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  • San Lorenzo, 900 anni fa il papa consacra la cattedrale dei genovesi. Oggi in pochi lo ricordano

    San Lorenzo, 900 anni fa il papa consacra la cattedrale dei genovesi. Oggi in pochi lo ricordano

    10 ottobre 1118/10 ottobre 2018 – Forse non tutti sanno che, esattamente 900 anni fa ieri, la cattedrale di Genova veniva consacrata da papa Gelasio II. Nonostante l’impegno della curia – che, a eccezione di lodi e vespri solenni e d’una breve riflessione del canonico Poggi, rimanderà al 21 la solenne celebrazione -, il silenzio dei mezzi d’informazione (a esclusione d’un intervento meritorio del Museo Diocesano e all’attenzione de Il Cittadino: il settimanale diocesano) è, a dir poco, disarmante. Qualcosa che altrove sarebbe stato celebrato con convegni e simposi, restauri e pubblicazioni, oltre che con adeguati momenti di riflessione, qui da noi passa inosservato. E non è colpa del ponte.

    Non crediate che vi risolva la situazione in un articolo. A ogni modo, sappiate che la questione non fu affatto irenica come sovente ci è presentata. Sappiamo di come, verso la fine dell’XI secolo, fosse avviato un vero e proprio cantiere per ridare un volto a San Lorenzo, perseguito, con forza, dal nuovo ordine imposto alla città a seguito della vittoria del partito riformatore, guidato dal vescovo Airaldo. Ricordiamoci che, a Genova, passata la fase di opposizione interna dovuta alla permanenza sul soglio vescovile, per oltre cinquant’anni, d’una serie di vescovi filo-imperiali, a partire dal 1099 si sarebbe palesata una singolare alleanza tra la Chiesa locale e l’élite militare ed economico-commerciale che avrebbe espresso, a prezzo di ripetute sperimentazioni, l’autogoverno per i decenni a venire. I primi regimi consolari a noi noti si affermano, infatti, nell’ambito dello schieramento riformatore, in concomitanza con l’elezione di Airaldo, nel 1097. L’annalista Caffaro ne lega l’operato al patto della «compagna»: un’associazione di carattere temporaneo e volontario, sorta – non è certo se per la prima volta – in occasione della partecipazione alla crociata: espressione del rinnovamento ecclesiastico operato dal papato.

    Ebbene: il 10 ottobre del 1118, papa Gelasio II consacrò l’altare e l’«oratorium» della nuova chiesa, quando ancora i lavori non erano terminati. Già prima di allora si ha notizia della riunione in essa del «parlamentum»: la grande assemblea degli «habitatores Ianue», che dovette avvenire o in una porzione della chiesa alto-medievale ancora in piedi o in uno spazio già abbastanza acconcio. Airaldo risulta, ormai, morto. E’ il vescovo Ottone a presenziare, assieme ad Aldo, vescovo di Piacenza, a Landolfo, vescovo di Asti e ad Azzone, vescovo di Acqui. Al contempo, il papa rinnovava una speciale indulgenza, ritrovata – leggiamo – nel messale del suo predecessore, che concedeva il perdono dei peccati a coloro che erano stati sepolti nel cimitero della chiesa o che lo sarebbero stati in futuro. Airaldo era ricordato come «pater» della chiesa genovese; di lui si aggiungeva che aveva donato, a rimedio della propria anima e di quella del proprio parentado, la chiesa di san Marco al molo ai canonici della cattedrale.

    San Lorenzo, pozzangheraIl papa veniva da Pisa, dove aveva compiuto il medesimo gesto. Era diretto in Francia. Era stato costretto a lasciare Roma a causa della pressione della fazione guidata dai Frangipane, sostenitrice dell’imperatore Enrico V, che intendeva imporre il proprio controllo sulla nomina delle gerarchie ecclesiastiche nei territori a lui sottoposti. Giunto a Roma il 2 marzo del 1118, Enrico aveva tentato di farsi incoronare in San Pietro. Gelasio – che già qualche tempo prima aveva conosciuto la prigionia – gli aveva opposto un netto rifiuto, cui l’imperatore aveva risposto sostenendo l’elezione di Burdino, arcivescovo di Braga, che aveva assunto il significativo nome di Gregorio VIII, teso a smorzare quella tradizione riformatrice che montava, per l’appunto, a Gregorio VII. Per ben due volte, il papa era stato costretto a lasciare Roma, salvo potervi rientrare per breve tempo sotto protezione normanna, sino a che, il 2 settembre, s’era risolto a prendere il mare per recarsi in Francia. Lungo il traggito si fermò a Pisa; quindi, a Genova, procedendo alla consacrazione delle rispettive sedi. Ciò rispondeva alla necessità di cercare alleati da contrapporre al papa rivale. Le due città si trovarono, dunque, per un momento, dalla stessa parte, benché la lotta per il controllo della Corsica e delle sue diocesi fosse entrata nel vivo. Gelasio giunse a Marsiglia in ottobre. Qui avrebbe probabilmente convocato un concilio se la morte non lo avesse colto. Era il 29 gennaio del 1119. Gli accordi di Worms sarebbero stati siglati solamente nel 1122.

    A Genova, così come a Pisa, il papa era stato accolto in maniera trionfale. Attorno alla cattedrale s’era stretta l’intera cittadinanza. Si trattava della principale fabbrica della città, che, assieme alla canonica e al palazzo vescovile – poi, arcivescovile -, avrebbe ospitato per parecchio tempo le sedi del potere pubblico. Chi aveva e avrebbe finanziato la sua ricostruzione? Iacopo da Varagine, vissuto alla fine del Duecento, ha pochi dubbi: «Credimus autem quod opus tam sumptuosum et nobile ecclesie Sancti Laurentii fecit commune Ianue et non persona aliqua specialis». Non i privati, dunque, ma il «commune Ianue»: la «communitas». Potremmo dire, con qualche cautela, il potere pubblico. Non è un caso se la Chiesa genovese fosse ritenuta, a lungo, il principale soggetto giuridico cui indirizzare i privilegi ottenuti nel Mediterraneo. Ancora nel 1137, il presule – dal 1133, arcivescovo – poteva agire politicamente in assenza dei consoli. Per lungo tempo, la fabbrica della cattedrale avrebbe incamerato, dunque, dazi e decime sul commercio, oltre al 10% delle imposte dei lasciti testamentari, diventando, a tutti gli effetti, un affare dei cittadini. Forse è bene che ce lo ricordiamo.

    Antonio Musarra

  • Pronta la terza edizione della biennale “Le Latitudini dell’Arte”. A Palazzo Ducale dal 16 luglio

    Pronta la terza edizione della biennale “Le Latitudini dell’Arte”. A Palazzo Ducale dal 16 luglio

    Stefano Cagol
    Stefano Cagol

    Sabato 15 luglio 2017 alle 18.00, a Palazzo Ducale a Genova, nelle Sale del Munizioniere, sarà inaugurata la terza edizione della Biennale d’arte contemporanea “Le Latitudini dell’Arte“, promossa da Art Commission in collaborazione con Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura.

    La rassegna, ideata e curata da Virginia Monteverde, quest’ anno presentata da Carmelo Strano, è nata come interscambio artistico-culturale tra l’Italia e gli altri Paesi Europei. Per l’edizione del 2015, Paese ospite è stato l’Ungheria. Quella stessa rassegna il 9 agosto prossimo sarà presentata a Budapest, nel prestigioso Palazzo Vigado. Questa terza edizione 2017 mette al centro della Biennale il rapporto culturale e artistico fra Italia e Germania, entrambe quest’anno protagoniste assolute dell’arte contemporanea, tra la 57 Biennale di Venezia (dove il padiglione tedesco ha vinto il Leone d’Oro) e la quattordicesima edizione di Documenta a Kassel.

    In questa terza edizione della Biennale Le Latitudini dell’Arte, Genova propone, fino al 19 agosto, sessantuno artisti che operano e hanno operato nei due Paesi. Ciò con la collaborazione di gallerie, musei e fondazioni italiane ed estere. La rassegna si avvale della collaborazione di curatori, critici, galleristi e artisti i cui lavori offrono un ampio e sintomatico panorama di molteplici linguaggi visivi, sicché i visitatori godranno di un impatto stimolante ed efficace non solamente sull’arte dei due Paesi protagonisti, ma, indirettamente, dell’intera Europa.

    La mostra si completa con un catalogo pubblicato da De Ferrari Editore (Genova). “È proprio vero che l’arte ha una geografia tutta sua. Il concetto scientifico si può esaurire nel singolare: la latitudine. Per contro, l’arte consente addirittura a ciascun autore la propria latitudine. Oggi più che mai. […] dal testo di Carmelo Strano, catalogo della Biennale Le Latitudini dell’arte – Germania e Italia.

     

    ARTISTI GERMANIA: Josef Albers, Karin Andersen, Benjamin Bergmann, Joseph Beuys, Andreas Burger, Esther Burger, Martin Disler, Giulio Frigo, Jacob Ganslmeier, Claudio Gobbi, Hans Hermann, Friederike Just, Jan Kuck, Alessandro Lupi, Tillman Meyer-Faje, Natasha Moschini, Ben Patterson, Fried Rosenstock, Andrea Salvino, Michael Schmidt, Pavel Schmidt, Sophie Schmidt, Niels Schubert, Claudius Schulze, Daniele Sigalot, Nina Staehli, Günter Stangelmayer, Wolfgang Tillmans, Gunther Uecker, Claudia Wieser, Eli Zwimpfers.

