Mese: Novembre 2014

  • Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    shetland-DiIl traghetto per le Shetland partiva a mezzanotte, mancavano ancora cinque ore, dovevo passare il tempo e con me avevo solo una copia di Moby Dick rubata due giorni prima in una impolverata biblioteca di Inverness, un pacchetto di sigarette, il taccuino di viaggio e nulla che potesse calmare la mia fame. La locanda dei marinai nel porto di Kirkwall brillava nel buio come la stella cometa avvolta nel paesaggio delle Orcadi e, dalle nubi cariche d’acqua che lentamente avanzavano, a breve sarebbe scesa una pioggia incessante.
    Sembrava il pub interstellare di Star Wars, ho fatto un sorriso ebete indicando un tavolo libero e mi sono seduto con leggero imbarazzo ordinando una pinta di Guinnes, uova e patatine fritte con bacon. La tv era in bilico su una mensola di fianco ad una volpe imbalsamata, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Quella sera andava in onda il derby di Liverpool in diretta dal Goodison Park, non molti mostravano particolare interesse per l’incontro ma quei pochi sembravano pronti a scagliare bottiglie sui muri in caso di sconfitta. Davanti al caminetto acceso un uomo dalle basette folte fumava la pipa, indossava una blusa della marina che gli donava un aspetto austero e malinconico, di sicuro aveva navigato per tutta la vita ed ora faceva i conti con la nostalgia. Guardava in alto, sembrava osservare la nuvoletta dei ricordi mentre lo scoppiettio del legno si fondeva con lo sciabordio del mare ormai perennemente presente nelle sue orecchie grandi come conchiglie. La cameriera, una donna sui quarant’anni mal portati, mi ha servito la cena usando poca delicatezza ma sorridendo in maniera accomodante, una gentile concessione per un forestiero.

    shetland-tramonto-DIImprovvisamente un lampo squarciò il cielo che tuonò in maniera così forte da far tremare i bicchieri, solo la volpe imbalsamata rimase impassibile. La luce era andata via e potevo solo sentire il profumo del bacon salire dal piatto, vedevo a fatica l’ammiraglio illuminato dal fuoco del camino mentre un ubriacone faceva il verso dei fantasmi e il barman finiva di riempire una pinta di birra con una torcia in mano.
    Dopo aver indossato una cerata modello guardiano del faro, l’ammiraglio uscì nella bufera, nessuno sembrava preoccupato per lui ma quando la luce tornò fu accolta da un boato da stadio. Dopo aver spalancato la porta si tolse il cappuccio e con sguardo orgoglioso disse qualcosa interpretabile come “E luce fu…”, nel frattempo il Liverpool era passato in vantaggio e qualcuno bestemmiò per essersi perso il gol.
    Finito di mangiare mi sono avvicinato al bancone per pagare, vicino avevo un tipo che non si era accorto di nulla, beveva e mi guardava con aria inespressiva. Non conoscendo le sue intenzioni ho cercato gentilmente di entrare nelle sue grazie chiedendo se la navigazione sarebbe stata sicura con questo tempo infame. Il vento ululava come un branco di lupi affamati e l’acqua schiaffeggiava i vetri quasi a volerli rompere, lo sconosciuto diresse l’occhio verso la finestra dicendo “questo ti sembra un tempo infame ragazzo?”
    Altre domande sarebbero state superflue, ho pagato il conto e sono uscito nel buio indossando il K-way e mi sono riparato sotto la tettoia del pub. Le luci della nave immerse nel buio ricordavano un film di fantascienza, le ombre dell’equipaggio in controluce sembravano gli alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, tuttavia mi sono armato di coraggio e ho cominciato a correre con lo zaino sotto braccio entrando con il biglietto ridotto a un pezzo di carta bagnato.

    Quella sera ero uno dei pochi intrepidi passeggeri a cavalcare le onde del mare, a mezzanotte e cinque minuti siamo salpati verso le Isole Shetland, le acque erano increspate e il vento portava con se pioggia e salsedine.
    Ho sempre amato sentire sulla pelle il sapore del mare ma avevo le scarpe zuppe e il freddo entrava nelle ossa, così sono rientrato sotto coperta, non avendo la cabina mi sono dovuto cambiare gli indumenti in bagno.
    Non è stato difficile trovare posto per la notte, mi sono steso nella sala tv sotto un tavolino, il sacco a pelo umido scaldava a malapena ma ero così stanco che sono crollato sotto le note di “I shall be released” di Bob Dylan. Sognavo di essere Ismaele sulla baleniera Pequod, la voce del capitano Achab impartiva ordini sul cassero e io ero terrorizzato dal mare in tempesta, poi tutto si calmò e alle prime luci del mattino sono stato svegliato dal canto delle sirene (in realtà era Enya con “Carribean blue“, avevo ancora le cuffie nelle orecchie ma nel dormiveglia la sua voce sembrava quasi eterea).

    scozia-shetland5-DIDopo aver preso i miei effetti sono uscito sul ponte, il cielo era limpido e l’acqua di colore argenteo, brillava come cosparsa di piccoli brillanti. Fiancheggiavamo dei grossi faraglioni popolati da gabbiani e pulcinelle di mare, una balenottera saltava sul pelo dell’acqua mentre un’imbarcazione tornava dalla notte di pesca carica di pesci e grossi crostacei.
    Il paesaggio delle Shetland sembrava un dipinto a olio quella mattina, la brina risaltava il verde smeraldo dell’erba e il blu del cielo era macchiato di nuvole color perla.

    Dopo una colazione nel pub del porto di Lerwick sono salito sul bus che mi avrebbe portato dall’altra parte dell’isola, mi sembrava la maniera migliore per visitarla.
    Case costruite su isolotti di trecento metri quadri, muri a secco che separavano i giardini e viuzze sterrate dove le macchine non servivano, solo biciclette, asini e buone gambe.
    Ero seduto di fronte ad un anziano signore, aveva lo sguardo felice, mi chiese “dove vai, ragazzo?”, ho risposto “non lo so”. Il bus era arrivato al capolinea, “vieni ragazzo, se non sai dove andare, ti faccio vedere dove vivo.”
    L’ho seguito lungo una strada sterrata colorata dai fiori gialli, bianchi e puntigliosi, siamo arrivati di fronte a un piccolo cancello di legno. L’uomo mi ha invitato a bere una birra a casa sua, aveva i lineamenti di una buona persona, poteva anche essere un serial killer e la sua casa era immersa nel nulla dell’oceano, mi avrebbe potuto far sparire senza lasciare traccia, tuttavia mi sentivo tranquillo e sono entrato guardandomi attorno.

