Tag: film

  • Stories We Dance, non solo festival. Il 29 giugno tavola rotonda sulla videodanza

    Stories We Dance, non solo festival. Il 29 giugno tavola rotonda sulla videodanza

    laymelow-danza-fuoriformatoProsegue su Era Superba la descrizione dei 14 film finalisti che saranno proiettati giovedì 30 giugno, ore 21.00, alla Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale per Stories We Dance, il contest di videodanza internazionale a cura di Augenblick Associazione Culturale. L’evento, lo ricordiamo, fa parte del ricco programma di FuoriFormato, la rassegna sulla danza contemporanea che accompagnerà le giornate dal 28 al 30 giugno, tra Palazzo Ducale, Palazzo Bianco, Palazzo Tursi e Palazzo della Meridiana.

    Ricominciamo da How are you today (3’ 39’’): diretto nel 2015 da Chiu Chih-Hua, è uno dei due film provenienti dall’Estremo Oriente (Hong Kong). La scena che qui si apre è quotidiana e sussurrata, rievocando a tratti la delicatezza di toni del cinema orientale: un ragazzo e una ragazza si incontrano o reincontrano sul terrazzo deserto di una palazzina contornata da una serie di edifici di grande taglia, che prendono via via la forma muta di una quinta urbana. La loro danza si costruisce nel reciproco avvicinamento che, come suggerisce il titolo, ha il sapore di un saluto mattutino.

    Il film francese in concorso, Kid Birds For Camera (11’ 16’’), è stato diretto da David Daurier e Eric Minh Cuong Castaing nel 2015 e arriva a Genova dopo essere stato selezionato da importanti festival internazionali. Il punto di partenza di questo film è il determinante approccio coreografico di Merce Cunnigham. A fare esperienza di tale proposta gestuale e di movimento sono tuttavia dei bambini, verosimilmente seguiti e filmati all’interno di un’articolata attività laboratoriale di gruppo. Il tentativo è di documentare il movimento instabile e apparentemente non organico dei bambini stessi, anche grazie a interventi digitalizzati in motion capture, in linea con il suggerimento astratto cunninghamiano.

    Lay Me Low (7’ 50’’), della canadese Marlene Millar, è un film del 2015 pluripremiato e ben noto al pubblico internazionale della screendance. Nei quasi 8 minuti del film in bianco e nero, assistiamo al procedere lento e cadenzato di un gruppo eterogeneo di persone, formato da danzatori, musicisti, cantanti di differente età. La chiave di tutto il lavoro è rappresentata proprio dall’omonima melodia tradizionale Shaker (quacchera) Lay Me Low, imperniata sui temi della perdita e del lutto, che segue e guida fino alla fine il percorso ritmato dei performer. La coralità che emerge non è solo data dal cantato, ma anche da una proposta di movimento che rafforza le tonalità intime e condivise dell’intero film.

    Il secondo film orientale in selezione è Let’s say (8’), diretto nel 2014 a Hong Kong da Fuk Pak Jim. La comunicazione mutuata dalla tecnologia e le difficoltà delle relazioni interpersonali nel contesto contemporaneo sono i punti di avvio della proposta, che si articola in tre quadri differenti. Dapprima l’attenzione va sulle incomprensioni, gestuali e non, fra madre e figlio; in seguito la salita e discesa di una scala mobile diventano teatro per il “discorso amoroso” danzato di una giovane coppia; infine la camera si sposta su una surreale e animata tavola da Ultima cena, posizionata sul fondo di una piscina prosciugata. Il messaggio che scivola tra i quadri è esplicito nella sinossi: stop phubbing (basta isolarsi con gli smartphone, quando siamo con gli altri).

    Chiudiamo, ma solo per questo intervento, con Marine Girls (2’), firmato nel 2015 dall’americana Megan Wright. Si tratta di uno degli short film più brevi di Stories We Dance. Due ragazze su una spiaggia deserta, inquadratura fissa: una performer è quasi immobile mentre l’altra, al suo fianco, si avventura in un racconto fisico fatto di memorie e desideri, forse condivisi nel tempo dalla loro relazione. Qui, in modo chiaro, emerge quanto multiforme rimanga lo spazio interpretativo di chi approccia la videodanza, trovandosi di fronte a film che, per motivi legati a una breve durata, alla mancanza o quasi di parlato, a un linguaggio spiccatamente fisico, spesso nascono e restano “opere aperte”.

    Come già ricordato nei precedenti articoli, mercoledì 29 giugno sarà possibile avere un primo assaggio di tutti i film selezionati grazie alla tavola rotonda specificamente dedicata a Stories We Dance e a un approfondimento sulla videodanza in rapporto alla contemporaneità. L’incontro, aperto al pubblico, sarà ospitato da Palazzo Ducale, in Sala Liguria, dalle ore 18.00, sarà moderato da Augenblick e vedrà la presenza dei giurati di Stories We Dance (Lucia Carolina De Rienzo, Emilia Marasco, Gaia Clotilde Chernetich, Gaia Formenti, Simone Magnani). I membri della giuria del contest saranno via via chiamati, in virtù degli interessi e dei percorsi di ciascuno, a un confronto reciproco sui temi e sui differenti approcci al fare e al parlare di videodanza. Saranno possibili, e anzi auspicabili, interventi e domande da parte del pubblico.

    Fabio Poggi

  • Stories We Dance: il corpo è un racconto ancora inesplorato

    Stories We Dance: il corpo è un racconto ancora inesplorato

    StMlOlaplay-fuoriformato-danzaLa videodanza non è un genere di recentissima costituzione e, tuttavia, è ad oggi una delle forme ibride più interessanti e discusse a livello internazionale: festival sparsi in tutto il mondo, studi e ricerche accademiche in pieno sviluppo, una rete di contatti e collaborazioni fondata sull’ideale comune di esplorare una forma creativa, quella della danza unita all’audiovisivo, al centro di una rapidissima evoluzione. Nell’ambito di FuoriFormato, la rassegna sulla danza contemporanea che a Genova sarà in scena dal 28 al 30 giugno prossimi, e di cui Era Superba è media partner, Augenblick Associazione Culturale ha curato una call internazionale che, dopo una lunga e ardua selezione a partire da 98 candidature, porterà a Palazzo Ducale 14 film, quasi tutti in anteprima italiana, ciascuno espressione delle tante possibili declinazioni di questo percorso.

    Il focus di Stories We Dance, questo il nome dato da Augenblick al contest, è la possibilità di fare della danza, o più estensivamente del corpo in movimento, una forma narrativa, a partire dalla quale non solo sia plausibile restituire le tappe di un racconto, ma indagare anche storie inedite, dove il primato della parola venga meno in favore della gestualità e della capacità che le tecniche audiovisive contemporanee hanno nel tempo accumulato per metterla in scena. I finalisti del contest – che saranno presentati a una tavola rotonda mercoledì 29 giugno alle 18.00 in Sala Liguria, a Palazzo Ducale, alla presenza della giuria incaricata di giudicarli, e saranno poi integralmente presentati al pubblico la sera del 30 giugno in Sala del Munizioniere, alle ore 21.00 – arrivano a Genova dopo una serie molto ricca di selezioni internazionali, che ne hanno già abbondantemente decretato qualità e originalità.