    Mauro Ghiglione
    Mauro Ghiglione

    ITALIA: Matthew Attard, Matteo Basilè, Carla Bedini, Mats Bergquist, Silvia Berton, Stefano Bigazzi, Gregorio Botta, Vincenzo Cabiati, Virginia Cafiero, Stefano Cagol, Alessandra Calò, Francesco Candeloro, Tiziana Cera Rosco, Gianluca Chiodi, Roberto De Luca, Giorgia Fincato, Armida Gandini, Mauro Ghiglione, Lory Ginedumont, Francesca Guffanti, Davide La Rocca, Carmen Mitrotta, Veronica Montanino, Giuseppe Negro, Antonio Pedretti, Stefania Pennacchio, Davide Puma, Massimo Sacchetti, Christian Zanotto, Stefano Mario Zatti

    GALLERIE/MUSEI/FONDAZIONI Fondazione Rocco Guglielmo (Catanzaro), Guidi&Schoen (Genova), Galleria Michela Rizzo (Venezia), VisionQuesT 4rosso (Genova), Red Stamp Art Gallery (Amsterdam), Breed Art Studios (Amsterdam), C|E Contemporary (Milano), Atipographia (Arzignano, Vicenza), MAG (Como e Kyoto), Spazio46 di Palazzo Ducale (Genova), Unimediamodern (Genova), Mact/Cact Arte Contemporanea Ticino (Bellinzona), Fondazione Remotti (Camogli), C+N CANEPANERI (Milano), Galleria Ca’ di Fra’ (Milano), Castello Gamba Arte moderna e contemporanea Valle D'Aosta, Bernheimer Contemporary (Berlino), GALERIE SCHACHER – Raum fur Kunst (Stoccarda), SHAREVOLUTION contemporary art (Genova), Museo d’arte contemporanea Villa Croce (Genova), Grossetti Arte Contemporanea (Milano)

    Le Latitudini dell’Arte – Germania e Italia si avvale del patrocinio del Comune di Genova, della Regione Liguria e del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania di Milano, e della collaborazione e supporto del Goethe-Institut Genua e ART Commission Events. Partner e Sponsor: Basko, Siat Assicurazioni, Radio Babboleo, Engel & Volkers, Status, Barile, Marchese Adorno, Pitto P.Zeta Biennale –

    Inaugurazione

    sabato 15 luglio ore 18.00 Luogo Palazzo Ducale, Sale del Munizioniere Piazza Matteotti, 9 Genova

    orari mostra: da martedì a domenica dalle 16.00 alle 19.30
    Promozione a cura dell’associazione Art Commission

    info: artcommission.genova@gmail.com

    Palazzo Ducale, p.za Matteotti 9, Genova

    Organizzazione ART Commission Events

  • Storia, Genova potrebbe ospitare il più grande museo italiano sull’arte ottomana. La collezione forse destinata al Sant’Agostino

    Storia, Genova potrebbe ospitare il più grande museo italiano sull’arte ottomana. La collezione forse destinata al Sant’Agostino

    sant-agostinoLa notizia è recente. Ed è di quelle in grado di suscitare clamore. Tanto che se n’è parlato, l’11 maggio, al Workshop “Circulation of people, objects and knowledge across South Eastern Europe and the Mediterranean (16th-19th centuries)”, tenutosi presso l’European University Institut, a Firenze, alla presenza d’illustri islamisti e ottomanisti (oltre che a quella, ben più modesta, del sottoscritto). Genova potrebbe ospitare il più grande museo d’arte islamica e ottomana d’Italia.

    È proprio così! Tutti ricordiamo il doppio appuntamento di qualche anno fa promosso dalla Fondazione Bruschettini per l’Arte Islamica e Asiatica (“Arte Ottomana, 1450-1600. Natura e Astrazione: uno sguardo sulla Sublime Porta”) e dal comune di Genova (“Turcherie. Suggestioni dell’Arte Ottomana a Genova”). Ho ancora impressa nella mente la visione del corano appartenuto a Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli (il catalogo della cui biblioteca, peraltro, è stato recentemente rinvenuto in Ungheria: pare contenesse oltre 6000 volumi!). Ebbene: secondo certi “rumors”, l’improbabile stia per diventare possibile. A quanto pare, la Fondazione sta per donare l’intera collezione al comune di Genova affinché sia collocata in maniera permanente in un museo pubblico; verosimilmente Sant’Agostino, che diventerebbe, pertanto, il maggiore polo italiano dedicato all’argomento. Permettendo, dunque, percorsi inusitati di ricerca all’insegna del connubio tra Oriente e Occidente, tra rapporti commerciali e interazioni storiche e artistiche, tra arte islamica e arte cristiana.

    La notizia, dunque, è di quelle capaci di rivoluzionare l’apporto culturale a una città, tanto più che la collezione Bruschettini è davvero strabiliante (garantisco: i colleghi islamisti e ottomanisti ne sono perfettamente a conoscenza). Tanto più che un’iniziativa del genere andrebbe nella direzione di quanto, da tempo, vado proponendo: la creazione d’un Museo della Storia della Città, i cui rapporti con l’Oriente (senza per questo trascurare l’Occidente: Colombo insegna) risalgono a tempi antichissimi. Intendiamoci: un’iniziativa di questo genere gioverebbe, senza dubbio, al turismo culturale, che sta vivendo oggi la sua stagione più felice grazie alla valorizzazione del patrimonio UNESCO; ma immaginiamo le possibilità derivanti dall’attirare a Genova i migliori esperti di tutto il mondo sull’argomento, e, dunque, dall’organizzazione di convegni e dibattiti su un tema che, dopotutto, ci riguarda da vicino e che Genova ha sempre affrontato egregiamente anche in termini d’integrazione: il rapporto tra mondi diversi eppure profondamente interconnessi. D’altra parte, gli abitanti di questa città non sono forse “Arabi convertiti al Cristianesimo, discendenti di Jabala b. al-Ayham al-Ghassānī, che divenne cristiano in Siria”? O, almeno, è così che la pensava il geografo arabo Abū ‘Abdallāh Muḥammad b. Abī Bakr al-Zuhrī, vissuto in pieno XII secolo, secondo il quale

     

    [quote]questa gente non assomiglia ai Rūm [i Romani: i bizantini e, per estensione, i Latini] in fisionomia. Mentre i Rūm sono in genere biondi, questi sono bruni, con occhi neri e nasi aquilini. È per questo che si dice che siano di origine araba. Sono mercanti [che viaggiano] per mare dalla Siria alla Spagna e sono potenti sul mare[/quote]

     

    Insomma, i rapporti tra Genova il mondo arabo-islamico e ottomano hanno informato di sé gran parte della nostra storia. Ecco, dunque, la proposta. Perché non inserire un percorso di questo genere – giustamente da valorizzare in maniera autonoma – all’interno d’un complesso più vasto dedicato alla Storia della Città? Quel che mi piacerebbe che si realizzasse, in sostanza, è un grande cantiere della storia genovese che non è altro, poi, che storia mediterranea nuda e cruda: un Museo capace di rivolgersi a un pubblico vasto e variegato, in maniera scientificamente accurata ma anche squisitamente divertente (‘ché le due cose non vanno affatto in direzioni ostinate e contrarie); un Museo che sappia parlare ai Genovesi (“vel qui pro Ianuensibus distringuntur seu appellantur”, come nel mio caso) delle innumerevoli interazioni di cui Genova fu protagonista nel corso della propria storia, valorizzando i contatti profondi con le opposte sponde del Mediterraneo; un Museo che abbia come obiettivo quello di condurre una città che s’affaccia timidamente sul palcoscenico globale verso il posto che merita.

    Insomma, caro sindaco entrante, “cogli la rosa quando è il momento…”

    Antonio Musarra

  • La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

    La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

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    Umumalayika © Martina Bacigalupo

    Un percorso di ricerca continuo ma circolare, una storia fatta di passione e riflessione, militanza e sconforto, un alternarsi di azione e riflessione; fermarsi per poi ripartire. Questa è la produzione di Martina Bacigalupo, fotografa genovese oggi primo ospite degli incontri di Palazzo Ducale organizzati dalla “Settimanale di Fotografia”, quest’anno giunta alla terza edizione.

    Un viaggio che inizia da lontano: «Ho studiato letteratura e filosofia, per poi trasferirmi a Londra, dove ho iniziato a lavorare nell’ambito della fotografia creativa, con progetti molti intimisti, crescendo sotto la guida di Giorgia Fiorio, in un contesto un po’ fuori dal tempo, che consentiva spazi di riflessione molto ampi». Una quiete artistica che però presto subisce un’accelerazione improvvisa, quando Martina, nel 2007, raggiunge il Burundi, per documentare la realtà di quel paese prendendo parta alla missione di Mantenimento di Pace delle Nazioni Unite: «Un campo di lavoro con richieste e tempistiche molto diverse da quello a cui era abituata». Un salto scelto in base ad una necessità intima di fare di partecipare ad una battaglia fatta di testimonianza e documentazione «Laggiù mi sono riscoperta, lavorando per portare avanti la difesa dei Diritti dell’Uomo, della Donna, tra Burundi, Uganda e Congo, e l’ho fatto per dieci anni».

    Anni di grande militanza «anni in cui credevo fortemente che la fotografia avesse comunque un ruolo importante in questa lotta di civiltà». Una certezza che, negli anni, è erosa dalle domande. E già dall’inizio, durante l’esposizione di Umumalayika, reportage fatto nel 2009 sulla storia di una giovane donna burundese privata delle braccia dalla follia armata del marito, il velo si squarcia. «Mi sono resa conto che le foto che facevo – naïvement – con l’intento di denunciare crimini e, quindi, per aiutare in qualche modo delle persone, nei fatti, invece, rafforzavano l’idea dell’Africa costruita da noi negli ultimi 300 anni, per cui l’Africa è un continente di miseria e conflitto – senza spiegare cos’ha portato quella miseria e conflitto e chi io controlla ». Una situazione di grande disagio, che ha imposto a Martina la necessità di fermarsi, per riflettere sul senso e le finalità del proprio operato: «Oggi devo sciogliere quel nodo, e per farlo sono alla ricerca di un nuovo linguaggio, di una nuova narrazione, come molti di noi».

    I limiti che non ci sono più

    Una riflessione che non si ferma alla fotografia, ma che si allarga a tutto il mondo della comunicazione, anche giornalistica: «Il problema oggi è la stampa, che si è dimenticata di dover essere libera e indipendente, strumentalizzando la propria missione per arrivare all’unico obbiettivo della diffusione, della pubblicazione, del riconoscimento». Tanti sono gli esempi famosi e recenti: tra i più eclatanti c’è quello di Souvid Datta, il fotografo divenuto famoso per il suo reportage sui bordelli indiani (e per aver ammesso pochi giorni fa di aver manipolato ad arte alcune foto, inserendo immagini rubate ad altri) la cui determinazione nel fare clamore non lo ha fermato di fronte al crimine di uno stupro perpetuato da un uomo nei confronti di una bambina: «oggi non ci sono limiti per vendersi, per essere considerati, per vincere premi, lo scatto di Datta vale più del soggetto, vittima di un crimine atroce».

