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  • Oltre 50 metri di barriera sommersa per salvare le falesie di Bogliasco

    Oltre 50 metri di barriera sommersa per salvare le falesie di Bogliasco

    Bogliasco prova a mettere al sicuro la propria costa con una nuova stagione di interventi “difensivi” pensati per anteporre alla furia delle onde delle barriere composte da dighe sommerse, capaci di frantumare la potenza dei marosi. Questo il progetto presentato dal Comune di Bogliasco che prevede l’allestimento di una vera e propria diga di scogli sul fondale davanti a Punta Demoa, in località Fontana, lunga una cinquantina di metri e larga 16 che si ‘aggancerà’ alla barriera di massi già presente e agli scogli del litorale.

    Il progetto prevede la costruzione di una struttura trapezoidale a forma di arco a pochi metri dalla linea di costa, con una base di 16 metri e una larghezza di otto in sommità, sommità che arriverà a circa 2 metri di profondità rispetto al livello del mare, partendo da un fondale di circa 4 metri. La struttura e l’aspetto sarà simile a quella progettata per proteggere la Marinella di Nervi, anche se di dimensioni ridotte.
    Stando al progetto, in questi giorni al vaglio degli uffici tecnici di Regione Liguria per la valutazione di impatto ambientale, la struttura sarà costruita senza ausilio di ancoraggi di cemento, ma fissata grazie al peso dei massi utilizzati, che varierà dalle 8 alle 13 tonnellate ciascuno. Si sta valutando se utilizzare in parte materiale reperibile in loco. La barriera sarà interamente sommersa, tranne nella parte più a levante dove l’attuale scogliera artificiale sarà sistemata e inglobata, e, stando alle tavole, in parte ingrandita e con la sommità resa piana per una area di lunghezza di 5 metri.
    Il progetto non è scevro da alcune criticità, soprattutto di carattere ambientale: stando alla relazione di compatibilità allegata al progetto, nell’area prevista dalla costruzione della massicciata sarebbero presenti alcuni insediamenti di posidonia, la pianta acquatica mediterranea tutelata per via delle sue capacità rigenerative dell’habitat marino. Ma non solo: in tutto il litorale della zona sussiste il vincolo paesistico ‘Bellezze d’insieme per la “Fascia costiera di Bogliasco e Pieve Ligure’. Per questo motivo la valutazione dell’impatto dovrà mettere a sistema la capacità stimata della struttura di ridurre del 50% la forza delle onde con l’inevitabile impatto visivo della costruzione. Sicurezza e bellezza, due esigenze sempre più contrapposte per il fragile territorio della nostra regione.
  • Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica nel Tirreno, @Francesco Alesi/ Greenpeace

    Nelle scorse settimane, l’Istituto francese di ricerca sull’inquinamento del mare (Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer – Ifmer, di Bastia) ha rilevato una concentrazione altissima di plastiche e microplastiche nel tratto di Mar Tirreno tra la Corsica e l’Isola d’Elba. Un’“isola di plastica”, come si sono affrettati a battezzarla i giornali francesi e i pochi giornali italiani che ne hanno dato notizia, con chiaro riferimento al più famoso Great Pacific Garbage Patch (o Pacific Trash Vortex) dell’Oceano Pacifico settentrionale. Una notizia che sulla sponda ligure del Tirreno non ha avuto molto seguito, passata praticamente rapidamente in archivio: eppure quello che oramai è dato empirico dovrebbe preoccuparci molto. Oggi.

    L’isola scoperta nel Tirreno non ha la stessa estensione di quella oceanica e a differenza di questa, come ha spiegato il direttore dell’Ifmer François Galgani non è permanente, ma generata periodicamente dal particolare gioco delle correnti del Mediterraneo nord-occidentale, che tendono a risalire la costa italiana e poi, ostacolate dall’isola Elba e dalle altre isole dell’arcipelago toscano, ad accumulare in quell’area il materiale trasportato, con le concentrazioni maggiori lungo le coste della Corsica.

    Occhio non vede…

    Questo però non vuol dire che il problema della plastica nel Mar Mediterraneo sia meno grave che quello nel Pacifico. Anzi. «Il Mediterraneo è un mare chiuso – spiega Stefano Pedone, dell’associazione Worldrisee questo fa si che le concentrazioni di plastiche siano molto più elevate di quanto non accada nell’Oceano, che ha la possibilità di diluire maggiormente la concentrazione di microplastiche. Tanto che, nell’intero Mediterraneo, la concentrazione di plastica è quasi pari a quella delle isole, o “zuppe” oceaniche. Per la zona tra l’Isola d’Elba e la Corsica parliamo quindi di concentrazioni assolutamente straordinarie».

    Plastica raccolta sulla spiaggia di Santa Margherita – Dicembre 2018, foto Worldrise

    Isola di plastica è un termine mediaticamente efficace ma in realtà improprio: «Dà l’idea di una vera e propria isola su cui si possa camminare – spiega Pedone, che è laureato in Scienze Naturali all’Università di Genova e in questo momento sta studiando per ottenere la seconda magistrale in biologia marina – in realtà le plastiche che finiscono in mare si riducono progressivamente di dimensioni per effetto del sole, del sale e del moto ondoso, fino a diventare microplastiche e a mischiarsi con l’acqua marina. Passando con la barca in aree che chiamiamo “isole di plastica” quasi non ci se ne accorge, perché la superficie è uguale a quella di una zona normale. Le microplastiche sono invisibili a occhio nudo, in realtà, senza accorgersene, si naviga in una sorta di zuppa di acqua e plastica».

    Grazie correnti, ma ci pensa il porto

    E Genova? Nel golfo ligure il particolare gioco delle correnti rende in teoria poco probabile una concentrazione in stile “isola di plastica” al largo delle nostre coste, ci racconta Pedone nel corso della nostra chiacchierata. Ciò non vuol dire, però, che nel mar ligure la plastica non ci sia: «I porti sono grandi produttori di microplastiche – spiega infatti Pedone – come confermato di recente da forti concentrazioni di microplastiche rilevate al largo del porto di Napoli». A noi, in un certo senso, non serve una sfortunata combinazione di correnti marine come quella che interessa il mare tra l’Elba e la Corsica. Basta la principale attività economica cittadina. Un’attività che, tra l’altro, ci rende di fatto esportatori netti di microplastiche che, prodotte dal nostro porto, si ritrovano poi a viaggiare per tutto il Mediterraneo: «Ovviamente non sono gli abitanti dell’Elba o delle Tremiti a produrre tutta quella plastica – sottolinea Pedone – sono in generale le città di riviera, e in particolare quelle portuali come Genova, o altri fattori come, per quel che riguarda le isole Tremiti, nell’Adriatico, il fiume Po, che riversa in mare tutte le plastiche raccolte lungo la Pianura Padana, che vengono trasportate verso sud dalle correnti superficiali finché non vengono bloccate delle Tremiti».

    Il Mediterraneo che cambia

    Se le correnti, ad oggi, ci stanno tenendo lontani dalla parte più visibile del problema, è anche vero che il contesto del Mediterraneo è soggetto a forti mutamenti, dovuti alla attività antropica e a cambiamenti microclimatici in atto da diversi decenni.

    Foto di Kevin Krejci

    Diversi sono gli studi scientifici che hanno certificato un aumento della temperatura media del nostro mare registrata negli ultimi decenni: un dato che può arrivare ad incidere sulle correnti e sulle quantità e qualità delle precipitazioni e dei fenomeni atmosferici. Un mare sempre più “tropicale” favorisce fenomeni altrettanto “tropicali”, con estremi inediti per le nostre coste. Fenomeni a cui non siamo preparati.

    Il dibattito sui cambiamenti climatici è molto ampio e discusso, talvolta anche “tifato”ma gli eventi degli ultimi mesi ci portano sul piatto alcune evidenze, che se diventassero “strutturali” ad un rinnovato contesto appunto climatico, potrebbero non essere troppo da sottovalutare, anche nel breve periodo: la mareggiata dello scorso ottobre ne è un esempio lampante, con una altezza di onde registrata fuori dalla media. Il day after, lo ricordiamo, fu caratterizzato, oltre che dalla conta dei danni, dalla necessità di ripulire le coste da decine di quintali di rifiuti plastici spiaggiati, che il mare conservava da qualche parte e che ci ha restituito. Con gli interessi, visto la difficoltà di una bonifica quasi impossibile, se si parla di microplastiche, oramai presenza fissa e invisibile sulle nostre spiagge. 

    La nostra zuppa di plastica

    Sulla immediata costa di questo “quasi lago”, che è il Mediterraneo, vivono almeno 150 milioni di persone, ma i fiumi portano il fall-out di un bacino umano molto più ampio. Il Wwf, in uno studio del 2018 ha calcolato che la concentrazione di frammenti per chilometro quadrato è pari a 1,25 milioni, circa quattro volte quella registrata presso l’isola di plastica trovata nel nord del pacifico. Numeri estremamente sensibili alle attività umane: durante il periodo estivo, infatti, il numero di persone sulla costa praticamente raddoppia, con un aumento di immissione di plastica in mare che sale, durante i “mesi delle vacanze” del 40%. Milioni di rifiuti plastici giacciono da qualche parte sui fondali marini, in balia degli eventi, e rilasciano costantemente piccoli frammenti: una miniera ad estrazione continua che ha trasformato il nostro mare in una vera zuppa di plastica.

    Sempre il Wwf ha riportato in un recente studio che nel Santuario dei Cetacei Pelagos, che comprende tutto il mar ligure fino alla Sardegna, cioè tutto il nostro mare, il 56% del plankton è contaminato da microplastiche, avendo trovato nei fanoni delle balene abituate a vivere in questa acque quantità 4 o 5 volte superiori ai livelli considerati normali. E forse, quindi, non è un caso che gli spiaggiamenti di balene e delfini morti siano sempre più frequenti nel Tirreno, spesso con le viscere piene di plastica. Un santuario che sta diventando un sepolcro.

    L’inquinamento del Mediterraneo, uno dei più “abitati” e trafficati del pianeta è, quindi, per lo più invisibile, ma inequivocabile. L’isola di plastica della Corsica e dell’Elba sono solo una versione tangibile e ingombrante di un problema molto esteso, che ci coinvolge in prima persona. Anche se ad oggi le correnti ci hanno fatto da scudo di quella parte del problema maggiormente impressionante, forse dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente della salute del nostro mare. E della nostra.

