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  • Blue Print, Doria punta sull’estero: “Soldi del governo e concorso internazionale non bastano”

    Blue Print, Doria punta sull’estero: “Soldi del governo e concorso internazionale non bastano”

    blueprint-fieraBlue Print Competition, ma soprattutto un’occasione per ridisegnare la città. Il “Doria-pensiero” sul progetto di Renzo Piano è sempre stato chiaro e lo ha ribadito durante l’incontro con architetti e ingegneri al Salone Nautico Internazionale. Il Blue Print è un polo strategico per la Genova del futuro insieme con Erzelli e le ex aree Ilva. Di sicuro, le ultime due hanno vissuto periodi poco felici, fatti di polemiche e non hanno ancora visto la nuova luce: un esempio è il trasferimento della facoltà di Ingegneria sulla collina che tra Cornigliano e Sestri Ponente. Bisogna sperare che il Blue Print non subisca lo stesso destino anche se resta il punto interrogativo più grande: i soldi. «L’amministrazione comunale non ha risorse da spendere nel progetto – dice chiaramente il sindaco – ed è per questa ragione che servono gli investimenti privati e l’aiuto del governo. Quest’ultimo è arrivato con 15 milioni di euro, io ho detto grazie a Renzi e sono contento dell’attenzione di Roma, ma mi sono soffermato a pensare che per rifare l’Expo sono arrivati centinaia di miliardi di lire nel 1992». Insomma, il paragone è chiaro, ma di mezzo c’è stata anche una crisi che ha portato tutto il paese a essere schiacciato. Ed è qui che entra in campo la Blue Print Competition, voluta da Comune di Genova e Spim, la società per la promozione del patrimonio di Tursi.

    Se è vero che gli investitori bisogna attrarli, la competizione, volta al recupero degli spazi vuoti dell’ex Fiera internazionale, diventa un punto fondamentale, anche se non sufficiente. Per questa ragione sarà presentata all’estero, in paesi come Russia e Cina. «Sicuramente questo è un punto chiave – prosegue Doria – ma la Blue Print Competition da sola non basta, come non bastano i fondi del governo. Servirebbe che il Paese intero ripartisse». Anche perché non si può certo dire che da Roma ultimamente, tra Terzo Valico e messa in sicurezza idrogeologica della città, siano arrivati solo spiccioli. «Nella storia di Genova non si sono mai spesi tanti soldi per contrastare il grave rischio idrogeologico che purtroppo ci affligge – ricorda il primo cittadino – stiamo realizzando gli scolmatori, stiamo abbattendo tutti gli ecomostri costruiti negli alvei dei torrenti. Poi ci sono gli investimenti potenziali, soldi pronti per grandi progetti». Ed è qui che si inserisce ancora una volta il Blue Print che fa parte dell’ampia visione sulla trasformazione di Genova. «Non entro nel merito del concorso, naturalmente, ma sono stati in molti a contattare la Spim per partecipare alla competizione. Al momento il 40% dei contatti arriva dall’estero e in testa c’è il Regno Unito. Entro dicembre capiremo il numero esatto dei partecipanti – prosegue il sindaco – e a chi dice che il Blue Print è bellissimo ma irrealizzabile per via dei costi, rispondo che il senso è anche quello di trovare i finanziatori».

    L’incontro al Salone nautico organizzato dall’ordine degli ingegneri è statao anche l’occasione per ripercorrere la strada, a volte accidentata, che ha visto nascere il Blue Print, dal giorno in cui Riccardo Garrone, allora patron dell’U.C. Sampdoria, presentò sul tavolo del sindaco il progetto per costruire lo stadio, fino alle polemiche con il Coni per l’idea di trasformare il Palasport in una darsena coperta. «Comunque ho trattato Malagò meglio io – ironizza Marco Doria riferendosi al no del sindaco di Roma, Virginia Raggi alla candidatura di Roma per i Giochi olimpici del 2024 – dato che la trasformazione del palazzetto in darsena coperta è stata rivista, con una nuova progettazione che consentirà far rinascere il Palasport mantenendo la sua vocazione sportiva, grazie anche alla collaborazione stessa del Coni». Allora, non resta che aspettare: di certo servirà molto tempo per vedere realizzato il disegno di Renzo Piano. Sperando che non si trasformi nell’ennesimo buco nero di Genova. «Non possiamo permettercelo – conclude Doria – proprio adesso che Genova sta diventando “famosa” all’estero come una città da visitare». Ed proprio dall’estero che, come una sorta di ideale restituzione, si attendono i potenziali investitori.

    Michela Serra

  • Pra’, tra il nuovo monumento dedicato al basilico e un’identità andata perduta

    Pra’, tra il nuovo monumento dedicato al basilico e un’identità andata perduta

    pra-basilico-mortaioLa Terra del Basilico. Questa l’iscrizione che campeggia sul mortaio di granito posto al centro della nuova rotatoria che si incontra sull’aurelia entrando a Pra’, provenendo da Voltri. C’è anche un grande pestello e un cespuglio di basilico: l’amministrazione comunale prova a dare una nuova veste all’identità del borgo di ponente, ma la riqualificazione non è ancora terminata e i problemi che vessano i cittadini sono ancora molti.

    La storia del lungo mare praese è lunga e complicata: da sempre coricata sul mare, Pra’ e la sua lunga spiaggia è stata per secoli destinazione balneare di molti genovesi e non solo. Negli anni 60, però, il porto di Genova entra in crisi, dovendo fare i conti con la strettezza degli spazi, zavorra insormontabile per la competitività nel mercato del commercio navale: la decisione, quindi, di allargare a ponente la zona portuale, per rilanciare il capoluogo ligure nella corsa internazionale della movimentazione dei container. I lavori partono sul finire del decennio, e sono costellati di ritardi e criticità: si riempie il mare, cancellando spiagge, stabilimenti, scogli e l’identità del borgo. La prima nave ad attraccare alle banchine del nuovo bacino arriva solo nel 1994, dopo quasi trent’anni di cantieri. Le polemiche non si fermano: le infrastrutture nascono già vecchie, con due soli binari di ingresso e uscita, uno svincolo autostradale inadeguato ai numeri, una diga troppo vicina che impedisce alla navi più grandi manovre fluide con un fondale tutto sommato basso per gli standard internazionali.