    shetland-foca-DIL’abitazione era disadorna ma accogliente, non aveva bisogno di molte cose se non della foto della moglie prematuramente scomparsa e dei tre figli ormai accasati tra Londra ed Edimburgo.
    Mi ha raccontato la sua vita come non lo faceva da molto tempo, io ho ascoltato affascinato e con sincero interesse ma allo stesso tempo distratto da quel luogo così solitario. Attraverso la finestra della sala potevo osservare il mare, una foca sembrava spiare i nostri discorsi con la testa a pelo d’acqua, lui la osserva un attimo senza dargli troppa importanza, era la routine di tutti i giorni.
    Si sa, quando sei spensierato il tempo vola, il sole freddo stava lasciando il posto alla sera pronta al suo turno quotidiano. Ci siamo salutati con un’energica stretta di mano e abbiamo scambiato gli indirizzi, una volta salito sul bus mi sono voltato, lui era sul pianerottolo di casa, con un cenno della mano mi ha fatto intendere che mi augurava buon viaggio per il mio rientro a Genova.
    Un mese più tardi ho trovato una sua lettera nella posta, era francobollata dalla Isole Shetland, mi ringraziava per averlo ascoltato e confessava che era rimasto colpito da quel ragazzo che “non sapeva dove andare”. Ci siamo scritti ancora per i tre anni successivi fino a che non ho più ricevuto risposta, lui era partito per il viaggio più lungo.

     

    Diego Arbore

  • Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    piscina-massa-nerviNella più classica delle zone Cesarini la giunta comunale ha dato il via libera alla presentazione di tre progetti preliminari per la riqualificazione di altrettante strutture sportive cittadine a un bando regionale (scaduto il 31 ottobre) che punta a distribuire circa 25 milioni di euro “avanzati” dagli ex fondi Fas. A beneficiare di questi contributi, che in minima parte potrebbero essere affiancati da qualche spicciolo messo a disposizione del Comune, potrebbero essere due storiche piscine genovesi come la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi, del cui stato di degrado abbiamo già più volte parlato sulle pagine di Era Superba. A questi si potrebbe affiancare anche una nuova sede per i galeoni delle regate storiche delle Repubbliche Marinare, che sarebbero custoditi sempre nel complesso del centro veliero di Prà ma in una struttura ad hoc. Da sottolineare come la realizzazione di tutti e tre i progetti preliminari sia stata sostanzialmente a costo zero: per il capannone del Galeone ci hanno pensato gli uffici comunali, per la Mameli il disegno è stato regalato al consorzio Utri Mare dall’architetto Marco Pesce, per la Massa la donazione è arrivata dall’architetto Luca Mazzari.

    «Non ci siamo fatti mancare nulla come amministrazione – scherza l’assessore allo Sport, Pino Boero – nel senso che appena sono arrivato mi hanno restituito le chiavi della piscina Massa. Abbiamo cercato delle soluzioni tampone per alcuni di questi impianti chiusi ormai da anni ma era necessario risolvere i problemi alla radice. Non si poteva fare un bando perché difficilmente si sarebbero trovate società disposte a investire in questo momento economico. Abbiamo dunque cercato di sfruttare la disponibilità della Regione Liguria sulla rimodulazione dei fondi Fas per gli anni 2007-2013 e naturalmente la programmazione per quelli 2014-2020 scegliendo questi progetti che chiederanno anche un esborso da parte del Comune, seppure minimale».

    Non sono riusciti a rientrare nel bando altre due strutture da tempo chiacchierate: la piscina Nico Sapio di Multedo, per cui non c’erano i tempi tecnici per giungere a un progetto neppure preliminare, e il complesso tennistico di Valletta Cambiaso, al contrario di quanto anticipato qualche mese fa dall’assessore Boero.

    Ora la palla passa alla Regione. «Non posso sapere come la Regione disporrà di queste risorse – dice Boero – ma a noi interessava dimostrare che davanti a strutture fatiscenti il Comune si è impegnato a cercare una strada sicura, seppure probabilmente non rapidissima, per avviare le riqualificazioni». E se i fondi non dovessero essere concessi? «Non voglio fare nessun piano B almeno finché qualcuno non mi deluderà sul piano A» dichiara l’assessore. «Non voglio certo dire che la Regione ci debba dare tutto e subito ma questi sono i progetti che abbiamo indicato ed è chiaro che qualcosa ci aspettiamo: se non tutto arriverà, aspetteremo il prossimo giro».

    Ma vediamo più da vicino i tre progetti in corsa per i finanziamenti.

    La piscina Massa di Nervi

    piscina-massa-nervi-2Il disegno della nuova piscina Massa, che con tutta probabilità verrà presentato ai cittadini nel corso di un incontro pubblico entro la fine del mese, prevede l’abbattimento delle gradinate che attualmente danno sull’asfalto, il rifacimento di tutti i locali interni e, soprattutto, la messa a norma della vasca che dovrebbe, quantomeno in via preliminare, allargarsi alle dimensioni regolamentari per la pallanuoto (33×20 metri con una profondità di 2 metri).

    «Purtroppo – spiega il presidente del Municipio Levante, Nerio Farinelli – non è stato possibile rendere partecipe la comunità prima della presentazione del progetto preliminare ma i tempi erano davvero molto stretti. Ottenere questi finanziamenti per noi sarebbe un grande successo perché ci abbiamo lavorato ininterrottamente da settembre anche grazie alla preziosa collaborazione dell’architetto Mazzari e del suo staff».

    L’aspetto forse più prestigioso di questo progetto è la richiesta di finanziamento per il rifacimento della pavimentazione di tutto il molo di Nervi per dare continuità alla Passeggiata Anita Garibaldi, che in questo modo arriverebbe fino al faro. E la piscina sarebbe anche un bel vedere grazie a un gioco di vetri e trasparenze, che garantirebbe appetibilità agli spazi interni pensati per convegni e altre attività non prettamente agonistiche.

    Costo complessivo: 3,5 milioni di euro, di cui 2 per la piscina e 1,5 per la riqualificazione viaria. «Si tratta di una struttura piuttosto semplice e leggera – riprende Farinelli – che si inserisce bene nel contesto del porticciolo e crea un collegamento naturale con il borgo e la passeggiata. Siamo riusciti ad avere il via libera per provare ad acchiappare i finanziamenti europei in extremis ed è una cosa che ci riempie di gioia. Peccato solo che arrivi in un momento in cui la città avrebbe bisogno di ben altri fondi su altre poste per riprendersi dall’alluvione: ma questi, purtroppo, sono finanziamenti vincolati e se non venissero spesi su queste partite sportive andrebbero persi».

