di politica e che sia minimamente informato sulla genesi e sul programma del partito di Grillo, può fare con onestà le sue valutazioni, dato che su internet non manca davvero nulla: video, programmi, dichiarazioni, contestazioni, critiche e quant’altro. E basterebbe solo una veloce occhiata per far piazza pulita di tutta una lunga serie di luoghi comuni: il M5S non fa “anti-politica”, ma si pone semplicemente al di là della vecchia bipartizione destra-sinistra, al di là di leader giudicati compromessi e idee date per sorpassate; il M5S non si propone di buttare giù tutto, ma ha invece un programma costruttivo scritto direttamente dai cittadini che hanno voluto partecipare e che si arricchisce giorno per giorno di nuove iniziative; infine il M5S non è affatto contro la rappresentanza parlamentare e le regole della democrazia, avendo al contrario un programma radicalmente democratico in cui spicca l’insegnamento della Costituzione come materia obbligatoria a scuola.

    La chiave per comprendere pregi e difetti del partito fondato da Grillo sta piuttosto nella particolarità di un movimento trainato da un leader carismatico che non vuole fare il politico. Il comico genovese infatti, in base alle regole che lui stesso si è dato, è ineleggibile. Nel 1981 nei pressi di Limone guidando su uno sterrato ghiacciato perse il controllo del suo fuoristrada e finì in un burrone, provocando la morte delle tre persone che viaggiavano con lui: ravvisando un’imprudenza del conducente, la suprema corte di cassazione lo ha condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi di carcere. Se la corte abbia avuto ragione o meno ad attribuire a Grillo una responsabilità così pesante, ormai non  importa più: il punto è che questo triste episodio fa di Grillo un pregiudicato a tutti gli effetti. Pertanto il comico, che è impegnato da molti anni in una campagna denominata “Parlamento pulito”, che ha l’obbiettivo di estromettere i condannati dal supremo organo di rappresentanza democratica, per non fare a pezzi la propria credibilità ha dovuto scegliere coerentemente di non candidarsi mai in prima persona. Questo non gli ha impedito di fare il comico con successo e contemporaneamente di promuovere un movimento politico che permetta a giovani incensurati e volenterosi di portare in politica idee nuove.

    Qui sta la particolarità del M5S, che in questo momento è anche la sua forza. Essendo solo un privato cittadino dotato della verve dell’intrattenitore, Grillo può permettersi boutades, sparate, scherzi, parolacce e provocazioni che ai politici tradizionali non sarebbero permesse e che attirano le simpatie di quella gente comune che non vede l’ora di poter mandare finalmente a quel paese questa classe dirigente. Grillo scatena polemiche ad ogni comizio: ciononostante, essendo un comico, può fregarsene allegramente di venire frainteso e può beffarsi della moderazione e dell’equilibrio che per un politico sarebbero virtù indispensabili. Tanto non si rovinerà la carriera politica: non l’ha mai intrapresa!

    Allo stesso modo può schivare tranquillamente i dibattiti e i talk-show che mal si adattano a quel one-man-show che è tipico dei suoi spettacoli. Piuttosto può sfruttare la sua popolarità per mandare avanti i ragazzi del movimento che lui stesso ha creato: così da una parte abbiamo un comico di professione che è ispiratore di un movimento e suo primo promotore, e dall’altra abbiamo un partito giovane e dinamico, che beneficia della  propaganda alternativa e “informale” di un professionista della risata.

    Il mix è semplice e geniale, ma ha un punto debole: è un trucco che non può durare a lungo. Un leader politico che si candidi a premier ha oneri e responsabilità, ma può anche imprimere svolte e guidare il partito. Grillo invece non potrà farlo per sempre. Ha dato vita al M5S, ma mano a mano che questo partito prende campo nei consigli regionali e provinciali, e un domani – verosimilmente – anche nel Parlamento della Repubblica, comincerà a muoversi in senso autonomo. E’ già successo che i ragazzi del movimento su qualche punto si siano ritrovati in disaccordo con il fondatore: a che titolo Grillo può richiamarli all’ordine? Il protagonismo del comico si dovrà adattare, prima o poi, a farsi da parte e a lasciare andare la sua creatura al proprio destino: altrimenti il M5S come partito non avrà futuro.

    Un partito ha bisogno di militanti, elettori e di leader politici: se questi leader emergono, si confrontano con i militanti e con gli elettori, non con la volontà di una sola persona che sta all’esterno (a meno che non sia un potente lobbista o un facoltosissimo finanziatore, ma questa è un’altra storia e non è certo il caso di Grillo). L’atipicità del M5S, quindi, non è nulla di cui preoccuparsi: si risolverà in un verso o nell’altro, decretando la maturazione del movimento o la sua fine. Il rischio eversivo e anti-democratico è solo una barzelletta raccontata dai detrattori di Grillo che vogliono spaventare l’elettorato moderato. In realtà, mentre la Lega Nord è un movimento dichiaratamente separatista – e quindi realmente eversivo – e appare per di più sempre a rischio di inquietanti cadute a sfondo razzista, il M5S si pone l’obiettivo di realizzare l’ideale democratico attraverso l’attuazione della Costituzione e la partecipazione effettiva del cittadino alla vita politica. Le 15 paginette che costituiscono il programma del movimento si possono anche non condividere (io stesso non le condivido tutte), ma non si può non riconoscere che portino un contributo finalmente diverso al dibattito politico.

    A mio giudizio manca ancora una proposta economica e industriale, che risponda direttamente alla domanda centrale, in un periodo di crisi dell’occupazione, di come si creano posti di lavoro. Ma di sicuro il programma non è fatto di proposte inapplicabili e utopistiche, come ha detto una volta su Radio 24 Giuseppe Cruciani: al contrario, sono state messe insieme esigenze di rinnovamento della classe politica, tematiche ambientali ed energetiche, la “definanziarizzazione” dell’economia, contributi di esperti e soluzioni moderne che sono già realtà nei paesi più avanzati.

    Ma soprattutto Grillo ci ha ricordato alcune piccole verità che ci stavamo dimenticando: che in Italia ci siamo ridotti male perché i primi a trasgredire le regole e i principi democratici, nel disinteresse generale, sono quegli stessi che le regole dovrebbero scriverle; che il nostro dibattito pubblico è povero e che passiamo il tempo a guardarci l’ombelico, invece che interrogare chi è esperto e vedere cosa fanno nei paesi più evoluti; che è possibile cambiare le cose, che dalle altre parti succede e che potrebbe succedere anche da noi; e infine che, se vogliamo questo cambiamento, non solo dobbiamo impegnarci in prima persona, ma dobbiamo anche rischiare e rimetterci del nostro. La democrazia non è un gioco a costo zero: «non si può solo mettere la croce su un simbolo e stare a guardare  […]. Sono 50 anni che votiamo e stiamo a guardare. Siamo i guardoni di tutto. Ci tappiamo il naso e votiamo il meno peggio. Non funziona più con questo movimento.  […] Alzate il culo, perchè non è possibile: “tengo famiglia, tengo il mutuo, non c’ho il lavoro…”. Qualcosa bisogna rischiare tutti».

    Andrea Giannini

     

  • Partecipazione e democrazia: se do moneta voglio vedere cammello

    Partecipazione e democrazia: se do moneta voglio vedere cammello

    Soldi e MoneteNello scorso articolo ho parlato di tasse e ho concluso auspicando che la questione fiscale possa diventare anche nell’Italia di oggi, come sempre è stato nella storia, il fulcro per lo sviluppo democratico del paese. Il cancro del malaffare, degli interessi particolari, della crisi della rappresentanza politica e del disinteresse verso la cosa pubblica può essere curato a partire proprio da qui, dall’esigenza di una politica di tassazione più equa e intelligente.

    Capisco che molti tendano a disgiungere il tema della democrazia e dei diritti da quello della gestione delle risorse dello Stato, essendo il primo un argomento con una sua validità teorica a priori e il secondo un argomento decisamente più pratico che si valuta empiricamente caso per caso. Eppure, nonostante ciò, i due aspetti sono fortemente collegati. E lo si vede bene proprio nella situazione attuale. A causa della crisi del debito sovrano, il governo Monti, che non è riuscito finora a convincere la Merkel a cambiare le regole dell’UE, non ha trovato niente di meglio da fare che alzare le tasse e inasprire la lotta all’evasione, che è un serbatoio di risorse sottratte allo Stato potenzialmente enorme. Non c’è dubbio che se tutti pagassero le tasse, le casse pubbliche non sarebbero più a rischio e quindi chi specula contro di noi avrebbe vita difficile.