    Oggi è in corso una riqualificazione del lungo mare, iniziata già da qualche anno: un nuovo parco e una nuova viabilità per dare respiro al quartiere. «A breve incominceranno i lavori per la costruzione di nuovi impianti sportivi – rileva il presidente del Municipio VII, Mauro Avvenenteche completeranno la parte di levante. Oggi, con l’inaugurazione di questo monumento al basilico si avvera un sogno, cioè quello di dare lustro ad una eccellenza del territorio». L’unica rimasta. Anche l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Genova, Giovanni Crivello, ricorda come questa riqualificazione non sia terminata: «Oggi abbiamo fatto solo un piccolo passaggio, frutto di un percorso comunque non facile, che sarà terminato nei prossimi mesi»

    rio-branega-pra'Tra passato e presente

    La cerimonia di presentazione alla città di questi nuovi manufatti è completata da un piccolo rinfresco, ovviamente a base di pesto e focaccia; ma non tutti sono contenti. Alcuni cittadini presenti riferiscono come i rumori del porto siano insopportabili, soprattutto di notte, e come l’aria sia spesso appesantita dagli scarichi delle navi e dei mezzi pesanti: «Ricordo quando la brezza del mare profumava casa mia, quando aprivo le finestre di casa – racconta Maria, praese doc, che risiede da sempre in un appartamento “sul mare” – oggi non possiamo stare con le finestre aperte. Mio marito lavorava in uno stabilimento balneare, oggi mio nipote è disoccupato». A pochi metri dalla rotatoria del mortaio, un’aiuola spartitraffico è dedicata allo Scoglio dell’Oca, pittoresco masso che caratterizzava il litorale, ancora nel cuore di molti, nonostante sia stato “affogato” nel cemento: finito il brindisi, alcune signore si radunano attorno alla bacheca che racconta questa storia e ricordano di quando si poteva stare in spiaggia fino a tardi, e dei tuffi che i bambini facevano da quella pietra. Di quella Pra’ non è rimasto nulla.

    Un bilancio difficile

    Oggi è difficile fare i conti: il grande Porto di Pra’ ha sicuramente permesso lo sviluppo dell’economia cittadina, ma non tutto ciò che il porto “produce” ricade sul territorio, tanto meno nei quartieri più periferici. Oggi si discute di allargare ancora le strutture portuali genovesi, ma guardando “a terra” si vede un territorio fragile e in pericolo: a pochi metri dal parco Dapelo il rio Branega è una selva, come il rio San Pietro, pronto a gonfiarsi d’acqua con le piogge autunnali. La riqualificazione non riporterà il mare a lambire le case di Pra’, ma è comunque necessaria e, anzi, doverosa: la strada, però, è ancora lunga, e sicuramente un mortaio di pietra non può bastare.

  • Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    galea-galata«A chi giunge dal mare, il seno di Giano offre uno spettacolo d’ineguagliabile bellezza. Nel sole meridiano, Genova si staglia all’orizzonte, immobile, sospesa ai contrafforti che la sovrastano». Capita spesso di auto-citarsi, anche se l’auto-citazione può apparire un segno di civetteria. In questo caso non è così. Non v’è modo migliore di parlare d’una città che attraverso parole a lungo meditate. E vi assicuro che è quanto accaduto con l’introduzione al mio Genova e il mare nel Medioevo, recentemente edito da “il Mulino”. Per questo, mi auto-assolvo dall’auto-citazione, e proseguo: «E’ questa l’immagine fornita da molti viaggiatori medievali, colpiti dalle possenti strutture del suo porto, dalle mura imponenti, dai suoi palazzi ricoperti da marmi splendenti, dai suoi dintorni cosparsi di residenze di campagna, immerse in una vegetazione rigogliosa. E’ vero, Genova la si capisce meglio dal mare. E’ il mare a costituire, nel lungo millennio medievale, il primo ed essenziale richiamo per i suoi abitanti, i quali prosperano grazie al commercio e alle attività finanziarie, viaggiano da un capo all’altro del mondo conosciuto, si stabiliscono fuori patria, fondando qua e là non nuove città ma “atre Zenoe”, e nonostante ciò avvertono sempre e comunque il richiamo della madrepatria, eletta da tempo a “porta” d’Europa e del Mediterraneo».

    Ora, che cosa succederebbe se provassimo a calarci per un momento nella realtà dei viaggi per mare del tempo? Se salissimo a bordo di una galea genovese per compiere un viaggio alla volta di Alessandria d’Egitto?  L’Archivio di Stato di Genova conserva oltre 120 registri di bordo di galee genovesi, per la quasi totalità inediti, redatti tra il 1350 e il 1450 circa, densi d’informazioni sulla realtà dei viaggi per mare del tempo, ma concentrerò la mia attenzione su un singolo registro, a suo modo rappresentativo dell’insieme. Si tratta del libro mastro della galea Sant’Antonio, conservato sotto il numero 724, noto agli studiosi perché utilizzato negli anni Sessanta del secolo scorso da John Day per uno studio sui prezzi delle derrate alimentari alla fine del Trecento. Il manoscritto si presenta in discrete condizioni di conservazione. Si tratta d’un volume di carta filigranata – il soggetto è quello della freccia in scocca nell’arco rivolta verso l’alto – rilegato da un foglio di pergamena di cm. 15 x 40,4, composto da 5 fascicoli legati assieme di 12 fogli l’uno piegati a metà, per un totale di 60 fogli e 120 pagine. Sul «recto» di ciascuna carta, in alto a destra, è presente una numerazione romana progressiva, da c. I a c. CXVI, certamente originale, la quale s’interrompe (pur conteggiandole) in corrispondenza delle numerose carte bianche e di diverse altre carte senza una logica precisa. La cartulazione originaria è integralmente visibile.

