Mese: Gennaio 2015

  • Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    tsiprasLa vittoria di Tsipras in Grecia difficilmente porterà a cambiamenti epocali. Il motivo è sempre il solito: si può ridiscutere il problema del debito e ottenere anche qualche concessione significativa; ma non si può abolire l’austerità rimanendo nell’euro.

    L’austerità è un diktat economico che traduce un preesistente principio politico di questa unione: ogni stato si tiene i suoi debiti e ogni governo si occupa di rendere più competitivi i propri lavoratori. Non è dunque una mal intesa comprensione dei fenomeni economici, o una questione di poteri di forza all’interno dell’UE, a dar vita all’austerità e ai problemi che ne conseguono: è invece la precisa volontà politica di un gruppo di stati del nord, guidati dalla Germania, di tenersi la comodità di un cambio svalutato senza condividere l’onere di politiche sociali a sostegno del reddito (botte piena e moglie ubriaca).

    É difficile, pertanto, che un paese che conta per il 2% del PIL possa convincere il principale contribuente a trasformare l’unione monetaria in un’unione fiscale, dove il debito dovrebbe essere in comune e le aree più povere essere sussidiate da quelle più ricche. Anche qualora Tsipras minacciasse di uscire, per la Germania, che in questi anni è rientrata per gran parte degli incauti prestiti che le sue banche avevano concesso alla Grecia, non sarebbe una tragedia.

    Da questo discorso segue che il nuovo governo greco ha un potere negoziale molto basso: può decidere di seguire la strada di Hollande in Francia, vivacchiando per un po’ e lasciandosi logorare lentamente in estenuanti trattative (per poi lasciare il paese ad Alba Dorata); oppure può porre un aut-aut netto e, nel caso di un probabilissimo rifiuto, concretizzare la minaccia di portare il paese fuori dall’euro. Questa seconda eventualità, tuttavia, non è molto probabile.

    Quello che rende Tsipras tanto forte in questo momento è la sua forte legittimazione democratica: Syriza è passato in dieci anni dal 3 al 36% dei voti; il che significa che la troika non può liquidarlo troppo sbrigativamente, perché ciò equivarebbe a un tradimento della democrazia troppo manifesto. Eppure, se i nostri leader europei fossero stati troppo scrupolosi su questo punto, non saremmo neppure qui a parlare.

    La realtà è che – come ho già avuto modo di scrivere la prima volta qualche anno fa (grazie ad altri che ci erano arrivati ben prima di me) – l’intera costruzione europea si basa sul principio della sospensione della democrazia come metodo di governo (un concetto esplicitamente teorizzato dai suoi stessi fondatori). Non per niente negli ultimi anni le nostre illuminate élite politiche hanno fatto di tutto per ignorare i voti contro l’austerità che si sono registrati in giro per il continente. La cosa è talmente grave che ne ha scritto recentemente anche il nobel all’economia Joseph Stiglitz:

    [quote]Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino».[/quote]

    Tsipras non dovrebbe fare molto affidamento sul rispetto che la troika può avere per il volere popolare; mentre all’opposto potrebbe far leva proprio su questo deficit per presentarsi come il contraltare di un’Europa centralizzata, distante e tecnocratica. Ma anche così difficilmente cambierà qualcosa in fase negoziale, dove in fin dei conti il legittimo rappresentante dei greci conta come tutti gli altri rappresentanti. In questa contesa a contare davvero sarà il peso contrattuale, che per la Grecia è, come detto, quasi nullo. Inoltre, se a quel punto il leader di Syriza decidesse di portare il suo paese fuori dall’euro, perderebbe ipso facto quella stessa legittimazione democratica che era stata la sua forza, perché dovrebbe fare al proprio popolo esattemente quello che aveva promesso di non fare.

    Non è solo una questione d’immagine: è una questione sostanziale. Basti considerare come sia cambiata la vita di Renzi quando la sua narrazione modernista, europeista e liberista ha portato il PD sopra il 40%: da allora il dissenso interno si è sopito e una riforma così poco di sinistra come il job act è diventata realtà. Questo dimostra che il potere, in democrazia, si concentra ancora là dove si sanno raccogoliere i voti.

    Tsipras ha vinto con un campagna elettorale incentrata sul problema del debito pubblico e sulla necessità di restare in Europa, dimostrando così che in questo momento sono questi i punti sensibili dell’elettorato: dal che deriva anche, però, che rimangiarseli produrrebbe l’unico effetto di far precipitare il consenso di Syriza. Ci vuole tempo per abituare gli elettori a cambiare opinione: e un’uscita unilaterale non ne lascia molto. Il paese è già disastrato, i partner reagirebbero con ostilità e i contraccolpi dei mercati sarebbero vertiginosi: tutte queste turbolenze cadrebbero interamente sul capo del governo Tsipras, che, vittima delle sue stesse parole, pagherebbe un prezzo politico salato, prima di avere il tempo di raccoglierne i frutti. Solo il desiderio di commettere un suicidio politico potrebbe spingere il leader greco a compiere un simile gesto.

    Ecco perché la legittimazione democratica, che è la forza di Tsipras, non basta: perché è inutile in fase negoziale, ed è addirittura un’arma a doppio taglio per chi ha escluso che il suo paese lascerà l’euro. L’Europa può dunque limitarsi a trattare il nuovo capo di governo con il rispetto dovuto, senza per questo doversi aprire a concessioni troppo larghe. Per assistere ad una vittoria della democrazia contro la tecnocrazia – temo – si dovrà aspettare ancora: almeno fino al giorno in cui un politico non si decida a trattare il suo popolo da adulto, preoccupandosi di dire non solo quello che porta consenso, ma anche, banalmente, la verità.

    Andrea Giannini

  • Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoTornato in auge in periodo di campagna elettorale per le regionali, il progetto del Nuovo Ospedale Galliera in questi giorni sta facendo parlare di sé sulle pagine della stampa locale e nei palazzi di piazza De Ferrari e via Garibaldi. Ieri pomeriggio a Tursi l’argomento è stato tirato in ballo dalla consigliera Clizia Nicolella nel corso di un’interrogazione a risposta immediata che ha preceduto, come di consueto, la seduta ordinaria di Consiglio comunale. «Sui giornali è apparsa la notizia che l’unico ostacolo all’approvazione definitiva del progetto sia da attribuire alle consuete lentezze delle pratiche burocratiche comunali ma a noi risulta, invece, che le mancanze vadano imputate alla Regione» ha detto la rappresentante di Lista Doria.

    Tre gli elementi che mancano affinché la palla possa definitivamente passare al Comune: una convenzione Tursi-Galliera che metta nero su bianco gli oneri urbanistici collegati al cambiamento di destinazione d’uso di alcuni plessi da ospedalieri (tra cui l’attuale pronto soccorso e alcuni laboratori) a residenziali, che aumenterà del 10% la superficie abitativa di Carignano e servirà a coprire la sostenibilità economica del progetto; l’accordo di programma riguardante la riqualificazione degli spazi ospedalieri esistenti (l’attuale edificio dell’ospedale Galliera) e l’allestimento di quelli nuovi; un accordo Stato-Regione che stabilisca i finanziamenti necessari all’intera opera, sulla cui copertura economica la Corte dei Conti ha manifestato più volte seri dubbi.

    «È proprio qui – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – che stanno le gambe corte rispetto alle bugie che vengono dette dalla Regione: l’accordo tra governo e Regione non è ancora stato firmato perché i finanziamenti per l’opera non ci sono o comunque non sono ancora chiari. È stato lo stesso assessore regionale Montaldo a confermarmelo il 22 gennaio a Roma, all’uscita da un infruttuoso incontro al Ministero».

    E se non bastassero le difficoltà economiche, a mancare sembra essere anche una più precisa programmazione strategica: «Non esiste – accusa Bernini – un piano sanitario regionale all’interno del quale venga legittimata la necessità dell’intervento sul Galliera. È indispensabile che la Regione chiarisca definitivamente la riorganizzazione dei plessi ospedalieri e delle piastre sanitarie territoriali, quantomeno per quanto riguarda l’Asl 3 genovese».

    Solo dopo che saranno messi a posto tutti questi tasselli si potrà procedere con l’iter urbanistico del progetto che riguarda direttamente il Comune. «In realtà – puntualizza il vicesindaco – ci sarebbe ancora un buco da riempiere: è nell’aria, infatti, una nuova versione del progetto per la riqualificazione del Galliera meno impattante rispetto a quella presentata al Comune e fortemente contestata dai cittadini. Ma agli uffici di Urbanistica, checché venga annunciato dalla Regione, non è ancora stato presentato nulla a riguardo».

    Ecco allora che il nuovo Puc, in cui la realizzazione del nuovo Galliera, o Galliera bis che dir si voglia, è prevista all’interno di un cosiddetto ambito speciale, fa riferimento esclusivamente alla fattibilità del primo progetto presentato. Prima che gli uffici di Urbanistica e, di conseguenza, il Consiglio comunale, si possano esprimere sulla fattibilità del nuovo progetto è necessario che la Regione riempa tutti i buchi e invii le carte a Tursi.

    Con un quadro ancora così ampiamente incerto, è impensabile fare una previsione sui tempi di realizzazione dei nuovi edifici. «Visto che ci sono ancora tutti questi buchi – commenta la consigliera Nicolella – mi auguro che il via libera del Comune dal punto di vista urbanistico a quest’opera (il riferimento è all’ambito speciale inserito nel nuovo Puc che dovrebbe essere votato a breve in Sala Rossa, ndr) sia subordinato alla presentazione da parte della Regione di elementi reali. Il Comune, infatti, e in particolar modo il sindaco sono chiamati a tutelare l’equo accesso alle cure per tutti i cittadini».

    La sensazione che da piazza De Ferrari, soprattutto in tema sanitario, si stia facendo parecchia campagna elettorale è forte. La dimostrazione arriva anche da un’altra delicata situazione che riguarda l’ospedale di Ponente: «A maggio dello scorso anno – ricorda Bernini – l’assessore regionale Montaldo aveva annunciato lo studio di fattibilità dell’opera nelle due aree in ballottaggio di Erzelli e Villa Bombrini. Eppure, finora, al Comune non è arrivato nulla di ufficiale».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    GenovaLa settima arte ama Genova, da sempre. Negli ultimi anni il capoluogo ligure ha ospitato soprattutto spot pubblicitari e riprese televisive, ma è proprio attraverso il cinema che la città, probabilmente anche oltre le intenzioni dei vari registi, ha spesso assunto un ruolo da protagonista, trasformandosi da semplice quinta scenica a vera diva della storia.
    Non vogliamo elencare qui tutti i film che sono stati girati a Genova, abbiamo scelto quelle pellicole dove a nostro giudizio la nostra città è riuscita a dare il meglio di sé. E, in questo senso, non si può che partire citando il meraviglioso Le Mura di Malapaga del 1949, film con il quale il regista René Clement vinse a Cannes e guadagnò l’Oscar Onorario nel 1950 come miglior film straniero (le attuali categorie furono introdotte solo nel 1956).
    Questa pellicola, solitamente trasmessa ad orari impossibili sulle reti minori delle tivù generaliste, si può ora fruire più facilmente grazie alla rete, e ci mostra struggenti immagini di una Genova che fu. Il film fu girato intorno alle attuali Piazza Cavour, via del Colle, Sottoripa; le Mura del titolo in realtà appaiono raramente, ma poiché erano il luogo dove anticamente venivano incatenati e lasciati a patire fame, sete e freddo all’aperto coloro che non onoravano i propri debiti, hanno una valenza fortemente evocativa rispetto alla trama.
    Vedere Jean Gabin che, in uno splendido bianco e nero, si aggira lungo i negozietti di Sottoripa, percorre i vicoli fino alla bettola dove incontrerà Marta (una dolente Isa Miranda che vinse a Cannes come attrice protagonista), ci fa inevitabilmente riflettere su quanto abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi, e su quello che non potremo più vedere. La scelta della location genovese del film pare si debba allo sceneggiatore, Alfredo Guarini, marito di Isa Miranda nato a Sestri Ponente.

    una-voglia-da-morire-img-87247Da un film pluripremiato ad uno volutamente dimenticato: Una voglia da morire, film del 1965 di Duccio Tessari con Raf Vallone e Annie Girardot, una commedia con tinte gialle dove si racconta di una coppia di amiche, signore dell’alta borghesia milanese, che, in vacanza ad Arenzano, decidono quasi per gioco di prostituirsi con i camionisti di passaggio sulla statale. In questo caso la nostra regione, luogo del delitto, risulta più evocata che mostrata: in ogni caso la pellicola fu sequestrata ed il regista denunciato per oscenità; solo due anni dopo caddero le accuse, ma il film non ebbe più alcuna visibilità e della bobina risulterebbero sopravvissute solo due copie.

