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  • “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    porto-waterfront-genova-DILa matita dell’artista da un lato, la razionalità dell’amministratore dall’altro. “Genova schiacciata sul mare”, Genova che “sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte”. #Genovamorethanthis il futuro della propria immagine se lo gioca proprio qui, in questa dicotomia tra utopico affresco e sostenibile riorganizzazione degli spazi. Spazi che abbondano ai margini di una città che rischia ogni giorno di perdere sempre più la sua ormai antica vocazione industriale. Spazi occupati, angusti e affascinanti, tra quei “labirintici, vecchi carrugi (licenza poetica, a Francesco Guccini si può concedere)” affacciati sul porto, all’ombra della Lanterna. Ma soprattutto spazi che hanno bisogno di essere liberati, spostati, riassegnati per dare vita a una nuova idea di città sostenibile.

    Questa è una preview, l’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    La Genova di domani non può essere una città legata ai grandi sogni perché “palanche”, inutile negarlo, non ce ne sono. Almeno per adesso. Gli anni delle Colombiane, del G8, di Genova capitale europea della cultura sono ormai un ricordo che ha comunque lasciato segni indelebili come il Porto Antico e il Centro Storico patrimonio Europeo dell’Unesco ma non ci si può però fermare qui. Genova, come dice il nuovo slogan cinguettante, è molto più di questo o, quantomeno, vorrebbe provare a esserlo. E, allora, che città sarà nel 2025? Il nodo cruciale non può che essere l’affaccio sul mare, quel cosiddetto waterfront che si estende per una trentina di km di costa, da Nervi a Voltri, e che si vuole potenziare e valorizzare proprio a partire dal suo cuore di fronte al centro cittadino.

    waterfront-renzo-pianoQualcuno, addirittura, è arrivato a sognare un nuovo Porto Antico, tanto da ipotizzare l’affidamento a Renzo Piano, del progetto di riqualificazione delle aree ex Fiera acquistate dal Comune tramite Spim (qui l’approfondimento) perché non più necessarie ad attività fieristiche e molto più utili a salvare i disastrosi bilanci della Fiera di Genova. Già, Renzo Piano, proprio colui che a partire dal ’94 aveva ricevuto le chiavi artistiche della costruzione del Porto Antico sulle aree dell’Expo colombiano del ’92 e che tra 2004 e il 2008 aveva provato, senza alcun risvolto concreto, a ridisegnare tutto l’affaccio sul mare della città da piazzale Kennedy fino a Voltri.
    Ma anche questa volta gli affreschi dell’archistar potrebbero restare solo sulla carta perché i soldi, appunto, non ci sono e bisogna fare i conti con la realtà e con le esigenze del territorio. «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commenta il vicesindaco del Comune di Genova e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano? Se Piano decide che lì vuole metterci una spiaggetta, o si fa la spiaggetta o non si fa nulla? Invece, rimettendo a posto i bagni comunali, utilizzando le proprietà della Marina militare che passeranno ad Autorità portuale, sfruttando le idee e gli investimenti del Municipio nell’area Govi, possiamo disegnare un percorso molto produttivo».

    Ma allora esiste davvero un’idea, un’immagine futura della città? Sia il vicesindaco che i tecnici del Comune sanno bene che il disegno del nuovo waterfront su cui stanno lavorando gli uffici di Tursi non avrà lo stesso appeal dei disegni proposti da Piano. Tuttavia, l’intento è quello di proporre un’idea che possa essere effettivamente realizzabile con le risorse a disposizione. «Il grande sforzo è stato arrivare alla conoscenza dei punti più piccoli – racconta Bernini osservando una lunga cartina del litorale genovese – che è anche l’unica possibilità per goderci questa città e farla godere a pieno. L’artista bravo è quello che arriva al bello, al meglio possibile partendo dalle esigenze e dalle risorse delle città, che è il vero committente. Lo sforzo degli uffici è stato proprio questo: produrre un disegno che non fosse un gesto pittorico artistico ma mettere insieme un qualche cosa che avesse una serie di verifiche di legittimità e desse garanzie alla cittadinanza». Più che un nuovo Porto Antico allora, si tratterà, come recita lo stesso Piano Urbanistico, di sottoporre a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo” tutto l’arco litorale compreso tra Punta Vagno e piazzale Kennedy e da qui arrivare fino alla zona dell’Expo.

    Punta Vagno

    Per quanto riguarda Punta Vagno tutto ruota attorno al trasferimento dell’Istituto idrografico della Marina (qui l’approfondimento) dalla collina di Oregina a Calata Gadda, nell’ex palazzina Selom, quasi a ridosso del Molo Vecchio. Che c’entra con Punta Vagno e corso Italia?  I nuovi spazi di Calata Gadda ospiteranno tutte le attività collegate all’Istituto idrografico e questo comporterà anche la dismissione dell’ex Batteria Stella (sulla strada che unisce la Fiera del Mare al Porto Antico) e della zona diportistica di Punta Vagno. L’accordo  con Autorità Portuale, però, non c’è ancora stato. Inoltre, l’area può essere recuperata solo se al Ministero vengono offerti anche degli appartamenti e da Palazzo San Giorgio nulla ancora si è mosso alla ricerca di immobili disponibili.

    Ponte Parodi

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, invece, nell’area di Ponte Parodi (circa 40 mila metri quadrati accanto alla Darsena) dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” (qui l’approfondimento) che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo” con l’obiettivo di catturare soprattutto l’attenzione e la presenza dei giovani. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, negli ultimi mesi, si è fatta largo anche l’ipotesi che l’idea potesse essere ormai desueta e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area.

