Mese: Marzo 2011

  • Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus FaberMaltus Faber è un microbirrificio artigianale con sede a Genova Fegino, nato dalla volontà di due ragazzi di promuovere la cultura della birra e di produrre una birra tutta genovese.


    “Abbiamo cominciato l’avventura a livello di semplice hobby circa dieci anni fa – racconta Massimo Versaci, uno dei due titolari di Maltus Faber, colleghi di lavoro nella vicina Centrale del latte  – Io nasco come collezionista di lattine di birra e girando l’Europa per raduni, comincio a scoprire le birre più disparate”.

    Nel 2004 i due amici promuovono la nascita dell’associazione culturale “La compagnia della birra” con l’intento di riscoprire la cultura della birra, anche in Italia. “Con la compagnia promuoviamo l’organizzazione di viaggi in Belgio, Baviera e Vallonia, per accostare il prodotto al suo territorio, corsi per imparare ad auto prodursi la birra in casa, degustazioni, fra cui le prime nel nostro paese di birre trappiste prodotte dai monaci cistercensi in Belgio, assaporate nell’abbazia quattrocentesca del Boschetto accompagnate da prodotti tipici liguri  – dice Versaci –  L’associazione assume una rilevanza nazionale, è uno stimolo per creare altre realtà e oggi siamo arrivati ad avere una newsletter di oltre 4000 persone”.

    Nel frattempo, il suo futuro socio, Fausto Marenco, inizia una piccola produzione di birra in casa, ma la cucina in breve tempo gli sta stretta ed è in basso Piemonte che trova gli spazi adatti e crea un piccolo impianto artigianale. “Dopo la partecipazione a un concorso nazionale, con 40 giudici provenienti da tutto il mondo, in cui la nostra risultò la seconda birra italiana di categoria, decidemmo di fare il grande passo e realizzare un micro birrificio”, continua Versaci.

    Il primo problema che si trovano ad affrontare è quello relativo all’impianto per la produzione. “Le aziende che commercializzano questo tipo di impianti lavorano dal macro al micro – spiega Versaci – Da impianti standard, attraverso successivi adattamenti, producono impianti di dimensioni ridotte”. Ma le esigenze cambiano a seconda della qualità del prodotto che si intende realizzare. I due soci decidono così di progettare un impianto unico ed esclusivo, in sinergia con un’azienda artigiana specializzata nella lavorazione di acciaio inox alimentare.

    Il 5 giugno 2008 nasce ufficialmente Maltus Faber. E già dall’inizio ottiene buoni risultati. La guida Slowfood 2009 li cita fra le 22 migliori birre d’Italia; nella guida 2011 due delle birre prodotte da Maltus Faber risultano fra le 55 migliori d’Italia, le uniche della Liguria. Parliamo di una birra artigianale quindi non pastorizzata né filtrata, ad alta fermentazione, una birra viva e sana, ottenuta con un processo produttivo naturale che, partendo dalle materie prime (malti, luppoli e lievito) elaborate in una ricetta, permette di ottenere un prodotto di alta qualità.

    Maltus Faber e’ un micro birrificio, non un pub e quindi non ha un suo locale di mescita.  Attualmente sono quasi 400 i micro birrifici in Italia. C’è però un’importante distinzione da fare all’interno della categoria.  “I veri micro birrifici sono quelli che si occupano esclusivamente di produzione e vendita, poi ci sono i brew pub, locali dotati di mescita e dove i clienti consumano, ed è tale la quantità smerciata, che logicamente cambia anche la metodologia di produzione – chiarisce Versaci – È un business diverso rispetto a chi come noi immobilizza il capitale. La nostra birra infatti esce in commercio dopo 3 mesi dalla produzione. Secondo me sono un 25% le aziende mosse principalmente dalla passione e che mettono al centro del loro progetto la qualità della birra. Mentre Il restante 75% si avvicina a questo mondo più per ragioni legate alla presunta facilità del business”. Negli anni ’90 le multinazionali hanno acquisito tutti i marchi per uniformare la produzione in grandi siti produttivi. Ma negli stessi anni nascono i primi pionieristici birrifici e si avvia quello che diverrà un vero e proprio rinascimento della birra.