    In quegli anni la nostra città non era certo in gran spolvero dal punto di vista turistico. Incerta sul come ricostruire il complesso di Madre di Dio, il Carlo Felice ed il Porto Antico, stretta fra gli Anni di Piombo che erano già iniziati ed un ruolo industriale sempre più arduo da sostenere, vede i set spostarsi verso il Ponente cittadino: Cornigliano ed il gasometro dell’Italsider (abbattuto nel 2007) sono i protagonisti di molte scene clou del B-movie Mark il poliziotto spara per primo del 1975, con sparatorie, inseguimenti e l’allora divo dei fotoromanzi Franco Gasparri che sgommava a bordo di una Lancia per le vie del quartiere.

    Padre-e-figlio-Placido-Campa-1994Il gasometro sarà poi ancora la location all’ombra della quale si dipana la vicenda di Padre e Figlio, il film del 1994 di Pasquale Pozzessere, dove un padre (Michele Placido) portuale a Genova, deve affrontare il figlio, Stefano Dionisi, che rientrando dal servizio militare (altra cosa smantellata, al pari dell’ Italsider) non ha alcuna intenzione di ereditare il lavoro del padre preferendo vivere di espedienti e sognare la fuga, in qualsiasi modo riesca ad ottenerla.
    Qui abbiamo riprese del quartiere mentre il ragazzo vaga rabbiosamente in moto, soffocato fra acciaierie e Stazione merci , ed attraverso lo scontro generazionale viene offerto il ritratto di una città che sa perfettamente di non poter proporre il vecchio modello di economia statalista ma è incapace di trovarne uno nuovo, così che, vent’anni dopo, siamo ancora tutti intorno al capezzale della capacità produttiva di Genova.

    Ma se molto incerto è il cammino industriale e commerciale, molto più spedito, per fortuna, è stato quello culturale ed ambientale. Pur fra mille passi falsi, partenze in salita e dubbi, dalle Colombiadi del 1992 in poi l’attrattiva turistica di Genova si è sviluppata quasi senza che i cittadini se ne rendessero conto. Grazie poi alla costituzione, nel 1999, della Genova Liguria Film Commission, Fondazione creata da Regione Liguria, Comune di Genova ed altre realtà territoriali liguri, che ha come scopo il marketing territoriale, la produzione audiovisiva è letteralmente esplosa nel nostro territorio. Non solo: prima della GLFC esisteva la Italian Riviera Alpi del mare Film Commission, sulla falsariga dell’esempio americano e fra le prime ad essere attive in Liguria; lo scopo, oltre a promuovere il territorio, è anche facilitare l’ottenimento di permessi, autorizzazioni, collaborazioni da parte di privati per concedere i propri beni durante le riprese.

    giorni-nuvole-albanese-buyGrazie a questa preziosa sinergia fra privati, enti locali ed operatori si sono arrivate in città, solo per rimanere al cinema, nel 2004 Agata e la tempesta del regista Silvio Soldini, che poi, innamorato della magia del luogo, nel 2007 ambienterà qui anche Giorni e nuvole, con Margherita Buy e Antonio Albanese.
    Fra queste due pellicole c’è la produzione internazionale del film Genova di Michael Winterbottom, che vede Colin Firth (Premio Oscar per Il discorso del Re nel 2011) nella parte del vedovo che, arrivato in città con le due figlie, proprio da Genova prova ad iniziare una nuova vita dopo il lutto.

    In queste ultime produzioni la città, con le due riviere, vengono inevitabilmente messe in bell’evidenza; non a caso si sono anche moltiplicati spot pubblicitari, videoclip e serie televisive ambientate fra il Porto (una delle viste più gettonate, spesso dal mare ma anche dalla Spianata) i vicoli e Corso Italia.

    A partire dal 2010, poi, tutte queste produzioni possono contare sul Cineporto, la palazzina ex- Italsider, di fronte all’altoforno, integrata con la non distante Villa Bombrini, dove Genova Liguria Film Commission ha la propria sede.  E tutto questo, oltre all’indubbio ritorno di immagine per la nostra Regione, rappresenta un giro di affari di tutto rispetto: l’area ospita infatti 44 piccole imprese e diversi studi professionali con un centinaio di persone occupate ed un indotto in costante crescita (dati maggio 2014).
    È addirittura di questi giorni l’uscita di un bando che per la prima volta mira a sostenere le piccole produzioni audiovisive locali, istituito proprio dalla Genova Liguria Film Commission: l’iniziativa si chiama Sarabando (sic) e resterà aperta fino al 30 gennaio 2015.

    Insomma, qualcosa si muove e, sia pure in minima parte, prova a rimediare ai numerosi danni causati da una crisi feroce che a Genova ha forse mietuto più vittime che altrove.
    Perché se è pur vero che oggi con la cultura non si mangia, a volte però qualche pranzetto aiuta a prepararlo.

    Bruna Taravello

  • La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    trebah_gunneraSempre in tema di piante poco note o inusuali, questa settimana parleremo della Gunnera. Questo genere appartiene alla famiglia delle Gunneraceae che comprende numerose varietà, principalmente provenienti dal Sud America o comunque da aree del pianeta a clima subtropicale. Ne esistono in natura tipologie di piccole dimensioni ma la Gunnera è nota proprio per essere pianta dal portamento imponente.

    Vi sono infatti cespi che producono foglie, su di uno stelo alto svariate decine di centimetri, che possono raggiungere i tre metri di larghezza e persino i nove di lunghezza. Le Gunnere fioriscono poi in modo altrettanto incredibile. Dal centro del cespuglio, spuntano infatti numerose pannocchie di grandi dimensioni, di colori verde, giallastro bruciato. Le foglie, dal colore intenso, sono profondamente incise, dal margine dentellato e talvolta presentano, nella pagina inferiore, sorte di spine flessuose e molli.

    gunnera2La Gunnera dà il suo meglio in terreni ricchi, fertili e profondi, preferibilmente in zone soleggiate o a mezz’ombra. Il suolo deve essere poi estremamente umido, specie nei periodi caldi o d’estate. Il cespuglio cresce in modo particolarmente soddisfacente soprattutto a ridosso dei corsi d’acqua e dei laghetti, sulla cui superficie le foglie si riflettono con effetti estetici di grande impatto visivo.

    leavesDato che la pianta proviene dalle aree subtropicali del pianeta, potrà essere coltivata dove il clima non sia troppo rigido e non vi siano forti gelate invernali. In autunno, si consiglia comunque una spessa pacciamatura (ossia coprire il terreno con resti organici per proteggere le piante) con foglie (anche le stesse della pianta, una volta essicate), da rimuovere in primavera non appena sarà passato il periodo delle gelate.

    Tra le molte esistenti, ci limitiamo qui a citare due varietà: la Gunnera Manicata e la Gunnera Tinctoria. La prima è spontanea in Brasile, dove cresce, grandiosa, lungo i corsi d’acqua. Le foglie, per le quali viene principalmente coltivata, raggiungono infatti i due metri di altezza ed i tre di larghezza. È anche nota come “Rabarbaro Gigante”, per la somiglianza con quest’ultimo. Si può trovare però, di frequente, sull’isola scozzese di Arran, dove le foglie vengono persino raccolte per essere impiegate come ombrelli per proteggersi dalla pioggia.

    gunnera1La seconda varietà proviene dal Sud America (in particolare dal Cile e dall’Argentina), dove prospera come pianta perenne. Cresce fino a due metri di altezza, in prossimità di laghi e fiumi. Le foglie ed i gambi della Gunnera Tincitoria sono commestibili, consumati nelle zone di origine sia freschi che nella produzione di marmellate e liquori.
    A differenza di altri paesi, la Gunnera è poco diffusa e conosciuta in Italia. Ne sono stati impiantati, nel tempo, alcuni gruppi in parchi e giardini storici e specie nel Nord ma è da noi quasi una rarità. Più presente in Gran Bretagna, anche nel freddo Nord del paese, dove però prospera grazie alla tiepida Corrente del Golfo. Ne ho viste di impressionanti e rigogliosissime persino in alcuni giardini scozzesi, in prossimità di laghetti ed in contrasto a turriti manieri medioevali. Un abbinamento curioso ed apparentemente poco usuale (ma da sempre praticato nel Regno Unito) che lascia, senza dubbio, colpito l’osservatore, spesso ignaro dell’esistenza di un simile “gigante” verde tropicale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Nuovo Piano Urbanistico comunale, Sistema del Verde: regole, classificazioni, edificabilità

    Nuovo Piano Urbanistico comunale, Sistema del Verde: regole, classificazioni, edificabilità

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteIl Comune di Genova non ha un Piano del verde. Ciò non significa, tuttavia, che la gestione di alberi, aiuole, giardini e parchi venga lasciata al caso. Almeno sulla carta. Il nuovo Piano Urbanistico, infatti, guarda con molta attenzione e interesse al sistema del verde cittadino, sia esso in aree pubbliche che private, alla sua conservazione e valorizzazione. A confermarlo è il vicesindaco Stefano Bernini che, in qualità di assessore all’Urbanistica, ha seguito pedissequamente l’iter dello strumento chiave per la programmazione urbanistica della città negli anni a venire. «Nel nuovo Puc – spiega Bernini – sono presenti diverse linee guida piuttosto precise per la pianificazione del verde in città, che già nel ciclo amministrativo precedente erano state stilate dall’assessore Montanari proprio in ottica della realizzazione di un Piano del verde». Gli uffici del settore paesaggistico hanno dunque predisposto un particolareggiato cartografico in cui vengono messi in luce i parchi pubblici in tutto l’ambito comunale. Al loro fianco, soprattutto nei Municipi in cui il verde pubblico non è una realtà così presente, sono state indicate come degne di valorizzazione anche aree verdi private per le particolari caratteristiche paesaggistico-ambientali e per le essenze di pregio presenti da cui derivano anche gli indirizzi di valorizzazione e manutenzione per i proprietari delle stesse.

    linea-verde-puc
    La “linea verde” di Renzo Piano

    Un processo ereditato fin dai primi affreschi di Piano, quando iniziò a scolpirsi nella mente dei genovesi il concetto di Linea Verde (assieme a quella Blu) che rappresenta la demarcazione tra città costruita e ambiente verde di contesto, come quasi a delimitare i confini naturali della città scorta dal mare. La linea verde rappresenta allora un confine naturale oltre al quale la città non deve espandersi sotto il profilo insediativo che invece deve concentrarsi in aree produttive urbane all’interno del costruito e potenzialmente riconvertibili, che gli uffici comunali hanno stimato disponibili per circa 293 ettari. Ecco la famosa parola d’ordine di vincenziana memoria di “costruire sul costruito”. Ma ciò che a noi interessa, quantomeno in questa sede, è tutto ciò che sta oltre e attorno al costruito. Il verde della nostra città, dai grandi parchi alle aree verdi minori, dalle aree pubbliche a quelle private, è stato sottoposto negli ultimi anni a un’intensa usura, che sovente ne ha ridotto le stesse funzioni ecologiche e in alcuni casi ne ha ostacolato la stessa sopravvivenza.