    Ma resta il problema di come fare, in concreto, per combattere l’evasione. Milena Gabanelli a Report ha suggerito un’idea che, se si potesse effettivamente mettere in pratica, sarebbe l’arma definitiva: l’abolizione del contante.

    Molti non sono d’accordo: pensano che si tratti di una proposta utopistica, che metta a rischio la privacy e che verrebbe piegata, alla fine, agli interessi del sistema bancario, ben contento di poter costringere tutti i cittadini a pagare le commissioni di un conto corrente. Comunque stiano le cose, per spirito di discussione, proviamo ad immaginare cosa succederebbe se questa idea venisse effettivamente attuata e se sortisse l’effetto desiderato: proviamo ad immaginare un’Italia in cui l’imprenditore non possa più falsificare i bilanci e l’operaio non possa più arrotondare lo stipendio facendo lavoretti extra nel week-end. Cosa succederebbe?

    Succederebbe che i consumi, nel primo periodo, sprofonderebbero e l’economia ne risentirebbe in negativo. Personalmente ho pochi dubbi a riguardo. Se tutti gli Italiani si ritrovassero a pagare più tasse, cioè a dare più soldi allo Stato, è ovvio che potrebbero spendere di meno, cioè avrebbero meno soldi da dare ad altri cittadini in cambio di beni e servizi. Quindi avremmo un forte ribasso dei consumi, ingigantito dalla percezione psicologica di una minore disponibilità di liquidi che accentuerebbe la propensione delle famiglie al risparmio. Insomma l’economia sprofonderebbe in una recessione ancora maggiore.

    Certo la speculazione internazionale allenterebbe significativamente la morsa, e questo sarebbe un enorme risultato, perché ci porterebbe probabilmente fuori dal rischio bancarotta. Ma resterebbe il problema di un’economia più povera che non saprebbe più come ripartire. Lo Stato non si potrebbe rimettere a spendere come prima: adesso c’è anche il pareggio di bilancio in Costituzione. Gli investimenti stranieri rimarrebbero comunque scoraggiati da una tassazione elevata. Il cittadino, infine, non potrebbe più alleggerire la pressione fiscale con la piccola evasione, che sarebbe impossibile senza più contante in circolazione. A questo punto c’è poca scelta: alla gente non resterebbe che prendersela con la politica e sarebbe una rivoluzione enorme. Saremmo costretti cioè a rivolgere la nostra attenzione contro gli sprechi, i costi della corruzione, il malaffare e la cattiva gestione della cosa pubblica e non sarebbe facile per la classe dirigente uscire indenne anche dal più piccolo scandalo: perché il cittadino, non avendo più altra strada, difficilmente accetterebbe di continuare a foraggiare una spesa pubblica fuori controllo.

    Si ricostituirebbe insomma il legame virtuoso di controllo dell’opinione pubblica tra i soldi che vanno via con le tasse e i servizi che si pretende di avere in cambio. Aumenterebbe l’attenzione verso la gestione del denaro pubblico e di conseguenza la partecipazione democratica. Gli onesti verrebbero premiati e la meritocrazia sarebbe un fattore di impulso economico. Gli sprechi calerebbero vistosamente, la spesa pubblica dimagrirebbe e sarebbe più equilibrata. Si sposterebbe la tassazione in modo da renderla più equa e da ultimo avremmo una sua riduzione.

    Fino a ieri non ci preoccupavamo veramente della differenza che c’è tra pagare tributi di guerra, pagare il pizzo alla mafia e pagare le tasse: sono sempre soldi che ci escono dal portafoglio. Eppure solo nell’ultimo caso c’è una motivazione sociale, la possibilità di esercitare un controllo e un servizio che ci viene dato in cambio. Senza più scorciatoie, saremmo costretti a rendercene conto e a pretendere da coloro ai quali affidiamo la gestione che le cose vadano davvero così. In fin dei conti, se diamo moneta, si tratta solo di pretendere di vedere cammello.

     

    Andrea Giannini

  • Tasse più alte d’Europa, evasione fiscale da record: cercasi Robin Hood

    Tasse più alte d’Europa, evasione fiscale da record: cercasi Robin Hood

    Spese e debito pubblicoC’era una volta, in un paese lontano lontano, un sovrano che vessava il suo popolo mandando emissari a riscuotere oboli altissimi, affamando così la brava gente. Ma un bel giorno tornò dal mare un principe che, radunati un gruppo di valorosi aiutanti, si nascose nel fitto della foresta e da lì cominciò a prendere d’assalto gli emissari del re, rubando il loro denaro per restituirlo ai poveri.

    Ovviamente questa è la storia di Robin Hood, ma a ben vedere si tratta di una storia incredibilmente attuale. Ci sono governanti cattivi, tasse alte e un popolo in difficoltà: insomma, è l’Italia di oggi. Ecco, non è un caso se una delle storie più popolari e antiche della nostra cultura parla sostanzialmente di politica fiscale: la Storia dell’uomo occidentale, se vogliamo, è essenzialmente una storia di tasse. Il principe Giovanni di Robin Hood è lo stesso che nel 1215 concesse ai baroni inglesi la Magna Charta, che impediva al Re di imporre nuove tasse senza l’autorizzazione del Consiglio (la futura Camera dei Lord del Parlamento inglese). Ma anche la formazione del Sacro Romano Impero, la Riforma protestante, la Rivoluzione Francese e quella Americana furono tutti eventi in cui il problema della tassazione fu il primo motore del corso della Storia.

    Anche oggi in Italia il problema fiscale è centrale. Per anni, e soprattutto nel recente passato, lo abbiamo affrontato a modo nostro: cioè con il pragmatismo e la morale cattolica, che sono elementi fondanti della nostra cultura. Il cattolicesimo, infatti, imporrebbe una condotta di vita piuttosto dura, improntata al sacrificio e alla castità: e proprio per questo motivo si da per scontato che non possa essere perseguita con successo dalla maggior parte delle persone. Nella realtà, quindi, pochi riescono davvero a porgere l’altra guancia e a non desiderare la donna d’altri: e questi, di solito, sono quei santi che spiccano, per l’appunto, nel nostro popolo fatto anche di navigatori e poeti. Insomma, in Italia la regola è eccezionalità, mentre la costante trasgressione si condanna in pubblico, ma è normale pragmatismo in privato. Se le tasse sono alte, il problema non si affronta: si aggira.

    L’evasione fiscale ebbe la sua consacrazione e il suo sdoganamento ufficiale grazie all’ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che in una conferenza stampa del 17 febbraio 2004 dichiarò: «Se lo Stato mi chiede il 50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta, e mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato».

    Oggi i tempi sono cambiati. Monti ha dichiarato pubblicamente, e non senza una qualche nota polemica rivolta proprio alla “linea politica” del suo predecessore, che sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli Italiani. La gente poco a poco sta prendendo consapevolezza della gravità del fenomeno (120 miliardi all’anno è il mancato introito per le casse pubbliche stimato dalla Corte dei Conti); l’Agenzia delle Entrate ha intensificato i controlli a tappeto; il super-computer “Serpico”, a quanto pare, comincerà ad incrociare i dati dei contribuenti per scovare situazioni sospette. Insomma, sembra che sia cominciata la battaglia per riportare il fenomeno dell’evasione, sul lungo periodo, a percentuali in linea con quelle degli altri paesi europei.

    Eppure il problema dell’elevata pressione fiscale resta. Oggi in Italia, a chi le tasse le paga, lo Stato prende 55 centesimi per ogni euro guadagnato: un valore che non ha eguali al mondo, andando a superare persino quello dei paesi scandinavi, che però offrono i migliori servizi pubblici che si conoscano.

    Da noi, al contrario, l’enorme percentuale di gettito fiscale alimenta una spesa pubblica folle, deprime i consumi, spaventa l’investitore straniero e strangola l’economia. Se ne rendono conto tutti, non solo il Berlusconi del 2004, il quale non avendo alcuna cultura politica, ma essendo dotato in abbondanza di una beata ingenuità e di una spiccata propensione ad aggirare le leggi, era entrato nell’argomento come un elefante in cristalleria, proponendo, da uomo di Stato, di soprassedere a piacimento alle regole dello Stato (cosa che, tra l’altro, lui faceva già da tempo).

    Ma il problema non può essere se pagare le tasse o evaderle: la legge va rispettata comunque. Ciò non toglie che dovremmo chiedere leggi che, per una norma di elementare buon senso, abbiano un senso e si possano effettivamente rispettare. Nel paragone tra l’Italia di oggi e la storia di Robin Hood c’è solo un fattore che manca: è Robin Hood stesso, vale a dire l’eroe. Ma quella è solo una leggenda. Nella realtà gli Inglesi fecero tutto da soli: cioè si ribellarono.