    Luca Lottero, Nicola Giordanella

     

     

     

  • Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    slow-fish-2017Con la promessa di trovare una casa permanente a Slow Fish a Genova, si inaugura l’ottava edizione della manifestazione internazionale dedicata al pesce e alle risorse del mare, ospitata al Porto antico del capoluogo ligure fino al prossimo 21 maggio. «E’ un appuntamento ormai di riferimento per noi – afferma il ministro Maurizio Martina – il messaggio di quest’anno è la consapevolezza che sulla risorsa mare dobbiamo fare ancora tantissimo: c’e’ una pesca artigianale da tutelare di più rispetto a quanto fatto in passato». Tra gli altri temi citati dal vicesegretario del Pd, quello «della sostenibilità dei nostri mari. Dobbiamo lavorare bene e dobbiamo fare meglio sull’utilizzo delle risorse europee che abbiamo a disposizione per la nostra pesca e dobbiamo porci il tema di un maggiore coordinamento delle attività nel Mediterraneo».
    Presenti all’inaugurazione, tra gli altri, il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, il sindaco di Genova, Marco Doria, il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, i candidati sindaco a Genova di centrosinistra e centrodestra, Gianni Crivello e Marco Bucci. «La testimonianza di Slow Fish – sottolinea Petrini – è di portare avanti caparbiamente la volontà di coniugare il lavoro di pescatori e chef con la responsabilità di mantenere un ambiente sano e una giustizia sociale per chi lavora. È nostro dovere lavorare perché la Liguria divenga il fulcro di un dialogo tra le sponde del nostro mare, per superare le difficoltà comuni e creare un’economia virtuosa”.
    Alla manifestazione partecipa anche la Regione Liguria con un proprio stand, caratterizzato dall’ormai immancabile hashtag di promozione turistica #lamialiguria, che nei quattro giorni coinvolgerà realtà del mondo della pesca, del turismo, dell’enogastronomia, dell’artigianato, delle imprese. «Il cibo è oggi uno dei più importanti crocevia su cui si deciderà il futuro del pianeta – spiega Giovanni Toti all’agenzia Dire – i problemi connessi a un pianeta che produce cibo per tutti ma che è diviso tra chi muore di fame e chi mangia troppo. Da questo dipenderà non solo la sussistenza e la salute  di miliardi di persone, ma anche la possibilità di creare condizioni di pace e di sviluppo equilibrate per tutto il mondo».
    La “Carta di Genova”
    Sempre in occasione dell’inaugurazione di Slow Fish, questa mattina nella Sala dorata della Camera di Commercio del capoluogo ligure, è stata firmata la “Carta di Genova”, un documento sulle politiche della pesca e dell’acquacultura, scaturito dalla commissione Politiche agricole e condiviso da tutte le Regioni che sarà sottoposto ai governatori nel corso della prossima Conferenza delle Regioni. «Come Regione Liguria – spiega l’assessore regionale alla Pesca Stefano Maisiamo stati i promotori di questo documento che contiene una sintesi delle principali azioni che riteniamo siano indispensabili per il rilancio e la valorizzazione del settore della pesca; abbiamo raccolto gli intenti dei territori su punti che riteniamo strategici per il futuro del comparto, come le lacune da colmare sulle attività di pescaturismo e ittiturismo, sugli impianti per l’acquacoltura o la tracciabilità del pescato».

    Hennebique sede permanente?

    slow-fish-2017-bisDurante l’inaugurazione Toti lancia la proposta: all’Hennebique, dove nelle intenzioni del centrodestra dovrebbe sorgere il nuovo Palazzo del mare di Genova, potrebbe trovare spazio anche un centro di ricerca permanente sulle tematiche di Slow Fish aperto a tutto il Mediterraneo. «Mi sono confrontato con Carlo Petrini per fare della Liguria un centro di eccellenza permanente di Slow Fish – spiega il governatore – per il confronto culturale all’interno del Mediterraneo, così come il porto di Genova è la capitale dei porti d’Italia».

    Petrini conferma: “Lavoriamo perché Genova e la Liguria siano sede permanente del dialogo del Mediterraneo – dice il presidente di Slow Fish – con sede fisica e una nave di ricerca pronte per la prossima edizione del 2019».
    Nei prossimi giorni diverse iniziative legate alla cultura del mare in chiave gastronomica: al via domani a Slow Fish 2017, dalle 17 alle 19, nello stand della Regione Liguria, la “Milano Sanremo del gusto”, la famosa corsa ciclistica in chiave gourmet. Per il lancio sono state scelte due apecar da streetfood, personalizzate col logo del progetto, a bordo delle quali si sfideranno, su ricette inedite, chef delle tre regioni con tre food blogger.
    Sabato, invece, dalle 10,00 alle 11,00 nell’ambito della manifestazione Slow Fish presso l’Acquario di Genova il WWF presenta lo studio “Da dove viene il pesce che metti in tavola?”, lo studio che chiarisce le interdipendenze tra la domanda europea, i flussi di mercato globali e le implicazioni sociali che questi comportano nelle comunità dei Paesi in via di sviluppo. Tra i relatori Giulia Prato – Marine Officer WWF Italia, Cinzia Scaffidi – Vice Presidente Slow Food Italia, Simone Niedermuller – WWF Austria, Abdoulaye Papa Ndiaye – pescatore rete Slow Food Senegal e Segretario generale del Comité Local des Pêcheurs (Clp) de Ngaparou (Senegal) (TBC).
  • Mare, il record italiano di bandiere blu va alla Liguria. Nove le spiagge genovesi, Camogli new entry

    Mare, il record italiano di bandiere blu va alla Liguria. Nove le spiagge genovesi, Camogli new entry

    San fruttuoso di CamogliRecord italiano di bandiere blu per la Regione Liguira nel 2017. Sono 27 i vessilli ottenuti, 2 in più dello scorso anno. «Questo importante riconoscimento dimostra che la Liguria è sempre più da record – commenta il governatore Giovanni Toti protagonista del turismo italiano e internazionale. I segnali di crescita ci sono tutti: oltre alle bandiere blu e alle bellezze naturalistiche della costa e dell’entroterra, anche l’offerta turistica e i numeri che si sono registrati nel corso dei passati ponti primaverili». Per il presidente della Regione Liguria, «questo riconoscimento testimonia anche l’ottimo lavoro compiuto dalle nostre imprese balneari, segno della necessità di trovare una soluzione alla direttiva Bolkestein».
     La Liguria stacca in classifica Toscana, ferma a 19 bandiere, e Sardegna con 11 vessilli. A fare incetta di bandiere, la provincia di Savona con ben 13 riconoscimenti. «Siamo orgogliosi che la Liguria si confermi anche quest’anno al primo posto nell’assegnazione delle bandiere blu – commenta l’assessore regionale al Turismo, Gianni Berrino – un’attestazione che riconosce la qualità del nostro mare e dei servizi di accoglienza dei nostri operatori turistici, fiore all’occhiello del comparto balneare a livello nazionale». Per l’assessore all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, inoltre, «il prestigioso riconoscimento ricevuto dalla Foundation for Environmental Education, è frutto anche di una qualità ambientale e delle acque di cui il turismo può usufruire e ribadisce il nostro ruolo di regione centrale nel promuovere e sostenere l’avanzamento degli interventi nell’ambito della depurazione delle acque».

    Le Spiagge

    Le spiagge liguri sulle quali sventola quest’anno la Bandiera Blu sono in provincia di Imperia: Bordighera (Capo Sant’Ampelio Zona Ovest e Capo Sant’Ampelio Zona Est), Taggia (Arma di Taggia), Santo Stefano al Mare (Baia Azzurra, Il Vascello), e San Lorenzo al Mare (U Nostromu – Prima Punta, Baia delle Vele; in provincia di Savona:  Ceriale (Litorale), Borghetto Santo Spirito (Litorale), Loano (Spiaggia Levante Porto, Spiaggia di Ponente), Pietra Ligure (Ponente), Finale Ligure (Spiaggia di Malpasso-Baia dei Saraceni, Finalmarina, Finalpia, Spiaggia del Porto, Varigotti, Castelletto San Donato), Noli (Capo Noli-Zona Vittoria-Zona Anita-Chiariventi), Spotorno (Lido), Bergeggi (Il Faro, Villaggio del Sole), Savona (Fornaci), Albissola Marina (Lido), Albisola Superiore (Lido), Celle Ligure (Levante e Ponente) e Varazze (Arrestra, Ponente Teiro, Levante Teiro, Piani D’Invrea); in provincia di Genova: Camogli, new entry (Spiaggia Camogli Centro – Levante, San Fruttuoso), Santa Margherita Ligure (Scogliera Pagana, Punta Pedale, Paraggi, Zona Milite Ignoto), Chiavari (Zona Gli Scogli), Lavagna (Lungomare) e Moneglia (Centrale/La Secca/Levante); in Provincia della Spezia: Framura (Fornaci), Bonassola (new entry), Levanto (Ghiararo, Spiaggia Est La Pietra), Lerici (Venere Azzurra, Lido, San Giorgio, Eco del Mare, Fiascherino, Baia Blu, Colombo) e Ameglia (Fiumaretta).
  • Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    Pra’, l’identità perduta di un quartiere che ha sacrificato le spiagge per il porto. Tra “risarcimento” e promesse mancate

    pra-spiaggia-passeggiata-fasciaPra’, un’estate qualsiasi di metà anni ’60. Alcuni giovani si tuffano da quello che tutti conoscono come lo “scoglio dell’oca” mentre, poco lontano, turisti torinesi e milanesi affittano lettini e sdraio in uno dei tanti stabilimenti balneari della spiaggia, che comincia dall’edificio della vecchia ferrovia e si stende tra il confine con Pegli e il fiume Cerusa, a Voltri. «Li chiamavamo “i bagnanti” – ricorda Aldo Pastorino, residente a Pra’ dal 1958 – ed era un momento sempre molto animato per il nostro quartiere. Qui l’estate iniziava presto e finiva il più tardi possibile, ogni sera c’erano persone per strada fino a mezzanotte e anche oltre. C’erano moltissime gelaterie e alberghi di ogni prezzo e tipo, alcuni dei quali già a metà giugno esponevano il cartello “esaurito”».