    Nel nuovo Puc, allora, il verde urbano ed extraurbano è diventato un valore da tutelare non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche per il miglioramento di qualità della vita: le aree naturali e agricole devono, dunque, essere salvaguardate con particolare attenzione in considerazione anche dell’estrema fragilità del territorio che deve tornare il più possibile a una situazione di equilibrio attraverso la promozione dei fondi agricoli, l’inversione della deantropizzazione delle zone rurali e il presidio constante del territorio stesso.
    Sulla questione delle aree extraurbane (che coprono circa il 78% del territorio comunale), in particolare, si è mossa l’attività di numerose associazioni tra cui Salviamo il Paesaggio e Legambiente che in accordo con l’Università hanno presentato corpose osservazioni al progetto preliminare del Puc. «Grazie anche alla sensibilizzazione della cittadinanza – ci racconta Stefano Chellini della Rete ligure per l’altra economia – e alla raccolta di firme sfociate con diverse audizione in Commissione Territorio del Consiglio comunale siamo riusciti a ottenere la cancellazione della possibilità di edificare nuove case in aree agricole da parte di chi non è agricoltore. Se questa norma fosse rimasta all’interno del Puc, in un certo qual modo si sarebbe incentivato l’abbandono dei terreni agricoli in quanto il sottoutilizzo li avrebbe resi molto più appetibili per speculazioni edilizie piuttosto che per la coltivazione. Ciononostante – prosegue Chellini – ad oggi è impossibile dare un giudizio sul Puc di Genova in quanto la scarsa trasparenza del processo amministrativo ha di fatto impedito di vedere documentazione essenziale alla valutazione. In particolar modo non è stata fornita la cartografia aggiornata indicante la nuova ripartizione tra aree a destinazione agricola e aree edificabili».

    verde-ambiente-righi2-DIL’individuazione delle aree verdi, comunque, ha permesso di studiare al meglio gli elementi di tutela del territorio da mettere in campo, con tutte le prescrizioni del caso per eventuali operazioni di edilizia urbana. «Molta attenzione – ci tiene a sottolineare il vicesindaco – è stata posta al grado di permeabilità del suolo: negli ultimi anni, infatti, la questione è diventata cruciale soprattutto per la realizzazione di parcheggi interrati o seminterrati. Con il nuovo Piano Urbanistico di certo non impediamo questi interventi ma li vincoliamo fortemente alla salvaguardia dell’eco-sistema in cui si vorrebbero introdurre. Innanzitutto, ogni progetto di questo tipo deve tendere al miglioramento concreto dell’indice di permeabilità del suolo; inoltre, vogliamo che vengano salvaguardate le essenze di alto fusto particolarmente pregiate, laddove presenti, e forniamo una serie di limiti dimensionali molto precisi per quanto riguarda scavi e distanza delle costruzioni dai palazzi circostanti».

    Il miglioramento della permeabilità del suolo, inserito come vincolo all’interno del nuovo piano regolatore, è sintomatico di una rinnovata attenzione al rispetto del territorio e alla volontà della permanenza di aree verdi anche a ridosso del centro urbano. Finalmente, ogni nuovo intervento edilizio dovrebbe sottostare al rispetto dell’ambiente circostante, rispettando determinati vincoli a seconda della zona in cui viene realizzato. Condizionale d’obbligo secondo Chellini: «A luce della drammatica situazione idrogeologica del territorio genovese, evidenziata dalle ultime alluvioni e dalle innumerevoli frane che minacciano il territorio, l’esigenza di impedire nuova edificazione in ambiti extraurbani è quanto mai urgente. Nonostante ciò l’Assessore all’Urbanistica e la maggioranza hanno tenuto posizioni ambigue rispetto alla stop a nuove costruzioni e ad una reale valorizzazione agricola delle aree extraurbane. Un’ambiguità resa ancora più evidente dalla normativa del Piano, che si presta a molteplici interpretazioni e sembra voler aggirare le indicazioni della VAS».

    verde-genova-suddivisione-puc
    Puc, Sistema del Verde (clicca per ingrandire). Per la Legenda clicca qui

    A proposito di Piano, nel nuovo Puc è presente una catalogazione precisa di tutte le aree verdi situate nel territorio cittadino, suddivise in settori ben distinti tra loro, con regolamentazioni dedicate. Tutto il territorio comunale, infatti, è stato suddiviso in “ambiti di conservazione e di riqualificazione e in distretti di trasformazione”: ogni ambito é dotato di una disciplina che definisce le funzioni ammesse, principali e complementari, gli interventi sul patrimonio edilizio esistente, gli interventi di sostituzione edilizia e di nuova costruzione, gli interventi di sistemazione degli spazi liberi e quelli consentiti sulla viabilità pubblica e relativi accessori. Sei sono gli ambiti di conservazione (del territorio non insediato, del territorio di valore paesaggistico e panoramico, del verde urbano strutturato, del Centro Storico Urbano, dell’impianto urbano storico, dell’impianto urbanistico ), quattro quelli di riqualificazione (del territorio di presidio ambientale, delle aree di produzione agricola, urbanistica-residenziale, urbanistica produttivo-urbano). Per quanto riguarda la prima categoria, il verde caratterizza in particolar modo i primi tre ambiti: quello di conservazione del territorio non insediato si riferisce alle alture cittadine, generalmente prive di insediamenti stabili, in cui l’aspetto naturalistico-ambientale la fa da padrone sia che si tratti di aree boscate sia che si tratti di aree a prateria o vegetazione bassa, da mantenere per il particolare prestigio paesaggistico; alla salvaguardia dell’immagine si punta anche nell’ambito di conservazione del territorio di valore paesaggistico e panoramico in cui rientrano soprattutto i borghi storici sorti attorno a terreni coltivati; più complessa, invece, la conservazione del verde urbano strutturato, ovvero le ville, i parchi e i giardini pubblici e privati che rappresentano dei piccoli polmoni naturali tra le mura e i muri della città.

    Molto interessanti dal punto di vista della convivenza tra verde e sviluppo della città sono anche gli ambiti di riqualificazione. Per quanto concerne il verde, tre sono le categorie che ci interessano con particolare attenzione: le aree di presidio ambientale, ovvero tutte le zone naturali e boschive di massima tutela per l’ecosistema in cui si vogliono recuperare attività di pastorizia e di coltura prevalentemente arborea; le aree di produzione agricola, in cui la riqualificazione deve puntare al rilancio e allo sviluppo dell’attività agraria; le aree di riqualificazione urbanistica-residenziale, in cui gli interventi di innovazione dell’assetto attuale devono puntare a un miglioramento della qualità della vita passando per una promozione di aree verde urbano e di inserimento paesaggistico nel cuore della città.
    Ma a questo tema sarà dedicato uno speciale approfondimento all’interno del nuovo numero del magazine cartaceo di Era Superba in distruzione dal primo febbraio.

    Simone D’Ambrosio

    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi? Proporrei Vincenzo Visco Presidente della Repubblica

    Tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi? Proporrei Vincenzo Visco Presidente della Repubblica

    Vincenzo-ViscoPer una volta voglio fare il giochino che piace tanto ad alcuni lettori: “Ma tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi?”. Ecco, se io fossi al posto di Renzi, proporrei come Presidente della Repubblica Vincenzo Visco. Qualcuno si ricorderà di questo vecchio economista, già tecnico in area DC, poi eletto come indipendente nel PCI e di lì salito fino a diventare Ministro delle Finanze di Ciampi, Prodi e D’Alema. Di lui sono rimaste celebri soprattutto le polemiche sollevate da Tremonti, che era solito dipingerlo come una sorta di Dracula, intento a succhiare il sangue dai contribuenti italiani; oltre che le noie giudiziarie per il Caso Speciale (risolte con un’archiviazione) e la condanna definitiva per un piccolo abuso edilizio nella sua proprietà di Pantelleria (cosa che gli valse l’iscrizione a pieno titolo nell’elenco di quei “condannati in Parlamento” attaccati da Grillo nei suoi spettacoli). Ciononostante penso che ci siano poche persone con le qualità di Visco per traghettare l’Italia in mezzo alle difficoltà che a breve dovremmo affrontare.

    Innanzitutto Visco è persona esperta e competente: ha una laurea in giurisprudenza ed una lunga carriera come economista e tecnico del Tesoro (attualmente insegna Scienza della Finanza a La Sapienza). Come ministro si è preoccupato di riorganizzare e semplificare la contribuzione fiscale, distinguendosi per una decisa lotta contro l’evasione. Inoltre ha avuto occasione di gestire privatizzazioni importanti di aziende ex-statali e la separazione tra banche e fondazioni. Infine Visco è stato l’artefice principale dell’abbattimento del deficit che ha permesso al governo Prodi di portare l’Italia in Europa. Si tratta insomma di una figura politica che ha vissuto direttamente le svolte più significative della storia economica recente, ed è quindi in grado sia di valutarne i risultati criticamente, sia di rassicurare quelli che ancora si riconoscono in quei principi.

    Da un punto di vista politico Visco è in grado di ricomporre le divisioni della sinistra, avendo attraversato, e attivamente promosso, tutta la transizione da PCI a PDS, da DS all’Ulivo, fino all’odierno PD. Inoltre si è ritirato dalla vita politica nel 2008, cosa che garantisce la sua terzietà rispetto alle varie correnti interne. Certo più difficile sarebbe far digerire la sua figura alle altre compagini politiche. Forza Italia si opporrebbe decisamente, seguita a ruota, con ogni probabilità, anche dalla Lega Nord. Analoghe perplessità potrebbero venire dal M5S, che potrebbe però essere convinto sulla base di tre considerazioni: la necessità di dimostrare un’apertura al dialogo con il centro-sinistra, l’impegno di Visco contro l’evasione e soprattutto la sua recente autocritica rispetto al problema dell’euro.

    Se ammettiamo, infatti, che il Presidente delle Repubblica debba essere persona di comprovata esperienza politica e tecnica, e che non sia realistico pretendere la sua estraneità rispetto alla storia del partito di maggioranza relativa, allora è evidente che non esiste candidato migliore di Vincenzo Visco, almeno agli occhi di chi professa l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. In effetti, pur essendo stato in passato l’emblema dei sacrifici fatti per entrare nell’euro, Visco è approdato oggi ad una visione ben più problematica di quella fase storica. Ha anzi ammesso, con grande onestà intellettuale, che l’entrata dell’Italia nella moneta unica ha favorito innanzitutto la Germania, mettendo così in discussione tutto il proprio operato. Per questo motivo oggi Visco rappresenta meglio di chiunque altro la possibilità di conciliare un paese a maggioranza pro-euro con i terribili errori che questa posizione ha comportato.