    “Negli anni 2000 l’Italia è al 5° posto in Europa come qualità della birra – continua Versaci – Il made in Italy ha creato un business mondiale. Bisogna tenere conto però che i 400 microbirrifici rappresentano oggi solo l’1% dei consumi. C’è un’autostrada di fronte da percorrere per contrastare il monopolio della birra industriale”.

    Maltus Faber nel 2010 ha registrato un aumento del 34,9% di fatturato rispetto all’anno precedente. “Produciamo circa 50.000 bottiglie all’anno ma c’è una previsione di incremento del 20% – afferma Versaci – Nel gennaio 2011 rispetto all’anno precedente abbiamo registrato un +26%. Il trend positivo indubbiamente c’è. Il problema è che l’autostrada va gestita. Puntando sulla qualità”.

    “La nostra filosofia è ridare dignità alla birra come accompagnamento nei pasti – conclude Versaci – Crediamo molto nella trasversalità della birra come bevanda socializzante.  Ed è importante anche l’aspetto della presentazione della birra. Attraverso la degustazione e l’abbinamento con i prodotti tipici del territorio. Iniziative che proponiamo in ogni ambito dal centro sociale, al club esclusivo, senza distinzioni”. 


    Matteo Quadrone 

  • Liguria, alla scoperta dell’antico borgo di Apricale

    Liguria, alla scoperta dell’antico borgo di Apricale

    La piazza di ApricaleIl ponente ligure è una tranquilla passeggiata tra scorci di spiagge pianeggianti, interrotte da improvvisi scogli sassosi, mentre, lontano, un susseguirsi  di ampi golfi, di porti  fitti di natanti, di cittadine adagiate, come comode signore, davanti a una distesa color cobalto che, quando il cielo è terso, lascia intravedere, in fondo all’orizzonte, le prime propaggini della Corsica.

    Ma la riviera di ponente non è, certamente,  solo questo: lo dice la storia dei mille paesini della costa e dell’entroterra che aspettano solo di farsi ammirare nella loro unicità e bellezza.  Così, complice una giornata di caldo sole, ho raggiunto  Bordighera e da qui mi sono “arrampicata”, lungo la tortuosa statale della valle Nervia, fino ad Isolabona, senza dimenticare, per gli amanti del buon vino, di consigliare  una tappa d’obbligo a Dolceacqua, borgo famoso per la sua bellezza quanto per il Rossese.

    Da qui  ho continuato per la rotabile, lungo la valle del torrente Merdanzo,  fino ad una curva dove, all’improvviso, arroccato su uno sperone di roccia, ecco apparire Apricale. Non stupisce il nome, il cui toponimo “aprico” (soleggiato) la dice lunga sulla sua posizione, ubicata su quel costone ripido a un passo dal cielo. Non fatevi trarre in inganno, invece, dall’appellativo poco invitante del torrente che scorre in fondo alla valle, dovuto non ad esalazioni mefistofeliche ma al solo fatto di incunearsi in stretti anfratti, nascosti dalla fitta vegetazione. Non vi racconto la storia dell’antica Apricale, “Brigar” o “Avrigà” come si dice in ligure, la cui nascita sembra risalire all’età del bronzo, nemmeno quella dei suoi antichi signori, i conti di Ventimiglia o di quelli a cui fu ceduta, i Doria di Dolceacqua; vi voglio parlare dei suoi carruggi medievali in pietra a vista, delle ripide scalette, delle case che si intrecciano in rocamboleschi sbalzi, dei suoi arditi archi voltaici che  vi accompagnano, su, fino alla piazza principale.