    Destinazione Egitto

    L’identità dello scriba, Iacopo di Compagnono, emerge dalla c. I, che funge da intestazione per l’intero manoscritto: «Cartularium in quo continentur raciones gallee domini Silvestris de Marinis, scriptis [sic] et compoxite in Ianua per me Iacobum de Compagnono scribam dicte gallee, et in dicto volo quod detur fides et ad mayolem cautellam pono signum meum talle». Di grande interesse è il contenuto. La galea Sant’Antonio – per la precisione una galea da mercato a due alberi – prende il mare dal porto di Genova nella primavera del 1382 alla volta di Alessandria d’Egitto. Il Comune è appena uscito da un’aspra guerra navale combattuta contro Venezia, che ha creato dissapori col sultanato egiziano. Le continue vessazioni subite dai mercanti genovesi, ma anche veneziani e catalani, da parte delle autorità egiziane avevano già portato, nel 1369, a una sospensione del commercio genovese e veneziano con l’Egitto e la Siria e a una dimostrazione navale congiunta davanti al porto d’Alessandria. Ma tutto s’era risolto con un nulla di fatto. Nel 1383, i Genovesi dichiararono guerra all’Egitto, ufficializzando una situazione che si trascinava da troppo tempo. Non mancarono i tentativi di mediazione: un documento conservato nel fondo Diversorum dell’Archivio di Stato di Genova informa di come, il 9 gennaio del 1382, il doge Nicolò Guarco e il Consiglio degli Anziani stabilissero l’invio di due ambasciatori – un nobile, Cosma Italia, e un popolare, Marchione Petrarossa – presso la corte sultaniale (retta, a causa della minore età del legittimo titolare, dall’emiro Barquq) per trattare delle condizioni dei mercanti genovesi nelle terre nilotiche e siriane. Ebbene: il 20 marzo, i due ambasciatori furono accolti a bordo della Sant’Antonio dal patrono, Silvestro de Marini, in procinto di salpare per l’Oltremare. Il verbo utilizzato, “accogliere”, non deve stupire: l’imbarcazione non è di proprietà del Comune che, com’è noto, a differenza di Venezia, non aveva una flotta in pianta stabile, riservandosi di armare o noleggiare galee all’abbisogna. La Sant’Antonio è armata specificamente per un viaggio commerciale. Gli ambasciatori, dunque, vi salgono come normali passeggeri (ovviamente paganti).

    Il viaggio è organizzato nei minimi dettagli. Dalla metà di gennaio alla metà di marzo del 1382 sono effettuate numerose spese, definite dallo scriba «pro aconcio galee», destinate, cioè, alla messa a punto della galea. In particolare, si acquistano 4 cantari e 52 rotoli di stoppa (pari a circa 2 quintali e mezzo), 5 cantari di pece di Romània, pece di fiandra, legname, chiodi, 6 cantari di sego di Caffa «pro ungendo galeam», e poi un numero elevatissimo d’attrezzature di bordo, obbligatorie secondo gli statuti (bandiere, remi, pennoni, sacchi, recipienti di vario tipo) e provviste durevoli: pesci salati, tonno, sardine, carne affumicata, lenticchie, fave, ceci, zucchero, spezie, riso, aceto, acqua. Particolare attenzione è dedicata, inoltre, al riattamento dello scandolaro, la camera di poppa destinato ad ospitare i mercanti e gli ambasciatori.

    Il Mediteranneo a bordo

    Il registro non specifica le misure dell’imbarcazione; tuttavia, secondo il Liber Gazarie, elencante le caratteristiche tecniche che una galea doveva possedere per recarsi «ultra Sciciliam, ad partes Romanie et Syrie», possiamo ipotizzare che la Sant’Antonio fosse lunga da ruota a ruota circa 40 metri, larga al ponte 6 metri ed alta al puntale 3 metri e mezzo. Insomma, v’era parecchio spazio per ospitare, oltre ai mercanti e agli ambasciatori, tutti i 194 uomini dell’equipaggio, comprendenti il patrono, il comito, il subcomito, lo scriba, un cambusiere, 16 balestrieri, 4 cordai, 2 sarti, un calafato, un macellaio e ben 174 rematori: grossomodo la cifra indicata dagli statuti per le galee in partenza per il Levante. Lo scriba fornisce un elenco dettagliato di tutto il personale di bordo, la cui origine etnica è quanto mai varia: 38 uomini si dichiarano genovesi, 36 provengono dalla riviera di Levante, 16 da quella di Ponente, ma vi sono anche 19 uomini provenienti dall’Appennino ligure, 4 dalla Corsica (in particolare da Bonifacio), 2 dalla Sicilia, singoli personaggi da Parma, Asti e Padova; e poi dal Levante: 15 da Pera, 7 da Caffa (ma sono in totale 29 coloro che provengono dal Mar Nero), 5 da Chio, 2 da Cipro, e poi altri ancora da Cordova, Maiorca, Trapani, Trebisonda, Simisso, Zara, i quali s’imbarcano tutti da Genova, secondo una prassi che non deve stupire. Non sempre lo scriba ne riporta la specifica mansione, anche se sappiamo che tra di essi v’era un «barberio» (una sorta di chirurgo), un cuoco, un «senescalco», un trombettiere, un maestro d’ascia. In molti casi egli annota, però, la professione esercitata a terra, la quale poteva risultare di qualche utilità nel corso della permanenza in mare.

    faro-dalessandriaLa rotta e le soste

    Di grande interesse è l’itinerario compiuto dalla galea. La partenza avviene da Genova il 20 di marzo. Inizialmente si naviga «per costeriam», lungo la costa, per brevi tragitti, fermandosi quasi ogni giorno. A fronte di 104 giorni di navigazione, l’imbarcazione è ferma ben 143 giorni: il viaggio di andata dura 44 giorni; quello di ritorno 60. Tuttavia, i giorni effettivi di navigazione sono quasi identici: 40 all’andata e 42 al ritorno. La galea, a ogni modo, percorre in tutto oltre 5100 miglia marine (circa 9400 km) in 123 giorni di viaggio, a una velocità media di circa 41, 5 miglia (76,9 km) al giorno. Tra Castelfranco (Kastelli) e Sfakion, probabilmente perché spinta dai venti del Nord Ovest, essa compie in via eccezionale un giro di 85 miglia in un giorno; tra Gaeta e Genova copre, invece, una distanza di 300 miglia in 4 giorni.