    Silos Hennebique

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2A pochi metri di distanza da Ponte Paorodi sorge un’altra imponentissima zavorra del waterfront genovese, il silos Hennebique. È passato quasi un anno da quando il 29 novembre 2013 il bando per la concessione novantennale dell’ex silos granaio alle spalle della Darsena è andato deserto (qui l’approfondimento). Stiamo parlando di una delle più grandi strutture abbandonate della nostra città: 210 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 44 di altezza, con 210 pilastri e 38 mila metri quadrati calpestabili. Autorità portuale e Comune di Genova avevano annunciato un nuovo bando, più leggero soprattutto dal punto di vista delle funzioni ammissibili, in tempi abbastanza rapidi. Ma, come detto, un altro anno è passato invano. Secondo il vicesindaco Bernini la soluzione attualmente al vaglio è quella di «pensare di realizzare un centro economico-direzionale legato ad attività portuali». Hennebique come nuovo Palazzo San Giorgio dove si decidono i traffici commerciali della città? Anche qui non possiamo far altro che restare a guardare.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Val Bisagno, riqualificazione ex Guglielmetti: modifiche al progetto, si va verso l’approvazione

    Val Bisagno, riqualificazione ex Guglielmetti: modifiche al progetto, si va verso l’approvazione

    progetto-coop-ex-guglielmettiIl processo di riconversione del Centro Coop Bisagno e la riqualificazione dell’ex officina Guglielmetti sembrano essere giunti agli ultimi passaggi prima dell’approvazione definitiva. L’area è stata acquistata interamente da Talea per una cifra attorno ai 26 milioni di euro allo scopo di realizzare un complesso alberghiero con torre alta 35 metri e un centro commerciale con annesso parcheggio sulla copertura, tra via Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi (a pochi metri di distanza dal cantiere per la costruzione di un altro centro commerciale nell’area ex Italcementi, ndr).

    Era Superba aveva già illustrato nel dettaglio il progetto iniziale (qui l’approfondimento): un albergo a 3 stelle, con una struttura a torre per una superficie di 7.441 mq che dovrebbe occupare l’area tra l’ex Officina Guglielmetti e le concessionarie di automobili; un centro commerciale, con superficie di vendita pari 7.434 mq che dovrebbe essere sormontato da un parcheggio accessibile attraverso una vistosa rampa d’accesso elicoidale; una piastra di connessione tra il Centro Acquisti Val Bisagno e l’area Guglielmetti sulla cui superficie potrebbero trovare spazio un piccolo parco giochi e una piccola arena per circa 4.000 mq.

    ex-guglielmetti-progetto-amici-ponte-carregaI residenti della valle, con capofila gli Amici di Ponte Carrega, hanno fin da subito manifestato la propria contrarietà al progetto ritenuto troppo impattante sul territorio circostante soprattutto nella delineazione della torre alberghiera e del parcheggio. «A settembre abbiamo incontrato i vertici Coop per manifestare le nostre obiezioni – racconta Fabrizio Spiniello, portavoce del comitato – ma ci è stato risposto che il progetto presentato era l’unico realizzabile: l’albergo poteva avere solo quella forma e poteva essere messo solo in quel posto così come il parcheggio». Ma i cittadini non si sono arresi e hanno concretizzato la propria opposizione attraverso la presentazione di alcune osservazioni in Conferenza dei Servizi. E i rilievi non si sono rivelati così strampalati, tanto che la stessa Talea ha prodotto una variante al progetto accogliendo alcune delle istanze prevenute.

    Adesso la parola spetta nuovamente alla Conferenza dei Servizi. «Credo che dopo alcuni incontri in Municipio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – la variante progettuale vada incontro alle richieste del territorio. Non l’ho ancora vista nel dettaglio ma credo che fosse corretto e opportuno accogliere tutte le modifiche in meglio che possano rendere meno impattante l’albergo e il parcheggio».

    Ma i cittadini non sono ancora soddisfatti, in particolare per i volumi che si dovrebbero collocare davanti alla Chiesa di San Michele, a Ponte Carrega e al suo borgo. «Va detto chiaramente – ammette Spiniello – che nell’ultima revisione del progetto sono state recepite alcune delle nostre osservazioni ma secondo noi questo non può bastare. Va tracciato un solco tra passato e futuro. È come se si fosse dimenticata la storia del quartiere».

    Nonostante le migliorie proposte e messe nero su bianco (eliminazione della rampa elicoidale di accesso al parcheggio, abbassamento della torre alberghiera e presenza di una sala in cui insediare il teatro dell’Ortica) il progetto prevede ancora volumi piuttosto alti e grandi parcheggi in copertura: «Secondo noi – racconta il portavoce degli Amici di Ponte Carrega – si tratta di un utilizzo assai poco pregevole per un luogo così interessante e affacciato verso le colline del parco delle mura e dell’acquedotto storico».

    guglielmetti-molassanaEcco, allora, che gli stessi cittadini si sono fatti promotori di un progetto architettonico alternativo e sostenibile realizzato gratuitamente dallo Studio Gallarati Architetti. «Siamo riusciti a produrre un progetto alternativo che risponda alle stesse esigenze commerciali e di sviluppo edilizio di Coop – prosegue Spiniello – ma allo stesso tempo rispetti il tessuto urbano della Valbisagno. Concordiamo sul fatto che Coop debba rientrare di un investimento su un’area privata pagata 26 milioni di euro contro un valore reale di 8 ma chiediamo di rispettare anche i diritti dei cittadini e i principi etici di Coop stessa affinché il progetto non deturpi ulteriormente la vallata. Noi prendiamo il quartiere come centro del progetto mentre Coop è come se facesse atterrare un’astronave senza prendere in minima considerazione il contesto urbano».

    Nel “progetto popolare” vengono abbassate le volumetrie e mantenuto lo stesso numero di stanze per l’albergo (circa 150) ma vengono spostati gli ingombri, compresi quelli del parcheggio: viene, infatti, eliminata la copertura che potrebbe, invece, essere sfruttata per la nascita di un piccolo centro sportivo.  “A parte i casi limite di scelte urbanistiche completamente sbagliate  – spiegano le note dell’architetto Giacomo Gallarati, redattore della proposta alternativa – esiste sempre una soluzione alternativa, sostenibile e condivisa, rispetto ad un progetto architettonico di dubbia bontà. L’intervento è concepito come un grande oggetto fuori scala. La nostra proposta progettuale ribalta perciò l’impostazione di fondo del progetto Talea e assume il percorso storico come asse principale dell’intero intervento”.

