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  • Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    corte-lambruschini-uffici-siaeUna città non è il luogo dove abitano tante persone, ma è il posto dove una comunità organizzata  ha deciso di mettere casa. Questa distinzione è molto importante se vogliamo provare a spiegare (rapidamente) in che modo Genova ha assunto l’aspetto che ora  conosciamo, e per raccontare, come faremo nelle prossime puntate di questa panoramica, la storia di alcuni quartieri e di alcune parti della città.

    Nel giro di una sessantina d’anni Genova è infatti passata, nell’opinione comune degli italiani, dall’immagine di elegante città ricca di storia e monumenti a ingrigita metropoli dalle periferie indefinite e inquinate, per poi tornare ad essere, nell’ultimo decennio, una meta turistica di viaggiatori curiosi e spesso stupiti.

    Non è successo per caso

    Nel dopoguerra una Genova stremata, che usciva da cinque anni di bombardamenti costanti a causa sia della presenza strategica del porto sia delle numerose industrie essenziali per la produzione bellica, aveva necessità di ricostruire un patrimonio abitativo distrutto. Si calcola che almeno 11.000 case fossero state abbattute o gravemente danneggiate durante gli attacchi: le strade erano un cumulo di macerie, edifici storici ed ospedali apparivano in gran parte compromessi e solo in città si contavano oltre 50.000 persone senza più una casa abitabile.

    Anche dal punto di vista lavorativo il capoluogo era in gravissima difficoltà poiché né le industrie né i cantieri navali riuscivano a mantenere i ritmi produttivi e gli organici del periodo bellico, così che i militari di ritorno dal fronte si ritrovavano spesso senza lavoro e con la casa distrutta.


    Il Governo italiano per porre rimedio  a questo dramma comune a tutto il paese varò nel 1950 i “Piani di Ricostruzione” proprio per facilitare le licenze edilizie e la stesura dei vari Piani Regolatori, che a Genova fu emanato nel 1959.

    Il Piano teoricamente voleva dare una sorta di continuità ai municipi che erano stati riuniti nella Grande Genova nel 1926, migliorando le vie di collegamento e razionalizzando i servizi di zona: in realtà per 15 anni fu inteso come un vero lasciapassare, in nome del progresso e della rinascita.

    La manodopera in eccesso venne rapidamente assorbita dai cantieri edilizi che in breve occuparono tutto lo spazio sino al margine dei boschi che circondavano la città, e nel giro di pochi anni anche le zone verdi furono inglobate nell’area urbana.

    [quote]Fu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo.[/quote]


    prestito genova cementoFu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo. Una sorta di  “urban sprawl”  al sapore di pesto, ma che comunque si manifestò attraverso consumo di suolo, lottizzazione selvaggia,  progettazioni dissennate e dispersione urbana.

    In realtà nel momento di maggiore espansione Genova raggiunse al massimo circa 800.000 abitanti, e finalmente nel 1976 (ma diventerà legge solo nel 1980) venne emanato un nuovo Piano Regolatore, che pose un limite ridimensionando le pretese espansive, sia sociali che economiche, quindi anche edilizie, di Genova. Ma ormai il danno era stato fatto.  Mentre la città cresceva in termini di metri cubi si perdevano  migliaia di posti di lavoro nell’industria: era solo l’inizio, ma ancora non lo si sapeva.

    Al termine degli anni ’70 il patrimonio residenziale si calcolò aumentato del 77% rispetto al dopoguerra, con insediamenti in gran parte nelle zone collinari: Sampierdarena, Lagaccio, Oregina, San Teodoro, Quezzi, Borgoratti e Sestri Ponente. In molti casi l’autostrada in costruzione passava di fianco ai caseggiati, spesso di edilizia popolare, ma questo apparentemente non rappresentava un problema per i nuovi residenti.

    L’impulso a costruire andò comunque avanti ancora nel decennio successivo, quando sorsero i quartieri più “residenziali” dedicati ad una classe media che stava rapidamente crescendo, ed acquistava gli appartamenti ancora in fase di progettazione. Voltri, Pegli, Quarto, S.Eusebio avrebbero dovuto essere quartieri autosufficienti dotati di servizi ed arredo urbano di qualità.

    I Centri direzionali in città si moltiplicarono, oltre a Piccapietra che fu la prima (sulle macerie dell’antico quartiere) ecco il Centro dei Liguri (quartieri Molo e Portoria) e poi San Benigno, nell’area della Lanterna, Corte Lambruschini a Brignole, costruita praticamente in riva al Bisagno, dove prima era il vecchio mercato dei fiori. Un totale di 800.000 metri cubi di acciaio, cemento e vetro di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno, poiché il declino era ormai sotto gli occhi di tutti.

    Molti profeti, pochi padri e nessun colpevole

    Gli effetti di una cementificazione così rapida ed estesa non tardarono purtroppo a farsi sentire, dall’alluvione che dal 1970 ciclicamente si ripropone, e di cui abbiamo più volte diffusamente parlato (ma non è argomento tale da essere esaurito una volta per tutte, purtroppo) ad un’emergenza ambientale divenuta continua. Emergenza che adesso ha molti profeti, pochi padri e nessun colpevole, pur essendo chiaro a tutti che un territorio così fragile e complesso avrebbe dovuto essere trattato con maggiore cautela ed attenzione; solo in questo modo, forse, si sarebbero evitati gran parte degli episodi drammatici che tutti ricordiamo.

    [quote]Il risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa.[/quote]

    bassa-valbisagno-marassi-via-montaldo-burlandoIl risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa. Il quartiere di Begato, le costruzioni a ridosso dei Forti, il palazzo nel letto del torrente Chiaravagna o la palazzina in cemento armato in Via Sottoripa accanto alle facciate rinascimentali e medievali sono solo alcuni esempi, da completare a piacere.

    In realtà, saldandosi con quanto preesistente (poco), e grazie all’attaccamento tipicamente ligure alla proprietà, molti quartieri costruiti negli anni dello scempio hanno mostrato caratteristiche ed unicità proprie, e fra i residenti, comunque fossero capitati lì, si è andato creando un senso di appartenenza che sembra essere peculiare rispetto ad analoghi agglomerati di altre zone d’Italia. In effetti molti urbanisti, parlando di Genova, la vedono come una città composta da molti paesi con la periferia al centro, che rimane decisamente diverso da qualsiasi altro; né salotto buono né covo di delinquenza, o forse sì ma con molto altro ancora.

    Una città comunque indefinibile, come molte volte è già stato detto, ma con la caratteristica di muoversi e cambiare apparendo sempre immobile; immobilità che sembra essere la critica più frequentemente mossa al nostro capoluogo.

    Genova è cambiata

    Invece “a poco a poco e poi improvvisamente” anche Genova cambia,  e all’inizio degli anni ’90 con 200mila abitanti in meno rispetto al 1970 e con le aziende siderurgiche ormai decimate, con la cantieristica in crisi profonda ed il ridimensionamento inevitabile dell’indotto, si trova a doversi reinventare un ruolo e un’identità. Dimostrando uno spirito combattivo ed intraprendente che mal si sposa con la filosofia del “maniman” riesce ad organizzare l’Expo del 1992, il G8 nel 2001 e ad essere Capitale della Cultura nel 2004.

    Certamente non si trattò di una passeggiata: fra convegni, progetti, accordi e disaccordi furono anni pieni di polemiche ma anche di creatività ed entusiasmo, sempre mescolato con il nostro solito, inguaribile mugugno. Al netto di aspettative eccessive e progetti lasciati a metà molto resta ancora da fare, molte buone proposte sono rimaste lettera morta ma ci furono anche geniali intuizioni e risultati di cui la città continua tuttora a beneficiare.

    IMG-20180129-WA0000Risanare il centro storico, ridipingere le facciate di Sottoripa: sembrava banale dirlo ma costò molto, in termini sia di denaro sia di perdita di attività, poiché molti piccoli operatori furono allontanati per aprire i cantieri e alla fine non tornarono più nel medesimo luogo.

    Anche riportare il mare alla città, cosa che può apparire ovvia a chi abbia meno di trent’anni, fu invece una delle conquiste più ardue dati i non sempre facili rapporti fra Autorità Portuale ed Enti locali, tanto che inizialmente consentirono solo l’apertura ad orari stabiliti; oggi sembra impossibile pensare Genova senza l’Area Expo.

    Sempre nel 1992 si inaugura il rinnovato teatro Carlo Felice e si apre l’Acquario con il timore, a pochi giorni dall’evento, che non arrivino in tempo tutti i pesci o che manchino attrezzature e servizi; ad oggi sono fiori all’occhiello della città, insieme al Museo del Mare e della Navigazione inaugurato nel 2004.

    I Palazzi dei Rolli e una consistente parte del Centro Storico diventano, nel 2006, Patrimonio Unesco mentre i turisti in città continuano ad aumentare pur non diventando mai le folle scomposte e ciabattone di altre mete storiche, e gli stessi genovesi sono tornati a passeggiare nei vicoli e al Porto Antico come nelle stampe di fine ottocento.  

    Nel frattempo nelle aree dismesse ex industriali sono nati centri commerciali, come a Campi o a Bolzaneto o spazi di attrazione e shopping center, come alla Fiumara. In alcuni casi hanno disatteso quelli che erano i progetti sulla carta, rimanendo poli puramente economici; in altri, come in ValBisagno, la costruzione o il recupero di infrastrutture sportive e sociali hanno invece fatto da collante ad insediamenti altrimenti sparsi.

    Certo sono aumentati quelli che gli urbanisti chiamano “i luoghi del rifiuto”, cioè quelle parti di città che gli abitanti non riescono a vivere e che non si inseriscono nei programmi di sviluppo. Aree industriali dismesse e degradate, quartieri abitati in gran parte da immigrati che diventano off limits per etnie differenti, costruzioni di edilizia popolare abbandonate e parti di terreni fra le lottizzazioni: sono questi i luoghi dove nasce e cresce l’isolamento, dove si sviluppa la criminalità per bande o dove, semplicemente, si ammucchiano detriti.

    I Genovesi cambiano?

    La sfida del futuro si giocherà qui: dare vita a queste parti del territorio potrebbe, nei prossimi anni, fare davvero la differenza: non solo Blueprint, stadio sul mare o funicolari ma periferie attraenti, vivibili, partecipate.

    [quote]Ma non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.[/quote]

     

    Lavatrici di PràMa non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.  A dicembre, presentando la nuova “Agenzia per la Famiglia” ha parzialmente corretto l’impegno, limitandolo  a “40-50mila abitanti in più da qui a fine mandato”. Ovviamente agendo sul fronte del lavoro, quindi difendendo i posti di lavoro che già ci sono (i lavoratori Ericsson sono quindi al sicuro?) ed attirando nuovi investimenti, in che modo però non lo ha spiegato.

    Anzi, spulciando il programma elettorale vediamo quantificati in 30.000 i posti di lavoro in più, 15.000 i nuovi alberi che sarebbero stati messi a dimora nelle aree verdi, 15 i chilometri di pista ciclabile (dalla Lanterna a Capolungo) con l’aggiunta della Valletta dello Sport al Lagaccio e l’inevitabile lucidatura delle strade.

    Il paesaggio  genovese reggerebbe? Forse, chissà. Per ora è Inevitabile chiedersi dove abiterebbero, questi 40, 50, 100mila genovesi in più: dovrebbe forse ripartire l’edilizia con il consumo di suolo? Neanche questo è stato spiegato dal Sindaco, che ovviamente conoscerà benissimo gli errori sciagurati del passato e non vorrà, speriamo, replicarli. Forse il Sindaco pensa  a riempire le numerose case che risultano essere vuote (le statistiche dicono il 21,98%) ma prima sarebbe interessante capirne le ragioni, sia delle case vuote, sia del bisogno di annunciare sempre numeri sensazionali come se solo su questo a Genova  si giocasse la partita elettorale.

    Certo che immaginare una città capace di assorbire in pochi anni un tale aumento di abitanti riesce difficile, soprattutto pensando ai quartieri che abbiamo appena raccontato, alle difficoltà di chi tutti i giorni deve inventarsi un parcheggio, oppure farsi posto su un autobus sgangherato o su di un treno affollato.

    La consapevolezza della nostra storia ci ricorda che gli obiettivi si possono raggiungere anche quando assomigliano ai sogni, e ci è utile per valutare i progetti di quello che potrà essere Genova domani: ma per gli incubi abbiamo già dato.

    Bruna Taravello

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    Fonti:
    L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni sessanta, di Bruno Giontoni – Ed. Ideaxs 2017
    La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova , di Andrea Vergano – Ed. Gangemi 2015
    Progetti di paesaggio per i luoghi rifiutati, a cura di Annalisa Calcagno Maniglio – Ed. Gangemi 2010
    Genova e il suo urban sprawl, di Rinaldo Luccardini  – Ed Sagep 2008
    Conferenza strategica 1997 – Comune di Genova 
    La biografia progettuale della città,  di Luca Salvetti – www.urbanisticainformazioni.it 
    La Republica, articoli vari

     

     

  • Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    Quartiere Bernabò Brea, quando l’edilizia popolare e il welfare abitativo erano un “sogno” possibile. Un esempio virtuoso (e isolato) di volontà politica

    bernabò-brea-01«Il giorno in cui ci assegnarono le case eravamo tutti qui, nel  giardino più largo, sotto i pini. Aspettavamo di sentire quale casa ci sarebbe toccata, dove avremmo abitato, ma non era difficile essere contenti, erano tutte simili e tutte molto belle. Molto di più di quello che ci saremmo potuti permettere, e molto di più di quanto avevamo mai sognato».

    La storia del quartiere Bernabò Brea, spesso citato sui testi di architettura e sempre ricordato quando si parla della difficile sintesi tra edilizia popolare e welfare abitativo, potrebbe partire da qui, dalle parole commosse che questo anziano mi disse la prima volta che vidi le palazzine basse, adagiate in una conca verde e tranquilla, davvero  inaspettata in una città come Genova. Ma come si arrivò a quella mattina ai giardini?

