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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    Euro: il rischio recessione è concreto, urge strategia condivisa

    EuropaQuesti giorni saranno cruciali per il destino dell’euro. O si trova una soluzione veloce per dare fiducia ai mercati garantendo un salvagente di qualche tipo per i debiti delle economie europee, oppure lo scenario sarà davvero fosco. C’è il concretissimo rischio che l’Europa esploda ricatapultandoci indietro di vent’anni e scaraventandoci in una recessione economica paurosa, che avrà ripercussioni planetarie.

    In termini concreti questo potrebbe significare: chiusura del credito alle imprese, fallimento a catena delle aziende, disoccupazione a livelli record e misure draconiane di taglio alla spesa pubblica che deprimerebbero l’economia del nostro paese per molti anni. E’ questo che ci stiamo giocando forse già questa settimana.

    Al punto in cui siamo potrebbe bastare un incidente qualsiasi (tipo un’asta di titoli di Stato andata male) per scatenare il panico e il fuggi-fuggi generale, con i tassi d’interesse dei Btp che schizzano alle stelle e il governo italiano che deve chiedere aiuto alla Bce o al Fmi per finanziarsi. In pratica, la bancarotta. E una volta crollata la terza economia europea, il destino del resto dell’Europa sarebbe segnato, perché l’eurozona perderebbe definitivamente credibilità.

    Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che lo scenario sia così concretamente catastrofico induce molti a pensare positivo. Infatti, dato che è difficile che qualcuno possa prevedere di guadagnarci qualcosa in tutto questo, è più realistico supporre che la pressione delle diplomazie internazionali riesca a vincere gli egoismi dei singoli Stati europei fino a produrre una strategia risolutiva condivisa da tutti.

    Ormai persino gli Stati Uniti e la Cina, che da una caduta dell’euro rischierebbero fortissimi contraccolpi, dato che esportano tantissimo nell’eurozona, si sono mossi per fare pressioni sui partner del vecchio continente. Pechino, ad esempio, si è detta disponibile ad investire nelle infrastrutture europee: non significa che comprerà il debito dell’eurozona, ma è un segnale che gli Americani non hanno sottovalutato. Infatti Obama, da tempo preoccupato che i cinesi possano intervenire in Europa, comprandosi insieme con il debito anche una larga influenza sulla politica europea, si è addirittura spinto fino al punto di impicciarsi nelle discussioni tra Francia, Italia e Germania raccomandando caldamente gli eurobond (i famigerati titoli di Stato europei che, secondo alcuni, sarebbero al riparo dai timori di insolvenza e dagli attacchi speculativi).

    Queste interferenze, paradossalmente, sono segnali positivi: sono indici del fatto che un crollo dell’eurozona significherebbe una recessione globale che nessuno vuole. E più ci avviciniamo al punto di non ritorno, più è facile che la soluzione salti fuori. Tutto questo ricorda un po’ uno di quei “giochi” che facevano i teppisti degli anni ’80: rubare una macchina, lanciarsi giù da una scarpata a motore spento e fare a gara a chi scende dall’auto per ultimo. Più si avvicina il punto dell’impatto, più è probabile che uno dei “giocatori” apra la portiera e si catapulti fuori. Ma il rischio che si salti troppo tardi e che ci scappi il morto è sempre presente.

    Speriamo ovviamente che ciò non avvenga. Ma se per caso dovessimo riuscire a venirne fuori, non dovremo commettere l’errore di pensare di avere risolto tutti i nostri problemi. Non esiste una soluzione immediata e definitiva: esistono provvedimenti che possono dare ossigeno e “comprare” dai mercati il tempo che ci serve per intraprendere cambiamenti più radicali. Molti economisti dicono che il problema dell’euro è quello di una moneta unica che non ha una politica monetaria unica. O meglio: in teoria ce l’avrebbe, ma in pratica i veti incrociati dei singoli Stati fanno fallire gli accordi. Il che è più o meno quello che sta succedendo in questi giorni, con la Germania che (non proprio senza motivo, in verità) si oppone a quelle soluzioni che gli altri sembrerebbero anche disposti a condividere.