    Per i più giovani, immaginare la Pra’ descritta da Aldo richiede un grosso lavoro di immaginazione. Quel mondo, oggi, sopravvive solo nella toponomastica: la rotonda “Scoglio dell’Oca”, collocata proprio nella stessa area dell’antica roccia, o la passeggiata “Spiaggia di Pra’”. Una volontà di recuperare il legame con il passato emersa proprio con i recenti lavori di riqualificazione del quartiere – i famosi Por – che hanno rivoluzionato la viabilità locale e colorato di verde lo spazio tra la strada e la ferrovia. «Questa nuova realtà è apprezzata pra-scoglio-oca-rotondadai cittadini» riconosce Aldo poco prima, però, di usare una parola che si sente spesso collegata alla recente storia locale: risarcimento. Pur generalmente apprezzate, è così che sono percepite le recenti modifiche al quartiere, soprattutto da chi ricorda gli anni in cui a Pra’ si poteva fare il bagno in mare. Se immaginiamo la storia degli ultimi decenni della delegazione come una parabola, infatti, la discesa inizia con l’inizio dei lavori per la costruzione del Vte tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per raggiungere il punto più basso tra gli anni ’90 e i primi 2000un periodo in cui l’inquinamento qui era qualcosa di insopportabile» spiega Aldo). Quelli più recenti sarebbero, invece, anni di relativa risalita. «Certo, si è sofferto abbastanza nel perdere la spiaggia – prosegue Aldo – ma ora come si può vedere c’è un compenso. La passeggiata, per esempio, che arriva fino a Pegli, è bella e alberata, ha una pista ciclabile ed è molto frequentata da persone di tutte le età, soprattutto nelle serate estive».

    Il porto, tra promesse di occupazione mancate e la fine del mondo balneare praese

    pra-fascia-rispettoRecentemente, abbiamo trattato su queste pagine la riconquista della balneabilità su due punti del litorale di Pegli e di quella (avvenuta ormai qualche anno fa) sull’intera tratto di mare su cui affaccia Voltri. Secondo il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenente, questi risultati sono la prova della possibile convivenza tra spiagge e porto. A Pra’, tuttavia, la spiaggia nemmeno più esiste, e quella che era la sua identità pre-porto non sarà mai più recuperata. «In passato, Pegli, Pra’ e Voltri erano tre delegazioni ognuna con la propria identità – racconta Aldo, che presiede il consorzio di Santa Limbania, un’associazione per la promozione del territorio tra Liguria e Basso Piemonte – Pegli aveva una vocazione turistica oggi perduta, che risale all’800 e Villa Lomellini (l’attuale Hotel Mediterranee) ne è una testimonianza. Alla stazione di Pegli sono scesi i granduchi russi. Il clima mite (dovuto ai monti che la proteggono dai venti freddi) lo rendevano un luogo di villeggiatura. Pra’, dal canto suo, era un borgo di pescatori, mentre Voltri aveva una vocazione industriale».

    pra-scoglio-oca-02Molti praesi si arrabbiano quando il porto di ponente viene chiamato “porto di Voltri”. Nonostante il nome originario Vte stesse proprio per “Voltri Terminal Europe” (oggi il nome ufficiale è Psa Voltri Pra’, dal nome dell’azienda di Singapore che l’ha acquistato nel 1998) è infatti sulla delegazione praese che esso ha fatto sentire con maggior intensità dal punto di vista ambientale. Non è dunque in genere per orgoglio che i praesi vogliono che il nome del porto sia legato a quello del proprio quartiere, ma per la volontà di veder riconosciuto il sacrificio collettivo di una comunità, perché non ci siano dubbi su chi sia stato a pagare il prezzo più alto, in una parte della città dove risuonano forte i “campanili”, anche se ieri forse più di oggi.

    Lo sviluppo economico e una crescita dei posti di lavoro era la promessa offerta in cambio della rinuncia alle proprie spiagge. Ma, secondo Aldo, non sarebbe andata così: «Da un certo punto di vista – racconta infatti – il Vte è stata una delusione. I cittadini si aspettavano un aumento del tasso d’occupazione locale, che in realtà è stato inferiore rispetto a quanto si ventilava. Certo, il porto è molto esteso e attrezzato ma con l’automazione si riducono di molto i posti di lavoro». D’altro canto, a Pra’ non ci sono più alberghi: «L’ultimo – prova a ricordare Aldo – ha chiuso l’anno scorso».

    Luca Lottero

  • Il ponente riconquista il suo mare: Pegli verso la balneabilità, per Voltri più servizi e sicurezza in spiaggia

    Il ponente riconquista il suo mare: Pegli verso la balneabilità, per Voltri più servizi e sicurezza in spiaggia

    Spiaggia Voltri 2La stagione balneare deve ancora cominciare, ma a Voltri già da qualche settimana le spiagge hanno ricominciato a popolarsi. Complici le numerose giornate di sole di questo generoso inizio di primavera, sono in molti nel quartiere a scegliere di trascorrervi la pausa pranzo o il pomeriggio. Alcuni, i più coraggiosi, hanno persino tirato fuori dagli armadi i costumi da bagno. Tra poche settimane queste stesse spiagge diventeranno una meta ambita di bagnanti del ponente genovese e non solo, e quelli che oggi sono pochi avventori isolati diventeranno una distesa colorata di asciugamani e ombrelloni. Tutti rigorosamente portati da casa, perché il litorale ponentino è rimasto la più grande spiaggia libera del Comune di Genova. Tre anni fa, inoltre, il mare che bagna la costa voltrese ha riconquistato dopo 40 anni la balneabilità. Un fattore, questo, che insieme alla completa gratuità dell’accesso alla spiaggia, ha contribuito a rendere Voltri una vera e propria meta balneare low cost.

    Una situazione di cui il quartiere indubbiamente beneficia ed è giustamente orgoglioso, ma che al tempo stesso rende più evidenti alcune carenze nei servizi offerti. «In una città che si apre al mondo e che vuole diventare accogliente per i turisti – afferma per esempio il presidente del Municipio 7 Ponente Mauro Avvenenteè impensabile che l’acqua delle docce sia aperta da metà luglio alla fine di agosto. Non è possibile che non si riesca a trovare un accordo con Mediterranea delle Acque per mantenere il servizio nei mesi in cui le spiagge sono frequentate, che a Ponente vuol dire almeno da metà aprile a metà settembre». A Voltri le docce vengono gestite dai circoli nautici che compongono il consorzio Utri Mare, mentre Pegli l’anno scorso ha dovuto fare i conti con una mareggiata che aveva distrutto le docce di Piazza Porticciolo, gestite da Bagni Marina Genovese e ripristinate definitivamente solo nelle scorse settimane.

    Più forze dell’ordine contro risse, barbecue e campeggi improvvisati

    Spiaggia VoltriParlando con il presidente Avvenente delle criticità delle spiagge di Voltri, non ci vuole molto perché si finisca a parlare di sicurezza e di rispetto delle regole. Una tematica che ogni estate torna puntualmente al centro dell’attenzione e di roventi polemiche da parte dei cittadini. «Con il ritorno della possibilità di fare il bagno – spiega Avvenente – si sono mosse maree di persone provenienti da ogni dove, che pensano che la spiaggia non sia una cosa di tutti ma una cosa di loro proprietà». Il riferimento è a chi, nonostante le norme lo vietino chiaramente, organizza campeggi improvvisati o generose grigliate, con l’ovvia accensione di fuochi liberi. L’invitante odore di carne alla brace che nelle sere di estate si sente spesso levarsi dalla spiaggia diventa così motivo di rabbia per gli abitanti del quartiere, che negli scorsi anni hanno più volte denunciato l’insufficienza dei controlli. «In passato – aggiunge Avvenente – è già successo che, magari dopo la sesta bottiglia di birra, si verificassero risse tra etnie diverse tra cui non scorre particolarmente buon sangue, con tanto di bottiglie rotte che restano sulla spiaggia e che il giorno dopo rischiano di tagliare i piedi ai bambini. Nessuno vuole fare discriminazioni di tipo razziale, il problema sono i comportamenti. Chi mantiene un comportamento civile è sempre il benvenuto, a prescindere dalla provenienza e dal colore della pelle». La soluzione trovata sarebbe quella di un’intensificazione della presenza di polizia e carabinieri, per lo meno nelle giornate più “critiche”: «A breve – rivela infatti il presidente del Municipio di ponente – incontreremo il Questore e il Prefetto, perché abbiamo l’intenzione di intensificare la presenza delle forze dell’ordine sul litorale di Voltri (e da quest’anno anche di Pegli) nelle giornate di venerdì e sabato, quando più spesso vengono piantate le tende».

    I rischi per la sicurezza dei bagnanti passano però anche dall’assenza di bagnini pronti a intervenire in situazioni di pericolo. «La Capitaneria di Porto ha insistito molto perché ci fosse vigilanza alla balneazione – spiega Avvenente – che però va fatta con persone qualificate e formate. Il Municipio non ha i fondi per farlo, con un po’ di insistenza siamo riusciti a spingere il Comune a chiedere alla Regione i soldi per attivare questo tipo di servizio, che l’anno scorso siamo riusciti a garantire nei mesi di luglio e agosto con due postazioni a Voltri e una a Vesima, dove si sono sviluppati gli stabilimenti privati».

    Obiettivo balneabilità a Pegli, il lavoro nascosto dei depuratori

    Se Voltri ospita la spiaggia libera più estesa del Comune di Genova, l’altro quartiere che in questa parte di città ha la fortuna di avere un litorale frequentabile è quello di Pegli. Qui, però, le acque che lo bagnano non sono balneabili. Almeno al momento. «L’obiettivo – spiega infatti Avvenente – è quello di conquistarla anche li, e pare che per quest’anno dovremmo riuscire a ottenerla su due punti del litorale. Siamo da tempo in contatto con Arpal, che nelle sue rilevazioni ha riscontrato un netto miglioramento della pulizia delle acque e persino la ricomparsa di specie marine scomparse nei decenni scorsi a causa del porto». Fino a non molto tempo fa sarebbe stato quasi impensabile che nel mare ponentino si potesse fare regolarmente il bagno. Se oggi invece Voltri è pienamente balneabile e si discute perché lo diventi anche Pegli è grazie alla rimozione del vincolo amministrativo che impediva di fare il bagno in zone portuali ma anche, se non soprattutto, al lavoro sotterraneo dei depuratori.

