Mese: Gennaio 2015

  • ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    giorgio-napolitano“Eraclito biasima il verso del poeta: «possa estinguersi la contesa, via dagli dei e dagli uomini». Difatti non vi sarebbe armonia se non vi fossero l’acuto e il grave, né vi sarebbero animali senza la femmina e il maschio, che sono contrari”. (Aristotele, Etica Eudemia, 1235 a 25-28)

    Talvolta i commentatori sono talmente occupati a scrivere, persi dietro il percorso dei loro stessi pensieri, da non accorgersi che i lettori non riescono a seguirli. Premesse o concetti considerati scontati, spesso non lo sono affatto: e l’incapacità di rendersi conto di questo aspetto può pregiudicare la comprensione di analisi altrimenti anche raffinate.

    Nel mio caso, non potendo contare su una grande originalità e dovendo puntare tutto sulla semplicità e la linearità d’espressione, ritenevo, se non altro, di non aver tralasciato nulla: pensavo cioè che la mia esposizione fosse magari non condivisibile, ma almeno chiara; che non occorresse preoccuparsi di definire nozioni ancora più elementari.

    Tuttavia, quando discuto con altre persone di quello che tratto nei miei articoli, mi rendo conto che spesso, alla base di un’incomprensione, sta la mancanza di un qualche concetto di base; anzi, per essere precisi, che la difficoltà a capire dipende da certe menti fini e dalla loro abilità di inquinare il dibattito pubblico con analisi complesse, allo scopo preciso di far perdere di vista delle verità semplici. (E dunque attenzione agli “esperti”: è vero che ci vuole molta competenza per trattare temi difficili; ma è anche vero che chi è competente può prendere facilmente in giro chi competente non è. La competenza non è una garanzia assoluta di affidabilità).

    Cercando di recuperare alcuni concetti fondamentali nel modo più semplice possibile, direi allora che la politica esiste grazie a due verità elementari: la prima è che c’è sempre qualcuno che cerca di fregarci; la seconda è che non esistono “buoni e cattivi”.

    Il primo punto è piuttosto scontato: lo impariamo da bambini, quando la mamma ci ricorda di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, e lo sperimentiamo da grandi, quando ad esempio l’operatore del call-center si prende il disturbo di telefonarci per farci conoscere una grande promozione riservata solo a noi. Naturalmente questo non significa che non ci siano persone di cui ci si possa fidare ad occhi chiusi:  significa solo che ci sono anche quelle che si vogliono approfittare di noi. Ed è giusto preoccuparsi di riconoscerle.

    Il secondo punto può sembrare un po’ meno scontato, anche se ci si potrebbe aspettare che, passata l’adolescenza, i più abbiano metabolizzato il lutto per il fatto che la realtà non è quella dei cartoni animati giapponesi o dei film americani più scadenti. Ma se per caso non aveste passato questa fase, dove i buoni sono sempre super-buoni e i cattivi super-cattivissimi ansiosi di distruggere ogni forma di vita nell’intero universo (evidentemente perché amano la quiete e vogliono solo essere sicuri che nessuno li disturbi); ecco, se siete ancora convinti che le cose stiano in questo modo, che la realtà non sia più complicata, ebbene non vi sto a dire di andarvi a recuperare tutta la tradizione politica e filosofica dall’illuminismo ad oggi, o di leggere un Beccaria o un Victor Hugo. Vi invito piuttosto a far caso ad un’altra cosa: che quelli che ragionano con queste categorie hanno poi interesse a pensare di essere loro stessi dalla parte giusta, mentre tutti gli altri, quelli che mostrano un orientamento diverso, che si oppongono o che la pensano diversamente, vengono messi nella parte sbagliata.

    Quelli convinti di essere i “buoni”, poi, hanno idee molto diverse tra loro di cosa sia questa presunta bontà che li rende speciali; col che si dimostra non solo che un criterio univoco non esiste, ma anche quale sia la reale funzione di questa contrapposizione: non certo l’idea filosofica di ciò che è buono e giusto, ma la contrapposizione stessa.