    Ma quali sono, quindi, i nuovi parametri del fotogiornalismo? Cosa è cambiato e cosa ancora può fare la differenza? «L’accesso alla tecnologia ha reso sempre più sfumata la differenza qualitativa dello scatto tra un amatore e un professionista, è un mondo che corre, e noi gli stiamo andando dietro, ma per fortuna c’è ancora qualcosa di più…». La differenza sta tra la potenzialità della documentazione in senso stretto, oggi allargata a dismisura grazie alle tecnologia mobile, e la capacità di intervenire con una narrazione, con una elaborazione: l’esempio che riporta Martina è una foto di James Nachtwey scattata durante l’11 settembre, nella quale una delle Twin Towers crolla immortalata dietro alla croce di una chiesetta di Manhattan: «Nachtwey ha intrecciato dei significati che vanno al di là della documentazione di quello che sta accadendo. Dietro a questo scatto ci sta un uomo che vede quello che accade, che sa che cosa sta accadendo, che conosce il senso di quello che accade e lo racconta. In questi termini il mezzo, lo strumento (che sia macchina, telefono o latro) è irrilevante».

    Ricerca

    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo
    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo

    Il lavoro di ricerca sulla narrazione e sulle sue modalità può avere esiti inaspettati: «La storia del mio ultimo progetto è fatta di raccolta, recupero e selezione di scatti fatti da altri». Parliamo di Gulu Real Art Studio, pubblicato nel 2013, «un progetto nato per caso quando ho scoperto un “archivio” di scarti fotografici di uno studio del nord dell’Uganda, su cui ho lavorato per tre anni». Una “storia” raccontata attraverso ciò che rimaneva delle centinaia di foto scattate per avere il ritaglio del volto nella dimensione della classica fototessera. «Ho recuperato tutto quello che “non c’è nella foto”, tutto quello che è stato tagliato dal motivo pratico di quegli scatti, trovando una narrazione nuova e inaspettata di quello che c’è al di là della posa e dell’intenzione del fotografo».

    Un passaggio che però non può eludere ancora il dubbio “dietro allo scatto”: «Vengo da tanto lavoro sul campo, e vorrei fare una pausa per capire che fotografia voglio fare e quale posso fare. Sto cercando un nuovo linguaggio, che sia giusto e sia giusto anche per me». Una ricerca, una lotta interiore che non fa prigionieri: «Essendo onesta con me stessa, e conoscendo il rapporto di potere che esiste tra il fotografo e il fotografato, non so se ce un modo di uscirne, mi rendo conto di fare parte di una dinamica per cui io che scatto sono quello che controlla; un controllo che, soprattutto nei paesi dove ho lavorato, deriva da un rapporto di forza squilibrato tra Europa e Africa che dura da secoli, una rapporto che la fotografia ha corroborato, almeno fino ad oggi».

     

    Non ci sono sconti, per nessuno, tanto meno per se stessi: «Non posso tornare a fare fotografia finché non avrò risolto questo nodo, mi sono fermata per capire cosa ci sarà dopo, per me e per la Fotografia».

    La solitudine del fotografo

    Ma se chi da tanti anni fa questo lavoro, e con risultati riconosciuti a livello internazionale, come Martina Bacigalupo, ha queste incertezze, intime quanto esplosive, come può l’aspirante fotografo approcciare a questa professione? «Se dovessi dare un suggerimento a chi volesse intraprendere questo “viaggio”, direi di chiedersi per prima cosa perché vuole farlo; e se la ragione è profonda e “tiene”, allora aggiungerei di stare attento, di cercare con ogni mezzo di mantenere la lucidità, imponendosi il senso dell’umano». Una missione difficile quanto preziosa, che restituisce l’importanza di questa potentissima arte: «Il fotografo è solo davanti a queste scelte; l’umanità bisogna tenersela stretta, perché è l’unica cosa che conta».

    Nicola Giordanella

     

  • Anche Genova al G7 di Taormina con l’Ecce Homo di Caravaggio ambasciatore dei Musei di Strada Nuova

    Anche Genova al G7 di Taormina con l’Ecce Homo di Caravaggio ambasciatore dei Musei di Strada Nuova

    Caravaggio, Ecce HomoLa città di Genova ha aderito alla richiesta di prestito del suo Caravaggio, il prestigioso Ecce Homo custodito a Palazzo Bianco, per l’esposizione alla mostra «Unescosites Italian Heritage and Arts» appena inaugurata a Taormina.

    Il trasferimento in Sicilia permetterà di mostrare il quadro ai grandi della terra in occasione del G7, il 26 e 27 maggio, promuovendo così in un’importante vetrina internazionale la ricchezza culturale della nostra città.

    L’opera è partita sotto scorta, accompagnata dal direttore dei Musei di Strada Nuova, e sarà esposta a Palazzo Corvaja a Taormina fino a fine luglio, insieme alle opere di Antonello da Messina provenienti da Cefalù e Palermo.

    Il quadro rientrerà a fine luglio a Palazzo Bianco, dove sarà oggetto di speciali iniziative di valorizzazione e promozione: nei mesi di agosto e settembre i volontari del servizio civile proporranno delle speciali visite guidate per far conoscere la storia di quest’opera così importante per la storia dell’arte italiana e mondiale.

     

  • L’ Accademia Ligustica delle Belle Arti diventa statale: 670 mila euro all’anno dal Ministero. Genova verso il Politecnico delle Arti

    L’ Accademia Ligustica delle Belle Arti diventa statale: 670 mila euro all’anno dal Ministero. Genova verso il Politecnico delle Arti

    Accademia Belle ArtiLunedì 24 aprile alle 10.30 presso il Palazzo dell’Accademia in Largo Pertini, la ministra dell’istruzione, università e ricerca Valeria Fedeli, il sindaco di Genova Marco Doria, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il presidente di Accademia Ligustica Giuseppe Pericu firmeranno l’accordo di programma che avvia un percorso triennale verso la statizzazione dell’Accademia Ligustica e pone le premesse per la costituzione del Politecnico delle Arti di Genova.

    L’importante riconoscimento arriva dopo un lungo percorso di valorizzazione dell’Accademia, che in questi anni ha saputo aumentare ed approfondire l’offerta formativa. Un percorso che ha visto la collaborazione degli enti locali, che ogni anno finanziano e supportano l’istituto, garantendogli anche la possibilità di utilizzare spazi del patrimonio collettivo: come è noto oltre agli spazi al Palazzo dell’Accademia, dell’immobile in Via Bertani e degli spazi presso il Museo di Sant’Agostino è stato messo a disposizione Palazzo Senarega, recentemente restaurato e funzionale alla realizzazione del Politecnico delle Arti.

    I soldi del Ministero

    Il riconoscimento, ovviamente, oltre ad accrescere e riconoscere il prestigio dell’Accademia, porta molti vantaggi, soprattutto in termini economici: l’accordo di programma, che si concretizzerà nel triennio accademico 2017-2019, prevede l’impegno del Ministero a corrispondere a favore dell’Accademia un importo annuale di 670mila euro, oltre al contributo ordinario annuale di 370mila euro, che permette di salvaguardare e sviluppare le attività didattiche e di alta formazione artistica, in particolare proseguendo nel recente percorso di integrazione con l’alta formazione in ambito musicale svolta dal Conservatorio Statale Niccolò Paganini. A questi soldi vanno aggiunti i 150mila euro di Comune di Genova e i 100mila euro di Regione Liguria

    L’Accademia Ligustica svolge già da tempo a tutti gli effetti un ruolo di Accademia statale, è stata sostenuta in questi anni dal Comune di Genova (sia economicamente che mettendo a disposizione spazi), dalla Regione e dalla Provincia, ma i trasferimenti si sono rivelati via via non sufficienti per coprire i costi dell’attività didattica. La mancanza di contributi statali aveva negli anni scorsi dato avvio ad una situazione economica di crisi che il ruolo attivo del Comune ha contribuito in parte a risolvere nell’ottica di salvaguardare le attività didattiche di alta formazione artistica e musicale

    Le prospettive

    Questo passaggio continua il percorso verso la nascita di un innovativo Politecnico delle Arti, che dovrebbe unire le eccellenze dell’Accademia Ligustica e del Conservatorio, creando in assoluto uno dei primissimi poli di alta formazione artistica del paese. Il “contenitore”, ovviamente, sembra molto luccicante: i contenuti, e la loro qualità, sono ovviamente tutto un altro capitolo, ma la strada è aperta. Il nodo forse più difficile sarà quello di integrare questa “eccellenza” con un territorio da anni in cerca di sé stesso, sospeso tra tagli, chiusure e un passato industriale che non vuole finire mai.

  • Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    rolli-turco-zaccaria-de-castroÈ sotto gli occhi di tutti. Quest’anno, sarà una Pasqua grassa per le nostre strutture ricettive. I “Rolli days” – ci dicono dall’alto – hanno funzionato, trainando le prenotazioni e regalando, in un anno e mezzo, e soltanto 8 giorni di apertura, qualcosa come 360.000 ingressi. Anche la Storia in Piazza è stata un successo, e Modigliani ha fatto il resto. In questi giorni, oltre 70.000 persone invaderanno la città. Quid plura? Cosa volete di più? I Genovesi escono di casa.

    I turisti (i foresti) rimangono ammaliati. Eppure… eppure qualcosa manca (e non parlo soltanto di parcheggi e mezzi pubblici). Il punto – e perdonatemi se sono polemico – è che siamo ben lungi dal fare di tutto ciò qualcosa di consolidato. Passati questi giorni, cosa resterà? (oltre a Modigliani, intendo). Genova è una città d’arte a intermittenza. Questo penso sia sotto gli occhi di tutti. E il motivo è presto detto. Coloro che hanno la responsabilità degli eventi culturali continuano a ragionare per episodi, come in una serie televisiva. Prima questo; poi facciamo quello; poi chiamiamo quell’altro. A noi, invece, serve il film. Serve, cioè, una continua narrazione, che può nascere esclusivamente dall’approfondimento della storia cittadina – che è anche, in gran parte, storia mediterranea –, dall’apertura d’una grande Museo dedicato alla storia della città (tra Sant’Agostino e l’anfiteatro romano: questa la mia proposta), dalla compartecipazione delle giovani professionalità (e non ho problemi a mettermici in mezzo), semplicemente più aggiornate perché fresche di studi (così la si smetterà di ritenere che Guglielmo Embriaco sia stato un eroe), dal richiamo dall’esilio dei nostri pezzi d’arte (aridatece Margherita, dispersa non so dove in quel di Praga!). In una parola: dal “fare sistema” per valorizzare quanto è presente sul territorio (oltre al basilico). È necessario un cambio di mentalità, che può avere luogo se e qualora si deciderà di lasciare campo libero a chi, sperso per il mondo, un po’ ha capito come fanno altrove. Genova necessita, oggi, di prendere coscienza del proprio patrimonio storico, artistico e culturale.