    La questione appare strettamente economica, ma in realtà è molto più ampia. Il punto è politico. Fare un’unione di mercati con una moneta unica è stato relativamente facile, perché era conveniente un po’ per tutti. I governi non potevano più svalutare la moneta (come ha fatto l’Italia fino agli anni ’90), ma comunque si agganciavano ad un mercato comune forte e prospero, in cui le importazioni e le esportazioni erano agevolate e l’economia ne poteva beneficiare largamente. Ma tutto il resto è passato in secondo piano.

    Oggi dovremmo aprire un largo dibattito su cos’è l’integrazione europea, per non buttar via quello che abbiamo costruito fin qui. In passato non siamo riusciti a fare una politica estera condivisa nemmeno nelle linee generali: un campanello d’allarme sottovalutato semplicemente perché, detto francamente, l’economia andava bene e a tutti questo bastava. Quasi che i tanti secoli di guerre che tutti gli Stati europei avevano attraversato per giungere ad un’unità politica e territoriale non avessero insegnato che il fatto di essere uniti e di sapere rispondere insieme alle difficoltà è un risultato politico nel contempo indispensabile e straordinario, che si raggiunge solo faticando molto. Invece, una costituzione che mette al centro il mercato comune e non i diritti e l’unione politica, alla lunga è controproducente.

    Oggi l’Europa non parla ad una voce perché è divisa: ha un mercato e un’economia comuni da proteggere, ma non ha una politica comune per farlo. Questo è il problema. Ovvio che non si possa pensare di sopravvivere rimanendo così come siamo: o si rimette in moto una politica di unione confederale, a scapito di pezzi di sovranità dei singoli Stati, oppure si muore. Ecco perché questa tempesta economica e finanziaria, oltre che un rischio enorme, può essere anche una grande occasione. Sempre che vogliamo dimostrare di avere ancora un futuro, come Europei.

    Andrea Giannini

  • Il governo tecnico impari a fare politica, o tornerà a casa presto

    Il governo tecnico impari a fare politica, o tornerà a casa presto

    Mario MontiSiamo tutti in attesa di vedere Monti all’opera. Stiamo tutti aspettando fiduciosi che si concretizzino i migliori auspici (come i tagli dei privilegi della casta o una tassazione che gravi più sui patrimoni e meno sui redditi da lavoro), ma anche che si smentiscano le peggiori preoccupazioni (tipo l’inadeguatezza di Mister “Conflitto d’Interessi” Corrado Passera, oppure del nuovo ministro della giustizia, che in passato non solo faceva l’avvocato dei mafiosi e dei poteri forti, ma che rilasciava anche inquietanti dichiarazioni contro le intercettazioni e contro i pentiti).

    Nel frattempo, però, possiamo parlare d’altro. C’è ad esempio un aspetto rilevante dell’attualità che ha a che fare proprio con la formazione del nuovo governo e che è rimasto un po’ sottotraccia: la funzione della politica.

    Da quando è arrivata la lista dei nuovi ministri, infatti, a parte il sospiro di sollievo per il fatto che non vi erano stati inseriti degli inquisiti (il che è un risultato non da poco…), l’uomo della strada ha esclamato: “finalmente persone competenti”. Anche i giornali e i media non sono andati poi così distanti da questa valutazione. Tant’è che quando qualcuno ha cominciato a lamentarsi per la mancanza di politici all’interno di questo nuovo esecutivo, le ironie si sono sprecate.

    A tutti è parso che un governo tecnico, seppure non eletto direttamente dai cittadini, avrebbe potuto fare sicuramente meglio di una classe politica largamente compromessa e con un credito di fiducia ridottissimo. A tutti è sembrato che un governo di “tecnici”, cioè di persone di comprovata esperienza nel loro mestiere, fosse una soluzione tanto banale quanto giusta: cosa c’è di meglio di un economista all’economia, di un ammiraglio alla difesa, di un avvocato alla giustizia o il presidente del CNR all’istruzione?

