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  • Rocca dei Corvi, il memoriale “ostaggio” dei cantieri del Terzo Valico. Cociv: «Sarà meglio di prima». La storia dell’eccidio e della partigiana Graziella Giuffrida

    Rocca dei Corvi, il memoriale “ostaggio” dei cantieri del Terzo Valico. Cociv: «Sarà meglio di prima». La storia dell’eccidio e della partigiana Graziella Giuffrida

    Foto a cura di Cociv
    Foto a cura di Cociv

    Il 25 marzo 2017 si è svolta l’annuale commemorazione dei martiri di Rocca dei Corvi, poco sopra Trasta; tuttavia, negli ultimi anni, il ‘cippo’ commemorativo non è facilmente accessibile a causa dei cantieri del Terzo Valico che rendono molto complesso l’accesso al memoriale senza attraversare il cantiere.

    Il santuario infatti si trova “circondato” da questo cantiere e, dal 2016, l’accesso al santuario è precluso, come ci racconta Davide Ghiglione, consigliere municipale del municipio V Valpolcevera e membro dei comitati No Tav: «Noi avevamo denunciato già cinque anni fa il pericolo che il santuario potesse essere spostato o rimosso e infatti dal 2016 non è più possibile accedere al cippo tramite il sentiero principale a causa dei lavori per il Terzo Valico. Adesso per passare è necessario transitare dentro al cantiere».

    «Anche durante la manifestazione di quest’anno – continua il consigliere municipale – è stato necessario percorrere questa strada. Esiste un percorso alternativo che permette di raggiungere il memoriale ma obbliga a passare da monte ed è un tratto di strada molto impervio e difficilmente percorribile soprattutto per le persone anziane che ancora partecipano a queste manifestazioni».

    Secca la risposta di COCIV, il consorzio di aziende che ha in appalto la realizzazione del Terzo Valico, attraverso la risposta del loro ufficio stampa: «Il Cippo dei Partigiani Rocca dei Corvi si trova in stretta adiacenza all’area di cantiere COL2 FEGINO e non è interessato dai Lavori del Terzo Valico che sono stati sviluppati in maniera tale da evitarne la ricollocazione in altra sede e, quindi, di preservare la storicità del sito. Attualmente il memoriale si presenta in condizioni migliori rispetto quelle ante operam dei lavori Terzo Valico, dal momento che sono stati effettuati sistematicamente da Cociv interventi di manutenzione e ripristino dei sentieri, anche a seguito degli eventi alluvionali occorsi in questi anni nonché di miglioramento dell’area di accesso».

    rocca-dei-corvi-02I dubbi principali riguardano tuttavia il destino di questo memoriale nel momento in cui i cantieri termineranno la loro attività; su questo il Cociv assicura che «al termine delle attività di cantiere, la viabilità di accesso verrà mantenuta in forma definitiva con le stesse condizioni già presenti oggi (strada asfaltata a due corsie)».

    Ad oggi, le tempistiche del cantiere non sono chiare, viste le recenti difficoltà derivanti le inchieste della magistratura e la gestione dello smarino di alcuni scavi, che anni interessato montagne amiantifere. Le rassicurazioni di Cociv sul mantenimento del Santuario di Rocca dei Corvi fanno ben sperare, ma Era Superba continuerà a presidiare la vicenda, per verificare che alle parole seguano i fatti. Nel frattempo ripercorriamo la storia di quelle tragiche vicende legate alla Resistenza, per preservarne la memoria.

    La storia

    L’eccidio di Rocca dei Corvi è stato uno degli ultimi perpetrati in Valpolcevera da parte delle forze nazi-fasciste e ha una particolarità: si tratta dell’unico eccidio avvenuto in città dove, tra gli assassinati, era presente anche una donna, Graziella Giuffrida.

    Il massacro infatti venne commesso tra il 23 e il 24 marzo 1945, esattamente un mese prima della Liberazione di Genova. Durante questo periodo, a causa del progressivo avanzamento delle truppe alleate verso il Nord Italia, s’intensificò anche l’attività partigiana e, di conseguenza, anche le forze nazi-fasciste aumentarono la pressione sulla popolazione per ridurre le possibilità di un’escalation rivoluzionaria che sarebbe comunque avvenuta un mese dopo, il 24 aprile, quando la popolazione di Genova insorse contro gli occupanti e liberò la città prima dell’arrivo delle forze alleate.

    Nei giorni della Liberazione della città in località Barabini di Teglia, vennero ritrovate alcune fosse ricoperte di terra presso una capanna il via Rocca dei Corvi e, al loro interno, vennero ritrovati cinque corpi. Ci vollero tre giorni per identificare i corpi a causa delle torture subite da questi giovani nella villetta di Via Rocca dei Corvi. In questo casolare protetto da filo spinato venivano condotti i partigiani catturati durante controlli o azioni di polizia e, in queste costruzioni, i prigionieri venivano torturati e uccisi e infine sepolti in fosse comuni. I cinque corpi ritrovati in quell’occasione vennero collegati ai partigiani scomparsi Daniele Cotella, Sebastiano Macciò, Andrea Savoldelli, Giancarlo Valle e Graziella Giuffrida.

    Daniele Cotella, 43 anni, fu catturato perché ospitò un altro partigiano, Savoldelli, inseguito dai tedeschi. Torturato venne ritrovato in una delle fosse a Rocca dei Corvi.

    Sebastiano Macciò, 23 anni, riuscì a fuggire durante la perquisizione della propria casa. Saputo che la madre e poi lo zio erano stati arrestati per rappresaglia Macciò si consegnò ai tedeschi che lo torturarono orrendamente prima di ucciderlo.