    Percorrendo la salita, dove occhieggiano i colorati “murales” dipinti negli anni sessanta-settanta dalla locale comunità di artisti e rappresentanti scene di vita contadina,  si può raggiungere, in via degli Angeli, l’antico forno comunale, attivo fino agli anni quaranta, in cui esercitava il suo nobile mestiere “Giuà dei pai”, l’ultimo fornaio; potrete passare per  la portade u Carugiu Ciàn”, la meglio conservata del borgo dove troverete inciso sullo stipite “1764 fame ubique” (fame ovunque), ricordo remoto della terribile carestia di quell’anno. Oppure incunearvi nel “Carugètu”, il più angusto dei vicoli di Apricale, che misura, in alcuni punti, meno di un metro.

    In cima al colle, la piazza, la “Torracca“, unico slargo in un dedalo di viuzze, si apre su due piani, circondata dalla Chiesa Parrocchiale della Purificazione di Maria Vergine, dall’Oratorio di San Bartolomeo, dal Palazzo del Comune e dal Castello della Lucertola (già menzionato in documenti del 1902) in cui è ubicato un curioso museo che, accanto a scenografie di Luzzati, mostra cimeli del Risorgimento o Statuti Comunali risalenti al 1287.

    Archi e logge giocano con prospetti barocchi, sotto lo sguardo compassato della fontana  prerinascimentale (l’antico abbeveratoio) e del campanile cinquecentesco che fanno da scenario  a tornei di pallone elastico,  anche detto palla pugno, a manifestazioni teatrali  come quelle, ormai consuete, organizzate dal Teatro della Tosse di Genova, a  mostre di pittura e ceramica o alla tipica Sagra delle Pansarole (prima domenica di settembre). Dal giardino pensile del castello, il panorama si distende fino in fondo alla valle per poi risalire fino alle ultime case percorrendo un viaggio ideale che, passando dalla Chiesa di Santa Maria in Albis (ora Madonna degli Angeli) del XIII secolo,  si sposta poco sopra al cospetto di una sorgente, un tempo, ritenuta miracolosa per le malattie degli occhi, e prosegue per i ruderi dell’antica Chiesa romanica di San Pietro in Ento (XI secolo) e si conclude a Pian del Re, dove si trova una necropoli a tumuli sepolcrali dell’età del bronzo, il cui  tumulo più importante, originariamente composto da 10.000 pietre (ancora è visibile l’esteso perimetro  di 16 m. di diametro), era destinato ad un principe guerriero.

    ApricaleApricaleSpulciamo, ora, tra le curiosità. Cominciamo con un fatto di “noir”: Cristina Bellomo  nasce nel 1861, in una povera famiglia di contadini apricalesi. Sposata a  Giobatta Pisano detto ”Battiloso” si traferisce a Nizza,  dove rimane presto sola perché il marito, ricercato dalla polizia per la sua attività di falsario, fugge negli Usa.  Occupata come tuttofare presso il nobile Della Torre, ne diviene l’amante ed unica erede. Morto il protettore, passa la vita, tra Parigi e Pietroburgo,  tramando intrighi fino ad essere mandata a Tokyo, come spia al soldo dei sovietici. Scoperta dalla polizia giapponese, viene salvata grazie ad un abile lavoro di diplomazia e  ritorna in Russia, dove conquista l’amore dell’arciduca Sergio, fratello dello Zar. Per avere il consenso alle nozze, viene rintracciato il primo marito e fissato un incontro a porte chiuse. Dietro quei battenti si compie il dramma: la bella  Cristina è uccisa, a bastonate, dal  coniuge che, fuggito, viene trovato impiccato alla cancellata del cimitero.

    Apricalese è, anche, Giovanni Martini detto John Martin che le cronache vogliono  al servizio del 7° cavalleggieri del Generale Caster,  in qualità di trombettiere, e che si salvò, miracolosamente, dalla battaglia di Little Big Horn, solo, perché mandato a chiedere rinforzi. Non cercate, invece, il Barone Rampante (opera di Italo Calvino) ma solo il suo ontano, ubicato a circa un chilometro e mezzo dal bivio Bajardo-Perinaldo, quello che il giovane Cosimo Piovasco di Rondò, dovendo espletare i suoi bisogni, trovo sulla riva del Merdanzo,  con “ una forcella  sulla quale si poteva stare comodamente seduti”.