    Da che mondo è mondo i buoni servono per sconfiggere i cattivi, ma se la bontà e la malvagità non sono il punto in questione, allora di questo discorso non rimane che un’idea: la sconfitta dell’altro. Questa distinzione è dunque funzionale a una logica di lotta, di annichilimento dell’avversario, che viene prima delegittimato e poi abbattuto. Nella storia essa è servita sempre ad identificare un nemico, a compattare il consenso, a reprimere il dissenso o a galvanizzare le truppe – tant’è che possiamo mantenerla ancora oggi, per comodità, quando parliamo di cose o persone che è tutto sommato inevitabile contrastare (come la pederastia, il nazismo o gli assassini seriali).

    Se siamo d’accordo su questi due punti, talmente elementari che non dovrebbero suscitare molte obiezioni, allora basta metterli insieme: ne consegue che abbiamo spesso a che fare con gente che tenta di fregarci, ma che non per questo possiamo delegittimare; che non tutti quelli che perseguono fini diversi o contrari ai nostri possono essere criminalizzati. Il che comporta una conseguenza evidentemente non così banale come credevo da principio: il conflitto è una parte ineliminabile della vita sociale.

    Le persone sono diverse, perseguono obiettivi diversi e questi obiettivi spesso entrano in contrasto: questa è una cosa che non può essere eliminata da nessuna concezione della società elaborata finora, o che possa essere elaborata in futuro. I conflitti sociali – che non sono necessariamente le guerre, ma rivendicazioni per ottenere assetti favorevoli per sé – sono una parte integrante delle società umane: e la politica è lo spazio di attività dove i conflitti cercano un punto di equilibrio.

    Questo implica, però, che esistano almeno due parti con interessi diversi e legittimi. Ecco perché in passato ho polemizzato con chi sostiene che il conflitto destra-sinistra sia superato: perché questi in qualche modo immaginano una società utopica in cui non sia necessario dividersi e contrapporsi per rivendicare le proprie istanze. Per lo stesso motivo ho polemizzato anche con la destra e la sinistra che hanno dominato la scena politica italiana: perché per vent’anni e fino ad oggi hanno perseguito obiettivi politici del tutto identici.

    In questo senso Napolitano è uguale a Grillo: entrambi infatti rappresentano visioni della società nelle quali non occorre dividersi più di tanto. Per Napolitano destra e sinistra devono agire insieme per il bene del paese: e per questo motivo tende o a minimizzare le differenze, riducendole a mere “sensibilità”, o a stigmatizzarle, definendole “egoismi di parte”. Grillo, dal canto suo, pensa che la differenza principale sia quella tra il suo movimento, che difende una concezione della politica moderna, aperta e trasparente, e la vecchia politica, ancorata a una concezione antiquata, chiusa e opaca. Entrambi pensano che sia possibile fare “la cosa giusta” in senso assoluto, e che distinguere tra una “cosa di destra” e una “cosa di sinistra” sia una questione di principio assurda. Al fondo sta la concezione della politica come semplice amministrazione, comune anche ad opinionisti del calibro di Marco Travaglio.

    Nella realtà tuttavia non esiste qualcosa come “la cosa giusta”: esistono invece soluzioni più favorevoli a certi gruppi sociali o ad altri. Le cosiddette situazioni “win-win”, dove tutte le parti in gioco “vincono”, sono estremamente rare. È molto più frequente il caso in cui soluzioni favorevoli ad una parte vengano spacciate come soluzioni favorevoli a tutti. Si prenda ad esempio l’idea moderna di società orientata allo sviluppo economico, al benessere: si pensava, dopo la caduta del comunismo, che questo fosse un obiettivo sufficientemente inclusivo per superare i conflitti di classe nel nome di un interesse superiore. Ne è venuto fuori che il neo-liberismo è diventato il paradigma dello sviluppo generale e la sperequazione è aumentata paurosamente, con ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