    In realtà le cose non sono così facili. Innanzitutto bisogna distinguere tra questa classe dirigente e la politica in generale. Se pensiamo a questa classe politica, ci viene effettivamente da sorridere a paragonare l’attuale Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, al ministro uscente Sandro Bondi, che, a parte le indubbie doti poetiche, aveva scarsa esperienza e ha avuto scarsi risultati. Difficile pensare che Ornaghi, pur non avendo fatto ancora nulla, possa far peggio del suo predecessore, e questo sembrerebbe avvalorare l’idea che la competenza dei tecnici sia preferibile all’inconsistenza dei politici.

    Ma se ci astraiamo dal particolare e consideriamo la questione in senso generale, la valutazione cambia. Non c’è dubbio che questi politici oggi si lamentino solo perché temono che un eventuale successo di Monti metta in risalto la loro assoluta inadeguatezza. Eppure, in condizioni normali, in una democrazia che funziona, c’è un motivo ben specifico per cui i governi devono essere composti da politici, cioè da persone che hanno una comprovata esperienza non tecnica, ma politica: il motivo è che le decisioni che sono chiamati a prendere sono non tecniche, ma politiche.

    E’ un errore ritenere che basti mettere un eccellente medico o un bravo dirigente sanitario alla sanità per avere ospedali pubblici che funzionano. Innanzitutto, l’esperienza tecnica di un singolo è spesso limitata rispetto a quelle che sono le funzioni, molto più ampie, di un ministero: ad esempio un avvocato è esperto di come si difende una parte in un processo, ma non è detto che sappia valutare quali sono i problemi dell’amministrazione della giustizia italiana nel suo complesso. Secondariamente, anche ammettendo un esperto di ampissime conoscenze e vastissima profondità di giudizio, non è detto che non si possa sbagliare: il mondo è premio di premi Nobel di tutte le discipline che hanno formulato teorie che poi si sono rivelate semplicemente errate o di esperti che divergono sullo stesso argomento.

    Il che dovrebbe insegnarci che la Verità rivelata appartiene forse agli dei, ma che nessun uomo è tanto competente da darci la sicurezza che non si sbaglierà quando dovrò fare delle valutazioni.

    Monti è uno stimato economista: ma chi ci dice che le sue idee non siano sbagliate? Mi si obietterà che la garanzia assoluta non la può offrire nessuno, ma che una persona offrirà tante più garanzie quanto più è competente. Ed è vero. Ma allora come stabiliamo chi è più competente? Ad esempio, la scelta dello stesso Ornaghi è stata contestata perché è il rettore di un’università privata: perché dovrebbe sapere come si gestisce il patrimonio pubblico? Come si vede, “competenza” è una bella parola, ma nel concreto mette non poche difficoltà. Inoltre resta la questione di fondo: un premier e un ministro sono responsabili per decisioni politiche e non tecniche. Un economista può avere anche una straordinaria visione dell’economia, ma un Ministro dell’Economia si deve occupare di ripartire le risorse, di far quadrare il bilancio di uno Stato, di stanziare dei fondi, di controllare il gettito e molte altre cose ancora, sapendo che ogni decisione che prenderà accontenterà qualcuno e scontenterà qualcun altro.

    Se devo decidere di rifinanziare una missione di guerra oppure di destinare risorse al sostegno nell’istruzione pubblica, non sto prendendo una decisione tecnica, ma politica. Devo tenere in conto che nel primo caso potrei scontentare gli alleati, provocano conseguenze diplomatiche, mentre nel secondo caso verrei meno ai compiti dello Stato e mi attirerei le proteste di presidi, insegnanti e genitori. Devo scegliere anche tra un problema morale o una questione di duro realismo. Questo è il lavoro di un politico.

    Un conto è dire: “facciamo la riforma delle pensioni”; un altro conto è riuscire a farla, vincendo le resistenze di chi si oppone, i dubbi di chi non si fida, i veti incrociati, i distinguo degli alleati, eccetera. Il bravo politico sa fungere da collettore delle diverse esigenze sociali, promuovendo la soluzione più virtuosa con i minori sacrifici possibili. Ha il carisma, la statura morale, il rispetto e la parola per farsi ascoltare e sapersi relazionare con la gente nelle piazze e con gli altri politici nei palazzi. Queste qualità una volta si acquisivano con la gavetta e con un meccanismo di selezione della classe politica che favorisse i risultati e non il clientelismo. Non c’è dubbio che oggi non sia più così; ma proprio per questo dovremmo preoccuparci di rifondare la politica e non di sostituirla col sapere tecnico.