    La Mameli di Voltri

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    Progetto riqualificazione Mameli di Voltri – Prospetto Est

    Altra storica piscina che potrebbe rinascere grazie all’intervento dei fondi europei è la Mameli di Voltri. Come noto, la struttura rientra nella concessione demaniale affidata al consorzio Utri Mari, una sorta di partecipata del Comune di Genova, che si occupa anche della gestione della società sportiva e della passeggiata ponentina. Il progetto di riqualificazione, realizzato dall’architetto Pesce socio del consorzio che ha chiesto l’intervento di Tursi per trasformare il disegno in realtà, prevede anche in questo caso il rifacimento integrale della vasca secondo le prescrizioni della FIN per la pallanuoto agonistica. Nuovi saranno anche gli spogliatoi dopo che le vecchie strutture erano state demolite da Autorità Portuale assieme a una desueta falegnameria. Tutta l’impiantistica interna sarà rivista per consentire un abbattimento dei costi di gestione che, tuttavia, potranno contare anche sugli introiti provenienti dalla spiaggia libera attrezzata prospiciente, anch’essa interessata dal restyling. Infine, è prevista anche l’eliminazione del “pallone” e la sua sostituzione con una copertura telescopica che consenta di fare attività al coperto in inverno (con la protezione anche di una parte delle gradinate) e all’aperto in estate.

    Piscina Mameli, Voltri«Una delle regioni per cui la pallanuoto ha perso molto del suo appeal – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è stata il suo confinamento nei mesi invernali dentro le piscine. Non a caso società storiche come la Mameli o la Sportiva Nervi sono fallite. Con questo intervento, non solo architettonico ma anche funzionale con nuove attrezzature per il riscaldamento e il filtraggio delle acque, pensiamo a far rinascere una piscina storica aperta nel 1956. Speriamo che la Regione tenga conto anche dell’alto valore sociale di un impianto sfruttato dai bambini delle scuole, dai ragazzi differentemente abili, da chi non ha grandi disponibilità economiche e dai carabinieri subacquei di Voltri».

    I costi per l’intera riqualificazione dovrebbero aggirarsi attorno ai 3,3 milioni di euro (2,5 milioni per le strutture, 830 mila euro per l’efficientamento energetico).

    I tempi di realizzazione sono comunque ancora lunghi, come ci spiega Andrea Mariani, funzionario dell’assessorato allo Sport: «Se la Regione dovesse confermare i fondi in tempi piuttosto rapidi, abbiamo previsto un cronoprogramma che attraverso le necessarie procedure a evidenza pubblica arrivi ad affidare i lavori entro la fine del 2015». I cantieri a quel punto dovrebbero durare non meno di 2 anni. «I lavori sono piuttosto complessi – ricorda Mariani – ma il progetto prevede una realizzazione per lotti progressivi in modo che l’intero complesso possa riaprire le porte ai cittadini prima di tre anni».

    La speranza per il presidente di Municipio Avvenente è di poter vedere qualcosa di concreto entro la fine del suo secondo mandato (primavera 2017): «Sarei la persona più felice del mondo se potessi vedere la fine di una serie di opere come il Por di Prà e la riqualificazione della Mameli: potrei andarmene a pescare soddisfatto».

    Prà, nuova casa per il galeone storico

    Un po’ a sorpresa il terzo progetto che potrebbe rientrare nei finanziamenti ex Fas è il rifacimento della struttura che ospita i due galeoni storici utilizzati, negli ultimi anni con scarsissimi risultati, per le regate delle Repubbliche Marinare. Le imbarcazioni sono attualmente conservate nel capannone centrale del centro veliero di Prà; tuttavia, l’area è stata concessa quest’estate alla Federazione italiana canottaggio che realizzerà il primo centro di eccellenza nazionale per giovani promesse e grandi campioni.

    «Avere atleti provenienti da ogni dove che potranno trovare strutture adeguate per fare sport è una grande opportunità per il Ponente» dice Avvenente. «Con 450 mila euro dei Por riusciremo a sistemare il campo di regata e stiamo pensando anche all’accoglienza e alla ricettività: a Villa de Mari nascerà un ostello che lavorerà in simbiosi con gli impianti sportivi della Fascia di Rispetto». Così vedere nuotare nella piscina di Prà campioni internazionali del calibro di Ryan Lochte, come successo i giorni scorsi, o vogare i futuri eredi dei fratelli Abbagnale potrebbe trasformarsi da eccezione a norma.

    Ecco allora la necessità di spostare i due galeoni in una struttura che potrebbe fungere anche come una sorta di museo o, comunque, di polo attrattivo attraverso una superficie trasparente per dare visibilità a un’attività su cui l’amministrazione vorrebbe puntare nei prossimi anni. Qui i costi sono decisamente più bassi rispetto a quelli delle altre due opere e dovrebbero aggirarsi attorno ai 460 mila euro. 

    Nico Sapio a Multedo: verso una svolta?

    multedo-degrado-piscine-sapioC’era una terza struttura a Ponente che sarebbe rientrata volentieri tra gli impianti da riqualificare attraverso i fondi europei: stiamo parlando della piscina Nico Sapio di Multedo, la cui situazione purtroppo non si è potuta sbloccare per mancanza di un vero e proprio progetto di rilancio.

    «Mia nonna – sorride amaro il presidente Avvenente – diceva sempre che per poter sperare di vincere la lotteria di Capodanno bisogna almeno comprare un biglietto. Il biglietto in questo caso è rappresentato dal progetto che per la Sapio non c’è. L’assessore Boero sta valutando se far partire un altro bando oppure ragionare sull’utilizzo polifunzionale della struttura mettendo a gara anche i campetti da calcetto e tennis, che grazie all’impegno dei volontari sono stati riaperti gratuitamente a tutti i bambini della zona».

    Voci di corridoio dicono che l’amministrazione sia sempre più orientata verso un project financing per la riqualificazione complessiva delle strutture. Accantonato il progetto di Multedo 1930 che versa in cattive acque economiche, parrebbe che un’altra grande società sportiva cittadina si sia fatta avanti per rilevare l’intero compendio sportivo: si potrebbe, dunque, tonare a parlare di addio alla piscina ma, prima, bisognerà convincere gli abitanti.

    E Valletta Cambiaso?