    Il contesto storico

    bernabò-brea-02Nel dopoguerra Genova si trovò di fronte al problema di dover ricostruire quanto crollato sotto i bombardamenti sia aerei che navali, poiché la perdita del patrimonio edilizio nel territorio del  Comune era calcolata intorno al 23%. Ovviamente  era una condizione comune a quasi tutte le altre città italiane, e per questo nel 1945 il Parlamento approvò il decreto legge n. 154 contenente le norme per i Piani di Ricostruzione, strumento agile e prezioso che incentivò i Comuni ad utilizzare i finanziamenti messi a disposizione dotandosi di propri piani ad hoc. A Genova partecipò al concorso di idee fra gli altri l’architetto Luigi Carlo Daneri, che poi progettò e realizzo’ il quartiere Ina-Casa Bernabò Brea.

    Contemporaneamente all’emergenza abitativa, il dopoguerra poneva l’enorme problema della disoccupazione. Migliaia di uomini, tolta la divisa, faticavano a guadagnare qualcosa, poiché l’industri bellica si era fermata e molta parte degli stabilimenti industriali erano stati danneggiati nei bombardamenti. L’allora Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani vide nel settore dell’edilizia il volano capace, assorbendo molta parte della manodopera non qualificata, di far ripartire il circolo virtuoso della produzione. Fu così emanata la Legge n. 43, che attraverso il lancio nazionale del piano Ina – Casa si proponeva di diminuire la disoccupazione costruendo nuove case per i lavoratori ed attraverso l’indotto dell’edilizia di sostenere il rilancio della produzione  che avrebbe creato altro lavoro.

    A quel punto era evidente che in nessuna città ricostruire  poteva significare solo ristrutturazione di quanto era crollato, meno che mai a Genova dove il dibattito su di un nuovo modello di sviluppo urbano si intrecciava con quello riguardante il recupero del centro storico. Qui moltissime erano le abitazioni completamente fatiscenti e pericolanti ma nonostante questo numerose famiglie  si ammassavano in case prive di servizi igienici e spesso anche dell’acqua. Le ipotesi in ballo a questo riguardo erano divise fra chi proponeva la distruzione, chi il diradamento, e chi invece il risanamento: la diatriba fu poi risolta con le trasformazioni, anche traumatiche, delle aree di Via Madre di Dio e di Piccapietra.  Era evidente che non si potevano comunque abbattere delle case senza costruirne di nuove, ed il Comune già nel periodo fra le due guerre aveva approvato insediamenti, anche di edilizia popolare, sulle alture della città. Questo portò a rendere urbane molte zone collinari alle spalle di Genova, mentre le preesistenti costruzioni rurali venivano abbattute o si ritrovavano circondate da enormi palazzi che ne soffocavano ogni bellezza.

    Molte speculazioni edilizie sia private che pubbliche si trovarono la strada spianata e le lottizzazioni continuarono almeno fino agli anni ’80, quando circa il 55% delle abitazioni genovesi poterono considerarsi “periferiche”. Ina-Casa ebbe invece il merito di perseguire un disegno più organico ed anche particolarmente innovativo e personalizzato, specialmente nel primo periodo, dal 1949 al 1956.

    Questo progetto si affiancò a quelli precedenti e seguenti di ricostruzione, e godendo di un percorso in un certo modo privilegiato ricoprì un ruolo che si potrebbe definire pionieristico – o quantomeno innovativo – di ripensare la città. Infatti i quartieri nati grazie a Ina-Casa dovevano, e lo fecero in molti felici casi, sorgere con l’idea di identificarsi nel concetto di comunità, ispirandosi a moderni standard abitativi che avrebbero anche dovuto avere effetti sulla costruzione in generale  delle periferie che invece in quegli stessi anni ebbero un’espansione  disordinata del tutto estranea a questo progetto.

    Architettura di rispetto: Bernabò Brea

    bernabò-brea-03In poco tempo a Genova  intorno al Piano si accese l’interesse degli addetti ai lavori, e per il quartiere di Bernabò Brea il bando fu assegnato all’architetto Luigi Carlo Daneri, che insieme Giulio Zappa e Luciano Grossi Bianchi presentò un progetto decisamente innovativo. Daneri era, all’epoca, ordinario alla Facoltà di ingegneria, e privilegiava un approccio all’architettura che fosse rispettoso del paesaggio ligure e delle sue linee; come progettista della Chiesa di San Marcellino e di Piazza Rossetti a Genova, della Casa del soldato a Sturla e di molte altre opere aveva ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Il progetto Bernabò Brea, molto particolareggiato, era stato tracciato da Daneri stesso non in pianta ma sul territorio, rispettando la piantumazione della valletta,  con le palazzine che seguivano le naturali curve orografiche ad eccezione di una costruzione più lunga, detta edificio-ponte, che prevedeva un percorso pensile per le attività commerciali. La zona pur essendo del tutto staccata da altri insediamenti non era isolata quindi, seguendo le indicazioni della legge, i costi per gli allacciamenti ai servizi essenziali – acqua gas e luce- non si presentavano eccessivi così come le strade confinanti,  Via Isonzo e Via Sturla, erano scorrevoli e servite dai mezzi pubblici in modo da agevolare il tragitto dei lavoratori verso le unità produttive.

    Fu chiamata architettura di rispetto, e tale fu, con le costruzioni basse ma non a schiera, alte dai tre ai cinque piani al massimo, mentre solo un edificio svettava sullo sfondo con i suoi nove piani, movimentando la linea dell’intero complesso. Le soluzioni architettoniche erano diversificate nei diversi lotti, alcune più riuscite altre meno fruibili ma in ogni caso mai fini a sé stesse, poiché in tutte vi era questa ricerca dello “stare bene”, del fare comunità anche e soprattutto partendo dal singolo nucleo per arrivare all’intero quartiere. Tutto questo possiamo vederlo ancora oggi, osservando alcuni particolari come le scale direttamente all’aperto su cui si aprono le porte dei singoli appartamenti, i loggiati, i balconi luminosi esposti al sole, a cercare proprio l’ambiente della piazzetta di paese.

    Effetto “leva” di questo progetto fu quello di alzare di molto il valore dei terreni adiacenti alla maggior parte delle realizzazioni, in quanto si trovavano ad avere già disponibili i servizi essenziali per edificare; altro  effetto fu quello di non riuscire, nei sette anni successivi alla prima parte del progetto, a reperire terreni  alle medesime condizioni. I complessi di Forte Quezzi e di Mura Angeli, infatti, ebbero certamente dei meriti ma scatenarono molte più critiche che applausi: Bernabò Brea rimase un’isola felice.

    Le colline

    brenabò-brea-04Nel 1956 Genova emanò il piano regolatore nel quale l’unica preoccupazione, a detta di molti autori, fu quella di ottenere consensi intorno al progetto. E se l’espansione a macchia d’olio delle periferie di città come Torino Milano o Roma fu  evitata, qui si risalirono sempre più i margini di colline e torrenti con le conseguenze che paghiamo tuttora. A quel tempo però l’aver evitato un allargamento chilometrico spropositato sembrò quasi un successo, solo in seguito ci si rese conto che l’aver progettato in pianta anziché in sezione, accettando di innalzare le costruzioni in modo da stipare più famiglie possibili nello stesso palazzo, aveva di fatto minato sia la qualità della vita di chi vi abitava sia la tenuta stessa del territorio.

    Dall’estero il progetto Ina Casa risvegliò molto interesse, portato ad esempio di soluzione felice fra le diverse esigenze dell’architettura e del welfare abitativo. L’Italia fu così per una stagione pioniera dell’edilizia popolare, per aver ideato uno strumento agile, efficace, veloce nelle realizzazione. In Italia nel primo ciclo, terminato nel 1955, era stato assorbito il 20% della manodopera disponibile, e oltre 147mila alloggi erano stati consegnati  a prezzi accessibili. Di questi, era previsto che un 50% fosse a riscatto, mentre la restante parte era data in locazione. In ogni caso l’esperimento Bernabò Brea rimane uno dei più efficaci fra quanti furono in quegli anni, e nei successivi, edificati.

    Una testimonianza

    Molti sono i testimoni di quella stagione e dalle loro esperienze si evince la qualità politica di certe scelte, prima ancora che urbanistica. Un passato che sembra lontano anni luce. Ecco la storia di Paolo, arrivato in Bernabò Brea nel 1956, a tre anni. La madre gli ha sempre raccontato che quella mattina tutte le famiglie assegnatarie si ritrovarono nei giardini (confermando il racconto dell’anziano riferito all’inizio) e, semplicemente, scelsero la casa in cui avrebbero preferito vivere. «Mia madre voleva una casa con il poggiolo, ne indicò uno, ma era già stato assegnato, allora un altro, ma aveva meno vani di quanti gliene servivano, alla fine lasciò scegliere all’impiegato».

    I ricordi di Paolo non sono, ovviamente, di quel giorno, perché era troppo piccolo, ma molte cose gli sono state tramandate: «le case furono assegnate tutte insieme, aspettarono di completare il complesso per darle. Gli alberi c’erano già, e anche i giardini, curati quotidianamente da un incaricato del comune. I giardini pubblici non erano come adesso, ma c’erano tre piscine, avevano forme diverse, arrotondate e irregolari: in una l’acqua ci arrivava fino al collo, a noi più piccoli».

    Immagini che arrivano da una città che forse non riusciamo neanche più ad immaginare: «non c’erano auto qui, nessuno ne aveva una; le cose iniziarono a cambiare un po’ alla fine degli anni ’60. Sopra al quartiere c’era una vecchia villa, abbandonata (ora c’è una palazzina residenziale, ndr) e un altra era dove adesso c’è la Residenza per anziani. Al posto della Scuola Collodi ora abbandonata c’era una fattoria, con tutti gli animali e persino un asino. La buttarono giù per costruire la scuola moderna, prefabbricata, e adesso è tutto abbandonato lì dentro». Noi ragazzini eravamo tantissimi, facevamo gruppo, era bello vivere qui. Ricordo mia madre che aveva i bollettini da pagare con l’affitto sempre pronti nel cassetto della credenza; i primi tempi era un vero e proprio affitto, dopo lo tramutarono in riscatto, così sia noi che molti altri diventammo proprietari senza grossi sforzi».

    Chiedo a Paolo se, guardando il progetto, ricorda che tutto quello indicato fosse realizzato e mi dice che si, in effetti c’erano dei negozi sotto i portici, un lattaio, un materassaio, forse poco altro. Però sicuramente per parecchi anni ci fu il Circolo Ricreativo, l’ambulatorio, un ufficio informazioni perché le persone non si sentissero abbandonate. Solo la piccola unità destinata alle persone sole lui non ha memoria che sia mai stata realizzata, «ma chissà – aggiunge – se da ragazzi avremmo notato questa cosa. Noi andavamo negli orti, mangiavamo la frutta, i fichi, le pere. Erano di tutti».

    Il parere tecnico

    Abbiamo chiesto un parere qualificato sulla realizzazione di Bernabò Brea ad un addetto ai lavori, l’architetto e urbanista Andrea Vergano, autore del libro “La Costruzione delle Periferie” uscito  per l’Editore Gangemi nel 2015. In questo libro, che si legge come un romanzo, vengono raccontati gli intrecci tra politiche urbanistiche e ricerca del consenso attraverso il tema abitativo, ed ovviamente si parla anche della realizzazione di Bernabò Brea.

    Questo progetto è stato molto celebrato, sia in Italia che all’estero: lei è dello stesso parere?
    «Bernabò Brea è stato un intervento urbanistico che ha goduto fin da subito di buona fama, un modello pubblicato e lodato sulle riviste di settore. Questo forse perchè è stato realizzato così come era nel progetto. O forse perché si è inserito con misura nel paesaggio del parco preesistente, o forse ancora perché è stata scelta accuratamente la posizione, separata ma non isolata dal contesto urbano».

    Secondo il suo parere di urbanista, questo progetto ha retto bene il passare degli anni o invece sarebbe da modificare, da rendere più “moderno”?
    «Questo progetto rappresenta ciò che di buono l’architettura e l’urbanistica moderna hanno saputo produrre in termini di qualità dell’abitare. Un documento-monumento da conservare così come si conservano le parti della città storica: in quanto moderno, testimonia il passato».

    Scusi?
    «Noi ci portiamo dietro una concezione di urbanistica che in realtà si potrebbe dire conclusa con gli anni ’80: in realtà questa non esiste più, ora servono spazi e servizi dove prima c’erano insediamenti industriali e case»

    Secondo lei un’esperienza del genere sarebbe ripetibile ai giorni nostri, a parte i cronici problemi finanziari che ovviamente incontrerebbe
    «Questo progetto, e allargando il discorso tutto il piano Ina-Casa, era perfettamente adeguato a quella società e a quelle esigenze: allora si parlava sempre e solo di crescita, c’era la crescita demografica, la crescita produttiva, la crescita salariale. Costruire agglomerati di case necessari ai numerosi lavoratori che arrivavano nelle città, che via via dovevano soddisfare bisogni, dal cibo alla casa alla macchina. Quel modello ormai si è esaurito. Adesso, ed è un adesso che dura da almeno vent’anni, l’esigenza non è più costruire, poiché non c’è più la crescita, l’espansione: adesso la domanda è di controllo e mitigazione dei rischi ambientali, di attenzione all’ambiente. Non dobbiamo costruire, dobbiamo ricostruire, riusare, riqualificare. Partendo proprio dalla periferia».

    Il quartiere Bernabò Brea, quindi, è al contempo “reperto” di una stagione politica e sociale del passato ed “esempio” di quello che si può fare quando si mettono a sistema esigenze, territorio e “visione”, parola tanto in voga in questi giorni. Oggi le necessità e le urgenze sono sicuramente cambiate, come anche il contesto e le prospettive: ancora una volta, però, la differenza può essere fatta dalla “qualità” della politica, chiamata a interpretare le richieste della collettività, presente e futura.