    Si parte perciò dallo spazio principale di aggregazione: una piazza con un teatro, che con gli oneri di urbanizzazione richiesti a Talea (5 milioni di euro nel complesso, dei quali la metà in opere e l’altra metà in denaro) dovrebbe rappresentare la nuova sede del Teatro dell’Ortica. Da qui poi si accederà agli spazi pubblici e al centro commerciale. L’albergo viene spostato sull’asse del ponte Guglielmetti, ruotato perpendicolarmente al Bisagno e suddiviso in più edifici in modo da non costituire più una barriera alla percezione del paesaggio retrostante evitando così l’effetto “fuori scala”. Inoltre, grande centralità viene data al verde e agli spazi di socializzazione: “Il progetto Talea – si legge ancora nelle note – prevede solo un piccolo spazio verde all’aperto in copertura, accessibile quasi unicamente tramite le scale mobili del contro commerciale e perciò a servizio dei clienti e non dei cittadini. Come in un mall, l’intero complesso è strutturato sulla base di un accesso quasi esclusivo tramite automobile privata. Per non modificare superfici e destinazioni del progetto Talea, abbiamo mantenuto l’unitarietà del piano terra, a parcheggi, e del piano intermedio, con destinazione a centro commerciale, fruibile tramite percorsi coperti: il centro commerciale non costituisce più però l’elemento centrale dell’edificio, in quanto la nostra proposta prevede di realizzare in copertura un grande spazio pubblico urbano sopraelevato, collegato direttamente con il tessuto edilizio circostante tramite percorsi pedonali, scalinate aperte e ascensori pubblici e organizzato in vie, piazzette, giardini. Su di esso sono previste strutture leggere da destinare a piccoli esercizi commerciali, pubblici esercizi e spazi per società sportive, con l’intento di stimolare e rafforzare una vita di quartiere”.

    A dire il vero una piazza è presente anche nei disegni di Coop ma di concezione forse “un po’ troppo moderna”, come sostengono gli Amici di Ponte Carrega: «La piazza da loro ipotizzata si trova in mezzo al centro commerciale, lontano dalle case e dai percorsi pedonali utilizzati da tutti noi, lontano dal cuore pulsante del quartiere. Si tratterebbe di uno spazio raggiungibile solo in automobile che otterrebbe il solo risultato di svuotare ulteriormente i nostri veri spazi urbani che invece andrebbero riqualificati, come piazza Adriatico, o costruiti ex novo, come via Terpi».

    Il progetto promosso dagli abitanti del quartieri è fresco di realizzazione e non è ancora stato mostrato ai vertici Coop e all’amministrazione civica. Ma il vicesindaco Bernini punta a fare chiarezza fin da subito: «Coop ha accolto le giuste osservazioni dei cittadini e proposto una variante, ora però bisogna anche tenere presente i principi di sostenibilità economica del progetto per chi ha compiuto un importante investimento economico».

    «La cosa bella del nostro progetto – ribatte Fabrizio Spiniello – è che è nato tutto dal basso. Siamo stati noi cittadini che abbiamo detto che cosa avremmo voluto da questa riqualificazione e lo studio l’ha messo nero su bianco, gratuitamente. Si tratta di una proposta che muove da una filosofia più consona al terzo millennio, più europea e che concretizza il concetto di Smart City invece di farne solo tante parole come finora è stato fatto a Genova».

    Insomma, la Conferenza dei servizi, che deve ancora discutere la variante proposta da Talea, è chiamata a esprimere l’ultima parola, ma ascoltando la riflessione di Bernini la sensazione è che il progetto stia per imboccare la strada dell’approvazione definitiva e che per le rivendicazioni dei cittadini non ci sia ormai più molto spazio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scuola piazza Erbe, scelte tecniche e stilistiche: parola al progettista

    Scuola piazza Erbe, scelte tecniche e stilistiche: parola al progettista

    scuola-piazza-erbe-nov-2013Dopo un iter decennale, la scuola di Piazza delle Erbe sta per essere ultimata. Un’opera importante per la Città Vecchia, un progetto che ha attraversato ben tre amministrazioni comunali differenti: proposto dalla giunta Pericu come intervento conclusivo per il restyling del centro storico (zona San Donato, Sant’Agostino, Sarzano), sostenuto dalla giunta Vincenzi, l’edificio vedrà la luce sotto l’amministrazione Doria, per la gioia di bambini e genitori.

    Tuttavia, per quanto riguarda il risultato estetico dell’opera, il coro unanime di soddisfazione lascia spazio a qualche polemica. I genovesi si dividono sulla scelta del colore, della volumetria, dell’integrazione nel contesto urbanistico della piazza. Qui un tempo sorgeva l’oratorio di Santa Maria del Suffragio, un edificio del ‘700 bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e mai recuperato (tuttora possono vedersi le macerie, i lavori di cantiere nell’area dell’Oratorio dovrebbero proseguire dopo la consegna della scuola).
    Abbiamo scambiato qualche battuta con uno dei due progettisti, il genovese Roberto Melai (che ha affiancato il collega tedesco Jörg Friedrich), abbiamo fatto il punto sul nuovo edificio, discusso le scelte stilistiche e approfondito le aspettative di chi questa scuola ha contribuito a pensarla e disegnarla prima di vederla realizzata…

    Architetto Melai, partiamo dalle scelte legate alla volumetria.