    Fino a qualche settimana fa sembrava che all’interno di questa infornata di fondi Fas potesse rientrare anche la riqualificazione dei campi da tennis di Valletta Cambiaso che, invece, sono rimasti fuori dal bando. Ma anche per questo progetto, assicura l’assessore Boero, le acque non sono ferme: «La riqualificazione di questi impianti probabilmente andrà avanti su altre strade: potrebbe richiedere in futuro l’intervento di fondi Fas ma non dovrebbe esserci alcuna necessità di intervento da parte del Comune perché in questo caso ci penserebbero almeno in parte i capitali privati di My Tennis, che hanno in gestione gli spazi, ed eventualmente la Federtennis».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    autobus-amt-2Pomeriggio caldo in Consiglio comunale con i lavoratori di Amt giunti sugli spalti della Sala Rossa per chiedere con forza alla giunta di annullare il ritiro dei contratti integrativi annunciato negli ultimi giorni per la salvare le casse della partecipata. “Dite alla città che non ci sono i soldi per il trasporto pubblico”, “Amt è occupata, venite ad arrestarci coi manganelli”, “Annullate il ritiro” e qualche colorito coro agli indirizzi del PD sono stati gli slogan più gettonati dai manifestanti, giunti a Palazzo Tursi dopo aver iniziato la giornata di protesta con la simbolica occupazione degli uffici dei dirigenti dell’azienda.

    Dopo una prima sospensione dei lavori consiliari per consentire un incontro tra i rappresentanti sindacali e i capigruppo, i lavoratori hanno urlato a gran voce il proprio dissenso anche nei confronti del sindaco Doria. Il quale, a microfoni spenti, perdendo un po’ del suo proverbiale aplomb, ha ribattuto a gran voce accusando i manifestanti di impedire l’approvazione di un’importante delibera con alcuni provvedimenti urgenti in favore degli alluvionati. Con senso di responsabilità, la protesta si è dunque placata per concedere all’assemblea di presentare e votare i documenti. Al termine delle operazioni, onde evitare nuove tensioni, il sindaco ha ricevuto una delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali, in privato, nei propri uffici.

    «Doria – ha spiegato al termine dell’incontro Mauro Nolaschi, segretario di Faisa Cisal – ha confermato che la disdetta non verrà ritirata e che abbiamo tre mesi di tempo per ricontrattare l’integrativo».

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    Amt e l’Agenzia regionale per il trasporto pubblico >> Qui l’approfondimento 

    Più o meno gli stessi contenuti ripetuti più tardi, sempre in privato, ai consiglieri rimasti in Sala Rossa anche termine della seduta ordinaria di Consiglio. «Il sindaco – ci ha raccontato il capogruppo Pdl, Lilli Lauro – ha spiegato che essendo la previsione dei conti di Amt per il 2015 in disavanzo, il Comune è obbligato a mettere in campo qualche azione che scongiuri il fallimento e consenta all’azienda di sopravvivere fino alla gara regionale. Se, infatti, è vero che Amt al momento non potrebbe partecipare alla gara, quantomeno il Comune potrebbe contrattare la riassunzione di tutti i dipendenti in carico al soggetto vincitore».

    In ballo, per il momento, ci sono i 36 milioni di euro (25 milioni per la parte economica + 11 per quella normativa) del contratto integrativo, che corrispondono a una cifra variabile tra i 260 e 1000 euro al mese in busta paga. Certo, come ribadito da Tursi in un comunicato inviato nella tarda mattinata di ieri, la disdetta non significa “azzerare l’integrativo ma avviare una trattativa tra azienda e sindacati per salvare Amt”. Nella stessa nota si prospetta per la partecipata il rischio di fallimento nel 2015: nel bilancio dell’anno prossimo mancherebbero circa 8-9 milioni, pari al capitale sociale dell’azienda che, se azzerato, comporterebbe l’obbligo di portare i libri in Tribunale.

    «La soluzione prospettata dal Comune – mettono in allerta i sindacati – magari consentirà di avere gli autobus ancora per il prossimo anno ma costringerà comunque l’azienda ad andare in liquidazione nel 2016 perché, se le cose restano così, non ci sono le condizioni per partecipare alla gara regionale».

    Non è neppure detto che i conti fatti da Tursi siano sufficienti per tenere in bilico il bilancio Amt, che molto contava anche sulla possibilità di recupero dell’IVA in seguito al lancio del nuovo servizio su bacino unico per cui invece si dovrà ancora aspettare. La certezza arriverà solo dopo che la conferenza Stato – Regioni avrà stabilito l’ammontare preciso dei tagli ai trasferimenti in arrivo da Roma per il 2015. Se la ricontrattazione del contratto integrativo non bastasse è possibile che Amt si trovi costretta a chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori per non incidere eccessivamente sul servizio: si torna così a parlare di blocco degli straordinari e mezz’ora in più di lavoro a parità di retribuzione, provvedimenti che già tante difficoltà avevano creato alla giunta Vincenzi.

    Qualcuno pare avere messo sul banco anche una manovra prevista dalla legge per il taglio del 50% allo stipendio dei sindacalisti: un provvedimento che, tuttavia, pare non possa essere applicato alle partecipate ma solo ai dipendenti comunali “diretti”. Al momento, comunque, si tratta solo di congetture.

    A dare fastidio ai lavoratori non è tanto il rischio di doversi ancora una volta decurtare lo stipendio, quanto il fatto che la decisione sia stata presa unilateralmente dalla giunta senza prima un tavolo di confronto: «Quando c’è stata la necessità – spiega Nolaschi – non ci siamo mai tirati indietro dalle nostre responsabilità nel trovare una soluzione che consentisse all’azienda di restare in piedi ma non si può arrivare a una decisione tale dalla sera alla mattina, mettendosi d’accordo solo con pochi intimi tra i vertici aziendale».

    La Regione latita, attenzione al Consiglio metropolitano

    Va detto che, fino al momento, nessun aiuto è arrivato dalla Regione che, anzi, ha posticipato almeno di un anno l’ormai famosa gara per l’assegnazione del servizio pubblico nel bacino unico regionale. Tanto che inizia a circolare con sempre più insistenza la voce di una possibile via d’uscita alternativa, nel medio periodo, che chiamerebbe in causa le competenze della neo-nascente Città metropolitana. Secondo voci ben informate, spetterebbero alla nuova istituzione le responsabilità sul trasporto pubblico: si potrebbe così arrivare a un anticipo sui tempi della Regione da parte del Consiglio metropolitano, lanciando un bando autonomo per la gestione del TPL nel solo bacino metropolitano, pur secondo le regole previste dalla legge regionale. Una decisione difficile che metterebbe definitivamente in crisi i già critici rapporti tra istituzioni. Molto potrebbe dipendere dal percorso che deciderà di intraprendere Roberto Levaggi, sindaco di Chiavari ma soprattutto neo coordinatore del gruppo di lavoro della Città Metropolitana su urbanistica, lavori pubblici, trasporti, viabilità e polizia provinciale.