    Dello stesso Monti, che deve misurarsi con un Parlamento in apparenza entusiasta, ma nella pratica pronto ad impallinarlo alla prima occasione, diremo un gran bene solo se dimostrerà di sapersi comportare da grande politico, perché vorrà dire che sarà riuscito a far passare i provvedimenti migliori rimanendo a galla. Se invece vorrà fare il professore, magari sarà la Saggezza personificata, ma tornerà a casa molto presto.

    Andrea Giannini

  • Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Mario Monti è il male minore, Di Pietro e Vendola come Bertinotti

    Nichi Vendola e Antonio Di PietroUna delle più geniali imitazioni nella carriera di Corrado Guzzanti, a mio avviso, rimane quella di Fausto Bertinotti, l’ex-leader di Rifondazione Comunista. A parte la straordinaria capacità caratteristica quell’imitazione era riuscitissima anche per l’intelligenza della satira. Il comico romano, ad esempio, riusciva a mettere in ridicolo l’irriducibilità di una posizione politica funzionale a fare opposizione, ma non a governare. Epico il perentorio comizio del “sub-comandate Fausto” in un programma con la Dandini di molti anni fa: «Siamo inaffidabili! Noi non possiamo governare. Il comunismo è fantasia! Questo mito della governabilità è un mito della destra! La sinistra deve restare all’opposizione. La storia della sinistra italiana dice che la sinistra deve restare all’opposizione! La sinistra non può concedersi il lusso di governare questo paese». E ancora, in uno show a teatro nel 2009: «Capovolgendo il pensiero buonista del Partito Democratico, che dice di essere uniti anche nella diversità, noi invece diciamo: dividiamoci anche se la pensiamo grossomodo allo stesso modo!». Geniale.

    Ecco, oggi che Bertinotti e Rifondazione Comunista non ci sono più, ci si sarebbe augurati che Di Pietro e Vendola, che di fatto svolgono la funzione della sinistra cosiddetta “antagonista”, non si facessero trascinare negli stessi errori: cosa che non è successa. Intendiamoci: in politica, avere una posizione chiara e netta è indispensabile. E sia l’Italia dei Valori che Sinistra e Libertà hanno una linea precisa: il rispetto della Costituzione, la legalità, la lotta al conflitto d’interessi, il contrasto all’evasione, la difesa dei ceti più deboli, eccetera. Tutti principi sacrosanti che i due leader – bisogna riconoscerlo – hanno cercato di perseguire con una discreta coerenza (a parte qualche “inciampo” non proprio piccolissimo, tipo il caso Scilipoti nell’IDV o i rapporti discutibili di Vendola con il senatore Tedesco, finito nello scandalo della sanità in Puglia).

    Tuttavia avere le idee chiare non basta. Ci vuole anche carisma, fiuto e capacità di sintesi; ci vuole la stoffa per saper strappare degli accordi vantaggiosi; in una parola, bisogna sapere negoziare.

    Ora, negli ultimi 17 anni, Berlusconi ha inquinato questo presupposto normale della vita democratica. Con le proposte di legge del Cavaliere, per il modo in cui erano concepite e per il fine a cui erano indirizzate – e questo va rimarcato con forza, altrimenti si fa di ogni erba un fascio -, ogni compromesso è stato impossibile: contrattare su prescrizione breve, legge-bavaglio, pericolose modifiche della Costituzione, riforma della giustizia e tante altre belle cose non si poteva e non si doveva fare. Non si poteva accettare che un concessionario dello Stato, ineleggibile per legge, puntasse a sfasciare il buon funzionamento di uno Stato per ottenere impunità per i suoi amici e vantaggi per le proprie aziende. I compromessi sono diventati rese e le collaborazioni inciuci.