    Andrea Savoldelli, 48 anni, venne fermato da una pattuglia di tedeschi a tarda sera per un controllo. Colto dal panico tentò la fuga e si rifugiò in casa del partigiano Cotella e lì si fece arrestare con l’amico di fronte alla minaccia nazista di infierire sulla famiglia. Anch’egli fu torturato, ucciso e gettato in una fossa alla Rocca dei Corvi.

    Giancarlo Valle “il genovese”, 19 anni, faceva parte di una formazione partigiana piemontese e si trovava a casa perché malato. I tedeschi saputo della loro presenza lo arrestarono e dopo averlo torturato lo uccisero.

    graziella-giuffridaGraziella Giuffrida, catanese di 21 anni, che si era trasferita a Genova per  fare la maestra, dove si unì come volontaria alle squadre di Azione partigiana. Ma un incontro ravvicinato con un gruppo di soldati tedeschi le costò la vita: fu arrestata, infatti, sul tram da militari nazisti i quali, dopo averla pesantemente importunata, si accorsero che era in possesso di una pistola. Condotta nella sede del comando di Fegino fu sottoposta a tortura e violentata prima di essere uccisa e gettata in una delle fosse di Via Rocca dei Corvi.

    Gianluca Pedemonte

     

     

     

  • Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    Sacrario della Benedicta, quando la Memoria affoga nel cemento. Un milione di euro per un cantiere mai terminato

    «benedicta-028Guarda queste rovine, cittadino d’Italia, sono il dono della tirannide straniera e domestica». Un invito e al contempo, oggi, un monito. Con queste parole sono accolti al Sacrario della Benedicta coloro i quali, con intenzione o per caso, raggiungono uno dei posti simbolo della Resistenza, genovese e non solo. Tutto attorno muri spezzati, rovine, macerie: un fermo immagine che testimonia il massacro sofferto da decine di giovani trucidati dalle truppe nazifasciste nel 1944. Un tricolore scolorito e a brandelli sovrasta tristemente l’area; se si percorrono pochi metri, un altro scempio prende la scena: ecco lo scheletro di cemento del Centro di Documentazione, figlio mai nato di un cantiere aperto da quasi undici anni, oggi in stato di abbandono. Una storia da un milione di euro.

    A pochi giorni dalla consueta commemorazione, che cade il 9 di aprile, abbiamo documentato lo stato dei lavori, provando a ricostruire l’iter burocratico di questo “mostro”, la cui incompiutezza stona con la sacralità del luogo e della storia che avrebbe dovuto presidiare.

    Incastonato tra le montagne dell’Apennino Ligure, all’interno del parco naturale delle Capanne di Marcarolo, sorge il Sacrario della ‘Benedicta’, dedicato a 147 patrioti antifascisti che, in questo antico convento trasformato in cascinale, persero la vita combattendo per la libertà. Un luogo divenuto da subito “sacro” per i cittadini del genovesato, intriso del sangue dei suoi figli: solo nel 1999 viene deciso un processo di valorizzazione e recupero del sito archeologico costituito dai ruderi della struttura fatta brillare dai nazifascisti, articolato in lotti finanziati dalla Regione Piemonte e dalla Provincia di Alessandria, la quale ne ha gestito la progettazione e la realizzazione, in stretta collaborazione con l’Associazione “Memoria della Benedicta”.

    Al termine di questi lavori, che hanno rinnovato i luoghi della strage rendendoli accessibili al pubblico, preservandoli da ulteriori deperimenti, nel 2006 Regione Piemonte autorizza con una legge regionale la spesa complessiva di 750.000 euro per la realizzazione di un centro di documentazionenel quale conservare e valorizzare le testimonianze e il materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese” come riporta la suddetta legge; ad oggi, nonostante i fondi stanziati, di questo centro ci sono poche tracce. Il prossimo 9 aprile si terrà l’annuale commemorazione per i martiri e, anche per quest’anno, i lavori non saranno conclusi in tempo.

    «Il centro di documentazione è avviato da molti anni – racconta Gian Pietro Armano, Presidente dell’associazione “Memoria della Benedicta” ma a causa di una serie di difficoltà finanziarie e di altro genere i lavori sono stati sospesi. La prima delle due ditte a cui erano stati assegnati i lavori è fallita, mentre la seconda ha avuto dei problemi e così la Regione ha bloccato i lavori. Adesso la Regione Piemonte e la Provincia di Alessandria, che hanno a carico la costruzione del centro, pare abbiano risolto queste difficoltà e quanto prima riprenderanno le operazioni per ultimare il centro. Noi dell’associazione Memoria della Benedicta dovremmo gestire il centro e speriamo che entro un mese gli operai tornino a costruire».

    La situazione però non è chiara in quanto i 750.000 euro stanziati dalla Regione, e integrati con altri 250.000 durante gli anni successivi, sono una cifra “importante”: «In fase di costruzione ci sono stati degli interventi che non erano previsti dal progetto iniziale – prosegue Don Armano – Per esempio per dare solidità alle fondamenta si è dovuto fare un lavoro di palificazione per evitare che fosse danneggiato quello che resta della cascina Benedicta, inoltre sono emersi altri problemi e questo ha fatto lievitare i costi. Adesso la Regione ha stanziato un ulteriore finanziamento e la Provincia coprirà la parte mancante per poter arrivare alla realizzazione finale di quest’opera. Noi speriamo che il prossimo anno sia finito tutto».