    E in altri momenti della Storia ci furono re che persero la testa. Oggi fortunatamente sono “in voga” metodi più civili; ma il principio, quello di lottare per poter sottostare a delle leggi giuste anche e soprattutto in materia fiscale, resta. Nel corso della Storia è qui che è maturato il grado di civiltà di un paese. Se riuscissimo a perdere l’abitudine di fare leggi per il gusto di aggirarle, grida manzoniane che suonano bene a rileggerle, ma che sono sempre disattese nella vita reale, saremmo costretti a imparare a fare quello che come collettività non abbiamo mai fatto: affrontare i problemi. Fedeli al detto “calati iuncu ca passa a china” (calati giunco che passa la piena), siamo bravissimi ad aggirare gli ostacoli. Ma prenderli di petto è un’altra cosa. E anche se molti non avranno la più pallida idea di come questo si possa fare, in realtà esiste già un modo ben collaudato, che non comporta appendere la gente a testa in giù in Piazzale Loreto: benvenuti nel magico mondo della democrazia.

     

    Andrea Giannini

  • Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Francesco BelsitoLega Nord dalle stalle alle stelle. Fino all’altro giorno sembrava che il movimento avesse subito un colpo durissimo, dopo che era venuto fuori ciò su cui stavano lavorando i magistrati: vale a dire, come ormai tutti sanno, che il tesoriere del partito, Francesco Belsito, concedesse a amici e colleghi di partito, per uso privato, il denaro ricevuto grazie al finanziamento pubblico (cioè i soldi delle nostre tasse che i partiti si intascano con il pretesto dei rimborsi elettorali).

    Bossi si sarebbe ritrovato parte della casa ristrutturata (ma a sua insaputa); al suo degno erede, il “Trota”, sarebbe stato pagato un diploma, varie multe e altre spese grandi e piccole; e la vicepresidente al senato Rosi Mauro avrebbe comprato una laurea e regalato una ricca consulenza (proprio presso la vicepresidenza del senato) al fantomatico Pier Moscagiuro, ex-poliziotto, body-guard e presunto amante della Mauro, con alle spalle una gloriosa carriera canora sigillata dal successo discografico “Kooly Noody”, incisa in coppia con Enzo Iacchetti.

    Poi, come per incanto, la Lega stupisce tutti: Bossi annuncia il ritiro, il Trota si dimette dal consiglio regionale e parte un processo di rinnovamento interno. Il 10 aprile scorso, a Bergamo, si tiene una grande manifestazione di militanti: tra cori e scope padane, Maroni è incoronato virtualmente nuovo leader e promette subito di “dimettere” la Mauro, fischiata dai partecipanti e additata da tutti come mela marcia assieme all’ormai ex-tesoriere Belsito.

    E’ a questo punto che i giornali cominciano a sperticarsi in elogi. Il Corriere della Sera non aveva lesinato panegirici all’Umbèrt dimissionario, spacciato da Pierluigi Battista come il grande statista che impose la “questione settentrionale”. Persino due giornalisti che non avrebbero alcun motivo per essere teneri con la Lega, Maurizio Belpietro e Marco Travaglio, riconoscono pubblicamente la capacità di mobilitazione del popolo leghista, la correttezza della scelta delle dimissioni dei coinvolti e il giusto istinto di pulizia e rinnovamento. Insomma, la Lega travolta dallo scandalo riesce a dare lezioni di moralità.

    Ora, con il precedente di un personaggio che non si è mai dimesso da presidente del consiglio pur con una ventina di processi alle spalle e con accuse a carico di rapporti mafiosi, riciclaggio, corruzione e abuso d’ufficio, è indubbio che colpisca favorevolmente il fatto che si dimetta spontaneamente un Trota qualsiasi, benché non indagato e accusato al più di aver speso soldi del partito per motivi personali. Detto questo, però, bisogna dare alle cose il loro giusto peso.

    Lo scandalo che ha travolto la Lega è in realtà ordinaria amministrazione. Infatti, era piuttosto ovvio che il combinato di bilanci poco trasparenti e massicci finanziamenti pubblici e privati fosse finalizzato al mantenimento occulto di un blocco di potere: per quale motivo la politica si sarebbe costruita un sistema così munifico e opaco, se non ci fossero affari da nascondere?

    Al contrario molta liquidità a disposizione e scarsissimi controlli sulla spesa vanno a costruire la classica occasione che fa l’uomo ladro, laddove per lo meno non ci sia una saldissima integrità morale (ma su questo punto credo davvero che nessuno si facesse molte illusioni). Quindi era già tutto scritto. Per questo l’improvvisa indignazione dei grandi giornali fa un po’ sorridere (io stesso avevo toccato l’argomento mesi fa; ma è da anni che i radicali battono inascoltati su questo tasto).

    E stupisce anche la sorpresa dei dirigenti del Carroccio, Maroni in primis, come se fino a ieri avessero vissuto sulla luna. Il fatto poi che Belsito, Mauro e Renzo Bossi abbiano dovuto fare i conti all’interno del partito non con fantomatici “probi viri” o improbabili “commissioni di garanzia”, ma con una base di militanti organizzati – merce rara di questi tempi – può anche fare notizia, ma non sposta il punto della faccenda: la Lega rimane quello che è e nonostante gli sforzi non si trasformerà in un partito migliore.

    Innanzitutto perché i princìpi che ispirano il movimento erano e restano patacche clamorose, come ho già avuto occasione di dire in precedenza; poi perché quella che abbiamo visto andare in scena a Bergamo non è stata tanto un’opera di pulizia interna, quanto piuttosto la resa dei conti tra Maroni e i suoi avversari politici; infine perché i militanti saranno anche ben organizzati e fedeli, ma sono tutto sommato pochi e continuano a dimostrarsi ubriachi di folklore leghista e succubi dei loro leader. E se gli elettori “moderati”, come sembrano confermare i recenti sondaggi, sono in fuga, il partito non si rialzerà mai solo grazie ai militanti, che nel corso degli anni si sono bevuti tutto e il contrario di tutto: prima la Lega moralizzatrice, poi la condanna di Bossi e le “toghe rosse”; prima la secessione, poi il federalismo; prima al governo con Berlusconi, poi mai più con Berlusconi; prima Berlusconi mafioso, poi non più mafioso; prima Roma ladrona, poi a Roma seduti in poltrona.

    E dopo aver digerito tutto questo, nel momento estremo della ricostruzione e del rinnovamento, quando persino a Bossi viene chiesto un passo indietro, il popolo leghista è riuscito ad assistere senza scoppiare a ridere alla favoletta del senatùr sull’arrivo di Belsito in Via Bellerio: un ex-autista ed ex-buttafuori, infatti, sarebbe finito a gestire i soldi della Lega per esplicita richiesta, fatta sul letto di morte, dell’allora tesoriere Maurizio Balocchi. Che è un po’ come credere alla storia di Berlusconi che da soldi a Ruby Rubacuori non perché è una procace e disinibita frequentatrice delle sue “feste”, ma perché è una piccola fiammiferaia spaurita. Ecco, magari domani stesso i leghisti mi smentiranno dando vita al movimento più coerente di questa terra. Ma se s’illudono che il vento del cambiamento possa passare attraverso le puerili scuse di leader che ormai hanno fatto il loro tempo, è più che probabile che la storia della Lega finirà presto.

     

    Andrea Giannini

  • La classe dirigente è il cancro dell’Italia, Mario Monti il garante

    La classe dirigente è il cancro dell’Italia, Mario Monti il garante

    Mario MontiCome promesso la settimana scorsa, ritorno a discutere dell’operato del governo, cercando questa volta di rispondere alla domanda: che cosa avrebbe dovuto fare Monti? E’ implicita in questa questione l’idea, condivisa da molti, che il premier non avesse alternative rispetto alla strada che ha scelto di imboccare. Secondo questa interpretazione, se guardiamo con realismo alla difficilissima situazione finanziaria, economica, politica e culturale in cui si trova il paese e vogliamo porvi rimedio in modo responsabile, siamo costretti ad ammettere che Monti non aveva possibilità di operare in modo molto diverso. Io invece la penso in modo opposto.

    Monti doveva si fare una riforma delle pensioni e varie altre cose; ma tutto questo, pur gravando pesantemente sui lavoratori e sui contribuenti, non basta ad arginare la crisi, come ci mostrano i dati negativi sulla disoccupazione, il mercato dell’auto e l’andamento del PIL. Con il rigore che ci impone l’Europa, lo Stato non può investire: e senza investimenti non possiamo promuovere lo sviluppo e interrompere la spirale recessiva. Per parlare chiaro, se vogliamo tornare a crescere dobbiamo convincere la Merkel ad allentare i cordoni della spesa europea. Se tutto quello che Monti ha fatto finora (pensioni, liberalizzazioni, articolo 18, eccetera) sarà utile a questo scopo, allora i sacrifici che la gente ha dovuto fare non saranno del tutto vani.

