Un importante accordo sull’asse Torino – Milano -Genova sul tema dell’arte contemporanea si è consolidato ieri a Torino, con la partecipazione dell’assessore alla Cultura del Comune di Genova Andrea Ranieri, insieme al sindaco torinese Piero Fassino e all’assessore alla Cultura del Comune di Milano Stefano Boeri, alla conferenza stampa di ContemporaryArt Torino Piemonte, svoltasi nel capoluogo piemontese.
ContemporaryArt Piemonte è una rassegna che offre mostre di respiro internazionale, collettive e personali, le fiere, i laboratori, le rassegne e i festival: con il cartellone di ContemporaryArt Speciale Autunno si rinnova la collaborazione tra il Comune di Milano, la Città di Torino, la Regione Piemonte e la Provincia di Torino, a cui si è unito per la prima volta anche il Comune di Genova.
Nel cartellone sono state inserite le mostre genovesi di Sala Dogana “Percezione” (inaugurazione venerdì 28 ottobre) e “Genova senza parole” (19 novembre – 4 dicembre 2011) e la mostre “Race. Alla conquista del Polo Sud” in corso fino al 18 marzo 2012 a Palazzo Ducale, “Rossomare. Dalle mattanze all’inquinamento, all’ecosostenibilità”, in Galleria d’Arte Moderna fino all’8 gennaio. Segnalata nel programma anche la mostra “Der Klang des Südens” al Museo d’Arte contemporanea di Villa Croce fino all’8 gennaio e i cicli di incontri che si svolgono a Palazzo Ducale “Luoghi comuni”, “Mediterranea. Voci tra le sponde” e “Le città in evoluzione”.
“L’arte contemporanea – ha dichiarato Andrea Ranieri – può essere una componente decisiva per ridisegnare il nuovo Nord-Ovest del sapere, della ricerca, della cultura. Di questo Nord Ovest Genova è il mare e la porta verso il sud del Mediterraneo. E al mare sono dedicate la maggior parte delle mostre e degli eventi che segnaliamo”
Il 28 ottobre alle 18 inaugura alal Sala Dogana di Palazzo Ducale la mostra personale di Alessandro Lupi “Percezione”. Le opere sono in esposizione dal 29 ottobre al 13 novembre dal martedì alla domenica ore 15.00-20.00.
Una mostra sulla percezione dello spazio e del tempo, sul modo di relazionarsi e di percepire la forma e la materia. I lavori e le installazioni dell’artista genovese, che da tre anni vive a Berlino, cercano di stimolare la nostra interpretazione mnemonica e nel contempo la mettono in discussione. Sono presenti opere dal taglio sperimentale e progetti in divenire.
Il centro della ricerca artistica di Alessandro Lupi parte dalla luce, e si sviluppa con installazioni e nuove tecniche dove colore, luce suono e spazio si fondono dinamicamente. Nel 1997 inventa una nuova tecnica che chiama densità fluorescente, fili di poliestere dipinti uno ad uno con pigmenti fluorescenti e/o fotoluminescenti ed illuminati da luce nera di Wood.
I soggetti sono spesso corpi tridimensionali, che dialogano con lo spazio in modo cinetico o statico, ogni lavoro nasce come un mondo a se, tutto si concentra sul concetto di “inversione” cioè sulla possibilità di offrire allo spettatore un punto di vista contrario a quello previsto e prevedibile, nelle sue opere la dicotomia di situazioni opposte come interno-esterno, libertà-prigionia, vita-morte è annullata dalla percezione quasi contemporanea dei due aspetti, che non privilegia alcuna prevalenza percettiva o gerarchica.
Giovedì 13 ottobre ha inaugurato al Museo Luzzati la mostra “I paladini di Emanuele Luzzati”, una raccolta di opere originali legate al tema dei paladini, dei cavalieri e degli eroi che Luzzati ha sviluppato nel corso della sua carriera.