    Del tutto integrati e mimetizzati nel tessuto urbano dei due quartieri, queste macchine complesse raccolgono le acque delle fogne, le filtrano in modo da separarle dai fanghi e dagli elementi intossicanti più consistenti e pericolosi e poi le scaricano in mare, per legge ad almeno 1000 metri dalla costa. I depuratori di Voltri e Pegli, insieme ad altri del genovesato, sono stati recentemente oggetto di un’analisi condotta dalla classe di Igiene Ambientale, della Facoltà di Architettura di Genova. Gli studenti, in entrambi i casi, hanno riscontrato un buon funzionamento da parte delle macchine e un pieno rispetto delle norme ambientali (gli impianti, per esempio, devono essere ad almeno 100 metri dai centri abitati, per impedire il disturbo di rumori e odori molesti) ma hanno lamentato una certa difficoltà nel reperimento delle informazioni online, poi fornite dai dipendenti comunali competenti.

    Il depuratore di Pegli è il più antico tra quelli genovesi. Realizzato negli anni ’70, nel corso dei decenni è stato oggetto, come naturale, di diversi lavori di adeguamento. Particolarmente significativi sono stati quelli nei primissimi anni del nuovo millennio (fino al 2008), quando l’impianto ha subito un restyling completo, con la sostituzione di numerosi macchinari, la realizzazione di un raccordo con la passeggiata esistente, di un nuovo camino di ventilazione alto circa 20 metri (che ha consentito di ridurre notevolmente l’impatto di odori sgradevoli) e di una condotta a mare che sfocia a 2500 metri dalla costa. Anche l’ambiente circostante è stato migliorato significativamente, con l’inaugurazione, nel 2009, dell’“Area degli Artisti”. L’attività del depuratore oggi avviene in gran parte nel sottosuolo di quello che è un punto di ritrovo e di aggregazione importante per il quartiere.

    Ben più recente l’impianto voltrese, realizzato nel 2001 e collocato in zona Utri Beach. Probabilmente grazie alla realizzazione in tempi recenti, il depuratore di Voltri è una macchina che usa tecniche piuttosto moderne, e libera i liquami a circa un chilometro e mezzo di distanza dalla costa. Qui, un apposito diffusore consente una distribuzione del fluido uniforme. «Nell’impianto voltrese – spiega Davide Ghio, uno degli studenti che ha preso parte alla ricerca – la depurazione avviene anche con un sistema di biofiltrazione, con l’uso di aria (e quindi ossigeno) che, iniettata nell’acqua, favorisce la “digestione” dei fanghi (la parte che non viene rilasciata in mare). Si tratta di una tecnica non particolarmente diffusa».

    Porto e spiagge, una convivenza possibile?

    Se per circa 40 anni i cittadini del Ponente genovese sono stati costretti a rinunciare a fare il bagno in sicurezza nel proprio mare è stato a causa dello sviluppo del porto, che se da un lato ha portato sviluppo industriale e posti di lavoro, dall’altro ha senza dubbio un prezzo pesante in termini ambientali. Un prezzo che il quartiere non sembra più disposto ad accettare, come dimostrano le proteste che uniscono cittadini e amministratori municipali ogni volta che viene accennata una qualsiasi ipotesi di ampliamento delle strutture. «Credo che la convivenza con il porto sia possibile – chiosa infatti Avvenente – ma non a detrimento della qualità della vita dei cittadini. Nessuno è più disponibile a farsi massacrare il territorio come 40 anni fa, quando Prà perse inevitabilmente le proprie spiagge».

    Luca Lottero

    Era Superba ringrazia gli studenti del corso di Igiene Ambientale che hanno fornito informazioni e materiale utile riguardo ai depuratori per la stesura di questo articolo. Hanno lavorato (coordinati dalla prof.ssa Anna Maria Spagnolo) sul depuratore di Voltri: Auteri Bessero, Ghio, su quello di Pegli: Chiesi, Del Medico, Perazzo.

  • Salone Nautico, pronta l’edizione del rilancio. Toti: «Deve essere certezza granitica, come il Natale e la Pasqua»

    Salone Nautico, pronta l’edizione del rilancio. Toti: «Deve essere certezza granitica, come il Natale e la Pasqua»

    salone-nautico-2017La 57a edizione del Salone Nautico organizzata da UCINA Confindustria Nautica a Genova, in programma dal 21 al 26 settembre prossimi, è stata presentata oggi nel capoluogo genovese alla presenza di Carla Demaria, Presidente di UCINA Confindustria Nautica, con la partecipazione di Giovanni Toti, Presidente della Regione Liguria, di Stefano Bernini, Vice Sindaco Comune di Genova, di Paolo Emilio Signorini, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure occidentale e di Paolo Odone, Presidente di Camera di Commercio di Genova.

    «Il Salone Nautico compie 57 anni ed è felice di dimostrarli – ha dichiarato in apertura Carla Demaria, Presidente di UCINA Confindustria Nautica – il nostro futuro ha una grande storia e grazie a questa forza, consolidata negli anni, torniamo a crescere in maniera decisa. Abbiamo obiettivi ambiziosi non lo nascondiamo, ma coerenti con le risposte del mercato».

    La 57a edizione della kermesse sarà rivisitata in tutti i suoi aspetti. «La nuova disposizione degli spazi espositivi – ha spiegato Alessandro Campagna, Direttore Commerciale della manifestazione – risponderà alle esigenze di accresciuta estensione espositiva e accoglierà i visitatori coinvolgendoli in un percorso sempre più esperienziale,  perché il Salone Nautico vuole  che ogni  visitatore torni a casa e sia il primo promotore di questo straordinario settore». Il coefficiente di riempimento della Nuova Darsena registrerà  l’aumento più significativo, rispetto all’edizione 2016, sia in termini di nuovi espositori, sia di ampiezza di gamma esposta. L’area dedicata ai motoryacht e ai superyacht avrà un nuovo layout e una Business Lounge dedicata, cui si accederà attraverso un boulevard riservato che dall’ingresso porterà direttamente al centro della Darsena.

    «Le novità per la prossima edizione del  Salone Nautico non finiscono qui.  – ha concluso la Presidente Demaria – Il Salone, infatti, ha ricevuto un dono importante da Renzo Piano, una visione fatta di mare, sole e vento – di cui siamo onorati – che verrà interpretata dallo studio OBR dell’arch. Paolo Brescia, progettista tra l’altro della terrazza della Triennale di Milano e di altre opere di levatura internazionale, con un progetto di paesaggio e arte pubblica che guida il processo di rinnovamento del Salone. Sarà questo a fare gli onori della 57a edizione, accogliendo i visitatori».

    «Stiamo immaginando una nuova piazza sul mare che offra nuovi motivi di frequentazione e d’incontro – ha detto l’architetto Paolo Brescia –  in cui riscoprire il piacere di ritrovarsi in pubblico celebrando il rito dell’urbanità sul mare.  L’intervento prevede un’istallazione multisensoriale che interagisce con i fenomeni naturali del mare (sole, vento, onde), un giardino mediterraneo aromatico e il riutilizzo della precedente struttura del Redwall ripensata come opera d’arte pubblica collettiva, che coinvolgerà il pubblico dell’evento e gli abitanti della città, sancendo il legame indissolubile tra il Salone Nautico e Genova».

    Il sostegno di Regione Liguria

    Schermata 04-2457854 alle 19.32.14«Dobbiamo smetterla con i balletti su dove si fa il Salone: dopo 57 anni che si fa a Genova è ragionevole che si continui a fare qui, deve essere una certezza granitica, come la Pasqua e il Natale. Il Salone deve essere la punta di diamante di un’offerta integrata della nautica: fatta di tanti settori, per creare importanti sinergie intorno a chi compra una barca. E noi dobbiamo essere pronti a essere una vera capitale della Nautica». Lo ha detto il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti oggi nel corso della presentazione del 57° Salone Nautico di Genova.  «Credo – ha continuato Toti – che abbiamo fatto quello che era il minimo che facessero le Istituzioni di una città che da 57 anni ospita il Salone Nautico e che si vuole candidare ad ospitarlo per altri 57 anni. Conterei di lasciarlo ai figli e ai nipoti di questa città il Salone Nautico. Ormai i tempi sono maturi: abbiamo vissuto un periodo di vacatio di potere dell’Autorità Portuale, soggetta a un’importante trasformazione di sistema e  oggi possiamo ragionare per il futuro, cioè creare le condizioni perché chi oggi produce l’eccellenza in Italia, come la Nautica, possa avere le migliori condizioni per conquistarsi fette di mercato sempre più importanti. Se il Salone dell’anno scorso aveva appena svoltato la china, quest’anno abbiamo messo un po’ di abbrivio».

    «Come Regione stiamo lavorando, insieme a Ucina, all’Autorità Portuale e alle altre Istituzioni per dare continuità e certezze a questo Salone – ha concluso Toti – integrando sempre di più le attività della kermesse con quelle produttive del territorio e anche con quelle di promozione turistica, è questa la strada per lo sviluppo e il successo di questa  Regione».

    Primi segnali incoraggianti

    Le iscrizioni sono state aperte lo scorso 21 marzo e, secondo i dati presentati oggi,  l’82% degli espositori ha già confermato la partecipazione, con il 51% che ha dichiarato di voler ampliare lo spazio o la gamma di imbarcazioni esposte. Il Pad. B terreno, nell’arco di 12 ore, è andato overbooked. Saranno presenti nuove partecipazioni da cantieri esteri, tra i quali Galeon, Regal, SeaRay, Wellcraft, Glastron, Four winns, Scarab Boats”.

    Positivi anche i riscontri del mercato interno: secondo i dati elaborati da Assilea Associazione italiana leasing, si registra un aumento dei contratti 2016 del 26% rispetto al 2015, a conferma dell’impatto registrato sul mercato a valle della scorsa edizione del Salone Nautico. Inoltre gli ultimi dati pubblicati da ICOMIA (la Federazione mondiale della nautica da diporto, alla quale UCINA aderisce) sulla tendenza del mercato nautico mondiale, testimoniano il consolidamento della ripresa del mercato Italiano e il ruolo dell’Italia come hub internazionale per la nautica da diporto. Il vento è tornato a soffiare nelle vele della nautica genovese?