    Augenblick è in questo senso un attore consapevole all’interno dell’iniziativa: seppur nato nel settembre 2014, il collettivo di videodanza e performance ha realizzato un primo film di videodanza, Su misura, che nell’arco di un anno e mezzo ha partecipato a oltre 35 festival internazionali, collezionando 6 riconoscimenti che hanno incentivato i suoi membri (Alessandra Elettra Badoino, Marina Giardina, Fabio Poggi e Marco Longo) a differenziare il più possibile la propria attività, con percorsi creativi in costante ampliamento, performance cittadine dal vivo, collaborazioni legate alla didattica (a Genova con “Officina Letteraria” di Emilia Marasco) e, recentemente, l’adesione a FuoriFormato.

    Nel tentativo di predisporre il pubblico alla visione dei film selezionati, Era Superba esaminerà in tre puntate le opere finaliste, in rigoroso ordine alfabetico, partendo da approaching the puddle (8’ 33’’), un cortometraggio incentrato su una situazione molto semplice, la relazione tra una danzatrice con una pozzanghera, nello spazio di un parcheggio pubblico svuotato dalle auto, per esplorare qualcosa di molto complesso e stratificato come l’istintività del gioco e dell’infanzia. Una coreografia curata al millimetro e un gioco di effetti visivi semplicemente sorprendente fa del film di Sebastian Gimmel, prodotto nel 2014 in Germania, un’opera colorata e fantasiosa, che moltissimi festival in tutto il mondo hanno già selezionato e premiato.

    Su tutt’altro territorio si muove l’irlandese The Area (24’ 42’’), diretto nel 2014 da Ríonach Ní Néill e Joe Lee: la ricognizione di un sobborgo dublinese diviene l’occasione per esplorare, a tempo di danza, la memoria collettiva di una comunità intergenerazionale, tra rimpianti, emozioni perdute e una radicale rivendicazione di appartenenza ai propri luoghi e alle proprie storie. Commovente e ricco di continui cambi di location, The Area è un film che intreccia la fantasia al documentario, la realtà alla trasfigurazione poetica che la danza può donare a chi le resta fedele nel tempo.

    Filosofico e astratto, il cortissimo svedese Beware of Time (1’ 20’’), diretto da Cynthia Botello nel 2015, vede due donne danzare su un luogo di rovina e trasformazione, un cantiere aperto dove il lavorio incessante di una ruspa è metafora del tempo che scorre e rigenera la realtà. Virato in tinte seppia dove le stesse figure femminili coinvolte si spartiscono, negli abiti e nel colore della pelle, tonalità chiare e scure, il film rincorre la consapevolezza dell’istante più effimero, riconducendola a motivo della stessa performance.

    The Birch Grove (20’ 10’’), della statunitense Gabrielle Lansner, è un film del 2015 che, partendo da uno spunto letterario, mette in scena in forma romanzesca la relazione di due fratelli in aperto conflitto e il percorso che li potrebbe condurre a un’agognata riconciliazione. Un lavoro di ampio respiro scenografico, riconosciuto a livello mondiale, dove la danza dei corpi si intreccia alla voce narrante fuori campo restituendo l’epopea, ben nota anche al cinema, delle dinamiche familiari.

    Infine – ma la disamina delle opere finaliste a Stories We Dance continuerà nei prossimi giorni – il film tedesco di Filipe Frozza e Ulrike Flämig, Disruptions (4’ 55’’), prodotto nel 2015 e ricorrente in moltissime selezioni dell’ultimo anno: ambientato in Palestina davanti al muro che separa la regione dallo Stato di Israele, il film racconta la tentata performance di una danzatrice in un territorio dove la realtà è più forte di ogni possibile messinscena, e la videocamera deve accettare di abitare un conflittuale teatro dell’imprevisto: il film si può fare, o è destinato a interrompersi?

  • Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    zelenkovac-9Valorizzare una storia poco conosciuta, ma incoraggiante e portatrice di un messaggio universale; fare maggiore chiarezza su quanto è accaduto durante e dopo la guerra in ex-Jugoslavia e avere il piacere di lavorare insieme a un gruppo di amici, condividendo un’esperienza di vita prima ancora che professionale. Sono queste le ragioni che hanno spinto il nostro gruppo, composto da sette giovani genovesi, Michele Giuseppone (regia e montaggio), Luca Fiorato (presa diretta, montaggio audio e musiche), Silvia Giuseppone (riprese), Davide Castagnola (fotografia), Serena Ferrari  e Davide Montaldi (supporto logistico) e me, Daniele Canepa (interviste, testi e traduzioni), a realizzare un film documentario sul villaggio eco-turistico di Zelenkovac, fondato da Borislav – “Crazy Boro” – Jankovic, poeta, pittore, scultore e… amante della natura e della vita.

    A circa venti minuti di auto dalla cittadina di Mrkonjić Grad e a un’ora e mezza da Banja Luka, dopo essere stata una comune di artisti ex-jugoslavi ed essersi salvata miracolosamente dalla furia distruttrice della guerra in Bosnia, Zelenkovac è diventata oggi un villaggio di montagna eco-turistico composto da capanne e bungalow in legno – costruiti, nel tempo, da Boro stesso e dai suoi amici – adibiti a strutture ricettive per viaggiatori che desiderano passare qualche giorno a contatto con la natura. Per capirne meglio il valore nel contesto bosniaco, tuttavia, è necessario prima fornire un quadro complessivo sul passato prossimo e sul presente della Bosnia Erzegovina.

    La Bosnia Erzegovina: Un quadro generale

    Una classe dirigente spesso incompetente e corrotta, clientelismo diffuso, immense potenzialità naturali, storiche e artistiche sfruttate soltanto in minima parte, problemi nello smaltimento dei rifiuti, infiltrazioni criminali in settori chiave dell’economia, fuga dei cervelli… No, non è l’Italia. Spesso da noi percepita come distante geograficamente e culturalmente, la Bosnia Erzegovina, in realtà molto più vicina al confine italiano rispetto a una nazione da noi sentita affine come la Spagna, presenta delle difficoltà e una realtà sociale per molti versi analoghe a quelle del nostro paese. A differenza del nostro passato recente, però, quello bosniaco è stato segnato dalla guerra più violenta consumatasi sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale: una guerra bollata come “odio etnico” dai media mainstream, sempre alla ricerca di comodi slogan che semplifichino, anziché aiutare le persone a capire le cause profonde.

    La guerra in Bosnia è stata, secondo le parole del giornalista e scrittore Luca Leone, esperto in materia da noi intervistato per il film: «Un laboratorio dell’orrore e del male. Il nostro compito di giornalisti e scrittori è andare sul posto e raccontarla per quello che è stata. Non è stata una guerra etnico-religiosa, ma piuttosto una guerra di aggressione, combattuta da gruppi di potere che avevano il solo fine di spartirsi un paese e creare una grande Croazia da un lato e una grande Serbia dall’altro. Punto.»

    L’assetto politico attuale della Bosnia Erzegovina, complicato ai limiti dell’ingovernabilità, è frutto degli accordi di Dayton, negli Stati Uniti, firmati nel novembre 1995. Il risultato ha dato luogo a un paese “transgenico”, secondo la definizione di Leone, diviso nelle entità territoriali della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con capitale Sarajevo, a maggioranza croato-musulmana, la Repulika Srpska, a maggioranza serbo-ortodossa, con città di riferimento Banja Luka, e il distretto di Brčko. I costi insostenibili della politica, il pantano burocratico di amministrazioni locali e nazionali e una presidenza tripartita, che prevede la frequente alternanza di un rappresentante di ciascuno dei gruppi nazionali alla guida del paese, sono solo alcune delle cause alla base di una paralisi che tiene in scacco una popolazione all’interno della quale le diseguaglianze si acuiscono, anziché diminuire.

    Se da un lato le pensioni non assicurano nemmeno la sopravvivenza, dall’altro le famiglie faticano a reperire le risorse necessarie per mantenere i figli e per provvedere alla loro istruzione.