    Il problema però è che Monti non ha ancora ottenuto un bel niente. E la realtà è che, se dobbiamo vedercela con la crisi da soli, armati unicamente delle riforme fatte, non faremo molta strada. E’ chiaro che adesso la situazione è un po’ bloccata per via delle imminenti elezioni in Francia e Germania: può darsi che, se verranno rieletti, Merkel e Sarkozy avranno le mani libere e potranno permettersi di cambiare atteggiamento verso i paesi in crisi. Ma se non lo faranno, Monti avrà vita dura a dimostrare che «la crisi è superata» e che «l’Italia adesso è solida». Come scrissi tempo addietro, incrociamo le dita.

    Certo che c’era anche un’altra strada percorribile. Quando a novembre Monti si insediò al governo e pronunciò per la prima volta la parola “equità“, mi ero illuso che avesse capito qual’è il primo problema dell’Italia. O meglio: qual’è il secondo, perché il primo problema dell’Italia è culturale e riguarda la nostra mentalità e il nostro atteggiamento generale. Ma è ovvio che su questo punto, su cui magari avrò occasione di tornare in futuro, non è possibile ottenere risultati profondi in poco tempo: ci vogliono i tempi della Storia e Monti aveva a disposizione poco più di un anno.

    Tuttavia, se non poteva né doveva mettersi ad educare gli Italiani, poteva però andare ad incidere sul cancro del paese, che non è le mafie (130 miliardi di fatturato illegale ogni anno), né la corruzione (che ci costa 60 miliardi) e neppure l’evasione fiscale (120 miliardi). Questi fenomeni prosperano grazie ad un altro fattore, su cui bisognava calare la mannaia: vale a dire la classe dirigente italiana. E’ infatti il blocco politico, industriale e finanziario che governa l’Italia ad essere la principale causa del mancato sviluppo con cui stiamo facendo i conti.

    Anche laddove la criminalità organizzata non c’entra direttamente, sono certi imprenditori che prosperano grazie ai soldi di certe banche e ai legami con una certa politica ad ingessare il paese in un sistema di relazioni tipicamente mafioso. Questa metastasi non è ovunque, ma è certo sufficientemente estesa per impedire che si prendano quelle decisioni che ci incanalerebbero lungo un cammino virtuoso, spezzando gli equilibri consolidati che fanno la fortuna di chi presiede posizioni di potere sfruttandole per il proprio interesse. Che le cose stiano in questi termini è facile da intuire. Basta accorgersi che coloro che siedono al vertice, che si tratti di centri di potere economici o politici, ormai da molti anni a questa parte sono quasi sempre le stesse persone.

    Nemmeno Tangentopoli, al contrario di quanto viene spesso propagandato, ha rinnovato la classe dirigente. Prima la caduta del muro di Berlino e poi la tempesta giudiziaria del ’92 avevano messo in discussione gli assetti economici e politici in essere, portando anche la mafia dei Corleonesi a muoversi piazzando bombe in giro per l’Italia. Ma il processo andò per le lunghe, perse slancio e così ritornarono i vecchi affari, con i reduci della prima Repubblica e i loro figliocci ancora ben saldi sul ponte di comando. Al contrario un paese civile e democratico si dovrebbe basare sul principio che il potere logora: quindi deve passare di mano. Chi governa deve passare il testimone per legge; chi è ricco, invece, può restare tale, purché questo avvenga per merito personale e non per rendite di posizione.

    Tant’è che negli Stati Uniti ci sono tasse di successione molto alte: i figli, anche se hanno il diritto di godere del lavoro dei padri, devono però essere incentivati a non sedersi sugli allori e a guadagnarsi per proprio conto una posizione sociale. L’Italia invece per mentalità, consuetudine e regole è più vicina ad un ordinamento feudale. Se oggi si hanno serie difficoltà a far pagare le tasse  e a condannare gli evasori e gli amici dei mafiosi, questo lo si deve al fatto che chi ha il potere non permette che si vadano a scardinare quegli equilibri su cui basa la propria sopravvivenza. Detto questo, è anche vero che il clientelismo ha dato lavoro a molti italiani: abbiamo circa tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici e questo significa che 1 italiano su 20 vive grazie alle tasse che versano (quando li versano) i restanti 19, senza contare che in questo numero molti sono bambini, studenti, pensionati e disoccupati. Anche questa è una situazione non sostenibile sul lungo periodo.

    Eppure è stato proprio Monti a dimostrare che le riforme impopolari si possono fare. Quelle che non si possono fare, invece, sono le riforme sgradite al blocco di potere che tiene in mano le redini. Dal nostro premier, che è andato a condurre il gioco in un momento di estrema eccezionalità parlando di “equità”, mi sarei aspettato come prima cosa un pacchetto di norme contro la casta: regole stringenti per ridurre e rendere trasparenti i finanziamenti ai partiti, riduzione drastica di stipendi e privilegi, codice etico per la pubblica amministrazione, norme draconiane contro la corruzione, il traffico di influenze, il favoreggiamento alla criminalità e l’abuso d’ufficio, e infine il ripristino del falso in bilancio.

    In questo modo si spezzavano i legami della politica con la parte marcia dell’imprenditoria, che avrebbe così perso i suoi appoggi e si sarebbe ritrovata isolata. Certo, questa classe politica non avrebbe mai votato di sua volontà una cosa del genere. Ma la scommessa andava fatta con un voto di fiducia: o il Parlamento approvava, oppure si prendeva la responsabilità davanti all’opinione pubblica di far fallire in partenza l’estremo tentativo politico per salvare il paese dalla bancarotta, rischiando a quel punto di ritrovarsi davvero i forconi sotto casa. D’altra parte è la minaccia che si sente fare Bersani e il PD a proposito dell’articolo 18. Se avesse vinto, Monti avrebbe avuto carta libera. Altro che pensioni, liberalizzazioni e mercato del lavoro: l’opinione pubblica gli avrebbe concesso questo e altro, perché nessuno avrebbe potuto accusarlo di essere forte con i deboli e debole con i forti.

    Invece così non è stato. E visto che ora è troppo tardi, dato che tra lui e uno spread a 330 non c’è dubbio per cosa opterebbero i politici, Monti prosegua pure per la strada che ha scelto: che è poi quella di farsi garante del sistema esistente, non di scardinarlo. E speriamo che possa vincere l’indispensabile battaglia europea, rimettendo la battaglia per un paese a migliore nelle mani di chi verrà dopo di lui. Ma almeno ci risparmi una cosa: la smetta di citare la parola “equità”.

     

    Andrea Giannini

  • Mario Monti: il bilancio dopo quattro mesi di governo

    Mario Monti: il bilancio dopo quattro mesi di governo

    Mario MontiA più di quattro mesi di distanza dall’insediamento, possiamo tentare un primo bilancio dell’operato del governo Monti, cogliendo l’occasione anche per tirare le fila di una serie di  considerazioni fatte in precedenti articoli.

    La Genesi: perché Monti?

    Tra ottobre e novembre del 2011 la tensione dei mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano sale ai massimi e il governo Berlusconi, tra scandali di tutti i tipi, una risicata maggioranza parlamentare in cui si mercanteggiano voti e la manifesta incapacità di operare scelte risolutive, è in crisi irreversibile di credibilità. Quando l’8 novembre il governo approva il rendiconto senza raggiungere la maggioranza, la crisi politica è certificata. Il 16 novembre, a tempo di record, c’è già il passaggio di consegne e inizia il governo Monti, fortissimamente voluto dal Presidente della Repubblica. Non c’è dubbio, infatti, che la responsabilità di questa nomina sia stata assunta in pieno da Giorgio Napolitano, che ha spinto al limite tutte le prerogative che gli attribuisce la Costituzione per costruire l’accordo tra le forze politiche necessario a sostenere il nuovo governo tecnico. Se puntare sulla figura di Monti sia stata una scelta azzeccata o meno, ce lo dirà solo la Storia.