    Una speranza che sicuramente è di tutti, anche se le condizioni del cantiere non fanno ben sperare, a partire dalle recinzioni, interrotte in più punti; spariti i cartelli con la gerenza del cantiere, obbligatori per legge, all’esterno sono sparsi accumuli di macerie e materiale da lavori, i locali interni sono in balia delle infiltrazioni e degli allagamenti, alcuni sono interamente occupati da detriti e spazzatura di vario genere; la ruggine e i muschi regnano sovrani; all’esterno le istallazioni artistiche dedicate ai fatti storici sono abbandonate a loro stesse, aggiungendo una nota tetra ad uno scenario desolante. Uno “spettacolo” decisamente poco edificante, che stride con l’atmosfera senza dubbio mistica dell’intera area, che comprende inoltre il muro delle esecuzioni e le fosse comuni dove furono sepolti i cadaveri dei partigiani.

     

    La Storia

    Il santuario della Benedicta è indissolubilmente legato alla città di Genova; in questo luogo era stata posta l’intendenza della 3° Brigata d’assalto Garibaldi “Liguria” e molti dei ragazzi che vennero assassinati e deportati provenivano dalle valli del genovesato e dai quartieri della città. Sfogliando l’elenco dei caduti è facile trovare nomi di giovani provenienti da alcuni dei quartieri come Sampierdarena, Rivarolo, Pegli e Pontedecimo e proprio da qui, nelle ore successive all’eccidio, partirono a piedi molti volontari per raggiungere la Benedicta, recuperare i corpi e dargli degna sepoltura. «Da Pontedecimo partirono in molti per recuperare i corpi – racconta Don Armano – la Croce Verde, ad esempio, fu molto attiva durante questo episodio. Tuttavia anche dalla parte di Alessandria ci furono dei volontari che salirono fino alla Benedicta dopo l’eccidio per ‘igienizzare’ la situazione. Si correva il rischio, infatti, che la decomposizione dei cadaveri gettati nelle fosse dai nazi-fascisti inquinasse il torrente che porta l’acqua ai laghi artificiali del Gorzente, invasi che approvvigionano la città di Genova.

    Durante la primavera del 1944 le forze partigiane presenti in questa zona contavano circa mille uomini: per questo motivo i tedeschi optarono per un rastrellamento massiccio, mirante a distruggere tutte le formazioni attestate intorno alla Benedicta, al fine di assicurarsi un passaggio per una eventuale ritirata in caso di sbarco alleato. Il 7 aprile 1944 ingenti forze nazifasciste circondarono la Benedicta e le altre cascine dove erano dislocati i partigiani: i giovani antifascisti, spesso impossibilitati a difendersi per la mancanza di un adeguato armamento e di esperienza militare, non riuscirono a rompere l’accerchiamento. In diverse fasi i nazifascisti fucilarono 147 partigiani mentre altri caddero in combattimento. Alcune decine finite nelle maglie dei rastrellamenti, in qualità di renitenti alla leva obbligatoria predisposta dalla Repubblica Sociale furono tradotti alla Casa dello Studente, dove furono imprigionati e torturati; molti di loro saranno poi fucilati, il 19 maggio, al Passo del Turchino, mentre altri 400 furono arrestati con l’inganno di un amnistia e avviati alla deportazione (quasi tutti a Mauthausen). Durante il viaggio 200 di loro riuscirono fortunosamente a fuggire, mentre i loro compagni lasciarono la vita nei campi di concentramento.

    Il rastrellamento della Benedicta, che nelle intenzioni dei nazisti e dei fascisti avrebbe dovuto fare terra bruciata intorno alla resistenza, non riuscì tuttavia a piegare lo spirito popolare. Anzi, proprio dalle ceneri della Benedicta il movimento partigiano, dopo aver avviato una riflessione sugli errori compiuti, riuscì a riprendere vigore e incominciare l’inesorabile riscossa.

    Rispetto

    Una lapide, eretta dove furono ritrovate le fosse comuni che accolsero i corpi senza vita dei fucilati così recita: «Qui il 7 aprile 1944 caddero trucidati e vennero nascosti giovani partigiani da fascisti d’Italia e nazisti di Germania, fecero loro scavare la fossa poi li uccisero a gruppi di cinque. Volevano un’Italia migliore». Sarebbe necessario maggiore rispetto per questi luoghi, custodi di una memoria che deve essere presidiata, affinché i sacrifici del passato possano essere conosciuti e onorati degnamente.

    Gianluca Pedemonte
    Nicola Giordanella

     

  • Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    monumento-mutilatoCancellare Cadorna dalla toponomastica genovese, per dedicare la stessa via ai “Disertori per la Pace”, coloro i quali, cioè, disertarono dal regio esercito, finendo davanti al plotone di esecuzione, per opporsi o sfuggire al macello della Grande Guerra, Questa la proposta che sarà presentata martedì prossimo in Consiglio Comunale da Antonio Bruno, consigliere di Federazione della Sinistra, che, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre, ha lanciato l’idea sul proprio profilo facebook. Un’iniziativa che segue quanto fatto dal Municipio VIII – Medio Levante, che tempo fa propose di sostituire il nome del generale con quello del primo soldato morto sul fronte, Riccardo Giusto; una deliberazione che però oggi giace in qualche cassetto degli uffici competenti del Comune di Genova

    Secondo il consigliere, questa potrebbe essere «l’occasione per non celebrare più il generale, famoso per una lunga lista di nefandezze tra cui aver portato, insieme al collega Badoglio, i soldati italiani alla disfatta di Caporetto – spiega Bruno – ma soprattutto per la fucilazione di migliaia di soldati che non volevano attaccare postazioni austriache inattaccabili, andando incontro a morte certa». Ma non solo: «Un’occasione per rendere omaggio a chi fu ingiustamente ucciso da un volontario “fuoco amico”». L’attuale intitolazione della via fu scelta, infatti, durante il ventennio fascista, quando fu risistemata tutta la zona intorno al monumento della Vittoria (al centro dell’omonima piazza), per celebrare il successo della giovane monarchia italiana nella Grande Guerra. Un “trionfo” costato la vita a circa 650 mila uomini, che, volenti o nolenti, furono trasformati in soldati dalla legge.