    Intanto, la protesta nei prossimi giorni si allargherà sicuramente anche ai palazzi di Piazza De Ferrari e via D’Annunzio. Per il momento, lo stato di agitazione prosegue ed è stata confermata l’occupazione pacifica degli uffici aziendali (“occuperemo fino al 2 febbraio, se occorre” hanno urlato i lavoratori in Sala Rossa). Ancora presto, invece, per parlare di sciopero: «Non vogliamo provocare ulteriore danno ai cittadini – dice Nolaschi – già alle prese con le enormi difficoltà per rialzarsi dopo l’alluvione: per questo, lo sciopero quando ci sarà, sarà regolare». Autobus assicurati all’incirca fino a fine mese, dunque, dato che la legge prevede che intercorrano almeno 10 giorni tra lo sciopero e la definitiva rottura di una trattativa che, tuttavia, non è ancora formalmente iniziata. Nel frattempo, venerdì prossimo è convocato un incontro in Confindustria, al quale difficilmente parteciperanno i sindacati: la condizione posta dai rappresentanti dei lavoratori, infatti, è il ritiro da parte del Comune della disdetta del contratto integrativo che, al momento, non sembra essere all’orizzonte.

    Il cammino, dunque, è ancora molto incerto. Di sicuro resta soltanto che anche quest’autunno (e quest’inverno) farà molto caldo sul fronte trasporti. Ma, ormai, i genovesi ci sono abituati.

    Simone D’Ambrosio

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  • Centrali termoelettriche a carbone: è giunta l’ora del cambiamento?

    Centrali termoelettriche a carbone: è giunta l’ora del cambiamento?

    enel-energia-elettrica-DIIl gruppo Enel a metà ottobre ha annunciato l’intenzione di dismettere una ventina di centrali termoelettriche alimentate a fonti fossili (in particolare a carbone) sul territorio nazionale. Nell’attuale contesto economico, dove convivono overcapacity, una domanda in calo che non si riprenderà, e la concorrenza delle fonti rinnovabili «Alcuni impianti termoelettrici non risultano più competitivi – ha spiegato l’a.d. Enel Francesco Starace in audizione alla Commissione Industria del Senato – Parte di essi possono avere un futuro nelle rinnovabili, oppure essere soggetti a reindustrializzazione, altri vanno riprogettati come spazi urbani. Per le circa 700 persone occupate negli impianti non abbiamo nessuna criticità occupazionale, se non qualche trasferimento qua e là, saranno riallocati in altre parti dell’azienda o andranno in pensione».
    Si profila così all’orizzonte un netto cambio di passo, da parte di uno dei maggiori gruppi energetici del Paese, che sembra voler sfruttare a dovere il potenziale delle fonti pulite, finalmente riconosciute quali elementi tecnologicamente maturi, capaci di fornire un prezioso contributo per alimentare il sistema elettrico italiano, e nel contempo ridurre l’impatto ambientale dovuto alle emissioni inquinanti generate da strutture sovente vetuste o tecnicamente antiquate.

    Attualmente in Italia le centrali a carbone sono 13, di cui 3 in Liguria: la Centrale Enel di Genova – ubicata proprio sotto alla Lanterna – che sarà completamente dismessa nel 2017; e la Centrale Enel di La Spezia, che invece gode di un’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) fino al 2021. E poi c’è il caso a parte della Centrale Tirreno Power di Vado Ligure, sotto sequestro dal marzo scorso nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Savona per disastro ambientale.

    I sindacati di categoria (Cgil Filctem, Cisl Flaei , Uil Uiltec ) sono già sul piede di guerra e chiedono un tavolo dedicato al ministero dello Sviluppo economico «L’Enel è forte non solo perché distribuisce energia elettrica, ma perché la produce – ha affermato Emilio Miceli, segretario generale della Cgil Filctem – Il piano annunciato è pesante, sensazionalistico, privo di razionalità, e noi lo contrasteremo». Ma la vertenza non riguarda solo l’Enel, infatti, già da tempo le organizzazioni sindacali e Tirreno Power hanno iniziato a sottoscrivere accordi per ammortizzatori sociali nelle imprese del gruppo.

    La situazione delle centrali a carbone in Liguria: Genova chiude entro il 2017

    enel-DIRispetto alla dichiarazione dell’a.d. di Enel «Oggi non c’è alcuna nuova indicazione sulle centrali termoelettriche di Genova e La Spezia», spiega la Cgil Filctem. La centrale di La Spezia sta proseguendo l’attività secondo il rispettivo decreto di ambientalizzazione. La centrale a carbone di Genova, invece, segue il percorso di graduale dismissione definitiva entro il 2017. «I due gruppi principali sono stati chiusi (uno nel 2012, e l’altro alla fine del 2013), adesso rimane solo un gruppo che funzionerà esclusivamente in caso di bisogno».
    L’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Valeria Garotta, ha recentemente confermato «Entro fine anno Enel chiuderà anche il terzo gruppo, ma lo terrà silente fino al 2017 per poterlo riattivare, su richiesta del gestore nazionale della rete elettrica, in caso di necessità».
    L’impianto genovese, come spiegano dal sindacato «Era già sotto organico, quindi i lavoratori sono stati utilizzati per ricoprire i “buchi”, garantendo la funzionalità dell’unico gruppo rimasto in opera. Il passaggio più importante, però, avverrà nel 2017». Parliamo di 100 dipendenti diretti Enel e di circa 150-200 persone nell’indotto. Per salvaguardare l’occupazione nel capoluogo ligure «Attiveremo una serie di percorsi, sia con l’azienda sia con gli enti locali, ma gli eventuali accordi vanno stipulati a livello nazionale», chiosa la Cgil.

