Tag: disagi

  • Rischio sfratto per 200 famiglie nella casa-albergo di via Linneo a Genova

    Rischio sfratto per 200 famiglie nella casa-albergo di via Linneo a Genova

    Begato, la diga di via MaritanoIl residence di periferia mette alla porta i suoi ospiti. Accade a Genova al civico 130 di via Linneo, un casermone fatiscente di 15000 metri quadrati che ricorda in versione ridotta la famosa “diga” di via Maritano sull’opposto versante collinare di Begato, proprietà di Europa Gestioni Immobiliari, società partecipata interamente da Poste Italiane.

    Già da qualche anno l’intenzione di Poste italiane è quella di disfarsi di tutte le proprietà immobiliari sparse sulla penisola. EGI ha infatti a disposizione una serie di strutture in diverse città come Genova, Bologna, Firenze, Venezia, Milano, Torino. Proprio in quest’ultimo caso è stata raggiunta un’intesa con il Comune che ha realizzato un bando aperto ai soggetti intenzionati a rilevare l’immobile per trasformarlo in alloggi sociali ad uso di studenti fuori sede, lavoratori trasferisti e famiglie di persone ospedalizzate.

    “L’operazione ha avuto un enorme successo – racconta Bruno Pastorino, Assessore alle politiche della casa del Comune di Genova – L’edificio è stato infatti rilevato da una società, appartenente al mondo delle Onlus, che si occupa di edilizia sociale. Il progetto è stato premiato alla rassegna Eire 2010 di Milano come il miglior progetto di social housing”.>Ma tornando a Genova, come si è sviluppata la vicenda che riguarda la casa-albergo di via Linneo? “Nel 2009 l’amministrazione chiese informazioni sulla valutazione dell’immobile – spiega Pastorino – la reazione di Poste italiane fu di indisponibilità nei confronti di un dialogo costruttivo. Il prezzo di 7 milioni di euro (e almeno altrettanti sono necessari per la ristrutturazione) è decisamente eccessivo. La nostra proposta prevede una soluzione sul modello di Torino”.

    Per l’amministrazione sarebbe corretto che questa struttura, appartenente a una società pubblica, svolgesse anche una funzione di pubblica utilità. “Il Comune potrebbe agire come facilitatore in una dialettica fra Poste italiane e soggetti terzi, preferibilmente provenienti dal mondo della cooperazione e specializzati in edilizia sociale, per realizzare a Begato un progetto di social housing che includa anche servizi sociali di tipo sanitario, ad esempio consultori e poliambulatori per gli abitanti del quartiere”, conclude Pastorino.

    La gestione di circa metà dell’immobile, 73 unità abitative di 50 metri quadrati che ospitano più di 200 inquilini fra i quali molti stranieri ma anche cittadini italiani, è affidata dal 2001 a una società di Trevignano (Tv), Gest.a srl, che ha trasformato il complesso in una cosiddetta  casa-albergo. Vale a dire una struttura che dovrebbe garantire, il condizionale è d’obbligo, determinati servizi di tipo alberghiero, come ad esempio la lavanderia, un’adeguata pulizia degli spazi comuni e il rispetto di tutte le norme di sicurezza. Per quel che concerne il rapporto con i suoi ospiti, la società stipula dei contratti di carattere transitorio, rinnovabili ma senza trasformarsi in permanenze stanziali.

    “Dopo la dismissione dei dipendenti di Poste italiane – spiega Stefano Salvetti, Sicet (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) – in questi bilocali si sono inserite persone in situazioni di disagio e che di fatto si arrangiano, viste le condizioni abitative per nulla consone al modello di casa-albergo”. E in effetti parlando con la signora che sta dietro il bancone della reception di via Linneo, la quale spiega come negli alloggi sia vietato l’uso di lavatrici e stufette perché c’è un unico generatore di corrente, mentre per quanto riguarda l’area cottura ogni alloggio ha a disposizione due piastre elettriche, si comprende bene cosa intende Salvetti. Tutti gli inquilini hanno installato le lavatrici perché evidentemente la lavanderia non funziona a dovere. E anche la pulizia, soprattutto degli spazi esterni accessibili dal palazzo, lascia a desiderare, ma la causa primaria è l’inciviltà degli stessi ospiti che qui abitualmente abbandonano l’immondizia. Per non parlare delle precarie condizioni, visibili a occhio nudo, in cui versa l’edificio che necessita di urgenti interventi di ristrutturazione perché rispetti almeno gli standard minimi di sicurezza.