    La discutibile carriera di Cadorna

    Luigi Cadorna, legato a Genova per aver sposato Maria Giovanna Balbi, nel primo dopo guerra fu celebrato per la resistenza, sulla estrema linea del Pasubio, alla Strafexpedition austriaca, scaturita nel 1916 come risposta all’aggressione italica dell’anno precedente. Suoi anche i “meriti” della presa di Gorizia per la cui conquista morirono 50 mila soldati tra il 9 e il 10 agosto 1916 (Sesta battaglia dell’Isonzo). Ma dietro a questi “successi” si nasconde un vero e proprio fiume di sangue; Cadorna, dal 1915 al 1917, incentrò la sua strategia sulle cosiddette “Spallate dell’Isonzo”: il ripetuto tentativo di sfondamento sul fronte isontino, che macinò circa 400 mila morti. Tutto questo per arrivare alla rotta di Caporetto (oggi Kobadir, Slovenia), quando l’esercito austriaco, approfittando della nebbia e della pessima organizzazione tattica e comunicativa della gerarchia militare italiana (di cui fu responsabile anche Badoglio), sfondò il fronte italiano, arrivando, come è noto, fino al Piave. Questo episodio spinse gli Alleati a vincolare l’invio di aiuti alla rimozione stessa del generale. Cadorna, però, lega il suo nome anche alla durissima disciplina interna: fu sua l’idea dei battaglioni di disciplina da utilizzare in operazioni suicide e dell’utilizzo di squadroni di bersaglieri e carabinieri per costringere con la forza del fucile i fanti all’attacco. Tristemente famoso l’utilizzo del metodo della decimazione di romana memoria, che mirava a punire eventuali diserzioni, semplici insubordinazioni o sbandamenti di interi reparti attraverso il sorteggio casuale dei “colpevoli”, destinati al plotone di esecuzione. Le condanne a morte di soldati italiani furono le più numerose tra i paesi coinvolti nel conflitto. Ampia è la letteratura, anche recente, che quantifica e qualifica l’operato di questo generale, che nella sconfitta scaricò le colpe sulla presunta codardia dei fanti, non riconoscendo le colpe di una dirigenza militare arretrata, anacronistica e ferocemente sanguinaria nei confronti dei soldati considerati alla stregua più di schiavi che di cittadini.

    Un’occasione storica

    La proposta di dedicare la via ai “Disertori per la Pace” non è solo una provocazione: potrebbe essere un’occasione per incominciare a ragionare onestamente su una pagina della nostra storia ancora appesantita dalla retorica degli anni che la seguirono. Nel centenario della Grande Guerra, è necessario e doveroso lavorare sulla memoria di quello che accadde, senza dimenticare nulla. Iniziare dai simboli è senza dubbio prassi storica, e Cadorna è sicuramente figura totemica di una lunga, e mai tramontata, tradizione di disprezzo della vita e della libertà delle persone.

    Nicola Giordanella

  • La guerra in Ucraina, filtri e condizionamenti compito di media e governi. L’analisi di Polis

    La guerra in Ucraina, filtri e condizionamenti compito di media e governi. L’analisi di Polis

    guerra-crimeaDello scenario ucraino mi sono occupato solo una volta; non certo perché si tratti di vicende minori o perché non contengano quei risvolti politici di cui si occupa questa rubrica, ma perché le notizie che ci arrivano sono filtrate e condizionate: e tentare una valutazione è davvero un’impresa. Per questo mi ero limitato a un semplice invito: considerato che ci sono molti interessi in gioco, conviene per lo meno abbandonare lo schema semplicistico che contrappone “occidente=democrazia=bene” a “oriente=oligarchia=male”. Con la tragica vicenda del boeing malese, le cose non sono cambiate. E forse, a questo punto, tornare a riflettere sulla vicenda può essere utile non tanto per capire la dinamiche della politica internazionale, quanto piuttosto per riflettere sul ruolo dei media.

    Innanzitutto, un primo punto fermo: in Ucraina si combatte una guerra. Questo aspetto, apparentemente banale, può essere in realtà sfuggito a molti, perché la stampa italiana, a differenza di quello che avviene – ad esempio – per i combattimenti nella striscia di Gaza, non dedica molto spazio alle cronache militari, essendo riuscita persino ad oscurare il terribile massacro di Odessa. Anche dopo l’abbattimento del velivolo malese, una grande attenzione è stata rivolta al balletto delle responsabilità, ma poco si è detto sulla guerra che si sta combattendo.

    Il fatto è che dopo il referendum di marzo in Crimea, un voto che ha sancito l’annessione della regione alla Russia, anche le altre parti dell’Ucraina a maggioranza russa hanno provato a seguire la strada di un’indipendenza che guardi a Mosca. Kiev ha cercato di reprimere la rivolta e ne è venuta fuori una vera e propria guerra civile, che interessa quasi tutta la regione di Donetsk. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Europea (a trazione franco-tedesca) spalleggiano il governo ucraino, mentre la Russia sostiene i ribelli. Sono in gioco dunque sentimenti di appartenenza non facili da districare e interessi di vario di tipo.