Si tratta di storie di avventure, battaglie, amori e figure fantastiche dove cavalieri, fanciulle, maghi, draghi, saraceni si incontrano e scontrano nel racconto delle umane vicende, affascinando da sempre grandi e piccini.
Tavole di illustrazione, story board di cartoni animati, ceramiche, oggetti d’arredo, libri e film d’animazione.
Contemporaneamente, in Sala Grande, fino a domenica 8 gennaio 2012 la mostra Mordillo, 110 tavole umoristiche senza parole sul rapporto tra uomo e donna, gli animali, la città, lo sport.
Ingresso al Museo: 5 Eu, bambini gratis fino a 6 anni, 2 Eu dai 7 ai 18 anni, 4 Eu sopra ai 65 anni.
Orari: mart-ven ore 10.00-13.00/14.00-18.00, sab e dom ore 10.00-18.00
Una raccolta di opere originali legate al tema dei paladini, dei cavalieri e degli eroi, per esplorare ed approfondire come Luzzati ha immaginato quelle storie più volte narrate e tramandate nelle letterature di molti paesi europei.
Si tratta di storie piene di avventure, battaglie, amori e figure fantastiche dove cavalieri, fanciulle, maghi, draghi, saraceni si incontrano e scontrano nel racconto delle umane vicende, affascinando da sempre grandi e piccini.
Sono esposte tavole di illustrazione, story board di cartoni animati, ceramiche, oggetti d’arredo, libri e film d’animazione.
Ingresso al Museo €5, bambini gratis fino a 6 anni, €2 dai 7 ai 18 anni, €4 sopra ai 65 anni. Orario dal martedì al venerdì 10-13 e 14-18, sabato e domenica 10-18, lunedì chiuso.
La prima mostra in Italia dedicata all’artista praghese Vojtěch Kubasta: un viaggio alla scoperta dei capolavori di questo artista ancora poco conosciuto a livello mondiale, capace di rivoluzionare la storia della grafica e dell’illustrazione.
Le sue opere più conosciute sono i libri pop up, in cui architetture di castelli, città e luoghi incantati balzano magicamente fuori dalle pagine, ma l’intera collezione in esposizione al Museo di Sant’Agostino raggiunge livelli di altissima qualità ed inventiva.
La mostra è aperta da martedì a venerdì dalle 9 alle 19, il sabato e domenica dalle 10 alle 19.
Il 12 novembre apre a Palazzo Ducale la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, attesissima per il livello di eccellenza delle opere esposte, e soprattutto per il prestito epocale del celeberrimo “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, concesso dal Museo di Boston per la quarta volta soltanto nella sua storia, e solo per la seconda in Europa. Oltre a opere dei due grandi artisti cui la mostra dedica il titolo, saranno esposti nomi del calibro di Friedrich, Turner, Monet, Kandinsky, Hopper, Rothko. Abbiamo incontrato Marco Goldin, curatore della mostra.
Per quale motivo scegliere Genova per ospitare questa mostra?
Abbiamo firmato un primo contratto biennale con Palazzo Ducale e il programma biennale è stato dedicato a due temi centrali per Genova, il primo è il Mediterraneo (con la mostra fatta tra 2010 e 2011), il secondo è il tema del viaggio, e Genova è la città in Italia che meglio di ogni altra avrebbe potuto ospitare una rassegna dedicata all’idea del movimento, del viaggiare.
Siete riusciti a portare “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, che non era quasi mai stato spostato dalla sua sede a Boston, fino a Genova. Come avete fatto? Come si dispiegano le forze per ottenere un pezzo così straordinario?
Un lavoro di rapporti, confidenze, fiducia nei miei confronti da parte del museo di Boston, col quale collaboro personalmente da diversi anni; loro hanno prestato e stanno continuando a prestare alle mostre che faccio molti quadri importanti. È stato un lavoro diplomatico ai fianchi, perché era già un azzardo anche solo pensare che questo prestito potesse andare a buon fine.