    Le numerose soste permettono all’equipaggio di scendere a terra piuttosto spesso per mangiare cibi freschi. Ciò non esime, naturalmente, dal dotarsi di vettovaglie abbondanti già al momento della partenza. Il 20 marzo si comprano, infatti, 100 cantari di biscotto (pari a circa 50 quintali), l’alimentazione di base del marinaio. Lo stesso giorno è corrisposta ai marinai anche la prima rata del salario. La prima tappa è La Spezia, dove si compra del pane, dei pesci e due barili di vino. Un più ampio rifornimento di vino è compiuto a Lerici, tradizionale luogo di rifornimento (al pari dell’intera riviera di Levante) del principale porto ligure. Il 23 marzo la nave è a Livorno; il 26 a Civitavecchia dove si compra dell’«erbagio»: verdure fresche ed erbe aromatiche; il 28 raggiunge Gaeta; il 30 è a Napoli, dove sosta sino al 2 aprile. Tre giorni dopo tocca San Lucido, sulla costa, quindi, in successione, Tropea, Messina, Reggio e nuovamente Messina. Dopodiché, abbandona le coste italiche: il 14 aprile la Sant’Antonio guadagna Corfù; il 22 Modone; poi effettua tre soste a Creta, a Castrofranco (oggi Francocastello), il 24 aprile, a Sfakion il 25, a Samarias il 26, località che si trovano in sequenza da Levante ad Ponente: si tratta verosimilmente di soste programmate per l’approvvigionamento dell’acqua. Dopo Samarias, infatti, si prosegue sino ad Alessandria, raggiunta il 3 di maggio. A questo punto inizia un lungo periodo di navigazione di cabotaggio nell’area del Mediterraneo sud-orientale della durata di quattro mesi e mezzo. L’itinerario compiuto dalla galea ha un ché di frenetico: ripartita l’8 maggio dal porto egiziano, la Sant’Antonio tocca in sequenza Beirut, il 14 maggio, Famagosta, il 20, ancora Beirut, il 22, Tripoli di Siria, tra il 23 ed il 28, ancora Famagosta, tra l’1 ed il 10 giugno, Alaya, sulla costa turca, il 14 di giugno, nuovamente Famagosta, tra il 20 giugno ed il 3 luglio, e poi di nuovo Beirut, il 5 luglio, Famagosta, tra il 7 luglio ed il 1 agosto, e infine Alessandria, il 10 agosto, dove si ferma sino al 22 settembre.

    Non sappiamo quanto questo continuo andirivieni tra un porto e l’altro del Mediterraneo orientale dipenda dalla missione degli ambasciatori piuttosto che dalle necessità dei mercanti. Purtroppo, il registro non fornisce alcuna notizia sul tipo di merce presente a bordo. Le uniche notazioni circa l’attività mercantile esercitata dai passeggeri della Sant’Antonio, concentrate nell’ultimo fascicolo del manoscritto, riguardano lo scriba: lungo il viaggio, egli commercia grosse qualità di tessuti inglesi, irlandesi e fiorentini (due balle di lana inglese; cinquantacinque pezzi di Sayes d’Irlanda; ottocentotrenta pelli di ermellino; due pezzi di stoffa in lana fiorentina; cinque fasci di filo di velata acquistato a Napoli) e acquista pesce e carne salata, il tutto per un valore complessivo di 980 fiorini. A Famagosta, Beirut ed Alessandria compra, invece, ventotto pelli di cammello, 27 once di perle di Damasco (circa 990 grammi), e poi gioielli e stoffe di vari colori. E’ probabile che i mercanti presenti a bordo facessero altrettanto, ed è forse questo il motivo per cui il vitto del viaggio di ritorno risulta più consistente e vario. Il 10 agosto si compra, infatti, una notevole quantità di cibo: quaranta quaglie, cavoli, carne, pesce, uva, olio, pollastri, limoni, ecc. La rotta seguita è leggermente diversa da quella di andata. Si riparte il 22 settembre, passando sopra Creta, toccando Rodi, Zante, Corfù. Quindi si passa in Italia all’altezza di Otranto, dove si arriva il 29 ottobre. Dopodiché ci si dirige verso la Calabria, toccando Reggio e Messina, poi Gaeta; infine, si guadagna Genova il 21 novembre.

    Non mi soffermo sui molti altri dati forniti dal registro, riguardanti i prezzi delle merci acquistate, i pesi, le misure, i cambi monetari: elementi tutti annotati dallo scriba, che utilizza monetazioni differenti a seconda del luogo, segnalando di volta in volta il relativo tasso di cambio. Quel che ho voluto mostrare è come sia possibile leggere dentro un registro del genere tutta la complessità della vita marinara del tempo. Il registro della Sant’Antonio è un esempio eloquente della quotidiana frequentazione marinara genovese, fatta di commercio e diplomazia, guerre ed esplorazioni. Elementi, questi, d’una storia che ha nel mare la sua sintesi più efficace.

    Antonio Musarra


    Post scriptum.
    E gli ambasciatori? La loro missione non avrà successo. L’anno successivo il Comune si vedrà costretto a interrompere del tutto i traffici con l’Egitto, dando avvio a un conflitto che si concluderà con una pace precaria soltanto due anni dopo. Le ostilità, tuttavia, dureranno per decenni, influendo negativamente sulla bilancia commerciale.

     

  • Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Passeggiata VoltriGli architetti di domani alle prese con il secondo lotto della passeggiata di Voltri che, una volta completato, collegherà la promenade a mare della delegazione ponentina con la Fascia di rispetto di Prà. Un’opera a cui Comune e Municipio pensano ormai da tempo e che consentirebbe di unire il ponente genovese con Arenzano, già collegata a Voltri tramite un lungomare che costeggia l’Aurelia e passa davanti allo studio di Vesima di Renzo Piano. Un progetto atteso ma non privo di difficoltà tecniche. Proprio su queste difficoltà hanno lavorato 12 studenti del corso di laurea magistrale in “Progettazione delle Aree Verdi e del Paesaggio”, che la facoltà di Architettura di Genova realizza in collaborazione con gli atenei di Milano e Torino.