    Per finire in “dolcezza” non si può tralasciare di  gustare le pansarole, dolci a base di pasta, zucchero ed anice, preparati in occasione della festa patronale che vengono mangiate intingendole nello zabaglione. Da dove deriva il loro nome?  Qualcuno ipotizza che derivi da “panza” nel senso che sono rigonfie come l’epa di un obeso  ma preferisco pensare che si riferisca a una pancia normale, quella del visitatore, che si delizia  all’ombra di tanta storia.

     

     Adriana Morando

     

     

  • Progetto Ghettup casa di quartiere, inaugura Don Gallo

    Progetto Ghettup casa di quartiere, inaugura Don Gallo

    Don GalloUn progetto sociale in aiuto degli immigrati e dei soggetti disagiati del centro storico:  questo il progetto Ghettup – casa di quartiere, inaugurato da Don Gallo il 24 febbraio 2011.

    La casa di quartiere del Ghetto è una delle 5 azioni previste dal Contratto di quartiere del ghetto, ed è stata affidata, a seguito di un bando pubblico promulgato dal Municipio Genova I Centro Est, ad una rete di soggetti molto attivi sul territorio genovese, il cui capofila è la Comunità San Benedetto al Porto.

    Gli altri soggetti coinvolti nell’iniziativa sono  l’Ass. il Cesto, l’Ass. San Marcellino,la Coop. sociale La Comunità, La Coop. sociale Il Laboratorio, il Consorzio Sociale Agorà, la Coop. sociale La Lanterna, l’A.R.C.I. Genova, il Comitato provinciale A.R.C.I. Gay, l’Ass. Transgenere, l’Ass. Princesa, la U.I.S.P., l’Ass. Leonardi V-Idea, l’Ass. cinematografica progetto cine indipendente, il Progetto Melting Pot

    Il termine “Ghettup” proviene dall’ inglese “get up” che significa “alzati”; il progetto ha il fine di diminuire la situazione di degrado e di sviluppare una maggiore identità di quartiere, migliorando così la qualità delle relazioni .

    Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie alla donazione di 7 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture.

    Gli spazi utilizzati di Vico Croce Bianca 7 e 11 rosso, sono concessi in locazione dall’immobiliare pubblica Ri.GeNova e sono destinati ad offrire una gamma di servizi, sviluppati soprattutto a favore degli immigrati.

    Tra questi servizi molto importanti i corsi di alfabetizzazione, svolti nello spazio più grande: la Sala delle Culture. In uno spazio attiguo si è organizzato uno sportello di ascolto per gli abitanti italiani e stranieri del “Ghetto” e uno sportello Legale. Infine in uno spazio sottostante si è istituito un laboratorio video-multimediale.

    Dice Don Gallo riguardo al’iniziativa:«L’ immigrazione è un incontro di civiltà, non si può fermare, perché è un processo umano. L’Italia deve essere in grado di monitorare il fenomeno e di accogliere gli immigrati, ma la questione è anche europea e non ci si può tirare indietro.Noi crediamo che un nuovo mondo sia possibile».

    Nel “Ghetto” sarà  presente anche una casa di accoglienza per giovai madri, con 49 posti letto in 19 alloggi negli ultimi tre piani di un edificio che era rimasto inutilizzato.

    Infine si sono sviluppati anche momenti di animazione e mediazione per la comunità transessuale, che da sempre ha abitato il quartiere; si cerca così di risolvere i contrasti che si creano per esempio con delle comunità migranti, costruendo anche una RETE FRIENDLY che possa contribuire a diminuire i fenomeni di discriminazione.

    Sara Garau

  • Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    L’opera di deospedalizzazione dell’ospedale Frugone a Busalla è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.
    Assume i contorni di una truffa perpetrata nei confronti della popolazione della Valle Scrivia privata di un presidio importante, con la promessa di una trasformazione, mai attuata nei termini previsti e che ha portato a una totale dismissione. E poi la scandalosa vicenda del Cica, il Centro Integrato di Cura e Assistenza, un progetto accolto, seppur parzialmente, firmato dall’Assessorato regionale alla Sanità e dalla Asl 3 e incredibilmente disatteso nel silenzio delle istituzioni che perdura da fine 2008.