    Nel mio piccolo, cerco di dare il mio contributo favorendo la discussione. Mi piace, dunque, iniziare questo dialogo da ciò è stato il vero motore trainante di questo rinascimento genovese: i Palazzi dei Rolli. E non poteva essere altrimenti, costituendo la principale attrattiva culturale degli ultimi anni. Ma quanti di noi hanno coscienza di cosa siano? Quanti si sono interrogati sul significato di questa parola? Insomma, siamo davvero sicuri d’essere consapevoli del motivo del nostro vagabondare e del nostro metterci in coda di un paio di settimane fa? Ho chiesto a Fiorenzo Toso (*), linguista e dialettologo, di partire dai fondamentali e di svelarcene i segreti.

    Antonio Musarra

    L’invenzione dei Rolli

    Con palazzi dei Rolli (alle volte, semplicemente e impropriamente, Rolli) si intendono le dimore del patriziato genovese utilizzate al tempo della Repubblica come alloggi di rappresentanza per gli ospiti stranieri illustri: la recente fortuna di questa denominazione è legata all’inclusione nel 2006 di una quarantina di tali residenze tra i “patrimoni dell’umanità” censiti dall’UNESCO in quanto primo esempio in Europa di un progetto di sviluppo urbano concepito con struttura unitaria dal potere pubblico, ma attuato da privati secondo criteri di eccellenza artistica e architettonica. Secondo un decreto del Senato genovese risalente al 1576, i proprietari di questi palazzi, iscritti in una serie di elenchi (i “rolli” appunto), erano tenuti a ospitare a proprie spese i visitatori stranieri di alto rango, essendo la Repubblica, in quanto tale, priva di un “palazzo regio” di rappresentanza confacente a tale scopo: questa caratteristica funzionale contribuì a determinare e a divulgare la fama mondiale dell’architettura privata genovese come modello architettonico e residenziale di prestigio, consacrato tra gli altri da una celebre raccolta di disegni (1622) di P.P. Rubens.

    La denominazione accolta dall’organizzazione internazionale (“Palazzi dei Rolli”, dunque, o più in esteso “Palazzi dei Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova”) altro non fa che attualizzare una terminologia appartenente al linguaggio burocratico-amministrativo cinquecentesco, utilizzata nel 1576 (e poi, con successive revisioni, nel 1588, 1599, 1614 e 1644), per determinare la classificazione dei palazzi deputati a tale scopo: le dimore erano iscritte in tre “rolli” corrispondenti ad altrettante categorie in rapporto alle loro dimensioni e qualità artistica, e in base a tali criteri erano destinate, mediante estrazione a sorte annuale, a ospitare principi e cardinali, viceré, ambasciatori, governatori e così via; solo tre di esse erano riservate ai papi e imperatori, re e loro diretti rappresentati.

    genova-palazzi-rolli-porto-panoramaRollo, dunque, non è altro che la forma genovese e italiana antica (senza dittongazione toscana), del termine moderno “ruolo”, dal francese rôle, derivato a sua volta da ROTŬLUS nel senso di “manoscritto, documento arrotolato”. La voce appare in questa forma, in italiano, a partire dal 1528 col significato originario di “catalogo, registro, elenco di persone facenti parte di un impiego, di un’organizzazione, di una corte”, dal quale derivano gli altri in uso attualmente, di “registro di pratiche”, “parte sostenuta da un personaggio in opere di finzione”, “compito, atteggiamento sociale” ecc.

    Nell’italiano regionale ligure, la voce rollo era già in uso nel 1576, anno in cui venne emesso il decreto concernente l’utilizzo pubblico delle dimore del patriziato, ma col suo valore generico di “catalogo, elenco” la si incontra frequentemente nella documentazione burocratica e amministrativa locale, ad esempio nel 1590 (“saranno tutti iscritti nel Rollo de la militia thodesca”), nel 1610 (“rolli di portar armi”) o nel 1630 (“mando a V.S. il rollo della giornata d’oggi. Li segnati con la croce sono absenti”, riferito agli operai impegnati nella costruzione delle Mura Nuove).

    Direttamente dal francese più che dall’italiano, la voce passò anche in genovese nella forma ròllo, dove è documentata almeno dal 1625 in una poesia di G.M. Zoagli che fa riferimento all’impiego dell’amico G.G. Cavalli presso l’amministrazione delle truppe stanziate a difesa dei confini settentrionali durante l’invasione piemontese (“fâ ròlli e artaggiarie strascinâ”); il termine è poi registrato nei repertori liguri ottocenteschi col valore di “catalogo, lista, registro de’ nomi d’uomini propriamente descritti per uso delle milizie, e della marineria, co’ loro gradi, e occupazioni di dovere, o per altro servizio de’ principi: e si dice d’ogni altro catalogo somigliante, registro. […] È anche term[ine] legale, e vale stato o lista delle cause che si devono discutere nanti i Tribunali” (Casaccia); è molto interessante osservare, a margine, che la documentazione genovese anticipa di quasi un secolo quella italiana per quanto riguarda il termine derivato rollin, “lista o catalogo de’ nomi, gradi, officii gli uomini impiegati sopra un bastimento” (1851), corrispondente a ruolino (1935).

    Invenzione fortunata

    Come si vede, il recupero attuale del termine Rolli non riguarda insomma una voce specialistica, particolarmente legata all’istituzione degli “alloggiamenti pubblici” della Repubblica, ma un termine generico, appartenente al linguaggio burocratico dell’epoca: agli artefici di tale reimpiego, che non pare anteriore alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, va in ogni caso riconosciuto il merito di avere appunto “inventato” una definizione di indubbia valenza evocativa per un insieme di beni architettonici e urbanistici dei quali si era ormai da tempo perduta una percezione unitaria, una denominazione ormai entrata stabilmente nell’uso comune non meno che nella letteratura e nella pubblicistica specializzata.

    Se rollo come variante arcaica e desueta di “ruolo” non rappresenta di per sé un regionalismo, dunque, l’uso attuale con riferimento a un “fenomeno” tipicamente locale accentua e al tempo stesso giustifica la marcatura regionale della voce, generando una percezione di tipicità che diventa addirittura spendibile a livello di promozione internazionale dell’eccezionale contesto artistico-architettonico del centro storico genovese: da questo punto di vista, l’“invenzione dei Rolli” è anche felice manifestazione di creatività linguistica, in tutto e per tutto coerente col rilancio (o a sua volta creazione?) dell’immagine turistica della capitale ligure.

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    (*) Fiorenzo Toso, docente di linguistica generale presso l’Università degli Studi di Sassari, si occupa di isole linguistiche ed è specialista dell’area linguistica ligure. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino, 2012) e, sull’area ligure, Il tabarchino. Struttura, evoluzione storica, aspetti sociolinguistici (Milano, FrancoAngeli, 2004); Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon, 2014); Piccolo dizionario etimologico ligure. L’origine, la storia e il significato di quattrocento parole a Genova e in Liguria (Lavagna, Zona, 2015). Un ampio studio sul tema lo si trova in F. Toso, Le parole dell’architettura e i paradossi della diatopia. Su alcuni regionalismi veri e presunti di area ligure, in Dall’architettura della lingua italiana all’architettura linguistica dell’Italia. Saggi in omaggio a H. Siller-Runggaldier, a cura di P. Danler e C. Konecny, Frankfurt am Main et al., Peter Lang, 2014, pp. 255-271.

  • Artisti di Strada, il nuovo regolamento è realtà. Il Tavolo permanente di indirizzo verificherà la sua attuazione

    Artisti di Strada, il nuovo regolamento è realtà. Il Tavolo permanente di indirizzo verificherà la sua attuazione

    Susanna Roncallo
    Susanna Roncallo

    Il nuovo regolamento per l’Arte di strada del Comune di Genova è stato approvato dal Consiglio comunale, ed è immediatamente eseguibile. Superati i dubbi sorti in sede di commissione: inserito il vincolo per l’amministrazione comunale di consultare il Tavolo di indirizzo, a cui partecipano anche le associazioni degli artisti, per decide le aree di interesse e i metodi di gestione degli spazi.

    Approfondimento: Tutte le novità del nuovo regolamento

    La Sala Rossa approva alla quasi unanimità (voto contrario di Lega Nord) il nuovo testo che aggiorna la normativa per le esibizioni degli artisti di strada: nuovi spazi, nuovi parametri, allargamento delle location a tutto il territorio comunale. Il nuovo regolamento è stato presentato all’aula leggermente modificato rispetto a quanto licenziato dalla commissione preposta nei giorni scorsi: aumentate le distanze minime tra artisti “sonori” (che passano da 60 a 120 metri, parametro invariato per tutti le altre tipologie di performance) e introdotto l’obbligo di consultazione del Tavolo d’indirizzo per la scelta delle aree considerate “di particolare interesse” e la definizione del meccanismo di “prenotazione” relativo alle stesse.

    Proprio su quest’ultimo nodo si era acceso il dibattito: che metodo utilizzare per garantire la turnazione nei posti di maggior interesse, garantendo da un lato tutti gli artisti e la loro peculiarità “nomade”, e, al contempo, cittadini e commercianti? Al momento non è stato definito nessun meccanismo (la giunta aveva proposto un non meglio definito sistema di prenotazione attraverso mail), ma la “obbligatorietà” di essere consultati sulla questione ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli artisti, anche oggi presenti in aula: «A Trieste stanno sperimentato una sorta di “libretto dell’artista” – spiegano Tatiana Zakharova e Lucilla Meola che funziona come il disco orario per i parcheggi, per cui l’artista segna orario di inizio e fine dello spettacolo su un documento, da esibire in caso di controllo». Una sorta di auto-regolamentazione, facilmente controllabile, che potrebbe rispondere alle necessità degli artisti di strada, garantendo la libera fruizione degli spazi; soluzione che potrebbe essere applicata anche nel capoluogo ligure.

    Genova, quindi, fa un passo avanti verso il suo futuro di “Città d’Arte” con una scelta che onora l’inizio della Primavera: sempre più suoni e colori potranno riempire le strade, i vicoli e le piazze della Superba, proprio come i fiori che, in questa stagione, sbocciano spontanei e meravigliosi, capaci di arricchire, con la loro presenza, la loro bellezza e il loro profumo, il vivere di ognuno di noi.