    Bruna Taravello

  • Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    Genova, città d’arte ad intermittenza. Il bisogno di ripartire dai “fondamentali” e “l’invenzione dei Rolli”

    rolli-turco-zaccaria-de-castroÈ sotto gli occhi di tutti. Quest’anno, sarà una Pasqua grassa per le nostre strutture ricettive. I “Rolli days” – ci dicono dall’alto – hanno funzionato, trainando le prenotazioni e regalando, in un anno e mezzo, e soltanto 8 giorni di apertura, qualcosa come 360.000 ingressi. Anche la Storia in Piazza è stata un successo, e Modigliani ha fatto il resto. In questi giorni, oltre 70.000 persone invaderanno la città. Quid plura? Cosa volete di più? I Genovesi escono di casa.

    I turisti (i foresti) rimangono ammaliati. Eppure… eppure qualcosa manca (e non parlo soltanto di parcheggi e mezzi pubblici). Il punto – e perdonatemi se sono polemico – è che siamo ben lungi dal fare di tutto ciò qualcosa di consolidato. Passati questi giorni, cosa resterà? (oltre a Modigliani, intendo). Genova è una città d’arte a intermittenza. Questo penso sia sotto gli occhi di tutti. E il motivo è presto detto. Coloro che hanno la responsabilità degli eventi culturali continuano a ragionare per episodi, come in una serie televisiva. Prima questo; poi facciamo quello; poi chiamiamo quell’altro. A noi, invece, serve il film. Serve, cioè, una continua narrazione, che può nascere esclusivamente dall’approfondimento della storia cittadina – che è anche, in gran parte, storia mediterranea –, dall’apertura d’una grande Museo dedicato alla storia della città (tra Sant’Agostino e l’anfiteatro romano: questa la mia proposta), dalla compartecipazione delle giovani professionalità (e non ho problemi a mettermici in mezzo), semplicemente più aggiornate perché fresche di studi (così la si smetterà di ritenere che Guglielmo Embriaco sia stato un eroe), dal richiamo dall’esilio dei nostri pezzi d’arte (aridatece Margherita, dispersa non so dove in quel di Praga!). In una parola: dal “fare sistema” per valorizzare quanto è presente sul territorio (oltre al basilico). È necessario un cambio di mentalità, che può avere luogo se e qualora si deciderà di lasciare campo libero a chi, sperso per il mondo, un po’ ha capito come fanno altrove. Genova necessita, oggi, di prendere coscienza del proprio patrimonio storico, artistico e culturale.

    Nel mio piccolo, cerco di dare il mio contributo favorendo la discussione. Mi piace, dunque, iniziare questo dialogo da ciò è stato il vero motore trainante di questo rinascimento genovese: i Palazzi dei Rolli. E non poteva essere altrimenti, costituendo la principale attrattiva culturale degli ultimi anni. Ma quanti di noi hanno coscienza di cosa siano? Quanti si sono interrogati sul significato di questa parola? Insomma, siamo davvero sicuri d’essere consapevoli del motivo del nostro vagabondare e del nostro metterci in coda di un paio di settimane fa? Ho chiesto a Fiorenzo Toso (*), linguista e dialettologo, di partire dai fondamentali e di svelarcene i segreti.

    Antonio Musarra

    L’invenzione dei Rolli

    Con palazzi dei Rolli (alle volte, semplicemente e impropriamente, Rolli) si intendono le dimore del patriziato genovese utilizzate al tempo della Repubblica come alloggi di rappresentanza per gli ospiti stranieri illustri: la recente fortuna di questa denominazione è legata all’inclusione nel 2006 di una quarantina di tali residenze tra i “patrimoni dell’umanità” censiti dall’UNESCO in quanto primo esempio in Europa di un progetto di sviluppo urbano concepito con struttura unitaria dal potere pubblico, ma attuato da privati secondo criteri di eccellenza artistica e architettonica. Secondo un decreto del Senato genovese risalente al 1576, i proprietari di questi palazzi, iscritti in una serie di elenchi (i “rolli” appunto), erano tenuti a ospitare a proprie spese i visitatori stranieri di alto rango, essendo la Repubblica, in quanto tale, priva di un “palazzo regio” di rappresentanza confacente a tale scopo: questa caratteristica funzionale contribuì a determinare e a divulgare la fama mondiale dell’architettura privata genovese come modello architettonico e residenziale di prestigio, consacrato tra gli altri da una celebre raccolta di disegni (1622) di P.P. Rubens.

    La denominazione accolta dall’organizzazione internazionale (“Palazzi dei Rolli”, dunque, o più in esteso “Palazzi dei Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova”) altro non fa che attualizzare una terminologia appartenente al linguaggio burocratico-amministrativo cinquecentesco, utilizzata nel 1576 (e poi, con successive revisioni, nel 1588, 1599, 1614 e 1644), per determinare la classificazione dei palazzi deputati a tale scopo: le dimore erano iscritte in tre “rolli” corrispondenti ad altrettante categorie in rapporto alle loro dimensioni e qualità artistica, e in base a tali criteri erano destinate, mediante estrazione a sorte annuale, a ospitare principi e cardinali, viceré, ambasciatori, governatori e così via; solo tre di esse erano riservate ai papi e imperatori, re e loro diretti rappresentati.

    genova-palazzi-rolli-porto-panoramaRollo, dunque, non è altro che la forma genovese e italiana antica (senza dittongazione toscana), del termine moderno “ruolo”, dal francese rôle, derivato a sua volta da ROTŬLUS nel senso di “manoscritto, documento arrotolato”. La voce appare in questa forma, in italiano, a partire dal 1528 col significato originario di “catalogo, registro, elenco di persone facenti parte di un impiego, di un’organizzazione, di una corte”, dal quale derivano gli altri in uso attualmente, di “registro di pratiche”, “parte sostenuta da un personaggio in opere di finzione”, “compito, atteggiamento sociale” ecc.

    Nell’italiano regionale ligure, la voce rollo era già in uso nel 1576, anno in cui venne emesso il decreto concernente l’utilizzo pubblico delle dimore del patriziato, ma col suo valore generico di “catalogo, elenco” la si incontra frequentemente nella documentazione burocratica e amministrativa locale, ad esempio nel 1590 (“saranno tutti iscritti nel Rollo de la militia thodesca”), nel 1610 (“rolli di portar armi”) o nel 1630 (“mando a V.S. il rollo della giornata d’oggi. Li segnati con la croce sono absenti”, riferito agli operai impegnati nella costruzione delle Mura Nuove).

    Direttamente dal francese più che dall’italiano, la voce passò anche in genovese nella forma ròllo, dove è documentata almeno dal 1625 in una poesia di G.M. Zoagli che fa riferimento all’impiego dell’amico G.G. Cavalli presso l’amministrazione delle truppe stanziate a difesa dei confini settentrionali durante l’invasione piemontese (“fâ ròlli e artaggiarie strascinâ”); il termine è poi registrato nei repertori liguri ottocenteschi col valore di “catalogo, lista, registro de’ nomi d’uomini propriamente descritti per uso delle milizie, e della marineria, co’ loro gradi, e occupazioni di dovere, o per altro servizio de’ principi: e si dice d’ogni altro catalogo somigliante, registro. […] È anche term[ine] legale, e vale stato o lista delle cause che si devono discutere nanti i Tribunali” (Casaccia); è molto interessante osservare, a margine, che la documentazione genovese anticipa di quasi un secolo quella italiana per quanto riguarda il termine derivato rollin, “lista o catalogo de’ nomi, gradi, officii gli uomini impiegati sopra un bastimento” (1851), corrispondente a ruolino (1935).

    Invenzione fortunata

    Come si vede, il recupero attuale del termine Rolli non riguarda insomma una voce specialistica, particolarmente legata all’istituzione degli “alloggiamenti pubblici” della Repubblica, ma un termine generico, appartenente al linguaggio burocratico dell’epoca: agli artefici di tale reimpiego, che non pare anteriore alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, va in ogni caso riconosciuto il merito di avere appunto “inventato” una definizione di indubbia valenza evocativa per un insieme di beni architettonici e urbanistici dei quali si era ormai da tempo perduta una percezione unitaria, una denominazione ormai entrata stabilmente nell’uso comune non meno che nella letteratura e nella pubblicistica specializzata.

    Se rollo come variante arcaica e desueta di “ruolo” non rappresenta di per sé un regionalismo, dunque, l’uso attuale con riferimento a un “fenomeno” tipicamente locale accentua e al tempo stesso giustifica la marcatura regionale della voce, generando una percezione di tipicità che diventa addirittura spendibile a livello di promozione internazionale dell’eccezionale contesto artistico-architettonico del centro storico genovese: da questo punto di vista, l’“invenzione dei Rolli” è anche felice manifestazione di creatività linguistica, in tutto e per tutto coerente col rilancio (o a sua volta creazione?) dell’immagine turistica della capitale ligure.

    __________________________

    (*) Fiorenzo Toso, docente di linguistica generale presso l’Università degli Studi di Sassari, si occupa di isole linguistiche ed è specialista dell’area linguistica ligure. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino, 2012) e, sull’area ligure, Il tabarchino. Struttura, evoluzione storica, aspetti sociolinguistici (Milano, FrancoAngeli, 2004); Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon, 2014); Piccolo dizionario etimologico ligure. L’origine, la storia e il significato di quattrocento parole a Genova e in Liguria (Lavagna, Zona, 2015). Un ampio studio sul tema lo si trova in F. Toso, Le parole dell’architettura e i paradossi della diatopia. Su alcuni regionalismi veri e presunti di area ligure, in Dall’architettura della lingua italiana all’architettura linguistica dell’Italia. Saggi in omaggio a H. Siller-Runggaldier, a cura di P. Danler e C. Konecny, Frankfurt am Main et al., Peter Lang, 2014, pp. 255-271.

  • Palazzo De Franchi, gli affreschi che raccontano la storia, tra miti e allegorie di una Genova leggendaria

    Palazzo De Franchi, gli affreschi che raccontano la storia, tra miti e allegorie di una Genova leggendaria

    palazzo-de-franchiCon la sua facciata anonima e il suo portale marmoreo – certo non grandioso –, Palazzo De Franchi rischia di mimetizzarsi tra i caseggiati che lo circondano nell’intrico dei vicoli del quartiere della Maddalena. Difficile costruire qui, nel fitto tessuto urbano della Genova medievale. Eppure, Giuseppe e Bernardo De Franchi vi si adattano, e nel 1563 iniziano a edificare la propria lussuosa dimora su terreni di proprietà Spinola e Grimaldi. Sono membri di una delle famiglie più in vista della Repubblica, che deriva la propria influenza dal denaro, accumulato con i traffici in terra di Spagna, e dagli incarichi ricoperti ai vari livelli dell’amministrazione pubblica. Nel giro di alcuni decenni, i De Franchi forniscono alla Repubblica ben due dogi, Girolamo e Federico, padre e figlio, che consolidano una fortuna fatta di denaro contante, investimenti, ma soprattutto proprietà immobiliari sparse dentro e fuori le mura.

    Il loro è il tipico palazzo genovese organizzato intorno al cortile centrale porticato che si apre all’esterno verso l’alto per far penetrare nelle sale luce e aria fresca. Il fascino risiede nella decorazione ad affresco degli interni, che Federico De Franchi affida, nei primi decenni del Seicento, con una scelta singolare, a pittori di stile assai diverso come Bernardo Castello e Domenico Fiasella. In realtà, i due, qualcosa in comune ce l’hanno: conoscono bene la scuola genovese dell’affresco ma vogliono andare oltre la tradizione, e, cercando il salto di qualità, arrivano a proposte autonome.

    Bernardo Castello

    @Foto G. Cavalieri
    @Foto G. Cavalieri

    Bernardo viaggia molto per le corti italiane. Si propone come pittore intellettuale in stretti rapporti con i maggiori letterati del suo tempo: da Ansaldo Cebà a Gabriello Chiabrera, da Giovanni Battista Marino a Torquato Tasso. Chiede a loro suggerimenti e accetta consigli che trasformano spesso i suoi cicli di affreschi in trasposizioni figurate dei temi prediletti da questi intellettuali.

    Così accade a Palazzo De Franchi, nel grande salone al secondo piano nobile, dove Bernardo dipinge alcuni episodi della Gerusalemme Liberata del Tasso: il celebre poema che narra la conquista di Gerusalemme durante la prima crociata. Egli rilegge la vicenda in chiave decisamente patriottica, glorificando il contingente genovese in Terra Santa e il suo comandante, Guglielmo Embriaco. La volta è il teatro del racconto. Impaginata in maniera razionale, suddivisa in riquadri che ospitano un episodio dopo l’altro permettendo all’osservatore di seguire il filo della storia fino a giungere al grande quadro centrale, culmine della vicenda. Castelli e accampamenti di gusto scenografico fanno da quinte ai protagonisti, che dialogano tra loro come attori su un palcoscenico, vestiti con armature alla romana poco adatte alla battaglia, sottilissime e dai colori acidi; un tripudio di violetto, rosso slavato, giallo acceso e verdognolo.

    Guglielmo Embriaco è il protagonista, perfettamente riconoscibile con la sua barba aguzza e il suo elmo piumato. Ora ordina ai Genovesi di dare fuoco alle navi per evitare che cadano in mano nemica, ora si inginocchia a capo scoperto di fronte a Gerusalemme e prega, ora dirige i carpentieri che costruiscono la torre d’assedio che ribalterà le sorti della battaglia. Al centro della volta, il pittore inscena l’ultimo assalto alla città. In primo piano, le schiere cristiane avanzano come in parata al suono dei tamburi, dietro i loro vessilli, verso le mura gremite dai difensori turchi che lanciano frecce e sassi sugli assalitori. A destra, la torre mobile è già appoggiata alle fortificazioni; i soldati si apprestano a salire sulla passerella per piombare addosso ai difensori. A guidarli è proprio Guglielmo Embriaco, che per il suo valore si era meritato il soprannome di Testa di Maglio. Infine, lo vediamo a cavallo che scaccia gli ultimi nemici dalle strade di una Gerusalemme tutta particolare, che con i suoi palazzi e le sue vie ricorda, più che una città orientale, la Genova di Bernardo Castello.