    Naturalmente nessuno può dire se Visco potrebbe mai essere eletto, anche beneficiando dell’endorsement di Renzi: anzi è probabile che non esistano le condizioni politiche per la candidatura di una persona ancora avversa a molti. Tuttavia il gioco non consisteva nell’indovinare cosa fosse possibile: ma quale battaglia politica, nonostante le inevitabili difficoltà e contraddizioni, valesse la pena di essere combattuta. Da questo punto di vista possiamo stare certi che il prossimo Presidente, chiunque egli sia, non potrà contare sull’esperienza politica ed economica di Visco per sostenere un paese in disfacimento che si avvia a passare attraverso le macerie dell’Europa.

     

    Andrea Giannini

  • Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    campasso. ex mercato pollame.001Ne trovi praticamente una in ogni quartiere. Quelle più note sono già state censite e magari qualcuno sa già che cosa farne nel futuro. Eppure, tutti i giorni ci passi davanti e non cambia mai niente. Stiamo parlando delle aree abbandonate, dismesse, sottoutilizzate. Quelle, cioè, che in una città post industriale come Genova pullulano in ogni quartiere. Come a pullulare sono anche le proposte di cittadini, comitati, associazioni che vorrebbero occuparle, riqualificarle e restituirle all’uso pubblico. Magari anche temporaneamente, in attesa che la burocrazia delle grandi istituzioni muova qualche passo e qualche mattone verso un progetto di riutilizzo definitivo.

    Ed è proprio per capire quanto sia possibile restituire ai cittadini, nei fatti, spazi altrimenti destinati al degrado che, la scorsa estate, è nata una tesi di laurea magistrale in Architettura di Laura Nazzari e Benedetta Pignatti che, insieme con il loro relatore, il professor Mosè Ricci, si sono lanciate nello studio di alcune efficaci “Strategie di riciclo temporaneo di aree dismesse o sottoutilizzate nella città di Genova”.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    skater-street-art-CMind the Gap”, il titolo dello studio, prende il via da un progetto di ricerca più complesso, intitolato “Recycle Genova” e iniziato 2 anni fa sotto il coordinamento del professor Ricci con l’obiettivo di individuare, mappare, dimensionare tutte le aree dismesse o sottoutilizzate della nostra città. La mappatura di queste aree viene denominata “Genova Footprint”: un’impronta, o sarebbe meglio dire, un retaggio che i vecchi splendori industriali hanno lasciato alla città come un pesante fardello.

    «Recycle Genova – racconta Mosè Ricci – è la parte genovese di una grande ricerca che si chiama Recycle Italy realizzata da 11 Università italiane e 8 straniere sul tema della rivalorizzazione del patrimonio urbano architettonico e paesaggistico che non riusciamo a utilizzare e che stiamo abbandonando». Lo studio ha mosso i primi passi a partire dal 2012, grazie a una grande mostra ospitata al Maxxi di Roma. «In Italia – prosegue il docente – negli ultimi 15 anni abbiamo costruito circa 300 milioni di metri cubi/anno, pari a circa una città per un milione e mezzo di abitanti all’anno». Un’eredità di veri e propri vuoti urbani, aree, volumi e infrastrutture che hanno ormai perso la propria funzione originaria o che non portano più sviluppo ma che spesso coincidono ancora con i pochi spazi aperti disponibili e suggeriscono una riqualificazione tanto necessaria quanto rapida.

    Ecco, allora, che il riciclo diventa la soluzione più sostenibile e auspicabile per ottimizzare al massimo le potenzialità di aree ormai abbandonate. Riciclare, infatti, consente di ridurre gli sprechi, limitare la presenza di degrado e abbattere i costi di mantenimento: in altri termini, riciclare vuol dire creare un nuovo valore e un nuovo senso.

    Al momento, gli studenti della facoltà di stradone Sant’Agostino hanno individuato 27 aree, analizzate secondo alcune macro-categorie come popolazione, mobilità, servizi presenti nei municipi in cui questi spazi sono collocati per soffermarsi in maniera più approfondita sullo stato di progetto degli stessi. Un lavoro che vuole consegnare alla città, attraverso tesi, ricerche e studi di settore, una serie di dati che diano la possibilità all’amministrazione di trasformare il tutto in qualcosa di operativo per gestire il cambiamento, le trasformazioni. Insomma, una buona pratica di ricerca applicata alla città: esattamente quello che dovrebbe fare l’Università.
    Si va, allora, dal milione e 300 mila metri quadrati delle aree ex ilva agli 800 metri quadrati del mercato di Cornigliano: in mezzo, tanti luoghi ed edifici abbandonati, di cui spesso ci è capito di parlare sulle pagine di Era Superba on e off line. Proposte di progetto giacenti nel nulla da anni, come Ponte Parodi o l’ex mercato di corso Sardegnala Mira Lanza, la Caserma Gavoglio e il Campasso. Proprio a causa della deriva post-industriale, la maggior parte di queste aree si concentra nei quartieri di Ponente della nostra città: il Municipio Medio Ponente vince per distacco con gli oltre 2 milioni di metri quadrati di aree “in attesa”, seguito dalla Valpolcevera (oltre 663 mila mq) e dal Centro Est (poco più di 300 mila).

    «Dobbiamo smontare quella processualità dei piani urbanistici costruiti secondo un sistema di scatole cinesi – commenta il professor Ricci – che devono essere tutte aperte prima di arrivare al nocciolo: cerchiamo di creare una strada che ci consenta di fare qualcosa subito, che permetta ai cittadini di attivarsi e proporre funzioni autogestite e autogovernate che sfruttino il bene in maniera anche solo temporanea nell’attesa della realizzazione di un eventuale progetto più ambizioso».

    La soluzione arriva guardando all’Europa, in particolare a Paesi Bassi e Germania, e si chiama riciclo temporaneo. «Il concetto di “recycle” – chiarisce il docente – è un po’ diverso da quello di riuso o restauro. Con il restauro il nostro obiettivo è quello di riconoscere un valore in un oggetto deteriorato e potenziarlo facendo tornare a splendere lo stesso bene. Con il riciclo invece, esattamente come succede con i rifiuti quando cerchiamo di dare il via a un nuovo ciclo vitale cambiando il senso dello scarto, cerchiamo di trasformare uno spazio, una struttura in qualcosa di altro rispetto alla sua funzione originaria: ad esempio, da una fabbrica creiamo dei condomini, come successo con Soho a New York». Ad Amsterdam dal 2000 è stato istituito un vero e proprio ufficio comunale per il riciclo temporaneo che si occupa della gestione delle pratiche e del sostegno finanziario per la realizzazione di questi progetti.

    Ma che cosa manca per rendere questo processo sistematico anche nel nostro Paese? La legislazione italiana, con buona compagnia di molti altri paesi continentali, accusa la mancanza di una regolamentazione giuridica sul tema del temporaneo. È quindi possibile solo ipotizzare quali potrebbero essere gli strumenti legali utilizzati e le procedure necessarie per l’attuazione di un siffatto progetto di riciclo in Italia: nel frattempo, non resta che affidarsi all’estro delle singole iniziative locali.

    E a Genova sarebbe possibile pensare a un utilizzo temporaneo di spazi abbandonati?
    «Non tutti i 27 vuoti urbani genovesi fin qui catalogati – raccontano Laura e Benedetta – sono risultati pronti all’uso e così versatili da poter essere riciclati temporaneamente. Tra i requisiti più efficaci abbiamo evidenziato l’accessibilità degli spazi, la proprietà pubblica che può agevolare i rapporti contrattuali tra le parti, la sicurezza dell’area, l’assenza di un progetto definitivo in atto o comunque la mancanza di conflitti tra questo e il riciclo temporaneo, la presenza di un comitato di cittadini disposto a prendersi cura dell’area con un progetto di riqualificazione realizzabile in tempi rapidi e in assoluta economia». La filosofia della ricerca predilige dunque interventi minimi, non strutturali, basati soprattutto sull’inserimento di arredo urbano facilmente removibile.
    Ma il concetto di temporaneo, in questi come in tutti i progetti, non implica obbligatoriamente una durata ristretta nel tempo, bensì un carattere di transitorietà. «Le ipotesi progettuali scelte per il momento a puro livello accademico variano a seconda delle necessità dell’area – spiegano le giovani urbaniste – ma in nessun caso vengono previste opere edilizie in modo tale che, come ci è stato spiegato da tecnici del Comune, sia possibile ipotizzare la messa in opera del progetto temporaneo anche non in conformità con le destinazioni d’uso previste dal Puc. Tuttavia, l’inserimento nel Puc di norme ad hoc per interventi di riciclo potrebbe rendere tali interventi “conformi”
e di conseguenza realizzabili con procedure rapide che non richiedano autorizzazione ma bensì semplice comunicazione o SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr)».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale e le proposte progettuali sul numero #57 di Era Superba

  • Via libera alla delibera sul progetto Gronda, ma la maggioranza a Tursi è ridotta ai minimi termini

    Via libera alla delibera sul progetto Gronda, ma la maggioranza a Tursi è ridotta ai minimi termini

    Marco Doria, sindaco di GenovaTira dritto il sindaco al termine della seduta di Consiglio comunale in cui è stato dato il via libera al tanto contestato provvedimento sulla Gronda. E ai cronisti che chiedevano un commento a caldo risponde con un secco «No. Ho altro da fare». Sintomo che il momento di fare i conti all’interno della multisfaccettata maggioranza che lo ha fin qui sostenuto non è più procrastinabile. Doria, infatti, ha sì portato a casa la delibera ma non ha certo ottenuto l’esito sperato. La maggioranza uscita dalle urne a metà 2012 si è fermata a quota 19 sì (compatti i 12 consiglieri del PD a cui si aggiungono i 3 consiglieri uomini di Lista Doria, Chessa di Sel, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto e il sindaco) sui 21 necessari per essere autosufficienti, come richiesto a più riprese dal Partito democratico e augurato anche dallo stesso Doria. Gli altri 11 voti favorevoli sono arrivati dall’opposizione (4 Pdl, 3 Lista Musso, 2 Udc, Rixi di Lega Nord e Baroni del Gruppo Misto).

    A differenza di quanto configurato alla vigilia, l’ago della bilancia non è stata solo la Lista Doria, su cui si sono concentrate le attenzioni politiche e mediatiche. Da giorni si diceva che sarebbero serviti 4 voti favorevoli da parte della lista del sindaco, a cui Doria aveva chiesto una sorta di fiducia: a votare sì sono stati solamente i tre rappresentanti maschili (Pignone – capogruppo, Padovani e Gibelli); 3 no, invece, sono arrivati dalle donne (Bartolini, Pederzolli e Nicolella). Ma un inaspettato (e di troppo) no è arrivato anche da Salvatore Mazzei, Gruppo Misto ex Idv.

    Maggioranza spaccata, gruppi e partiti di sinistra divisi al loro interno, Antonio Bruno che lascia la presidenza della Commissione Territorio e sancisce di fatto la sua uscita ufficiale dalla maggioranza… il caos a Tursi rischia di regnare sovrano.