    BusallaA livello regionale nell’assumere l’iniziativa di chiudere l’ospedale di Busalla c’è stata la convergenza in questi anni, di tutte le forze politiche.

    La deospedalizzazione viene infatti decisa dalla giunta Biasotti, centro-destra, all’atto dell’approvazione del Piano Socio Sanitario Regionale 2003-2005 ed è  attuata a partire dal 2006 dalla giunta Burlando, centro-sinistra.

    Ma in cosa consisteva la cosiddetta “trasformazione” del presidio ospedaliero Frugone, accettata passivamente, soprattutto per ragioni di affinità politiche con la giunta di centro-sinistra, da diversi sindaci della valle, ma avversata, fin dall’inizio dal sindaco di Busalla Mario Valerio Pastorino?

    Secondo la “Proposta di organizzazione specifica della rete di cura e assistenza in valle Scrivia”, controfirmata dall’Assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo e dall’allora Direttore di Asl 3, Alessio Parodi, l’organizzazione della struttura ospedaliera Frugone avrebbe dovuto prevedere: il mantenimento di una sede di primo intervento (l’unica ancora in piedi!); la realizzazione di un reparto di cure intermedie destinato a ricevere pazienti da altri nosocomi; l’accesso al reparto di Busalla, in casi selezionati, direttamente dai Pronto Soccorso cittadini o dalla stessa struttura di primo intervento.

    Ma questo a Busalla non è mai avvenuto. “A differenza ad esempio di Levanto – ricorda il sindaco Pastorino – dove i letti delle cure intermedie sono sempre occupati proprio perché accessibili dal primo intervento”. Nella struttura di Busalla un malato anziano residente in Valle Scrivia non poteva essere ricoverato direttamente dal primo intervento, ma il reparto ospitava invece la stessa tipologia di malati, provenienti però da altre realtà locali con i conseguenti disagi per i famigliari.

    Secondo Pastorino “Se l’impegno fosse stato mantenuto i 19 posti letto delle cure intermedie sarebbero stati occupati a pieno regime nel corso dei tre anni successivi”. E così, nel maggio 2010, non avrebbero offerto al nuovo Direttore Asl 3, Renata Canini, il pretesto per chiudere il servizio, causa sottoutilizzo.

    “La realizzazione delle cure intermedie non avrebbe rappresentato la salvezza dell’ospedale”, così pensava il sindaco. E i fatti gli hanno dato ragione. L’amministrazione di Busalla, già nel 2006, capisce che per difendere quel presidio minimo, a garanzia soprattutto di quella fascia di pazienti anziani che potevano essere curati in Valle Scrivia, l’unica soluzione fosse inserire questa unità di para ricovero minimale all’interno del progetto di un grande polo riabilitativo regionale. Il progetto Centro integrato Cura e Assistenza elaborato dal comune di Busalla prevedeva infatti di collocare in quest’area territorialmente strategica un servizio di riabilitazione neuromotoria, attualmente assente in Liguria, in grado di determinare una significativa limitazione del fenomeno della migrazione extra regionale per le terapie di riabilitazione.

    La parte relativa all’ospedale Frugone non venne recepita dall’Assessorato regionale alla Sanità che, ritenendo di avere dalla sua la maggior parte dei sindaci valligiani, proseguì sulla strada della “trasformazione”. Ma nelle sue linee essenziali il progetto Cica venne accolto con una lettera dell’Assessore Claudio Montaldo al sindaco di Busalla, datata 5 gennaio 2007 e successivamente oggetto di impegno congiunto controfirmato dallo stesso sindaco e dal Direttore Asl 3, Alessio Parodi, in data 25 gennaio 2007.
    L’attuazione del progetto però (si parlava di andare a gara per fine 2007) è stata fatta cadere nei tre anni successivi  senza che mai fosse fornita una spiegazione al comune di Busalla.