    scuola-erbe-verticale«L’edificio in questione nasce da un’idea ben precisa, da un programma funzionale. Pertanto, per quanto riguarda la volumetria, è più giusto parlare di “automatismi”, piuttosto che di scelte. Soprattutto dopo le riforme scolastiche degli ultimi anni, in base alle quali è stato alzato il numero degli alunni per classe (28, invece di 25), le regole sono cambiate anche per noi architetti: ogni alunno ha diritto a 1,80 metri di spazio, che deve essere moltiplicato per il numero dei bambini in ogni classe, poi per il numero delle classi totali, e cui si deve aggiungere lo spazio previsto per le classi speciali. È in base a questo calcolo che si ottiene la dimensione totale del plesso scolastico. Anzi, per quanto riguarda la parte progettuale, io e il mio collega tedesco abbiamo pensato di ridurre i volumi, rispetto alle previsioni fatte inizialmente, per evitare di rendere l’impatto della scuola troppo invasivo: invece delle 16 classi ordinarie più 6 speciali, come si era detto all’inizio, abbiamo optato – d’accordo con la direzione scolastica – per ridurre a tre il numero delle classi speciali raggiungendo un totale di 19 classi, invece di 22. All’epoca ho partecipato anche alle assemblee di circoscrizione, alla presenza di cittadini e associazioni: prima dell’approvazione del progetto, c’è stato il coinvolgimento della cittadinanza in un percorso partecipato. Ricordo che in quel contesto ho fatto presente che si intendeva procedere con la riduzione dei volumi, incontrando le critiche di alcuni cittadini, che protestavano contro il fatto che la scuola, eliminate tre delle sei classi speciali, non fosse a norma di legge. Oggi, invece, sento che vengono avanzate le critiche opposte, “le dimensioni della scuola sono troppo incombenti”, e mi chiedo dove fossero questi cittadini all’epoca del percorso partecipato».

    piazza-delle-erbe-d1In fase di progettazione come avete gestito il problema dell’impatto della nuova scuola su un luogo così particolare come Piazza delle Erbe?

    «È un problema che non esiste. La piazza è sì antica, mentre l’architettura della nuova scuola è per forza di cose più moderna, in linea con la ricostruzione delle case attorno (il complesso nato a ridosso di Vico Biscotti, n.d.r.). Il volume in questione è importante perché come già detto le aule sono tante e i bambini sono numerosi. Tuttavia, il mio collega tedesco, l’architetto Friedrich, autore del progetto, ha optato per spaccare i volumi in due e creare due livelli diversi, uno più basso su Piazza delle Erbe e uno più elevato su Salita del Prione e i giardini Luzzati. Si è optato per una soluzione con piani ruotati: esigenze architettoniche imponevano di avere cinque classi per ogni piano ma ciò non sarebbe stato possibile con un allineamento normale, perciò per mantenere le aule si sarebbe dovuto creare un piano ulteriore in altezza, rendendo il complesso molto più imponente. Per questo motivo si è scelto di spezzare le volumetrie e dare vita a una soluzione di dimensioni più contenute. Tra l’altro, questo tipo di operazione è piuttosto frequente nel centro storico: scorci del genere, con volumi “spezzati” e orientamento diverso, si trovano, per esempio, in Via Cairoli e Lomellini. Questa operazione serve a ridurre e alleggerire il tutto, perché elimina la costruzione della parete continua su Piazza delle Erbe, di certo più incombente».

    Come siete arrivati alla scelta del colore, ad esempio, o al particolare design delle finestre?

    «Abbiamo pensato semplicemente che, trattandosi di una scuola per bambini, fosse appropriato un colore sui toni dell’azzurro. Inoltre, è diverso dagli altri della piazza, dominata in maggioranza da colori caldi come giallo, arancio e toni del rosso: operazione voluta allo scopo di mettere in rilievo anche cromaticamente la diversa funzione dell’edificio. Non si tratta, in questo caso, di un’abitazione, di un esercizio commerciale, di un ristorante, ma di un’istituzione. Era importante sottolineare la sua denotazione anche sotto il profilo cromatico, a colpo d’occhio: il colore vuole essere un segnale inequivocabile (alcuni commercianti della zona sottolineano inoltre come a loro avviso il colore “di rottura” crei un’apertura nella piazza e dia profondità: il giallo avrebbe finito per creare una barriera cromatica e chiudere gli spazi, n.d.r.). Per quanto riguarda le finestre, abbiamo pensato di riproporre aperture, “buchi”, simili ad altre che si vedono nel centro storico, dando movimento. Abbiamo evitato di inserire finestre grandi -tipicamente anni ’50 e oggi un po’ fuori moda- ancora presenti in certe zone (ad esempio, in certi edifici vicini a Piazza Campetto) perché sarebbero state qui in contrasto col contesto di inserimento. Il progetto della scuola è stato presentato dal mio collega di Amburgo, mentre io mi sono limitato a completarlo e “vestirlo”: sia chiaro, non lo dico per prendere le distanze, anzi per dare il merito di questa idea al reale ideatore, di cui invidio l’abilità professionale. Un progetto inseguito per oltre dieci anni, pervicacemente: oggi dovremmo tutti rallegrarci del fatto che la piazza sarà resa ancora più bella perché ultimata con un’opera utile. L’architettura è un’educazione, non è questione di gusto, non è arbitraria, è il frutto di uno studio che parte dietro i banchi universitari e non finisce mai, diventa parte della vita di noi professionisti, plasmando la nostra forma mentis. Nessuna scelta è casuale ma nasce da uno studio attento: passiamo la vita a pensare a queste cose».

    Elettra Antognetti

    Il giorno 11 febbraio riceviamo segnalazione e pubblichiamo precisazione su divisione dei ruoli per il progetto Scuola delle Erbe:

    Arch. Jörg Friedrich (progettazione architettonica, capogruppo del raggruppamento temporaneo di progettazione)
    Arch. Roberto Melai (coordinatore del gruppo di progettazione, coordinatore della sicurezza in fase di progettazione, direzione operativa opere edili)
  • Massimiliano Fuksas “One Day, One Project”: come nascono le idee

    Massimiliano Fuksas “One Day, One Project”: come nascono le idee

    fuksasTre ingredienti: Genova, una conferenza per  salutare la neonata Scuola Politecnica e un’archistar di fama internazionale. Questo il mix vincente, che proprio ieri (8 maggio 2013, a partire dalle 15) ha richiamato un folto pubblico composto da giovani e meno giovani, studenti e professori, bambini e genitori, accorsi per assistere alla lecture di Massimiliano Fuksas. L’architetto, su invito dei colleghi e amici di sempre, i docenti Franz Prati e Marco Casamonti dell’ateneo genovese, è arrivato in città, ospitato negli spazi della Chiesa sconsacrata di Sant’Agostino per raccontarci qual è la sua visione dell’architettura moderna in una lecture dal titolo “One Day, One Project”. Il tutto, con un occhio rivolto verso Genova: arrivato in città proprio in concomitanza dei tragici fatti accaduti al Molo Giano nella notte tra 7 e 8 maggio, Fuksas non ha evitato di rivolgere un pensiero alle vittime dell’incidente e ai famigliari. Un incontro toccante, in cui l’architettura e l’arte hanno aperto una finestra di speranza sul futuro di una città che non smette mai di lottare.