    Nicola Giordanella
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    Foto estratta dal video di Susanna Roncallo
    di Miguel Angel Gutierrez e Alberto Nikakis

  • Modigliani, tutto pronto per la retrospettiva sul pittore livornese, tra ricerca stilistica, ritratti e sensualità

    Modigliani, tutto pronto per la retrospettiva sul pittore livornese, tra ricerca stilistica, ritratti e sensualità

    13. MODIGLIANIUn allestimento sobrio ma intimo, che sviluppa un percorso intenso attraverso la vita e le opere di un artista il cui successo arrivò un minuto dopo la sua morte. Questa è la mostra “Modigliani” allestita a Palazzo Ducale, e visitabile dal 16 marzo al 16 luglio 2016, e che sicuramente farà registrare un altro successo dell’istituzione culturale di Genova.

    Un trentina di opere che ci accompagnano attraverso la vita “traballante” di un artista europeo per eccellenza: nato a Livorno, si trasferisce ventiduenne a Parigi, dove entra in contatto con la crema culturale europea, tra cui Guillaume, Brancusì e Picasso. La sua evoluzione artistica, fatta di raffinatezza e sensibilità, si coglie nella ritrattistica, dove l’empatia e la sensualità guidano la mano di “Modì”. Proprio sui ritratti è incentrata l’esposizione di Palazzo Ducale, che ha il merito di rendere evidente le qualità appunto intime del pittore-scultore, che nel corso della sua breve vita ha saputo “costruire” una «Purezza ed una eleganza formale assolute», come ricorda Rudy Chiappini, curatore della mostra insieme a Dominique Vieville e Stefano Zuffi.

    I ritratti di donne sono il fulcro del percorso: «Dipingere una donna è come possederla», affermava Modigliani, ricordando come «la Bellezza è dovere doloroso». Ed è proprio negli sfondi neutri, nei nasi bidimensionali, nei visi ovali di queste opere che ritroviamo la cifra dello stile dell’artista, che ha saputo stravolgere il mondo della pittura, pur rimanendo ben saldo alle radici della pittura toscana medievale. Amedeo Modigliani morirà trentacinquenne, con il peso di una vita fatta anche di droga, alcool e grandi passioni; e senza sapere di aver cambiato il mondo della pittura, per sempre.

    Durante tutta la durata dell’esposizione, numerose saranno le iniziative legate all’autore, tra incontri, concerti e conferenze. Il programma completo degli eventi è consultabile sul sito dedicato www.modiglianigenova.it

    Nicola Giordanella

     

  • Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

    Artisti di Strada, in arrivo il nuovo regolamento: Genova riconosce il valore dei “buskers”. Dubbi su sistema prenotazioni per luoghi di interesse

    lucilla-meola
    Lucilla Meola

    L’arte di strada è un valore aggiunto per una città che vuole dirsi turistica e, soprattutto, che, come Genova, ambisce a diventare, a livello europeo, un attrattivo polo culturale; ma non solo: quanto “benessere” regala “inciampare” nell’esibizione di un talento artistico durante l’ora d’aria tra il caffè e il ritorno in ufficio? Comune di Genova sembra essersene accorto, ed ha redatto la bozza di un nuovo “Regolamento dell’Arte di Strada”, oggi in discussione in commissione riunita Affari Istituzionali e Generali e Promozione della Città.

    «Dovevamo aggiornare il precedente regolamento – spiega l’assessore alla Legalità e Diritti Elena Fioriniper valorizzare questo fenomeno, cercando di venire incontro ai cittadini e ai commercianti, ma anche aiutare la polizia municipale a svolgere la propria attività di controllo in maniera più chiara».

    La bozza del regolamento, consultabile on-line sul sito del Comune di Genova, presenta diverse novità, e nei fatti inquadra meglio il fenomeno dei cosiddetti “Buskers”, la parola inglese che indica chi in strada esibisce, e condivide, la propria arte.

    Le novità

    Il precedente regolamento, datato 2004, non è mai stato completato in tutte le sue parti, lasciando ampi spazi di discrezionalità, e quindi di potenziale “scontro” tra la ruvida mentalità tipicamente genovese e l’estro artistico, soprattutto dei “foresti”.

    Diverse sono le novità introdotte dal nuovo testo. In primis lo spazio pubblico occupato temporaneamente senza oneri di sorta passa da 2 metri quadrati a 10. Le possibilità di esibirsi spazieranno su tutto il territorio comunale, ampliando quindi la potenziale offerta a tutti quei luoghi non prettamente “turistici”, limite che in precedenza comprendeva “solamente” Porto Antico, Centro Storico, Corso Italia e Boccadasse, Passeggiata Anita Garibaldi, Lungo Mare di Pegli, isole pedonali e parchi pubblici. Introdotto però il limite di 30 metri di distanza da rispettare per le strutture sanitarie, e le scuole e biblioteca durante gli orario di apertura. Limite di trenta metri che deve essere rispettato anche come distanza tra un artista e l’altro durante le loro esibizioni.

    Orari: lo svolgimento dell’attività degli artisti di strada sarà consentita entro due diverse fasce orarie; le performance che non producono emissioni sonore potranno avere luogo in qualsiasi giorno dell’anno dalle ore 09.00 alle ore 23.00, mentre le performance che producono emissioni sonore potranno avere luogo dalle ore 10.00 alle ore 22.00 in qualsiasi giorno dell’anno. L’esibizione non potrà superare i 60 minuti, allestimento escluso, e non potrà essere superiore a 60 minuti intercorrenti fra lo scoccare esatto di un’ora e quella successiva.

    Ovviamente le performance artistiche sono intese senza fini di lucro, e quindi è consentito solamente il passaggio “a cappello” tra il pubblico, senza alcun tipo di richiesta di pagamento. Per gli spettacoli che prevedono l’utilizzo del fuoco, dovranno essere presenti almeno un estintore, teli ignifughi e dovrà essere garantita la distanza di almeno 5 metri dal pubblico. Per i “madonnari” invece è fatto obbligo l’utilizzo di colorazioni lavabili dall’acqua piovana e l’utilizzo di prodotti non inquinanti. Rimane il divieto di utilizzare animali di qualsiasi specie, nemmeno per la mera esibizione.

    Possibili criticità

    Il nuovo regolamento introduce il concetto di aree di particolare interesse: la Giunta potrà individuare, con atto motivato, spazi considerati di particolare interesse; per queste aree, stando al testo, sarà predisposto un sistema di prenotazione on-line dedicato agli artisti, gestito dal Comune stesso. Proprio si questo punto si sono sviluppate le uniche critiche a quanto “pensato” dall’amministrazione: non è ancora chiaro come sarà gestita la prenotazione, le modalità e le “quantità”. Per gli artisti non genovesi, inoltre, questo sistema potrebbe essere penalizzante. «Su questo punto occorre fare chiarezza – afferma Tatyana Zakharova, volto noto dell’arte di strada genovese, presente in aula come rappresentante di Uga, Unione Giovani Artisti, associazione che ha seguito la stesura del testo – perché potrebbe non funzionare o essere motivo di “monopolio” da parte di alcuni».

    Un passo avanti

    Questo testo, comunque, segna senza dubbio un passo avanti: nero su bianco Comune di Genova sancisce l’importanza degli artisti di strada, riconoscendone il valore aggiunto in termini culturali e di attrattiva turistica; «Siamo contenti di questo passaggio – commenta il giovane chitarrista Rodolfo Bignardi, a margine dei lavori in Sala Rossa – un passaggio comunque non scontato»; «Bisogna ancora capire come sarà organizzato il discorso delle prenotazioni – chiarisce Lucilla Meola, cantante e chitarrista – perché è un meccanismo che potrebbe essere poco funzionale, gli artisti di strada ne hanno sempre fatto a meno, in qualche modo». Comunque, le norme previste, in qualche modo allargano le potenzialità di questa modalità espressiva sempre più “esplorata” anche da artisti “di fama” e di talento già riconosciuto. Passato in commissione, il nuovo regolamento dovrà essere approvato dal Consiglio comunale. La primavera è alle porte, e la città si prepara ad accogliere i tutti i germogli che il vento dell’arte generosamente porterà nelle nostre strade.

    Nicola Giordanella

  • Teatro della Tosse, al via stagione 2017 nel segno di Luzzati. Negli ultimi 6 anni triplicati gli spettatori

    Teatro della Tosse, al via stagione 2017 nel segno di Luzzati. Negli ultimi 6 anni triplicati gli spettatori

    Foto di Alberto Rizzerio
    Foto di Alberto Rizzerio

    “Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”. Si sintetizza così, con le parole di Albert Camus tratte da “Il mito di Sisifo” la stagione 2017 del Teatro della Tosse, contraddistinta dal decennale della scomparsa di Emanuele Luzzati e dal conseguente affindamento della direzione del teatro a Emanuele Conte. E proprio per celebrare degnamente l’anniversario della morte di Luzzati, il 26 gennaio verrà inagurato un nuovo spazio polifunzionale: il Luzzati Lab, con una mostra dedicata ai costumi del fondatore e di Bruno Cereseto. «Diventerà un simobolo molto forte della nostra storia – sostiene Conte – il recupero e in parte il riutilizzo del laboratorio di scenografia voluto, comprato e donato al teatro proprio da Lele Luzzati. Da alllora il teatro è cambiato e non consente più le grandi coreografie che si realizzavano per gli spettacoli di Luzzati. Allora abbiamo pensato di dividere lo spazio in due: da un lato resta il laboratorio di scenografia, dall’altro il teatro si apre alla città con un luogo dedicato alla formazione del pubblico, alla formazione professionale, alle esposizioni e perché no al teatro di posa».

    «Il teatro continua a crescere (in 6-8 anni abbiamo triplicato il pubblico) così come continuano a diminuire i contributi pubblici – analizza Contele logiche di sostegno del territorio e dello Stato non hanno ritenuto abbastanza meritevole il nostro lavoro e ancora una volta lo hanno penalizzato riducendo le risorse. Abbiamo scelto di rispondere a questo mancato riconoscimento mettendo sul piatto la nostra storia e il nostro impegno»A consentire la prosecuzione delle attività per il teatro, anche e soprattutto il sostegno economico privato della Compagnia di San Paolo. «La cultura resta per pochi perché se ne fa poca – afferma Roberto Timossima basterebbe che solo l’1% delle transazioni finanziarie annuali in un anno fosse destinato alla cultura per raddoppiare gli attuali finanziamenti».