    Tuttavia resto del parere che un governo politico non fosse un’opzione praticabile. Le opposizioni in parlamento non avevano numeri sufficientemente ampi per governare, e pure l’ipotesi del voto anticipato non dava sufficienti garanzie che si potesse insediare una maggioranza forte e stabile: la destra era (e resta) in fortissima crisi di consensi e la sinistra, dal canto suo, nonostante la lunga agonia del governo Berlusconi, si era presentata all’appuntamento ancora in fase di costruzione, senza un’alleanza precisa e senza un programma, a causa del tafazzismo cronico del PD e dell’incapacità di IDV e SEL di guidare il processo di aggregazione di una coalizione di governo. Che si potessero ipotizzare scenari alternativi al governo tecnico mi sembra quindi poco credibile; e dunque, se questo governo prende decisioni che non piacciono, o peggio se davvero, come ipotizzano alcuni, Monti è un emissario di Goldman Sachs che fa gli interessi della finanza internazionale, resta comunque il fatto che i partiti non sono in cabina di regia solo per la loro inadeguatezza, certificata dai sondaggi che fissano il tasso di fiducia nei loro confronti al 4 %.  Insomma, condividono tutte le responsabilità del caso.

     

    Dal Vangelo secondo Mario: tecnica Vs politica.

    Anche se sui partiti possiamo dire tutto il male possibile, ciò non significa incensare Monti a prescindere. Occorre invece valutare il suo operato nel merito di quanto fatto, evitando di farsi fuorviare da classificazioni che non hanno alcun senso, ad esempio laddove si pretende di distinguere tra “tecnici” e “politici”. Secondo questa distinzione, infatti, il governo “politico”, in quanto eletto dal popolo, dovrebbe avere l’autorità e la forza per prendere grandi scelte; mentre un governo “tecnico”, in quanto chiamato a svolgere un compito ristretto e poi a dimettersi, dovrebbe preoccuparsi solo di quello, senza urtare la normale dialettica politica e mettendo a capo dei vari ministeri figure di riconosciuto valore professionale che si occupino semplicemente dell’ordinaria amministrazione.  Tuttavia un governo tecnico a cui si chiede nientepopodimeno che di salvare il paese dalla bancarotta in un anno e mezzo difficilmente potrà permettersi di adottare un basso profilo. A ciò si aggiunga che ormai, a causa del discredito di cui gode la classe politica e degli equivoci che si generano dalla terminologia, l’aggettivo “politico” ha acquisito per tanti una valenza negativa, mentre l’aggettivo “tecnico” ispira, al contrario, un senso di rassicurazione e competenza. Cioè il “tecnico” farà bene per forza, perché è competente. Ora, è ovvio che le cose non siano così semplici. Anzi, non esiste praticamente area dello scibile umano in cui gli esperti, per quanto esperti essi siano, non si dividano aspramente; e questa è la dimostrazione più tangibile del fatto che avere una preparazione tecnica non sempre permette di poter distinguere con sicurezza una verità univoca.

    Ma soprattutto la politica non è questione di verità, ma di accordi e consensi. Il politico media e cerca compromessi fra le parti, mentre il tecnico dovrebbe essere interpellato quando c’è bisogno di pareri tecnici. Un tecnico può dire quanto potrebbe costare realizzare un’opera e a cosa potrebbe servire: ma la decisione se costruirla o meno è politica, perché dipende dalle priorità che una società si da. Ecco perché il governo Monti non si può definire “tecnico”: perché si è segnalato per il decisionismo fortissimo con cui ha intrapreso le scelte più smaccatamente politiche degli ultimi vent’anni, scelte per nulla neutre e su cui si può tranquillamente dissentire. Piuttosto la differenza tra un governo politico e un governo tecnico dovrebbe essere aggiornata a partire da un’altra costatazione: vale a dire che il governo politico deve stare attento al fatto che renderà conto agli elettori, ed è quindi disincentivato dal prendere decisioni impopolari per la gente; ma dall’altra parte il governo tecnico deve rendere conto al parlamento, ed è quindi disincentivato dal prendere decisioni impopolari per la maggioranza che lo sostiene. Una ragione in più per non cadere nell’equivoco che la competenza e la serietà di Monti (che non è in discussione) sia di per sé garanzia sufficiente che quello che fa è buono e giusto.

     

    Opere: cosa è stato fatto e pubblicizzato…

    Il governo Monti, che formalmente è sempre impegnato a portarci fuori dalla crisi, si è segnalato soprattutto per nuove tasse, per la riforma delle pensioni e per quella, in dirittura di arrivo, sul mercato del lavoro. Le liberalizzazioni non si sa bene che fine abbiano fatto. Gli sgravi alle imprese sbandierati dal ministro Passera hanno impressionato poco. Ancora meno effetto ha avuto il minimo aumento dell’aliquota sui capitali rimpatriati con l’ultimo scudo fiscale, che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato quasi 3 miliardi di euro, ma che nella pratica, come ha spiegato Radio 24, probabilmente non si intascheranno mai. Verrà ricordata, invece, la storica riforma delle pensioni, un provvedimento ambizioso e salutare per i conti pubblici, che però deve essere inserito nel quadro economico complessivo per poterne valutare l’utilità e, soprattutto, l’equità. Ci si chiede, ad esempio, cosa si possa fare per quei tanti giovani che oggi, avendo un reddito troppo basso o essendo precari, si trovano in condizioni pensionistiche molto svantaggiose. Ci si chiede cosa ne sarà dei 350.000 “esodati” e “mobilitati” che, pur avendo raggiunto un accordo di pensionamento, da oggi, proprio a causa dell’aumento dell’età pensionabile, si trovano improvvisamente senza pensione e senza lavoro. Ci si chiede anche come verrà gestito il mercato del lavoro, visto che da adesso i normali lavoratori dovranno passarci 40 anni e più. I giornali della buona borghesia e dei circoli industriali non fanno che parlare dei pregiudizi ideologici della CGIL, ma la realtà è che i lavoratori cominciano a sentirsi presi di mira. E hanno anche paura, perché non è affatto chiaro cosa succederà, se davvero per i licenziamenti cosiddetti “economici”  rimarrà escluso il reintegro. Eppure il “modello tedesco“, caldeggiato dalla CISL e probabilmente anche dalla CGIL, prevede il reintegro in tutti i casi. E in Germania i sindacati partecipano direttamente alle decisioni, dato che siedono addirittura nei consigli di amministrazione delle aziende. In Italia, invece, se si continua ad escludere la possibilità di reintegrare il lavoratore ingiustamente licenziato, basta che l’azienda riesca a dimostrare di non aver licenziato per motivi discriminatori di razza o religione – cosa molto rara, vista la tendenza a delocalizzare nel terzo mondo… – oppure di natura disciplinare, e il gioco è fatto: l’azienda adduce motivazioni economiche ed ecco che, anche se non sono giustificate, il lavoratore resterà comunque a casa. Si tratterebbe pertanto di un’arma di ricatto potentissima per le grandi aziende, che si potranno così permettere di “comprare” il diritto di licenziare un lavoratore semplicemente pagando, mal che vada, due anni di mensilità. Non si capisce per quale motivo Monti e la Fornero non vogliano rivedere questa formulazione. A meno che, ovviamente, non sia tutto un pretesto (questo si, ideologico) per spaccare il PD e isolare la CGIL. In ogni caso, se persino il neo presidente di Confindustria Squinzi ammette che l’articolo 18 non è una priorità, è evidente che, qualunque sia la formulazione finale, i benefici per l’economia italiana non saranno decisivi.

    Molto più grave, invece, dal punto di vista dell’impatto sull’economia reale, è stato l’aumento dell’IVA e quello sulle accise, con i prezzi della benzina alle stelle. Detto questo bisogna anche ammettere che il governo qualcosa di indubitabilmente buono ha fatto. Se, ad esempio, davvero la Chiesa pagherà l’IMU sui beni immobili ad uso commerciale, Monti avrà concluso una grande impresa. Di sicuro è stato saggio rinunciare alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020, che sarebbe stata con ogni probabilità una voragine di spesa senza fondo. Con lo stesso principio, però, vale a dire evitare grosse spese in tempo di crisi, si sarebbe dovuto rinunciare anche alla Torino – Lione. Questa tratta, infatti, ci costerà ben di più dei 3 miliardi scarsi che ha preventivato il governo, a fronte di benefici incerti a dir poco. Basterebbe andarsi a rivedere su internet quei (rarissimi) dibattiti dove i “tecnici” a favore confrontano le loro ragioni con quelle dei “tecnici” che sono contro, per capire che i finanziamenti europei probabilmente saranno meno di quelli preventivati (e la differenza la mettiamo noi), che i preventivi non sono mai rispettati (nemmeno in Europa, figuriamoci in Italia) e che l’obiettivo dell’opera, cioè spostare le merci dalla gomma alla rotaia, in casi analoghi non è mai stato raggiunto, se non a prezzo di realizzare non una, ma una pluralità di infrastrutture (per cui i soldi mancano) e di tassare drasticamente il trasporto su camion (settore che già oggi è allo stremo e opera blocchi e scioperi un po’ in tutta Italia). Davvero ci conviene tutto questo? Eppure la fiducia di cui gode Monti sembra metterlo al riparo da qualsiasi obiezione. Il ricordo di quello che c’era prima gioca la sua buona parte; ma soprattutto sembra innegabile che Monti abbia già ottenuto il risultato dei risultati: abbassare lo spread.