    Dal 13 al 17 giugno scorsi, gli studenti sono stati ospiti della foresteria di Villa Duchessa di Galliera e hanno partecipato a un corso intensivo con le docenti Antida Gazzola (sociologia urbana), Ilda Vagge (botanica ambientale e applicata), Adriana Ghersi (architettura del paesaggio) e Francesca Mazzino (architettura del paesaggio contemporanea). Oltre alle fasi teoriche, gli architetti in erba (divisi in quattro gruppi) si sono confrontati con le realtà associative che animano la zona interessata e con le istituzioni locali.

    «La professoressa Gazzola, che si occupa di sociologia, ci ha aiutato a impostare il lavoro con i soggetti interessati – spiega la docente dell’ateneo genovese Adriana Ghersi, che ha seguito i gruppi di studenti – si tratta di un cammino interessante, e di un bel modo per sviluppare determinate tematiche». La collaborazione tra Università, realtà del territorio e istituzioni viene indicata come la strada maestra per l’analisi e la realizzazione partecipata di progetti di interesse pubblico, avvalendosi della professionalità e delle idee di chi studia quotidianamente la materia. Lo conferma il consigliere del Municipio 7 Ponente e architetto di professione, Matteo Frulio, per il quale la collaborazione con l’ateneo consente, inoltre, di sviluppare idee prive di qualsiasi “input” di tipo politico.

    Il lavoro “sul campo” è una tappa obbligatoria nel piano di studi del corso in Progettazione delle aree verdi e del paesaggio. Quello di Voltri è solo uno dei workshop organizzati dalla facoltà. Oltre al Ponente genovese, quest’anno altri studenti (in tutto circa 60) hanno lavorato sul quartiere di Sant’Ilario e altre realtà della Liguria. Due studentesse che hanno lavorato a Voltri hanno deciso di sviluppare l’argomento nella propria tesi di laurea. Le 4 proposte di progetto verranno presentate ufficialmente al Teatro del Ponente di Genova il prossimo 16 settembre e resteranno esposte per le successive 2 settimane negli spazi del Municipio.

    Passeggiata nuova, sembra avere già 10 anni

    voltri-passeggiataUna presentazione intermedia dei lavori si è già tenuta a giugno assieme alle istituzioni e alle realtà con cui gli studenti si sono confrontati. «L’importante per noi – sottolinea Nunzio Di Natale, presidente dell’Associazione di pesca dilettantistica Sant’Ambrogio – è che non vengano ripetuti gli errori fatti sulla passeggiata esistente». Il riferimento è alla passeggiata in legno che costeggia il litorale voltrese dal capolinea dell’1 fino quasi al supermercato Pam. Un’opera che ha il pregioo, secondo Di Natale, di essere un punto d’aggregazione importante per gli anziani e per tutto il quartiere, ma che ad ogni mareggiata si ritrova con danni importanti. «I massi che hanno messo a difesa della struttura in legno non sono sufficienti – sostiene – non è possibile che dopo un anno la passeggiata già sembrasse averne dieci».

    Per questo, per il secondo lotto di lavori, la richiesta della S. Ambrogio (e presumibilmente anche delle altre realtà della zona) è che la passeggiata venga sopraelevata rispetto al livello del mare. «Due dei progetti presentati secondo noi da questo punto di vista non sono adatti sostiene il presidente in relazione alle proposte degli studenti – gli altri due ci sembravano più indicati, in particolare uno, che prevede una passeggiata rialzata».

    L’opportunità di sopraelevare o meno la passeggiata è appunto uno degli interrogativi principali intorno all’opera e lo è stato anche per il lavoro degli studenti che hanno lavorato al workshop: «Ogni soluzione genera persone più contente e altre meno entusiaste – ammette la professoressa Ghersi – ma, in ogni modo, questo lavoro è utile per mostrare la fattibilità o meno di determinate opzioni».


    Luca Lottero

  • Genova alla conquista di Costantinopoli, il capolavoro politico di Guglielmo Boccanegra

    Genova alla conquista di Costantinopoli, il capolavoro politico di Guglielmo Boccanegra

    santa-sofia-istanbulIn tempi di golpe, golpini e golpetti, per giunta in quel d’Istànbul, che di mutamenti di governo ne conobbe, e tanti – da imperatori mutilati a sultani assassinati (e, mi vien da dire, qualcuno se l’era pure meritato: Ibrahim I, ad esempio, è rimasto noto per aver ordinato l’uccisione di tutte le 280 donne del suo harem, chiuse in un sacco e gettate in un fiume, in modo da punire l’unica colpevole d’essere stata sedotta da un estraneo) – non parrà affatto strano soffermarci sul rapporto tra Genova e le rive del Bosforo. Costantinopoli ospitò, infatti, per diverso tempo, un intero quartiere genovese; anzi, una vera e propria cittadina autonoma: Pera, situata oltre il Corno d’Oro, inglobata nella capitale soltanto dopo la conquista ottomana.

    La storia dei rapporti tra Genova e Costantinopoli è costellata da numerosi episodi. Se vogliamo attenerci alla sfera del “politico”, forse quello più eclatante ebbe luogo nel 1261, allorché la città conobbe un improvviso mutamento di governo. Ma andiamo con ordine.

    La “guerra di San Saba”

    Dalla seconda metà del XII secolo, parte dei traffici genovesi, pisani e veneziani erano andati concentrandosi sulla costa siro-palestinese, in particolare ad Acri, la ricca capitale del regno latino di Gerusalemme. Nel 1256 (o 1257), tra le strette viuzze della cittadina siro-palestinese si verificarono ampi scontri, che portarono all’espulsione dei Genovesi dal proprio quartiere, con conseguenze perdita di beni, merci e vite umane. Si tratta della cosiddetta “guerra di San Saba”, che segnò l’inizio d’oltre un quarantennio di scontri quasi ininterrotti tra le tre potenze marittime italiane. Il conflitto costrinse i comuni a un ingente sforzo armatoriale. Nel 1257, una flotta veneziana si scontrò con alcune imbarcazioni genovesi che ebbero la peggio. Il governo della Superba allestì una seconda flotta, forte di venticinque galee e quattro navi minori, che il 24 giugno del 1258 incrociò al largo di Acri gli odiati nemici. Lo scontro fu violento ma alla fine Venezia ebbe ancora la meglio. I Genovesi perdettero quasi metà delle proprie imbarcazioni e circa 1700 uomini fra morti e prigionieri. Soprattutto, furono estromessi dal mercato acritano.