    «In un contesto come questo – sostiene l’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla l’atteggiamento giusto è spingere e proporre, non chiedersi se restare o andarsene come hanno fatto qualche giorno fa gli industriali nelll’assemblea cittadina. Restiamo e lavoriamo a testa bassa come molti giovani ci insegnano. Il mio augurio per la Tosse è di serenità aggressiva per il futuro, per essere sempre più tenaci e grintosi».

    La stagione

    5-cuisine-teatro-tosseNella seconda stagione della direzione artistica di Amedeo Romeo, che chiude il primo triennio della riforma teatrale italiane che aveva inserito la Tosse tra i Teatri di rilevante interesse culturale, saranno una sessentina gli spettacoli allestiti, in un cartellone che come ormai di consueto non segue la stagionalità ma l’anno solare. «Vorrei fare mio il motto del National Theatre di Londra – spiega il direttore artistico – per “fare il migliore teatro possibile e condividerlo con il maggior numero di persone”»Sul modello dei grandi teatri europei, la programmazione 2017 della Tosse è attraversata da momenti tematici che si alternano agli ormai consueti appuntamenti con i festival, il meglio della nuova drammaturgia e le produzione proprie che escono dalla mure del teatro e della città.

    Entrando nel dettaglio, sono 4 i momenti tematici caraterizzati da altrettanti festival: Passaggi –Sguardi sulla morte, Life festival, Calcio d’inizio, Resistere e creare.

    A marzo Passaggi –Sguardi sulla morte, con quattro vitalissimi spettacoli (Non c’è limite Alpeggio di Alessandro Bergallo, La Palla Rossa, Infinita, Sulla Morte senza esagerare) che affrontano con serietà e ironia il tema difficile della morte in collaborazione all’associazione di volontariato Braccialetti Bianchi di Genova che offre accompagnamento e sostegno interiore ai malati terminali e alle loro famiglie. Tornerà in primavera il Life Festival, la rassegna di teatro a tematiche omosessuali che per il terzo anno arriverà alla Tosse con un cartellone ricco di sorprese che coinvolgerà molte realtà culturali del territorio genovese. A ottobre la novità Calcio d’inizio, prima edizione di quello che diventerà un festival di teatro urbano, che si svolgerà fuori dal teatro, in cui, tra gli altri titoli, verrà presentato Pier Paolo!, un progetto di Giorgio Barberio Corsetti dedicato all’arte di Pier Paolo Pasolini e alla sua grande passione per il calcio, il tutto ripreso da telecamere che proiettano ciò che avviene nel rettangolo verde e sugli spalti del campetto dei Giardini Luzzati. Un corto circuito tra poesia, agonismo, teatro e sport come sarebbe piaciuto a Pasolini. Infine, a novembre, la terza edizione di Resistere e creare – la rassegna di danza internazionale con la direzione artistica di Michela Lucenti.

    Impossibile dare conto di tutto il cartellone che potrete trovare con dovizia di particolari sul sito della Tosse (http://www.teatrodellatosse.it). Ci limitiamo solo ancora a qualche rapida sengalazione. Ad esempio, degli spettacoli fuori dal Teatro: per due settimane, alla fine di giugno, torna al padiglione Blu della Fiera del Mare Il Maestro e Margherita, nato da un progetto di Emanuele Conte che si confronta con il libro di Bulgakov. Quest’anno, fuori dalla “collina Luzzati” usciranno anche alcune ospitalità come Il Volo – La Ballata dei Pichettini, spettacolo dedicato alle morti bianche che si svolgerà nella Sala Chiamata del Porto di Genova il 22 marzo, in collaborazione con Filt Cgil Genova e della Camera del Lavoro di Genova. In apertura del cartellone del Life festival, all’ex manicomio di Quarto il 6 maggio in collaborazione con il Teatro dell’Archivolto verrà allestito lo spettacolo MDLSX dei Motus, un coming out teatrale, in forma di rave. E poi, ancora, i grandi spettacoli itineranti: a luglio, ai Giardini Luzzati, toccherà a La macchina del tempo, cui faranno seguito gli ormai tradizionali appuntamenti in riviera e ad Apricale.

    E poi, la stagione delle Sale “In Trionfo” e “Cantiere Campana”, la prima dedicata al teatro fisico e alle grandi produzioni internazionali, la seconda che oltre ad avere una sensibilità sulla nuova drammaturgia diventa residenza artistica per tre compagnie nazionali che operano in quest’ambito. Si parte con lo spettacolo di Capodanno, il 31 dicembre alle 22, Candido con la regia di Emanuele Conte, che tornerà dal 17 al 21 gennaio. Nel mezzo, il 7 gennaio, l’anteprima in musica con lo spettacolo Luigi omaggio a Luigi Tenco con Armando Corsi e Roberta Alloisio, e il 12 gennaio Cuisine & confessions della compagnia canadese Les 7 doigts de la main che trasforma la cucina in un palcoscenico per straordinari numeri di acrobazia danzata, ad alto tasso spettacolare e giocati sul tempo di cottura che non perdona. Fino al 14 gennaio.

     

    Cartellone 2017

    7 gennaio

    Luigi – omaggio a Luigi tenco

    Roberta Alloisio

     

    12-14 gennaio

    Cousine & confessions

    7 dita della mano

     

    17-21 gennaio

    Candido

    Teatro della Tosse

     

    26-29 gennaio

    Tre Alberghi

    Stabile del Friuli Venezia Giulia

     

    30 gennaio – 1 febbraio

    Piccoli Eroi

    Teatro del Piccione

     

    2-4 febbraio

    Homicide House

    MaMiMo

     

    9-11 febbraio

    Proclami Alla Nazione

    Teatro Campestre

    Elisabetta Granara

     

    16-18 febbraio

    Cinglish

    Teatro Carcano

     

    22 febbraio – 4 marzo

    I Giusti

    Teatro della Tosse

    Regia Emanuele Conte

     

    9-12 marzo

    Sorry Boys

    Marta Cuscunà

     

    16-18 marzo

    Non c’è limite Alpeggio

    Teatro della Tosse

    Alessandro Bergallo

     

    17-18 marzo

    La palla rossa

    Marco Taddei

     

    18-19 marzo

    Infinita

    Familie Flöz

     

    22 marzo

    Il Volo – La Ballata dei Pichettini

    Teatro delle Albe

     

    23 marzo

    Prometeoedio

    Teatro della Tosse

    Regia Emanuele Conte

     

     

    24-26 marzo

    Sulla morte senza esagerare

    Teatro dei Gordi

     

    31 marzo-2 aprile

    House in Asia

    Agrupación Señor Serrano

     

    6-8 aprile

    De Revolutionibus

    Minasi/Carullo

     

    20-22 aprile

    Fotofinish

    Antonio Rezza / Flavia Mastrella

     

    4-6 maggio

    Animali da Bar

    Carrozzeria Orfeo

     

    Maggio

    Life Festival

    6 MAGGIO Mdlsx

     

    Giugno

    Il Maestro e Margherita

    Ideazione e regia Emanuele Conte

    Con Michela Lucenti e Balletto Civile

    Produzione Teatro della Tosse

    Giugno- Agosto

    La Tosse d’Estate

     

     

    Ottobre

    CALCIO D’INIZIO

    • Pier Paolo !

         Giorgio Barberio Corsetti – produzione Fattore K

     

     

     

    Novembre

    RESISTERE E CREARE – Rassegna di danza III edizione

     

    Novembre

    Disgraced

    Jacopo Gassman

    Teatro della Tosse/ Teatro di Roma, Teatro Nazionale

     

    Novembre

    Andy Warhol Superstar

    Laura Sicignano

    Teatro della Tosse / Teatro Cargo

     

    Dicembre

    Io non ho mani che mi accarezzano il viso

    Francesca Macrì e Andrea Trapani

    Teatro della Tosse / Fattore K /Teatro dell’Elfo / Compagnia Biancofango.

     

  • Circumnavigando, Natale e Capodanno a Genova si festeggiano con circo e teatro

    Circumnavigando, Natale e Capodanno a Genova si festeggiano con circo e teatro

    circumLa sedicesima edizione di Circumnavigando torna a Genova dal 26 dicembre all’8 gennaio. Il festival itinerante di 17 giorni, con 38 spettacoli e 16 compagnie circensi da tutto il mondo, animerà il capoluogo ligure per tutto il periodo natalizio.

    La manifestazione dinamica e esplosiva, che darà un primo assaggio agli spettatori con le anteprime del 7 e del 17-18 dicembre, porterà il meglio del circo contemporaneo internazionale a Genova. A ospitare le rappresentazioni saranno i teatri, dalla Tosse al Modena, dall’Altrove al Govi e al teatro sociale di Camogli, di recente rinnovato. Anche i palazzi storici come Palazzo Ducale e Tursi, le strade e le piazze si trasformeranno in palcoscenico delle arti circensi così come il tanto atteso tendone che verrà allestito al Porto Antico. Qui verrà ospitata la grande festa di Capodanno per celebrare in un’atmosfera circense la magica notte di San Silvestro.

    Quella di quest’anno sarà una rassegna ricchissima, che include alcuni tra i migliori nomi del panorama circense contemporaneo: La Migration, Sugar, Collectif PORTE27/Marion Collé, Collettivo MagdaClan, Artekor Duet, Sôlta, Luca Tresoldi. Tanto divertimento garantito e spettacoli di qualità, con un’anteprima e una prima nazionale. «Questa edizione sarà unica nel suo genere – dice Boris Vecchio, direttore dell’Associazione Sarabanda che cura il festival – il circo contemporaneo è sempre più richiesto dal pubblico, così coinvolgeremo l’intera città».

    A tenere con il naso all’insù per più di due settimane genovesi e non di ogni età, saranno numeri di circo contemporaneo, giocoleria, acrobatica, equilibrismo, teatro, danza, ginnastica e circo tradizionale. «Il circo ha un linguaggio universale che unisce arte e nuove forme di drammaturgia – conclude Vecchio – è un modo di comunicare innovativo sempre più apprezzato».

    «Ci tengo a sottolineare l’ennesima collaborazione tra il Comune di Genova e l’Associazione Sarabanda per la realizzazione di questo festival che ogni anno sa recepire e rinnovare», dice l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla. «Interessante in questa edizione è anche la collaborazione tra tanti soggetti, le diverse location che ospitano le rappresentazioni e Genova che si conferma essere una città vivace con tante iniziative, aperta a nuovi stimoli che arrivano dal governo».