    «Mi aspettavo che la maggioranza fosse autosufficiente all’interno del perimetro di chi ha sostenuto quest’amministrazione con il mando elettorale. Questo non è successo e la riflessione sulla tenuta dell’amministrazione stessa si fa più difficile. Ma è una riflessione che spetta solo al sindaco che di questa maggioranza è il leader» commenta Simone Farello, capogruppo PD. «Vorrei continuare questa esperienza amministrativa – ammette Farello – ma vorrei sapere con chi la continuo: non posso avere ogni giorno una maggioranza diversa. Non è una situazione sostenibile per la città. È necessario fare una riflessione che tenga conto della tenuta d’aula dell’Udc e della spaccatura di Lista Doria, ripartendo dal sacrificio politico di alcuni suoi consiglieri. Riflessione che aiuteremo cercando di ridare unità alla maggioranza ma riflessione che non è più rimandabile perché bisogna dire chiaramente a Genova se ha ancora un assetto di governo».

    Ancora più diretto il segretario provinciale dei democratici Alessandro Terrile: «Con la maggioranza allargata all’Udc i numeri tengono. Ne prendiamo atto e prossimamente dobbiamo prenderne atto anche formalmente. Stare nella maggioranza non è una questione ideale, ci si sta votando le delibere di giunta: non c’è solo la gronda, c’è da fare molto altro. Ora portiamo a casa il voto comunque favorevole, da domani penseremo alle questioni politiche».

    La parola, dunque, passa alle più o meno segrete stanze di Tursi dove, subito dopo il voto, il sindaco si è riunito con Enrico Pignone. «Il nostro voto differenziato – ha detto in dichiarazione di voto il capogruppo di Lista Doria – rappresenta, da una parte, le ragioni della nostra sensibilità ambientalista, per il risanamento del dissesto idrogeologico, per una mobilità e uno sviluppo economico sostenibili, e dall’altra la fiducia al sindaco». Una fiducia però che sembra non essere incondizionata. «La nostra battaglia non finisce qui – ha proseguito Pignone, nel tentativo di dare una risposta a chi questi giorni lo ha accusato di essere attaccato alla poltrona – perché noi componenti della Lista Doria, tutti, in pieno accordo, siamo fermamente contrari alla Gronda, la consideriamo un’opera tanto inutile quanto sbagliata e pericolosa, destinata non solo a ledere gli interessi diretti della popolazione interessata dal suo tracciato, ma a peggiorare la situazione di un territorio che il nostro sindaco ha definito, con espressione drammaticamente precisa, “fragile e malato”».

    A questo punto, salvo clamorosi e piuttosto improbabili scenari dimissionari, i consiglieri arancioni dichiarano lotta contro l’infrastruttura cercando di recuperare un po’ di quella credibilità perduta agli occhi dell’opinione pubblica. «Assieme all’aggiornamento di Chessa (il consigliere di Sel che ha votato a favore della delibera, NdR) – ha detto il capogruppo di M5S, Paolo Putti, riferendosi ai consiglieri di Lista Doria – state diventando un ossimoro: siete contrari all’opera ma votate sì alle delibere che danno il via libera alla sua costruzione. Ma non potete credere “a Dio e a mammona”, non potete credere cioè al benessere della popolazione e votare sì ai gruppi di potere». Tra questi ossimori viventi, secondo il capogruppo grillino, rientra a pieno titolo anche il sindaco Marco Doria che, fino a qualche tempo fa, era «uno dei più nobili attivisti no gronda, come è possibile ritrovare ad esempio in un intervento video sulla sua pagina YouTube, datato 24 gennaio 2012».

    Detto dell’imprevedibilità del futuro politico, che non dovrebbe comunque dare vite alle nefaste conseguenze adombrate qualche settimana fa, resta da ricordare che cosa succederà al progetto Gronda con l’approvazione di questa delibera, su cui pende la scure di un possibile ricorso al TAR annunciato dal Movimento 5 Stelle per non aver considerato tra le zone interferite dal passaggio dell’opera anche la Val Bisagno.

    La delibera non dà solamente mandato al sindaco di rappresentare il Comune di Genova nella Conferenza dei Servizi del prossimo 23 gennaio per decretare la pubblica utilità dell’opera e dare il via libera agli espropri e ai rimborsi per gli interferiti. La discussione sul progetto esecutivo, il cui tracciato definitivo era già stato approvato nel corso del precedente ciclo amministrativo e che sarà oggetto di una nuova Conferenza dei servizi che dovrà valutare anche tutte le prescrizioni ambientali e non solo contenute nel decreto di VIA, dovrà tenere conto di alcune riflessioni inserite nel documento attraverso un maxi emendamento di maggioranza, presentato e votato durante i quattro giorni di consiglio comunale monstre. Sindaco e giunta, infatti, dovranno farsi garanti affinché il progetto esecutivo sia elaborato dedicando attenzione prioritaria all’assetto idrogeologico del territorio, in risposta alle emergenze emerse nel corso delle ultime alluvioni, considerando anche la criticità dell’attuale rete autostradale genovese. Inoltre, nel documento si sottolinea l’imprescindibilità della presenza del Comune di Genova nel Comitato di controllo sulla realizzazione della Gronda e la necessità di costituire una struttura tecnica di concerto con Città Metropolitana e Regione Liguria che monitori e partecipi alla diverse fasi di studio e realizzazione delle grandi opere infrastrutturali che interessano il territorio genovese.

     

     Simone D’Ambrosio

  • Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)
    Bitcoin, che cosa significa? Si tratta di una forma di denaro digitale. Una rete decentralizzata di pagamento “peer-to-peer” (volgarmente senza server fissi), gestita dai suoi utenti senza autorità centrale o intermediari. “Dalla prospettiva di un utente – dal sito bitcoin.otg – Bitcoin è per la maggior parte denaro liquido che circola in internet”. Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)

    In Liguria abbiamo il 25% degli apparecchi ATM di bitcoin presenti sul territorio nazionale. Uno di questi è a Genova, in via Prè e un altro a Chiavari. Ad oggi inItalia ce ne sono solo 8: 2 a Roma, 1 in Emilia Romagna, 2 a Milano, 1 Verona e 2 in Liguria.

    A che cosa serve un ATM di bitcoin? A chi è venuto in mente di installarlo? Ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori del progetto, un gruppo di amici. «È una scommessa e siamo perfettamente consapevoli che potrebbe non portare a nulla o a poco ritorno. In fondo vogliamo fare cultura» ci racconta Andrea Rossi uno degli ideatori del progetto e socio e amministratore di Viva!, la società che ha in carico gli apparecchi sia a Genova che a Chiavari. L’ATM si trova all’interno dell’agenzia di viaggi Viva Viajes (parte di Viva! srl) in via Prè 129r, si occupano di money transfer e viaggi per stranieri. Insieme a lui Paolo Rebuffo nato a Genova, attualmente vive in Svizzera,  si occupa di investimenti  e cura un blog (http://www.rischiocalcolato.it/) «in Svizzera è una valuta riconosciuta ufficialmente e per lavoro sono entrato in contatto con un’azienda che produce queste macchine (gli ATM) che permettono di cambiare soldi contanti (euro ad esempio) in bitcoin, ne ho parlato ad Andrea ed è nato il progetto. In questa fase si tratta di aiutare la rete a diffondere l’esistenza e le possibilità di utilizzo dei bitcoin. È una fase pionieristica. Noi crediamo molto nel significato di bitcoin e nelle sue caratteristiche di essere auto-generata, non manipolabile dalle banche centrali, ne inflazionabile».

    «Ci sembra un’opportunità, è uno strumento molto vicino al business del moneytrasfer, oltre che un buon risparmio rispetto ad altri servizi esistenti» aggiunge Rossi.

    Bitcoin: la moneta di domani?

    Risponde Rebuffo: «proprio come nelle intenzioni attuali delle banche, tendiamo ad un mondo in cui non si ha più bisogno di contanti, i soldi girano dentro ai computer come impulsi elettronici. Questo accade con i bitcoin che sono immagazzinati in database mantenuti da pc distribuiti nel mondo e sono milioni in rete, ma, rispetto alla situazione attuale,  non esiste un ente centralizzato (una banca) che possa inibire l’accesso ai soldi di ognuno, cosa che può succedere oggi per motivi giustificabili o meno con la presenza delle banche».

    «Non esiste una banca centrale e la quantità di bitcoin che è in circolo nel mondo è precisamente stimabile in qualsiasi momento, ad esempio ora, mentre parliamo, ci sono 13 milioni 733 mila di bitcoin. In questo modo si ha la certezza che non esista nessun comitato di banchieri  centrali che possa creare inflazione monetaria, cioè aumentare la quantità di monete in circolo».

    Altro aspetto da sottolineare quello legato all’anonimato: «non è vero che bitcoin sia anonimo; è possibile, in qualsiasi momento, vedere da sito pubblico tutte le transazioni fatte da quando bitcoin è nato. I bitcon sono legati a un indirizzo, una serie di numeri e lettere che è il “posto” nel quale si possono ricevere e dare via bitcoin, nel nostro linguaggio bancario corrisponde all’IBAN bancario, queisto dato è visibile, è pubblico. Non si sa a chi appartiene però è pubblico. Esistono modi, tramite gli indirizzi IP, per accedere all’identità che corrisponde a quell’indirizzo bitcoin. Questo per dire che bitcoin non nasce per evadere il fisco, il suo scopo è avere un sistema monetario non inflazionabile e non controllabile dalle banche. Oggi, in Italia, e nel mondo, bitcoin non è ancora una moneta e non è ancora abbastanza stabile ma, secondo me, lo sarà».

    In questo momento i bitcoin si scambiano tramite wallet, si tratta di app per smartphone (https://play.google.com/store/search?q=bitcoin%20wallet)  e pc (https://bitcoin.org/en/choose-your-wallet)  che permettono di ricevere e dare bitcoin, ma la semplicità d’uso per il cosiddetto “uomo della strada” al momento non c’è ancora. Proprio applicazioni come queste interagiscono con gli apparecchi ATM come quello in via Prè, tramite qrcode semplicemente inserendo gli euro nella macchinetta. In altre parole inserisco gli euro che diventano una quantità in bitcoin. L’ATM non funziona nel senso inverso, «a noi non interessa, diventerebbe uno strumento di cambio-valute e al momento il bitcoin non è una valuta, è una questione di cultura non si tratta di cambiare i bitcoin per avere euro. Va usato per una delle mille possibilità: abbonarsi ad un giornale, comprare software in rete… L’ATM serve per entrare nel mondo bitcoin e scoprirlo».

    Claudia Dani

  • Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    je-suis-charlieDella terribile vicenda di Parigi molto è ancora da chiarire. Ci sono almeno due punti, tuttavia, che appaiono davvero incontestabili: e su questi possiamo provare a fare alcune considerazioni. Il primo riguarda la provenienza degli assalitori, francesi di seconda generazione. Questo aspetto, apparentemente sconvolgente, non è inedito: anche negli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 (52 morti) si scoprì che molti degli arrestati erano nati e cresciuti nel paese che avevano attaccato. Pare dunque che gli Stati europei dove più il multiculturalismo è stato predicato e praticato (grazie anche ad un ingombrante passato da potenze coloniali) abbiano pagato il prezzo più salato: il che dovrebbe indurci non certo a chiedere di separare con rigide barriere le razze e le religioni, ma quantomeno a sottoporre ad un minimo di critica il paradigma di integrazione che il mondo occidentale ha finora perseguito.