    I partiti, tuttavia, invece di rivolgere la propria attenzione verso questi problemi, preferiscono soffiare sul fuoco del nazionalismo. Il parallelismo con l’Italia è evidente anche qui: destra contro sinistra – o almeno presunte tali – da noi, partiti dei gruppi nazionalisti in Bosnia. Dietro le urla delle finte fazioni, tuttavia, la voce della gente comune rimane inascoltata, mentre essa non chiede nient’altro che di potersi costruire un futuro pacifico e ritornare a vivere armoniosamente. Proprio per tutte queste ragioni, l’esempio di Boro e di Zelenkovac sono così preziosi e valgono la pena di essere raccontati.

    La Bosnia attraverso una lente diversa. Il documentario Zelenkovac

    Documentari e réportage sulla Bosnia si limitano di solito a descrivere ciò che è accaduto durante la guerra o a presentare il profondo senso di lacerazione generato da un conflitto fratricida, a causa del quale il vicino di casa, da un giorno all’altro, è diventato il nemico dopo anni di pacifica convivenza. Dopo tali letture e visioni, il senso di frustrazione, misto a rabbia e impotenza, è l’unica cosa che rimane. La realtà presentata nel film Zelenkovac e l’esperienza stessa di Boro, invece, insegnano che anche in una situazione apparentemente priva di uscita, come quella della Bosnia di oggi, è possibile creare valore.

    «Volevo dimostrare che ognuno ha il diritto di vivere nel posto in cui è nato…», afferma con convinzione Boro, la cui “creatura” rappresenta in miniatura quanto la Bosnia ha da offrire: una natura meravigliosa, come quella che circonda Zelenkovac, immersa nel bosco; storia e arte; multiculturalità e un senso dell’ospitalità a tratti commovente. Persone come Boro, secondo quanto Luca Leone afferma nel film: «Sono come panda, che hanno bisogno di essere protetti, in quanto Boro è un esempio di uomo che ha capito come ridare speranza ai bosniaci».

    Spinti dall’obiettivo di far emergere questo tipo di atteggiamento di fiducia nei confronti della vita e di non darla vinta a coloro che prosperano sull’ “intanto non cambia niente”, abbiamo deciso di investire il nostro tempo e denaro per realizzare Zelenkovac, le cui riprese sono iniziate nel luglio 2013 e il cui montaggio è terminato a febbraio 2015.

    Un progetto autoprodotto e autofinanziatotra mille difficoltà

    Per tre di noi, Luca, Michele e io, non si è trattato del primo lavoro insieme. Anzi, la nostra amicizia è iniziata proprio conoscendoci sul precedente posto di lavoro. Tuttavia, da tempo discutevamo su come si potesse realizzare un progetto prodotto in totale autonomia. L’investimento ha riguardato le attrezzature, le spese vive, di alloggio e di viaggio per andare a girare in Bosnia – e a Modena per avere il contributo decisivo di Luca Leone – in due periodi diversi di venti giorni in totale. Se la parte riguardante il girato è andata tutto sommato liscia, una volta superati i primi due o tre giorni di ambientamento a Zelenkovac, i problemi hanno riguardato invece il montaggio. Completare un documentario che dura circa settanta minuti richiede tempo e idee in quantità. Se le seconde ci sono sempre state, la prima risorsa è invece spesso mancata. Tanti, infatti, sono stati gli impegni della quotidianità e della vita lavorativa a Genova che si frapponevano alla realizzazione del nostro progetto, portandoci via energie preziose.

    A tali ostacoli si è poi aggiunto quello linguistico: se nel realizzare le interviste, per la metà in serbo-croato, ci eravamo avvalsi dell’aiuto di amici sul posto che traducevano il senso generale delle dichiarazioni di Boro e dei suoi aiutanti, durante il montaggio si è reso indispensabile avere una traduzione dettagliata per poter operare i tagli nei punti giusti. È stato soltanto grazie all’aiuto di diversi amici serbi e bosniaci che vivevano qui o che abbiamo conosciuto in Bosnia che siamo riusciti nell’impresa. Il lavoro, comunque, è giunto al termine, con un prodotto sottotitolato sia in inglese sia in italiano.

    Il prossimo passo? Pubblicare il cofanetto (libro e dvd) Zelenkovac. Per questo motivo, abbiamo creato una pagina di crowdfunding sul sito Indiegogo, allo scopo di raggiungere la cifra minima necessaria per la pubblicazione e ci siamo riusciti, suprandola anche di qualche centinaia di euro. Ora non rimane che la pubblicazione, ultimo atto di un percorso indimenticabile.

    Daniele Canepa

  • Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    cinema«Ti auguri sempre che il cinema sia una di quelle cose che possono restare. Essendo cresciuto con il cinema, a rischio di essere banale, per me ha sempre il suo fascino stare in una stanza buia e ascoltare e vedere qualcosa. Io spero sempre di trovare lì delle risposte e delle sicurezze». Così dice Tim Burton, il regista di Edward mani di Forbice e La fabbrica di cioccolato.
    Così in fondo siamo anche noi, accaniti consumatori di cinema da sala, costretti a fare i conti con i mormorii degli altri spettatori, le capigliature afro, le sale affollate, il fastidioso odore di pop corn e le esecrabili conversazioni telefoniche del maleducato di turno. Oppure orgogliosi frequentatori di sale semideserte, in orari improbabili, dove ti incanta proprio il film che non ti aspettavi , quello che non hai avuto il coraggio di proporre a nessuno, ma che domani potrai con fierezza consigliare agli amici che condividono la tua passione.

    Genova, per gli appassionati di pellicole inconsuete, quelle un po’ fuori dai circuiti maggiori, rappresenta una specie di tormento: non certo una piazza dove un film non passa se non è di cassetta, ma certamente dove occorre seguire attentamente le programmazioni se non si vogliono perdere delle occasioni “quasi uniche”.
    Diciamo che in quella terra di mezzo fra lo spettatore abituale delle ultime novità ed il cinefilo incallito che non perde un evento, ci starebbe una comunicazione, una visibilità ed un posizionamento più forte per quelle sale che meritoriamente seguono questa strada. Fra questi ci sono il Club Amici del Cinema, per esempio, che con il Missing Film Festival da vent’anni compie un’opera preziosa, spesso trascurata dai mezzi di comunicazione e talvolta poco pubblicizzata dal cinema stesso, la Sala Don Bosco a Sampierdarena.
    Sempre fra chi propone una scelta “più di nicchia” c’è la rassegna Cineforum genovese, che resiste dal lontano 1953, ad opera dell’Istituto Arecco, che utilizza la sala America un paio di martedì al mese; anche il Ritz, pur in orari e con film di cartello, opera una certa selezione posizionandosi fra le sale “d’essai” come recita il nome. Il Sivori ha recentemente aperto una terza, piccola sala chiamata appunto “Filmclub Sivori” dove proporre e riproporre titoli meritevoli di attenzione particolare. Come non dimenticare, poi, le rassegne organizzate dal Teatro Altrove e l’appuntamento del venerdì con il Cineforum The Space.