    Il capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, allora a capo del Comune genovese, scelse d’appoggiare l’imperatore di Nicea, Michele VIII Paleologo, il quale, da qualche tempo, reclamava per sé il trono di Costantinopoli. La città, infatti, era in mano ai Veneziani dal 1202-1204; da quando, cioè, era stata conquistata dalle armate occidentali nel corso della cosiddetta “quarta crociata”. Da allora, aveva conosciuto l’instaurarsi d’un più o meno fragile Impero latino d’Oriente, che recava con sé lo spiacevole corollario di tarpare i traffici genovesi tra il Mediterraneo e il Mar Nero. Ebbene, la scelta di collegarsi con Michele VIII Paleologo rappresentava per Genova, esclusa dal maggiore porto della costa siro-palestinese, forse l’unico modo per uscire dall’impasse.

    Il trattato di Ninfeo

    torre-galata-istanbulIl trattato stipulato a Ninfeo il 13 marzo del 1261, ratificato a Genova il 10 luglio – che non mancò d’attirare sui Genovesi gli strali di papa Urbano IV, vista la divisione in corso tra la Chiesa latina e quella greca – rappresenta a tutti gli effetti il capolavoro politico del Boccanegra. La convenzione si apriva affermando la cooperazione militare tra Genova e l’impero di Nicea nella guerra «cum Veneticis». L’imperatore concedeva ai Genovesi il diritto di frequentare tutte le terre e i porti in suo possesso o che avrebbe acquisito in futuro. Il commercio genovese sarebbe stato libero da ogni gravame e da qualsiasi norma riduttiva. I Genovesi avrebbero potuto installare una loggia, un palazzo, una chiesa, un bagno, un forno e un numero sufficiente di case nelle città di Adramitto, Ania, Chio e Lesbo e, una volta conquistate, a Costantinopoli, a Salonicco, a Creta e a Negroponte. Smirne sarebbe stata ceduta loro in perpetuo. Il Paleologo, inoltre, rinnovava la consuetudine di donare un pallio all’arcivescovo di Genova (si tratta di quello conservato presso il Museo di Sant’Agostino, attualmente in fase di restauro). A fronte di tali concessioni, gli impegni presi dai Genovesi si riducevano a ben poca cosa: i mercanti greci avrebbero dovuto essere accolti a Genova senza essere sottoposti a tasse o dazi di sorta; soprattutto, il Comune avrebbe dovuto fornire al Paleologo, a spese di quest’ultimo, sino a cinquanta galee da impiegare contro i suoi nemici.

    La presa di Costantinopoli

    Fu così che, verso la metà di luglio del 1261, dieci galee e sei navi al comando di Marino Boccanegra, fratello del capitano, salparono per la Romània. Anche Venezia, ad ogni modo, inviò una flotta di diciotto galee che non riuscì a intercettare quella genovese. Le cose, a ogni modo, presero una piega diversa. Né gli uni né gli altri giunsero in tempo sulle rive del Bosforo: la città fu, infatti, presa da Alessio Strategopulo, luogotenente del Paleologo, nella notte tra il 24 e il 25 luglio, approfittando dell’assenza della guarnigione veneziana.

    Benché i Genovesi non avessero partecipato all’operazione, l’imperatore mantenne comunque i propri impegni: a suon di trombe, buccine e strumenti a corda, essi procedettero alla distruzione del palazzo dei Veneziani, trasportandone in patria alcune pietre, destinate ad adornare il nuovo palazzo della ripa (oggi Palazzo San Giorgio), edificato per ordine del Boccanegra a partire dal 1260 per ospitare la sede del governo (e, se il lettore osserva bene, potrà ancora scorgere sulla porta principale e su un lato del palazzo alcune teste leonine provenienti direttamente da Costantinopoli). La vittoria avrebbe contribuito a ridisegnare l’intera carta politica del Mediterraneo orientale. Tuttavia, di lì a poco, il Boccanegra, sarebbe stato cacciato dal governo: un golpe – questo sì – sostenuto da buona parte della cittadinanza, avrebbe riportato i nobili al potere.

    Antonio Musarra

  • Blueprint, ecco il concorso di idee per le aree di Comune e Spim. Solo 4 mesi per i progetti

    Blueprint, ecco il concorso di idee per le aree di Comune e Spim. Solo 4 mesi per i progetti

    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano
    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano

    Genova chiama il mondo: parte “Blueprint Competition”, il concorso internazionale di idee per la progettazione delle aree di proprietà di Comune di Genova e Spim (la società per la promozione del patrimonio immobiliare del comune), che si inserirà nel più grande disegno di riqualificazione dell’area Fiera, inserita nel progetto che l’architetto Renzo Piano ha “donato” alla città.

    Blueprint Competition

    La competizione è destinata ai professionisti della progettazione di tutto il mondo e ha come oggetto 60 mila metri quadrati di spazi all’interno del quartiere fieristico, che saranno ricavati dalle demolizioni dei padiglioni C, D e M, le attuali biglietterie e l’edificio Ansaldo – Ex Nira. Ma non solo: il Palasport, che non verrà abbattuto, sarà però restaurato, rimanendo di destinazione sportiva (facendo quindi seguito alle richieste del Coni), ma con 15 mila metri quadrati di nuove aree commerciali (suddivise in locali da non più di 250 mq l’uno). Le superfici di nuova edificazione dovranno essere suddivise nel seguente modo: 40 mila mq di abitazioni, 5 mila per attività commerciali e artigianali, 10 mila per attività ricettive e 5 mila per uffici e direzione. A questo si deve aggiungere ulteriori 20 mila metri quadrati di parcheggi di pertinenza, da realizzarsi preferibilmente nel sottosuolo. Un totale, dunque, che sfiora i 100 mila mq di nuove costruzioni; la partecipazione potrà essere svolta attraverso il sito web dedicato, sui cui sono riportati tutti i dettagli: il 15 dicembre è il termine per l’invio degli elaborati, che saranno valutati entro il 31 gennaio 2017. Tempi stretti, quindi: un dettaglio che potrebbe nei fatti condizionare non di poco la diffusione e la partecipazione internazionale, dando vantaggio a chi sta seguendo già da tempo la cosa. Il primo premio in palio è di 75 mila euro, mentre per il secondo, terzo e quarto posto sono previsti 15 mila.