    Con questo esempio si dimostra che è una grande ipocrisia quella di raccontare alla gente che il conflitto non esiste, che c’è sempre una soluzione che vada bene per tutti. Purtroppo le cose non sono così facili. Tuttavia accettando l’esistenza di contrapposizioni fisiologiche, come il conflitto distributivo, si può metabolizzare il problema e gestirlo: al contrario ostinarsi a negarlo serve solo a farlo deflagrare con conseguenze molto più gravi per tutte.

    Andrea Giannini

  • Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

    Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

    sicurezza-lavoro-edilizia-operai-DI
    Foto di Diego Arbore

    Mentre in Italia l’occupazione continua a calare e gli impieghi sono sempre più precari, neppure ai margini del dibattito politico compare un aspetto fondamentale, a maggior ragione in tempi di crisi e di attacco alle residue tutele dei lavoratori: la sicurezza sul lavoro.
    I controlli in materia di sicurezza del lavoro, prevenzione infortuni ed igiene sono attribuiti in via generale alle Aziende Sanitarie Locali (ASL), che li esercitano attraverso i servizi Psal – Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro. Di alcune specifiche attribuzioni sono invece titolari i servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro (controllo e verifica del rispetto delle normative che regolano i rapporti di lavoro) e le rappresentanze sindacali. Per la tutela della salute dei lavoratori, le ASL sono dotate di particolari poteri, tra i quali rientrano la prescrizione ad adempiere in caso di accertamento di contravvenzioni, ed il potere di accesso e di disposizione, cioè il potere, rispettivamente, di visitare in ogni parte ed in qualunque ora del giorno aziende, cantieri, opifici, laboratori, ecc., nonché i dormitori e refettori annessi agli stabilimenti, e di imporre al datore di lavoro un determinato comportamento, al fine di colmare eventuali vuoti normativi. Anche i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
    In tutta Italia sono meno di 2000 i tecnici della prevenzione dei servizi Psal – operatori della sicurezza sul lavoro, così come definito dal D.Lgs 758/94 (Organo di Vigilanza con qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria) – che dovrebbero garantire i controlli per la sicurezza sul lavoro nei confronti di una platea complessiva di circa 3-4 milioni di aziende. Troppo pochi per svolgere adeguatamente un compito così delicato, mentre l’importanza del loro ruolo spesso non viene riconosciuta sia all’interno delle Aziende Sanitarie Locali sia nella pianificazione regionale, come vedremo nel dettaglio per quanto concerne la Regione Liguria.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    L’unico vero organo di vigilanza in tema di sicurezza negli ambienti/luoghi di lavoro, come detto, sono i tecnici della prevenzione delle Asl, deputati a controllare aziende e cantieri tramite visite ispettive, comminare sanzioni in caso di inadempienze, comunque agendo sempre in via prioritaria a fini preventivi, piuttosto che repressivi. Agli operatori Psal è attribuita la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria.