    I genovesi, però, che pubblico sono?

    biglietto cinema

    La città ha subito, ricambiata, il fascino della settima arte (ne abbiamo parlato qui), ed un accurato studio di Stefano Petrella, pubblicato dalla rivista FilmDOC nel numero 100, ci racconta come, fin dagli esordi, il pubblico ligure e genovese si riversasse nelle sale a vedere quello che allora rappresentava una novità assoluta. Nel 1914 la città si avviava all’Esposizione internazionale con circa 466 mila abitanti, opere notevoli create ad hoc per l’evento in tempi brevissimi, ed un numero di sale cinematografiche in centro città che si aggirava intorno alla settantina; l’anno dopo la rivista americana “Moving picture of the world ” parlava della “Twentieth of September street” che da lì in poi fu chiamata la Broadway genovese. Ma alla molto più dimessa Esposizione per le Colombiane del 1992 le sale cinematografiche arrivarono più che dimezzate ed in pochi anni dalla Broadway italiana scomparvero anche le ultime, l’Orfeo, l’Olimpia, l’Universale mentre aprivano i battenti i primi Multiplex: pur fra qualche difficoltà, probabilmente più gestionale che altro, questi continuano ad essere ancora oggi  “il nuovo che avanza”.
    Infatti alla fine del 2010, dopo un periodo di chiusura della struttura Cineplex nell’area dell’Expo, il Consiglio di amministrazione della società Porto Antico ha indetto una gara per ri- assegnare gli spazi: ha vinto, ottenendo un contratto di affitto per 18 anni, “The Space Cinema”, il colosso numero 1 delle multisala in Italia.
    Chi ha avuto la peggio è stata proprio la cordata genovese di Beppe Costa (Acquario di Genova) e Alessandro Giacobbe (Circuito CinemaGenova) che, a suo tempo, lamentò la vittoria dell’omologazione su di un’offerta, la propria, molto più culturalmente articolata.

    Cinema a Genova, dal multisala al cineclub nell’era del digitale

    cinema-provini-castingDunque, ricapitolando, ad oggi nel comune di Genova troviamo il complesso Uci Fiumara, 14 sale, nato dalla partnership fra Universal e Paramount Pictures e primo circuito in Europa; The Space, per l’Italia il diretto concorrente, 10 sale nel rinnovato complesso del Porto Antico; poi abbiamo il Circuito Cinema Genova (Odeon, City, Sivori, Ariston e Corallo) proprio di Alessandro Giacobbe ed infine le sale America e Ritz d’essai, del circuito Cinema Genova Centro gestito da Luigi Cuciniello. Quest’ultimo, genovese, da novembre presidente Anec (Associazione nazionale esercenti cinema), direttore organizzativo della Sezione Cinema alla Biennale di Venezia ed ex presidente Agis, è uno strenuo sostenitore della necessità per il cinema di saper catturare i giovani anche attraverso una diversa programmazione per fasce orarie, e promotore di un calendario delle uscite annuali che possa ottimizzare anche i momenti di bassa e bassissima stagione.
    Poi ci sono le piccole sale delle delegazioni, da Nervi fino a Palmaro, ed alcuni cineclub, spesso adiacenti alle parrocchie che hanno salvaguardato, in questi anni, la conservazione di alcuni, strategici spazi.
    Tutte queste sale hanno una propria ragione di esistere, dovuta ad un pubblico comunque attento alle novità, agli eventi, disposto ad uscire di casa e spesso molto numeroso: solo le nuove generazioni tendono a non essere esplorative nella scelta dei film trascurando titoli fuori dal circuito mainstream.
    Questo zoccolo duro di pubblico ha permesso anche alle piccole sale fuori dai circuiti di dotarsi della nuova tecnologia digitale, quella che nel giro di un paio di anni ha rivoluzionato il modo di fare cinema: anche i registi più tradizionali o più famosi, che si ostinavano a girare con la vecchia pellicola che poi riversavano in digitale si sono arresi, o forse hanno colto i numerosi vantaggi del nuovo mezzo. Non solo il costo delle riprese ed anche della post-produzione si è ridotto drasticamente, ma sono possibili finezze di colore e di particolari prima impensabili. Quindi quello che fino a poco tempo fa era considerato il tipico ripiego di chi voleva girare piccoli film indipendenti a budget ridotto ora è il mezzo e basta: ma come è stato per il disco in vinile, dato più volte per morto e tuttora vivo (ne avevamo parlato qui), e neanche troppo malconcio, così potrebbe succedere per le pellicole, che proprio in Liguria sono tornate a vivere.

    Grazie ad una fortunata campagna di fund raising, infatti, Ferrania, azienda savonese un tempo leader nella produzione di pellicole da cinema, è stata riaperta da due intraprendenti ragazzi, che hanno recuperato i vecchi magazzini della compagnia e, con il sostegno finanziario anche della Regione Liguria, hanno assunto nove vecchi dipendenti e affittato nuovi locali: stanno realizzando, con macchinari rimodernati e più efficienti, quelle stesse pellicole a colori che altrimenti sarebbero ufficialmente estinte. Per la conservazione nel tempo delle opere, il vecchio supporto fisico pare essere ancora la miglior scelta.

    Ma tornando alle nostre sale indipendenti, la rivoluzione digitale ha rappresentato, ed ancora in parte rappresenta, una grossa difficoltà per cui le alternative erano: adeguarsi, anche indebitandosi, o chiudere.
    Adeguarsi permette infatti, oltre che di disporre delle pellicole (che non sono più tali, poiché sono stati trasferiti in dati contenuti in supporti digitali) in maniera più semplice ed economica, ma anche, volendo, di trasmettere in diretta eventi come concerti o partite, insomma di esserci. Però, nonostante l’impegno della Regione Liguria che ha stanziato circa un milione di euro in contributi, il costo dello switch- off è stato comunque elevato, poichè stiamo parlando di piccoli enti dal bilancio molto risicato.
    Ognuno ha cercato fondi come meglio ha potuto, ad esempio il cinema San Pietro di Quinto ha aperto una sorta di crowdfunding fra i clienti e gli abitanti del quartiere: «Abbiamo conservato il proiettore – ci hanno detto – solo nel caso ci fosse stata qualche pellicola vecchia, che volevamo proiettare, non ancora trasferita in digitale. Ma a dire la verità non sembra proprio che fosse necessario, ormai lo sono tutte».
    La Regione Liguria, con loro, è intervenuta per 34mila euro, ai quali hanno dovuto aggiungerne altri 28mila; il cinema Albatros di Rivarolo aveva vissuto analoga vicenda oltre un anno fa, ora esibisce orgogliosamente, accanto ai titoli dei film , il codice 4k che sta ad indicare una risoluzione superiore al full hd televisivo; stessa cosa per il Nuovo Cinema Palmaro, mentre il San Siro di Nervi, digitalizzato ovviamente, continua nella raccolta fondi per completare il pagamento.

    Altri problemi, questa volta di un più oculato sfruttamento degli orari, vivono invece le sale degli altri circuiti; in questo caso si tratta di rinnovare il tipo di offerta, sperimentando pacchetti di proposte. Il circuito Cinema Genova per un paio di anni ha proposto l’abbinamento cena e cinema, ad un prezzo unico; ora, con un successo che è stato definito discreto, sta tentando una diversa articolazione delle proposte e degli orari: il cinema Odeon offre alla domenica mattina la proiezione di grandi film e animazione per tutta la famiglia… ci dicono che «all’estero funziona questo tipo di proposta, noi dobbiamo ancora abituarci all’idea, ma con il tempo potrebbe essere una mossa vincente».
    Certamente, e su questo concorda anche Cuciniello, gestore del circuito Cinema Genova Centro, sono i giovani che occorre riportare nelle sale, quei ragazzi che devono abiturasi alla frequentazione delle sale e anche ad osare nella scelta dei film: in fondo la magia del cinema è proprio questa, la sua capacità di incantarti proprio quando credevi di averlo messo nell’angolo. Ed un modo intelligente per catturarli potrebbe essere l‘ opportunità che si chiama “Life in Liguria“: da maggio ad ottobre 2015, chiunque voglia, può filmare ciò che ritiene possa raccontare la “sua” Liguria, nel bene e nel male, e con qualunque supporto (telefoni cellulari ad esempio). I filmati migliori diventeranno un documentario della durata di un film, come è stato per “Italy in a day” di Salvatores che ha incontrato molto successo. Certo, qui si tratta di fare e solo dopo di mettersi al buio a guardare e guardarsi, ma chissà che, una volta cambiato lo sguardo, non rimanga la voglia di trovare un’altra risposta.