    Zona Cesarini

    Il concorso è stato lanciato in extremis dall’amministrazione comunale prima della pausa estiva, avendo già sforato le indicazioni del Consiglio Comunale; al momento non è ancora chiara la composizione della commissione giudicante: si sa che sarà composta da cinque persone (una indicato dal Renzo Piano Building Workshop, una dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli architetti, una sarà uno studioso di architettura di prestigio internazionale, poi un esperto di urbanista e un esperto di valutazioni economiche, secondo quanto comunicato durante la conferenza stampa di presentazione), ma i nomi non ci sono ancora; dal Comune assicurano, però, che saranno di altissimo livello internazionale. Qualche perplessità, come dicevamo, sulle tempistiche: lanciare un concorso così complesso (con tantissimi i vincoli progettuali) a inizio agosto, con una finestra di tempo per la partecipazione così ristretta, sicuramente non aiuterà la partecipazione internazionale.

    Finanziamenti e mercato

    Veniamo ai soldi: i progetti in concorso dovranno rispettare il tetto massimo di 200 milioni di euro per la realizzazione; per le demolizioni necessarie e il parziale “atterramento” della strada sopraelevata Aldo Moro (nel tratto che costeggia la zona fiera, infatti, la strada diventerà a raso) è invece previsto un finanziamento pubblico di 50 milioni, di cui 15 messi dal governo.

    Al momento non è ancora chiaro come saranno assegnate le nuove cubature: da Spim ci fanno sapere che una volta selezionato il progetto vincitore si cercheranno investitori privati, e solo allora si capirà se le aree saranno cedute o affittate. Un particolare non da poco, visto che l’area eventualmente riqualificata, avrà sicuramente una posizione di rilievo nel mercato immobiliare genovese.

    Insomma, il lungo percorso del Blueprint segna un altro piccolo step; il Comune di Genova cerca di dare lustro al progetto con un concorso internazionale di prestigio: la speranza è che sia volano per idee innovative e all’avanguardia, ma solo a fine anno sapremo se la cosa ha funzionato oppure no. Sicuramente, quattro mesi e mezzo non sono molti per chi volesse partecipare, soprattutto se si guarda alla peculiarità della cosa. Riuscirà l’internazionalità del mondo degli architetti a rispondere alla chiamata?

    Nicola Giordanella

  • Salone Nautico 2016, una società a maggioranza pubblica per rilanciare la nautica ligure

    Salone Nautico 2016, una società a maggioranza pubblica per rilanciare la nautica ligure

    salone-nautico-2016Dopo le recenti polemiche e i giri di giostra dei grandi nomi della nautica italiana, presentata ufficialmente la cinquantaseiesima edizione del Salone Nautico genovese, in programma dal 20 al 25 settembre. Un’occasione per analizzare i dati economici incoraggianti della scora edizione, ma anche per tentare di mettersi alle spalle i rancori degli ultimi mesi. L’uscita polemica di diversi operatori da Ucina (la divisione nautica di Confindustria, che si occupa dell’organizzazione dell’evento), infatti, ha proiettato diverse ombre sulla manifestazione, fiore all’occhiello di Genova e non solo, dalla quale ci si aspettano risultati positivi, in continuità con i dati economici incoraggianti ereditati dall’edizione passata. Un’attesa che ha il sapore della resa dei conti. I 50 milioni di contratti di leasing stipulati a valle del Salone Nautico 2015 segnano infatti una crescita del 44% nel numero di contratti, il cui valore medio è aumentato del 26%. Cifre stimolate dalla ripresa del settore, la cui crescita nel 2015 è stata del 12% ed è stimata intorno al 7,5% per il 2016, ma che potrebbe risentire delle scelte “politiche” di alcuni grandi cantieri navali. «Non ancora numeri da fuochi d’artificio, ma tantissimo rispetto agli zero virgola a cui siamo abituatirivendica la presidente di Ucina Carla De Mariaquello di quest’anno sarà un buon Salone».

    Per quanto riguarda il dietro le quinte, si cerca di minimizzare: poche battute per liquidare le polemiche sollevate da Nautica Italiana, l’unione degli operatori fuoriusciti da Ucina: «Non è scandaloso – sottolinea De Maria – che sia la società di riferimento del settore a organizzare i Saloni». Le fa eco il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti: «C’è bisogno di fare squadra per salvare il Salone – spiega – la politica ha fatto la sua parte, non si può dire lo stesso da parte del mondo produttivo, attraversato da egoismi e interessi particolari».

    In arrivo una “Newco”

    «Nulla è immutabile nella storia dell’uomo – aggiunge Toti – nemmeno il Salone Nautico a Genova, ma preservarlo e farlo crescere è interesse di tutti». Un punto di vista condiviso da De Maria: «Non difendo il Salone a Genova a priori – puntualizza la presidente – ma affinchè si sposti c’è bisogno che qualcuno lo superi, cosa che al momento trovo difficile. Alle istituzioni chiedo soprattutto concretezza, in passato a volte ci siamo sentiti soli, oggi ci sentiamo maggiormente supportati».

    Un supporto che si tradurrà in una newco, un soggetto giuridico a maggioranza pubblica che si occuperà del rilancio del Salone: «Una società che possa fare da sintesi tra le divisioni – spiega Toti – ma anche le professionalità presenti nel mondo nella nautica della regione. Il Salone di Genova ha una storia e una tradizione troppo importante perché qualche polemica lo getti alle ortiche». Porte aperte anche ai “ribelli” di Nautica Italiana: «Chi vuole fare del Nautico il teatro di una battaglia di categoria è fuori luogo e fuori tempo», conclude Toti rimandando a data da destinarsi la resa dei conti.

    E se fosse l’ultimo?

    Il grande percorso di avvicinamento al Salone Nautico, quindi, è partito, la cinquantaseiesima edizione potrebbe essere quella della rinascita o quella del fallimento di un settore mai diviso come oggi. Genova, la cornice elettiva di questa grande kermesse, non è mai stata così fortemente in discussione; la speranza è che questa edizione non debba essere ricordata come l’ultima.