    Domenico Fiasella

    © Foro G.Cavalieri
    © Foto G.Cavalieri

    Diverso, il percorso di Domenico Fiasella. È originario di Sarzana ma a undici anni è già a Genova per imparare il mestiere del pittore. Dopo i primi insegnamenti si mette sulla via di Roma, il centro propulsivo della pittura italiana dell’epoca. Qui vede e impara dalle opere dei Carracci e soprattutto di Caravaggio, tornando in patria con un pacchetto di competenze estremamente aggiornate. A Roma acquisisce anche una certa fama tanto che le sue opere sono molto apprezzate sia dai suoi colleghi pittori – Guido Reni aveva per il Fiasella solo parole di lode –, sia dalla grande committenza e dallo stesso papa Paolo V Borghese, che teneva in gran conto una Fuga in Egitto del nostro che gli era stata regalata.

    Nel salotto a fianco al grande salone, Domenico invade la volta con un solo riquadro in cui rappresenta un tema tratto dalla Bibbia, dalla storia di Sansone, il mitico eroe ebreo che traeva la sua forza smisurata dai lunghi capelli. Scelto da Dio per guidare la ribellione del popolo eletto contro i Filistei, aveva condotto una serie di azioni di guerriglia sempre più incisive tanto che gli ebrei, temendo ritorsioni, lo avevano catturato e avevano deciso di consegnarlo al nemico. Ma proprio nel momento della consegna, Sansone è invaso dallo spirito di Dio, che gli conferisce un’immensa forza, spezza le corde che lo tengono prigioniero e, raccolta una mascella d’asino trovata nei pressi, comincia a massacrare i Filistei. Fiasella lo rappresenta in questo momento di furia a dominare l’intero spazio figurato. Indossa un’armatura all’antica, alza la mascella d’asino e sta per vibrare un violento colpo sul guerriero che giace ai suoi piedi con lo scudo alzato per proteggersi. Intorno a lui, con straordinario virtuosismo, il pittore rappresenta numerosi corpi sdraiati in scorcio: morti dal colore livido, figure tramortite o accasciate che urlano di dolore. Un bambino e un ragazzo scappano dalla furia di Sansone, spariscono parzialmente nascosti dalla cornice dipinta, e nella foga finiscono per inciampare su uno dei cadaveri. Dietro Sansone, in mezzo a un paesaggio campestre illuminato dalle luci del tramonto, altri soldati: alcuni fuggono con gli scudi sulla schiena, altri serrano lo schieramento per tentare l’assalto. Su una collina, gli ebrei osservano la scena e forse capiscono in quell’istante che Sansone è veramente l’inviato da Dio che potrà liberarli dalla schiavitù.

    Allegoria della Repubblica

    Sansone è un’eroe positivo che, grazie all’aiuto dell’Onnipotente, riesce a vincere su nemici molto più numerosi perché la sua causa è giusta. Insieme ad altri protagonisti dei racconti biblici come Esther, diventa, in quel torno di anni, una delle allegorie della Repubblica di Genova, piccolo Stato ma sempre in grado di opporsi ai suoi avversari. Proprio pochi anni prima che Fiasella salisse sui ponteggi di Palazzo De Franchi, i genovesi si erano trovati a fronteggiare l’invasione del Duca di Savoia, Carlo Emanuele. Dopo un iniziale momento di sconforto, grazie all’unione tra il popolo e l’aristocrazia cittadina, la Repubblica aveva reagito sconfiggendo il duca così come Sansone aveva sconfitto i Filistei. Condottieri del passato e imprese del presente, glorie dello Stato che si riflettono sulla famiglia, questo avevano voluto i De Franchi per il loro palazzo. La decorazione delle pareti, oggi perduta, non poteva che rafforzare il potere di coinvolgimento di queste sale.

    Matteo Capurro
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    Matteo Capurro è laureando del corso di laurea magistrale in Storia dell’Arte e Valorizzazione del Patrimonio Artistico presso l’Università degli Studi di Genova. Si occupa di pittura italiana del Quattrocento, con particolare attenzione a Piero della Francesca, e di scultura in legno del Settecento, con particolare riguardo alla scuola genovese del Maragliano. Nel corso dell’ultima edizione dei Rolli days ha fatto da guida a centinaia di persone in visita a Palazzo De Franchi, per la prima volta aperto al pubblico, suscitando ampio consenso per la sua particolare verve espositiva. Gli abbiamo chiesto di mettere su carta quanto proferito dal suo verbo.

    A cura di Antonio Musarra

  • Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    Rolli Days, gli insegnamenti di Megollo per “non perdere la Trebisonda”. La storia dei tesori di Palazzo Franco Lercari

    palazzo-lercari-cambiaso-costruzione-fondaco-trebisondaIn occasione della nuova edizione delle manifestazioni per la valorizzazione del patrimonio UNESCO – gli ormai noti Rolli days –, il nostro Antonio Musarra ha intervistato chi dei Palazzi dei Rolli s’intende veramente: Giacomo Montanari, dottore di ricerca in Storia dell’Arte, tra le principali anime dell’evento che attira ormai migliaia di persone.

    Caro Giacomo, eccoci nuovamente alle porte d’una nuova edizione dei Rolli days. Questa volta vorrei farti qualche domanda su quella che si annuncia come una delle novità; dunque, su un singolo palazzo (o Rollo? Si può dire Rollo?). Vi passo davanti tutti i giorni, al numero 3 di via Garibaldi. Anzi – scusami – di Strada Nuova! Parlo di palazzo Lercari, di prossima apertura. Ebbene: ogni volta mi sento addosso gli occhi dei due telamoni riccioluti dai nasi mozzati. Presenza inquietante! Il riferimento è alle imprese del ben noto Megollo Lercari. Puoi dirci qualcosa della sua storia?
    «Che sia Storia non ci piove. Un Megollo – forma diminutiva in lingua genovese di Domenegollo (Domenico) – svolse la duplice e in antico non ossimorica professione di pirata e mercante attorno al 1313 nelle colonie genovesi del Medio Oriente, tra Simisso, Caffa e Trebisonda. Dalle tinte ben più fosche è però la storia narrata, alla fine del Quattrocento, dal genovese Bartolomeo Senarega, in una lettera spedita all’amico umanista Giovanni Pontano. Megollo, infatti, in difesa dell’onore della nazione genovese offesa da Andronico, un cortigiano dell’Imperatore Alessio II, avrebbe armato due galee e, senza pietà, amputato nasi e orecchie a tutti i sudditi del medesimo monarca incontrati sul suo cammino. Alessio II, agghiacciato dal ricevere in vasi i membri mozzati dal Lercari, cedette, infine, ai voleri del “nobile” genovese: soddisfazione dell’offesa subita e un Fondaco per condurre la mercatura nel cuore della città di Trebisonda. Sono questi gli episodi celebrati da Taddeo Carlone e Luca Cambiaso nel palazzo Lercari in Strada Nuova: il Carlone accoglie il visitatore con due giganteschi “orientali” scolpiti ai lati del portale d’ingresso e significativamente privati del naso; Cambiaso, invece, effigia il Lercari mentre fa erigere, pro Patria sua, il Fondaco nella città turca. Un Fondaco che assomiglia tanto, però, al suo palazzo in cui troneggia il medesimo affresco: insomma, celebrarsi celebrando».

    Un moto celebrativo che troviamo altrove; che è anche, forse, la cifra di quello che possiamo chiamare “il secolo dei Rolli”. Forse un “secolo lungo”, per parafrasare uno famoso. Tuttavia, pare che la figura di Megollo abbia rivestito significati ulteriori per Genova stessa; non solo per i Lercari. È così?
    «La fama derivata al Lercari grazie al suo atto di ferocia, vero o presunto che fosse, fu enorme. Megollo divenne – a partire dal primo Cinquecento – un ideale protettore della città di Genova, il simbolo di quello che poteva capitare a chi avesse avuto la leggerezza di prendere Genova e i genovesi “sotto gamba”. Era un simbolo in una città che doveva riscoprirsi unita e orgogliosa della propria forza, del proprio passato e dei propri uomini, nel momento in cui – finalmente – la conseguita stabilità politica aveva permesso di far germogliare quei semi di Rinascimento che per tutto il Quattrocento erano rimasti quasi del tutto nascosti, attendendo la terra buona della concordia civile per mostrarsi in tutta la loro magnificenza».

    Palazzo-Lercari-ParodiEcco: il Rinascimento. E qui, la domanda sorge spontanea: è davvero possibile parlare di Rinascimento per Genova?
    «Che i genovesi fossero uomini di cultura profondissima è cosa nota. Che Genova fosse tra le città italiane più legate all’Oriente, forse meno. Che tra i genovesi si trovassero alcuni tra i più fini umanisti, collezionisti di scultura e testi greci del Quattrocento è quasi ignorato. Di Genova appare il volto cinquecentesco, che però non avrebbe potuto essere quello che è stato senza l’egemonia marinara e commerciale del Due-Trecento e lo sviluppo d’individualità culturali durante tutto il Quattrocento. Pur nella violenza che connota un “mito” di fondazione di una rinnovata identità cittadina, Megollo Lercari ci insegna oggi, di nuovo, tutto questo».

    Capisco. Come spiegare, tuttavia, la ripresa di un rapporto con l’Oriente in un momento – il Cinquecento – in cui la grande finanza genovese è ormai volta decisamente a Occidente? Verso la Spagna?
    «Rispondo, forse, con una banalità, ma nei secoli Genova ha sempre avuto – come Giano – una faccia rivolta a Est e una a Ovest. Anzi, forse per i secoli precedenti al ‘secolo dei genovesi’ – per citare Braudel –, l’Est fu un riferimento più forte e una fonte più chiara di forza e prestigio. Basti pensare a tutti i “miti fondativi” che i genovesi riscopriranno tra Cinque e Settecento, tutti ambientati nelle colonie: la vicenda di Giacomo Lusignani, la strage dei Giustiniani e il “nostro” Megollo, solo per fare qualche esempio. La presenza genovese a Bisanzio, nell’Egeo, nel Mar Nero e in Medio Oriente è, senza dubbio, una chiave di volta per comprendere una città straordinariamente cosmopolita. Non solo perché sempre legata al suo porto. Genova rappresenta il punto di fusione tra culture diverse: il melting pot ante litteram dell’Occidente con l’Oriente; uno status di cittadinanza mediterranea nato con Roma e mai cessato, neppure dopo le cadute di Acri (1291) e Bisanzio (1453). Nel confondersi con i popoli del Mare Nostrum, però, emerge in contrasto positivo la rivendicazione di un’identità d’appartenenza fortemente difesa (da Megollo e da tutti i genovesi ‘del mondo spersi’), da mantenere a ogni costo: per questo si sottolinea l’incrudelire di Megollo, così emblematico e sopra le righe, per difendere l’onore macchiato della patria».

    Hai parlato d’identità. Ed è inevitabile porsi, a questo proposito, la domanda sull’oggi. Quanto il genovese d’oggi – di nascita o d’adozione – ha coscienza di questa identità? Cosa deve fare per recuperarne qualche tratto?
    «Io credo che, latente, la coscienza d’identità esista e anche forte, soprattutto proprio in quei giovani che tante volte – a malincuore – abbandonano la loro città. Tuttavia, il recupero non può essere solo un moto d’orgoglio dei cittadini; va sostenuto con forza dalle istituzioni, lavorando su tre punti caldi: lavoro, trasporti e società. In tutto questo, il patrimonio culturale – soprattutto quello UNESCO – ha un ruolo cruciale per rendere Genova un polo d’attrazione per chi viene da fuori e una città con le carte in regola per giocare un ruolo importante nell’Italia di domani. Dopotutto, i genovesi del Cinquecento non decoravano i propri palazzi per fare colpo sui dignitari stranieri e “conquistarsi” i migliori accordi commerciali? Ai genovesi di oggi spetta ora di riscoprirsi uniti e decisi nel desiderare il meglio per la propria città: mantenere quella Trebisonda conquistataci (forse) proprio da Megollo e ritornare cittadini del Mediterraneo mozzando i nasi di chi sempre li storce davanti al debole e al diverso e tagliando le orecchie che sembrano fatte solo per ascoltar mugugni».

    A cura di Antonio Musarra

  • San Donato e i graffittari d’altri tempi, la conoscenza del passato è la chiave per la tutela del patrimonio storico

    San Donato e i graffittari d’altri tempi, la conoscenza del passato è la chiave per la tutela del patrimonio storico

    san-donato-graffiti-02In principio fu Santo Stefano – l’antico monastero incombente mutolo e serioso su via XX Settembre –; poi, uno dei più bei palazzi della centralissima via San Lorenzo, il sei-settecentesco Centurione-Gavotti; ora, i pilastri della facciata della bella San Donato: nonostante i rifacimenti del D’Andrade, uno dei migliori esempi di romanico genovese. Writers, vandali o graffittari che dir si voglia hanno colpito ancora, deturpando il volto storico di Genova. Che fare? Ronde, telecamere e condanne ai lavori forzati? Educazione al bello? La partita è aperta. A lungo mi sono interrogato sul problema. E la mia conclusione è che non possumus. Sì. Non possiamo rinunciare a educare. Non possiamo – in quanto anime pensanti – abdicare a una funzione che è nostra peculiare, che è quella di tentare – per quanto è nelle nostre possibilità – d’allevare giovani consapevoli del fatto d’essere parte d’una storia. Insomma, nati o adottati da questa città, non possiamo ignorarne il passato. Negarne l’esistenza è un tratto caratteristico dei tempi d’oggi: non solo della gioventù, che fa di tutto per divincolarsi da quella gabbia 2X3 in cui si sente stretta (senza sapere bene dove andare), ma anche del cosiddetto mondo adulto. Il crescente individualismo è direttamente proporzionale al taglio d’ogni ponte col passato. Le generazioni che ci hanno preceduto – quelle generazioni che hanno eretto San Donato, per intenderci – hanno ormai poco da dire. Sapete qual è la verità? La verità è che un graffito su una colonna medievale non scandalizza più nessuno. O, meglio, scandalizza solo quei pochi che sentono, fortissimamente sentono il senso di questa tradizione e il dovere morale della sua trasmissione. Che fare, dunque?