    In questo scenario cosa è successo davvero all’aereo malese? Nessuno, finora, ha saputo dimostrarlo con certezza. Ma non è affatto strano, anzi è logico e prevedibile, che i vari governi e i media nazionali tendano ad accreditare la versione della loro parte: per Obama, Cameron, Merkel e Hollande la colpa è sicuramente dei filorussi; mentre Putin nega di aver mai fornito ai ribelli i missili terra-aria in grado di abbattere un velivolo che voli a quella altitudine. Nel frattempo sono spuntati tutti i riscontri possibili immaginabili: video, testimonianze e tracciati radar, da una parte e dall’altra, accreditano vuoi la teoria dell’aereo abbattuto per sbaglio, vuoi quella di un colpo intenzionale per alzare la tensione dello scontro. Eppure nulla è apparso davvero risolutivo: ogni filmato amatoriale può essere un falso e ogni intervista può celare una menzogna. Che speranze ci sono, dunque, di ottenere una prova ragionevolmente attendibile? Le speranze, purtroppo, sono poche.

    Chiediamoci: in che modo si può sapere qualcosa sulle reali dinamiche dell’incidente? Si potrebbero esaminare i resti: ma gli occidentali si sono già lamentati di non avere libero accesso alla zona; lasciando intendere in questo modo che i ribelli avrebbero tutto il tempo di rimuovere evidenze scottanti. Dunque il terreno è già da considerarsi “inquinato”. Il discorso sarebbe diverso per le scatole nere, che sono state riconsegnate e su cui non gravano sospetti di manomissione. Ma è difficile che emerga qualcosa circa la provenienza del presunto missile.

    Rimangono infine le fonti di intelligence: servizi segreti, radar militari, tracce satellitari, eccetera. Il problema di queste risultanze è però la loro attendibilità. A chi possiamo realmente credere? A chi possiamo prestare fede senza temere manipolazioni e condizionamenti inclini alle ragioni della politica estera dei rispettivi governi?

    Purtroppo nessuno ha un pedigree immacolato. Sulla Russia di Putin non occorre spendere parole: è già costume consolidato di gran parte del nostro giornalismo quello di descriverla come una dittatura assoluta, dove stampa e governo sono assoggettati al pugno di ferro di questo novello zar ex-KGB. Ma anche i “democratici” Stati Uniti non sono da meno. Avevo già ricordato che per la prestigiosa rivista Foreign Policy la CIA è responsabile di aver architettato almeno sette colpi di Stato in giro per il mondo. E l’altro giorno niente meno che Human Rights Watch ha accusato l’FBI di addestrare terroristi arabi per scatenare finti attentati.

    Ma non c’è bisogno di addentrarsi nel terreno di queste operazioni sporche: basta ricordare cosa è successo nella guerra in Iraq. Scatenata da Bush jr. per via delle famose “armi di distruzione di massa” possedute – dicevano – da Saddam Hussein, dopo un bagno di sangue e ingenti capitali spesi per la ricostruzione (a vantaggio di ben precise multinazionali amiche, s’intende), ci ha alla fine consegnato un grande risultato: le milizie jihaidiste si preparano a conquistare la capitale. E naturalmente le famose armi di distruzione di massa erano una balla ciclopica (oppure Saddam le nascose con tale dedizione da preferire la morte piuttosto che tirarle fuori e usarle contro gli odiati invasori).

    Quanto poi alla “civile” Europa, certo anch’essa non si è mai distinta per il rigore nei principi e l’indipendenza: una parte è sempre andata a rimorchio degli americani, anche quando questi andavano a giocare alla guerra; e l’altra ha sempre evitato di prendersela con i russi per non subire ritorsioni commerciali. Insomma: nessuno può lanciare la prima pietra.

    È evidente che in un simile contesto la patente di verità non si può attribuire acriticamente né all’una né all’altra parte. Per rispetto dei morti, sarebbe necessaria la paziente costruzione di una commissione indipendente, gestita da paesi o organismi riconosciuti da entrambi gli schieramenti come realmente “terzi”. Ma siccome non si sta andando in questa direzione, è chiaro che c’è chi non è interessato alla verità, perché può manipolare mediaticamente la vicenda.

    Così Obama, pur non avendo saputo fornire alcuna prova, si è subito detto sicuro che la colpa sia dei russi; e con l’avvallo di quasi tutta la “libera” stampa, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, si appresta a infliggere nuove sanzioni con il pieno avvallo della nostra grande Europa (che dunque continua a fomentare guerre, ma che per definizione deve esser chiamata “portatrice di pace”).

     

    Andrea Giannini

  • Siria, oltre 15.000 morti nella guerra civile: manifestazione a Caricamento

    Siria, oltre 15.000 morti nella guerra civile: manifestazione a Caricamento

    Molte voci in questi mesi si sono alzate per esprimere rabbia, costernazione, dolore. La sollevazione, in origine esclusivamente pacifica, del popolo siriano è iniziata nel marzo dell’anno scorso ed è tutt’ora in corso, avendo assunto, nei mesi scorsi, le caratteristiche di una vera e propria guerra civile.

    Non è appurato con assoluta certezza se in Siria ci siano state infiltrazioni di guerriglieri “esteri”, libici, della Penisola arabica, mujaheddin da nazioni vicine: quel che è certo è che siriani combattono contro siriani e la popolazione civile soffre e muore da più di un anno. Le altre primavere non sono certo sbocciate in tutta la loro potenziale e immaginata bellezza: la Libia è un paese sempre più diviso e lacerato da contenziosi regionali e tribali, l’Egitto…bhé è sotto gli occhi di tutti la neodittatura militare, in Bahrein si continua a manifestare e ad essere incarcerati, lo Yemen, nonostante una transizione presidenziale (di facciata), è sempre più stretto nella morsa di ribellioni religiose, jihad globale e povertà. Chi si aspettava una fresca ventata di “eau-de-revolution” stile europeo-statunitense, aveva decisamente sbagliato paesi e scenari.