    In effetti non si può non concordare con Jacques Sapir quando scrive: «Una parte dei giovani figli di immigrati non riescono a integrarsi perché non esiste niente a cui integrarsi». Negli ultimi anni, infatti, siamo andati progressivamente distruggendo le comunità nazionali e le loro identità, che pure avevamo costruito con fatica, per perseguire il sogno ad occhi aperti degli Stati Uniti d’Europa, che invece un’identità non ce l’hanno e probabilmente non l’avranno mai. Come avevo già avuto modo di scrivere a marzo dell’anno scorso, questa tanto agognata unità politica non ha una vera anima: quella che chiamiamo “identità europea” è in realtà la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, dove a dominare è la logica del libero profitto. In questo contesto il “multiculturalismo” è solo un compromesso pilatesco, che oltretutto spinge i perdenti della corsa al successo a ripiegare in direzione delle vecchie origini, siano esse un nazionalismo demodé o il fanatismo religioso.

    E d’altronde quale sia il volto reale di questa “integrazione” lo può vedere chiunque sia andato a visitare Parigi, magari sbarcando all’aeroporto e poi raggiungendo la città con la RER, il servizio di treni regionali integrato con la metro della capitale. Se il viaggiatore non è troppo distratto dal tentativo di connettersi con lo smartphone, guardando fuori dal finestrino noterà che ci sono fermate, in corrispondenza delle banlieue meno rinomate, dove, tra magrebini, camerunesi e ivoriani, praticamente non si scorge un volto bianco. Nel centro della capitale, invece, dove un metro quadrato può costare facilmente più di 10.000 euro, i neri sono una minoranza. Il che ci dovrebbe dare qualche indizio su quale sia il ruolo dell’immigrazione ai fini della distribuzione della ricchezza prevista nella nostra società.

    Il secondo punto ha a che fare con le motivazioni degli assalitori, che sembrerebbero agire per conto dello Stato Islamico e della divisione yemenita di Al-Qaida. Nell’operato di queste due organizzazioni, contrariamente a quello che sostiene il sottosegretario agli affari esteri Benedetto Della Vedova, non sono estranee pesanti responsabilità da parte dell’Occidente. Il governo degli Stati Uniti ufficialmente nega di avere mai finanziato Al-Qaida e Osama Bin Laden: ma è chiaro che quest’ultimo fosse visto di buon occhio, fintanto che era impegnato a combattere i Sovietici negli anni ’80. Più difficile è negare che, contro la Siria di Assad, i guerriglieri del Califfato non abbiano ricevuto armi e addestramento dagli USA.

    C’è di più. Al di là dei singoli errori, dalla caduta dell’URSS a oggi l’America e i suoi alleati europei hanno dato vita ad una gestione dello scenario mediorientale pressoché disastrosa. Dall’assurda guerra in Afghanistan, passando per l’Iraq, la Libia, la Siria fino al sempreverde conflitto israelo-palestinese, ogni volta che gli occidentali hanno abbracciato le armi la regione è diventata più instabile, le sofferenze delle popolazioni sono aumentate e nuovi nemici si sono fatti avanti, sempre più spietati e sanguinari.

    A questo punto, quando anche i risultati dimostrano inequivocabilmente che non abbiamo esportato la civiltà e la democrazia, ma solo aggiunto morti ad altri morti, occorre che la nostra civiltà torni ad interrogarsi sui suoi valori e sul modo in cui sono stati applicati. È vero che esistono culture che non conoscono la tolleranza religiosa, il rispetto per la donna e talvolta anche quello per la vita umana: ma se la nostra reazione comporta uccidere, non stiamo tradendo in questo modo gli stessi valori che diciamo di voler difendere?

    Inoltre questi popoli, così intolleranti a parole, spesso sono la parte debole nei confronti militari: per cui la pretesa del forte di usare la forza, legittimandola con le minacce del debole, diventa un po’ un atto di bullismo. È il caso delle ragioni che spingono gli israeliani a dure reazioni contro i palestinesi. È vero che, tra questi ultimi, una parte non accetta lo Stato ebraico e vorrebbe la sua eliminazione dalla faccia della terra; ma è anche vero che non sono stati fatti molti “progressi” in questo senso. Anzi, dalla sua fondazione a oggi, Israele non ha fatto altro che espandersi a danno dei territori palestinesi.

    Certo, rimane il fatto che le minacce ci sono e non devono essere sottovalutate. Mi chiedo però se tali minacce dipendano interamente dal fatto che c’è un lato intollerante e bellicoso nella religione islamica, o se avesse ragione Marx, quando scriveva che «il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita»; ossia, nel caso del Medio Oriente, che la religione è l’effetto, non la causa dell’attuale stato di cose.

    In questo caso potrebbe emergere che donne infibulate e bambini soldato, in fin dei conti, fanno comodo a noi cittadini occidentali: perché sono un ottimo modo di lavarsi la coscienza, lasciandoci sprofondare nell’illusione che non siamo di fronte all’ennesima guerra fatta per i soliti scontati interessi economici.

     

    Andrea Giannini

  • Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Innanzitutto, che cos’è il Pacs? Si tratta del “patto civile di solidarietà” stipulato fra i componenti di una coppia di fatto (omosessuale o eterosessuale) che regola l’unione dal punto di vista giuridico ed economico. Un’alternativa concreta all’istituto giuridico del matrimonio, così come i matrimoni gay e le unioni civili (tutte pratiche non contemplate in Italia a differenza della quasi intera Europa e di buona parte degli USA).
    Incontro Giacomo e Arnaud in una piovosa serata genovese. Due ragazzi sui trent’anni sorridenti e forse un filo imbarazzati per essere al centro dell’attenzione: sì, sono contenti di essersi sposati, se no non lo avrebbero fatto; certo, se ne parlava già da un po’ di tempo, visto che sono cinque anni che stanno insieme. E no, non sanno ancora se faranno una festa ma forse sì, almeno una bella cena con gli amici probabilmente si farà. Giacomo è ligure, nato nella Riviera di levante, Arnaud è un francese del Sud. Abitano a Genova, quindi la prima domanda è d’obbligo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Proviamo a partire proprio dall’inizio: come avete fatto ad arrivare al Consolato? Avete avuto bisogno dell’assistenza di qualche organizzazione, di un legale, o qualcosa del genere?
    Arnaud: (mi guarda perplesso, forse ignora la nostra assuefazione alle tortuose pratiche burocratiche) «ma no, perché? È stato semplice: ho chiamato il Consolato, mi hanno detto quali certificati servivano, e quando è stato tutto pronto nel mio giorno libero siamo partiti per Milano».
    Giacomo: «non avevamo la sensazione di fare qualcosa di eccezionale, praticamente non lo abbiamo detto a nessuno; anche il Console appena ci siamo presentati ci ha solo chiesto: questo è un Pacs d’amore o di convenienza? E noi gli abbiamo detto che sì, era d’amore».

    Ma perché scusate, ci sono anche quelli di convenienza?
    Arnaud: «in Francia ci sono tre livelli di legame. Uno è molto semplice, chiunque lo può contrarre semplicemente per difendere un interesse di tipo economico, oppure avere la possibilità di assistere in ospedale e poco altro; anche fratello e sorella possono farlo. Poi c’è il Pacs appunto, che è una sorta di matrimonio attenuato. Ti cambia lo stato civile, c’è l’obbligo di sostentamento e di cura reciproci e dopo tre anni vengono applicati gli sgravi fiscali e le norme a difesa del reddito, se spettano. Spetta anche il ricongiungimento familiare, però non si deve essere parenti (per evitare che si firmi solo per poter rifiutare trasferimenti di lavoro o per far entrare extracomunitari), non si può cambiare la cittadinanza e neanche adottare bambini: per fare queste cose occorre il vero matrimonio, che Hollande ha istituito anche per le persone dello stesso sesso, poco più di un anno fa».

    Ecco, sulle adozioni come la pensate voi? Rientra nei vostri sogni, o progetti?
    Giacomo: «vista la nostra precarietà economica, per ora niente è più lontano dell’idea di adottare un bimbo. In ogni caso per farlo dovremmo sposarci, ma per ora ci accontentiamo di sognare una casetta nostra, compreso mutuo e giardino, e dei gatti a farci compagnia. In linea generale, ovvio che se concedi il matrimonio alle persone devi anche accettare che vogliano un figlio, è un’esigenza che ad una coppia non si può negare per principio».

    Voi siete in un certo senso un “caso di cronaca”: state insieme da cinque anni, vi volete bene e avete deciso di rendere pubblico il vostro legame. Come vi sentite rispetto a questo, orgogliosi di poter essere utili alla causa oppure sentirvi dei pionieri vi infastidisce?
    Arnaud: «pionieri? Nel 2014? No, scusa, io non sono infastidito, ma certo non mi sento un pioniere o un difensore di chissà quale causa. Sono 15 anni che queste cose in Francia sono normali e sono cresciuto con la consapevolezza di avere queste possibilità davanti a me».

    In conclusione: Arnaud per la legge italiana è un francese celibe; per la legge francese è coniugato; vivendo qui però non ha nessun diritto nei confronti di Giacomo, né ovviamente nessun dovere; Giacomo per l’italia è celibe, non potrebbe chiedere la cittadinanza francese in virtù del Pacs ma, se vivessero in Francia, sarebbero un nucleo familiare con tutti i diritti e doveri che questo comporta. E anche lui sarebbe coniugato, ma solo per la Francia.
    Come garbuglio di status e norme non è male, speriamo che una normativa in grado di armonizzare i diritti riconosciuti nel resto d’Europa semplifichi la vita dei cittadini comunitari.
    Salutando Giacomo ed Arnaud, provo a caldeggiare l’inserimento nel registro delle Unioni del Comune di Genova: in ogni caso, è un documento ufficiale che attesta il vincolo affettivo che li unisce e la loro volontà di stare insieme. Volontà che, di questi tempi, qualunque istituzione dovrebbe proteggere ed incoraggiare.

     

    Bruna Taravello

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7843 ordini del giorno, 63 emendamenti e 111 emendamenti a ordini del giorno. Sono questi i numeri dell’ostruzionismo messo in campo dai consiglieri detrattori della Gronda. Numeri che raccontano i documenti presentati soprattutto da M5S, Federazione della Sinistra e parte di Sel per ritoccare, modificare e riorientare la delibera sugli interferenti dal passaggio della nuova infrastruttura autostradale, la cui approvazione darebbe la possibilità di dichiarare la pubblica utilità dell’opera nella Conferenza dei Servizi convocata il prossimo 23 gennaio.

    Un ostruzionismo largamente preannunciato e fortemente limitato dalla Conferenza dei Capigruppo, l’organo del Consiglio comunale sovrano sulla decisione dell’organizzazione dei lavori. «Il nostro obiettivo – ci raccontava il capogruppo M5S, Paolo Putti – è quello di protrarre la votazione finale sulla pratica fino al 23 gennaio. Oltre alla presentazione di ordini del giorno ed emendamenti, abbiamo in serbo qualche altra sorpresa. Siamo pronti a tanti giorni di durissimo lavoro». Un lavoro che ha costretto i consiglieri grillini agli extra fin da subito, dato che la Conferenza capigruppo, a maggioranza e non all’unanimità diversamente dalla consuetudine, ha deciso intorno alle 20 l’applicazione di una sorta di “ghigliottina” alla genovese: un’ora complessiva di interventi per ciascun gruppo consiliare per la presentazione dei documenti e le dichiarazioni di voto ma, soprattutto, la dead line delle 22.30 per la presentazione di ulteriori ordini del giorno ed emendamenti che, di norma, potrebbero essere presentati fino all’inizio delle operazioni di dichiarazione di voto. «Hanno provato a fregarci in questo modo – commenta a caldo Putti – e noi risponderemo con una valanga di documenti perché sul numero di ordini del giorno ed emendamenti presentabili non possono metterci ostacoli».