     

    Bruna Taravello

  • Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    Ciak, si gira: i film in cui Genova è protagonista, da René Clement a Michele Placido

    GenovaLa settima arte ama Genova, da sempre. Negli ultimi anni il capoluogo ligure ha ospitato soprattutto spot pubblicitari e riprese televisive, ma è proprio attraverso il cinema che la città, probabilmente anche oltre le intenzioni dei vari registi, ha spesso assunto un ruolo da protagonista, trasformandosi da semplice quinta scenica a vera diva della storia.
    Non vogliamo elencare qui tutti i film che sono stati girati a Genova, abbiamo scelto quelle pellicole dove a nostro giudizio la nostra città è riuscita a dare il meglio di sé. E, in questo senso, non si può che partire citando il meraviglioso Le Mura di Malapaga del 1949, film con il quale il regista René Clement vinse a Cannes e guadagnò l’Oscar Onorario nel 1950 come miglior film straniero (le attuali categorie furono introdotte solo nel 1956).
    Questa pellicola, solitamente trasmessa ad orari impossibili sulle reti minori delle tivù generaliste, si può ora fruire più facilmente grazie alla rete, e ci mostra struggenti immagini di una Genova che fu. Il film fu girato intorno alle attuali Piazza Cavour, via del Colle, Sottoripa; le Mura del titolo in realtà appaiono raramente, ma poiché erano il luogo dove anticamente venivano incatenati e lasciati a patire fame, sete e freddo all’aperto coloro che non onoravano i propri debiti, hanno una valenza fortemente evocativa rispetto alla trama.
    Vedere Jean Gabin che, in uno splendido bianco e nero, si aggira lungo i negozietti di Sottoripa, percorre i vicoli fino alla bettola dove incontrerà Marta (una dolente Isa Miranda che vinse a Cannes come attrice protagonista), ci fa inevitabilmente riflettere su quanto abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi, e su quello che non potremo più vedere. La scelta della location genovese del film pare si debba allo sceneggiatore, Alfredo Guarini, marito di Isa Miranda nato a Sestri Ponente.

    una-voglia-da-morire-img-87247Da un film pluripremiato ad uno volutamente dimenticato: Una voglia da morire, film del 1965 di Duccio Tessari con Raf Vallone e Annie Girardot, una commedia con tinte gialle dove si racconta di una coppia di amiche, signore dell’alta borghesia milanese, che, in vacanza ad Arenzano, decidono quasi per gioco di prostituirsi con i camionisti di passaggio sulla statale. In questo caso la nostra regione, luogo del delitto, risulta più evocata che mostrata: in ogni caso la pellicola fu sequestrata ed il regista denunciato per oscenità; solo due anni dopo caddero le accuse, ma il film non ebbe più alcuna visibilità e della bobina risulterebbero sopravvissute solo due copie.

    In quegli anni la nostra città non era certo in gran spolvero dal punto di vista turistico. Incerta sul come ricostruire il complesso di Madre di Dio, il Carlo Felice ed il Porto Antico, stretta fra gli Anni di Piombo che erano già iniziati ed un ruolo industriale sempre più arduo da sostenere, vede i set spostarsi verso il Ponente cittadino: Cornigliano ed il gasometro dell’Italsider (abbattuto nel 2007) sono i protagonisti di molte scene clou del B-movie Mark il poliziotto spara per primo del 1975, con sparatorie, inseguimenti e l’allora divo dei fotoromanzi Franco Gasparri che sgommava a bordo di una Lancia per le vie del quartiere.

    Padre-e-figlio-Placido-Campa-1994Il gasometro sarà poi ancora la location all’ombra della quale si dipana la vicenda di Padre e Figlio, il film del 1994 di Pasquale Pozzessere, dove un padre (Michele Placido) portuale a Genova, deve affrontare il figlio, Stefano Dionisi, che rientrando dal servizio militare (altra cosa smantellata, al pari dell’ Italsider) non ha alcuna intenzione di ereditare il lavoro del padre preferendo vivere di espedienti e sognare la fuga, in qualsiasi modo riesca ad ottenerla.
    Qui abbiamo riprese del quartiere mentre il ragazzo vaga rabbiosamente in moto, soffocato fra acciaierie e Stazione merci , ed attraverso lo scontro generazionale viene offerto il ritratto di una città che sa perfettamente di non poter proporre il vecchio modello di economia statalista ma è incapace di trovarne uno nuovo, così che, vent’anni dopo, siamo ancora tutti intorno al capezzale della capacità produttiva di Genova.

    Ma se molto incerto è il cammino industriale e commerciale, molto più spedito, per fortuna, è stato quello culturale ed ambientale. Pur fra mille passi falsi, partenze in salita e dubbi, dalle Colombiadi del 1992 in poi l’attrattiva turistica di Genova si è sviluppata quasi senza che i cittadini se ne rendessero conto. Grazie poi alla costituzione, nel 1999, della Genova Liguria Film Commission, Fondazione creata da Regione Liguria, Comune di Genova ed altre realtà territoriali liguri, che ha come scopo il marketing territoriale, la produzione audiovisiva è letteralmente esplosa nel nostro territorio. Non solo: prima della GLFC esisteva la Italian Riviera Alpi del mare Film Commission, sulla falsariga dell’esempio americano e fra le prime ad essere attive in Liguria; lo scopo, oltre a promuovere il territorio, è anche facilitare l’ottenimento di permessi, autorizzazioni, collaborazioni da parte di privati per concedere i propri beni durante le riprese.

    giorni-nuvole-albanese-buyGrazie a questa preziosa sinergia fra privati, enti locali ed operatori si sono arrivate in città, solo per rimanere al cinema, nel 2004 Agata e la tempesta del regista Silvio Soldini, che poi, innamorato della magia del luogo, nel 2007 ambienterà qui anche Giorni e nuvole, con Margherita Buy e Antonio Albanese.
    Fra queste due pellicole c’è la produzione internazionale del film Genova di Michael Winterbottom, che vede Colin Firth (Premio Oscar per Il discorso del Re nel 2011) nella parte del vedovo che, arrivato in città con le due figlie, proprio da Genova prova ad iniziare una nuova vita dopo il lutto.

    In queste ultime produzioni la città, con le due riviere, vengono inevitabilmente messe in bell’evidenza; non a caso si sono anche moltiplicati spot pubblicitari, videoclip e serie televisive ambientate fra il Porto (una delle viste più gettonate, spesso dal mare ma anche dalla Spianata) i vicoli e Corso Italia.

    A partire dal 2010, poi, tutte queste produzioni possono contare sul Cineporto, la palazzina ex- Italsider, di fronte all’altoforno, integrata con la non distante Villa Bombrini, dove Genova Liguria Film Commission ha la propria sede.  E tutto questo, oltre all’indubbio ritorno di immagine per la nostra Regione, rappresenta un giro di affari di tutto rispetto: l’area ospita infatti 44 piccole imprese e diversi studi professionali con un centinaio di persone occupate ed un indotto in costante crescita (dati maggio 2014).
    È addirittura di questi giorni l’uscita di un bando che per la prima volta mira a sostenere le piccole produzioni audiovisive locali, istituito proprio dalla Genova Liguria Film Commission: l’iniziativa si chiama Sarabando (sic) e resterà aperta fino al 30 gennaio 2015.