    Nel frattempo l’Asl 3 ha proceduto al restauro interno dell’ex padiglione chirurgico del Frugone allo scopo di ricavare 19 posti letto a disposizione delle cure intermedie e successivamente di un’ipotetica e mai realizzata, RSA di secondo livello. Lavori costosi e inutili ai fini dell’attuazione del previsto presidio riabilitativo.

    Nel novembre 2008 viene inaugurato il corpo nuovo della struttura sanitaria Frugone, altro non è che l’ex reparto chirurgico prima lasciato in totale abbandono. Qui vengono trasferite le cure intermedie ma il Comune si dissocia da un’operazione che ritiene esclusivamente di facciata.

    Ma il progetto Cica parzialmente accolto che fine ha fatto?

    Se lo domanda anche l’amministrazione di Busalla. Da oltre due anni, nonostante le lettere indirizzate al Presidente della Regione e al Direttore della Asl 3, le istituzioni competenti hanno opposto un silenzio assordante che echeggia in tutta la Valle Scrivia.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Wifi day a Genova promosso dall’associazione Cittadini Digitali

    Wifi day a Genova promosso dall’associazione Cittadini Digitali

    Porto Antico di GenovaVenerdì 11 marzo si tiene a Genova il Wifi day, promosso dall’associazione Cittadini Digitali: una giornata nata per promuovere il wifi libero, gratuito e sicuro nella città all’ombra della Lanterna.

    Il programma della giornata prevede alle ore 11:30, presso la sala stampa di Mentelocale, al primo piano della sede di Palazzo Ducale, una conferenza stampa – dibattito dove interverranno fra gli altri l’Avvocato Guido Scorza, esperto di informatica giuridica e diritto delle nuove tecnologie, i parlamentari Tullo, Musso e Cassinelli dell’Intergruppo Parlamentare 2.0, Mauro Lattuada Presidente Asso-Wifi, Martina Pennisi di Wired la testata giornalistica che insieme a Asso-Wifi ha promosso la recente campagna delle 150 piazze wifi e l’Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Liguria Renzo Guccinelli. In questa occasione verrà presentato il programma della neonata WIFI FEDERATION cui ha aderito i Cittadini Digitali e si cercherà di far chiarezza sulle nuove norme e sull’emergenza digitale nonché sulla diffusione del wifi quale strumento di promozione della conoscenza e di crescita del territorio.

    Dalle ore 17:00 alle 18:30 il programma proseguirà in zona Darsena, all’Auditorium del Museo del Mare, (con ingresso di fronte alla struttura galleggiante dell’ Urban Lab) dove si terrà un incontro con gli artisti genovesi Enrique Balbontin, Andrea Ceccon, Filippo Gambetta e Max Manfredi, presentati da Gigi Picetti, per affrontare anche con ironia il tema del rapporto tra creatività e web.

    Concluderà la giornata l’inaugurazione dell’isola wi-fi Darsena, resa disponibile dai locali “Indarsena” e ” Fabrique” per tutta l’area circostante con l’omaggio di card wifi a tutti i partecipanti e una degustazione a prezzo speciale delle prelibatezze dei due locali.


    ORE 11.30 MENTELOCALE (Palazzo Ducale) in collaborazione con MENTELOCALE

    CONFERENZA STAMPA-DIBATTITO

    “IL CONTRIBUTO WIFI ALLA DIFFUSIONE DI INTERNET”

    presenta: Furio Truzzi vice presidente nazionale Assoutenti

    intervengono:

    Adriano Casissa, Blogger, responsabile sviluppo tecnologico Associazione Cittadini Digitali

    Roberto Cassinelli, Avvocato – Deputato fondatore dell’Intergruppo parlamentare 2.0

    Renzo Guccinelli, Assessore Regionale allo Sviluppo Economico 

    Mauro Lattuada, Presidente Assowifi

    Enrico Musso, parlamentare ligure del gruppo interparlamentare Internet 2.0

    Antonio Ornano, responsabile CIV Ascom Genova

    Martina Pennisi, rivista Wired

    Guido Scorza, Avvocato e esperto in informatica giuridica e diritto delle nuove tecnologie