    Ad oggi la Siria rimane il teatro più sanguinoso delle Primavere arabe, con un numero di vittime che si aggira, secondo le ultime stime internazionali, a 15.000 morti. Le responsabilità, ovviamente e cinicamente, si rimpallano tra lealisti e  ribelli, regolari e bande armate, minoranze fedeli e sunniti sovversivi, classe borghese urbana e i più umili delle periferie e dei piccoli centri. Della molteplice e unita Siria del regno degli Assad rimane ben poco; l’unico bastione ancora integro, per il momento, è il Palazzo del Popolo (Qasr ash-sha’b), dimora del Presidente Bashar, su un’altura nei sobborghi di Damasco.

    Anche Genova si è attivata nelle scorse settimane per mostrare solidarietà alle migliaia e migliaia di persone che hanno perso la vita in Siria, che sono scappate all’estero o  che soffrono all’interno del loro stesso Paese. A Palazzo Ducale sono state esposte le vignette satiriche del disegnatore Ali Farzat, a cui le forze governative siriane avevano spezzato le mani nell’agosto scorso affinché non potesse più sfidare il regime con le sue immagini irriverenti. La Comunità di Sant’Egidio ha organizzato una raccolta fondi a favore di un campo profughi ai confini con la Siria. La sezione genovese dei Giovani Musulmani d’Italia ha a sua volta realizzato una serie di iniziative: una cena per raccogliere fondi, diversi sit in e la partecipazione di alcuni suoi membri alla manifestazione nazionale a Roma pro-Siria. E infine c’è l’attivismo di cinque donne, alcune maestre alla scuola Daneo, che sperano prima o poi di rimettersi in contatto con le persone conosciute nel Paese visitato un mese prima dall’inizio delle prime manifestazioni.

    Un nuovo presidio è stato organizzato per sabato 23 giugno, ore 16, in Piazza Caricamento. Diverse associazioni di cittadini stranieri di Genova hanno deciso di manifestare la loro solidarietà con la rivoluzione del popolo siriano: autodeterminazione, pace e libertà saranno le parole d’ordine dell’evento. «Il popolo è sovrano e lo stato deve garantire, al di sopra di ogni cosa, la sua legittima rappresentatività politica. Anche la politica internazionale dovrebbe fare di questo principio un caposaldo imprescindibile: ad oggi solo gli interessi sembrano guidare le scelte dei Grandi della Terra» spiega Abdelattif El Sayed, presidente della Comunità Egiziana nella Liguria e nel Mediterraneo «La solidarietà al popolo siriano ed alla sua rivoluzione ha un valore per tutti/e. Ci insegna una verità fondamentale: la gente che sceglie assieme di vivere meglio e si unisce pacificamente ha una volontà indomabile ed una forza che nessun esercito e nessun massacro può fermare» affermano gli esponenti della sezione genovese di Socialismo rivoluzionario.

    La manifestazione è promossa da: Associazione Al Mohammadia – Associazione Imam Malek – Associazione Antirazzista 3 Febbraio – Comunità Egiziana nella Liguria e nel Mediterraneo – Movimento Politico Italia Colorata – Movimento sociale volontariato – Socialismo Rivoluzionario

    Per adesioni: primaveramediterraneoabdellatif@yahoo.it – mauroa3f@libero.it

     

    Antonino Ferrara

  • Guerre moderne, danni a lungo termine: neonati con malformazioni e tumori

    Guerre moderne, danni a lungo termine: neonati con malformazioni e tumori

    «Le nostre ricerche devono dar luogo ad un profondo discorso sulla responsabilità che coinvolga tutti gli stati moderni, ben consapevoli delle conseguenze a lungo termine delle guerre moderne giustificate come umanitarie», spiega Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova, membro del gruppo di ricerca New Weapons, commissione indipendente di scienziati che studia l’impiego delle armi non convenzionali ed i loro effetti di medio–lungo periodo sui residenti delle zone di guerra.

    I loro recenti studi, condotti in particolare in Iraq nella zona di Falluja, hanno dimostrato inequivocabilmente che con il trascorrere del tempo si è manifestato un aumento del tasso di difetti alla nascita e di aborti spontanei a Falluhja, a partire dal 2003 e che la nascita di bambini con difetti congeniti è aumentata di circa 10 volte dal 2002 e non è in calo nel 2010.

    «A Falluja centinaia di bambini nascono con difetti al cuore, allo scheletro, al sistema nervoso – sostiene uno studio scientifico pubblicato nel 2011 dall’International Journal of Environmental Research and Public Health – Il tasso di malformazioni nei neonati è di undici volte superiore alla norma e negli ultimi 7 anni ha fatto registrare un incremento spaventoso. Un fenomeno che non è interpretabile se non come dovuto a cause ambientali e che pertanto si riconduce alla persistenza nell’ambiente di contaminanti associati con l’uso di armi durante la guerra».

    L’indagine ha preso in considerazione i parti avvenuti all’ospedale pubblico di Falluja fra il maggio ed il settembre del 2010 analizzando nel dettaglio 56 casi. Soltanto nel mese di maggio, di 547 bambini nati, il 15% erano deformi. Nello stesso periodo si è avuto l’11% di parti prematuri e il 14% di aborti spontanei. «Diversi contaminanti usati in guerra possono interferire con lo sviluppo dell’embrione e del feto – sottolineano i ricercatori – alcuni di questi non sono eliminati dall’ambiente e hanno capacità di produrre malformazioni, quindi sono candidati come agenti causativi del fenomeno riportato a Falluja, tra questi molti dei metalli in uso nelle moderne munizioni».

    «Ogni innovazione, in campo militare, deve essere testata sul campo – spiega Paola Manduca – Negli ultimi anni in tutti i conflitti sono state usate armi nuove, senza frammenti».