    Ma era da dicembre dell’anno scorso, dallo strappo con Fini, che il Cavaliere aveva smesso di governare. Le opposizioni cosa hanno aspettato per costruire un’alternativa? Il PD è un soggetto misterioso e diviso, ma l’iniziativa per costruire una piattaforma condivisa poteva partire benissimo da Vendola e Di Pietro. Con un programma scritto, sul modello di quello che presentò l’Unione di Prodi, ma possibilmente più snello e concreto, si poteva mettere nell’angolo il PD e costringerlo a costruire un’alleanza.

    Il Fatto Quotidiano mesi fa propose una legge anti-corruzione a costo zero. Si poteva esser d’accordo o meno, ma il punto è che non si limitò a chiederla: la scrisse. La buttò giù articolo per articolo. Se un giornale arriva a questi punti di concretezza, perché non può farlo una forza d’opposizione? Ma si è preferito discutere di alleanze: Casini si o Casini no?

    Poi è arrivata l’estate delle tribolazioni finanziarie e la coppia Berlusconi -Tremonti collezionava pessime figure: ma dall’altra parte tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è spuntata la lettera della BCE. Il mio pensiero in proposito l’ho scritto la settimana scorsa, suggerendo anche, pur non essendo un economista, delle alternative. Ma dall’opposizione ancora tante critiche e nessuna controproposta.

    Poi è caduto Berlusconi e Napolitano ha guardato subito a Monti. Dall’opposizione di nuovo critiche.

    Eppure, chi aveva causato il mal suo, avrebbe dovuto piangere se stesso. Qual’era l’alternativa? Lasciare tutto in stand-by per mesi fino alle elezioni con la pistola puntata di uno spread alle stelle? E che garanzie di tenuta avremmo avuto con la vittoria di un centro-sinistra che a tutt’oggi non ha una coalizione e non ha un programma? Inutile che Di Pietro parli di «macelleria sociale». Il fallimento del paese farebbe una «macelleria sociale» ben peggiore. Per questo la gente appoggia Monti: perché è il male minore.

    Ed è colpa anche di Di Pietro, che evidentemente si è accontentato di farsi bello con il proprio elettorato mostrandosi duro e puro, se, quando c’era tempo, non si è costruita un’alternativa. E ora è costretto, obtorto collo, ad imparare a mediare. Così, mentre l’Italia incrocia le dita, ci tocca concludere che Di Pietro è un ex-magistrato onesto e Vendola un buon oratore: ma entrambi non hanno saputo dimostrare di essere anche buoni politici.

    Andrea Giannini

  • Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Evasione Fiscale: in Italia l’illegalità è la regola

    Modello 730L’evasione fiscale ci costa 120 miliardi l’anno. La stima (prudenziale) è quella fatta da Nunzia Penelope nel libro Soldi Rubati (2011, Ponte alle Grazie). E appare assolutamente realistica, perché basata su stime di organi pubblici come la Corte dei Conti.

    D’altra parte, che non si tratti di un numero campato in aria, lo si capisce considerando che solo con l’ultimo condono sono stati rimpatriati 100 miliardi di capitali (dai quali, per inciso, lo Stato ha ricavato la miseria del 5%). Per dare un metro di paragone, in base a quello che è scritto nella lettera che Berlusconi ha portato a Bruxelles la scorsa settimana, l’effetto correttivo sui bilanci pubblici di tutti gli interventi “lacrime a sangue” presi dal Parlamento quest’estate sarà pari, da qui al 2014, a 60 miliardi di euro.

    Il che vale a dire che basterebbe non sconfiggere, ma dimezzare l’evasione fiscale per risparmiarci gran parte dei sacrifici che il dissesto dei conti pubblici, la crisi economica e la speculazione internazionale ha reso necessari. Tant’è vero che il governo ha cominciato a battere sul tasto del recupero dell’evasione come leva per il risanamento. Peccato però che non si possa fare molto affidamento su un incasso virtuale. E’ come per quelle società che mettono a bilancio, in attivo, i crediti non recuperati: sono soldi dovuti, è vero, ma non sono a disposizione (e chissà mai se lo saranno).