    “Noi consideriamo i contratti annuali applicati da Gest.a, come simulati – accusa Salvetti – Infatti in base alla legge 9 dicembre 1998, n. 431, si configurano come locazioni abitative, insomma come prime case. La Sicet è quindi in procinto di muoversi per vie legali”. La difficoltà, come spiega il sindacalista, sta nel comunicare con queste persone, spesso extracomunitari che non conoscono a sufficienza la lingua o persone problematiche e difficili da intercettare, all’oscuro dei propri diritti. “Noi premiamo affinché la struttura venga recuperata e resa disponibile sotto forma di edilizia pubblica di cui c’è una grande carenza nel nostro paese – aggiunge Salvetti – In Italia infatti sono solo 700.000 gli alloggi E.r.p. in confronto ai 3 milioni dell’Inghilterra o ai 4 milioni della Francia. A Genova sono 12.000 e ne mancano almeno altri 8.000”.

    Sul finire di gennaio Gest.a ha inviato una missiva a 140 inquilini del residence, invitandoli a liberare gli alloggi entro il 3 febbraio. “L’amministrazione ha scritto a Gest.a, EGI e al Prefetto, per impedire che 140 persone si trovassero da un giorno all’altro in mezzo alla strada – afferma Pastorino – per il momento gli sfratti non sono stati eseguiti ma EGI continua nella sua azione di persuasione nei confronti dei singoli nuclei famigliari per cercare di liberarsene senza dare troppo nell’occhio e senza colpi di mano”.

    Nonostante Gest.a si affretti a ribadire di aver notificato gli sfratti solo ai soggetti morosi, è innegabile che dietro le quinte la pressione di Poste italiane, smaniosa di svuotare l’immobile, si faccia sentire. “Proprio qualche giorno fa ho incontrato due sorelle che sono residenti nel civico 130 da ben 8 anni – racconta Pastorino – a fronte di alcune morosità non eccessive e dovute alla perdita del lavoro, queste persone hanno ricevuto la notifica di sfratto esecutivo a partire dal 25 aprile”.

    Inoltre, ad aggravare le difficoltà di Poste italiane, c’è un’altra questione non secondaria: il 50% dei volumi dell’immobile insistono su un’area, quella che fino al 2006 ospitava la scuola di polizia postale, espressamente destinata ai servizi. Quindi dove non sono permessi insediamenti residenziali. Ed è anche per questo che, nonostante siano almeno 2 anni che la proprietà manifesta la volontà di cedere l’edificio, ancora oggi non sono giunte offerte concrete.

    Matteo Quadrone

  • Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    L’opera di deospedalizzazione dell’ospedale Frugone a Busalla è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.
    Assume i contorni di una truffa perpetrata nei confronti della popolazione della Valle Scrivia privata di un presidio importante, con la promessa di una trasformazione, mai attuata nei termini previsti e che ha portato a una totale dismissione. E poi la scandalosa vicenda del Cica, il Centro Integrato di Cura e Assistenza, un progetto accolto, seppur parzialmente, firmato dall’Assessorato regionale alla Sanità e dalla Asl 3 e incredibilmente disatteso nel silenzio delle istituzioni che perdura da fine 2008.

    BusallaA livello regionale nell’assumere l’iniziativa di chiudere l’ospedale di Busalla c’è stata la convergenza in questi anni, di tutte le forze politiche.