    Mario Tullo, parlamentare ligure del gruppo interparlamentare Internet 2.0:

    ORE 17.00 – DARSENA in collaborazione con GALATA MUSEO DEL MARE

    INAUGURAZIONE “ISOLA DIGITALE LIGURIA WIFI-GIOVANI&WEB”

    presenta: Maria Paola Profumo presidente MUMA

    intervengono Enrique Balbontin, Andrea Ceccon, Filippo Gambetta, Max Manfredi Gigi Picetti artisti liguri

    ORE 18:30

    degustazione a prezzo speciale APERITIVO A BASE DI OSTRICHE PRESSO I LOCALI “INDARSENA” “FABRIQUE”

    Il GENOVA WIFI DAY è promosso dall’Associazione Cittadini Digitali nell’ambito dei Progetti: GIOVANI E WEB” e “LIGURIA WIFI” promossi dagli Assessorati allo Sviluppo Economico e allo Sport e Tempo Libero della Regione Liguria e CIV e PIAZZE DIGITALI” patrocinato dal Comune di Genova e dal Ministero dello Sviluppo Economico

    a tutti gli intervenuti wifi card in omaggio! Le isole digitali sono state realizzate da Vallicom srl

     

  • Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Federico Sirianni

    Federico Sirianni, cantautore genovese emigrato a Torino per amore e poi stabilitosi nel capoluogo piemontese. Racconta di essere nato in un taxi e di aver sfruttato il cuore spezzato del tassametro per farsi portare nella città vecchia…E racconta di aver raggiunto Torino con un battello a vapore disincagliato nelle paludi del Mississipi.

    Il cantautore è ancora un mestiere praticabile, una strada perseguibile per le generazioni che ti succedono, o pensi sia ormai quasi una velleità, una chimera?

    E’ un mestiere difficile, soprattutto in un periodo storico come questo. Però chi decide di scrivere per professione lo fa spinto da una sorta di “malocchio” che non gli permette di dedicarsi ad altre attività. Voglio dire, se non hai un sacro fuoco che ti muove testa, stomaco e ventricoli, non esiste alcun motivo per buttarsi in questo crepaccio, si desiste in fretta.

    Quando muovevi i primi passi fra la fine degli ’80 e i primi 90 collaboravi con Luca e Paolo, Casalino, Maifredi… Artisti genovesi che come te sgomitavano per far sentire la propria voce. Sembra che oggi in città quello spirito collaborativo tra artisti emergenti si sia un po’ perso, tanti cani sciolti distanti l’uno dall’altro… Perchè secondo te?

    Sono diversi anni ormai che non vivo più a Genova e non ho più il polso della situazione artistica. Però quel periodo lo ricordo con grande affetto, ci si trovava a casa di Marco Spiccio, medico-pianista e padre putativo di almeno un paio di generazioni di cantautori genovesi, oppure nei locali dei vicoli, dove suonare dal vivo non era una bestemmia e dove, se c’era qualcuno che si azzardava a fare una cover, veniva gettato sui bidoni dell’immondizia antistanti. Eravamo tanti, con più o meno talento, ci si confrontava a colpi di canzoni, si beveva molto. Forse i giovani cantautori genovesi bevono meno? chissà…

    Ti sei stabilito a Torino. Cosa ti ha spinto a lasciare Genova? 

    Sono andato a vivere a Torino per amore. Poi l’amore è finito ma sono rimasto perchè ho trovato una città accogliente e culturalmente viva, che ti permette di lavorare (non parliamo di New York, eh…) e, soprattutto, a differenza di Genova, non ti odia.

    Il cammino professionale di tuo padre (Vittorio Sirianni n.d.r.) credi per te sia stato un aiuto o un ostacolo nella tua crescita come cantautore?