    Graffitti medievali

    san-donato-graffiti-03Ebbene: è in queste situazioni che lo studioso – o l’aspirante tale –, il divulgatore ma anche il semplice amante del passato acquisisce un ruolo eminentemente sociale: comprendere, conservare e trasmettere la memoria. Lasciate, dunque, che offra il mio contributo. Ai graffitari d’oggi farà, forse, piacere sapere che il loro gesto non è affatto rivoluzionario. Provate a entrare in San Donato e osservate con attenzione la prima colonna alla vostra sinistra. Noterete due grandi imbarcazioni tracciate probabilmente per grazia ricevuta 7-800 anni fa. Quella più in alto raffigura una navis di XII-XIII secolo. Si tratta d’una nave mercantile a due alberi, probabilmente a vela latina, dotata di timoni laterali a remo, d’un cassero di poppa e d’un rudimentale castello sopraelevato sulla prua. Più sotto è rappresentata un’altra navis, questa volta più tarda – probabilmente una caracca di XV secolo –, dotata di due alberi a vela quadra, cassero e timone centrale, completa di bandiera genovese e – se si osserva bene – perfino d’un paio di marittimi aggrappati al sartiame. Poco più in là, sulla colonna dirimpettaia, si trova, invece, una torre curata nei minimi particolari, e poi figure di animali e teste umane.

    Tutti i graffitti di Genova

    Non è, questo, l’unico caso. Genova è piena di graffiti. Pare, ad esempio, che, tra XVIII e XIX secolo, uno dei passatempi preferiti fosse quello d’incidere il gioco del filetto su marmi e gradini. A ben vedere, è possibile imbattersi in immagini del genere un po’ ovunque: sulla scalinata di San Lorenzo; sui gradini d’ingresso al Battistero; sulle colonne del loggiato interno del palazzo arcivescovile; sugli scalini della chiesa dei santi Cosma e Damiano; lungo le mura delle Grazie e le mura della Marina; sui muretti d’accesso a Campopisano; su un sedile del porticato di Palazzo San Giorgio; presso il loggiato superiore di palazzo Tursi; sulla balaustra di via Prè sottostante Palazzo Reale; su un sedile del sagrato del santuario della Madonnetta… Che la cerca abbia inizio! Ancora più diffusi, d’altra parte, sono i graffiti di carattere devozionale: oltre alle imbarcazioni, che hanno probabilmente il carattere di ex-voto marinareschi, croci – presenti, ad esempio, nel chiostro di San Matteo, sugli stipiti di Palazzo Doria-Quartara, nella piazza antistante, e su quelli dell’abbazia di Santo Stefano – e invocazioni, come nel caso del Dei Gratia inciso sul gradino del portale della Chiesa del Santo Nome di Maria di Piazza delle Scuole Pie. Infine, un terza grande categoria comprende tutti quei graffiti lasciati dai soldati di stanza in città dal Cinquecento in poi, generalmente d’origine teutonica, e dai carcerati, numerosissimi in entrambi i casi nel Palazzetto Criminale di via Tommaso Reggio, dove è possibile trovare nomi, simboli araldici, simboli religiosi, un’altra imbarcazione (verosimilmente un galeone) e perfino la rappresentazione d’un paio di villaggi montani con tanto di chiese bene in vista; ma si pensi anche alla Villa del Principe, e ai graffiti tracciati direttamente sugli affreschi della Loggia degli Eroi – quale affronto! – dalla guardia di palazzo, contemplanti una varietà di soggetti: nomi, date, imbarcazioni, pesci, uccelli… Per non parlare della Villa Centurione-Doria di Pegli, dove è possibile imbattersi perfino in un quadrato magico (SATOR).

    san-donato-graffiti-04Insomma, da che mondo e mondo, i Genovesi – di nascita o d’adozione – si sono divertiti a “deturpare” i propri beni architettonici. E quei graffiti sono ora parte integrante dei nostri monumenti. Quale, dunque, la differenza coi graffittari d’oggi? A pensarci bene, anch’essi sono, in un certo senso, Storia. È così: si tratta soprattutto d’una questione di prospettiva. Il graffito è, in certo qual modo, lo specchio d’una società. Ex-voto, croci, nomi, date, giochi, pesci, uccelli, imprecazioni rappresentano efficacemente lo spirito dei tempi. Il problema, semmai, è un altro: quando, il graffito si tramuta in atto vandalico? Ora, Codice penale a parte, la domanda non può che rimanere aperta. La mia modesta risposta – che propongo come ipotesi di lavoro – è la seguente: quando il gesto è vuoto, depauperato d’ogni significato al di fuori di quello d’ottenere i classici 5 minuti di notorietà: la propria “ora d’aria, di gloria”, ultima àncora cui aggrapparsi in questa società d’anonimi. Così, se ieri si graffittava per ringraziare d’essere scampati da una tempesta, oppure per divertirsi al gioco del filetto, oggi s’inneggia alla rivoluzione senza bene sapere che diavolo significhi fare la Rivoluzione. Sarà che i tempi sono cambiati, e che certe parole non hanno più il significato che possedevano anche solo qualche decennio fa. Fatto sta che i graffittari d’oggi – quelli che hanno deturpato Santo Stefano, San Donato e Centurione-Gavotti – hanno, purtroppo, ben poco da dire. Ma, d’altronde, cosa volete farci: ogni secolo ha i graffittari che si merita. Con questo non voglio certo dire che, qualora veicolassero concetti, graffiti del genere siano del tutto leciti. È l’autoregolamentazione che difetta. Quanto uno più conosce il proprio passato, quanto più lo apprezza e lo ammira perché parte d’una tradizione, tanto più sarà spinto a tutelarlo. È questa, dunque, la sfida. Si tratta d’una sfida eminentemente educativa che non può essere appannaggio soltanto della scuola. È la sfida d’un’intera società. La partita è aperta.

    Antonio Musarra

     

  • Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    Lanterna, la luce del faro cambia colore. Pronto il nuovo sistema d’illuminazione che colorerà il cielo di Genova

    lanterna2-DINel 2018 si celebrerà l’890° anniversario della costruzione della torre della Lanterna di Genova, e per l’occasione ci si prepara predisponendo un nuovo sistema di illuminazione che permetterà di utilizzare varie sfumature di colore. Un “rinnovamento” che permetterà al faro di celebrare con la sua luce le diverse giornate di Unesco e Nazioni Unite, come oggi già viene fatto con la fontana di piazza De Ferrari. Un progetto che aggiungerà un elemento coreografico e pittoresco al monumento simbolo della genovesità.

    Approfondimento: La Lanterna passa al Comune di Genova

    Stando alle indiscrezioni trapelate in queste ore, il nuovo sistema di illuminazione è frutto di un progetto di light design, patrocinato da Unesco Italia, che introdurrà la più avanzata tecnologia led per permettere ai raggi del faro di cambiare colore. Capofila del progetto Slam, il marchio dedicato alla nautica nato proprio “sotto la Lanterna”; tra i partner tecnici anche Philips, che ha dedicato al simbolo cittadino un progetto specifico. L’inaugurazione delle nuove luci è prevista per martedì 14, dalle ore 21. Nella giornata di lunedì, saranno presentati i dettagli di tutti gli appuntamenti dedicati a questa iniziativa.

    Lanterna, storia della città

    La Lanterna di Genova, il cui aspetto attuale risale al 1543, quando fu ricostruita in seguito ai danni subiti dal “fuoco amico” durante l’assedio francese del 1513, da sempre veglia sulla città e sul suo porto. La sua luce, che copre il settore marittimo compreso tra il faro di Capo Mele (Savona) e quello di San Venerio (collocato sull’isola del Tino, di fronte a Porto Venere), è servita per segnalare l’arrivo di navi e guidare i naviganti. Fu prigione, fortezza e porta della città: come consuetudine dell’epoca, era affiancata da una “gemella” (che spunta in qualche raffigurazione storica), chiamata Torre dei Greci, e collocata sotto la Collina di Castello (che fu appunto abitata dai greci, durante i primi insediamenti urbani dell’area), poi demolita per fare spazio alle strutture portuali. Con i suoi settantasei metri è il faro più alto del Mediterraneo ed il secondo in Europa dopo il Faro di Île Vierge, che nel 1902 tolse alla Lanterna il primato mondiale superandola in altezza di circa cinque metri. Risulta attualmente essere il quinto faro più alto del mondo ed il secondo, fra quelli tradizionali, ossia costruiti dalle rispettive autorità portuali con lo scopo primario di supporto alla navigazione. Considerata nella sua monumentalità, che comprende anche lo storico scoglio sul quale si poggia, raggiunge i 117 metri d’altezza.

    Presente e futuro (incerto) della Lanterna

    Dagli anni venti del xx secolo, quando si allargò il porto verso Ponente, la Lanterna è stata lentamente inglobata nelle strutture portuali, che gli levarono il mare da sotto i piedi. Oggi guarda dall’alto la centrale a carbone Enel, oramai in dismissione, ma che potrebbe essere sostituita da altri impianti industriali come i petrol-chimici Carmagnani e Superba, da anni in lista d’attesa per spostarsi da Multedo. La gestione stessa del monumento, nonostante la sua indiscutibile importanza, simbolica e non, è spesso in balia degli eventi, lasciata incredibilmente ai margini dell’offerta culturale-turistica della città. Il cambio di illuminazione potrà dare un nuovo spolvero al simbolo più famoso di Genova, rendendola un apparato scenografico unico al mondo. Ma la Lanterna non può essere solo questo: sono secoli che veglia su noi genovesi, e sarebbe ora di ricambiargli il favore.

    Nicola Giordanella

  • Blueprint Competition, concorso senza vincitori. Doria: «Sorpreso». Futuro incerto, ora dibattito pubblico

    Blueprint Competition, concorso senza vincitori. Doria: «Sorpreso». Futuro incerto, ora dibattito pubblico

    Blueprint-competition-logoNessun vincitore, dieci vincitori. E’ questo l’esito, a sorpresa, del “Blueprint Competition”, il concorso internazionale di idee per riqualificare il waterfront di Genova e le aree ex proprietà della Fiera secondo il disegno di Renzio Piano. «E’ una sorpresa anche per me – ammette il sindaco di Genova, Marco Doria, nel corso della conferenza stampa che illustra i lavori dell’apposita commissione, come riportato dall’agenzia Dire – ora dobbiamo capire come procedere ma sicuramente ci sarà un débat public, un momento di discussione condivisa e aperta alla città»

    Approfondimento: Blueprint Competition

    Ma l’incertezza sul futuro di tutta l’operazione, complice anche la prossima fine di mandato del sindaco arancione, è palpabile tra i rappresentanti dell’amministrazione. «Se non ci sono gli investitori non accade nulla – ricorda il sindaco – anche loro valuteranno che tipo di proposte fare sulla base di un set di possibilità». I tempi si allungano? Non per Doria che, ribadisce, «mi sono fatto l’idea che i tempi di realizzazione abbiano l’unica variabile di trovare uno o più soggetti che investano».

    I dieci miglior classificati

    Nessuno dei 76 progetti presentati – o, meglio, 69 visto che 7 sono stati scartati perché non rispondenti a requisiti di anonimato – ha raggiunto il punteggio di 70 su 100, necessario per proclamare almeno un vincitore e fornire all’amministrazione un progetto su cui elaborare la proposta con cui cercare investitori. Come previsto dal regolamento, dunque, a essere premiati e presi in considerazione dall’amministrazione dovranno essere i migliori 10 elaborati che hanno raggiunto un punteggio compreso tra 55 e 67 e riceveranno 12.000 euro di premio ciascuno. Per la cronaca, migliore è risultato il progetto capitanato da un architetto greco. «I progetti possono essere considerati di buona qualità – commenta Giuseppe Cappochin, presidente dell’ordine nazionale degli Architetti e della commissione giudicatrice del concorso – ma la complessità del tema ha fatto sì che una visione complessiva non abbia raggiungo la soglia prevista». La commissione ritiene, inoltre, che tutti i 10 migliori progetti abbiano evidenziato la sostenibilità economica-finanziaria del Blueprint rispettando il tetto dei 200 milioni di euro, al netto dei 50 milioni di costi di demolizione.

    Imbarazzo a Tursi

    Al momento, ci sono disponibili 28,5 milioni di euro grazie a due differenti stanziamenti del governo. E il sindaco assicura che verranno già in parte utilizzati, ad esempio, «per la demolizione del palazzo ex Nira». Il resto dei fondi, invece, dovrà essere congelato per «non pregiudicare una soluzione piuttosto che un’altra». Insomma, un’impasse da cui Palazzo Tursi dovrà capire come uscire in tempi rapidi, per rimediare a una nuova brutta figura di fine mandato. Eppure, nella stessa giunta Doria, c’è chi era stato buon profeta, come il vicesindaco Stefano Bernini, da sempre molto freddo se non addirittura oppositore di tutta l’operazione che ha portato al coinvolgimento dell’archistar genovese. “Non me l’aspettavo – ribadisce Doria – ma la situazione è abbastanza stimolante: spetta all’amministrazione il compito di redigere una sintesi e naturalmente ci sarà anche un’interlocuzione con Renzo Piano. Comunque, è un’occasione per far parlare i cittadini di come si può trasformare l’intera area dell’ex Fiera». E, in quest’ottica, il sindaco annuncia per il 12 marzo l’inaugurazione di una mostra aperta alla città con la presentazione di tutti i lavori che hanno partecipato alla competizione.
  • Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Paolo-ceccarelliNei giorni scorsi Genova ha ospitato i lavori di “Heritage”, un convegno internazionale focalizzato sui percorsi in atto, o in progetto, finalizzati alla conservazione del patrimonio storico e culturale; il passato, infatti, ci ha lasciato una enorme eredità, preziosa quanto ingombrante, che oggi dobbiamo curare e mantenere, anche in un contesto economico depresso come quello congiunturale. In mancanza di risorse, il pubblico cerca l’aiuto del privato, sponsorizzando progetti, collaborazioni o, purtroppo, svendite. Sull’argomento è intervenuto Paolo Ceccarelli, architetto urbanista, coordinatore Unesco per le cattedre universitarie: secondo il professore, sempre più spesso lo stato o comunque la cosa pubblica si limita ad accudire il patrimonio, come fosse una badante, sperando di poter sfruttarne il valore economico.