    La centrale Enel di La Spezia – un gruppo a carbone e due a gas, 230 dipendenti diretti, più circa 150 persone nell’indotto – è autorizzata da un’Aia, molto vincolante nei termini dell’impatto ambientale, fino al 2021. «L‘Aia prevede un programma progressivo di rientro in determinati limiti e parametri – spiega Paolo Musetti, Cgil La Spezia – L’impianto va adeguato, secondo vari step, alle riduzioni stabilite dal decreto. Comunque, alla scadenza nel 2021, l’azienda ha già manifestato l’intenzione di chiedere un’ulteriore Aia».
    Negli ultimi anni, secondo il sindacalista Musetti «A La Spezia si registra una maggiore politica di apertura, da parte dell’azienda, rispetto agli enti locali, e le associazioni di cittadini. Qui c’è un normale livello di conflittualità, si può dire fisiologico, nel rapporto tra la centrale Enel e la città. A Vado Ligure, invece, la situazione è evidentemente precipitata. Ma il problema della convivenza tra realtà produttive ed aree urbane non può mai essere risolto a discapito di uno o dell’altro soggetto coinvolto». Il ruolo del sindacato «È proprio quello di non far precipitare le cose. Lavoro e tutela della salute e dell’ambiente devono camminare insieme. Cercando di mitigare al massimo il danno. La Cgil è impegnata su questo fronte. Ogni azienda, laddove il suo insediamento genera un certo impatto, deve contribuire, insieme al resto della comunità, a sviluppare azioni per migliorare la qualità dell’ambiente. Ad esempio, nel caso di Enel, tramite l’elettrificazione delle banchine del porto. C’è già un accordo in tal senso, ma ancora non si è concretizzato (così come a Genova, nda). Insomma, c’è una serie di sinergie possibili da mettere in campo. A La Spezia qualcosa stiamo facendo. Esiste una convenzione tra Enel ed enti locali per cui l’azienda si impegna a sostenere la promozione di alcune indagini sulle ricadute sanitarie della propria produzione industriale, ad esempio l’Asl 5 condurrà uno studio epidiomeologico. Tutte iniziative che la stessa Enel contribuirà a finanziare».

    Per quanto riguarda Vado Ligure, la drammatica situazione della centrale Tirreno Power è nota. «L’impianto di Vado è il più grande, e purtroppo anche quello più problematico», sottolineano i sindacati. Tra dipendenti diretti e delle ditte d’appalto sono circa 800 i lavoratori che potrebbero perdere il posto di lavoro. L’allarme per il rischio chiusura è stato lanciato dallo stesso direttore della centrale, i cui gruppi a carbone sono sotto sequestro dal marzo scorso. «Tirreno Power ha fatto di tutto, e continuerà a fare tutto il possibile per rimettere in funzione i gruppi a carbone, ma non possiamo fare l’impossibile – ha dichiarato alcuni giorni fa il direttore della centrale, Alessandro GaglioneLe prescrizioni per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sono contraddittorie e in molti casi inapplicabili. Se non verranno modificate, nonostante l’impegno finanziario e tecnologico profuso, la centrale va verso la chiusura».
    Anche per il sindacalista Innocente Civelli, Cgil Rsu di Vado «Il piano previsto dall’Aia in pratica è impossibile da rispettare. In alcuni casi, infatti, le tempistiche si sovrappongono, e quindi tecnicamente non danno all’azienda la possibilità di portare a termine i lavori. Di solito le autorizzazioni Aia prevedono almeno un paio di step per ottemperare all’adeguamento degli impianti, ma alla Tirreno di Vado non è stata concessa tale opportunità. Adesso stiamo aspettando il prossimo 18 novembre, quando in sede di Ministero dell’Ambiente si ridiscuterà l’Aia, e capiremo se alcuni parametri impossibili da rispettare saranno modificati. In caso contrario la centrale non ripartirà».

    Lavoro e salute non in contrapposizione: riconvertire gli impianti e riqualificare i lavoratori

    Per gli ambientalisti l’annunciata dismissione di una ventina di centrali Enel alimentate a fonti fossili – e la loro auspicabile riconversione – è ovviamente una buona notizia. «Finalmente si prende atto che il settore termoelettrico segna il passo – spiega Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – In Italia eravamo già in sovrapproduzione. Nel frattempo abbiamo avuto l’affermazione delle fonti rinnovabili, che per altro sono state rallentate da incentivi venuti meno. Comunque, in alcune fasi dell’anno, abbiamo già potuto constatare come la parte prodotta da fonti energetiche pulite sia stata prevalente rispetto a quella prodotta da fonti fossili. Inoltre, Enel dispone di impianti spesso vetusti, quindi è un bene che essi siano sostituiti e magari riconvertiti».

    È questo il caso della centrale di Genova. «Enel ha rinunciato a chiedere una nuova Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) per produrre dopo il 2017 – continua Grammatico – Due gruppi sono già stati chiusi, mentre uno funzionerà solo in caso di necessità. Per ora non ci sono dati su eventuali riduzioni dell’inquinamento. Però c’è un dato oggettivo: ogni qual volta si spegne una simile unità da combustione, vedi ad esempio l’altoforno Ilva di Cornigliano, oppure la stessa Tirreno di Vado Ligure, si registra una contestuale discesa delle emissioni inquinanti».

    Ma a Genova e Vado Ligure il pericolo è rappresentato dalla presenza di parchi carbone – i cosiddetti “carbonili” – scoperti, ovvero collocati in zone esterne e all’aria aperta, con tutte le conseguenze negative del caso. «I parchi carbone scoperti sono molto pericolosi – sottolinea Grammatico – Per questo motivo vengono periodicamente bagnati. I carbonili rimarranno una criticità fin quando la centrale di Genova non sarà definitivamente chiusa». Ma in passato non sono mancati i problemi, e nel 2013 la centrale genovese è finita nel mirino della Procura con l’apertura di un fascicolo per violazioni di tipo ambientale.

    Per la centrale Tirreno Power di Vado Ligure, invece, si attende il prossimo 18 novembre, quando l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sarà ridiscussa in sede ministeriale. «Oggi l’azienda dichiara di non riuscire a rispettare le prescrizioni, ed in pratica ha ammesso la sua incapacità a fare gli investimenti necessari – continua Grammatico – La Procura, però, è stata molto chiara: o saranno realizzati gli adeguamenti necessari, oppure la centrale non riaprirà i battenti. D’altronde, dal punto di vista medico-scientifico sono evidenti i danni prodotti nei decenni scorsi».

    In prospettiva futura, secondo il presidente di Legambiente Liguria, è necessario ragionare sulla riconversione degli impianti e sulla riqualificazione dei lavoratori «Questi grandi colossi dell’energia, Enel, Tirreno Power, ecc., all’interno del loro business hanno sviluppato anche il segmento delle rinnovabili. Noi allora proponiamo di spegnere le centrali a carbone, ma nel contempo di riqualificare la manodopera, comunque dotata di conoscenze e capacità tecniche importanti che non vanno disperse. Per fare tutto ciò occorre una visione lungimirante, e la redazione di nuovi piani industriali. Adesso con Enel esiste la possibilità di imbastire un ragionamento in tal senso. Inoltre, le centrali dismesse sono spazi urbani da recuperare. Legambiente pensa che al loro posto debbano insediarsi delle attività ecosostenibili, che magari possano anche riassorbire i lavoratori precedentemente impiegati negli impianti dismessi».