    Il servizio Psal dell’Asl genovese denota gravi carenze di personale e di organizzazione del lavoro. «Quest’anno siamo arrivati addirittura allo sciopero del 3 aprile scorso (ma la vertenza sindacale va avanti da almeno 7 anni, nda) – spiega Vincenzo Cenzuales, tecnico della prevenzione Psal-Asl 3 di Genova, delegato del sindacato autonomo Fials) – penso che il nostro sia l’unico caso in Italia». Nel 2008 l’organico Psal contava 35 tecnici e 13 dirigenti. All’inizio del 2014 il numero dei tecnici è sceso a 29, quello dei dirigenti a 9. La Regione Liguria tra 2008 e 2009 aveva sottoscritto degli accordi con le organizzazioni sindacali (Protocollo 4 Luglio 2008, recepito dalla Delibera di Giunta 97/08; Protocollo 6 Maggio 2009, recepito dalla delibera di Giunta 722/09), assumendo dei precisi impegni in direzione del “…rafforzamento delle strutture regionali deputate allo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo sia con l’incremento degli organici, sia con iniziative continue di aggiornamento e formazione, sia con la valorizzazione delle figure professionali…”, impegni rimasti tuttora disattesi. Nel frattempo l’Asl 3 genovese ha chiesto alla Regione delle “deroghe” al blocco assunzioni, una delle quali è stata finalmente concessa nel corso del 2014 (dopo lo sciopero e l’arrivo della Costa Concordia per le operazioni di demolizione), mentre nel prossimo futuro i tecnici della prevenzione Psal dovrebbero raggiungere nuovamente quota 35 (rispetto alla richiesta dei sindacati di una dotazione organica minima pari a 40 operatori).

    Il LEA (Livello Assistenziale di Assistenza stabilito quale obiettivo dalla Regione) prevede per il servizio Psal l’obbligo di visitare almeno il 5% delle aziende presenti su territorio (parliamo di un accesso per ogni azienda). «Se da una parte il numero di infortuni e di ditte da visitare sono diminuiti a causa della crisi economica – spiega Cenzuales – dall’altra sono aumentati i cantieri da ispezionare (secondo indicazioni regionali), e ci sono state attribuite nuove competenze sulla vigilanza delle cave e sul Reach (regolamento sulle sostanze chimiche). A ciò si aggiunge la mole di lavoro per la trattazione delle comunicazioni sugli infortuni gravi che ci arrivano direttamente dall’Inail, a seguito della sottoscrizione del Protocollo Infortuni per iniziativa della Procura della Repubblica».

    La Liguria, terra di industrie pesanti, cantieri navali, porti, edilizia e agricoltura (tutte attività considerate ad alto rischio), compare in testa alle classifiche nazionali relative agli indici infortunistici sui luoghi di lavoro. Secondo i dati che siamo riusciti a visionare – numeri non ufficiali, va detto, ma risultato di comunicazioni pervenute al servizio Psal-Asl 3 da vari enti, di conseguenza sottostimati – a Genova nel 2012 gli infortuni sul lavoro denunciati sarebbero stati circa 7.000, di cui circa 2.000 gravi (ovvero con più di 40 giorni di prognosi e perciò procedibili d’ufficio). Nel 2013 il servizio Psal genovese avrebbe ispezionato circa 700 cantieri temporanei mobili (edilizia), e visitato circa 2.000 aziende, poco più del 5% di quelle presenti. La Legge prevede che, in caso di infortuni con prognosi superiore ai 40 giorni, il procedimento parta d’ufficio. Considerando come abbastanza indicativo il rapporto 2000 infortuni gravi su 7000 complessivi in un anno – dai quali vanno sottratti gli infortuni avvenuti in itinere (tragitto casa-lavoro), quelli stradali, gli infortuni che riguardano i titolari, ed altri casi limitati, in pratica poco meno del 50% – gli appena trenta tecnici della prevenzione Psal-Asl 3 dovrebbero eseguire indagini per accertare l’esistenza di eventuali responsabilità relative a circa un migliaio di casi procedibili all’anno. È del tutto evidente come ciò sia impossibile.

    I fondi provenienti dalla sanzioni non investiti per migliorare l’attività di prevenzione