    Al momento della pubblicazione dell’articolo (pochi minuti dopo la mezzanotte, ndr), difficile immaginare quando si potrà arrivare alla votazione finale. Perché se è vero che i tempi sono stati contingentanti è altrettanto vero che ogni singolo documento sarà votato separatamente con operazioni di voto che, per quanto veloci, potrebbero aggirarsi attorno al minuto e mezzo per ogni documento ammissibile.
    Possibile, allora, che la seduta venga aggiornata e riconvocata nei giorni seguenti (Aggiornamento: la seduta si è chiusa all’1.30 e riprenderà giovedì 15 alle 9.30).

    Come ampiamente raccontato, l’esito della votazione con l’approvazione della delibera è piuttosto scontato dato il sostegno delle cosiddette larghe intese. Non scontata, invece, è la tenuta della maggioranza.
    È nota, infatti, la posizione del Partito democratico che ha minacciato la crisi di “governo” se per far approvare la delibera si dovesse ricorrere ai voti dell’opposizione (che a parte il M5S dovrebbe comunque votare a favore). Il capogruppo PD, Simone Farello, è apparso piuttosto fiducioso: «La maggioranza di centrosinistra ha dimostrato una maturità all’altezza della situazione, lavorando molto seriamente su una delibera tecnica di cui non tutti condividono l’oggetto di fondo. Mi auguro che la volontà di circoscrivere le discussioni sul merito dei documenti, come abbiamo fatto in questo caso, si possa verificare anche per le prossime sfide cruciali che affronteremo come Puc, bilancio e altre situazioni contingenti come il tema rifiuti. Se c’è la stessa volontà di lavorare nel merito dei problemi potremo dare alla città la risposta che merita». Per quanto riguarda la sopravvivenza della giunta, Farello ha commentato: «A volte non è necessaria l’unanimità ma l’autosufficienza è indispensabile».

    Quali sono, allora, questi voti necessari per l’autosufficienza della maggioranza?
    Data per acquisita la spaccatura di Sel, con il consigliere Chessa che dovrebbe votare a favore della delibera e il capogruppo Pastorino che conferma la propria posizione contraria (sconfessando i dirigenti locali del suo partito che gli chiedono quantomeno l’astensione per la buona tenuta della giunta), tutto ruota attorno al comportamento di Lista Doria.

    Ma non tutti i 6 consiglieri della lista civica legata direttamente al sindaco hanno definitivamente deciso che tasto schiacciare. A favore sicuramente il capogruppo Pignone, rischia di verificarsi una spaccatura di genere: alla fine potrebbero votare sì anche Padovani e Gibelli mentre più agguerrite appaiono le tre rappresentanti femminili, Nicolella, Bartolini e Pederzolli. Da non escludere neppure un più clamoroso 1 sì e 5 no. Secondo i nostri conti, comunque, sarebbero almeno 4 i voti favorevoli necessari da Lista Doria per l’autonomia della maggioranza: 12 i consiglieri del Pd, 1 il sindaco, 1 Chessa (Sel), 3 De Benedictis, Anzalone e Mazzei (Gruppo Misto ma eletti nella maggioranza e inizio ciclo) fa 17 e per arrivare ai 21 della maggioranza assoluta mancano, appunto, 4 consiglieri.

    Eppure, secondo quanto circolato nei corridoi di Tursi, il sindaco pare aver chiesto un voto di fiducia a propri consiglieri, minacciando addirittura le dimissioni se la maggioranza non dovesse risultare autosufficiente. Uno scenario, a nostro avviso, che difficilmente diventerà concreto ma che non è comunque possibile escludere a priori. Chi resterà al fianco del primo cittadino? In ballo c’è soprattutto una questione di immagine: se, infatti, è vero che la delibera in oggetto è soprattutto tecnica e non riguarda nel merito il tracciato dell’opera, già approvata dallo scorso ciclo amministrativo e su cui solo la Conferenza dei Servizi può pronunciarsi, è altrettanto vero che si tratta della prima vera votazione sul tema Gronda per questa amministrazione e votare sì alla per chi si è da sempre dichiarato contrario all’opera potrebbe essere alquanto indigesto. La notte porterà consiglio?

     

    Simone D’Ambrosio

  • “Il primo passo dopo aver compiuto una scelta”

    “Il primo passo dopo aver compiuto una scelta”

    letteredallaluna-testo-sfocatoImmagino il suono del piede, breve, intenso e dolcissimo, la luce negli occhi, il sorriso accennato quanto basta a griffare il volto, penso al primo passo di un uomo subito dopo avere compiuto una scelta.

    Il primo passo deciso dopo mesi di ragionamenti contorti ed intensi, figli di un’intuizione che tante volte arriva mentre si è impegnati a fare dell’altro; dapprima fulminea, poi gravida e pesante nel posarsi al centro dello stomaco.

    La scelta fatta è un seme grezzo da covare con coraggio, perché possa sbocciare, completarsi, verificarsi; è l’atto che più si avvicina alla parola libertà. Scegliere insegna a scegliere, non scegliere insegna a subire.

    Muovere un passo deciso in funzione di una precisa volontà dettata dal proprio corpo e dalla propria mente è l’espressione della vita, è un atto divino. Perché non esiste scelta al mondo incapace di produrre effetto e, allo stesso tempo, sono pochi gli effetti inconvertibili; tutto è in gioco, sempre, ogni giorno.

    Combattere la paura di fallire, la sensazione che “tanto non serve a niente”, non essere inermi. Miei cari guerrieri spennati, che la vostra rivoluzione abbia inizio.

     

    Gabriele Serpe

  • Strada a mare Cornigliano, da febbraio via libera al traffico. Cosa cambia e cosa cambierà

    Strada a mare Cornigliano, da febbraio via libera al traffico. Cosa cambia e cosa cambierà

    Genova Cornigliano - cantiere costruzione strada a mare«Dal primo febbraio spero di poter risparmiare 80 centesimi di autostrada al giorno». Con una battuta in pieno stile genovese, il vicesindaco Stefano Bernini conferma la consegna dei lavori della Strada di scorrimento a mare del Ponente entro la fine del mese: «Sviluppo Genova – ribadisce Bernini che è anche presidente nominato di Società per Cornigliano – ha concluso un accordo con il consorzio delle aziende interessate ai lavori, per la consegna della strada carrabile il 31 gennaio». Resteranno le finiture e tutti lavori da completare al di sotto del nuovo ponte sulla foce del Polcevera, comprese le rotatorie in corrispondenza della Fiumara e via San Giovanni d’Acri che dalla viabilità urbana a raso consentiranno di raggiungere la Strada a mare attraverso apposite rampe d’accesso.

    Da febbraio, dunque, il tratto principale del viadotto sarà finalmente transitabile. L’opera architettonica più complicata, come sottolineato anche dalla stessa Società per Cornigliano creata allo scopo di gestire finanziamenti e interventi per la riqualificazione delle aree ex Ilva (qui l’approfondimento), è stata la realizzazione del nuovo ponte sulla foce del Polcevera a causa soprattutto dell’intercettazione dei binari ferroviari sottostanti.

    Nell’accordo, ratificato anche dai cda della stessa Società per Cornigliano e Anas, sono stati messi nero su bianco tutti i maggiori costi (sull’ordine di grandezza dei 4 milioni di euro dovuti prevalentemente a bonifiche post belliche) che, nonostante gli infiniti imprevisti, consentiranno un ribasso d’asta sul valore fissato per la gara (poco più di 150 milioni di euro) attorno al 30% (la gara era stata aggiudicata per la cifra di 65 milioni di euro al netto degli oneri per la sicurezza, pari a un ribasso d’asta del 34,12%).

    strada a mare 2Così, da Lungomare Canepa si potrà finalmente giungere in maniera rapida e diretta in piazza Savio: 1,6 km con tre corsie per senso di marcia (che diventeranno quattro all’altezza del nuovo ponte sul Polcevera, lungo circa 100 metri, per consentire il collegamento con le rotatorie previste nella sottostante viabilità ordinaria) che consentiranno di decongestionare dal traffico via Pieragostini ed eviteranno l’attraversamento di via Cornigliano, ponendo fine ai cantieri aperti ormai quattro anni fa con un ritardo sulla conclusione dei lavori che si aggira attorno ai 6 mesi.

    I cantieri aperti dopo l’apertura della strada

    Le sponde del Polcevera

    Il ponte di CorniglianoC’è ancora tempo però prima che gli abitanti di Cornigliano possano cantare definitiva vittoria. Il completamento della Strada a mare è solo il primo, importante tassello di una complessiva riqualificazione dell’area che dovrebbe culminare con il restyling della stessa via Cornigliano. Restando, però, sul tema viabilità, cruciali risultano i lavori di rifacimento delle sponde destra (via Tea Benedetti, ovvero il collegamento tra la zona commerciale di Campi e il ponte di via Pieragostini) e sinistra (in direzione monte, verso l’isola ecologia di Amiu) del Polcevera su cui punta forte il vicesindaco: «Sto cercando di accelerare il più possibile questi interventi perché solo con il loro completamento Cornigliano potrà definitivamente risentire dell’effettivo positivo della Strada a mare».

    Lavori non molto complicati per quanto riguarda la sponda destra, che consentirà di alleggerire il traffico di corso Perrone e piazza Massena per l’immissione in via Cornigliano nonché di quello di via Tea Benedetti per il collegamento al ponte di via Pieragostini. Con un costo complessivo di circa 11 milioni, che prevede anche il rifacimento dell’argine del Polcevera come si può ben vedere dall’attuale restringimento di carreggiata all’altezza del semaforo che immette sul ponte di Cornigliano, l’intervento una volta completato vedrà la realizzazione di due corsie di marcia in direzione sud, una nuova rampa d’accesso a via Pieragostini e il sottopassaggio dello stesso ponte.

    Più complessi i lavori relativi alla sponda sinistra, che interessano la riqualificazione di via Perlasca, a causa della copresenza di ferrovia, viabilità ordinaria e problematiche di carattere idrogeologico. Il progetto definitivo è ancora in fase di redazione ma anche in questo caso sono previste due corsie di marcia, ovviamente in direzione nord. Con un costo di circa 18 milioni di euro che, come per la sponda destra, prevede anche il rifacimento dell’argine del Polcevera, i lavori dovrebbero interessare lo spostamento della linea ferroviaria a servizio del porto e la realizzazione di una galleria che consentirebbe il decongestionamento del traffico di Sampierdarena, in particolare delle vie Avio, Molteni e Pacinotti.

    Il collegamento con l’aeroporto

    ilva-corniglianoPer completare il quadro, resta ancora il famoso “lotto 10”: si tratta del collegamento diretto tra la Strada a mare, il casello autostradale di Genova Aeroporto e lo stesso scalo Cristoforo Colombo all’altezza di piazza Savio, che consentirà di evitare interferenze con la viabilità urbana. Non senza un discreto livello di miopia, questi lavori non erano stati inseriti nel bando del bypass a mare e, prima di poter partire, si dovrà attendere la consegna formale del tratto principale del nuovo viadotto. «Stiamo chiudendo la questione degli espropri – ci aggiorna Bernini, che un primo tempo aveva invano sperato di poter far rientrare l’opera come adeguamento imprevedibile dei lavori appaltati per la Strada a mare – e dovremmo andare a gara nel corso del 2015. Ci vorranno 9 mesi per l’assegnazione e circa 18/20 mesi per la realizzazione dei lavori». Ovvero ancora due anni e mezzo, tre per vedere realizzato anche questo nuovo tratto di viabilità che prevede due nuove rampe di accesso a due corsie ciascuna sopra il tracciato ferroviario. Un’opera che, secondo quanto riportato sul sito della Società per Cornigliano, dovrebbe avere una base d’asta attorno ai 22 milioni di euro.