     

    Matteo Quadrone

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  • Torta di Mazzini, la ricetta del dolce a base di mandorle

    Torta di Mazzini, la ricetta del dolce a base di mandorle

    Torta di MazziniUna torta alle mandorle, la preferita dal grande genovese padre degli ideali e dei movimenti repubblicani del Risorgimento che nel 1835, che dall’esilio svizzero, ne inviò la ricetta, con un’affettuosa lettera, alla madre Maria Drago.

    ” … Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste e provaste, perché a me piace assai .. .” si legge nel brano citato dal volume ‘Provincia Risorgimentale’ che pubblica anche il passo relativo agli ingredienti. Mazzini lo scrive traducendo “alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese. Pestate tre once di mandorle, altrettante di zucchero. Sbattete il succo d’un limone e due tuorli d’uovo, montate a neve gli albumi e mescolate il tutto. Unta di burro una tortiera, mettete sul fondo pasta sfoglia. sulla quale verserete il miscuglio suddetto. Zuccherare e mettere in forno”.

    Riassunto ingredienti:

    pasta sfoglia, 3 once (circa 100 gr.) di mandorle spellate, 3 once di zucchero, 1 limone, 2 uova, burro. Cottura 35-40 minuti.

  • Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    vicoli-immigrazione-d1Nell’area di via Pré l’economia illegale del capoluogo, in tutte le sue sfaccettature, ha una delle sue basi storiche, lo sanno tutti. Nell’ultimo decennio, poi, ha acquisito dimensioni rilevanti il fenomeno dei laboratori casalinghi in cui si rifiniscono vestiti contraffatti, venduti poi su bancarelle improvvisate nei luoghi di maggior afflusso turistico.
    L’approccio dominante delle istituzioni spazia dall’indifferenza agli interventi di ordine pubblico, di carattere repressivo, dei quali, quasi sempre, fanno le spese i soggetti più deboli o più facilmente identificabili con il fenomeno della contraffazione nel suo complesso, almeno dal punto di vista mediatico.
    Si legge infatti spesso di operazioni contro i “falsi”, di tolleranza zero nei confronti della contraffazione, opportunamente ispirati da comunicati ufficiali, mentre di rado vengono colpiti gli interessi di chi lucra veramente, ovvero i grossisti di vestiti ancora da rifinire, gli imprenditori che finanziano la loro produzione, e gli speculatori che spesso approfittano della situazione di precarietà di cittadini extracomunitari per proporre loro alloggi a prezzi e a condizioni inaccettabili.
    Oggi poi la crisi economica ha reso la situazione di chi vive in questa realtà ancora peggiore, come racconta un uomo che chiameremo Estephan, un sarto senegalese che sette anni fa decise di partire per l’Europa per guadagnare quel denaro che avrebbe permesso a lui e ai suoi cinque figli di aprire un allevamento di polli in Senegal.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Estephan lavora oggi in casa sua nel circuito della contraffazione: la sua mansione è quella di andare a prendere dai grossisti i capi di vestiario da rifinire, su cui applicare i marchi contraffatti. I ruoli in questo sistema sono etnicamente distribuiti: cinesi e marocchini curano rispettivamente importazione all’ingrosso e distribuzione dei semilavorati, mentre agli africani spetta la vendita al dettaglio e il lavoro di rifinitura, per il quale vengono pagati pochi euro al pezzo. I loro orari sono in massacranti, dalle 10 alle 12 ore di lavoro.

    «Sono venuto in Europa perché ora in Africa la situazione è difficile: mancano soldi e lavoro; io avrei preferito decisamente rimanere nel mio paese, ma, non trovando una maniera di mantenere me e la mia famiglia, ho pensato di andare all’estero».

    «Dalla Francia sono venuto a Genova perché nessuno mi voleva come sarto ed avevo pochi appoggi, ma una volta arrivato mi sono chiesto se veramente fossimo in Italia o se dovessi prendere un altro treno, o un aereo per arrivare veramente. Quella sera l’ho passata a dirmi che questa non poteva essere l’Italia della quale mi avevano raccontato. Le strade così strette, i palazzi così vicini, alti e spesso malandati, e poi un sacco di topi… insomma, completamente diversa da Parigi. Poi per qualche giorno sono stato presso un hotel di Via Balbi e, uscendo sulla strada, ho visto quindici senegalesi con grandi sacchi blu selle spalle. Mi hanno spiegato poi che quii senegalesi andavano a vendere vestiti contraffatti, cosa di cui in Senegal non avevo mai sentito parlare. Io però non volevo fare quel lavoro, perché sono un sarto da quando ho 18 anni, dal 1986, e non conosco altri lavori. Mai mi sarei aspettato di fare quello che faccio ora, che ti assicuro non mi piace; per fare il sarto ci vuole tempo ed esperienza, mentre applicare le etichette false è talmente facile che in due ore anche tu saresti perfettamente in grado di farlo».

    [quote]È una vita difficile, e poi quando la polizia è venuta in casa mia mi ha portato in strada come un criminale, e questa cosa mi ha fatto vergognare moltissimo.[/quote]

    «Soldi ne guadagno veramente pochi, specialmente ora dopo che per diverse volte la polizia mi ha sequestrato la macchina da cucire, che avevo dovuto comprare io. Non riesco nemmeno più a mandare denaro alla mia famiglia e spesso è un problema anche solo riuscire a pagare affitto, cibo e bollette. Se trovassi domani un lavoro normale qualsiasi non farei mai più questo lavoro schifoso dei falsi, te lo giuro».