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7I servizi che si occupano di sicurezza sul lavoro comminano sanzioni amministrative secondo il meccanismo previsto dal D.Lgs 758/94. Gli introiti di tali sanzioni sono rimasti a disposizione delle varie ASL – senza chiari e definiti vincoli di spesa – fino all’entrata in vigore del D.Lgs 81/08. Il comma 6 dell’articolo 13 del Decreto 81, infatti, recita: “L’importo delle somme che l’ASL, in qualità di organo di vigilanza, ammette a pagare, integra l’apposito capitolo regionale per finanziare l’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro svolta dai Dipartimenti di Prevenzione delle ASL”.
    In Liguria fino al 2010 la norma è stata ignorata, e le somme sono state totalmente incamerate dalle Asl. Eppure la Regione con la già citata delibera di Giunta 722/2009 aveva dato alcune indicazioni per promuovere l’utilizzo delle risorse da sanzioni irrogate dagli Psal quali fonti incentivanti agli operatori per svolgere attività preventive.  La delibera, secondo il sindacato Fials, contiene numerosi elementi di criticità, in primis l’indicazione: “…è altresì possibile destinare parte delle risorse al personale interno dell’ente, purché ciò… non costituisca frazione rilevante dell’ammontare del progetto”. I progetti della Asl 3, inoltre, sono criticabili perché non contengono, se non in misura modesta, indicatori di risultato. L’unico obbligo previsto è quello di effettuare le attività come prestazioni aggiuntive. «Nel concreto i progetti si riducono ad un finanziamento sostitutivo dello straordinario – sottolinea Cenzuales – Altro aspetto critico riguarda il fatto che il resto dei soldi viene investito in attrezzature (software, automobili, hardware, fonometri, ecc.) per lo più non “integranti” ma “fondanti” le normali attività. Le risorse economiche vengono così usate per comprare arredi (sedie, armadi e scrivanie) e persino indumenti e DPI (dispositivi di protezione individuale!)». In parole povere, gli addetti ai controlli se non fosse per i proventi delle multe entrerebbero loro per primi nei cantieri senza protezione…

    Per capire di quali cifre stiamo parlando ecco alcuni dati relativi all’azienda sanitaria locale genovese: nel 2011 l’Asl 3 ha versato 436.127 € e ottenuto 372.000 (di cui 144.000 per il personale interno); nel 2012 ha versato 281.882 € ottenendo 140.000 (di cui max 70.000 per il personale); nel 2013 ha versato 338.134 € e la Regione esprime la volontà di trattenere per altre incombenze le somme nel frattempo versate per l’anno 2012, mentre a novembre ai lavoratori viene addirittura ventilata la possibilità di un blocco per quattro annualità dello stanziamento dei fondi.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #57

  • La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    1Ho letto, con curiosità, l’altra sera un interessante articolo relativo ad un notissimo paesaggista italiano. Devo dire la verità, ne sono rimasto affascinato, profondamente. Non sono un neofita, ho visto i principali giardini d’Europa e del mondo. Ho letto molto, tanto gli autori inglesi (maestri nel campo) quanto gli scritti dei principali architetti italiani, qualcosa dei francesi e persino dei belgi… Ho addirittura comprato un volume sul “Landscape design” in Svezia ma devo essere onesto, ho ceduto di fronte all’impossibilità di comprensione linguistica. In un certo senso, sinora ho però solo capito di non sapere. Come opera e chi è veramente il paesaggista?

    2In fondo in tanti articoli che si sono succeduti nella nostra Rubrica non abbiamo mai definito questa figura. Ebbene leggendo quel brano e soprattutto ragionando sul tema forse ho in parte compreso. Non è un architetto, non è un artista, non è un botanico o un ingegnere, non può neppure essere definito un giardiniere. E’ un insieme di tutte queste cose, unite ad una indomita passione per il viaggio, alla sbigottita ed ingenua meraviglia di fronte allo spettacolo della Natura ed alla bizzarra fantasia dell’alchimista.

    3Il paesaggista deve possedere le doti del pittore, la sensibilità del poeta, deve capire il mondo naturale, distinguere le specie vegetali, percepire le leggi non scritte che regolano la vita delle piante… Deve essere un tipo “straordinario”, nella sua accezione di fuori dell’ordinario. Deve muoversi con sapienza tra rigide norme (architettoniche e botaniche) senza il rispetto delle quali crollerebbero i muri dei parchi, cederebbero gli argini dei torrenti, morirebbero le piante senza mai acclimatarsi, poter crescere o fiorire.