    Armi aumentate dai metalli che producono ferite anomale con cui, fino a qualche anno fa, non ci si doveva confrontare. «In Libano nel 2006 ed a Gaza, i primi a lanciare l’allarme sono stati i chirurghi impegnati nelle zone sotto attacco militare – continua Manduca – Gli amputati venivano trattati come di prassi chiudendo l’amputazione però, dopo alcuni giorni, molti decedevano all’improvviso. I medici hanno iniziato a domandarsi se dietro a quelle morti c’erano delle altre cause. Eseguendo le autopsie non hanno trovato frammenti d’arma ma gravi lesioni agli organi interni».

    Le armi moderne contengono al loro interno polvere di metallo «In particolare metalli cancerogeni e teratogeni che possono causare alterazioni durante lo sviluppo dell’embrione – racconta Manduca – Questi metalli hanno un’altra caratteristica: restano nell’ambiente e tutti gli esseri viventi che li assorbono, uomini ed animali, tendono ad accumularli nel loro organismo».

    L’elenco dei metalli è inquietante e comprende cadmio, piombo, alluminio, uranio, mercurio, cobalto, tungsteno, vanadio, ecc.

    Quindi parliamo di sostanze che tendono a rimanere nell’organismo, polveri fini che contaminano l’ambiente circostante e con il trascorrere del tempo si accumulano facilmente nell’organismo. Al momento dell’esplosione degli ordigni le polveri vengono assorbite tramite inalazione. Ma non solo, i metalli penetrano negli organismi viventi anche attraverso la pelle, in particolare il mercurio, e tramite ingestione.

    «Negli anni successivi agli eventi bellici questi contaminanti possono dare luogo a malformazioni nei neonati – racconta Manduca – Inoltre possono causare disfunzioni, oppure mutazioni, nei gameti.  Quando “l’ambiente materno” è saturo di metalli, alcuni di questi passano attraverso la placenta e giungono all’embrione durante le fasi in cui si formano organi, causando danni significativi».

    In Iraq, a Falluja, i maggiori eventi bellici sono stati gli attacchi militari susseguitesi nel 2004 e nel 2005.

    «A distanza rispettivamente di 6 e 5 anni, è stato riportato un aumento dei casi di tumori, soprattutto infantili, rispetto alla normale incidenza – continua Manduca – Ed un aumento di malformazioni alla nascita da noi documentato, con un’alta frequenza nel 2010».

    Il lavoro in Iraq è partito quando la situazione ormai era già allarmante ma nessuno, prima del 2010, aveva ancora eseguito la raccolta dei dati.

    «In Iraq abbiamo supportato il lavoro di alcuni medici iracheni dell’ospedale di Falluja – racconta Manduca – fornendogli moduli, protocolli, metodi di indagine, questionari per la registrazione. Perché risulta fondamentale raccogliere informazioni sulla storia delle famiglie e sui componenti che hanno riportato danni riproduttivi. Inoltre abbiamo analizzato per contaminazione da metalli i capelli di bambini con malformazioni e dei loro genitori, trovando un alta concentrazione di metalli capaci di interferire con lo sviluppo embrionale e fetale».

    I metalli sono sostanze poco mutageni, quindi a bassa frequenza – succede raramente – producono cambiamenti stabili nel DNA, ovvero un danno genetico. Però sono molto teratogeni e con frequenza molto più alta producono tumori e malformazioni.

    «Il meccanismo con cui li producono non è quello della mutazione del DNA, bensì alterando il funzionamento delle cellule – precisa Manduca – Spesso i metalli influiscono nella formazione degli organi durante lo sviluppo dell’embrione, per cui, ad esempio, alcuni bambini non sviluppano le ossa in maniera corretta e nascono con delle deformazioni allo scheletro. Ma i metalli possono essere alla base anche di malformazioni quali l’anencefalia, la spina bifida e difetti a carico del cuore. Un altro effetto che hanno i metalli, alterando la regolazione della espressione del DNA  nelle cellule del corpo, è quello di provocare tumori».

    In Iraq esiste evidentemente un correlazione tra contaminazione da metalli delle persone e aumento di danni riproduttivi «Abbiamo dimostrato che queste persone con determinati danni riproduttivi, mostrano un alto livello di contaminazione da metalli – sottolinea Manduca – Attraverso l’indagine sulla storia delle diverse famiglie abbiamo cercato di comprendere se i soggetti studiati erano stati effettivamente esposti ad eventi di guerra, sotto i bombardamenti, a contatto con le macerie, ecc. Informazioni che abbiamo ricavato dalle loro dichiarazioni spontanee. Il nostro lavoro ha dunque compreso una fase di registrazione dei dati, un approfondito lavoro chimico per l’individuazione dei metalli ed infine un’attenta analisi dei risultati».

     

     

     

     

     

     

     

    La professoressa Paola Manduca ha svolto la sua attività sul campo, per oltre un anno, anche in un altro scenario drammatico, quello di Gaza, in Palestina, da sempre sotto attacco e che nel 2009 ha subito pesanti interventi militari con la famosa operazione “Piombo fuso”, tra dicembre 2008 e gennaio 2009, in cui sono state utilizzate anche le famigerate bombe al fosforo bianco.

    «La collaborazione con i medici palestinesi è partita nel 2011, quindi ad una distanza più ravvicinata dagli eventi bellici (2 anni dopo invece che 6) – racconta Manduca – A Gaza, per fortuna, la frequenza di malformazioni non è molto alta. Proprio per questo volevamo avere un punto di riferimento, in maniera tale da comprendere quel che accadrà con lo scorrere del tempo. Per quanto capiamo ora, è necessario un arco di 3-4 anni prima che si manifestino i nefasti effetti sulla salute delle persone, ma una volta che questi si iniziano ad evidenziare, la frequenza dei danni sembra crescere esponenzialmente».