    Professore, partiamo proprio da questo concetto: qual è lo stato dell’arte della conservazione del patrimonio culturale e storico del nostro paese e di Genova?
    «Oggi penso che ci sia un problema di fondo che dobbiamo affrontare ed è il modo in cui ci poniamo rispetto alla conservazione del patrimonio: noi un poco alla volta, per motivi diversi, d’ istruzione, di trasformazione della nostra società, di estraneità rispetto a tutta una serie di processi, abbiamo assunto una atteggiamento che ricorda il comportamento delle badanti piuttosto che quello di un figlio, di un congiunto, di un parente stretto nei confronti di una persona anziana. Intendiamoci, la badante è una persona civilissima, premurosa, attenta alle necessità di una persona che ha dei problemi legati alla vecchiaia e in qualche modo alla sua conservazione della dignità; ma è anche una persona del tutto estranea, che lo fa professionalmente, con attenzione e garbo, e spesso in modo felice, rimanendo estranea alla persona di cui si occupa, con un rapporto limitato nel tempo, a cui segue un altro e così via. Questo è un po’ l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti del nostro patrimonio storico: ce ne occupiamo, facciamo una serie di cose civili per mantenerlo, ma tutto sommato non siamo interessati ad andare più a fondo, a capire il suo reale significato, soprattutto il suo significato rispetto all’oggi, ai noi stessi, al contemporaneo».

    Questa tendenza a cosa può portare?
    «A ricercare un significato di tipo puramente ed esclusivamente economico, cioè conservare un bene solamente perché può produrre reddito attraendo il turismo, oppure valorizzandone solamente il lato estetico: è bello da vedere e quindi ci riempie l’animo di gioia e orgoglio. Il significato di un manufatto, però va oltre: non bisogna perdere di vista l’importanza che ha avuto in un certo momento per la storia e perché e come ha significato idee nuove, affermazioni di valori, o anche cose reazionarie, elementi bigotti, ma comunque svolgendo un ruolo, una funzione molto precisa. Se noi non entriamo in sintonia con queste cose, e non riusciamo a farle riemergere, non riusciremo ad istituire un rapporto corretto con il nostro patrimonio, tenderemo ad allargare la nostra capacità di conservarlo, di mantenerlo in buone condizioni, ma in modo del tutto indifferente al suo reale significato, e questa è una perdita gravissima perché in realtà la storia e la memoria servono per produrre nuove idee non per contemplare delle cose morte».

    Spesso però le risorse non si trovano, o per lo meno, la politica non riesce a trovarle…
    «Penso che sia un problema politico e culturale al tempo stesso, cioè i soldi si trovano per delle cose che sono appariscenti, ma anche i restauri dovrebbero essere considerati grandi opere, come le conservazioni. Spesso alcune opere sono lasciate a se stesse perché sono meno attraenti, suscitano meno curiosità, non sono la grande cosa da ammirare o far ammirare al turista: la storia italiana, però, è stata fatta spesso di cose poco vistose che hanno avuto un grandissimo significato culturale in quel determinato momento; ci sono pezzi nell’architettura di ricerca, ci sono state delle aperture di nuove linee di lavoro che hanno reso la cultura italiana particolarmente importante in certi momenti della storia recente ma per questi non si trovano i soldi. Le risorse si trovano per il monumento appunto che da prestigio: non è solo il Ponte di Messina, ma anche in parte il restauro del Colosseo, fatto esclusivamente per attirare masse di turisti, e per farne un elemento di invidia per tutto il resto del mondo. Questo è un atteggiamento che credo sia sbagliato: la trasformazione del bene culturale di una sorta di merce, rendendolo un bene da far fruttare piuttosto che un bene da conservare perché insegna delle cose. Credo che sia un discorso di tipo politico e culturale perché i soldi probabilmente in certi casi si potrebbe trovare o ci si potrebbe limitare a forme di manutenzione più leggera, ma che tengano in piedi queste le opere, senza poi dover ricorrere a grandi interventi strutturali».

    Scelte politiche che sono prese da una classe dirigente che spesso si trova in difficoltà sulle scelte che riguardano lo sterminato patrimonio a disposizione. Come potrebbero muoversi diversamente?
    «Secondo me, la politica dovrebbe iniziare a pensare di utilizzare il patrimonio non solo come una risorsa da bilancio, ma anche come uno stimolo, un incentivo fortissimo ad andare avanti nel creare altre cose. Sembra preoccupante il fatto che l’Italia scopra come alternativa a quella che è stata in altri momenti la industrializzazione, le trasformazioni economiche sociali ed economiche, l’utilizzazione del patrimonio solamente a fini turistici».

    Perché questa cosa è preoccupante? Forse finalmente in molte realtà post industriali, come Genova, stanno cambiando parametri culturali…
    «Perché questa è una cosa che non produce nulla. Certo, porta un po’ di soldi, che sono utili anche quelli, ma non serve ad andare più avanti, a inventare altre cose. Voglio dire, noi abbiamo un brodo di cultura che potrebbe permettere veramente di avere degli stimoli fortissimi ad immaginare il futuro, perché siamo, e lo siamo da secoli, in una sorta di grande laboratorio di trasformazioni, contaminazioni e anche di “pasticci” che hanno prodotto cose importanti. Credo che il punto sia questo: i politici dovrebbero più attentamente considerare la questione, perché la materia c’è, ma si tratta di utilizzarla nel modo intelligente».

    Intende per arrivare a nuovi “monumenti”?
    «Si e no. Nel senso che alle volte ci sono alcune architetture contemporanee che sono soprattutto vistose, non belle ma appariscenti, mentre ce ne sono altre che lo sono meno ma che diventano estremamente significative. Non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha dato alcuni dei maggiori contribuiti all’arte contemporanea, al design, che sono diventate delle assolute eccellenze. Oggi, credo che ci sia un’idea un po’ diversa rispetto al passato di che cosa possa essere il monumentale: oggi l’architettura monumentale sta nel recupero degli spazi pubblici, cosa che ha un significato equivalente alla costruzione del un grande palazzo di un tempo. La società richiede rapporti di tipo differente e quindi, da questo punto di vista, l’architettura celebrativa, quella che in qualche modo ricorderebbe il monumento del passato, spesso è la meno interessante, fatta ormai per questioni di puro marchio; tanti brand da vendere rapidamente per poi essere dimenticati e persi».

    Nicola Giordanella

  • San Lorenzo, il piombo tornerà a coprire la cupola, come l’originale progetto dell’Alessi

    San Lorenzo, il piombo tornerà a coprire la cupola, come l’originale progetto dell’Alessi

    san-lorenzo-cupolaIl restauro della cupola della cattedrale di San Lorenzo procede, e presto inizierà l’ultima fase, cioè il rinnovo della copertura. Il piombo sostituirà il rame, per ripristinare il progetto originario di Galeazzo Alessi, e per conferire maggiore solidità alla struttura. Il lavoro durerà ancora circa un anno, o forse poco meno se non ci saranno intoppi; il costo totale dell’intervento si assesta su un milione e 100 mila euro, per gran parte messi a disposizione dalla Compagnia di San Paolo; alla conta, però, mancano ancora circa 300 mila euro: per questo motivo la Curia di Genova promuoverà l’intervento di privati per portare a termine questo lavoro «portato avanti con maestria e precisione – come ha dichiarato l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco a margine della presentazione dei lavori – e che restituirà a tutta la comunità genovese un gioiello e un simbolo».

    La cupola di San Lorenzo

    La cupola di San Lorenzo è uno dei più fulgidi esempi dell’architettura di Galeazzo Alessi, che in città lasciò molte tracce del suo genio: costruita a metà del XVI secolo, in origine aveva la copertura composta da lamine di piombo, seguendo una consuetudine ingegneristica iniziata dai romani. Il piombo, infatti, garantisce maggiore stabilità alle costruzioni e ha maggiore resistenza agli agenti atmosferici, oltre ad essere «un ottimo materiale antisismico, per via delle sue proprietà di resistenza a frizioni e trazioni – spiega l’architetto Claudio Montagni, responsabile dell’intervento – ed oggi, infatti, è stato “riscoperto” dalla letteratura di settore».

    Dal rame al piombo

    san-lorenzo-restauroL’attuale copertura in rame è arrivata durante l’ultimo restauro, condotto nel 1843 da Giovanni Battista Resasco; l’allora architetto della Città di Genova decise il cambio del rivestimento della struttura, introducendo il nuovo metallo: «La scelta fu probabilmente dettata da una sorta di moda architettonica diffusa in quegli anni – spiega Montagni – e fu il primo caso a Genova, poi preso ad esempio per altre strutture». La salsedine del vicino mare, però, negli anni ha “sciolto” parte della copertura, che oggi versa in pessime condizioni: «Oltre ad aver “macchiato” con l’ossido molti marmi – sottolinea l’architetto – in alcuni punti è talmente danneggiata da far piovere in chiesa, con tutti i potenziali danni facilmente intuibili».

    La scelta del piombo è arrivata dopo un attento studio dei progetti originali, ed è stata confermata da ritrovamenti in loco di alcune piastre di questo materiale, probabilmente dimenticate durante l’ultimo restauro. Oltre alla cupola, anche la struttura sarà rinforzata, grazie alla manutenzione delle catene predisposte dallo stesso Alessi: «Tutta la costruizione è in buone condizioni – precisa Claudio Montagni – e l’intervento sarà per lo più conservativo», non come le coperture della basilica di Carignano, che nei prossimi mesi saranno oggetto di un intervento di consolidamento più importante.

    Manca poco, quindi, affinché lo skyline della Superba ritrovi uno dei suoi più amati e caratteristici gioielli: la cupola di San Lorenzo potrà affrontare i prossimi secoli con una nuova armatura, nella speranza che sia di buon auspicio per tutta la città.

    Nicola Giordanella

  • Rolli Days, ritrovare Genova passeggiando per San Bernardo e i suoi mille anni di storia

    Rolli Days, ritrovare Genova passeggiando per San Bernardo e i suoi mille anni di storia

    Ci siamo. L’attesa è palpabile. La città si sta preparando a una nuova edizione – la terza, quest’anno – dei Rolli Days, il 15 e il 16 ottobre. Un’annata davvero speciale, in occasione del decennale dell’iscrizione del sito “Genova. Le strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” nella lista UNESCO del Patrimonio dell’Umanità. Non devo certo ricordare qui di cosa si tratti. Buona parte della città – quantomeno quella più attenta, colta, preparata se non semplicemente curiosa – ha già usufruito della possibilità, del tutto straordinaria, di penetrare all’interno delle antiche dimore aristocratiche genovesi. Ma questa volta vi sono delle novità, per illustrare le quali ho pensato di chiamare in causa chi da anni s’impegna per la riuscita dell’evento: Giacomo Montanari, fine storico dell’arte genovese cinque-seicentesca, al quale lascio volentieri la parola. (Antonio Musarra)

     

    rolli-turco-zaccaria-de-castroCi sono luoghi dove è ancora possibile pensare di potersi ritrovare, semplicemente chiudendo e riaprendo gli occhi, catapultati quasi mille anni indietro nel tempo. Cancellare i rumori della nostra frenetica evoluzione “tecnologica” e sentire sotto i piedi solo il selciato che alterna pietre perfettamente levigate ad altre dalla posatura più incerta. Genova, via San Bernardo in particolare, è uno di quei luoghi. Il palazzo di Zaccaria De Castro è lì, sulla destra, salendo dalla piazza del mercato di San Giorgio, a ricordare i genovesi commercianti e navigatori, unici a trattare con i Turchi – assieme ai rivali di sempre di stanza in Laguna – sotto l’egida del Trattato del Ninfeo. Alle spalle, ormai inghiottita dalle murature cinquecentesche del palazzo Cattaneo della Volta, si trovava la Loggia dei Pisani quando, prima del 1284 e della (per loro) funesta battaglia della Meloria, i rapporti tra le due Repubbliche marinare erano ben più idilliaci. Davanti a noi si apre Piazza San Bernardo, lo diremmo uno slargo tutt’al più, se non fossimo nella città dei vicoli stretti e dei palazzi che quasi si toccano, tanto sono eretti vicini. Dal portale di palazzo Salvago occhieggia l’inconsueta arma araldica della famiglia: gli uomini selvatici scolpiti dagli scultori lombardi Nicolò Da Corte e Giacomo Della Porta nella prima metà del Cinquecento. E poi la Via va avanti, nuovamente angusta, fino a voltare repentinamente a destra quando si scorge, di sguincio e cominciando a salire per la ripida collina di Castello, il portale vetusto della Chiesa di San Donato.