     

    Carlo Ramoino

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak e il canto armonico. Quando la tradizione antica si fonde con la modernità

    Sainkho Namtchylak (4)Un’artista conosciuta in tutto il mondo grazie ad una voce straordinaria che ha saputo fondere magistralmente la tecnica antica del canto armonico (o bifonico) con le sonorità moderne. Sainkho Namtchylak, nata in un villaggio della Siberia meridionale ai confini con la Mongolia nell’ex-repubblica sovietica di Tuva, è una sacerdotessa orientale del canto la cui voce ha caratteristiche timbriche che la rendono unica.
    Lo scorso settembre Sainkho è stata invitata nella nostra città da Davide Ferrari per la 23esima edizione del Festival del Mediterraneo interamente dedicata alla musica femminile, si è esibita a Palazzo Ducale nella Sala del Minor Consiglio e ha stupito tutti. La sua musica è un affascinante intreccio fra il nostro tempo e le tradizioni lontane, il canto popolare siberiano e mongolico, il jazz e la musica elettronica; la voce spazia dai suoni acuti a quelli più gravi con un’estensione prodigiosa, acquista singolare intensità per improvvisi cambiamenti di vibrazioni, alterna trasparenze a toni densi e scuri.

    Sainkho Namtchylak (5)Sainkho è considerata una delle più grandi conoscitrici al mondo di canto armonico. In inglese “overtone singing”, il canto armonico è una tecnica che permette al cantante di sfruttare il tratto fra le corde vocali e la bocca per risaltare gli armonici naturali presenti nella voce e, quindi, emettere contemporaneamente due o più note diverse. La stessa tecnica che utilizzava Demetrio Statos, storica voce degli Area, e che utilizzano ancora oggi alcuni canti a tenore in Sardegna. E proprio da una citazione di Stratos iniziamo la nostra intervista…

    Demetrio Stratos sosteneva negli anni 70: “La voce è oggi nella musica un canale di trasmissione che non trasmette più nulla”. Ascoltare la tua voce ci riporta a questa affermazione… Oggi la grande industria musicale e lo strapotere della musica leggera e del “canto parlato” sono in forte crisi, sia creativa che economica. Credi che siano maturi i tempi per il diffondersi nelle masse di una maggiore coscienza e cultura musicale sia in chi ascolta che in chi crea?

    «Demetrio Stratos è uno dei migliori cantanti del ventesimo secolo. Il modo in cui è riuscito ad esplorare le possibilità della voce umana è rivoluzionario, e il suo approccio spirituale nelle sue performance vocali è stata una delle scoperte più profonde della mia vita. Alle parole di Demetrio riguardo alla musica moderna, però, non posso rispondere nulla perché è una sua affermazione; personalmente mi sento di dire che trovo nella musica vocale del passato molto più contenuto a livello musicale, di anima e sentimenti rispetto alla canzone moderna. Questo si. Eppure in tal senso l’elettronica ha aperto grandi possibilità per l’uomo e la sua musica, ma è trascorso troppo poco tempo per arrivare a conclusioni. A mio parere ci vorranno ancora 50-100 anni per poter affermare qualcosa, per tirare le prime somme, capiremo cosa davvero è servito delle nuove grandi scoperte elettroniche e cosa invece è stato inutile in ottica di una evoluzione musicale sia da parte di chi ascolta che di chi crea. Penso dunque che questo sia un’era di passaggio… Ci vuole tempo. È ancora troppo presto».

    La “forma canzone”, il classico strofa+ritornello con melodie orecchiabili e testi in rima, credi che abbia ancora qualcosa da dirci?

    «La modernità apre e modifica la tradizione, o ancora meglio possiamo dire che porta con sé nuove tradizioni. Vedremo. Bisogna dire che la cultura urbana dei nostri tempi rende possibile qualsiasi forma di scrittura musicale, non solo la forma canzone nella sua accezione più comune. Quello che è importante, qualunque sia la forma utilizzata, è mantenere l’anima nell’opera artistica per poter comunicare con chi ascolta; le canzoni sono forme brevi di storie, storie che possono essere trasmesse con la voce da anima ad anima. Quello che è certo è che, essendo più corta e più compatta rispetto alla tradizione musicale del passato, la canzone ha permesso di sviluppare in questi anni il concetto di “rapidità” nella composizione musicale, inteso come rapidità di esprimere idee attraverso le melodie, le armonie e i testi».

    Hai cantato a Genova al Festival del Mediterraneo, come ti sei trovata con il pubblico? La tua musica è lontana dalle nostre abitudini di ascolto, e tu in queste situazioni diventi “ambasciatrice” di un patrimonio culturale come quello del canto armonico… Ti ritrovi in questo ruolo?

    «Quando canto, o più in generale lavoro sulla mia voce, oppure quando racconto una storia attraverso melodie e testi, non penso al fatto di essere ambasciatrice o all’importante confronto fra culture diverse. Semplicemente canto e basta. Tutto parte da un profondo e naturalissimo bisogno di condividere con gli ascoltatori ciò che mi è stato regalato dalla natura. Non penso molto a questioni filosofiche. Sento il bisogno di cantare, di condividere le mie emozioni. Ed è bellissimo essere con un pubblico quando canto. Gli ascoltatori italiani sono molto calorosi, un pubblico melodicamente raffinato. È sempre un gran privilegio poter cantare per loro. In un’epoca in cui tutto si sta digitalizzando, i libri saranno in formato digitale, la musica, la radio, i video, tutto si sta digitalizzando, fare concerti live all’interno di luoghi acusticamente buoni ci dà l’opportunità di ricordare come dovrebbe essere una voce naturale. Spero di tornare presto a Genova e cantare di nuovo a cappella. Solamente per cantare e far volare la mia anima. Sono molto grata a Davide Ferrari che mi ha invitata. Auguro a lui e al suo progetto lunga vita, molti contatti e un buon pubblico».

    Esiste un collegamento forte fra la tradizione sciamanica e il canto armonico, aiutaci a capire meglio…

    «All’inizio il canto armonico era caratteristico della tradizione musicale buddhista. Per la musica sciamanica era invece il canto gutturale. La differenza fra il canto armonico e il canto gutturale è che il primo ha una linea melodica e armonica molto chiara, mentre il secondo è composto maggiormente da suoni, vocalizzazioni sonore, arte visivo-sonora espressa attraverso la voce. Solitamente nel canto gutturale è molto difficile notare o distinguere la linea melodica e l’armonia intese come da impostazione accademica europea/occidentale».

    Anche solo il concetto di “scrivere un brano” è diverso dai canoni della musica leggera, puoi descriverci il processo di creazione di una tua opera? Quanto è presente il concetto di improvvisazione?

    «Ogni volta per me è diverso. Non voglio annoiarmi e seguire lo stesso percorso ogni giorno. Solitamente le idee mi arrivano da incontri con cose belle che toccano la verità della vita quotidiana. Come per i testi e le poesie, anche per le canzoni mi capita spesso che mi arrivino in forma aperta, richiedendo quindi mesi, anni per farle diventare cantabili».

    Gabriele Serpe
    foto di Marcella Sabatini

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