    Riqualificazione di Lungomare Canepa

    Contemporaneamente al lotto 10, verrà messa a gara anche la sistemazione definitiva di Lungomare Canepa. «Su questo punto – conclude il vicesindaco – stiamo formalizzando la consegna di una prima parte delle aree di proprietà di Autorità portuale, quelle che riguardano gli edifici da demolire. Per quanto riguarda, invece, le parti di contorno che dovrebbero diventare di proprietà comunale, potremo procedere con più calma nei prossimi mesi». Così anche l’accesso di levante alla Strada a mare sarà risistemato: tre corsie per senso di marcia, per un costo che si dovrebbe aggirare attorno agli 8 milioni di euro. Una grande opportunità per chi deve attraversare tutta la città, considerato anche il rifacimento del nodo di San Benigno e la crucialità dell’accesso alla Sopraelevata. Almeno finché non prenderà vita (se mai prenderà vita) il tunnel subportuale.

    Simone D’Ambrosio
    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    L’antipasto è servito. Come ampiamente annunciato, martedì prossimo il Consiglio comunale sarà chiamato a discutere sulla Gronda. Una delibera di per sé tecnica che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, le problematiche degli interferiti, i cittadini genovesi (famiglie e attività produttive che siano) interessati dalla costruzione e dal passaggio del nuovo nodo autostradale. Una delibera chiesta al Comune di Genova dalla Conferenza dei Servizi che attende un parere positivo sul tracciato definitivo dell’opera per proclamarne la pubblica utilità e dare il via libera agli espropri. Il problema nasce dal fatto che il tracciato definitivo della Gronda (approvato nel ciclo amministrativo Vincenzi) è sì contenuto nel nuovo Puc, che dovrebbe essere approvato entro un mese, ma non nel Puc attualmente vigente, in cui invece è stato inserito un percorso ormai superato (che prevede il raddoppio della A7 e un passaggio sul Polcevera a fianco al ponte Morandi).

    «Nel momento in cui diamo il parere sugli interferiti e si arriva alla Conferenza dei servizi – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – la Conferenza stessa diventa pianificatrice dal punto di vista urbanistico, sovraordinata rispetto agli enti locali: può dare la pubblica utilità all’opera e procedere agli espropri. Per cui non è necessaria una variante al Puc vigente che, comunque, entro i primi di febbraio sarà sostituito dal nuovo Puc in cui il tracciato della gronda è aggiornato». Resta il fatto che il primo punto della parte esecutiva della delibera in esame chiama in causa l’espressione di “parere favorevole” per quanto attiene alla “compatibilità e agli effetti sul Puc del 2000 dell’inserimento del tracciato dell’infrastruttura autostradale Gronda di Ponente in coerenza con il progetto all’esame della Conferenza dei Servizi”.

    L’obiettivo della seduta odierna di Commissione (aggiornata a martedì mattina) era esclusivamente quello di ascoltare i comitati no Gronda, Società Autostrade, i rappresentanti dei cittadini interferiti e i Municipi interessati al passaggio del nuovo nodo autostradale.
    Il dibattito si è aperto tra le polemiche per la mancata audizione di Paolo Gozzi, rappresentante dei Consiglieri comunali nell’Osservatorio cittadino per la Gronda che ha tuttavia rassegnato le proprie dimissioni dall’organismo a metà dicembre, e l’assenza dei Municipi ad eccezione del Medio-Ponente.
    L’occasione è stata utile ai comitati “No Gronda” per ricordare l’impatto gravoso dell’opera sul territorio. In sintesi: 11 milioni di metri cubi di terre da scavo che verranno movimentati di cui 6 milioni contenti amianto in varie percentuali, 55 chilometri di scavo per realizzare le gallerie necessarie, 3,2 miliardi di euro di costo preventivato, almeno 8 anni di tempo per la costruzione, aumento del 15,11% del pedaggio autostradale su tutta le rete nazionale per finanziare l’opera, 1 milione di mezzi pesanti che complessivamente transiteranno sulla viabilità urbana genovese a cantieri aperti e 60 sorgenti acquifere a rischio.

    La risposta arriva direttamente da Società Autostrade, per bocca dell’ingegner Alberto Selleri: «Il progetto dal nostro punto di vista è definitivo ed è stato approvato anche dal Ministero dell’Ambiente, con una serie di ben note prescrizioni (poche rispetto a progetti di portata simile a questo come il San Gottardo o la Variante di Valico) su cui vorremmo fare chiarezza in sede di Conferenza dei Servizi possibilmente prima di arrivare alla fase esecutiva. Si tratta di un progetto studiato nel miglior modo possibile, limitando tutti gli impatti ambientali e cercando di validare le promesse fatte nel corso del dibatto pubblico. Ma si tratta di un progetto unico: non esiste la possibilità di spezzarlo in lotti perché funziona solo nella sua interezza».

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DUn’affermazione che apparentemente potrebbe far crollare tutti i tentativi di mediazione all’interno della maggioranza di Tursi. Ma, come ricorda il vicesindaco Bernini, la decisione ultima non è di Autostrade ma spetta al ministero delle Infrastrutture e quindi al governo: «Se Lupi decide che non è il caso di fare tutta la Gronda perché siamo in grado di sostenere economicamente solo il primo lotto, così si dovrà fare. Il ministro ha chiaramente detto che non è possibile dirottare per 10 anni tutti gli introiti nazionali degli aumenti di pedaggio solo per finanziare la Gronda e ha pure scartato la possibilità di incrementare tali aumenti. Una terza strada sarebbe quella di chiedere alla Comunità europea una proroga sui 10 anni di concessione del tratto autostradale a Società Autostrade per allungare i tempi di rientro dall’investimento economico. Ma è ancora tutto da vedere e il Comune deve essere parte attiva all’interno di questo confronto. Anche perché dal punto di vista della fattibilità in lotti tutto è possibile. La gronda di ponente da Bolzaneto a Voltri può essere fatta in unico lotto, come unico lotto è il collegamento Genova ovest – Bolzaneto (raddoppio a7): quindi, almeno due lotti sono possibili dal punto di vista tecnico».

    «Immaginare di far partire prima un lotto di un altro – replica Selleri di Autostrade – vuol dire allungare i tempi e generare un nuovo impatto ambientale. Se il ministero decidesse di abbandonare il vecchio progetto è ovvio che dovrebbe essere fatta tutta una serie di studi sulle eventuali nuove soluzioni».

    Le decisioni esecutive, comunque, spetteranno alla Conferenza dei servizi (un tavolo successivo a quello del 23 gennaio che, invece, sarà chiamato a esprimersi solamente sulla pubblica utilità dell’opera e sui conseguenti espropri) che, paradossalmente, vedendo la piega che stanno prendendo le cose e l’ormai nota perdita di interesse da parte di Società Autostrade per l’opera potrebbe anche portare a decisioni clamorose. Tutto, o quasi, dipenderà dalla volontà del governo.
    Anche perché la vera utilità dell’opera, secondo i suoi principali detrattori, è ancora tutta da verificare dato che si basa su studi trasportistici e di traffico veicolare ormai superati da anni. Sul tema anche il vicesindaco si lascia sfuggire una battuta: «L’attuale tracciato della Gronda non può risolvere tutti i problemi di mobilità generati soprattutto dal sovraccarico di traffico sul ponte Morandi e nel nodo di Genova Ovest. Anche con la nuova opera, se arrivo da Ventimiglia e devo andare al Porto, induco i camion comunque a uscire a Genova Ovest. Le cose sarebbero state diverse se avessimo avuto il braccio che portava verso Cornigliano, differenziando i traffici e decongestionando il centro città. Certo si potrebbe sempre intervenire con una riqualificazione strutturale del Morandi che però al momento non sembra essere all’orizzonte».

    Insomma, siamo vicini alla battaglia finale, in attesa di capire quanto la maggioranza riuscirà a essere ancora compatta. La mediazione per convincere i consiglieri di Lista Doria, Sel e Fds a votare con il Pd è però ancora in corso. In questi giorni, e sarà così fino a martedì prossimo, i telefoni sono bollenti. Gli uffici dell’Urbanistica stanno lavorando alacremente alla produzione di modifiche al testo della delibera già passata in giunta che possano accontentare i più: l’obiettivo degli esponenti più a sinistra all’interno della maggioranza è quello noto di ottenere la realizzazione del solo primo lotto dell’infrastruttura, ovvero il raddoppio della A7.
    «Visto che il tracciato è già stato deciso dall’amministrazione precedente – commenta il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – l’unica cosa che possiamo fare è sfruttare il ritorno della questione in Consiglio comunale, seppure per via traverse, per ottenere risultati utili alla città inserendo elementi finora mai considerati».
    Ecco allora che nella delibera spunterà la richiesta di inserire il Comune di Genova all’interno del Comitato nazionale di controllo e vigilanza sull’opera che al momento contempla solo Arpal, Regione Liguria e ministero dell’Ambiente. Ma l’aspetto più delicato e ancora in fase di discussione è un richiamo a una rivalutazione dell’opportunità dell’opera alla luce delle recenti alluvioni: certo, il Pd non potrebbe mai accettare una posizione così esplicita ma proprio qui si stanno giocando tutte le carte interne alla maggioranza. È lo stesso vicesindaco ad ammettere aperture: «L’accento va posto sul fatto che il Comune deve per forza di cose poter partecipare alla discussione sulla regolamentazione dei corsi d’acqua e verificare che i calcoli fatti in passato risultino corretti anche in funzione dei nuovi fenomeni atmosferici che, ahinoi, si verificano ormai con regolarità».
    Rispetto al passato, dunque, il vicesindaco sembra essere molto più conciliante verso i detrattori dell’opera, cercando di portare a casa da questo confronto qualche frutto positivo per il prosieguo della giunta Doria e della variegata maggioranza. «Capisco la posizione di chi vorrebbe concentrarsi esclusivamente sul raddoppio della A7 – dice il vicesindaco – sulla cui necessità siamo tutti convinti a prescindere dall’impatto ambientale che verrebbe mitigato dai notevoli vantaggi ottenuti dalla città. Ma per me è strategica tutta l’opera, anche dal punto di vista ambientale, perché toglierebbe traffico pesante dalla viabilità urbana e dalla parte più vicina alla case».

    Difficile, comunque, un voto unanime anche se dovessero essere accolte tutte le richieste delle sinistre. Il compromesso, comunque, sembra ancora possibile. Anche perché il Partito Democratico ha più volte annunciato che un’eventuale maggioranza sulla delibera diversa da quella uscita dalle urne potrebbe aprire una grave crisi di governo della città. «Ma si tratta soprattutto di una questione di immagine – chiosa Bernini – perché gran parte delle rivendicazioni di chi si oppone al progetto sono già state evidenziate dalle prescrizioni della VIA. Non posso essere tranquillo sull’esito della votazione di martedì perché sono molto sensibile ai voti secondo coscienza e posso capire che qualche consigliere che ha da sempre espresso contrarietà radicale all’opera non se la senta di votare neppure una delibera tecnica, pur con tutti gli adeguamenti del caso».

     

    Simone D’Ambrosio