    4Deve però essere in grado di violare le regole e di sapere esattamente quando ciò deve essere fatto. Senza questo innato talento, il progetto sarebbe sterile, lineare e privo di quella aura vitale che solo la natura solitamente infonde. Il paesaggista deve rispettare il contesto ma saperlo, al tempo stesso, piegare docilmente al suo volere senza che ciò sia percepito o risulti mai percepibile. Il giardino apparirà così come parte del verde circostante, mera porzione del tutto, rispetterà il “genius loci” e, nell’impalpabile distaccarsene, lo esalterà.

    5I cespugli che sono costati ore di sapienti potature sembreranno così naturali e soltanto frutto di crescite regolari e continue. Gli alberi faranno da cortina al tutto come se fossero stati sempre lì, spuntati in basi alle casuali leggi della natura. I prati si perderanno tra i boschi, si confonderanno con i laghetti ed i ruscelli, avranno contorni smussati e si caratterizzeranno per una attenta e studiata trascuratezza. Il paesaggista deve quindi capire l’esistente, rispettarlo e sapersi imporre su di esso impercettibilmente e leggiadramente. Per questo pochi sono i progetti veramente riusciti, in cui il talento innato dell’autore spicca. A prescindere dai suoi titoli accademici. Per fare tutto questo è necessario un lungo percorso di studi, di viaggi, di curiosa visita a parchi e giardini di tutte le epoche e di tutti i paesi ma anche una lenta e profonda crescita professionale, personale ed umana. Serve acquisire una peculiare e non immediata sensibilità, un rispetto profondo per le cose e gli esseri viventi, animali e vegetali.

    Per tutti questi motivi ho conosciuto molti paesaggisti ma pochi sono effettivamente all’altezza di tale nome in quanto questi soli sanno incidere nel contesto senza cedere alla naturale tendenza di apparire e di dominare la scena. Possono spontaneamente riuscire nel non facile compito di riprodurre il paesaggio senza copiarlo. Sono in grado di esaltarlo semplicemente, attraverso sapienti e mirate variazioni sul tema.
    Come le fotografie qui riprodotte ben dimostrano forse per fare questa professione bisogna essere, al tempo stesso, innatamente poeti, avventurosi viaggiatori, artisti estrosi ed avere uno Studio, dall’apparente caotico disordine di una “wunderkammer”, simile a quello di un moderno alchimista!

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    San-Salvatore-CogornoDavanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.

    Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»

    Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».

    E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare. E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».

    Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».

    Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.

    Chiara Barbieri

  • Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Don GalloEra l’8 dicembre 1970 quando don Federico Rebora accoglieva nella canonica di San Benedetto al Porto don Andrea Gallo, allontanato da pochi mesi dalla “sua” parrocchia del Carmine. La storia della Comunità iniziava così, 44 anni fa, con una Messa: è una storia fatta di accoglienze, di vita al fianco degli ultimi, di giorni vissuti nel territorio. Un territorio che si è allargato a macchia d’olio in città, nel basso Piemonte e persino nella Repubblica Dominicana.
    Parlare e soprattutto scrivere della Comunità di San Benedetto qui, a Genova, non è mai facile. Il rischio di cadere nella solita retorica o nel ricordo di un passato che – ahinoi – non c’è più, è sempre dietro l’angolo. Ma se la Comunità, anche con qualche inevitabile zoppicatura, è riuscita a sopravvivere oltre un anno e mezzo senza il suo punto di riferimento, significa che i tanti semi lanciati lungo il cammino da don Andrea Gallo hanno trovato terreno fertile.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Nata dall’esigenza di accogliere i più reietti degli emarginati, ovvero i tossicodipendenti abbandonati nella strada da quella che allora era la nuova piaga dell’eroina, la Comunità apre ben presto le porte a chiunque bussasse in cerca di accoglienza. Quella che era una canonica diventa presto una casa. Il filo rosso era rappresentato dal lavoro: lavoro che operatori e accolti svolgevano fianco a fianco, nel tentativo di ridare dignità a chi l’aveva persa e, naturalmente, di autosostenersi dal punto di vista economico.
    Anche don Gallo nei primi anni lavorava come fattorino. A metà degli anni ’90 arrivano i fondi pubblici e la collaborazione con Asl e Sert: la Comunità può così ampliare i propri orizzonti, le proprie strutture, dal ristorante alle cascine, dalla libreria al centro di recupero di scarti alimentari fino a diventare una fucina di progettualità.