Quando ho messo in piedi questo progetto sul viaggio (oltre due anni fa) ho pensato subito a questo quadro, ho coltivato per qualche mese l’ambizione di chiederlo. Poi ho pensato di non farlo perché mi sembrava una cosa troppo complicata, l’avevano concesso in Europa una sola volta in un secolo -quindi questo dà già il senso dell’eccezionalità del prestito- ed era stato circa dieci anni fa in una mostra dedicata a Gauguin nella Polinesia, prodotta dal museo di Boston insieme al Grand Palais di Parigi e che poi è andata a Boston, quindi un’occasione molto speciale, poi non è stato più concesso in Europa e solo un paio di volte negli Usa.
Per molti mesi ho accantonato l’idea fino a che, un po’ più di un anno fa, ho detto “ci provo” e sono cominciati alcuni viaggi a Boston, anche per altri quadri che mi servivano (qui alla mostra di Palazzo Ducale ci saranno, del Museo di Boston, due quadri di Monet – un ponte giapponese e una versione delle ninfee – e un meraviglioso quadro di Van Gogh a Auvers, uno degli ultimissimi dipinti dell’artista olandese). Poi loro sono venuti in Italia all’inaugurazione della mostra “Mediterraneo”, e insomma, il mio proposito è diventato realtà.
Contano il rapporto di fiducia e naturalmente anche poter rischiare dal punto di vista economico per un prestito assolutamente oneroso: la sola assicurazione ci costa 300.000 euro, il quadro ha un valore di 300 milioni di euro, non ho mai avuto un quadro così costoso in tutta la mia attività, e ci costa circa 200.000 euro farlo venire qui, per il trasporto speciale, la scorta armata che lo seguirà da Boston all’aeroporto di New York, una cassa speciale di 6 metri per contenerlo. Ci ha aiutato uno dei due principali sponsor della mostra, Unicredit, che ha aderito alla mia richiesta di aiutarci a pagare le spese di trasporto e assicurazione.
Come prendono forma le vostre mostre? Viene prima l’idea, il tema, o può a volte essere un’opera a suggerire il dipanarsi del filo rosso su cui si imposta la mostra?
Le mostre che curo nascono sempre da un pensiero, molte volte da un’emozione. Alcune sono nate dentro di me viaggiando, molto spesso quando visito dei musei per dei prestiti specifici per una mostra che sto organizzando, guardando opere di altra natura che magari non c’entrano niente con la mostra, nascono emozioni diverse, nascono prime pagine di appunti. Ho quaderni che riempio, quando giro per il mondo, con piccoli pezzi di poesie, sensazioni davanti a un quadro, o davanti a paesaggi lontani da quelli della mia terra. Quindi ci sono tante cose che crescono anche così, improvvisamente, inaspettate e da queste nascono mostre. Progetti allo stato embrionale ne ho tanti in questi fogli sparsi, poi bisogna però rendere concreti questi progetti, certo l’idea è determinante, ma poi la concretizzazione avviene attraverso i prestiti delle opere, e questo è l’aspetto veramente complicato.
Il motivo conduttore dell’esposizione è il viaggio, naturalmente non solo materiale, spaziale, ma anche e soprattutto interiore. Il viaggio interiore è qualcosa che richiede coraggio e grande onestà con se stessi, qualcosa che oggi spesso si fugge. Si preferisce guardare fuori. La mostra culmina nel climax della stanza buia in cui campeggia “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”: sono i quesiti assoluti, quelli che hanno accompagnato tutta la storia dell’uomo con la loro forza dirompente. Pensa che il tema della mostra riuscirà a portare lo spettatore, oltre la mera fruizione estetica, a guardarsi dentro?
Questa è sempre stata la mia ambizione come curatore – c’è chi anzi mi accusa di portare il visitatore troppo verso questo aspetto – anche con gli spettacoli che scrivo e che da tanti anni ormai portiamo in giro nei teatri italiani. Per me è importante, e vedo che la gente reagisce benissimo a questo tipo di approccio rispetto all’arte, portare lo spettatore in contatto con la propria anima più profonda.