    A Gaza i ricercatori hanno svolto un prezioso lavoro di analisi chimica ma, come ricorda la professoressa Manduca, resta ancora molto da fare. «Oltre all’indagine sulla storia della famiglia, abbiamo analizzato i crateri provocati da alcune bombe di grosse dimensioni e le polveri contenute in munizioni al fosforo bianco (si tratta delle stesse munizioni usate anche a Falluja). Inoltre a Gaza l’analisi dei capelli di alcuni bambini ha permesso di rilevare, in molti casi, la presenza di differenti metalli tossici e teratogeni».

    Rispetto all’Iraq è stato compiuto un decisivo passo avanti «Mentre a Falluja i medici hanno raccolto i dati sulle malformazioni alla nascita senza poter eseguire una registrazione totale, a Gaza siamo riusciti a realizzare un registro delle nascite – sottolinea Manduca – Circa 4000 bambini sono venuti alla luce nel periodo di studio. E solo l’1,4% di questi aveva malformazioni strutturali».

    I ricercatori hanno domandato alle famiglie di Gaza se fossero state esposte o meno al fosforo bianco. I risultati sono chiarissimi «Meno del 2% delle persone con bambini normali risultano essere stati esposti – spiega Manduca – La percentuale sale al 27% per quanto riguarda i soggetti con bambini malformati. Un dato molto significativo che mostra una correlazione tra esposizione e malformazioni».

    Grazie alla collaborazione con l’unità delle Nazioni Unite che ha raccolto i dati sulle munizioni esplose ed inesplose recuperate su segnalazione, realizzando una precisa mappatura e consentendo l’accesso ai dati, è stato possibile verificare l’attendibilità delle dichiarazioni delle famiglie intervistate. «Abbiamo lavorato insieme alle Nazioni Unite per vedere se esisteva corrispondenza tra le zone di residenza delle famiglie e le aree sottoposte ai bombardamenti al fosforo bianco – spiega Manduca – E coordinando i dati delle storie familiari con la mappa dei ritrovamenti degli ordigni, le dichiarazioni delle persone sono risultate assolutamente veritiere».

    I dati che emergono dagli studi mettono le istituzioni mondiali ed i singoli stati di fronte a pesanti responsabilità. «Le armi usate in Iraq e Palestina sono molto probabilmente le medesime che hanno aperto il fuoco in Afghanistan, Libia e recentemente in Siria – spiega Manduca – Ma sono testate anche a casa nostra, basta pensare al poligono militare di Quirra, in Sardegna».

    Gli Stati sono consapevoli delle loro azioni. I danni provocati dalle armi moderne infatti, colpiscono anche i militari impegnati nelle zone di guerra. Probabilmente con probabilità più bassa, grazie alle protezioni di cui dispongono i soldati ed al fatto che operano sul campo in base ad una turnazione. Ma non è possibile dimenticare il caso dei militari italiani impegnati nei Balcani, molti dei quali colpiti da tumori e leucemie, mali intrinsecamente legati all’uso di armi all’uranio impoverito.

    Il fattore che richiede un sollecito studio è che, in merito ai metalli, ne è conosciuto parzialmente l’effetto quando nell’organismo si riscontra la presenza di un solo tipo. «Ma le conseguenze dovute alla compresenza di più metalli ancora non le conosciamo– precisa Manduca –  Come detto in precedenza, sia in Palestina che in Iraq, i gruppi di bambini analizzati presentano nei capelli tracce di numerosi metalli».

    Nei pochi casi in cui è stato studiata, la compresenza non risulta indifferente «I metalli possono lavorare insieme o competere uno con l’altro – spiega Manduca – sicuramente nell’organismo causano cambiamenti anche a bassa concentrazione». In altri termini quantità relativamente basse di differenti metalli  – che presi singolarmente rispettano i limiti previsti ad esempio nel sistema industriale – in caso di compresenza possono produrre un effetto assai diverso e diversamente dannoso.

    «Molti di questi metalli, per fare un esempio di uno dei possibili meccanismi della loro azione, sono cofattori per enzimi – spiega Manduca – Diversi enzimi hanno un atomo di metallo. Questi metalli possono sostituirsi tra di loro con una certa scala di affinità. Mentre con il metallo originale la molecola dell’enzima funziona, in caso di sostituzione, la molecola può smettere di funzionare oppure funzionare molto di più. Alcuni di questi enzimi regolano la espressione del DNA. Inoltre molti di questi metalli sono capaci di interferire a vari livelli con la espressione dei geni, avendo un funzione estrogeno-simile (metalloestrogeni o estrogen disruptors). Questi sono i meccanismi  per cui i metalli agiscono come cancerogeni e teratogeni, anche in assenza di danno genetico. Questo effetto lo chiamiamo epigenetico».

    Fortunatamente però, esiste ancora una speranza «Mentre in caso di azione mutagena è impossibile intervenire, se si tratta di alterazione epigenetica si può ipotizzare che ci siano modi di prevenire o ridurre il danno precisa Manduca – Diciamo che esiste un lasso di tempo, misurabile in alcuni anni, in cui forse possibile agire. È importante rendersene conto in tempo. Per Gaza questo termine si sta avvicinando».

    Quindi, in conclusione, a parte l’aspetto medico, fondamentale per la comprensione dei meccanismi che causano danni riproduttivi nelle zone di guerra «È necessario studiare per comprendere se è possibile un lavoro di prevenzione– sottolinea Manduca –  diretto idealmente almeno alle giovani coppie in età riproduttiva».

     

    Matteo Quadrone