     

    … e omissioni: cosa è stato fatto e taciuto

    In effetti non si può negare che a Monti vada il merito di una drastica riduzione dello spread, l’indice che esprime la differenza tra quanto costa indebitarci rispetto a quanto costa ai Tedeschi. Il 9 novembre 2011 lo spread correva fino a quota 575 punti base: nel momento in cui scrivo siamo a 310 tondi, meglio della Spagna che oggi è percepita più a rischio di noi. Quindi dobbiamo concludere che pensioni, liberalizzazioni, riforma delle regole sul lavoro e persino l’aumento della tassazione siano stati gli ingredienti decisivi della ricetta che ci ha salvato dalla bancarotta? Assolutamente no. O meglio: un contributo rilevante queste misure l’hanno pur dato. Non si può escludere, ad esempio, che se Monti incasserà una riforma sul lavoro contro il parere della CGIL, al di là del merito della riforma, ciò non sia letto dai mercati come un segnale simbolico indicativo del fatto che in Italia è possibile fare scelte coraggiose contro le resistenze sociali: e quindi che non ci sia una reazione positiva delle borse e una diminuzione ulteriore dello spread. Può darsi che il carisma di Monti e il valore che gli investitori attribuiscano alla sua opera abbia davvero contribuito a sciogliere le tensioni sull’Italia. Ma il punto è che, in termini sostanziali, tutto questo non ha alcun senso. Per anni si è pensato esattamente il contrario, ma oggi pochi economisti si azzarderebbero a sostenere che i mercati abbiano andamenti razionali e sensati. In realtà sono irrazionali, in preda alle ansie e alle paure, magari ingiustificate, che fanno parte della vita di tutti. Nei mercati non si sa tutto, molte informazioni sono nascoste, l’investitore della strada è suggestionabile, insomma: il rischio di valutazioni errate è sempre presente. A volte ci sono esplosioni di fiducia ingiustificate che determinano bolle speculative o timori inesistenti che paralizzano gli scambi. C’è addirittura un ramo, l’economia comportamentale, che si occupa proprio di questo. Ma non basta.

    Nel dibattito pubblico italiano c’è la tendenza, per dire così, a “tirare lo spread per la giacca”, a voler dimostrare che i mercati reagiscono in base a quello che facciamo in politica. Ma in realtà c’è un motivo ben più sostanziale che spiega come mai lo spread è sceso. Si tratta della “bolla della liquidità“. L’altro Mario, Draghi, quello che guida la BCE, ha prestato soldi alle banche europee al tasso dell’1 %. Le banche hanno reinvestito in titoli di Stato, facendo abbassare lo spread e assicurandosi a costo zero tassi di rendimento molto alti. Il nostro governo, poi, ha messo la garanzia dello Stato sui debiti delle banche italiane, alzando così la posta in gioco e scoraggiando la speculazione. Eppure le banche, preoccupate soprattutto di ricapitalizzarsi, non hanno allentato i cordoni del credito e di conseguenza i benefici per l’economia reale non si sono sentiti. Non c’è dubbio che l’effetto di guadagnare tempo, allentando la tensione e spostando le tensioni dei mercati altrove (leggi Spagna), sia stato ottenuto. Ma al di là di questo, al di là della psicologia dei mercati, rimane il fatto che il quadro complessivo dell’economia non è per niente roseo: il debito pubblico rimane elevatissimo, l’obiettivo di ridurre il deficit annuo (vale a dire le spese non coperte) non è ancora stato raggiunto e soprattutto siamo in piena recessione. Monti ha fatto qualche passettino avanti che, se vogliamo, è significativo in termini simbolici e ha anche il pregio di essere strutturale. Ma ha scaricato tutto il peso sui lavoratori e sulla pressione fiscale, che minaccia di uccidere sul nascere un’eventuale ripresa. E soprattutto, siccome i problemi ci sono sempre e il mercato è stato inondato solo temporaneamente da una liquidità limitata che non è il frutto della produzione di ricchezza, la bolla potrebbe scoppiare presto e le nuvole potrebbero tornare a raddensarsi.

    E poi c’è sempre la “bomba derivati” in agguato. Recentemente, per contratti stipulati nel lontano 1994 da Mario Draghi, quando era al ministero del Tesoro, abbiamo pagato a Morgan Stanley 2,5 miliardi di euro (attenzione: parliamo di miliardi! – E’ lo 0,15 % del PIL e metà di quanto lo Stato prevede d’incassare quest’anno grazie all’aumento IVA!). Quanti di questi strumenti finanziari a orologeria sono pronti a scoppiare nelle casse pubbliche? E’ un segreto. O meglio, si sa che il debito dello Stato in titoli derivati ammonta a 160 miliardi e il governo assicura che le condizioni capestro che hanno permesso a Morgan & Stanley di guadagnarci non sono state più sottoscritte. Ma se sia vero o no, è impossibile verificarlo, perché lo Stato non ci da le informazioni. Il New York Times è convinto che l’Italia si sia esposta moltissimo in questo senso quando negli anni ’90 riuscì miracolosamente ad entrare nei rigidi parametri di Maastricht. Bloomberg invece stima per i nostri derivati una perdita secca di 23,5 miliardi di euro. Non sarà che tutti i sacrifici che stiamo facendo servano anche a coprire questi buchi che sono pronti ad aprirsi in un prossimo futuro?

    Capisco che sarebbe molto più confortante pensare che la crisi sia finita e che noi ne siamo fuori. Capisco che un primo ministro come Monti fa tutto un altro effetto rispetto a Berlusconi e che ci farebbe piacere dormire sonni tranquilli confidando nella sua competenze e nel suo carisma. Ma è proprio così facendo che succedono i peggiori disastri. In democrazia non ci si può permettere di dormire, ma si è obbligati a vigilare costantemente, perché, come scrisse Goya, «il sonno della ragione genera mostri». E non ci possiamo fidare completamente, purtroppo, nemmeno dei moniti dell’OCSE e dell’Unione Europea. Non perché sia gente cattiva, ma perché hanno le loro idee e potrebbero essere impreparati sulle dinamiche profonde della società italiana. E forse non sempre ne condividono gli obiettivi. “OCSE” sta per “Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico“.

    Il Trattato di Lisbona, considerato la Costituzione dell’Europa, cioè un atto normativo che, da che mondo è mondo, dovrebbe servire a garantire diritti, all’art. 119 garantisce anche il “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Che di per sé è una buona cosa, ma inedita in una carta costituzionale. Questi organismi, insomma, sono mossi dall’esigenza di tutelare l’economia europea: che è un obiettivo anche condivisibile, ma che talvolta potrebbe non coincidere con quello della nostra Costituzione, che invece fonda la Repubblica Italiana sul lavoro come fattore positivo di aggregazione sociale (non per salvare i fannulloni, come vuole sottintendere qualche “spiritoso”). E che soprattutto tutela i nostri diritti, prima di e come requisito fondamentale per lo sviluppo economico.

    P.S. – A quelli a che hanno pronta la classica e noiosissima obiezione: «Sono tutti bravi a criticare, ma bisognerebbe proporre qualcosa», do appuntamento alla settimana prossima.

     

    Andrea Giannini

  • Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Dell'UtriVenerdì poteva andare in scena l’atto finale del processo Dell’Utri. Dopo una prima condanna a 9 anni, e una seconda in appello a 7, il senatore del PDL, fondatore di Forza Italia e braccio destro storico del Cavalier Silvio Berlusconi al terzo e ultimo grado di giudizio rischiava davvero di finire in carcere per lungo tempo. Per sua fortuna così non è stato. La Corte di Cassazione ha annullato il processo d’appello (le motivazioni si sapranno più avanti), che dovrà quindi essere ripetuto; sempre che a chiudere definitivamente il sipario non intervenga prima il termine di prescrizione del reato, che scade nel 2014. Il rischio di un ennesimo processo sfumato nel nulla è concreto. Pertanto si può ben dire che Dell’Utri si è conquistato buone chances di scamparla.