    La deospedalizzazione viene infatti decisa dalla giunta Biasotti, centro-destra, all’atto dell’approvazione del Piano Socio Sanitario Regionale 2003-2005 ed è  attuata a partire dal 2006 dalla giunta Burlando, centro-sinistra.

    Ma in cosa consisteva la cosiddetta “trasformazione” del presidio ospedaliero Frugone, accettata passivamente, soprattutto per ragioni di affinità politiche con la giunta di centro-sinistra, da diversi sindaci della valle, ma avversata, fin dall’inizio dal sindaco di Busalla Mario Valerio Pastorino?

    Secondo la “Proposta di organizzazione specifica della rete di cura e assistenza in valle Scrivia”, controfirmata dall’Assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo e dall’allora Direttore di Asl 3, Alessio Parodi, l’organizzazione della struttura ospedaliera Frugone avrebbe dovuto prevedere: il mantenimento di una sede di primo intervento (l’unica ancora in piedi!); la realizzazione di un reparto di cure intermedie destinato a ricevere pazienti da altri nosocomi; l’accesso al reparto di Busalla, in casi selezionati, direttamente dai Pronto Soccorso cittadini o dalla stessa struttura di primo intervento.

    Ma questo a Busalla non è mai avvenuto. “A differenza ad esempio di Levanto – ricorda il sindaco Pastorino – dove i letti delle cure intermedie sono sempre occupati proprio perché accessibili dal primo intervento”. Nella struttura di Busalla un malato anziano residente in Valle Scrivia non poteva essere ricoverato direttamente dal primo intervento, ma il reparto ospitava invece la stessa tipologia di malati, provenienti però da altre realtà locali con i conseguenti disagi per i famigliari.

    Secondo Pastorino “Se l’impegno fosse stato mantenuto i 19 posti letto delle cure intermedie sarebbero stati occupati a pieno regime nel corso dei tre anni successivi”. E così, nel maggio 2010, non avrebbero offerto al nuovo Direttore Asl 3, Renata Canini, il pretesto per chiudere il servizio, causa sottoutilizzo.

    “La realizzazione delle cure intermedie non avrebbe rappresentato la salvezza dell’ospedale”, così pensava il sindaco. E i fatti gli hanno dato ragione. L’amministrazione di Busalla, già nel 2006, capisce che per difendere quel presidio minimo, a garanzia soprattutto di quella fascia di pazienti anziani che potevano essere curati in Valle Scrivia, l’unica soluzione fosse inserire questa unità di para ricovero minimale all’interno del progetto di un grande polo riabilitativo regionale. Il progetto Centro integrato Cura e Assistenza elaborato dal comune di Busalla prevedeva infatti di collocare in quest’area territorialmente strategica un servizio di riabilitazione neuromotoria, attualmente assente in Liguria, in grado di determinare una significativa limitazione del fenomeno della migrazione extra regionale per le terapie di riabilitazione.

    La parte relativa all’ospedale Frugone non venne recepita dall’Assessorato regionale alla Sanità che, ritenendo di avere dalla sua la maggior parte dei sindaci valligiani, proseguì sulla strada della “trasformazione”. Ma nelle sue linee essenziali il progetto Cica venne accolto con una lettera dell’Assessore Claudio Montaldo al sindaco di Busalla, datata 5 gennaio 2007 e successivamente oggetto di impegno congiunto controfirmato dallo stesso sindaco e dal Direttore Asl 3, Alessio Parodi, in data 25 gennaio 2007.
    L’attuazione del progetto però (si parlava di andare a gara per fine 2007) è stata fatta cadere nei tre anni successivi  senza che mai fosse fornita una spiegazione al comune di Busalla.

    Nel frattempo l’Asl 3 ha proceduto al restauro interno dell’ex padiglione chirurgico del Frugone allo scopo di ricavare 19 posti letto a disposizione delle cure intermedie e successivamente di un’ipotetica e mai realizzata, RSA di secondo livello. Lavori costosi e inutili ai fini dell’attuazione del previsto presidio riabilitativo.