    Infatti l’Europa ci ha avvertito che non si fida di quelle che, allo stato attuale, rischiano di essere promesse che non si possono mantenere. Combattere l’evasione non è facile. In particolar modo in Italia. Per quale motivo? Si potrebbe cominciare dicendo che un premier imputato più volte per reati fiscali potrebbe avere qualche remora a inasprire le leggi contro i reati fiscali. Se poi questo stesso premier, a parole, legittima l’evasione, quando la tassazione agli occhi del contribuente appare troppo alta, è chiaro che poi passano messaggi poco proficui. Ma dare la colpa di tutto a Berlusconi sarebbe un errore.

    I grandi evasori si sentono tutelati grazie a leggi “benevole” fatte da governi di destra e di sinistra. E non ci sono solo i grandi evasori: il partito di chi non paga le tasse è trasversale. Sappiamo tutti che a non fare lo scontrino o a non rilasciare le ricevute sono un po’ tutte le categorie di commercianti e liberi professionisti. Solo il lavoratore dipendente non evade (ma unicamente perché non può, dato che le tasse gli sono detratte direttamente in busta paga).

    Arriviamo così al nodo del problema: uno stato di illegalità diffusa che coinvolge un po’ tutti e che costringe i politici che vogliano mantenersi la poltrona a non calcare troppo la mano contro l’evasione fiscale. Come siamo arrivati a questo?

    Con le soluzioni all’italiana, ossia tollerando l’evasione come ammortizzatore sociale. Le tasse sono alte, è vero, ma tanto si da per scontato che nessuno, grande o piccolo che sia, si mette a pagare tutto. E comunque l’economia va abbastanza bene, lo Stato si indebita ma riesce a fare un minimo di spesa sociale e tutti riescono più o meno ad adattarsi.

    Ma poi arriva la crisi. Ci si accorge che i conti non sono poi così in ordine e finanziare il debito costa sempre di più. Qualcuno comincia addirittura a paventare il rischio di insolvenza. Allora si taglia prima di tutto la spesa pubblica (cioè i servizi e gli incentivi). Poi si aumentano le tasse (più o meno occultamente). Ma fino a un certo punto.

    Come ha scritto una volta Michele Boldrin su Il Fatto Quotidiano, se prendiamo il PIL italiano, scorporiamo la stima del lavoro nero che non è tassato (il 12,5% secondo i conti dell’economista) e lo dividiamo per quello che incassa lo Stato, otteniamo una percentuale che registra la nostra pressione fiscale come la più alta del mondo! Superiamo persino quella dei paesi scandinavi, dove però ci sono servizi pubblici di altissima qualità.

    Morale: dato che le tasse sono già altissime, se non si vuole deprimere completamente l’economia, per fare cassa bisogna trovare altre soluzioni. Arriviamo così all’ultima novità: toccare il costoso sistema pensionistico. L’evasione invece, che ci costa forse anche di più, al di là degli spot, non si tocca: si scontenterebbe troppa gente.

    La nostra debole politica si può permettere di colpire solo le categorie più deboli, oppure di scaricare i sacrifici sulle spalle dei cittadini nel modo più ampio e indiscriminato. Perché gli Italiani sono l’unica categoria che non è abbastanza compatta per organizzare una protesta coerente.

    E’ così che siamo finiti in un tunnel da cui non sappiamo come uscire. Certo, ci sarebbe sempre la via più semplice: prendere provvedimenti che non abbiano a che fare con il calcolo elettoralistico di accontentare o di scontentare qualcuno, ma con la giustizia. Tanto per fare un esempio, si potrebbero colpire i privilegi indebiti, i comportamenti illegali e le inefficienze costose. Basterebbe appellarsi all’equità e dire: dobbiamo fare questo e questo non perché è conveniente per qualcuno, ma semplicemente perché è giusto. Peccato che quando l’illegalità è la regola, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non si distinguono più.

    Andrea Giannini

  • La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    La morte di Gheddafi evita all’ occidente un processo scomodo

    GheddafiPerché l’opinione pubblica sente l’esigenza di “condannare”? Qual’è il senso della “condanna” espressa su tv e giornali da forze politiche ed opinionisti? Che esigenza abbiamo di definire ciò che è male? Siamo forse un dio che deve dividere i buoni dai cattivi?