Direi che questa mostra dedicata al tema del viaggio lo fa in misura straordinaria, forse tra tutte le mostre che ho fatto non ce n’è un’altra che più di questa possa arrivare a toccare quel punto segreto, profondo, lontano che mette in contatto la nostra quotidianità col tempo primo del mondo. Per me questa è veramente l’ambizione massima, anche perché mi piace molto lavorare su una sorta di grande intreccio, di grande armonizzazione tra la parola, l’immagine, la musica, anche il pensiero filosofico sicuramente. Io credo che la gente abbia molta voglia di questo, e che la semplice nozione di carattere accademico non sia sufficiente.
Gli storici dell’arte si possono forse accapigliare su un’unghia marrone o gialla di Veronese, di Tintoretto, di Rembrandt, sono però temi che possono interessare non dico nemmeno a tutti gli storici dell’arte, forse a una parte. Io credo invece che la pittura debba essere detta e raccontata in un modo che deve assolutamente essere comprensibile per le persone; chi fa il mio mestiere ha un compito straordinario che è quello di porgere la Bellezza alle persone che vengono a vedere le mostre, con un linguaggio piano, chiaro, semplice, fluente e questo si fa non soltanto parlando della tecnica dei pittori, dei movimenti artistici, delle successioni nella storia dell’arte, tutto importantissimo ovviamente, ma tutto ciò dev’essere mescolato per far sì che le persone vadano ad incontrare le cose e non se ne sentano respinte.
Nel 2010 la cultura (musei, teatri, musica, cinema) ha generato valore per 40 mld di euro in Italia, a fronte di un investimento da parte dello Stato di 1,5 mld (dati Repubblica). Sono più i biglietti venduti per il teatro che per il calcio. (Con la differenza che la cultura produce non solo ricavi ma anche valore sociale. I paesi del Nord Europa hanno moltiplicato gli investimenti nella cultura in risposta alla crisi, sapendo che a lungo termine tali investimenti pagheranno). Cosa pensa del fatto che qui ci si ostini a considerare istruzione e cultura come uno dei primi campi (un’opzione) cui tagliare fondi invece che come un bene imprescindibile?
Be’ la risposta è ovvia per chi fa il mio mestiere e per chi crede fermamente, anche mettendoci denaro proprio, in una visione della cultura aperta, libera, di confronto, di nuova conoscenza, quindi la posizione a me, come a tantissime persone, pare assurda. Come giustamente detto, la cultura non produce soltanto un valore che è sociale, che è arricchimento delle persone, che è incontro, che è conoscenza, ma produce anche ricchezza economica, quindi non arrivo a comprendere fino in fondo perché ci sia questa diabolica necessità di andare a tagliare sempre e soltanto questo aspetto della nostra vita.
Una miopia assoluta credo, i dati però sono sotto gli occhi di tutti, quindi è difficile immaginare -se non secondo l’antica logica per cui per la politica la cultura sia qualcosa che non interessa- perché ci sia questa situazione, perché in realtà ormai lo vediamo tutti, il teatro piace, la musica piace, i festival che si fanno ovunque, dalla filosofia, alla scienza, alla storia sono sempre pieni di decine di migliaia di persone, le mostre pur in un momento di difficoltà continuano a essere punti di attrazione, i musei pure, anche se in Italia forse avrebbero bisogno di una rilucidatina (però speriamo che prima o poi ci si possa arrivare).
Purtroppo non possiamo che constatare questa situazione con la speranza che presto si possa effettivamente cambiare registro. Non so nemmeno se si guardi al breve termine: tutte le ricerche delle università, Bocconi in testa, hanno dimostrato che la ricaduta economica di un avvenimento culturale sul territorio è molto importante, e in effetti sentiamo levarsi le voci delle varie associazioni di categoria che chiedono con forza che le città possano predisporre degli eventi culturali. Questi hanno una durata di quattro, cinque mesi, ciò vuol dire che quasi metà dell’anno è occupata da un evento che può richiamare tante persone che devono mangiare, dormire, acquistare… Quindi non è una visione miope solo in prospettiva, ma anche nell’immediatezza.