    «Eravamo molto indecisi se fare questo incontro o no e non so che cosa dire, forse dovremmo alzarci per un minuto, qualche secondo, o fare un momento di silenzio. Non so come dovremmo comportarci, ma siamo vicini alle famiglie…», la voce di Fuksas si spezza. L’applauso scroscia e sfocia in una standing-ovation da parte dei partecipanti. «Il pensiero va alle famiglie e alle vittime rimaste coinvolte nel tragico incidente della notte scorsa». All’indomani della tragedia e alla vigilia del lutto cittadino, si è optato per effettuare l’incontro come da programma. Che l’affluenza di pubblico, in un momento ancora così critico, sia stata così grande non può che far pensare: è forte il desiderio di conoscere l’architettura anche e soprattutto in un contesto urbanistico particolare come quello genovese. Da qui, si pensa, è il caso di ripartire per una città più sicura, per creare lavoro e muovere l’economia, per riportare Genova in auge, dotandola magari di nuove infrastrutture e edifici di pregio. Fuksas, impegnato in 3 giorni di lectures in giro per l’Italia, riflette con i presenti proprio su questi argomenti e spiega come sia possibile guardare con ottimismo a un’Italia che produce idee e che apre una finestra sul mondo.

    «Voglio precisare che di solito non tengo conferenze nelle aule universitarie, tutt’al più una all’anno», continua l’architetto, prima di iniziare la lecture vera e propria con la spiegazione di 6 dei suoi progetti più recenti. Per la prima volta in una conferenza, inoltre, mostra i suoi disegni: sono un sacco, a quanto pare le anteprime genovesi, che tradiscono la simpatia della “star” per la nostra città. I progetti variano e spaziano non tanto nel tempo (tutti degli ultimi dieci, quindici anni, e molti ancora in corso), quanto nello spazio: si parte con Mosca e si arriva alla Cina, passando per Roma. Proprio nella capitale è in corso la realizzazione del Palazzo dei Congressi, meglio conosciuto come “nuvola”, soprannome affibbiato dai cittadini stessi a causa della particolare forma, che richiama proprio una nuvola. Vinto il concorso nel ’98, quando viveva a Parigi, l’architetto rivela alcuni retroscena circa il progetto: «Racconterò una storia che non è vera, ma mi piace far credere che lo sia: mi trovavo in Grecia quando, alzando gli occhi ho visto nel cielo una nuvola, con la stessa forma di quella che poi ho costruito. Da qui la mia ispirazione… Anche se questo aneddoto non è vero, lo spaccio per tale e lo racconto spesso perché credo che dietro ogni progetto ci debba essere una storia valida. “One day one project” è come un mantra: le idee nascono sempre e ovunque, e tutto può trasformarsi in ispirazione creativa».

    Prerogativa di Fuksas, la creatività, la leggerezza, l’astrazione e l’evanescenza, non importa quale sia il contesto urbanistico: dalla Roma felliniana e la Mosca di Bulgakov, con forti retaggi culturali, alla Cina sterminata, pre-industriale e ancora arretrata. Lo scopo, creare edifici e infrastrutture utili e funzionali, strizzando l’occhio al design innovativo, alla forma e alla sostenibilità. E a Genova?, viene da chiedersi. Si è parlato di progetti già ultimati o in via di costruzione tanto nelle grandi metropoli internazionali, quanto in contesti meno sviluppati e apparentemente più problematici. È possibile avviare anche in Liguria un percorso di sviluppo che apra a una prospettiva internazionale, inserendo Genova nei circuiti turistici mondiali, rendendola di nuovo Superba come un tempo? Perché no, ma ancora la crisi economica, la conformazione territoriale e l’urbanizzazione selvaggia del dopoguerra, e soprattutto la gabbia burocratica di cui il nostro paese è prigioniero non facilitano le cose. Racconta Fuksas: «Di tutti i progetti che ho esposto, la “nuvola”è il più vecchio. Datato ’98-’99, non è ancora stato terminato. Altri progetti ben più recenti (datati 2009) e realizzati in altre parte del mondo sono in via di ultimazioni e verranno inaugurati quest’anno. Questo per la lentezza endemica del nostro sistema, per i conseguenti sprechi e per la disorganizzazione dilagante, mali tutti nostrani».

     

    Elettra Antognetti

  • Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Quadro di Mariagiovanna FigoliMariagiovanna Figoli, originaria di Vernazza, vive a Genova dove ha lavorato tutta la vita: architetto, ha insegnato per decenni presso la facoltà di architettura della nostra città. Nell’ambito del suo ruolo di docente, ha improntato la sua ricerca, e di rimando anche l’attività didattica, a un principio per lei fondamentale: la comprensione dello sviluppo urbano in rapporto alla morfologia del territorio e al rispetto del carattere dei luoghi. Terminata l’attività lavorativa ha continuato la medesima ricerca declinandola in modo del tutto nuovo: attraverso l’arte. Dipingendo l’architettura che tanto ama, cercando di raccontare il nostro tessuto urbano attraverso le immagini.

     

     

    Lei è architetto. Come è giunta a fare pittura?