    Giovedì, ad esempio, muore Gheddafi. C’era bisogno di dire che è morto in un modo che non si augura a nessuno? C’è qualcuno che non s’era accorto dell’atrocità della cosa? C’è forse il rischio di un qualche emulo esaltato? E allora perché aggiungere all’ovvio un biasimo ipocrita?

    Invece che domandarsi se la frettolosa morte del Raìs non sia servita alle diplomazie occidentali per evitare un processo, magari a porte aperte, dove sarebbero potuti spuntare fuori imbarazzanti scheletri nell’armadio, l’opinione pubblica si affretta a “condannare”.

    Mi chiedo che titolo abbiamo noi occidentali, e in particolare noi Italiani, di giudicare. Forse che noi ci siamo comportati meglio con i nostri dittatori? Non abbiamo fatto scempio anche noi del cadavere di Mussolini? Ci siamo già dimenticati dei calci, dei proiettili, degli ortaggi che non i militari, ma la popolazione, “brava gente”, ha scagliato contro una salma senza vita? Ci siamo dimenticati che ci fu chi urinò sul cadavere dell’incolpevole Claretta Petacci, la quale venne poi appesa a testa in giù senza mutande, prima che un parroco non avesse il pudore di fermarle la gonna con una cintura?

    Probabilmente oggi, dal nostro comodo punto di vista, ci farebbe piacere dimenticare il passato e immaginare una realtà più pulita. Peccato che le cose non stiano così. Non si scopre oggi che la guerra genera mostri. E’ odio, rancore, desiderio di vendetta, di annichilimento del nemico. E’ questo che abbiamo voluto e promosso in Libia, da Sarkozy fino allo stesso Napolitano: abbiamo voluto che i Libici si uccidessero tra di loro. Cos’altro ci potevamo aspettare? Morire sotto una bomba, ustionati dentro un cingolato o massacrati da una folla inferocita è davvero tanto meglio rispetto a quello che è capitato a Gheddafi? Quanti soldati lealisti caduti in mano nemica sono morti, non ripresi dalle telecamere, in modo persino peggiore del Colonnello? Quanti ribelli torturati a morte nelle prigioni di Tripoli? Eppure sono queste le cose che sono andate in scena fino a ieri: violenze e barbarie, che hanno chiamato altre violenze e altre barbarie. Fino all’epilogo di giovedì.

    E ora ci vogliamo arrogare il diritto di tagliare con la spada i massacri giusti da quelli sbagliati? Una spirale d’odio e di sangue è una macchina che non si ferma a comando. Capisco che la diplomazia internazionale viva anche di queste ipocrisie. Ma l’opinione pubblica non può lavarsi la coscienza così facilmente. La guerra di liberazione era davvero giusta? Andava davvero appoggiata con l’aviazione della NATO?

    Beh, allora anche la fine di Gheddafi fa parte di quello che abbiamo appoggiato. E’ la guerra, bellezza: si prende tutto il pacchetto. Ed è per questo motivo che suscita tanto orrore.

    Andrea Giannini

  • Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Alessandro RepettoCiclicamente, soprattutto quando il paese affronta congiunture economiche negative ed è necessario approvare provvedimenti finanziari che taglino drasticamente le spese, si ripresenta puntualmente nel dibattito politico la questione dell’abolizione delle Province, considerate da alcuni commentatori degli enti superflui, se non del tutto inutili, che contribuiscono a gonfiare ulteriormente i costi di un sistema già al collasso.  Ne abbiamo discusso con Alessandro Repetto, Presidente della Provincia di Genova.

    Quale è il suo punto di vista sulla questione?