    Insomma, qualcosa si muove e, sia pure in minima parte, prova a rimediare ai numerosi danni causati da una crisi feroce che a Genova ha forse mietuto più vittime che altrove.
    Perché se è pur vero che oggi con la cultura non si mangia, a volte però qualche pranzetto aiuta a prepararlo.

    Bruna Taravello

  • Film tratti da giochi e videogiochi: la ricetta del successo (e dell’insuccesso)

    Film tratti da giochi e videogiochi: la ricetta del successo (e dell’insuccesso)

    film-tratti-da-videogiochi-van-dammeNel mondo del cinema esistono alcuni connubi incredibilmente fruttuosi e flop clamorosi. Spesso i film prendono le mosse da libri, da giochi tradizionali oppure da videogiochi di successo e l’esito al botteghino è talvolta una sorpresa. Nel 2016 è prevista ad esempio l’uscita della pellicola basata sul popolare World of Warcraft e Thomas Tull, produttore del film, ha fornito una spiegazione del perché molti lungometraggi basati su videogiochi si rivelino dei fallimenti: «I film basati sui videogiochi non sono mai stati fatti bene, e penso che parte del motivo risieda nel fatto che sono stati creati per la ragione sbagliata. Se dici soltanto “Quanta gente ha giocato al gioco? Quanti soldi possiamo farci?” Sei spacciato. Sei finito ancora prima di iniziare».

    Probabilmente è quello che è accaduto a Super Mario Bros, film del 1993 andato in negativo di 27 milioni di dollari, e a tanti altri titoli successivi per cui non sono state fatte le giuste considerazioni. Eppure ci sono lungometraggi ispirati a giochi tradizionali che riescono a catturare il pubblico: il poker, la roulette, il blackjack e in generale il mondo dei casinò non rovinano necessariamente una pellicola, qualora si parta da storie da raccontare e non si pensi soltanto agli introiti. Rounders, ad esempio, tradotto in Italia con Il giocatore, ha avuto un grande successo al botteghino, complici gli attori, fra cui spiccano Matt Damon nei panni del protagonista Mike e John Malkovich, e complice il fatto che la trama sia di primaria importanza e non sottovalutata in nome di quanto attiri il poker in generale.

    Altro connubio di successo è stato quello fra il libro Casinò di Nicholas Pileggi e l’omonimo film uscito nel 1995: sarà che la regia è di Martin Scorsese e che i protagonisti sono Robert De Niro e Sharon Stone, ma anche in questo caso la trasposizione cinematografica è stata ben accolta perché la trama è appassionante. I giochi tradizionali piacciono ancora molto e il mito che se un passatempo di successo viene tramutato in film non può diventare che un flop è da sfatare. Questi stessi giochi sono stati oggi digitalizzati, hanno raggiunto una audience più ampia e se anche per esempio la tombola online di William Hill sta riscuotendo successo, su quali basi possiamo dire che un eventuale film ispirato a questo gioco sarebbe un fallimento. Le perdite al botteghino derivano più che altro da videogiochi che diventano film e che seguono le dritte sbagliate, non da giochi in generale trasposti sul maxischermo.

    film-videogiochi-mario-brosPer uno Street Fighter – Sfida finale (1994) deludente, un Final Fantasy: The Spirits Within (2001) che scontenta tutti e un Resident Evil (2002) che deraglia fuori dai binari segnati dal videogioco, esistono un Giocatore, un Casinò e un 21 di successo. 21, film del 2008 basato su una storia vera, non conta su un cast stellare, ma sul blackjack e su una narrazione puntuale e ben svolta. La discriminante fra un film di successo proveniente da un gioco e uno che si rivela un flop non risiede nel fatto che quel gioco sia tradizionale oppure da console; il vero problema dei film ispirati ai videogiochi è che vengono a mancare una trama appassionante e una storia ben strutturata.

    Alle parole di Thomas Tull possiamo aggiungere quelle di David S Goyer, sceneggiatore di Batman Begins e L’uomo d’acciaio, che individua la falla del connubio cinema-videogiochi nel fatto che i videogiochi fatti bene sono quelli in cui ci si immedesima con la situazione e l’ambientazione; il protagonista è di secondaria importanza perché quello che il giocatore si ricorderà sempre è cosa ha fatto a un determinato livello, quando è avvenuta la svolta, e queste emozioni non possono essere restituite da un film.

    Tutti gli occhi sono ora puntati su Tetris, di cui la casa di produzione Threshold Entertainment ha acquisito i diritti per fare un film. Potrebbe sembrare strano costruire una pellicola basandosi su uno dei più famosi videogame degli anni Ottanta, quello in cui andavano impilati con precisione i mattoncini che cadevano dall’alto, ma Larry Kasanoff, CEO della casa di produzione, ha rassicurato tutti con frasi che in realtà non risultano cristalline: «Non sarà un film dove un gruppo di linee si rincorrono sullo schermo. Non stiamo lasciando spazio alla forme geometriche. C’è una storia dietro a Tetris che lo renderà una cosa molto più fantasiosa». Dobbiamo preparaci all’ennesimo flop cinema-videogioco, oppure la storia da raccontare è davvero fantasiosa? Speriamo che la Threshold Entertainment faccia tesoro dei fallimenti avvenuti prima di lei.

  • Temporary road, proiezione del film dedicato a Franco Battiato

    Temporary road, proiezione del film dedicato a Franco Battiato

    Franco BattiatoMercoledì 11 dicembre, per un solo giorno in tutta Italia, verrà trasmesso nelle sale cinematografiche Temporary Road, una pellicola dedicata a Franco Battiato per raccontare la vita del grande maestro catanese, seguendolo sui palchi del tour di Apriti Sesamo così come negli hotel e nelle stanze esclusive della sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna.

    Ne esce un ritratto completo e confidenziale, intervallato da preziose immagini di repertorio e da altrettanto suggestive riprese live, il tutto senza mai tradire lo spirito composto ed essenziale del musicista siciliano, artista eclettico capace di coniugare la sperimentazione ai grandi successi po, senza mai cadere nella banalità

    Temporary Road, per la regia di  Giuseppe Pollicelli e Mario Tani, intende essere più di un documentario e nasce con il proposito di risultare un vero e proprio film, un lavoro completo che ripercorra le orme di una carriera considerabile, senza alcuna remora, come uno dei tasselli più significativi nel mosaico della musica contemporanea non soltanto italiana.

    Il film verrà trasmesso anche a Genova, presso l’Usi cinema Fiumara e al cine,a The Space del Porto Antico (www.nexodigital.it).

  • La grande stagione dell’opera al cinema: gli eventi nelle sale genovesi

    La grande stagione dell’opera al cinema: gli eventi nelle sale genovesi

    cinemaTosca, La Traviata, Madama Butterfly, Lucia di Lammermoor, Il Principe Igor, La Bohème, Otello, Così fan Tutte, La Cenerentola sono le grandi opere visibili nei cinema genovesi da novembre 2013 a maggio 2014 grazie alla rassegna La Grande Stagione Live a cura di Microcinema.

    L’iniziativa è nata con l’intento di avvicinare il grande pubblico all’opera lirica, in un luogo non convenzionale come quello delle sale cinematografiche, 160 in totale in Italia, 3 anche a Genova e Provincia.