    Luca Lottero

  • Pegli batte la burocrazia, dopo cinque anni arriva il campo da beach volley

    Pegli batte la burocrazia, dopo cinque anni arriva il campo da beach volley

    beach volleyPegli avrà finalmente il suo campo da beach volley e lo avrà nel luogo più adatto che ci possa essere: la spiaggia. Per ottenere questo risultato, il Municipio Ponente ha dovuto lottare cinque anni. Esatto, cinque anni per quattro pali e una rete, a costo zero. Sì, perché a realizzare il campo da beach volley sarà un imprenditore locale e non la pubblica amministrazione. Si scivola subito nel paradosso, soprattutto se si pensa che nel quartiere opposto, Nervi, il campo da beach volley lo faranno probabilmente dentro la piscina Mario Massa e non costerà certo pochi spiccioli.

    Mentre a levante, in particolare modo all’interno del Consiglio municipale, ci si divide sulla soluzione temporanea del campo di sabbia che probabilmente arriverà dopo la mozione targata Pd, a ponente c’è chi ha il sangue avvelenato da cinque anni di attesa, come il presidente del Municipio, Mauro Avvenente: «Alla fine ce l’abbiamo fatta – ci racconta – ma anche l’imprenditore che realizzerà il campo era arrivato al limite della sopportazione. Aveva minacciato di chiudere l’attività e in ballo c’erano ben quindici posti di lavoro. Sarebbe stata una scelleratezza di proporzioni enormi».

    Loco di Rovegno torneo di beachMa perché tutta questa fatica? Qual è stato l’intoppo? Risposta scontata: la burocrazia. E ce n’è voluta tanta perché si sono dovuti mettere d’accordo ben cinque enti: Comune, Autorità Portuale, Capitaneria di Porto, Beni Paesaggistici e Soprintendenza. Tutto per una quarantina di metri quadrati di sabbia. «Il problema in questo nostro complicato Paese è la normativa di legge che sembra essere costruita apposta per rendere difficile la vita anche sulle cose più semplici – continua Avvenente – non dobbiamo meravigliarci se gli imprenditori si stufano e se ne vanno altrove. Poi siamo tutti pronti a stracciarci le vesti e a gridare alla delocalizzazione. Nessuno dice che le regole non vadano rispettate, ci mancherebbe, ma qui sono talmente intricate che diventa impossibile fare le cose più semplici».

    Ormai è andata, anche se, a dirla, tutta mancherebbe ancora un permesso. Meglio pensare in positivo e immaginare che cosa ne sarà di questo nuovo spazio a disposizione dei cittadini e, soprattutto dei più piccoli, visto che i bambini potranno divertirsi gratuitamente al mattino. «Voltri ha il suo campo, presto lo avranno anche Prà e Pegli – conclude il presidente Avvenente – spero che tutto questo porti ad avere competizioni sportive che uniscano le delegazioni del ponente. Proprio qui, sede storica della pallanuoto che ora non c’è più».

    Michela Serra

  • Fiocco azzurro all’Acquario di Genova. Ecco il nuovo cucciolo per la foca Tethy

    Fiocco azzurro all’Acquario di Genova. Ecco il nuovo cucciolo per la foca Tethy

    C’è ancora qualche centimetro di cordone ombelicale che sbuca dalla pancia del cucciolo della foca Tethy, nato martedì scorso alle 3.50 del mattino e presentato ufficialmente al mondo questa mattina nella vasca della foche all’Acquario di Genova, che proprio quest’anno celebra il suo 25° anniversario. Maschio, 12,7 kg e un metro di lunghezza, il nome del cucciolo verrà scelto attraverso un concorso presentato nelle prossime settimane. Per non disturbare il piccolo e la mamma, la passerella che consente di osservare la vasca dell’alto è temporaneamente chiusa al pubblico, mentre le evoluzioni del cucciolo potranno essere osservate dal primo piano del percorso. Per Tethy, esemplare di Phoca vitulina di 23 anni, è il sesto cucciolo: nel ’99 toccò al primogenito Giotto, primo esemplare di foca nato all’interno dell’acquario genovese, poi Hope nel 2003, Pallino 2004, Freccia 2007 e Luna 2010. Le foche ospiti dell’Acquario di Genova salgono, dunque, a sei: oltre a Tehty, alla figlia Luna e al piccolo appena nato, ci sono Selchie, femmina di 23 anni, e i maschi Igor e Hannes. La Phoca vitulina raggiunge la maturità sessuale a partire dai 3 anni e il ciclo riproduttivo è annuale e stagionale, all’inizio dell’estate, subito dopo la muta.

    Lo staff dell’Acquario sta seguendo giorno e notte – con videocamera a raggi infrarossi – il cucciolo e la mamma, per controllarne la crescita, l’allattamento, lo sviluppo della relazione madre-piccolo. L’allattamento, che è iniziato dopo circa 24 ore dalla nascita, prosegue quotidianamente ogni due ore circa e continuerà per una trentina di giorni, passati i quali il piccolo avrà raddoppiato il suo peso e potrà iniziare la fase di svezzamento con il primo approccio con il pesce che costituirà la sue dieta adulta. Mamma Tethy per sostenere l’allattamento è passata da una razione giornaliera di 2,5-3 Kg di pesce a 6 Kg.

    In questo primo periodo il rapporto mamma-piccolo è molto importante in quanto la madre trasferisce molte informazioni al neonato. Come lo staff dell’Acquario ha potuto osservare, ha da subito ha trasmesso il suo imprinting, porgendo il suo muso al piccolo, in modo che riconoscesse l’odore. Tethy, con il suo bagaglio di esperienza, è una mamma molto attenta, segue il piccolo e lo aiuta nel nuoto quando necessario.  Il piccolo si è dimostrato fin da subito vivace, curioso, esplora la vasca anche attraverso delle apnee lunghe, vista la sua tenerissima età: quando Tethy ritiene che sia fuori dal suo controllo, gli spruzza acqua addosso aiutandosi con la pinna anteriore e ottenendo l’immediato avvicinamento a lei. Gli sta insegnando a nuotare velocemente, a stare in apnea sempre di più e a dormire sul fondo della vasca, comportamenti che rappresentano strategie di difesa dai predatori.