    «La mia storia comincia da lontano: io sono stata un’allieva del liceo artistico genovese, quando c’erano Verzetti, Scanavino, Bassano, Bertagnin, Fieschi… artisti estremamente importanti, credo che la mia generazione sia stata molto fortunata ad incontrarli. Per me è stato un inizio appassionante, ho scoperto il mondo della pittura imparando a guardare “dentro” i quadri. La mia volontà poi di fare architettura mi ha portata ad abbandonare questo ambito, anche se solo in parte: ho dovuto frequentare la facoltà di architettura al Politecnico di Milano perché a Genova ancora non c’era, e i costi erano sostenuti. Io sono originaria di Vernazza, e d’estate stavo là: dipingevo e vendevo quadri coi cui proventi riuscivo a pagare le tasse universitarie. Terminata l’università feci per un periodo l’architetto presso diversi studi, ma capii che la professione era un po’ difficile per me, perché non ero capace di farmi pagare dai clienti! Poi ci fu un incontro casuale con un professore presso lo studio dove lavoravo allora. Mi vide lavorare e notò che ero molto brava nel disegno; sotto suo suggerimento iniziai ad avvicinarmi alla carriera universitaria, facendo l’assistente nei corsi di disegno dal vero e progettazione, fino all’incarico ufficiale di docente di progettazione architettonica, ruolo che ho ricoperto fino a che sono venuta via dall’università, avendo raggiunto i 40 anni di anzianità di servizio».

    Quadro di Mariagiovanna Figoli«Facendo progettazione io ho sempre dedicato particolare attenzione alla città, alla sua forma e sviluppo in rapporto alle vicende storiche, questo è sempre stato un mio interesse: pensavo che gli studenti non potessero progettare alcuna cosa senza prima conoscere la storia e l’evoluzione architettonica del luogo oggetto di studio, nello specifico Genova, non ignorando ovviamente anche tutto ciò che accadeva nel resto del mondo a livello di progettazione, ma imparando a inserirsi in un contesto precostituito e di valore com’è il tessuto architettonico genovese. Ho sempre perseguito questo obiettivo, con fatica anche, perché insegnare progettazione non è una passeggiata. Terminato il lavoro come docente, mi sono trovata a dover decidere cosa volevo fare, non potevo stare senza far nulla. Ma anche lì, le cose sono accadute per caso: non avevo mai pensato di mettermi a dipingere, e non considero nemmeno pittura quello che faccio, lo vedo piuttosto come un proseguimento della mia ricerca sulla città e sulle sue architetture, solo fatta in modo un po’ diverso; l’incontro casuale con un’amica che ha sempre dipinto mi ha messo in testa l’idea e ho cominciato a fare qualcosa. A me i primi risultati non piacevano molto, agli amici sì; un giorno incontro Raimondo Sirotti e gli chiedo di dare un’occhiata a questi lavori, chiedendogli di essere assolutamente sincero. Con mia grande meraviglia mi dice che nelle mie immagini c’è “una grande forza”, e un modo di comporre che non usa nessuno. Decide di organizzarmi una mostra: cosa lontanissima da me, io avevo cominciato con l’idea di regalarne e al limite vendere qualche quadro ad amici e conoscenti! Così mi sono ritrovata a fare la mia prima mostra personale nel gennaio del 2009 presso la Fondazione Garaventa».

    Come incide il suo essere architetto sulla visione che ha delle cose e sul suo approccio all’arte?

    «Moltissimo, non lo posso ignorare. Saper leggere, capire l’architettura, vederne le contraddizioni e gli aspetti positivi è il tema, il mio tema. Però non sono una paesaggista: il paesaggio è una visione estatica di una certa particolarità panoramica, con l’intento di fermarne un certo momento, con quei certi colori… la mia è una cosa diversa, io studio l’architettura da dentro, ne studio il rapporto con il territorio. Ci vogliono anni di studio, e il pittore che dipinge il paesaggio non ha questo retroterra, non gli è indispensabile, nessuno glielo chiede. Per me che nasco come architetto, che sono un architetto che dipinge, è importante far vedere interno ed esterno di un edificio: è un’immagine abbastanza normale pensandoci, un’immagine che tutti abbiamo. Faccio un esempio semplice, riferendomi alla mostra che ho fatto di recente sui teatri genovesi: io del Carlo Felice conosco un prima e un dopo, una distruzione e una ricostruzione, una collocazione che è Piazza De Ferrari, un percorso per arrivarci che mi fa passare per certe vie… quello che cerco di fare è condensare in un’immagine tutto ciò che so del soggetto».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuindi è presente anche l’elemento temporale…

    «Sì. Di fatto, la mia pittura è un racconto. Credo che molti pittori lo facciano, ognuno con un linguaggio diverso. Questo è ciò che io voglio fare».

    La leggerezza dell’acquerello e delle svelte linee di contorno, i piani sovrapposti su cui si affastellano scorci di luoghi ed edifici. Può spiegare queste scelte stilistiche?

    «L’immagine che noi abbiamo delle cose non è puramente estetizzante, l’estetica è composta da cose vere, da strutture, materiali, emozioni… esce fuori quello che uno pensa di quell’oggetto, e quell’oggetto è necessariamente percepito in tanti momenti diversi. Certo poi interviene la composizione che deve essere equilibrata. Uso acquerello e tempera perché sono trasparenti, e la trasparenza mi permette di realizzare tutto ciò che ho detto, con l’olio non potrei. Qualcuno mi fa notare che il disegno nei miei quadri mantiene una certa prepotenza, forse è vero… io cerco di cancellarlo, però fa parte di me. Io alle medie non facevo economia domestica, disegnavo! Mi avevano dato da decorare una lampada per il preside… Il disegno è stato davvero il leit motiv di tutta una vita. Infatti quando si è imposto il computer ho avuto grossi problemi! Coi miei studenti del primo anno mi sono rifiutata di lasciare che iniziassero a disegnare col computer. Si inizia a mano, è importante, poi di certo si usa il computer, ma dopo: è come voler guidare l’auto senza aver prima imparato a camminare. Il disegno è un linguaggio, e come tale sta alla base della comprensione delle cose. Disegnare non è un dono di natura, si impara, e a qualunque età tra l’altro».