    [quote]Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse.[/quote]

    Come se la passa oggi la Comunità di San Benedetto al Porto? Ne abbiamo parlato con Domenico Chionetti, noto a tutti come “Megu”,  storico portavoce. «La Comunità è un luogo dove ci sono legami naturali, paritari, tra persone profondamente diverse tra loro: d’altronde questo è lo scopo dell’accoglienza. Al nostro interno non ci sono zizzanie, solo i normali problemi che possono derivare dall’autogestione. Ma questo esisteva anche quando c’era il Gallo, soprattutto negli ultimi anni: fino alla fine degli anni ’90 girava per tutte le strutture ed era presente a tutte le riunioni ma col passare del tempo, anche un po’ per la grande esplosione pubblica e mediatica che ha avuto, ha iniziato a smuovere le coscienze in giro per l’Italia. Ma le cose qui non potevano certo stare ferme: per questo il metodo è sempre stato quello dell’autogestione. Andrea non dava ordini: era un riferimento che noi cercavamo. Lui non dava direttive, non era un impositivo».
    L’autogestione, dunque, sembra essere lo strumento principale che ha aiutato la Comunità a sopravvivere al suo fondatore, unica via per dimostrare che don Gallo forse non aveva proprio tutti i torti nel portare avanti il suo messaggio. Quindi sono false quelle vocine che mettono un po’ in dubbio l’armonia all’interno della Comunità e la funzionalità della Comunità stessa dopo la scompare di don Gallo? «La cosa più complessa per noi, e forse quella che rischia di dare addito alle malelingue, è l’impossibilità di essere così inclusivi come lo eravamo quando c’era Andrea. La sola presenza del “Gallo” – se lo vedevi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi – ti bastava per essere corrisposto e quasi incluso nella Comunità di San Benedetto. La sua figura garantiva molta più relazione con il territorio: la vera sfida per noi è mantenere l’eredità sconfinata delle sue relazioni e questo vale più di qualsiasi struttura, qualsiasi progetto. Ed è molto difficile farlo con l’umanità che ogni giorno è sempre più sofferente e sempre più incazzata».

    Ma non vi stanca il continuo paragone tra presente e passato, tra quello che era la Comunità con don Gallo e quello che è San Benedetto oggi? «Non è tanto questo che mi stanca quanto soprattutto il peso di non riuscire ad avere quella presa di voce che prima si aveva su tantissimi temi, dalla politica alla cristianità. Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    bisagno-fereggiano-marassi-monticelliDal dopoguerra e fino al 2011 il Bisagno aveva rotto gli argini ogni ventennio, ora lo ha già fatto due volte in tre anni. Il primo torrente cittadino è una bomba ad orologeria, così come i suoi affluenti e come gli altri principali corsi d’acqua genovesi, per non parlare delle condizioni dei rii minori che scendono dalle alture, spesso terreni abbandonati e quindi maggiormente esposti al rischio frane. La situazione genovese è un’emergenza nazionale.
    Da Roma sono arrivate le prime promesse ufficiali, per ora solo parole, ma quantomeno confortanti. Nei prossimi cinque anni lo Stato, nell’ambito del Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico, si impegnerebbe a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese. E, tra le opere da finanziare, ecco comparire quello che fino a poco tempo fa era considerato un progetto “irrealizzabile”: lo scolmatore del Bisagno.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Il progetto risale al 2007 e si basa sulle stime del Piano di bacino che indicano in 1300 mc/s (metri cubi al secondo) la portata massima del torrente con tempo di ritorno di duecento anni (la stima ai tempi del fascismo che portò ai lavori di copertura fu di 500 mc/s, ndr). Attualmente il Bisagno è in grado di “resistere” fino a 700 mc/s, portata elevabile tra gli 800 e i 900 mc/s con i lavori di adeguamento idraulico dell’attuale copertura di via Brigate Partigiane.