    Nel novembre 2008 viene inaugurato il corpo nuovo della struttura sanitaria Frugone, altro non è che l’ex reparto chirurgico prima lasciato in totale abbandono. Qui vengono trasferite le cure intermedie ma il Comune si dissocia da un’operazione che ritiene esclusivamente di facciata.

    Ma il progetto Cica parzialmente accolto che fine ha fatto?

    Se lo domanda anche l’amministrazione di Busalla. Da oltre due anni, nonostante le lettere indirizzate al Presidente della Regione e al Direttore della Asl 3, le istituzioni competenti hanno opposto un silenzio assordante che echeggia in tutta la Valle Scrivia.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Scarichi abusivi nei torrenti di Pegli, stabilimenti a rischio

    Scarichi abusivi nei torrenti di Pegli, stabilimenti a rischio

    Lungomare di PegliL’obiettivo del Comune di Genova è quello di recuperare al più presto la balneazione nel tratto di litorale di Pegli per consentire a tutti, anche ai più anziani e ai bambini, di poter godere di un tratto di costa incantevole, da troppo tempo ostaggio di inquinamento, industrie e porto.

    E per riuscirci è necessario eliminare in maniera definitiva il problema degli scarichi abusivi che riversano nei torrenti della delegazione, e quindi in mare, le acque nere di alcuni caseggiati.
    A denunciare la situazione è stato il titolare dei Bagni Doria “Da tre mesi l’odore che sale dalla foce del rio Rexello è insopportabile e diventa ancora più forte quando le correnti marine non consentono il ricambio delle acque – racconta Vincenzo Epifanio – ho già fatto diverse chiamate a Mediterranea delle Acque ma il problema non è stato risolto”. Secondo Epifanio gli operai vengono e tolgono l’otturazione ma il giorno dopo tutto torna come prima. E lavorano di notte per non mostrare ai bagnanti la sporcizia e i liquami che scaricano in mare. Il danno economico per lo stabilimento che ha una terrazza ristorante proprio sopra la foce del torrente è notevole.

    L’adiacente hotel Miramare subisce le stesse conseguenze e varcando la soglia della portineria si sente subito lo sgradevole odore che penetra dalle finestre aperte. Il Municipio si schiera dalla parte degli imprenditori e ha chiesto a gran voce a Mediterranea delle Acque di eseguire controlli approfonditi sulle fognature del quartiere.

    “L’anno scorso durante i lavori per il rifacimento e la copertura del rio Rexello sono stati scoperti degli allacci irregolari alla rete fognaria – conferma Avvenente – ma sono necessari degli interventi anche per il rio Archetti e il rio Rostan di Multedo”.

    Alcune operazioni sono già state realizzate congiuntamente con il Comune e Mediterranea delle Acque, come il nuovo collettore di Multedo e la sistemazione del depuratore di Pegli. Una volta realizzati gli interventi sui collettori andrà affrontato il problema più critico, quello degli allacci abusivi. “Chiederemo che venga fatta una campagna di sensibilizzazione per incentivare le verifiche degli allacci – continua il presidente – ogni singolo amministratore di caseggiato dovrà dimostrare di essere allacciato regolarmente alla rete. E nel caso non fosse in regola gli sarà dato il tempo necessario per mettersi a norma, ma qualora non lo facesse dovranno scattare pesanti sanzioni”.

    Ma per raggiungere l’obiettivo balneazione queste misure saranno sufficienti ? “Dalle analisi realizzate periodicamente dall’Arpal risulta che l’inquinamento chimico non è più presente nelle acque di Pegli – dichiara Avvenente – oggi il problema è l’inquinamento batteriologico direttamente riconducibile alla presenza di scarichi fuorilegge”. Eliminata questa pratica nociva il mare di Pegli potrebbe finalmente tornare accessibile a tutti.

    Matteo Quadrone