    Gli spettacoli

    canardscut-1-cie-sugar_revIn anteprima due spettacoli d’eccezione: il 7 dicembre al Teatro Modena, la compagnia De Fracto con “Flaquee il 17 e 18 dicembre al Teatro della Tosse con “Autour du domande” della compagnia Collectif PORTE27/Marion Collé.

    Il primo appuntemento che darà il via  ufficiale alla sedicesima edizione sarà sabato 26 dicembre, nello storico Palazzo Tursi con l’artista Mr Mustache e sotto al Tendone da Circo al Porto Antico/Area Mandraccio con il Collettivo MagdaClan e il nuovissimo cabaret dal titolo “E’ un attimo”, un mix di musica dal vivo, acrobati aerei e non solo, manipolatori di oggetti danzanti e in equilibrio.

    Il Tendone da circo al Porto Antico, quest’anno ospiterà anche “Cromosoma – vite in divenire” di Artekor Duet (28 dicembre), una fusione tra danza contemporanea, teatro fisico, mimo corporeo e abilità circensi e “Canards”, anteprima nazionale della Compagnia Sugar il 29 e 30 dicembre. Quest’ultimo è un lavoro di ricerca sul corpo che si ispira all’universo motorio e comunicativo degli animali e alle loro danze coreografiche e naturali, per diventare un documentario senza narratore, un mondo senza tempo dove i confini tra uomo, natura e divino sono difficili da definire.

    Il 28 e 29 dicembre, Palazzo Ducale ospiterà la prima nazionale di “Landscape” della compagnia francese La Migration, uno spettacolo che combina circo, performance fisica e lavoro plastico in stretta relazione con l’environment circostante, in questo caso il magnificente Salone del Maggior Consiglio, uno dei palazzi più importanti della città fulcro delle principali attività culturali del capoluogo ligure.

    Prosegue poi una fitta programmazione ricca di artisti e spettacoli tra cui Luca Tresoldi, la Comapgnia LPM, Berto, solo per citarne alcuni, che conduce dritti sino alla notte di capodanno, appuntamento amatissimo per la città, occasione unica di festeggiare l’inizio dell’anno sotto al magico Tendone da Circo con una serata ricca di spettacoli e divertimento per tutte le età insieme con il Collettivo MagdaClan, la Compagnia LPM, Luca Tresoldi e la band dal vivo Wateproof: 14 artisti e 5 musicisti per una serata imperdibile, aspettando insieme il brindisi di mezzanotte con spumante e panettone.

    Come ogni anno, il festival offrirà uno spazio speciale alle giovani compagnie di circo contemporaneo. La XVI edizione presenterà due realtà italiane: David & Thomas con “Ovvio”, uno spettacolo all’insegna della sfida dei propri limiti, e Veronica Capozzoli, del Kolektiv Lapso Cirk, che porterà in scena “11-Il tempo è una linea verticale”, una fusione di linguaggi del circo, della danza contemporanea, del teatro fisico e della prosa.

    Incontri e approfondimenti

    Il festival propone al pubblico un corso gratuito di Storytelling dal titolo #ComunicaCirco il 27-28-29 dicembre dalle 10.00. Nei tre giorni verrà offerta una formazione sull’utilizzo dei social con tanto di prove pratiche proprio tra gli spettacoli del festival in corso. A Palazzo Ducale, Sala del Camino. Il 28 dicembre dalle 10.00 alle 15.00, si terrà invece un incontro aperto al pubblico sul tema “Il lavoro dell’ attore nel circo contemporaneo”, un appuntamento tra artisti, autori e registi per analizzare e mettere a confronto le tematiche del vocabolario circense, il ruolo della scrittura nella creazione, le differenze tra vocabolario circense e teatrale, l’approccio al linguaggio e la tecnica.


    Elisabetta Cantalini

  • Andy Warhol a Genova, nelle sale di Palazzo Ducale dal 20 ottobre al 26 febbraio

    Andy Warhol a Genova, nelle sale di Palazzo Ducale dal 20 ottobre al 26 febbraio

    Andy WarholA trent’anni esatti dalla morte del grandioso artista Andy Warhol, Genova inaugura un’inedita esposizione in suo onore. Una mostra, a Palazzo Ducale, che apre le porte al pubblico dal 20 ottobre fino al 26 febbraio. Un evento speciale, organizzato da Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura e da 24 Ore Cultura – Gruppo 24 Ore, per omaggiare il maestro che ha cambiato per sempre la storia dell’arte contemporanea.

    «Warhol rappresenta il cambiamento, il suo stile e la sua arte hanno modificato il nostro linguaggio nella comunicazione e nella pubblicità» dice Luca Borzani, presidente della Fondazione Palazzo Ducale. «Il suo stile e la sua arte hanno reso possibile quello che è oggi la nostra società e quello che siamo noi».

    Andy Warhol è stato capace di intuire e anticipare i profondi cambiamenti che la società avrebbe attraversato da quando l’opera d’arte ha cominciato a relazionarsi con la società dei mass media, quella delle merci e del consumo. «L’arte di Warhol – conclude Borzani fornisce alcuni spunti su cui riflettere  per capire appieno la società in cui viviamo». Un percorso, dunque, che comprende diversi aspetti dell’arte e della cultura.

    «L’esposizione è un progetto inedito – dice Carla Sibilla, assessore alla cultura del Comune di Genova frutto di un lavoro congiunto, sinergico e di qualità. Una mostra interessante e attraente che alza l’asticella dei prodotti culturali della città. Un prodotto di valore in termini di arte e  di cultura che di certo attrarrà un pubblico straniero a Genova».

    La mostra

    warholWarhol. Pop Society” è il titolo della mostra curata da Luca Beatrice. Un percorso, articolato in sei linee conduttrici (icone, i ritratti, i disegni, il rapporto tra l’artista e l’Italia, le polaroid e la pubblicità) che permette ai visitatori di ripercorrere l’intera attività dell’artista più famoso e popolare del secolo scorso. Le opere esposte sono 170, dalle tele ai prints, dai disegni alle polaroid, dalle sculture agli oggetti, tutte provenienti da collezioni private o da musei e fondazioni italiane e straniere.

    In mostra anche alcuni straordinari disegni preparatori che anticipano dipinti famosi come il Dollaro o il Mao; le icone di Marilyn, qui presenti sia nella serigrafia del 1967 sia nella tela Four Marilyn, della Campbell Soup e delle Brillo Boxes; i ritratti di volti noti come Man Ray, Liza Minnelli, Mick Jagger, Miguel Bosè e di alcuni importanti personaggi italiani quali Gianni Agnelli, Giorgio Armani e Sandro Chia. Un’intera sezione è poi dedicata alle polaroid, macchina tanto importante e utilizzata da Andy Warhol per immortalare celebrità, amici, star e starlett di cui si presentano oltre 90 pezzi. Completa la mostra, un video in cui il curatore Luca Beatrice racconta al pubblico la vita e le opere di Andy Warhol.

    L’esposizione sarà sempre aperta tranne il lunedì mattina; il venerdì sarà visitabile fino alle 22.

    E.C.

  • Un treno in via Buranello, il progetto di street art per riqualificare Sampierdarena

    Un treno in via Buranello, il progetto di street art per riqualificare Sampierdarena

    via-buranello-streetartDipingere le saracinesche di via Buranello per portare colore e allegria nel quartiere di Sampierdarena. E’ il progetto di riqualificazione del quartiere genovese da cui parte il concorso “Un treno in via Buranello – Sguardo dal finestrino”, promosso da Teatro dell’Archivolto e Accademia Ligustica in collaborazione con Rete Ferroviaria Italiana, Associazione Sampierdarena e le donne, Municipio II Centro Ovest e il CIV Sampierdarena Buranello. «L’arte urbana parla a tutti con immediatezza – dice Pina Rando, direttrice Teatro dell’Archivolto – Pensiamo che in un contesto come il quartiere di Sampierdarena, dove è stato già fatto qualche esperimento, possa essere particolarmente efficace».

    Un modo per dare libero sfogo all’arte riproducendo le immagini che di solito si possono osservare dal treno durante la sua corsa. «Abbiamo voluto dare risalto al treno perchè è ciò che caratterizza e rende particolare questa via – spiega Luana Rossini, vicepresidente dell’Associazione Sampierdarena e le donne – con questo progetto vogliamo attrarre persone nel quartiere e rendere migliore la vita delle persone di Sampierdarena».

    Un’iniziativa che si rivolge a giovani artisti dai 18 anni in su che potranno lasciar andare la propria fantasia e colorare come meglio credono le saracinesche e che costellano via Buranello sul lato della ferrovia. In pratica, una volta completata l’opera, al treno che viaggia sui binari sopra il muraglione di via Buranello, corrisponderanno tanti piccoli vagoni o scompartimenti disegnati sulle serrande dei locali sottostanti. Da ogni finestrino si potrà godere di una visuale diversa, che avrà come riferimenti il mondo della fantasia, del teatro e della rappresentazione urbana, lasciando quindi ampia libertà creativa. «Abbiamo apprezzato e appoggiato l’idea con piacere – dice Guido Fiorato, vice preside Accademia Ligustica – è un’iniziativa che riqualifica il quartiere e offre ai partecipanti l’opportunità di esprimere l’arte liberamente».

    Un progetto che va di pari passo con il workshop “Poesia di strada e arte pubblica”, tenuto da Eleonora Chiesa e Opiemme dal 12 al 14 ottobre, rivolto a giovani creativi che vogliono contribuire a riprogettare e ripensare il Centro Civico Buranello. «Attraverso queste iniziative vogliamo far rifiorire il nostro quartiere. Vogliamo vederlo colorato, vivace e pulito – dice Rodolfo Bracco, Presidente CIV Sampierdarena Buranello – Per questo ringraziamo di cuore tutti coloro che hanno appoggiato e promosso questa bellissima iniziativa».

     Come partecipare al concorso

    opiemme-buriddaPer la realizzazione dell’opera d’arte collettiva è stato istituito un bando che sarà diffuso in tutta Italia attraverso le Accademie di Belle Arti. Il concorso è gratuito e potranno partecipare singoli artisti o gruppi. Ai giovani artisti di strada, che dovranno avere compiuto i 18 anni e avere maturato un minimo di esperienza nella realizzazione di graffiti, stencil e wall painting, si richiede di mandare un bozzetto con un proprio progetto. Sono previsti sino a un massimo di 60 vincitori, a cui potranno essere assegnate da un minimo di una a un massimo di quattro saracinesche. Tutta la documentazione dovrà arrivare all’Accademia Ligustica entro il 30 novembre 2016, termine ultimo per candidarsi. Nelle due settimane successive saranno selezionati e contattati i vincitori, che per realizzare la propria opera avranno a disposizione un lasso di tempo che va da metà dicembre 2016 a fine aprile 2017. I colori saranno forniti dal gruppo Boero, mentre per altro tipo di materiale gli street artist dovranno provvedere autonomamente.