    E a confortarlo ha contribuito anche il mutato clima generale, che in poche ore si è fatto particolarmente favorevole alla sua causa. Il sostituto procuratore Iacoviello, infatti, proprio nella requisitoria finale, dove era chiamato a esprimere il suo parere circa l’accoglimento o il rigetto dei ricorsi, ha proposto di respingere il ricorso dell’accusa e di accogliere quello della difesa; ed è poi andato ben al di là, sostenendo addirittura che «al concorso esterno ormai non crede più nessuno» e spiazzando così persino gli avvocati di Dell’Utri, che non si sarebbero potuti augurare di meglio. L’opinione pubblica e la politica si sono subito accodate, con dichiarazioni contro il concorso esterno provenienti in modo trasversale sia da ambienti di destra che da ambienti di sinistra.

    Ora, che il braccio destro di Berlusconi si salvi o vada in carcere, è un fatto certamente rilevante per la vita politica italiana. Eppure, in fin dei conti, il comune cittadino potrebbe anche disinteressarsi tranquillamente della vicenda e vivere tranquillo. Invece sarebbe molto grave ed inquietante, se questo processo diventasse l’occasione per mettere in discussione il concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratterebbe un campanello d’allarme di degenerazione contro cui la società civile dovrebbe reagire compatta. Di questo reato è stato detto di tutto e di più: che è vago e ambiguo, che non esiste nel codice penale, che siamo l’unico paese del mondo ad averlo, e via dicendo.

    Non mi interessa qui entrare nel merito di queste accuse, che sono state già smontate ripetutamente da persone ben più preparate di me. Basti dire che il concorso esterno in associazione mafiosa ha già portato in carcere molte persone e che è stato definito per la prima volta nel processo maxi-ter a Cosa Nostra da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due che forse di reati di mafia ne sapevano di più del PG Iacoviello, che lavora a Ravenna. Ma soprattutto è stato bene specificato e circoscritto dalla Cassazione.

    Molto semplicemente è il reato commesso da chi aiuta e favorisce un’organizzazione criminale di stampo mafioso pur non facendone parte. Quando l’aiuto è episodico, il pubblico ministero contesta il reato di “favoreggiamento”; quando è continuativo si contesta il “concorso esterno”. E’ quindi facilissimo capire per quali categorie sia stato disegnato questo reato: i colletti bianchi.

    Tutti i magistrati, da Castelli ad Ingroia, che si sono occupati di combattere le associazioni criminali sanno benissimo che senza un’arma giudiziaria per punire chi si mette “a disposizione”, le possibilità di estirpare il fenomeno mafioso sono prossime allo zero. Catturato un boss, se ne fa un altro: ma Falcone e Borsellino hanno insegnato che la mafia non può sopravvivere senza imprenditori insospettabili che ne riciclino il denaro sporco, senza medici che ne curino i feriti, senza avvocati che li difendano, senza funzionari pubblici che olino la macchina burocratica e senza politici che garantiscano gli appalti. Il fine della mafia non è uccidere. Uccidere è il mezzo che la mafia usa, di tanto in tanto, per il vero scopo della sua esistenza: accumulare denaro e potere. Senza chi aiuta la mafia dall’esterno, questo fine non è raggiungibile. Per questo Falcone era diventato il simbolo da colpire.

    Giusto la settimana scorsa la procura di Caltanissetta ha messo nero su bianco che anche Borsellino fece la fine del suo migliore amico perché aveva scoperto che lo Stato stava trattando con i Corleonesi e si era opposto. Ieri la procura di Firenze, nelle motivazioni della sentenza di condanna del boss Tagliavia, ha scritto che nel ’92-’93 una trattativa tra mafia e istituzioni «indubbiamente ci fu».

    Per questo proprio oggi il fatto che quasi tutta la politica trasversalmente metta in discussione il concorso esterno deve suonarci come una minaccia. Una grossa parte della crisi economica che viviamo si deve anche alle mafie, che nel loro complesso, secondo le stime raccolte da Nunzia Penelope, pesano per il 10% del PIL nazionale. Perché mai dovremmo sbarazzarci di un reato che serve proprio a colpire il cuore dell’economia illegale mafiosa?

    E’ vero che la politica è un’arte difficile, perché non basta fare la cosa giusta, ma comporta trovare accordi su interessi spesso divergenti. E in democrazia è normale e legittimo che ci siano interessi opposti. Ma diciamo le cose come stanno: quali possono essere gli interessi di chi non vuole il concorso esterno in associazione mafiosa? Un sostituto PG può anche prendersi la libertà di fare fini disquisizioni di diritto: in fin dei conti la giurisprudenza è il suo mestiere. Ma a noi, e ai politici che ci rappresentano, dovrebbe interessare solo che si colpisca la mafia duramente.

    L’unico motivo accettabile per modificare o abolire il concorso esterno sarebbe quello di sostituirlo con una fattispecie di reato ancora più dura e penalizzante degli interessi mafiosi. E invece le dichiarazioni che ha rilasciato, ad esempio, un ex-presidente della Commissione Antimafia come Violante (PD) sembrano andare nella direzione di un ammorbidimento. Che senso può avere questo tipo di propaganda politica? Se a pensare male spesso ci si azzecca, l’unica spiegazione è che i nostri attuali politici sappiano benissimo che nei loro partiti ci sono colleghi e amministratori che fanno accordi con le mafie; e piuttosto che fare i conti con questa verità, che rivolterebbe il paese, preferiscono azzoppare gli strumenti di indagine della magistratura per impedirle di indagare nella zona grigia dei rapporti tra mafia, società civile e Stato.

    Tutto questo nel silenzio tombale del governo Monti, che preferisce non addentrarsi in questi spinosissimi terreni. Eppure ci sono scarse alternative: se la terra è tonda, se le guardie sono i buoni e i ladri sono i cattivi, se non voteremo mai per chi vorrebbe abolire il reato di omicidio, perché penseremmo che difende gli assassini, per quale motivo qualcuno dovrebbe voler indebolire un reato che colpisce chi presta aiuto alla mafia? O è disinformato, oppure è compromesso.
    Andrea Giannini

  • Dal referendum alle primarie: la grande sconfitta dei partiti politici

    Dal referendum alle primarie: la grande sconfitta dei partiti politici

    Pier Luigi BersaniLa vittoria di Fabrizio Ferrandelli a Palermo fa il palio con quella di Marco Doria di qualche settimana fa e certifica un dato ormai evidente. Al di là dei sondaggi, infatti, che pur rilevandolo, non possono restituire la profondità del fenomeno, nella realtà tutte le consultazioni elettorali da un anno a questa parte hanno decretato una cosa sola: la sconfitta dei partiti tradizionali.

    Ripercorriamo in breve quello che è successo a partire dall’inizio del 2011. Nei primi mesi, mentre il PDL precipita nei consensi per via delle cricche, delle P4 e delle nipoti di Mubarak, il candidato del centrosinistra per sfidare Letizia Moratti nella corsa al comune di Milano è Giuliano Pisapia, già legale della famiglia di Carlo Giuliani nel processo del G8. Pisapia, sostenuto da Vendola e dalla sinistra extraparlamentare, aveva battuto alle primarie il candidato del PD Stefano Boeri. Nel frattempo a Napoli Luigi De Magistris, ex magistrato al centro di tante indagini scomode, si candida a sindaco, correndo così sia contro il candidato del PDL che contro quello del PD. A maggio succede l’incredibile: nella capitale del berlusconismo Giuliano Pisapia al primo turno è sopra la Moratti, mentre nella città della camorra il magistrato De Magistris scalza Morcone (PD) e va al ballottaggio con Lettieri (PDL). Pisapia è in vantaggio, ma la Moratti spera di recuperare. De Magistris, invece, è fermo al 27,52%. Pochi pensano che il centrodestra possa perdere sia Napoli che Milano. Ed invece Pisapia otterrà un ottimo 55% e De Magistris un ancora più sbalorditivo 65%.

    La crisi di Berlusconi è certificata. Ma se Sparta piange, anche Atene non ride. Bersani prova a cantare vittoria, ma è evidente che i cittadini hanno scartato nettamente le candidature provenienti dalla segreteria del partito. Passano neanche due settimane e si vota di nuovo, stavolta in tutta Italia. Di Pietro, Grillo, e alcuni comitati spontanei, del tutto in solitaria, si fanno promotori di un referendum contro acqua privata, nucleare e legittimo impedimento del premier. Il referendum è osteggiato in tutti i modi dal governo, che lo sposta due settimane dopo le comunali per fiaccare la voglia dei cittadini di andare a votare; ed è mal sopportato anche dall’opposizione, che nel migliore dei casi lo reputa una perdita di tempo. All’ultimo, soprattutto dopo le vittorie-choc di Pisapia e De Magistris, il PD si accoda ai promotori, ma in molti ritengono difficile che si possa raggiungere il quorum. Ed invece, per la prima volta dal 1995, più della metà degli aventi diritto si reca ai seggi. Il responso è bulgaro: su 4 quesiti, i SI sono in media il 95%.