    Un tipo diverso di scrittura insomma…

    «Ma esatto! Tutti scriviamo, mica scriviamo tutti quanti dei romanzi o siamo tutti poeti, né entriamo a far parte della storia della letteratura. Scriviamo perché abbiamo bisogno di comunicare».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuanto influisce il fatto di essere ligure nella percezione degli spazi urbani e non?

    «È un discorso molto complesso. Essere ligure non è così importante secondo me, ma l’ho capito dopo. Genova ha un certo impianto e si è evoluta in relazione al territorio; ho cominciato a fare confronti tra Genova e il resto della Liguria, e ho trovato che esiste un comun denominatore, uno standard: gli antichi erano estremamente seriali e organizzati, con una capacità di legarsi al territorio e usarne i materiali. Partendo da questo ho potuto fare confronti con altri territori e altre realtà, come Venezia o Roma, ed è stato allora che ho capito che sono ligure perché riesco a capire come la Liguria sia stata costruita, e quando l’ho capito è stata una scoperta affascinante.
    La storia dell’architettura non è fatta dai monumenti, che sono come dei vestiti firmati, degli standard, che arrivano uguali per tutti, in un certo periodo, con un certo stile, e sono la chiesa, il palazzo, il castello. La vera storia è nelle case… l’abitare segue l’evoluzione culturale dell’uomo, è testimonianza dei bisogni di quel momento, ma anche del governo e dell’economia del territorio del tale periodo. E allora in un territorio delicato come quello ligure – e che è delicato ce ne accorgiamo solo in occasione dei disastri – perché non guardiamo come hanno costruito le case prima? Che sono sempre lì? Mentre quelli che vengono giù sono gli interventi dagli anni trenta in poi? Non abbiamo alcuna capacità di leggere criticamente: è per questo che sono molto preoccupata per le scuole d’architettura, perché non insegnano più queste cose».

    Cosa crede sia importante trasmettere in quest’ottica agli studenti?

    «Ho sempre chiesto loro che prima di fare qualunque traccia su un foglio bianco sapessero che non abbiamo bisogno di inventare niente. Nella storia, nessun artista e tantomeno nessun architetto ha inventato nulla: ha semplicemente trasformato le cose con i bisogni, che spingono a risolvere i problemi che pongono. I territori non sono tutti uguali, hanno strutture adatte a una cosa piuttosto che un’altra, possibilità e limiti. Bisogna porre attenzione a ciò che hanno fatto le comunità quando si sono insediate in un luogo. I Romani assecondavano il territorio. Ora, con tutti gli strumenti che abbiamo, è possibile che non riusciamo a capire nulla? Che per fare delle case in collina anziché adattarsi all’andamento naturale si debba sbancare l’intera collina per poi fare la casa come si farebbe in pianura? Ma perché? Non si può fare quello che si vuole, in architettura dovrebbe essere proprio proibito, e il primo obbligo, che è ciò che deve insegnare chi insegna urbanistica, è proprio questo: rispettare il territorio. Non possiamo continuare a cementificare tutto. E ci sono tante di quelle case sfitte e inabitate. Si arriva al paradosso, che mi provoca un vero dolore, in cui i discorsi sul recupero e sulle possibili soluzioni non li fanno gli architetti, ma altri. Almeno gli architetti dovrebbero ascoltare e saper interpretare le nuove necessità».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliLei è stata anche assessore provinciale, quindi direttamente a contatto coi problemi e le specificità del nostro territorio…

    «La mia esperienza di politica attiva risale ai primi anni novanta. Ambiente e territorio erano le mie competenze, ambiti che erano appena “esplosi”, proprio nell’ ’88-’89 erano uscite le prime importanti leggi territoriali. La mia formazione culturale mi ha aiutata molto su come intervenire. Era importante organizzare il territorio, vederne le priorità; come assessore all’ambiente era chiaro che mi occupassi dei problemi idrici! Mettevo intorno al tavolo i sindaci di una vallata per cercare di risolvere e organizzare a livello collettivo, non potevo certo risolvere un problema per un comune sì e un altro no. Devo dire che nonostante le difficoltà iniziali poi questo approccio lo capivano, e si riusciva a collaborare. Io non ero portata a distribuire un po’ di finanziamenti a tanti comuni per non risolvere nulla in generale: era indispensabile organizzare; approvvigionamento e smaltimento delle acque era uno dei temi principali per me visto il ruolo che ricoprivo. Ho fatto guerre tremende per far rispettare il programma elettorale, perché si dicevano delle cose ma poi i fatti erano altri. Certo che i comuni preferiscono spendere per fare le sagre, ma esistono delle priorità, le responsabilità a riguardo sono troppo importanti, e se le cose non vengono fatte bisogna renderne conto. Infatti sono uscita perché ho capito che o si ha un gruppo con cui si riesce ad andare avanti, o da soli non si riesce a fare niente. Questa però è una grossa sconfitta per la politica, che rinuncia al proprio ruolo».

    Tornando alla sua attività artistica. Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?

    «Il soggetto fondamentale è la città, Genova ma non solo. All’interno di essa, gli spunti sono infiniti. Ho trovato bello individuare dei temi, come ho già fatto: il ponente, i teatri… la mia prossima mostra avrà come tema le ville. E la città ne suggerisce tanti altri, vie storiche, chiese… il mio cuore è sempre sulle strade comunque, e vicino a tutto ciò che su di esse si affaccia. La chiave di lettura è usare un linguaggio originale. Fare la prima mostra è stato come spogliarsi, perché nei tratti del dipinto esce fuori la persona, malgrado tutto».

     

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Architetture Sospese, Castello di Nervi: la mostra di Guardavaccaro

    Architetture Sospese, Castello di Nervi: la mostra di Guardavaccaro

    Guido GuardavaccaroVerrà inaugurata sabato 17 novembre alle 17 la mostra “Architetture Sospese – Gli spazi urbani come luoghi interiori”, dell’architetto genovese Diego Guardavaccaro. L’esposizione, allestita nelle sale del Castello di Nervi e visitabile fino al 28 novembre presenta esclusivamente opere pittoriche, a tecnica mista e realizzate su supporti differenti, dalla tela classica agli mdf, pannelli di fibra di media densità. Il tutto è stato organizzato e reso possibile grazie al patrocinio del Municipio Levante, che ha inserito la personale dell’artista nell’ambito dell’iniziativa “Incontriamoci al Castello di Nervi”, rassegna di mostre, esposizioni e conferenze su arte, letteratura e storia.