    Lo Scolmatore del Bisagno è un canale sotterraneo di 9,5 m di diametro in grado di “sottrarre” acqua al torrente in caso di piena alzando la portata di 417 mc/s rispetto ai livelli attuali (mettendo quindi il corso d’acqua in sicurezza). La galleria, lunga quasi 7 km dal ponte Ugo Gallo (altezza Sciorba) sino ai bagni Squash in corso Italia, andrebbe anche ad intercettare le portate dei torrenti Fereggiano, Rovare e Noce (ognuno dei rii con relativa galleria di collegamento a quella principale). Costo totale 230 milioni (qui il Quadro Economico) , di cui 153 di lavori, i restanti 80 circa fra Iva, spese tecniche, indagini, collaudi ecc. «In questi giorni, avendo il Comune bandito l’appalto per la costruzione dello scolmatore del Fereggiano – spiega Simone Venturini, ingegnere idraulico, dirigente di Technital S.p.A e co-firmatario del progetto – abbiamo rivisto il computo del progetto del 2007 dal quale abbiamo stralciato le opere già inserite nel progetto definitivo dello scolmatore Fereggiano (il cui primo stralcio è in via di aggiudicazione) e abbiamo aggiornato i prezzi unitari.
    Ne deriva che l’importo residuale dei lavori (ovvero quello che resterebbe da fare, mantenendo l’opera già progettata nel 2007 senza modifiche né “alleggerimenti”) che serve per realizzare lo scolmatore del Bisagno è pari a circa 145 milioni e il finanziamento lordo si può aggirare sui 165-182 milioni circa (a seconda che lo Stato voglia applicare l’Iva al 10%, come per lo scolmatore Fereggiano andato in gara, o al 22%)».

    Come è noto, dopo gli eventi alluvionali del 2011, il Comune ha deciso di stanziare le risorse a disposizione (45 milioni) per realizzare una parte del progetto del 2007, ovvero il cosiddetto “mini-scolmatore”, la galleria di scolmo del Fereggiano (che capta le acque dell’affluente, ma non incide sulle piene del Bisagno). Una scelta che aveva attirato non poche critiche (il progetto è stato “rimandato” in un primo momento dal Consiglio nazionale dei Lavori Pubblici) principalmente per l’incertezza sulla copertura economica (i 45 milioni coprono solo il primo stralcio e lasciano fuori le opere di presa e collegamento per Rovare e Noce) e la necessità di aggiornare studi, stime e rilevazioni. Tuttavia, se davvero dovessimo assistere ad improvvise accelerazioni dell’iter per la realizzazione dello Scolmatore del Bisagno, sia la galleria che lo sbocco a mare del mini–scolmatore sarebbero perfettamente integrabili con la galleria principale. E se l’avvio dei lavori per il grande scolmatore dovesse arrivare prima di aver terminato il mini – scolmatore (dicembre 2020) «i due cantieri si integrerebbero molto bene ed anzi si ridurrebbe il disturbo all’area di spiaggia».
    La durata dei lavori per lo scolmatore Fereggiano è stimata in cinque anni, sono invece sei gli anni previsti per la realizzazione di quello del Bisagno.

     

    Gabriele Serpe

    L’articolo integrale su Era Superba #57