Certo senza programmazione non si fa assolutamente nulla. Una mostra come quella che apriremo fra poche settimane ha avuto bisogno di oltre due anni di lavoro, quindi non si può pensare di fare tutto nel giro di due mesi. Le mostre, soprattutto quando sono di questo livello, hanno bisogno di un tempo lungo di preparazione e bisognerebbe fare una cosa che purtroppo in Italia non si fa mai: programmare. Questa è una cosa che la stessa politica mostra di fare in modo piuttosto labile, è una tradizione italiana da sempre, non sto parlando di destra o sinistra. Non abbiamo proprio questa cultura.
Ricordo un aneddoto personale che si è ripetuto infinite volte quando una quindicina di anni fa iniziai a fare esposizioni di carattere internazionale, quindi a fare i primi giri nei musei europei e americani. Ero sconosciuto ovviamente, e venivo da una cittadina di provincia, insomma tutte le condizioni peggiori per iniziare a fare questo lavoro, e avevo l’aggravante di essere italiano, una cosa che tutti quelli che fanno il mio mestiere vivono sulla loro pelle: essere italiano vuol dire che non garantisci la necessaria serietà nel lavoro e soprattutto che ti trovavi a fare le richieste di prestito per un quadro anziché i due, tre anni prima canonici nel mondo internazionale, magari cinque, sei mesi prima, e ti dicevano “il solito italiano che non è capace di programmare”. Purtroppo è un aspetto che ci contraddistingue e mi pare che ancora adesso sia così.
Il quadro generale in Italia è desolante attualmente. Chi è giovane e guarda davanti a sé vede un futuro che definire incerto e aleatorio è un eufemismo. Molti ci consigliano di fuggire all’estero, ma è un consiglio che, nemmeno troppo implicitamente, racchiude la convinzione che non ci sia speranza alcuna. Lei cosa direbbe a proposito?
Credo di avere un buon osservatorio perché rappresentando una realtà abbastanza importante nel mondo dell’organizzazione delle mostre (anche se siamo una piccola azienda, quindici persone che lavorano con me) riceviamo decine di richieste ogni mese per venire a lavorare con noi. Effettivamente gli sbocchi per i giovani, penso anche al campo della cultura in senso generale, non sono molti. Servirebbe la possibilità di far aprire piccole cellule, piccole società, piccole realtà che possano fare questo tipo di lavoro. È difficile, però bisogna provarci.
“La Solitudine dell’opera (Blanchot)” dell’artista Esther Stocker, alla sua terza personale in Italia.
Artistaaffermataalivellointernazionale,EstherStocker(Silandro,1974)haesorditodipingendoquadri astratti bidimensionali basati sulla sovrapposizione di griglie ortogonali di linee e superfici bianche, nere e grigie.
Negli anni la sua pittura è uscita dalla dimensione del quadro per andare progressivamente a ricoprire pareti, pavimenti, soffitti di gallerie, edifici e musei. Gli ambienti di Esther Stocker sono percorsi estetici, sensorialiedinterattivicompostidastrutturereticolarichegiocanosulladialetticatraortogonalitàe deviazioni, tra bianco e nero, tra spazio pittorico dell’opera e osservatore.
Per gli spazi della Galleria Studio 44 l’artista ha creato due progetti site-specific: il lungo tunnel – in origine un vicolo del centro storico di Genova –è dipinto completamente di bianco. Su questo sfondo una serie di segni neri rettangolari riempiono progressivamente lo spazio fino a trasformarlo in una sorta di corridoio virtualeversoqualcosadisconosciutoeignoto.Nelsecondoambiente,invece,isegnipittoricimurali corrispondenti alla scritta “La Solitudine dell’opera” abbandonano la loro bidimensionalità e sotto forma di fili invadonol’interastanza,offrendoalvisitatorelapossibilitàdimettersiinrelazionefisicaconessi. Quest’ultimo, infatti, è invitato a muoversi liberamente all’interno delle installazioni per smascherarne le ambiguità dettate da una visione statica e bidimensionale.