    Nello specificico, gli eventi saranno trasmessi nei cinema genovesi Sivori e Verdi e nel cinema Italia di Arenzano.

    Ecco nel dettaglio il calendario delle proiezioni.

    12 novembre 2013

    Da The Metropolitan OperaTosca di Giacomo Puccini diretta da Riccardo Frizza, con la regia di Luc Bondy, le scenografie di Richard Peduzzi e un cast d’eccezione: Patricia Racette, Roberto Alagna, George Gagnidze.

    7 dicembre 2013

    Inaugurazione della stagione del Teatro alla Scala di Milano con La Traviata di Giuseppe Verdi. In scena la tedesca Diana Damrau, la più famosa Violetta dei nostri tempi. Accanto a lei, Piotr Beczala e il grande baritono verdiano Željko Lučić. Dirige il maestro Daniele Gatti, che negli anni ha mostrato in tutto il mondo un invidiabile acume verdiano, mentre regia e scenografia sono firmate da Dmitri Tcherniakov.

    4 febbraio 2014

    Dal Teatro Regio di Torino, la più famosa “tragedia giapponese”: Madama Butterfly di Giacomo Puccini, che fu dedicata alla regina d’Italia Elena di Montenegro. La direzione è di Pinchas Steinberg, la regia affidata a Damiano Michieletto, la scenografia firmata da Paolo Fantin. Nel cast Amarilli Nizza, Massimiliano Pisapia, Alberto Mastromarino.

     19 febbraio 2014

    In diretta dal Teatro alla Scala di Milano, andrà in scena il melodramma romantico italiano per antonomasia, Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. Edgardo sarà interpretato da uno dei più amati tenori italiani al mondo, l’aretino Vittorio Grigolo. La direzione è affidata a Pier Giorgio Morandi, la regia è di Mary Zimmermann, la scenografia è firmata da Daniel Ostling.

    4 marzo 2014

    Da The Metropolitan Opera di New York, Il principe Igor di Alexander Borodin con Ildar Abdrazakov, Oksana Dyka, Anita Rachvelishvili. Dirige Gianandrea Noseda, mentre Dmitri Tcherniakov firma regia e scenografia.

    8 aprile 2014

    Da The Metropolitan Opera di New York La Bohème di Giacomo Puccini con il grande ritorno di Franco Zeffirelli che firma regia e scenografia. Direzione di Stefano Ranzani; nel Cast Anita Hartig, Susanna Phillips, Vittorio Grigolo.

    22 aprile 2014

    Dal Teatro San Carlo di Napoli Otello, di Giuseppe Verdi, la tragedia della gelosia per eccellenza, con la direzione di Nicola Luisotti, la regia di Henning Brockhaus e la scenografia firmata da Nicola Rubertelli. Nel cast Marco Berti, Lianna Haroutounian, Roberto Frontali.

     29 aprile 2014

    Da The Metropolitan Opera l’opera buffa di Wolfgang Amadeus Mozart Così fan tutte, con la direzione di James Levine, la regia di Lesley Koenig, la scenografia di Michael Yeargan. Nel cast Susanna Phillips, Isabel Leonard, Danielle de Niese, Matthew Polenzani

    13 maggio 2014

    La Cenerentola di Gioacchino Rossini da The Metropolitan Opera con la direzione di Fabio Luisi, la regia di Cesare Lievi, la scenografia di Maurizio Balò.  Nel cast Joyce DiDonato, Juan Diego Flórez, Pietro Spagnoli, Luca Pisaroni.

     

  • L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    L’America è sempre l’America: condizionati dall’industria di Hollywood

    hollywood-universal-studios-DIUna decina di giorni fa l’agenzia di rating Dagong ha declassato il dollaro nel silenzio pressoché totale dei nostri organi di informazione (ho anche sentito un downgradato che mi ha fatto salire i brividi lungo la schiena). Un altro segnale di un’incrinatura che diventerà una crepa nel sistema di potere economico, finanziario e politico dominato dal mondo anglosassone.

    Ma come mai, nonostante così tanti segnali più o meno evidenti, nella percezione dell’”uomo della strada” in Europa e nel mondo occidentale in generale, l’America è ancora e sempre l’America?

    Oltre al ruolo giocato dai mezzi di informazione che tacciono volutamente o sono troppo sciocchi per riuscire a capire (probabilmente una commistione di entrambe le cose), un ruolo decisivo nell’affermazione del modello americano lo ha avuto, per decenni, l’industria di Hollywood.

    Talvolta apparentemente seri, talvolta pacchianamente esagerati, i film made in USA che ci vengono propinati da anni hanno spesso il sottotesto: “Gli Stati Uniti sono i bravi e i loro nemici sono i cattivi da combattere”. Ovviamente non sto parlando del grande cinema americano di veri artisti quali Francis Ford Coppola o Martin Scorsese, per citare due dei più noti, ma mi sembra evidente che il cinema Stars & Stripes, in particolare quello dei cosiddetti B-movie, abbia avuto e abbia ancora un impatto molto forte dal punto di vista della propaganda. Sono i film che abbiamo visto per anni “per rilassarci” o “per staccare la spina dopo una giornata faticosa” quelli che, lentamente, ci hanno fatto interiorizzare e assumere come veri determinati stereotipi assolutamente falsi. Per esempio:

    gli USA sono i salvatori del mondo (pensate a Independence Day, in cui il Presidente statunitense in persona conduce l’attacco decisivo contro gli alieni);

    – la legge è inefficiente e quindi è normale che alcuni individui, eroi o giustizieri, si pongano al di sopra di essa così come gli USA faranno nel resto del mondo. Il film dal titolo Dredd- La legge sono io è emblematico, così come Robocop, Cobra, Il Giustiziere della Notte, i film con i vari Arnold Schwarzenegger, Steven Seagal, ecc.;

    – le popolazioni arabe sono legate a una visione barbara e incivile della società (il film-cartone animato Aladdin della Walt Disney si apre con una canzone che dipinge in modo becero il mondo arabo);

    – il mondo socialista/comunista è popolato da individui indistinatmente cattivi e negativi, più simili a freddi automi che a esseri umani (Rambo III e Rocky IV, diretti da Sylvester Stallone, amico di Ronald Reagan che non a caso come Presidente USA coniò l’espressione Evil Empire per definire l’Unione Sovietica).

    Alla luce di questo bombardamento tanto subdolo quanto continuo, non stupisce allora se, immediatamente dopo l’Undici Settembre, l’opinione pubblica occidentale in massa fosse pronta ad appoggiare un intervento militare massiccio in Medio Oriente senza nemmeno attendere che venisse svolta un’indagine seria, dato che le incongruenze riguardo a quell’evento erano e restano davvero tante. Allo stesso modo, non stupisce che negli Stati Uniti abbiano ancora così tanta influenza le lobby delle armi e le associazioni di possessori d’armi da fuoco quali la National Rifle Association, che dell’idea del “farsi giustizia da soli” fanno la propria bandiera… Ma tutto questo finirà: è solo una questione di capire quando esattamente. See you!

     

    Daniele Canepa

    [foto di Diego Arbore]

  • Cinema all’aperto in Santa Brigida: torna la rassegna ‘Cinetruogoli’

    Cinema all’aperto in Santa Brigida: torna la rassegna ‘Cinetruogoli’

    truogoli-santa-brigida-centro-vicoli-d1Torna per il secondo anno Cinetruogoli, la rassegna di film proiettati in piazza Truogoli di Santa Brigida, che per cinque serate si tramuta in un cinema all’aperto.