    Genovese, classe 1971, Guardavaccaro mostra fin da ragazzo una particolare predisposizione per il disegno che sfocia, fin da quando è ancora giovanissimo, nella produzione di soggetti di grafica pubblicitaria per aziende regionali e di scenografie per emittenti televisive. Laureato con lode in Architettura all’ateneo genovese, si dedica alla libera professione e all’attività di docente di grafica. Il tutto corredato da numerose esperienze all’estero. L’approccio pittorico vero e proprio è, invece, più recente e risale al 2010 quando Guardavaccaro realizza alcune tele che, per una serie di coincidenze fortunate, nell’estate dell’anno successivo animano una personale, allestita alla Bocconi di Milano

    «L’idea della mostra nasce dalla mia passione verso l’architettura e la composizione del tessuto urbano -spiega Guardavaccaro- ovvero elementi in grado di trasformare gli spazi e i luoghi in espressione di stati d’animo, emozioni. Volti, ricordi, aspettative, delusioni vengono associati: è il caso di A un passo da lì, quadro copertina della mostra, che rappresenta la forza di volontà capace di far sopravvivere e superare momenti duri e difficili. Ogni quadro ha una sua storia, forte e vera, è portatore di ricordi, lacrime e sorrisi, e rappresenta la fotografia di una particolare situazione interiore, e per questo è unica e irripetibile, associata sempre a un luogo. Rappresentazione del costruito, raffigurazione del sentimento: ovvero spazi urbani come luoghi interiori».

    Di formazione cosmopolita e con alle spalle una serie di esperienze lavorative internazionali, dalla Cina a Parigi, Guardavaccaro non rinnega le origini genovesi e il legame con la città che l’ha plasmato. Con “Architetture Sospese”, l’artista non fa altro che rendere omaggio a Genova e celebrare il paesaggio in cui si è formato. Ciò che risulta decisamente controcorrente è la scelta dell’architetto di prendere in considerazione un tipo di architettura “interiore” proprio in una città con una storia urbanistica particolare e tristemente nota per la sua “cementificazione selvaggia”, iniziata qualche decennio fa. La direzione intrapresa dall’artista è più che attuale. Essa non si discosta dalle tendenze dell’architettura contemporanea, sempre più attenta ai percorsi di sostenibilità e al rispetto dell’essere umano nella sua dimensione emotiva, e celebra quegli stessi valori che hanno ispirato non a caso anche la Biennale di Architettura 2012 di Venezia, curata dall’architetto britannico David Chipperfield. I suoi lavori -evanescenti, quasi inconsistenti- sfidano le leggi della fisica e scompongono la materia, in un processo di decostruzione che sembra non avere fine. Non a caso, Materia e Decostruzione è proprio il nome del suo blog (http://visualart.over-blog.it/).

    «In tutte le opere è presente il legame forte e indissolubile che ho con questa città», dice Guardavaccaro. «Vento e mare plasmano il colore, determinandone l’energia e il movimento: Genova mi accompagna in ogni mio quadro, sempre».

    Elettra Antognetti

  • Spazi a misura di bambino: un concorso per designer creativi

    Spazi a misura di bambino: un concorso per designer creativi

    Studenti, creativi, architetti, progettisti d’interni e designer sono chiamati a partecipare al concorso XXS Design a cura di Yellowbasket Officina, per ideare e realizzare spazi a misura di bambino.

    Oggetto del concorso è progettare arredi, complementi d’arredo e giocattoli per uno spazio dove i bambini da 0 a 12 anni possano vivere, crescere e giocare in libertà e sicurezza. I progetti dovranno essere inediti o presentati solo in occasione di tesi di laurea, workshop e laboratori universitari.

    Si può inviare la propria candidatura fino al 27 marzo tramite l’indirizzo mail officine@yellowbasket.it.

    In palio un Premio Giuria di 750 euro e un Premio Web di 250 euro, oltre a uno spazio al Fuori Salone 2012 per alcuni progetti ritenuti particolarmente interessanti.

    Marta Traverso

  • Giovani architetti: concorso di idee per trasformare la città

    Giovani architetti: concorso di idee per trasformare la città

    Giovani idee per ridisegnare la città, 77 partecipanti, 18 progetti esposti. Sono i numeri finali del concorso lanciato dall’associazione di studenti di architettura, Architecture 4G,  con il patrocinio della facoltà di Architettura dell’Università di Genova e dell’Ordine degli Architetti del capoluogo ligure. Alla Loggia di Banchi, fino al 10 marzo, è possibile ammirare tutti gli elaborati.

    I temi proposti sono 4: le ex aree industriali e il waterfront di Multedo, l’ex ospedale psichiatrico di Quarto, il centro storico (in particolare Maddalena, De Ferrari, Porto antico) e la sopraelevata.
    Gli ultimi due – centro storico e sopraelevata – hanno suscitato il maggiore interesse degli studenti che hanno lavorato suddividendosi in gruppi alla ricerca di soluzioni innovative, ma allo stesso tempo compatibili con la realtà urbana e l’effettiva fattibilità e sostenibilità delle proposte.

    Obiettivo del concorso era descrivere ed immaginare la città <<Guardando dove tutti gli altri non guardano, verso dettagli che ad altri appaiono invisibili, in modo tale da far emergere tutte le potenzialità inespresse>>, spiega l’associazione Architecture 4G.
    La mostra sarà l’occasione per confrontarsi con i professionisti del mestiere, ma non solo. La speranza infatti è che anche gli amministratori pubblici, attuali ma soprattutto quelli in corsa per guidare Palazzo Tursi, possano osservare con attenzione le idee dei giovani architetti e magari trarne spunto per il futuro.

     

    Matteo Quadrone