Il titolo della mostra allude ad un saggio di Maurice Blanchot, “La solitudine essenziale”(inLo spazio Letterario, 1955). Secondo Blanchot la solitudine accomuna l’opera e l’artista: l’opera è solitaria perché nel momento in cui il lettore/visitatore vi accede diventa indipendente dal suo creatore e di per sé infinita. La perdita del controllo sull’opera spinge lo scrittore/artista in una condizione di assoluta solitudine che lo induce ad iniziare un nuovo lavoro, dando il via ad un infinito processo di “cominciamento”. “La solitudine dello scrittore, questa condizione che è il suo rischio, deriverebbe dunque dal fatto che egli appartiene, nell’opera,a ciò che è sempre prima dell’opera. Attraverso di lui, l’opera ha luogo, è la fermezza del cominciamento, maeglistessoappartienea un tempo”.Questaconcezioneriflettelefasidelprocessocreativodell’opera dell’artista viennese: la fase progettuale in cui realizza alcune ipotesi di intervento; quella installativa in cui costruisce l’opera in base alle peculiarità dello spazio; infine il momento della fruizione, in cui essa viene completata dal visitatore che ne cambia in continuazione le relazioni, l’aspetto e il significato. La prima fase di questo processo è documentata in mostra dai 10 disegni preparatori realizzati dall’artista per gli ambienti della galleria. Questi progetti sono un interessante esempio di quante siano le possibilità di intervento e di trasformazione di uno spazio attraverso l’applicazione di differenti strutture reticolari. Dal 30 settembre al 12 novembre gli spazi della Galleria Studio44 cambieranno il loro aspetto diventando ambienti astratti e mimetici dal carattere effimero e veri e propri dispositivi percettivi per il visitatore.
KO.JI.KU.(Consorzio Giovani Curatori)
L’AssociazioneKo.Ji.Ku,formatadaottolaureatielaureandidelcorsodiLaureaMagistraleinStoria dell’ArteeValorizzazionedelPatrimonioStorico-artisticodell’UniversitàdiGenova(RobertaAllesina, RossanaBorroni,AlbertoFiore,FrancescoIacometti,DanielaLegotta,ValentinaLiotta,SilviaMerlino, Alessandra Piatti) nasce nel luglio del 2008 con l’intento di promuovere la creatività giovanile attraverso l’organizzazione di manifestazioni ed eventi artistico-culturali. L’Associazione ha inaugurato la sua attività con la mostra La Grande Abbuffata: Scarti, Scorie, Sprechi. Risorse Energetiche?, tenutasi a Genova dal 9 al 29 giugno2009 pressol’Auditoriumdei Museidi Strada Nuova.Da febbraio 2010 collabora con la GalleriaStudio44. In questa sede ha presentato la personale di Jacopo Mazzonelli (a cura di Silvia Conta) e hacuratolamostraL’uomochetenevailparcheggio(10-30Aprile2010).HapartecipatoaiRolli Contemporanei (8-9 maggio 2010) presentando presso il Palazzo Giorgio Centurione l’installazioneNew York Simphony del Rossoscuro Design.
Gil David, un’artista poliedrica: pittrice di tele e di corpi, poetessa, narratrice di racconti erotici, organizzatrice di eventi, “opinion maker” in televisione.
Tutte attivita’ intrecciate da un unico denominatore: esprimere la poetica del corpo, dipingere la seduzione come qualita’ suprema della relazione uomodonna, parlare di eros come la piu’ naturale delle attivita’ umane e tradurre tutto questo nell’arte.
Gil nasce a Bologna, dove frequenta liceo artistico e Accademia, ma successivamente si trasferisce a Parigi, per frequentare l’ Ecole des Beaux Arts, fucina di grandi talenti.
L’ esperienza parigina le infonde inizialmente un approccio all’eros ironico e velato, ma la sua natura e la sua ricerca la portano ben presto ad esprimerlo in modo sempre piu’ diretto e carnale, trasgressivo ma mai volgare o pornografico.