     

  • Liguria, parte la Gestione Integrata delle Reti Ecologiche. Tutela e potenziamento delle eccellenze eco-sistemiche

    Liguria, parte la Gestione Integrata delle Reti Ecologiche. Tutela e potenziamento delle eccellenze eco-sistemiche

    NerviMigliorare la gestione delle aree marino-costiere protette per uno sviluppo sostenibile che coinvolga gli operatori economici e tuteli la biodiversità all’interno dei Parchi. E’ l’obiettivo a cui punta il progetto Girepam del Programma Interreg Marittimo Italia-Francia 2014-2020. Solo per la Liguria il progetto ha previsto 1,7 milioni di euro sui 5,68 milioni di budget complessivo. Un investimento che arriva da una politica europea di sviluppo “green & blue” che vuole portare cambiamenti nel Mar Mediterraneo, contribuire a bloccare la diminuzione della flora e la fauna marina e frenare il degrado dei servizi ecosistemici.

    Il progetto

    Il progetto Girepam, Gestione Integrata delle Reti Ecologiche attraverso i Parchi e le Aree Marine, è finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale nell’ambito del Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020. Inaugurato il 29 e 30 marzo sull’isola francese di Porquerolles, il progetto ha come capofila la Regione Sardegna, seguita poi da Corsica, Toscana, Liguria, Provence-Alpes-Côte_d’Azur. Il via ufficiale del progetto è stato sancito con la riunione per il primo Comitato di Pilotaggio dei partner italiani e francesi il 30 marzo scorso.

    Il Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020 è un progetto transfrontaliero cofinanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR) nell’ambito della Cooperazione Territoriale Europea (CTE). Gli obiettivi sono quelli della strategia UE 2020 nell’area del Mediterraneo centro-settentrionale, promuovendo una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Il Programma affronta le problematiche delle zone marine, costiere e insulari, e quelle interne

    Nella fase di programmazione precedente (2007-2013), il Programma ha finanziato 87 progetti negli ambiti relativi all’accessibilità, alla competitività e innovazione, alla valorizzazione e protezione delle risorse naturali e culturali, al monitoraggio ambientale e marino.
    Per l’attuale fase di programmazione, il Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020 ha una dotazione finanziaria totale di oltre 199 Milioni di euro di cui 169 milioni finanziati dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale.

    Pianificazione integrata

    Le principali azioni previste dal progetto sono la realizzazione di Piani di Azione per habitat, specie d’interesse e modelli di pianificazione integrata e regolamentazione di aree protette e siti N2000 (Piani di gestione integrati); la mappatura e valutazione dei servizi ecosistemici; l’attuazione dei sistemi di contabilità ambientale, individuazione “green & blue jobs” e l’efficientamento della fruizione sostenibile.

    «Il progetto – spiega l’assessore regionale ai Parchi Stefano Maiha come obiettivo la valorizzazione delle nostre aree protette, mettendo in filiera tutti i soggetti coinvolti, creando opportunità di promozione di turistica, ambientalmente sostenibile, e di sviluppo economico». Per arrivare ai risultati bisogna innanzitutto diffondere le buone pratiche sulle attività sostenibili, migliorare l’efficacia delle azioni pubbliche e conservare, proteggere, favorire e sviluppare il patrimonio naturale e culturale dello spazio di cooperazione. Ma non solo, la strategia sarà condivisa e integrata, le Regioni lavoreranno in sinergia con i parchi e le Aree Marine Protette, per sviluppare soluzioni comuni ai problemi più pressanti. I frutti di questa collaborazione saranno anche il miglioramento dell’efficacia nella gestione delle aree protette dello spazio marino costiero, e la creazione di condizioni favorevoli alla tutela e valorizzazione degli ambiti naturali. Per la Liguria, partner del progetto Girepam, collaboreranno oltre alla Regione il Consorzio di Gestione Area Marina Protetta Portofino, Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, Area Marina Protetta delle Cinque Terre, Ente Parco Naturale Regionale di MontemarcelloMagraVara Parco.

    «Le risorse – conclude l’assessore Mai – che la Regione Liguria, attraverso l’assessorato del collega Rixi, è riuscita a intercettare dai fondi europei, su questo asse di finanziamento, sono strategiche perché ci daranno la possibilità di intraprendere azioni di sviluppo sostenibile all’interno dei Parchi e delle aree marine protette, che negli ultimi anni si sono visti progressivamente tagliare ingenti stanziamenti statali».

    E.C.

  • Slow Fish e la “rete siamo noi”. Presentata la nuova edizione della kermesse dedicata alla cultura del mare

    Slow Fish e la “rete siamo noi”. Presentata la nuova edizione della kermesse dedicata alla cultura del mare

    slow-fish-pescatori-mare-pescaPuntuale come ogni biennio, dal 18 al 21 maggio, torna al Porto Antico di Genova “Slow Fish”, evento internazionale dedicato al pesce e alle risorse del mare che coniuga la convivialità alla conoscenza scientifica, organizzato da Slow Food Italia e Regione Liguria, in collaborazione con il ministero delle Politiche agricole. «Non era scontato essere qui anche quest’anno, soprattutto per le difficoltà di bilancio a causa dei tagli del governo – sottolinea il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti – questa manifestazione ha un valore anche sovranazionale rispetto ai contenuti che si trattano. Non sarà solo un’occasione conviviale».

    Il tema di questa ottava edizione dell’evento, nato nel 2004, sarà “La rete siamo noi”. Anche quest’anno arriveranno nella città della Lanterna 100 delegati di Terra Madre, a cui i genovesi potranno offrire la propria ospitalità aprendo le porte delle loro case, dando vita a un vero e proprio gemellaggio. «E’ nostro intendimento mantenere l’appuntamento di Genova come primario del nostro mondo– annuncia il presidente internazionale di Slow Food, Carlo Petrini, come riportato dalla agenzia Dire non vogliamo ridurlo a un appuntamento localista perché sosteniamo l’economia locale in un contesto globale. Slow Fish a Genova deve mantenere il distintivo mondiale e i 100 delegati di Terra Madre sono i nodi di questa rete». La figura simbolo di Slow Food ricorda che «l’unicità di questa iniziativa è data dal lavoro per l’educazione alimentare. Scelte alimentari consapevoli possono aiutare i nostri mari e le piccole comunità di pesca che hanno bisogno della complicità dei cittadini per andare avanti». E per questo motivo lancia un appello alle istituzioni: «Il patrimonio di Slow Fish è l’educazione – sottolinea Petrini- facciamo uno sforzo ciclopico perché vengano a Genova tutte le scuole della Liguria. Dobbiamo fare un’alleanza con le nuove generazioni, altrimenti non c’è storia per i nostri mari e le nostre comunità di pescatori».

    Tra degustazioni e conferenze, anche lo stand della Regione Liguria, 200 metri quadrati caratterizzati dall’ormai consueto marchio #lamialiguria. Lo stand sarà vetrina per tutto l’artigianato ligure. Durante i giorni della manifestazione, saranno organizzati anche percorsi artigianali guidati tra le botteghe storiche del centro di Genova che aderiscono al marchio “Artigiani in Liguria”. Il governatore Toti non perde l’occasione per un’anticipo di campagna elettorale: «Genova in questi mesi e nel prossimo anno tornerà a essere quello che penso meriti anche grazie a manifestazioni come questa – afferma il presidente regionale – a maggio ci sarà anche un forum economico di Ambrosetti, per la prima volta a Genova, la visita del Santo Padre, gli eventi estivi, nell’autunno le Paralimpiadi e all’inizio dell’anno prossimo le finali di Champions League di pallanuoto. Con lo sforzo di tutti, Genova torna ad acquistare centralità qualitativa e quantitativa”. Immediata la risposta di Elena Fiorini, assessore a Legalità e diritti del Comune di Genova: «Slow Fish è simbolo di buona cultura, una manifestazione che punta sull’accoglienza e la globalizzazione in positivo, che si coniuga con una città legata alle sue radici, al tema del mare, ma che guarda al futuro»

  • Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    pescatori-genova-galata520 imbarcazioni per un totale di 1400 di pescatori. Sono i numeri nel settore della pesca ligure, cifre che si stanno vertiginosamente riducendo man mano che passano gli anni. Mentre il numero delle imbarcazioni diminuisce, ad alzarsi è l’età media dei pescatori, due dati che combinati insieme non prospettano nulla di buono per il settore. «E’ un mestiere che qui a Genova va avanti da oltre diciannove generazioni – dice Felice Mammoliti, pescatore professionistama ora è destinato a morire, nessun giovane vuole più farlo».

    Un lavoro quello del pescatore che oggi è messo a dura prova dalle nuove leggi, dalle sanzioni e dalle burocrazie locali, nazionali e internazionali e dalla concorrenza dei pescatori non autorizzati. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta passione – continua Felice – perché se dovessi pensare al guadagno avrei già cambiato da tempo». Il profitto per i professionisti che lavorano in proprio arriva solo con la vendita della merce; questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. «Nonostante tutto sono contento di lavorare all’aria aperta e in mezzo al mare, infatti quando esco in barca dico sempre che vado a pesca e non a lavorare». E se Felice che ha cominciato questo lavoro nel ’78, dopo aver incontrato moltissime difficoltà non ha mai nemmeno pensato di mollare, vuol dire che la passione è l’ingrediente imprescindibile per essere un pescatore professionista. «Ne abbiamo passate di ogni, nel 2009 abbiamo dovuto svendere la barca, licenziare sette persone dell’equipaggio e rimanere solo io e mio padre a lavorare su un’imbarcazione piccola». – Continua Felice – «Comunque, non ho mai pensato di smettere, per me è un mestiere che vale milioni di euro perché mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni».

    A costituire l’intera flotta ligure sono per la quasi totalità, l’80%, imbarcazioni per la piccola pesca ovvero barche al di sotto di 10 tonnellate che fanno uscite giornaliere e utilizzano attrezzi come reti da posta, tringali e palangare. «Esiste poi un reparto che si dedica alla pesca a strascico – spiega Daniela Borriello, responsabile regionale Coldiretti Impresa Pesca Liguriae una ventina di lampare in tutta la regione e solo due di queste si trovano a Genova».

    Ogni imbarcazione si dedica a un tipo di pesca differente: a strascico che con lunghe reti gettate sui fondali marini cattura triglie, totani, polpi, seppie e scorfani e le lampare si dedicano alla pesca delle acciughe. «Adesso noi che facciamo parte delle piccola pesca – racconta Mammoliti – stiamo utilizzando attrezzi da posta che caliamo il pomeriggio e salpiamo non appena sorge il sole per prendere totani, polpi, seppie, triglie e pesci adatti per la zuppa».