    Il mio è un giudizio disinteressato visto che sono al mio secondo mandato come Presidente e non potrò più ripresentarmi. Il tema dell’abolizione è spesso trattato con leggerezza da chi dimostra di non conoscere neppure le competenze della Provincia. E l’abolizione viene immaginata come la panacea di tutti i provvedimenti finanziari. Ma i finanziamenti che le province erogano per conto di regioni e stato, in loro assenza dovrebbero necessariamente essere erogati da altri soggetti e si avrebbero costi maggiori a causa del frazionamento delle spese. E le cito un esempio concreto: l’inverno scorso la Provincia di Genova ha acquistato, per conto di numerosi piccoli comuni, diverse tonnellate di sale per affrontare il problema del ghiaccio sulle strade. Il prezzo per i comuni interessati si è rivelato sicuramente vantaggioso rispetto a quanto avrebbero speso singolarmente. A mio parere se si vuole effettivamente ridurre le spese va drasticamente diminuito il numero dei parlamentari. Per le province si dovrebbe invece ragionare in direzione di una progressiva razionalizzazione.

    Molti cittadini non hanno nemmeno idea di quali competenze rientrino nell’ambito delle Province. Ci può indicare tre buoni motivi per mantenerle in vita? 

    Le province sono le istituzioni in grado di far dialogare tutti i soggetti del territorio su un piano di uguaglianza e rappresentano una forma di tutela per le realtà più piccole. Inoltre giocano un ruolo importante nella promozione di iniziative in rete. Ad esempio la Provincia di Genova presenterà in questi giorni il centro servizi territoriali: un progetto nato per aiutare nel processo di informatizzazione i 39 piccoli comuni che aderiscono all’iniziativa. Per quanto riguarda i tre buoni motivi a favore del mantenimento della provincia le cito alcuni nostri interventi. Nell’ambito della viabilità sulle strade provinciali abbiamo ridotto del 50% i costi della manutenzione grazie all’osservazione diretta sul territorio; la programmazione e pianificazione urbanistica sovra comunale che stiamo realizzando in valle Stura; le politiche di formazione-lavoro: la provincia interviene affinché non si creino situazioni di disparità fra diverse realtà del territorio con un ruolo di garanzia per i comuni meno attrezzati.

    Secondo lei è condivisibile la proposta di far lavorare di più le Province, aumentarne le competenze, invece di sopprimerle?

    Il disegno delega di Calderoli prevede nuove competenze per le province. Io sono perfettamente d’accordo. Le competenze devono essere chiare in modo da garantire un informazione corretta al cittadino. E stop all’eccessivo frazionamento delle competenze fra i diversi enti. Se ci sono 7 enti competenti in materia è difficile per il cittadino sapere a quale rivolgersi.

    Oliviero Toscani ha proposto dalle colonne de “La Stampa” di aggiungere i beni culturali alle competenze delle Province. La Provincia potrebbe diventare un ente mediatore fra i diversi livelli, nazionale e territoriali, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali?

    Questi obiettivi li stiamo già perseguendo: attraverso i nostri finanziamenti e quelli regionali abbiamo recuperato le badie di Tiglieto e di Borzone (entroterra di Chiavari). E con i fondi europei siamo intervenuti per conservare i numerosi beni culturali sparsi nei nostri comuni e sconosciuti ai più.

    Legambiente immagina anche altre priorità per le Province. Ad esempio la cura del territorio e delle acque. Gli ambientalisti auspicano anche un nuovo ruolo per l’espansione dell’uso di energie rinnovabili. Lei cosa ne pensa?

    La nostra provincia sta mettendo in campo diverse iniziative a tutela dell’ambiente. Siamo una delle poche ad avere un bilancio energetico (in cui indichiamo i percorsi da seguire, gli aspetti da migliorare, dove intervenire). La provincia non avendo un interesse politico diretto sul territorio, come succede invece ai comuni, ha una visione di secondo livello ed è facilitata nel denunciare situazioni di degrado ambientale. Fra i nostri progetti mi fa piacere ricordare la fondazione Muvita, una fondazione partecipata nata per seguire le iniziative a favore delle energie rinnovabili. E in collaborazione con l’Autorità Portuale siamo impegnati nella realizzazione di un importante progetto che prevede un nuovo modello di porto che permetta di diminuire l’inquinamento delle navi sfruttando le energie verdi.

    Matteo Quadrone