Da allora Gil David, pioniera nell’espressione poliedrica del pianeta sesso e tuttora artista sempreverde, non si e’ piu’ fermata. Ha organizzato mostre delle sue opere fra Parigi, Praga e Bologna e ha pubblicato vari libri di racconti erotici (“Raso nero e desiderio”, “Erostorie a Bologna” e “Rosso praghese” sono i principali…) Per la sua verve e il suo stile non convenzionale ha attirato l’attenzione della tv, riuscendo a sedurre anche il pubblico dell’etere con il suo intrigante candore e con la sua “sensualita’ spirituale” che le ha fatto acquisire il titolo di “sacerdotessa dell’eros”.
Se il mondo culturale le ha spocchiosamente voltato le spalle in varie circostanze e le istituzioni, dopo averla corteggiata, l’ hanno poi guardata con fastidio ed imbarazzo, Gil David resta un’artista capace di rappresentare l’eros in maniera sempre creativa ed accattivante, fondendo armoniosamente, nell’intreccio dei corpi, il rosso della passione e il nero delle tenebre…
Gil, cosa resta oggi della tua opera?
Il tema dell’eros motore della vita e’ rimasto come pulsione, ma l’artista segue un sogno: nell’abbraccio, nell‘amore, carnale e spirituale, c’e’ sempre la realizzazione dell’Io profondo. Forse ora, con il passare degli anni, sono diventata l’icona di me stessa, della mia parte irrazionale di magia, pulsione erotica, trasporto. Ora posso viverla solo attraverso l’energia del mio vissuto: il ricordo ha un potere infinito che non si perde mai. Bisogna vivere le esperienze in maniera sempre diversa, la passione si esprime diversamente a seconda dell’eta’ e deve rappresentare un appagamento dei sensi e dello spirito. Il coinvolgimento erotico ti porta all’estasi, ma non per tutti e’ la stessa cosa: molti intendono l’eros solo come sessualita’, per me e’ anche poesia.
Quale e’ per te il rapporto fra erotismo e pornografia?
L’erotismo e’ il viaggio di due persone attraverso le emozioni del corpo, un viaggio che puo’ anche essere senza ritorno, con abbandono totale… La pornografia e’ parlare solo di sesso: il sesso a se’ stante e’ la morte dell’erotismo. Sono difficili da trovare le parole giuste per esprimere un vero trasporto erotico ed una relazione autentica, ma bisogna sempre provarci…
Come pensi che i giovani oggi vivano il rapporto con il sesso?
Molte volte oggi il sesso diventa un linguaggio obbligato, compulsivo e si e’ spesso “costretti” a consumarlo. L’erotismo e’ il linguaggio che permette piu’ di ogni altro di entrare in comunicazione con l’ Io profondo e di conseguenza con l’amore e l’attrazione. Anche i novantenni lo comprendono…
Nella tua Bologna, ma soprattutto nell’Italia del 2008, quali sono i punti di rifermento di Gil David?
La Bologna e l’Italia politica degli anni 80 gia’ cominciavano a diffidare delle mie opere, per mancanza di coraggio e di apertura culturale. Tuttavia credo che qualcosa sia rimasto e forse c’e’ chi potra’ raccogliere questo patrimonio. Oggi, nel mio lavoro, i punti di riferimento sono pochi eletti. Penso che la vera natura dell’uomo quasi mai corrisponda al politico o all’uomo di potere, perche’ questi “maschi” non usano l’energia vitale e creativa che costituisce l’erotismo. Il sesso vissuto con gioia e con pienezza e’ un formidabile antidoto alla stupidita’, al fondamentalismo clericale e alla violenza. Per dirla con le parole di Georges Bataille, “nell’erotismo, l’essere aperto alla morte, al tormento, alla gioia, l’essere morbido e dolorante, si profila nella sua luce crepuscolare. Il grido che emette a labbra contratte e’ un immenso alleluja che affonda nel silenzio sconfinato…”