    Per ogni stagione viene utilizzato un attrezzo diverso e reti con maglie di grandezza differenti, un modo per evitare il danno ambientale e economico. Il dove si andrà a pescare, di preciso non si sa se non quando già ci si trova in mare. «Noi – continua il Felice – peschiamo in tutto il golfo di Genova, da Cogoleto a Portofino, andiamo dove c’è più movimento o dove ci suggeriscono i nostri colleghi».

    Problematiche del mestiere

    pescatori-barche-pesceIl pescato dei piccoli pescatori genovesi non finisce sui banchi del mercato del pesce di Ca’de Pitta, perché la quantità non soddisfa la richiesta. Fanno eccezione le acciughe che durante le stagioni vengono messe all’asta al mercato all’ingrosso e esportate oltre i confini regionali. Tranne le lampare, tutte le imbarcazioni della Darsena genovese non appena rientrate in banchina, vendono il proprio bottino direttamente al pubblico servendosi del piccolo mercato allestito al Porto Antico. «La burocrazia con i divieti di pesca su moltissime specie – spiega Mammoliti – ci ha tagliato le gambe senza darci un’alternativa». Dopo il fermo per la pesca dei bianchetti invernali (piccoli delle sardine) tutte le barche per la piccola pesca sono rimaste a terra. «Da gennaio a marzo non abbiamo potuto lavorare perché c’era il divieto – continua Felice – il “risarcimento” è stato di 800 euro a equipaggio». Secondo quanto riferito dai pescatori genovesi nonostante il recente fermo dei bianchetti il numero delle acciughe è diminuito. «Siamo d’accordo a tutelare l’ambiente e salvaguardare le specie marine, ma non crediamo che questa sia la strada giusta – spiega Mammoliti – alcuni biologi ci hanno confermato che le specie per essere tutelate devono essere stimolate e quindi anche pescate, se no smettono di riprodursi». Un altro problema che affligge questa categoria è la pesca sportiva che permette l’utilizzo di attrezzi professionali e non deve sottostare a tutte le regole che invece ha la pesca professionale. «Abbiamo chiesto che questo tipo di pesca venga regolamentato come la caccia – dice Mammoliti – perché molti che si spacciano per pescatori hobbisti sono veri e propri professionisti che lavorano in nero».

    Ma le problematiche nel settore non finiscono qui: la legge 154, normativa comunitaria approvata nel 2016 per effetto dell’applicazione di regole dell’Unione Europea, valida per tutti mari che bagnano i Paesi dell’Unione Europea, ha innalzato le sanzioni nel caso di trasgressione delle regole. «Applicare un’unica legge che vada bene in tutta Europa è un utopia – dice Boriello – ogni mare ha la propria peculiarità, la propria fauna e le proprie stagionalità». Del resto anche il lavoro del pescatore è decisamente differente se svolto nel Nord Europa o nel Mediterraneo. «Non possiamo essere paragonati alle grosse flotte che lavorano negli altri Paesi su acque più ricche e abitate da altri pesci». – Continua il pescatore – «Noi siamo piccoli pescatori che lavorano nel Mediterraneo che è un mare abitato da una determinata fauna, che possiede specifiche caratteristiche e peculiarità; e tutto questo va tenuto in considerazione». Con la nuova norma le sanzioni per la cattura di pesci al di sotto delle taglie imposte possono arrivare fino a 15 mila euro: «E’ vero che sono state abolite alcune ripercussioni penali – conclude Boriello – ma le multe sono sproporzionate e non garantiscono futuro all’impresa». Secondo i pescatori genovesi le leggi andrebbero fatte ad hoc valutando il tipo di mare e la quantità di pescato disponibile.

    Come diventare pescatori

    Per diventare pescatori professionisti non basta uscire in mare su un gozzetto e avere ami, lenze e reti. Tutt’altro, il percorso per guadagnarsi il titolo è lungo e articolato. Il primo passo da fare è presentare la documentazione necessaria rilasciata dalla capitaneria, fare una prova di nuoto e di voga e una volta superati questi step l’aspirante pescatore potrà prendere il tesserino che gli permette di imbarcarsi e cominciare la “gavetta” per arrivare al titolo. L’esperienza in mare è ciò che conta di più per diventare pescatore, ci vogliono minimo dodici mesi di imbarco insieme a un mozzo per poi accedere all’esame che, una volta superato, darà il titolo di conduttore e comandante. Solo in questo momento il pescatore sarà libero di uscire in mare da solo e svolgere la propria attività. Il tipo d’imbarcazione su cui lavorare e quindi il tipo di pesca che andrà a svolgere è a discrezione del professionista.

    E.C.

  • Pra’, Comune prepara il riordino del settore Consorzio Pegli Mare. Parcheggi, cabine e una passaggiata sul mare

    Pra’, Comune prepara il riordino del settore Consorzio Pegli Mare. Parcheggi, cabine e una passaggiata sul mare

    marina-pra-consorzio-pegli-mare-soiPassa in commissione lo Studio Organico di Insieme per la marina di Pra’, che da le linee guida per una successiva fase progettuale sul settore Consorzio Pegli Mare, ultimo rimasto “scoperto” al momento dal disegno di riqualificazione di tutta l’area. Martedì prossimo la delibera di approvazione del Soi, che prevede un aggiornamento tecnico del Puc, già previsto dal Por di Marina di Pra’, passerà all’esame del Consiglio comunale. Nel caso di approvazione potrà incominciare la fase di progettazione.

    Il Soi è uno strumento dell’amministrazione comunale che viene utilizzato per definire tutti quegli elementi che sarà necessario inserire in una successiva fase di progettazione. In altre parole è un documento che pone alcuni “paletti”, lasciando pochi margini di variabilità, per lo più legati ad ipotesi migliorative per quanto riguarda l’accessibilità, la fruibilità e la sostenibilità di un progetto.

    Nello specifico, per quanto riguarda questo settore della Marina di Pra’, conosciuto come il Consorzio Pegli Mare, e compreso tra il Castelluccio e la foce del rio San Michele, le disposizioni portate dal documento riguardone le diverse fasce individuate con l’ausilio delle società già presenti sul territorio e queste dovranno prevedere: accessibilità e parcheggi, servizi comuni, ristorazione e cabine, una passeggiata a mare, un pontile dedicato ai pescatori professionisti e pennelli per ormeggio imbarcazioni

    Accessibilità e parcheggi

    L’accessibilità veicolare oggi è garantita dalla strada che si stacca dalla rotatoria sull’Aurelia in corso di ultimazione che, passando sotto il viadotto ferroviario, consente di raggiungere la linea costiera; da questo punto è prevista la realizzazione di una strada che in prima fase servirà di accesso e distribuzione per la zona del Consorzio Pegli Mare e, in futuro, proseguirà in adiacenza alla ferrovia fino a connettersi e servire la zona del Castelluccio e quindi costituirà accesso per le aree del previsto porticciolo diportistico. Lungo la viabilità sono previsti un considerevole numero di posti auto e posti moto funzionali alle attività previste nell’arco costiero. Le zone a parcheggio sono previste di due tipi: la prima con accesso diretto da strada, la seconda verso levante con unico accesso/uscita verrà distribuita da una corsia interna all’area e consentirà di ottenere un piazzale che potrà assolvere anche a funzioni diverse in occasione di manifestazioni o eventi.

    Servizi comuni e ristorazione sport e cabine

    A quota 5.40 si sviluppa il livello destinato alla funzione per il tempo libero, lo sport e la ristorazione oltre alla collocazione di circa 144 cabine di supporto alla diportistica. In questa fascia viene mantenuto libero da ingombri un canale infrastrutturale di larghezza di circa m 3.00 che ha funzione di sicurezza per mezzi di soccorso che avrà uso prettamente pedonale e di servizio per eventuale carico scarico merci. La ricollocazione della palestra in questa fascia consentirà di ottenere alcune zone con elementi vegetali di ombreggiatura per attività di ginnastica e attrezzistica da svolgere all’aperto.

    Passeggiata a mare e cabine

    A partire dall’estremità di ponente, in questa fascia sono previste le seguenti funzioni: ponte pedonale – è previsto in impalcato di legno a garanzia di continuità della passeggiata a mare connessa al tratto già realizzato nell’area denominata dei cantierini; passeggiata pedonale – si svilupperà lungo tutto il settore di larghezza variabile non inferiore a m 3.00, il materiale di finitura dovrà essere uguale a quello dei tratti esistenti presenti nella fascia di rispetto; zona scuola vela – viene destinata a tale funzione un’area a confine con la viabilità e prospicente la zona di carenaggio dove potrà trovare posto una pergola e alcuni elementi prefabbricati in grado di assolvere a funzioni di sede, servizi e aula didattica all’esterno è dedicata un area per la didattica all’aperto;

    Pontile pescatori professionisti

    Il bacino a servizio dei pescatori professionisti sarà realizzato secondo le indicazioni del progetto definitivo in corso di elaborazione da parte di Autorità Portuale e dovrà prevedere: mantenimento o rifacimento del pennello di ponente secondo le geometrie che saranno dettagliate per il rispetto del piano di bacino e delle indicazioni idrauliche determinate dalla presenza della foce del rio San Michele; realizzazione del pontile di levante sul quale troveranno collocazione la sede e i servizi per i pescatori collocati sotto una pergola ombreggiante.

    Pennelli per ormeggi imbarcazioni

    L’attuale assetto dei pennelli per gli ormeggi delle imbarcazioni e delle due aree per carenaggio viene confermato e potrà subire variazioni volte ad adeguamenti tecnici o di messa in sicurezza.