    Giovedì 12 settembre il debutto con L’età del ferro del regista savonese Diego Scarponi, “Storie e indizi che descrivono quel preciso ambiente territoriale. Un viaggio attraverso le differenti ere industriali che ha vissuto Savona” (ingresso gratuito, inizio proiezione ore 20.30).

    Seguono altre quattro serate, con altrettanti classici del cinema muto e pellicole lontane dai circuiti commerciali. Si tratta di La folla di King Vidor (giovedì 19 settembre), The General – Come vinsi la guerra di Buster Keaton (sabato 21 settembre), Hoboemia (giovedì 26 settembre) e del documentario ligure Patabang di Andrea Frigerio (mercoledì 2 ottobre).

    Le proiezioni inizieranno alle 20.30, con aperitivo alle 19.

    L’evento è organizzato da Vivere Santa Brigida in collaborazione con il Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton del Campus universitario di Savona.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • L’ultimo imperatore: il film di Bertolucci in 3D al Corallo

    L’ultimo imperatore: il film di Bertolucci in 3D al Corallo

    cinema-provini-castingMartedì 10 e mercoledì 11 settembre 2013 (ore 17 e 21.15) il cinema Corallo di Genova Carignano propone il film L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci del 1987, in una versione restaurata e in 3D.

    Il riadattamento del film ha richiesto un lavoro di oltre dieci mesi con un investimento di oltre due milioni di dollari. La pellicola, uno dei film italiani più famosi al mondo, ha vinto 9 Premi Oscar – 4 Golden Globe – 3 Premi BAFTA – 9 David di Donatello – Premio César – 4 Nastri d’argento – Grammy Award.

    Trama del film
    Nel 1908 a Pechino nella città proibita, l’anziana Imperatrice vedova, prossima a morire, si fa portare Pu-Yi, un fanciullo di tre anni, strappandolo alla madre e lo designa suo successore. Ultimo della dinastia Ching passerà la sua infanzia nella mitica Città, signore e padrone assoluto di uno sterminato Impero. Nel 1912, Sun-Yat-Sen proclama la Repubblica, ma il fanciullo resta là come un simbolo, prigioniero ma onorato (e inoffensivo). Successivamente, divenuto adulto va a vivere in un’altra città del Paese con le due mogli, l’istitutore scozzese Sir Reginald Johnston e alcuni fedeli, in un esilio dorato, che lo vede anche in Occidente. Poi la volontà di governare prende il sopravvento e lo spinge a compromessi: avendo nel frattempo il Giappone, spinto da mire espansionistiche, invaso e occupato la Manciuria, terra natia di Pu-Yi, questi sale sul trono di tale regione, ribattezzata Manciukuo, destinato al ruolo di re fantoccio, collaborando con Tokio, che ne condiziona a fini bellici l’effettivo potere. Finita la guerra e caduto in mano sovietica Pu-Yi trascorre, dopo la seconda guerra mondiale cinque anni in Siberia; poi nel 1949 la Cina di Mao ne chiede il rimpatrio come criminale di guerra. Dopo un decennio di rieducazione politica, l’ex Imperatore viene rilasciato dal campo in cui, con molti altri, è stato confinato: ora è un uomo comune, ha riconosciuto le sue colpe (reali o presunte) e lavora da umile giardiniere nell’orto botanico di Pechino. E nel 1967, nel momento in cui coloro che lo hanno rieducato proveranno gli insulti e le vessazioni della rivoluzione culturale Pu-Yi muore.

    Vuoi scoprire tutti gli eventi di oggi e della settimana? Consulta la nostra agenda

  • Violenza sulle donne: il corto ‘Nella tasca del cappotto’

    Violenza sulle donne: il corto ‘Nella tasca del cappotto’

    violenza-donneEra un mangiatore di belle principesse / centinaia e centinaia nella sua pancia ne aveva già messe“. Con questi versi viene presentato al pubblico il nuovo progetto di Marco di Gerlando, regista genovese specializzato nel lavoro con l’infanzia. Il corto che si appresta a realizzare, dal titolo Nella tasca del cappotto affronta la purtroppo attuale tematica della violenza domestica.

    La casa di produzione di Marco, l’indipendente MDG Produzioni, ha già ottenuto per questo progetto il patrocinio del Municipio Centro Est e il supporto di associazioni che operano nell’ambito dell’antiviolenza sul territorio regionale e nazionale.

    Il cortometraggio sarà girato a Genova nel novembre 2013 e il suo autore è alla ricerca di sponsor e finanziatori che vogliano contribuire alla sua realizzazione. Per contattare Marco di Gerlando si può inviare una mail a mdgproduzioni@libero.it.

    Guarda il video promo del corto

  • Cinema all’aperto a Villa Croce: al via Notti vista mare al museo

    Cinema all’aperto a Villa Croce: al via Notti vista mare al museo

    villa-croce-parchi-DIDa martedì 23 luglio a giovedì 1 agosto 2013 al Museo di Villa Croce torna il cinema all’aperto con la rassegna Notti vista mare al museo.

    In programma ogni sera, a partire dalle 19.30, visita guidata gratuita a Villa Croce. Alle 21.30 un “trailer d’artista” precede la proiezione di un film, sempre a ingresso gratuito.

    I film in programma nel museo sono Lost in translation (martedì 23 luglio), I tre caballeros + Saludos amigos (mercoledì 24 luglio), Viaggio in Italia (giovedì 25 luglio), Zabriskie point (lunedì 29 luglio), I diari della motocicletta (martedì 30 luglio), Lisbon story (mercoledì 31 luglio) e Full metal joker (giovedì 1 agosto).

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • To the Wonder di Terrence Malick apre il Genova Film Festival

    To the Wonder di Terrence Malick apre il Genova Film Festival

    cinemaLunedì 1 luglio 2013 ha inizio la 16a edizione del Genova Film Festival: una settimana di proiezioni a ingresso gratuito allo Space Cinema del Porto Antico.

    L’evento inaugurale di lunedì 1 luglio è l’anteprima nazionale di To the Wonder di Terrence Malick, presentato in concorso al Festival di Venezia 2012 e che uscirà nelle sale da giovedì 4 luglio. Il regista francese, noto per la sua riservatezza (la sua ultima intervista risale al 1973 e non permette di essere fotografato dalla stampa), ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2011 con The Tree of Life.

    Questo nuovo film – che ha per protagonisti Ben Affleck e l’ex Bond Girl Olga Kurylenko – racconta la storia d’amore fra Neil, uno scrittore, e Marina, una ragazza madre di origine russa. La loro storia si sviluppa tra l’isola francese di Mont Saint Michel e un paese dell’Oklahoma.

    Guarda il trailer.

    In aggiunta al ricco programma di proiezioni sono ancora attive le iscrizioni per il concorso dedicato al Porto: le opere potranno essere inviate fino al 15 luglio 2013.

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

  • Planet Ocean: documentario francese sulle sorti degli oceani

    Planet Ocean: documentario francese sulle sorti degli oceani

    Stabilimento balneareMercoledì 26 giugno 2013 (ore 21.30) presso la sede dell’associazione sportiva Vignocchi, nei pressi di Genova Boccadasse, si tiene la proiezione del documentario Planet Ocean.

    L’evento è organizzato dal gruppo Critical Mass Genova in collaborazione con il circolo locale di Greenpeace. Chi lo desidera potrà raggiungere Boccadasse in una pedalata collettiva: partenza alle ore 20.30 in piazza De Ferrari.

    (vuoi sapere cos’altro si può fare e vedere oggi a Genova e dintorni? Consulta l’agenda eventi di Era Superba)

    [foto di Daniele Orlandi]