    Tra San Donato e Sant’Agostino

    San Donato è un tuffo da dodici metri nella Genova del Tre e del Quattrocento: pietre di settecento anni fa rendono ancora più sfavillante il contrasto con i colori accesi e netti dell’Adorazione dei Magi dipinta dal fiammingo Joos Van Cleeve. Sì perché Genova non si fermava al Mediterraneo: Fiandre, Paesi del Nord Europa, Nuovo Mondo. Anche sulla fedele alleata di Carlo V, nel Cinquecento, non tramontava mai il sole. Il fiato si fa corto nel risalire l’anomala ampiezza di Stradone Sant’Agostino e quasi si mozza al contrasto bruciante tra la facciata medievale dell’omonima chiesa e il redivivo Monastero di San Silvestro, risorto come una fenice dalle ceneri della guerra sotto forma di gotica cattedrale contemporanea plasmata dalla mente di Ignazio Gardella. È qui che la realtà del presente comincia a riprendere il sopravvento, nel concreto brulicare degli studenti di Architettura, incardinata nel cuore più antico e pulsante di una città straordinariamente “reale”. Non bomboniera turistica. Non “salotto buono”. Non “ricordo nostalgico”. Parafrasando Xavier Salomon, direttore della Frick Collection di New York e innamorato di Genova, questa città è ancora viva e presente, è ancora se stessa.

    grillocattaneo-rolliSistema delle Strade Nuove e dei Palazzi del Rolli

    Viaggiare attraverso questi luoghi è possibile, sempre, ma ci sono giorni in cu farlo diventa speciale, in cui diventa esperienza condivisa il riappropriarsi di una eredità latente del nostro territorio. Alcuni di questi giorni hanno preso il nome, negli anni, di Rolli Days. Non sono altro che un “evento”. Vero. Sono una “attrazione turistica”. Verissimo. Altrettanto vero è che sono l’occasione migliore per rimettere in circolo quell’energia millenaria che permea la nostra città, che la rende unica, che la rende Patrimonio dell’Umanità. Sì, perché non fu tanto la bellezza (straordinaria) dei suoi palazzi a far sì che nel 2006 l’impresa capitanata da Ennio Poleggi andasse a buon fine e venisse riconosciuto dall’UNESCO il Sistema delle Strade Nuove e dei Palazzi dei Rolli, quanto la possibilità di poter leggere in trasparenza, attraverso di essi, il sistema sociale di una città lungo un arco cronologico lungo due secoli. È il valore sociale che l’UNESCO ha giudicato irrinunciabile, ed è lo stesso valore sociale di questo patrimonio, di questo heritage (eredità, letteralmente) che i Rolli Days vogliono ribadire: riappropriarsi della propria città aprendola contemporaneamente all’esterno, grazie al coinvolgimento di tanti giovani studenti (universitari e degli istituti superiori) che mettono in relazione con cuore e mente la loro terra con chi la visita, per la prima o per l’ennesima volta.

    San Bernardo, macchina del tempo

    Il 15 e il 16 di ottobre, per la prima volta, si è scelto di puntare lo sguardo su questa irripetibile e unica “macchina del tempo”, su quella via San Bernardo o antica area di Platea Longa che sente i genovesi camminare sulle pietre del suo selciato da più di mille anni. L’unica cosa che rimane da fare è invitarvi a esserci, per essere accompagnati dai ragazzi dell’Università a vivere una esperienza immersiva e unica che non ha eguali in Europa e, forse, nel Mondo. Attorno ci sono tante cose, c’è la mostra sui Palazzi dell’Ateneo nell’Aula del Cisternone in Stradone Sant’Agostino; c’è la possibilità di sfruttare queste nostre invasive tecnologie per farsi “parlare” dal grande complesso di Architettura attraverso gli innovativi Beacon bluetooth; c’è l’apertura dopo vent’anni di palazzo Grillo e palazzo Serra Gerace. C’è Genova, con le sue ricchezze e i suoi tesori d’arte, ma anche con le sue piazze di pochi metri quadrati piene di ristoranti, bar e trattorie. E poi il mare, che domina da millenni, con sorniona indifferenza, i destini della Superba.

    Giacomo Montanari

  • Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    Basilica di Carignano, al via il restauro delle coperture. Il carbonio salverà la cupola dell’Alessi

    carignano-anticaDue anni di cantieri, per un investimento di un milione e 200 mila euro; queste le cifre dei lavori di consolidamento e restauro della cupola della chiesa di Carignano che partiranno ufficialmente nei prossimi giorni; l’intervento coinvolgerà anche i tetti delle quattro navate della chiesa, costruiti con volte a botte. Dopo il rifacimento delle facciate, quindi, la basilica minore di Carignano, dedicata a Santa Maria Assunta, tornerà a nuova vita. Un edificio cardine per la storia di Genova: voluto dalla famiglia Sauli nel XVI secolo, il progetto nacque dalla mente geniale di Galeazzo Alessi, uno tra i maggiori architetti dell’epoca, che lascerà altre tracce indelebili nel tessuto urbano genovese, disegnando i prospetti di alcuni palazzi di Strada Nuova (Palazzo Cambiaso e Palazzo Lercari-Parodi), progettando Villa Cambiaso, Porta Siberia e la cupola della cattedrale di San Lorenzo.

    La basilica, apertamente ispirata a San Pietro in Vaticano, oggi è parte integrante dello skyline cittadino: come è noto, i lavori di costruzione andarono tanto per le lunghe, che divennero proverbiali: “A l’è comme a fabrica de Caignan”, è il famoso adagio dialettale che con la consueta pragmaticità genovese indica qualcosa che non finisce mai. Un detto, purtroppo, sempre attuale. I continui aggiustamenti della struttura, nel corso dei secoli, hanno determinato alcune criticità strutturali che oggi rendono necessario l’intervento di consolidamento e manutenzione delle coperture.

    Le criticità della cupola e delle navate

    carignano-cupola-internoDa dentro la chiesa, se si osservano i soffitti, è facile notare ampie e lunghe crepe che si propagano per tutta la lunghezza delle navate e dalla base della cupola fino a quasi la sua sommità: l’assestamento del terreno e il carico che le coperture sopportano hanno determinato questi danni, che al momento non mettono in discussione la staticità dell’edificio, ma che è necessario tamponare prima che sia troppo tardi. «Procederemo in tre fasi – racconta l’architetto Claudio Montagni, durante la presentazione dei lavori – con le quali prima consolideremo il manufatto, per poi restaurare le coperture esterne e infine sistemare gli interni». Uno dei fattori che secondo gli esperti ha contribuito al decadimento della struttura è stato l’otturamento e la mancata manutenzione nei secoli dell’ingegnoso sistema di raccolta e scarico delle acque pluviali: «L’Alessi aveva predisposto un innovativo sistema per gestire il peso dell’acqua meteorica – sottolinea Montagni – attraverso delle condotte e della “cadute”che attraversano i vari strati architettonici, per poi finire in otto pigne laterali che portano a terra. Di queste solo quattro sono regolarmente in funzione oggi». Anche le opere di manutenzione susseguitesi durante i secoli hanno indebolito le coperture estere: «Il tamburo che sorregge la cupola è stato intonacato con del cemento, nascondendo i colori della Pietra di Finale, voluta appositamente dall’Alessi per la sua cromaticità unica». L’idea alla base dei progetti è proprio quella di riportare tutta la basilica all’aspetto originario, intervenendo in maniera invisibile e reversibile.

    carignano-cupola-esternaL’intervento di messa in sicurezza e restauro

    «L’intervento prevede la sistemazione di dieci “cinghie”spiega l’ingegnere Andrea Pepe, responsabile dell’interventocinque destinate alla cupola interna e cinque relative a quella esterna, che permetteranno di “stringere” la struttura, ridistribuendo il peso nella maniera corretta». A causa delle crepe, infatti, il peso della lanterna sommitale, oggi grava in maniera non ottimale sui meridiani della cupola, rischiando di far cedere tutta la costruzione. «Le cinghie saranno di una speciale lega di carbonio, in modo da non pesare sulla struttura e poter essere rimosse in futuro». Per quanto riguarda le volte delle navate, invece, saranno predisposti dei cavi, ancorati alla base del tamburo: «I camminamenti costruiti sul tetto – sottolinea Pepe – sono un peso fisso e concentrato, che deve essere ridistribuito per evitare il crollo». Anche in questo caso l’intervento sarà totalmente reversibile. Una volta messa in sicurezza la struttura, si procederà con i lavori di restauro degli esterni, eliminando il cemento dell’intonaco aggiunto durante i restauri precedenti, e ripristinando gli elementi architettonici originari. La terza fase porterà al ripristino degli interni, seguendo il progetto dell’Alessi. I finanziamenti necessari saranno messi a disposizione dalla C.E.I. e dalla banca San Paolo: del 1,2 milione necessario, quindi, non un euro arriverà dalle casse pubbliche, sempre tristemente vuote quando si tratta di cultura, ma sempre disponibili quando si tratta di finanziare grandi opere cementifere. Nei prossimi giorni, quindi, inizieranno i lavori di impalcatura che rivestiranno la cupola della chiesta come oggi è ingabbiata quella di San Lorenzo; se non ci saranno intoppi il tempio sarà restituito alla città in tutta la sua bellezza fra due anni.

    La basilica di Santa Maria Assunta di Carignano è un gioiello tutto genovese, con una storia ed un’anima quasi totemica per la città: da un lato, infatti, è stata per secoli una “grande opera” incompiuta, mentre oggi è un gioiello dimenticato dalla amministrazione pubblica, troppo distratta ad inseguire improbabili progetti dalla dubbia utilità pubblica. Ma d’altra parte si sa: “scinché e prie anian a-o fondo, d’abbelinæ ghe ne saià delongo”

    Nicola Giordanella

  • Lanterna: entro giugno sarà parte del patrimonio artistico del Comune di Genova

    Lanterna: entro giugno sarà parte del patrimonio artistico del Comune di Genova

    lanterna-DIL’avvio della stagione estiva per le iniziative culturali sotto la Lanterna di Genova anticipa di poco un passo, che si spera fondamentale, per pensare al futuro di questa incredibile opera architettonica. Entro fine giugno, se non ci saranno intoppi, si definirà finalmente la situazione per quanto riguarda la proprietà dell’antico faro, fino a poco tempo fa in parte nelle disponibilità della Provincia di Genova e in parte di proprietà demaniale. Il Comune di Genova, che ne prenderà possesso a tutti gli effetti, ha un ruolo di primaria importanza, perchè da quel momento in poi l’attenzione si potranno (e dovranno) pensare tutti gli interventi di valorizzazione necessari, per far rinascere a nuova vita il secolare simbolo dei genovesi. Autorità Portuale e Soprintendenza saranno coinvolte nei progetti e potranno portare un aiuto maggiore sul fronte gestionale e delle manutenzioni. Non solo: secondo l’assessore al Turismo e alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla, questo scenario potrebbe aprire le porte a un piano triennale di interventi specifici.

    Si accende la stagione estiva sotto la Lanterna

    In attesa che tutto questo si verifichi i Giovani Urbanisti-Fondazione LabÚ hanno gettato le basi innestare la reazione a catena che dovrebbe portare all’opera finale, ovvero rendere la Lanterna il simbolo di Genova in tutto il suo splendore. L’hanno fatto attraverso un programma ricco che inizierà con la festa dei Camalli, altra istituzione genovese: «Finalmente domani si parte – dice Andrea De Caro, dei Giovani Urbanisti-Fondazione LabÚ – dietro ai Camalli ci sono volti e persone che svolgono un lavoro importantissimo per Genova. Il porto è sempre stato il cuore della città e quello che ci rende felici è vedere che anche loro si riconoscono nella Lanterna». Dopo questo evento, andrà in scena “Luci sul Forte” che per questa edizione torna sotto il faro; in seguito sarà la volta del Teatro dell’Archivolto con “Il racconto della Sirena”, il pic nic di ferragosto, e a Settembre sbarcherà, ed è il caso di dirlo, “Zones Portuaries”, il festival cinematografico itinerante, nato a Marsiglia, con proiezione di film sulle città portuali di tutto il mondo. «Si tratta di un network tra diverse realtà che si incontrano e che trovano il loro riferimento ideale nella Lanterna – continua De Caro – questa è la miccia che farà brillare il faro per l’estate, ma bisogna fare in modo che questa luce resti accesa tutto l’anno. Per farlo, però, è indispensabile il supporto di Tursi: «Ci vorrebbero campagne un po’ più massive – continua Andrea De Caro – se la questione della proprietà andrà in porto, potremo anche parlare di risorse necessarie per la gesione. È l’aspetto che più ci preme, perché, per quanto si possa fare, il volontariato e l’amore per questo incredibile manufatto non saranno mai sufficienti”.

    Il Crowdfounding

    Certo, i sostenitori non mancano e ultimamente sembra che l’attenzione sulla Lanterna, la sua passeggiata e il suo museo sia aumentata. Sponsor privati e associazioni di categoria forniscono un valido aiuto, e in questo contesto trova spazio anche il crowdfunding: è alle porte il progetto per portare il WiFi alla Lanterna ed è in cantiere un’applicazione sperimentale per conoscerne tutti i segreti del monumento; i fondi necessari per questo progetto sono 5000 euro, e la raccolta sta partendo. «Per un turista è monumento fondamentale – conclude De Caro – siamo nel 2016, e dovrebbe essere scontato anche per noi», noi che sotto la Lanterna ci viviamo, da secoli.

    Un altro problema cronico, quello della segnaletica turistica praticamente inesistente, potrà essere risolto solo dopo la conclusione del cantiere sulla passeggiata. Il dispiegamento di forze, quindi, appare notevole; chissà se questa volta il simbolo dei genovesi torni davvero a essere tale.

    Michela Serra

  • Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    giacomo-montanariEsattamente dieci anni fa, l’Unesco conferiva al sito “Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” il proprio riconoscimento ufficiale. Per l’occasione, quest’anno la città ha triplicato l’appuntamento con i Rolli Days, le giornate in cui è possibile frugare il naso all’interno di alcune tra le più belle dimore aristocratiche genovesi, in gran parte appartenenti a privati. L’appuntamento del 28 e 29 maggio non fa che confermare una linea di tendenza positiva, che ha visto, nella tornata precedente del 2 e 3 aprile, sfiorare le 90.000 presenze, con ampie ricadute sulla città: economiche, ma anche, e soprattutto, culturali (e, perché no, d’immagine). Per l’occasione, sono andato a ricercare, nelle vie del nostro centro storico, una delle anime del progetto Rolli Days: Giacomo Montanari, trentaduenne, storico dell’arte, tra i massimi esperti del Cinque-Seicento genovese e del rapporto tra letteratura e arti figurative, autore del recentissimo Libri, dipinti, statue. Rapporti e relazioni tra raccolte librarie, collezionismo e produzione artistica a Genova tra XVI e XVII secolo, edito dalla Genova University Press.