  • Blueprint Competition, concorso senza vincitori. Doria: «Sorpreso». Futuro incerto, ora dibattito pubblico

    Blueprint Competition, concorso senza vincitori. Doria: «Sorpreso». Futuro incerto, ora dibattito pubblico

    Blueprint-competition-logoNessun vincitore, dieci vincitori. E’ questo l’esito, a sorpresa, del “Blueprint Competition”, il concorso internazionale di idee per riqualificare il waterfront di Genova e le aree ex proprietà della Fiera secondo il disegno di Renzio Piano. «E’ una sorpresa anche per me – ammette il sindaco di Genova, Marco Doria, nel corso della conferenza stampa che illustra i lavori dell’apposita commissione, come riportato dall’agenzia Dire – ora dobbiamo capire come procedere ma sicuramente ci sarà un débat public, un momento di discussione condivisa e aperta alla città»

    Approfondimento: Blueprint Competition

    Ma l’incertezza sul futuro di tutta l’operazione, complice anche la prossima fine di mandato del sindaco arancione, è palpabile tra i rappresentanti dell’amministrazione. «Se non ci sono gli investitori non accade nulla – ricorda il sindaco – anche loro valuteranno che tipo di proposte fare sulla base di un set di possibilità». I tempi si allungano? Non per Doria che, ribadisce, «mi sono fatto l’idea che i tempi di realizzazione abbiano l’unica variabile di trovare uno o più soggetti che investano».

    I dieci miglior classificati

    Nessuno dei 76 progetti presentati – o, meglio, 69 visto che 7 sono stati scartati perché non rispondenti a requisiti di anonimato – ha raggiunto il punteggio di 70 su 100, necessario per proclamare almeno un vincitore e fornire all’amministrazione un progetto su cui elaborare la proposta con cui cercare investitori. Come previsto dal regolamento, dunque, a essere premiati e presi in considerazione dall’amministrazione dovranno essere i migliori 10 elaborati che hanno raggiunto un punteggio compreso tra 55 e 67 e riceveranno 12.000 euro di premio ciascuno. Per la cronaca, migliore è risultato il progetto capitanato da un architetto greco. «I progetti possono essere considerati di buona qualità – commenta Giuseppe Cappochin, presidente dell’ordine nazionale degli Architetti e della commissione giudicatrice del concorso – ma la complessità del tema ha fatto sì che una visione complessiva non abbia raggiungo la soglia prevista». La commissione ritiene, inoltre, che tutti i 10 migliori progetti abbiano evidenziato la sostenibilità economica-finanziaria del Blueprint rispettando il tetto dei 200 milioni di euro, al netto dei 50 milioni di costi di demolizione.

    Imbarazzo a Tursi

    Al momento, ci sono disponibili 28,5 milioni di euro grazie a due differenti stanziamenti del governo. E il sindaco assicura che verranno già in parte utilizzati, ad esempio, «per la demolizione del palazzo ex Nira». Il resto dei fondi, invece, dovrà essere congelato per «non pregiudicare una soluzione piuttosto che un’altra». Insomma, un’impasse da cui Palazzo Tursi dovrà capire come uscire in tempi rapidi, per rimediare a una nuova brutta figura di fine mandato. Eppure, nella stessa giunta Doria, c’è chi era stato buon profeta, come il vicesindaco Stefano Bernini, da sempre molto freddo se non addirittura oppositore di tutta l’operazione che ha portato al coinvolgimento dell’archistar genovese. “Non me l’aspettavo – ribadisce Doria – ma la situazione è abbastanza stimolante: spetta all’amministrazione il compito di redigere una sintesi e naturalmente ci sarà anche un’interlocuzione con Renzo Piano. Comunque, è un’occasione per far parlare i cittadini di come si può trasformare l’intera area dell’ex Fiera». E, in quest’ottica, il sindaco annuncia per il 12 marzo l’inaugurazione di una mostra aperta alla città con la presentazione di tutti i lavori che hanno partecipato alla competizione.
  • Nuovo mercato del pesce, tutto (quasi) pronto per l’apertura. Futuro da definire per la vecchia struttura

    Nuovo mercato del pesce, tutto (quasi) pronto per l’apertura. Futuro da definire per la vecchia struttura

    mercato-pesce-nuovo-08Presentata alla stampa la nuova struttura di Ca’ de Pitta, che, ricavata all’interno della struttura dei macelli civici, martedì 24 gennaio diventerà ufficialmente il nuovo Mercato ittico all’ingrosso di Genova. Con una spesa di 1,2 milioni di euro, e pochi mesi di lavoro, i locali sono stati adattati alle esigenze della nuova funzione: «Una scelta che razionalizza un parte della città – afferma l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova Emanuele Piazzarendendo operativa una struttura logisticamente meglio attrezzata per lo smercio all’ingrosso del pesce e più vicina all’autostrada».

    La nuova struttura può contare 5.060 metri quadri di spazi, compresi i piazzali di manovra, di cui 565 metri quadri di zona mercatale coperta che arrivano a 1.870 metri quadri coperti compresi i servizi. Una struttura che lo stesso assessore spera «possa diventare la sede definitiva per lo smercio all’ingrosso». I lavori, infatti, sebbene terminati, sono stati realizzati di slancio per tamponare l’emergenza di una nuova sistemazione, vista la inagibilità della vecchia sede, ed esistono margini per un ulteriore allargamento: «le vecchie stalle dei macelli – spiega Piazza – non sono più utilizzate e potrebbero essere riconvertite in qualche modo, a seconda delle esigenze della struttura».

     

    Come prima, meglio di prima?

    Con l’apertura della nuova sede del mercato del pesce, non tutto sarà uguale: a Ca’ de pitta non sarà prevista la vendita al dettaglio, come prescritto dalle normative comunitarie che obbligano a separare gli spazi dalla vendita all’ingrosso. «A Genova abbiamo un’ottima e diffusa rete di pescherie – sottolinea l’assessore – e questa novità potrebbe “dare una mano” alla categoria».

    La vecchia struttura di piazza Cavour, attualmente parzialmente chiusa per lavori di messa in sicurezza, non ha ad oggi un destino chiaro. In una prima fase, gli stessi operatori del settore ittico sembravano interessati a poter riutilizzare lo storico stabile per progetti legati alla cultura dei prodotti del mare, ma nulla è stato ancora messo nero su bianco: «Se non arriveranno progetti in questo senso – continua l’assessore allo Sviluppo economico – sicuramente dovremmo pensare a come utilizzare una struttura centrale nella geografia del Porto Antico». Tra le ipotesi la concessione dello spazio a privati o un concorso di idee.

    Per quanto riguarda l’impatto sulla viabilità, l’assessore alla mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino assicura: «Le attività del mercato sono notturne, e quindi non dovrebbero esserci ripercussioni di rilievo. Sicuramente a giovarne sarà la zona di Cavour». Da determinare ancora la sorte degli stalli di sosta pertinenti alla vecchia sede: «Stiamo pensando a fare dei parcheggi per residenti», conclude Dagnino.

    Nicola Giordanella

  • Cristoforo Colombo, da corsaro a evangelizzatore. Le contraddizioni di uomo figlio del suo tempo

    Cristoforo Colombo, da corsaro a evangelizzatore. Le contraddizioni di uomo figlio del suo tempo

    cristoforo-colombo Su Colombo s’è scritto molto, forse troppo: uomo del medioevo, uomo del rinascimento, uomo di scienza, uomo delle stelle, ultimo crociato e via dicendo. Può darsi che qualcuna di queste definizioni gli sia pur confacente, anche se il nostro non è certo uno che si lascia incasellare. Cosa dire, dunque, di Colombo che non sia già stato detto? Ebbene: ciò che mi preme sottolineare, in occasione di quest’ennesima commemorazione della Grande Scoperta, è quanto egli dovesse alla cultura marinara del suo tempo, e in particolare alla lunga esperienza marinara genovese, maturata nel Mediterraneo e perfezionatasi precocemente nell’Atlantico. Un balzo, questo, assai precoce, che ha i suoi prodromi ben prima di quel fatidico 1113, quando troviamo alcuni genovesi impegnati a costruir navi in quel di Compostela; perfezionatosi, a ogni modo, nel corso del Duecento, e, in particolare, verso il 1277, quando le galee del grande ammiraglio e mercante Benedetto Zaccaria inaugurarono una rotta regolare oltre le Colonne d’Ercole per portar l’allume nelle Fiandre, o, ancora, nel 1291, in occasione del celebre viaggio dei fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi ad partes Indie, e, soprattutto, verso il 1312, quando Lanzarotto Malocello approderà finalmente alle isole Canarie.

    Genova in crisi

    Da quelle prime esperienze, molta strada era passata. Nel corso del Quattrocento, i circuiti tradizionali del commercio marittimo genovese avrebbero conosciuto importanti mutamenti. L’epilogo della lotta contro Venezia e l’Aragona, la perdita dei possedimenti orientali a causa della costante avanzata turca, giunta, nel 1453, a fagocitare Costantinopoli e la dirimpettaia Pera – colonia genovese dagli anni Sessanta del Duecento –, avrebbero favorito una sorta di riconversione dei circuiti economici, commerciali e finanziari genovesi verso Occidente, lungo una direttrice che dall’area iberica – prevalentemente castigliana, andalusa e portoghese – conduceva alle Fiandre e all’Inghilterra. Barcellona, Siviglia, Cadice, Lisbona, Southampton, Londra, Bruges e Anversa sarebbero ben presto diventati i nuovi punti di riferimento. Non a caso molti genovesi si sarebbero posti al soldo delle potenze occidentali, in particolare di quelle interessate a ricercare nuove vie per il commercio. Colombo non fu da meno, come mostra il suo tentativo di «buscar el Levante por el Poniente».

    La forza dell’esperienza

    In giovanissima età cominciai a navigare e continuo ancor oggi. La stessa arte induce chi la segue a desiderare di conoscere i segreti del mondo. Sono già più di quarant’anni che la pratico. Ho percorso tutte le rotte conosciute. Ho avuto rapporti e conversazioni con gente dotta, ecclesiastici e laici, latini e greci, ebrei e saraceni e molti altri di altre razze. In questo mio desiderio trovai Nostro Signore assai propizio e per ciò ebbi da lui spirito d’intelligenza. Nella marineria mi fece provetto, in astrologia mi dotò quanto bastava e così nella geometria e nell’aritmetica; e mi diede ingegno nell’anima e mani per disegnare la sfera con le città, fiumi e monti, isole e porti, tutto al suo posto. In questo periodo ho visto e mi sono sforzato di vedere tutti i documenti di cosmografia, storia, cronache, filosofia e altre arti, alle quali Nostro Signore mi aprì l’intelletto per manifestarmi che era possibile navigare alle Indie e mi diede la volontà l’esecuzione del progetto.