    Mio padre fa un lavoro completamente differente. Avessi seguito le sue orme, come doveva essere nei progetti iniziali, questo aspetto avrebbe potuto forse rappresentare un problema. Devo dire che lui, come mia madre, m’è stato sempre vicino e non ha mai ostacolato il mio percorso. E, come dice il mio amico poeta Guido Catalano, “avere un figliolo che fa il cantautore o il poeta è una roba che un genitore non glielo augurerebbe al suo peggior nemico”…

    Immagina di osservarla dal mare… Genova sembra sporgersi assorta dai monti… Cosa osserva secondo te? A cosa starà mai pensando Genova?

    Pensa: “Vedi come son strani i genovesi? Più sono stronza più questi non si tolgono dal belino”.

    Gabriele Serpe

  • Luca Borzani “Questi anni sono decisivi per il futuro di Genova”

    Luca Borzani “Questi anni sono decisivi per il futuro di Genova”

    Luca BorzaniSi parla sempre di Genova come la città delle tante potenzialità inespresse. Ma quali sono queste benedette potenzialità che la città dovrebbe palesare, è perchè non vi riesce’ E’ così un azzardo pensare che genova sia oggi semplicemente una città priva di potenzialità?

    Abbiamo posto questa domanda a Luca Borzani, presidente della fondazione per la cultura di Palazzo Ducale.

    “Non credo sia possibile fare una riflessione su Genova senza allargarla al contesto nazionale. Oggi l’Italia non è tanto un paese con molte potenzialità inespresse, ma un paese segnato dall’incapacità di disegnare una credibile strategia per il suo futuro.

    Si è ridotta la competitività del sistema produttivo, scuola e università sono sempre più lontane dagli standard europei, le risorse ambientali e paesaggistiche sono prive di effettiva tutela, la disoccupazione giovanile tocca indici storici, l’economia criminale tende al controllo di intere regioni. Ci sono ovviamente grandi responsabilità delle classi dirigenti ma è l’insieme della società italiana che è malata, vecchia, senza coesione.

    Genova, come tante altre città, ha scommesso sul superamento del suo antico modello di sviluppo fondato sulla grande industria meccanico-siderurgica e il porto, investendo nell’innovazione, nella riqualificazione urbana, nei grandi contenitori culturali. Ma è pesantemente condizionata da una carenza di risorse, dall’invecchiamento della popolazione, dalla ridotta offerta di lavoro.

    Tuttavia sono convinto che Genova abbia non solo delle potenzialità, ma soprattutto specifici risultati nella ricerca, nel porto e nella cultura. E c’è la grande scommessa del Mediterraneo, la messa in relazione della città con la crescita dei paesi della sponda sud che, come dimostrano anche i drammatici avvenimenti di questi giorni, sono attraversati da un formidabile mutamento e da una crescita economica mal distribuita ma considerevole.

    Nel ruolo di cerniera tra nord e sud Genova può vivere una nuova stagione di sviluppo, e quindi veder trasformare le potenzialità in realtà. In questo senso gli anni che stiamo vivendo sono decisivi. E decisiva è la capacità o meno di rompere l’isolamento della città modernizzando il proprio impianto logistico, di aumentare l’attrattività dell’università, di perseguire le trasformazioni necessarie al porto.

    Le carte sono tutte sul tavolo. Molto spetta ai genovesi: a quanto decidono di investire, non solo finanziariamente ma anche culturalmente, per il futuro. Se permane la logica dei veti incrociati, della difesa delle rendite di posizione, degli interessi particolari è evidente che si pencolerà più verso il declino.

    Chiudersi in una realtà provinciale attenta solo al presente non permetterà di salvarci e tantomeno salverà le generazioni future. La sfida non riguarda però, anche in questo caso solo le classi dirigenti o la politica della città, riguarda tutti. Quando si capirà che il ” maniman” è l’altra faccia del non-crescere, che l’oscillare tra misteriosi eventi salvifici e l’autodenigrazione un po’ masochistica non produce nulla se non ulteriore depressione emotiva, un piccolo passo in avanti verso il domani sarà fatto da tutti. Insomma, io sono convinto che le risorse della città siano tante, si tratterà di vedere se riusciranno a entrare in gioco.”

    Matteo Quadrone