    Elisabetta Cantalini

  • “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    norma-karaman“Non mi sento straniera in nessun luogo”. Con questa bella parafrasi di una canzone catalana, la nuova genovese che conosciamo oggi, Norma Karaman, nata in Uruguay da una famiglia dell’Europa dell’Est, ha riassunto lo spirito libero e cosmopolita che caratterizza molte delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi, arrivate a Genova per motivi familiari, per amore, per caso, per studio, per cercare migliori occasioni di vita e di lavoro.
    Nella nostra città, Norma ha trovato un luogo adatto per coltivare in modo approfondito la propria passione per la danza, il canto e il teatro. Dall’incontro con lei emerge il quadro di una città a volte dipinta come “chiusa” e refrattaria alle novità, ma caratterizzata da un notevole, spesso sotterraneo, fermento artistico, creativo, culturale. Il centro storico genovese spesso è il laboratorio nel quale nascono e si sperimentano forme di creatività innovativa o “alternativa”.
    Bellissima è la storia del Laboratorio Teatrale Gaucho, che si è consolidato negli anni fino a trasformarsi in un’apprezzata compagnia amatoriale invitata in varie zone d’Italia.

    Un altro elemento di riflessione emerso dall’incontro è quello legato all’alimentazione e al veganismo, lo stile di alimentazione e filosofia di vita che esclude ogni utilizzo umano dei prodotti di origine animale. La consapevolezza del ruolo centrale dell’alimentazione per la salute personale e per la salvaguardia ambientale del pianeta cresce di giorno in giorno in Italia e nel mondo. Come sappiamo, dal punto di vista medico, le posizioni sul veganismo non sono univoche. La riflessione etica e filosofica alla radice del veganismo è, in ogni caso, portatrice di un importante contributo: ci invita a riflettere sull’origine e la qualità di quello che mangiamo e sulla natura “politica” nel senso più nobile del termine dell’atto alimentare. Il modo in cui mangiamo influisce, infatti, non solo sulla nostra salute, ma anche sulle politiche agricole, sulle condizioni ambientali, sulla salute del pianeta Terra. E la cucina vegana, nella quale Norma si sta specializzando può diventare un’occasione per sperimentare nuovi sapori e per mettere alla prova anche in cucina la propria creatività.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «Sono nata in Uruguay a San Xavier, un paese fondato da immigrati russi tra i quali i miei bisnonni materni. I miei nonni paterni invece erano originari lui della Moldavia, lei della Transilvania rumena. Ho studiato a Mosca, dove mi sono laureata in Filologia russa. Finita l’università, sono tornata in Uruguay e per qualche tempo ho lavorato come insegnante di russo nel mio paese natale. In Italia sono arrivata nel 1997 come turista, proprio qua a Genova. Arrivare non è stato difficile, per i cittadini uruguayani non era richiesto il visto. La città mi è piaciuta subito e, anche se in Uruguay lavoravo, per motivi personali, non legati a esigenze economiche, ho deciso di rimanere in Italia. Nel 2000 c’è stata una sanatoria e ho fatto tutti i documenti per diventare cittadina italiana. A Genova ho ritrovato un ragazzo che avevo conosciuto studiando in Russia e altri connazionali: si è formato così un piccolo gruppetto di uruguayani che mi ha permesso di non essere sola in quei primi anni; con molti di loro sono in contatto ancora oggi. Io sono una persona che si trova bene ovunque vada, in Uruguay, in Russia e ora a Genova. Parafrasando la canzone di un autore catalano, non mi sento straniera in nessun luogo».

    Una volta stabilita in Italia, hai cercato di restare a lavorare nel settore dell’insegnamento della lingua russa?
    «All’inizio ho provato a inviare curriculum ad alberghi, compagnie marittime e agenzie di viaggi, senza avere riscontri. Qua c’erano molti russi, quasi tutti laureati, ed era molto difficile per me, di madrelingua spagnola, competere, in un paese che non era il mio, con laureati di madrelingua russa. Poi hanno iniziato a propormi i lavori “classici” badante, mediatrice culturale…e non ho più avuto tempo di cercare. Ma ora non mi interessa più, vorrei fare altro: recitare, cantare, cucinare vegano».

    Come ti sei avvicinata al mondo del canto e del teatro? Avevi già avuto esperienze nel settore in Uruguay o in Russia?
    «In Uruguay per 6 anni ho fatto parte del gruppo di danze russe “Kalinka”. Il teatro, il canto e la danza mi sono sempre piaciuti, ma fino al mio arrivo in Italia non avevo altre esperienze specifiche. Nei primi anni a Genova, mentre studiavo italiano, ho organizzato con due compagni di corso un piccolo spettacolo di danze russe. L’esperienza più importante a livello teatrale è stata quella del laboratorio teatrale “Gaucho”, iniziata nel 2009. Mi sono avvicinata a questo laboratorio perché in quel momento mi sembrava più accessibile e adatto alla mia situazione di allora rispetto a una vera e propria scuola di teatro. Attualmente siamo 11/12 persone, il laboratorio si è trasformato in una piccola compagnia amatoriale, di non professionisti, molto affiatata. È una cosa che facciamo per diletto, per passione. Sarebbe bellissimo che questa passione si trasformasse anche in una professione. Per ora abbiamo fatto diversi spettacoli a Genova, in genere a offerta libera o a ingresso libero. Siamo stati invitati diverse volte anche fuori Liguria, tra cui una volta a Scansano, in Toscana, per un festival, e una a Roma. Abbiamo iniziato mischiando moltissimo musica, danza, teatro. Ora stiamo approfondendo i copioni teatrali e stiamo cercando di studiare alcuni autori in profondità. Gaucho è un laboratorio di teatro e recitazione, ma nei nostri spettacoli inseriamo sempre anche la musica e la danza. I nostri spettacoli sono sempre anche molto coloriti. È un’esperienza che mi ha permesso di conoscere anche la ricchezza delle culture regionali italiane. Io, un’uruguaiana, ho imparato a ballare la pizzica salentina per interpretare una “tarantata”. Il teatro mi ha aiutato anche ad avvicinarmi di più al canto. Il teatro aiuta il canto, e il canto aiuta il teatro. Ho imparato a modulare la voce, a respirare, e a lasciare da parte le inibizioni. Senza il laboratorio non sarei mai riuscita a cantare in pubblico. Ora faccio parte del coro “Le vie del canto” specializzato nei canti popolari e nella musica tradizionale delle regioni italiane».

    La tua creatività non si è espressa solo nel teatro e nella musica. So che ti sei interessata anche di grafica e di produzione video…
    «Nei primi anni a Genova ho lavorato come dipendente in uno “storico” negozio di magliette personalizzate in città; in seguito per qualche anno mi sono occupata come socia della parte creativa e grafica di un altro negozio specializzato nelle stampe personalizzate su t-shirt. Mi sono ritrovata a fare dei lavori davvero molto belli pur senza avere all’inizio una preparazione specifica. La produzione di video e documentaristica per ora è un’altra passione che ho tenuto per me: nel 2007 sono arrivata seconda al concorso Sguardi Latinoamericani organizzato dalla Fondazione Casa America».

    norma-karamanIl veganismo è un aspetto importante della tua esperienza in Italia. Ci racconti come ti sei avvicinata a questa filosofia e a questo stile di vita?
    «Sono diventata vegana nel 2009, per scelta etica. E’ stato un lungo percorso di avvicinamento e riflessione, iniziato quando ancora studiavo in Russia. Io sono sempre stata un’amante degli animali. Frequentando un mio fidanzato di allora che conosceva un’attivista per i diritti degli animali, ho iniziato a pensare che sarebbe stata più coerente un’alimentazione che evitasse loro ogni forma di sofferenza o sfruttamento e, nel 2001, sono diventata vegetariana. Ora sono convinta che chi fa questa scelta per ragioni etiche necessariamente finisca per approdare al veganismo. Il mio percorso è stato graduale, ho iniziato prima a non far entrare nessun derivato di origine animale nella mia cucina, nella mia casa. Qualche volta, quando mi trovavo fuori, derogavo: se capitava di prendere la brioche al bar la prendevo, anche perché non sempre era facile trovare prodotti vegani, poi gradualmente sono riuscita a eliminarli totalmente nella mia dieta. Io mi riconosco nel veganismo, ma non faccio parte attualmente di nessun gruppo o associazione, né di vegani, né di attivisti per i diritti animali. Sulla mia pagina personale www.ilmondodinorma.it ci sono moltissime ricette vegane mie e del mio compagno, presentate sia in lingua italiana, che in lingua spagnola. Ora sto cercando di curare una pagina facebook sulla pasticceria vegana, specializzata in “vegan torte”, dolcetti e muffin vegani».

    Hai un progetto, un sogno legato alla tua nuova esperienza amatoriale di “cuoca” vegana?
    «Il mio progetto sarebbe quello di aprire un “qualcosa” di vegano, un take away, una gastronomia. Il numero dei vegetariani, dei vegani, degli intolleranti al lattosio e ad altre sostanze di origine animale, di chi è alla ricerca di uno stile alimentare più salutare è in continua crescita. I vegetariani e vegani che lavorano fuori mica possono portarsi sempre il pranzo da casa. Da qualche parte dovranno pur mangiare, e non sempre è facile il locale adatto. La domanda di sicuro c’è, il problema è iniziare, trovare i locali, i finanziamenti, mettersi in proprio.
    Ora, dopo quasi 20 anni in centro storico, mi piacerebbe trasferirmi in campagna, restando vicino a Genova per non lasciare le mie passioni e le mie attività nel teatro, nella danza e nel canto. Vorrei una casa indipendente, terreno, verde, alberi, aria. Il mio vero sogno sarebbe quello di aprire un bed & breakfast con annessa una piccola trattoria dove proporre la cucina vegana. In campagna mi piacerebbe tenere anche, chiamando le persone adatte, corsi residenziali di alimentazione salutare e animalismo».


    Andrea Macciò