    E’ il 1501, e Colombo ripensa agli anni trascorsi, quasi a voler giustificare a se stesso la fama che ormai lo circonda. Di lui sappiamo abbastanza per poter dire con chiarezza che ne sappiamo, in fin dei conti, poco. Non voglio elencare, qui, i molti dubbi che si hanno attorno alla sua reale data di nascita, alla sua morte, alla sua sepoltura e via dicendo. Mi atterrò alla versione ufficiale. Nato a Genova nel 1451 da Domenico, tessitore e cardatore di lane, legato ai Campofregoso, neanche ventenne si trasferì a Savona, iniziando a operare nel commercio e partecipando ad attività corsare. Nel corso degli anni Settanta lo vediamo operare per alcune case commerciali genovesi: i Centurione, gli Spinola e i Di Negro, per conto delle quali si reca a Chio, tra il 1474 e il 1475; a Bristol e in Irlanda (toccando forse anche l’Islanda) tra il 1476 e il 1477; a Madera, nel 1478, e, cioè, verso rotte battute da tempo da imbarcazioni genovesi. Non stupisce, pertanto, la decisione di Colombo di stabilirsi a Lisbona, nel 1479, al pari di altri Genovesi e dove, peraltro, già operava come cartografo il fratello Bartolomeo.

    colombo-spagnaDa tempo, la corona seguiva un preciso programma d’espansione che coinvolgeva Madera, le Azzorre e l’esplorazione delle coste africane e delle prospicienti isole atlantiche, la quale aveva visto attivi diversi genovesi. Colombo non fece altro che raccoglierne l’eredità, rimeditandola secondo la propria visione del mondo; soprattutto, raggiungendo egli stesso, nel 1482, le coste delle Guinea. A seguito di questo viaggio, espose a Giovanni II di Portogallo il progetto di raggiungere le Indie e il Giappone navigando verso Occidente. Ottenuto un diniego – dovuto probabilmente alla preferenza per una rotta più meridionale, che completasse le esplorazioni lungo la costa africana –, decise di trasferirsi nel nuovo regno di Spagna, con l’idea di presentare il proprio piano a Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Dopo diversi tentativi, nel clima di fervore conseguente alla presa di Granada, ricevette finalmente l’assenso per compiere l’impresa.

    Il tempo della scoperta

    Il 17 aprile 1492, Colombo stipulò un accordo coi sovrani di Spagna noto come Capitolazioni di Santa Fé, ottenendo il titolo di governatore e viceré delle terre eventualmente scoperte nel corso del viaggio, oltre a una parte dei proventi derivanti dall’oro e dalle spezie. Certamente le motivazioni di tipo economico ebbero una parte importante nell’accoglienza del progetto, e non è da escludere che tali motivazioni fossero presenti anche nel navigatore. Non sono da sottovalutare, tuttavia, le sue convinzioni religiose: alcuni passi del Diario di bordo mostrano chiaramente com’egli si sentisse investito d’una missione divina, giungendo a firmarsi con l’espressione «Christo ferens», preceduta da un criptogramma (molto discusso), letto come un’invocazione alla Trinità: convinzioni che trovarono il proprio culmine nel desiderio di finalizzare gli eventuali proventi dell’impresa alla riconquista di Gerusalemme. Forte della lunga esperienza maturata, il 3 agosto del 1492 salpava, dunque, da Palos con due caravelle e una nave, finanziate in parte da alcuni banchieri genovesi e fiorentini di Siviglia, segnando l’inizio di una nuova storia.

    Antonio Musarra

  • Whale whatching, l’avvistamento dei cetacei nel Santuario del Mar Ligure

    Whale whatching, l’avvistamento dei cetacei nel Santuario del Mar Ligure

    delfiniCinque ore in navigazione in mare aperto a ammirare delfini e balena. E’ l’escursione, organizzata da Consorzio Liguria Viamare che prende il nome di Whale Whatching, pianificata per dare la possibilità al pubblico di avvistare moltissime specie di cetacei. L’appuntamento, per chi parte da Genova, è all’una al porto antico, ogni martedì o ogni sabato da aprile a ottobre. E’ dalla banchina dell’expo che il battello lascia gli ormeggi per dirigersi verso il Santuario cetacei- Pelagos. «Questa zona che va da San Tropez, passa per il mar Ligure, quello della Toscana e scende fino alle coste nord della Sardegna – racconta la biologa di bordo, Alessandra Somà – è l’area marina protetta più grande al mondo, l’unica che comprende le acque di diversi stati».

    875 chilometri quadrati che vantano la più alta concentrazione di cetacei dell’intero Mediterraneo. Capodogli, balenottere comuni, delfini, grampi, globicefali sono le specie che costituiscono l’ecosistema pelagico «Quest’area ha un fondale non omogeneo – aggiunge la biologa – in alcuni punti arriva a 1500 metri di profondità. E’ proprio in questi profondissimi canyon che vivono le balene». Insomma un ecosistema prezioso da salvaguardare e proteggere dalle molteplici attività umane che si svolgono sul mare. La rigogliosa popolarità dei cetacei durante l’escursione, alla quale noi di Era Superba abbiamo partecipato, si è manifestata appena fuori dalla diga foranea con un branco di 20 esemplari di tursiopi, grandissimi delfini dal colore scuro. «Sono esemplari costieri – spiega Somàuna specie di delfino che ama stare vicino alla riva». Per non stressare troppo gli animali la guida ha spiegato che non si possono osservare più di mezz’ora. «Sono animali curiosi – conclude – ma spesso l’imbarcazione con a bordo le persone li spaventa». Quello dei tursiopi non è stato il nostro unico avvistamento, durante la lunga navigazione abbiamo visto tonni, pesci spada e abbiamo “conosciuto” un branco di delfini stenelle che si sono divertite a giocare con le onde prodotte dalla nostra barca. Nelle escursioni di whale whatching la fortuna ha un ruolo fondamentale, ma a fare la differenza è la professionalità dello staff «durante le nostre gite almeno quattro persone dell’equipaggio – dice Somà –si posiziona a prua con binocoli per scorgere qualche animale da avvicinare e osservare».

    Nel 2016, per un totale di 52 uscite in mare, sono stati avvistati 13 capodogli, 34 zifii, 2 delfini comuni, 103 branchi di stenelle striate, 12 branchi di tursiopi, 4 mobule, 26 tartarughe caretta caretta, diversi pesci luna, tonni e pesci spada. «Quest’anno non abbiamo mai visto balene – conclude la biologa – i ricercatori con i quali collaboriamo stanno cercando di capire il perché. Per evitare che la mano dell’uomo contribuisca ad allontanare dal Mediterraneo o far scomparire questi animali, io a bordo faccio sempre formazione su come bisogna comportarsi e come rispettare il mare e i suoi abitanti».

    Whale Whatch in Liguria

    balenottera-while-watchUn’escursione in mare della durata di cinque ore che ha come obiettivo la ricerca e l’osservazione di 8 specie di cetacei che popolano il Santuario Pelgaos. Un’attività organizzata dal 1996, quando ancora il santuario dei Cetacei non era stato ufficialmente formalizzato. Un’iniziativa molto apprezzata da turisti e dagli stessi genovesi. Solo nel 2016 sono state organizzate 54 escursioni, con circa 200 passeggeri a bordo, per un totale di oltre 11 mila visitatori. «E’ un’attività molto apprezzata – dice Carlo Baracchini, responsabile dell’organizzazione del Consorzio Liguria Viamare – arrivano da tutta Europa per partecipare al whale whatching. Ci sono anche tanti genovesi che si ripresentano tutti gli anni e ogni volta son soddisfatti». La gita ha cinque diversi punti di partenza, Genova, Varazze, Savona, Loano e Andora «La destinazione è sempre il Santuario dei cetacei – racconta Baracchini – partendo da Genova si naviga lungo il canyon del Polcevera o quello del Bisagno che registrano un fondale profondo nel quale vivono molte specie di animali». Le rotte saranno diverse se si parte dal ponente ligure. «Quando si parte da Savona solitamente si va verso Capo Noli – aggiunge Carlo – è una zona di passaggio per le balene e altre cetacei. Addirittura l’Università di Genova ha installato due mede che registrano il numero degli esemplari che passano di lì». Comune per ogni imbarcazione è un equipaggio molto preparato che accompagna i visitatori durante tutta l’escursione. A bordo è sempre presente un biologo che commenta gli avvistamenti, fornisce informazioni e curiosità, e raccogliere importanti dati scientifici per la ricerca e altri componenti della crew che muniti di binocolo e cannocchiale controllano se all’orizzonte si vede qualche animale da “salutare”.

    Santuario cetacei- Pelagos

    whale-watchUn’area marina, o meglio dire un triangolo di mare che va da Tolone in Francia, arriva fino a Capo Falcone in Sardegna occidentale passa per il mar Ligure a arriva a Fosso Chiarone in Toscana. Un totale di 875 chilometri quadrati di mare protetto. Una zona così importante sia dal punto di vista naturalistico sia per la ricerca, tanto che nel 1999, i ministri, italiano, francese e monegasco, hanno firmato la nascita ufficiale del Santuario internazionale dei cetacei del Mar Ligure. La volontà di proteggere questa parte di mare e la fauna ha radici più lontane. Nel 1990 era già stata costituita l’area protetta nella quale vigeva un regime di salvaguardia dei cetacei presenti nel bacino corso-ligure-provenzale con il nome di Progetto Pelagos.
    L’obiettivo era, ed è tutt’oggi, sempre quello di tutelare le specie protette che abitano quest’area, qui infatti è possibile navigare, ma senza disturbare, gli animali. Secondo un censimento del 1992 nella superficie di quello che oggi è il Santuario Pelagos, si contavano 32.800 esemplari di stenelle (piccolo delfino) e 830 balenottere comuni che migravano nella zona durante il periodo estivo. «Oggi – dice la biologa Alessandra Somà – non è possibile fare una stima degli animali presenti nel Santuario»

    Con l’istituzione del Santuario è stato imposto il divieto di catture e di turbative intenzionali per motivi di ricerca, divieto dell’uso di reti pelagiche derivanti, si è portata avanti la lotta contro l’inquinamento, le competizioni off-shore sono state circoscritte solo in alcune aree. Nello stesso tempo è stata regolamentata l’attività di whale-watching e sono stati incoraggiati i programmi di ricerca e di campagne di sensibilizzazione del grande pubblico. Tutto questo per garantire ai mammiferi marini uno stato di conservazione favorevole.

    Elisabetta Cantalini