    Ormai è evidente che i cittadini si stanno muovendo senza le indicazioni dei partiti. Parte così un nuovo referendum contro l’attuale legge elettorale (il cosiddetto “porcellum”): di nuovo grande partecipazione (più di 1.200.000 firme), ma questa volta la consulta boccia i quesiti.

    Arriviamo quindi alle primarie di due settimane fa e alla vittoria di Marco Doria, voluto fortissimamente da Don Gallo. Per il PD è una nuova mazzata. Si dice che presentare due candidati, tra cui il sindaco uscente, sia stato un errore. E senza dubbio è vero: o si conferma il sindaco anche per il prossimo mandato, oppure si propone dei candidati alternativi. Ma la candidatura della Pinotti, persona di per sé degnissima, suscita più di una perplessità, perché è senatrice a Roma, è vicina alla segreteria centrale ed è un po’ lontana dai problemi di Genova: insomma, mentre i sondaggi danno la fiducia nei partiti al 4%, non è esattamente questo il tipo di lezione che si sarebbe dovuta trarre dal vento che cambia.

    A Palermo però il PD può finalmente rifarsi con la candidatura eccellente, sostenuta anche da Di Pietro e Vendola, di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia in Via D’Amelio. A sorpresa però, per un centinaio di voti, le primarie sono vinte dall’outsider Fabrizio Ferrandelli. La situazione è ancora poco chiara, perché si parla di brogli e schede falsificate; ma non c’è dubbio che per il PD sia comunque una bruciante sconfitta. Anche se il risultato dovesse essere ribaltato, già il fatto che Ferrandelli sia andato vicino alla Borsellino è piuttosto indicativo. E se in qualche modo si dovesse accertare che ci sono stati brogli molto pesanti, sarebbe l’intero strumento consultivo delle primarie ad entrare in crisi di credibilità. Insomma, comunque la si guardi, al PD davvero non riesce una ciambella col buco.

    Ma al di là dei cronici problemi del partito di Bersani, ci sono considerazioni più significative da fare. Se a quanto detto fin qui sommiamo il successo di consensi del governo Monti, non si può fare a meno di notare come ormai la gente tenda a premiare qualsiasi proposta che, dalle aule della Bocconi ai centri sociali, non sia espressione diretta dei grandi partiti. I quali, non a caso, stanno provando a fare quadrato con ipotesi di grandi coalizioni comprendenti PD, PDL e UDC. Se questa interpretazione è corretta, c’è da aspettarsi che alle prossime elezioni nazionali avremo grandi sorprese, probabilmente paragonabili a quelle che nei primi anni ’90 decretarono la fine della prima repubblica.

    I giornali nei mesi a venire continueranno a parlare del trionfo della montante “antipolitica”. Ma il mio giudizio è che i cittadini italiani, al contrario, stiano riscoprendo la politica attiva e la partecipazione diretta. I sacrifici che sono stati imposti alla gente contrastano con l’ostinazione della politica a chiudersi nella difesa dei propri privilegi. Gli stipendi faraonici, i casi di corruzione sempre più frequenti, i generosi finanziamenti pubblici auto-assegnati e i mancati tagli alle retribuzioni dei parlamentari non fanno altro che rafforzare la convinzione che i partiti da troppo tempo, più che al buon governo, siano dediti alla spartizione del potere. E a questo punto è difficile sperare che qualcuno (tipo il Bersani che a Servizio Pubblico balbettava sulla TAV e minacciava querele) sia in grado di fare marcia indietro. Cosa succederebbe, dunque, se nel 2013 si presentasse una sorta di grande lista civica alternativa ai partiti?

    Andrea Giannini

  • Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa: proviamo a capire perché…

    Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa: proviamo a capire perché…

    Soldi e MoneteQuasi tutti i giornali lunedì hanno aperto con la notizia del rapporto Eurostat sul mercato del lavoro. L’Eurostat è una Direzione Generale della Commissione Europea che si occupa di fornire statistiche; e la statistiche in questione ci interessano molto da vicino, anche se sanciscono quello che già si sapeva: vale a dire, che siamo tra i meno pagati di Europa.

    La retribuzione media lorda in Italia è pari a 23.406 euro, mentre in Germania, ad esempio, è praticamente il doppio (41.100 euro). Questa notizia fa il paio con quella di qualche giorno fa relativa alla pubblicazione delle retribuzioni dei ministri e degli alti dirigenti pubblici, voluta dal governo Monti per ragioni di trasparenza della pubblica amministrazione. Di qui sono emerse cifre stratosferiche. Era prevedibile che il ministro Passera e il ministro Severino si rivelassero due “paperoni”, viste le professioni che svolgevano in precedenza (rispettivamente avvocato di successo e AD del gruppo Intesa San Paolo).

    Forse stupisce un po’ di più leggere che il capo della polizia Manganelli ha guadagnato in un anno 621.253,75 euro. La somma appare ancora più spropositata, se confrontata con la retribuzione del capo di Scotland Yard, che prende circa la metà (meno di 300.000 euro), o con quella del capo dell’FBI, che ne prende “solo” circa 116.000.

    Questi dati sanciscono un quadro già ampiamente noto. Nel nostro paese il mercato del lavoro non è omogeneo: una parte minoritaria può accedere a guadagni molto elevati, ma la maggioranza delle persone si deve confrontare con un tenore di vita in netta diminuzione. A tutti i livelli, il semplice fatto di “essere dentro”, cioè di avere già un contratto, competenze, amicizie, parentele o liquidità garantisce il perpetuarsi dello status quo; mentre il fatto di “essere fuori”, cioè di doversi conquistare tutto dall’inizio, esclude dall’accesso a un tenore di vita migliore.

    La mobilità della scala sociale è bloccata e questo spiega la differenza dei massimi e dei minimi di retribuzione che c’è tra noi e la Germania: da noi i poveri restano poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Come mai? E’ ovvio che, quali che siano gli strumenti per scardinare l’immobilismo sociale, da noi non funzionano. Questi strumenti, che in Italia si rivelano inefficaci, classicamente sono tre.

    Il primo è il sindacato. La redistribuzione della ricchezza parte dalle iniziative sindacali per trattare migliori condizioni e migliori retribuzioni. Ma se abbiamo un costo del lavoro molto alto, che è un peso per le aziende, e un adeguamento salariale bloccato, è evidente che i sindacati funzionino male o che abbiano sbagliato strategia. Ad esempio, salta subito all’occhio che i sindacati italiani sono divisi e si fanno dividere facilmente. Ma è probabile anche che abbiano sbagliato tante volte obiettivo, difendendo chi non andava difeso o lasciando andare chi meritava maggiori tutele.

    Il secondo strumento sono i controlli. Chi occupa posizioni di privilegio o di potere può abusarne per consolidare e prolungare lo status quo. Se esistono enti terzi ed indipendenti con adeguatati strumenti di controllo e poteri di sanzione, il rischio di abusi è limitato e il ricircolo assicurato. Purtroppo in Italia il conflitto di interessi è la costituzione non scritta: controllato e controllore si danno del tu e si nominano a vicenda, garantendosi le poltrone e vanificando intromissioni esterne.

    Il terzo strumento è l’istruzione. Niente più della preparazione culturale e della qualificazione professionale garantiscono l’ascensione sociale. L’impegno e le qualità personali, in un sistema che garantisce a tutti l’accesso all’insegnamento, sono la migliore arma a disposizione del singolo per migliorare il proprio tenore di vita. Ma in Italia l’istruzione poche volte garantisce una qualifica utile da spendere nell’attività lavorativa; e di solito, gli istituti che garantiscono una buona preparazione, sono frequentati per lo più dai figli dei ricchi. L’insegnamento pubblico è stato per anni uno sfogo per assunzioni di massa clientelari; e oggi gli insegnanti sono precari, demotivati e malpagati. Secondo un rapporto dell’Istat del 2009 i giovani laureati italiani sono il 19% contro il 30% della media europea. Inoltre siamo scarsi anche nella formazione di chi già lavora. E’ ovvio che una buona politica industriale e fiscale è una componente essenziale per l’economia; ma una buona riforma del lavoro, per essere presa sul serio, dovrebbe partire da una seria riforma dell’istruzione, che nessun governo ha finora davvero affrontato. Se questi tre strumenti continuano ad essere inefficaci, tutti i discorsi su modernità, flessibilità e articolo 18 resteranno sempre accademia.

     

    Andrea Giannini