    In poche parole, per chi se lo fosse perso… che cosa sono i Rolli?
    «I Rolli non sono altro che liste di palazzi. Si tratta di palazzi aristocratici, nobiliari; dunque privati, che svolgevano, però, un importante ruolo pubblico: quello di accogliere, nel quadro delle relazioni internazionali della Repubblica, coloro che, in visita a Genova, potevano portare prestigio, commercio, affari».

    palazzo-rosso (10)Un singolare connubio tra pubblico e privato. In che periodo storico siamo?
    «Siamo nel famoso Siglo de los Genoveses (il secolo dei Genovesi) compreso grosso modo tra 1530 e 1630: cento anni in cui Genova, sotto l’ala della monarchia spagnola, celebra il suo più grande successo internazionale. I Rolli nacquero per rispondere alle esigenze di una piccola Repubblica, diventata, però, ago della bilancia nei rapporti economici e diplomatici dei regni asburgici».

    Quest’anno ricorre il decennale della dichiarazione Unesco. I Rolli non sono solamente un patrimonio cittadino (men che meno privato) o nazionale; sono tutelati in quanto “patrimonio dell’Umanità”. Ebbene, quali sono le novità dei Rolli Days per quest’anno così importante?
    «Si tratta, in effetti, di un riconoscimento che proietta questi beni in una dinamica internazionale, che, tradizionalmente, come genovesi, tendiamo in parte a disconoscere. Ma qualcosa sta cambiando. Questo anche grazie ai Rolli Days. Per sottolineare l’importanza del decennale, quest’anno l’edizione si è triplicata e il pubblico ha risposto abbondantemente.
    Su un altro piano, maggiormente attinente all’organizzazione, devo dire che si sta consolidando il rapporto tra il coordinamento didattico dell’Università, del quale faccio parte, e le istituzioni comunali, non solo con l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica della città, bensì di legare tale offerta ai risultati della ricerca scientifica, da noi perseguita con passione e dedizione. Non sempre, tali risultati sono comunicati al pubblico. Attraverso questa manifestazione, la ricerca diventa divulgazione, e, cioè, patrimonio comune, interesse della città.
    Scendendo ancora di più nello specifico, siamo riusciti, in questa edizione, a ottenere l’apertura del palazzo di Giovanni Battista Grimaldi, situato al numero 4 di via San Luca, a fianco dell’omonima chiesa, nel cuore della Città Vecchia: un palazzo che risale ai primi anni del Seicento, che conserva alcuni splendidi affreschi settecenteschi di Lorenzo De Ferrari. Da vedere!»

    palazzo-bianco (6)La divulgazione scientifica ha un compito eminentemente sociale. E’ il tramite tra lo studioso e la società civile. E non deve essere trascurata. Hai parlato di coordinamento didattico. Qual è il tuo ruolo?
    «In questi anni, mi sono occupato, assieme a due colleghe, Valentina Fiore e Sara Rulli, di valorizzare e consolidare il ruolo dell’Università nell’ambito del tavolo del comitato scientifico della gestione del patrimonio Unesco, mutandolo in qualcosa di più operativo e, cioè, nell’offerta degli aggiornamenti ultimi della ricerca scientifica agli operatori turistici del territorio; nella didattica rivolta agli studenti universitari, che prepariamo per svolgere le visite guidate; nella formazione, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, degli studenti dei licei genovesi, che svolgono un compito essenziale nell’accoglienza del pubblico».

    La collaborazione col Comune funziona?
    «Sì, funziona. Naturalmente, qualcosa può essere migliorato. Sarebbe bello, ad esempio, che il progetto fosse ulteriormente strutturato, visto il successo straordinario dell’iniziativa, e stiamo lavorando per questo. Basti pensare che nel 2009, quando è stato lanciato il primo Rolli Days, le presenze si attestavano sulle 15.000. Oggi siamo a quasi 100.000 solo nel primo week-end del 2016. Ci aspettiamo di arrivare a 500.000 per l’intero anno. Il lavoro effettuato è stato importante, e la formula vincente: visite gratuite, ragazzi disponibili e preparati. Energie fresche, desiderose di confrontarsi con il pubblico e raccontare il patrimonio. Un’opportunità unica per chi visiti la città in questi giorni».

    palazzo-lomellini-patrone (4)Una tale fiumana di persone avrà senz’altro una ricaduta economica importante sulla città, soprattutto sugli esercizi commerciali. Dunque, “con la cultura si mangia”?
    «Tecnicamente sì, ma non è questo l’obiettivo. Qui è in gioco il valore stesso della cultura. Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa creare quelle necessarie condizioni di benessere che possono portare una città – e, a maggior ragione, una città come Genova – a diventare un luogo dove è bello stare: un luogo di opportunità, un luogo di sinergie positive, che comunica voglia di mettersi in mostra, generare del nuovo, far emergere i giovani. Insomma, che dia la possibilità a tutti di vivere in uno spazio decisamente più accogliente. Questo è il valore della cultura. E allora sì, si mangia: perché sarà sempre più bello sedersi a tavola a Genova, accogliere chi viene da fuori, creare e fare del nuovo in una città che si riscopre».

    Un’ultima domanda. Per te, Giacomo Montanari, che valore hanno – se me lo consenti – sentimentalmente i Rolli?
    «I Rolli sono un rapporto che dura da tanto tempo. Si tratta di un rapporto duplice: da un lato, hanno attinenza con la mia professione, quella di storico dell’arte; dall’altro, sono intimamente legati al mio essere genovese. Si tratta di due cose che sento mie: l’appartenenza a un territorio e a una professione. I Rolli sono un’occasione per vivere assieme a tutta la città un momento straordinario di cultura e di comunità».


    Antonio Musarra

  • Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    Vuoti urbani e riciclo temporaneo: studio sulle aree dismesse o sottoutilizzate di Genova

    campasso. ex mercato pollame.001Ne trovi praticamente una in ogni quartiere. Quelle più note sono già state censite e magari qualcuno sa già che cosa farne nel futuro. Eppure, tutti i giorni ci passi davanti e non cambia mai niente. Stiamo parlando delle aree abbandonate, dismesse, sottoutilizzate. Quelle, cioè, che in una città post industriale come Genova pullulano in ogni quartiere. Come a pullulare sono anche le proposte di cittadini, comitati, associazioni che vorrebbero occuparle, riqualificarle e restituirle all’uso pubblico. Magari anche temporaneamente, in attesa che la burocrazia delle grandi istituzioni muova qualche passo e qualche mattone verso un progetto di riutilizzo definitivo.

    Ed è proprio per capire quanto sia possibile restituire ai cittadini, nei fatti, spazi altrimenti destinati al degrado che, la scorsa estate, è nata una tesi di laurea magistrale in Architettura di Laura Nazzari e Benedetta Pignatti che, insieme con il loro relatore, il professor Mosè Ricci, si sono lanciate nello studio di alcune efficaci “Strategie di riciclo temporaneo di aree dismesse o sottoutilizzate nella città di Genova”.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    skater-street-art-CMind the Gap”, il titolo dello studio, prende il via da un progetto di ricerca più complesso, intitolato “Recycle Genova” e iniziato 2 anni fa sotto il coordinamento del professor Ricci con l’obiettivo di individuare, mappare, dimensionare tutte le aree dismesse o sottoutilizzate della nostra città. La mappatura di queste aree viene denominata “Genova Footprint”: un’impronta, o sarebbe meglio dire, un retaggio che i vecchi splendori industriali hanno lasciato alla città come un pesante fardello.

    «Recycle Genova – racconta Mosè Ricci – è la parte genovese di una grande ricerca che si chiama Recycle Italy realizzata da 11 Università italiane e 8 straniere sul tema della rivalorizzazione del patrimonio urbano architettonico e paesaggistico che non riusciamo a utilizzare e che stiamo abbandonando». Lo studio ha mosso i primi passi a partire dal 2012, grazie a una grande mostra ospitata al Maxxi di Roma. «In Italia – prosegue il docente – negli ultimi 15 anni abbiamo costruito circa 300 milioni di metri cubi/anno, pari a circa una città per un milione e mezzo di abitanti all’anno». Un’eredità di veri e propri vuoti urbani, aree, volumi e infrastrutture che hanno ormai perso la propria funzione originaria o che non portano più sviluppo ma che spesso coincidono ancora con i pochi spazi aperti disponibili e suggeriscono una riqualificazione tanto necessaria quanto rapida.

    Ecco, allora, che il riciclo diventa la soluzione più sostenibile e auspicabile per ottimizzare al massimo le potenzialità di aree ormai abbandonate. Riciclare, infatti, consente di ridurre gli sprechi, limitare la presenza di degrado e abbattere i costi di mantenimento: in altri termini, riciclare vuol dire creare un nuovo valore e un nuovo senso.

    Al momento, gli studenti della facoltà di stradone Sant’Agostino hanno individuato 27 aree, analizzate secondo alcune macro-categorie come popolazione, mobilità, servizi presenti nei municipi in cui questi spazi sono collocati per soffermarsi in maniera più approfondita sullo stato di progetto degli stessi. Un lavoro che vuole consegnare alla città, attraverso tesi, ricerche e studi di settore, una serie di dati che diano la possibilità all’amministrazione di trasformare il tutto in qualcosa di operativo per gestire il cambiamento, le trasformazioni. Insomma, una buona pratica di ricerca applicata alla città: esattamente quello che dovrebbe fare l’Università.
    Si va, allora, dal milione e 300 mila metri quadrati delle aree ex ilva agli 800 metri quadrati del mercato di Cornigliano: in mezzo, tanti luoghi ed edifici abbandonati, di cui spesso ci è capito di parlare sulle pagine di Era Superba on e off line. Proposte di progetto giacenti nel nulla da anni, come Ponte Parodi o l’ex mercato di corso Sardegnala Mira Lanza, la Caserma Gavoglio e il Campasso. Proprio a causa della deriva post-industriale, la maggior parte di queste aree si concentra nei quartieri di Ponente della nostra città: il Municipio Medio Ponente vince per distacco con gli oltre 2 milioni di metri quadrati di aree “in attesa”, seguito dalla Valpolcevera (oltre 663 mila mq) e dal Centro Est (poco più di 300 mila).

    «Dobbiamo smontare quella processualità dei piani urbanistici costruiti secondo un sistema di scatole cinesi – commenta il professor Ricci – che devono essere tutte aperte prima di arrivare al nocciolo: cerchiamo di creare una strada che ci consenta di fare qualcosa subito, che permetta ai cittadini di attivarsi e proporre funzioni autogestite e autogovernate che sfruttino il bene in maniera anche solo temporanea nell’attesa della realizzazione di un eventuale progetto più ambizioso».

    La soluzione arriva guardando all’Europa, in particolare a Paesi Bassi e Germania, e si chiama riciclo temporaneo. «Il concetto di “recycle” – chiarisce il docente – è un po’ diverso da quello di riuso o restauro. Con il restauro il nostro obiettivo è quello di riconoscere un valore in un oggetto deteriorato e potenziarlo facendo tornare a splendere lo stesso bene. Con il riciclo invece, esattamente come succede con i rifiuti quando cerchiamo di dare il via a un nuovo ciclo vitale cambiando il senso dello scarto, cerchiamo di trasformare uno spazio, una struttura in qualcosa di altro rispetto alla sua funzione originaria: ad esempio, da una fabbrica creiamo dei condomini, come successo con Soho a New York». Ad Amsterdam dal 2000 è stato istituito un vero e proprio ufficio comunale per il riciclo temporaneo che si occupa della gestione delle pratiche e del sostegno finanziario per la realizzazione di questi progetti.

    Ma che cosa manca per rendere questo processo sistematico anche nel nostro Paese? La legislazione italiana, con buona compagnia di molti altri paesi continentali, accusa la mancanza di una regolamentazione giuridica sul tema del temporaneo. È quindi possibile solo ipotizzare quali potrebbero essere gli strumenti legali utilizzati e le procedure necessarie per l’attuazione di un siffatto progetto di riciclo in Italia: nel frattempo, non resta che affidarsi all’estro delle singole iniziative locali.

    E a Genova sarebbe possibile pensare a un utilizzo temporaneo di spazi abbandonati?
    «Non tutti i 27 vuoti urbani genovesi fin qui catalogati – raccontano Laura e Benedetta – sono risultati pronti all’uso e così versatili da poter essere riciclati temporaneamente. Tra i requisiti più efficaci abbiamo evidenziato l’accessibilità degli spazi, la proprietà pubblica che può agevolare i rapporti contrattuali tra le parti, la sicurezza dell’area, l’assenza di un progetto definitivo in atto o comunque la mancanza di conflitti tra questo e il riciclo temporaneo, la presenza di un comitato di cittadini disposto a prendersi cura dell’area con un progetto di riqualificazione realizzabile in tempi rapidi e in assoluta economia». La filosofia della ricerca predilige dunque interventi minimi, non strutturali, basati soprattutto sull’inserimento di arredo urbano facilmente removibile.
    Ma il concetto di temporaneo, in questi come in tutti i progetti, non implica obbligatoriamente una durata ristretta nel tempo, bensì un carattere di transitorietà. «Le ipotesi progettuali scelte per il momento a puro livello accademico variano a seconda delle necessità dell’area – spiegano le giovani urbaniste – ma in nessun caso vengono previste opere edilizie in modo tale che, come ci è stato spiegato da tecnici del Comune, sia possibile ipotizzare la messa in opera del progetto temporaneo anche non in conformità con le destinazioni d’uso previste dal Puc. Tuttavia, l’inserimento nel Puc di norme ad hoc per interventi di riciclo potrebbe rendere tali interventi “conformi”
e di conseguenza realizzabili con procedure rapide che non richiedano autorizzazione ma bensì semplice comunicazione o SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, ndr)».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale e le proposte progettuali sul numero #57 di Era Superba