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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Niente referendum per l’abrogazione della legge elettorale

    Niente referendum per l’abrogazione della legge elettorale

    Il referendum per l’abrogazione della legge Calderoli ha incassato una doppia bocciatura dalla Consulta. I quesiti per abbattere la così detta legge “Porcellum” sono stati respinti dalla Corte Costituzionale dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio. Il primo quesito presentato dal comitato promotore del referendum chiedeva l’abrogazione totale dell’attuale legge elettorale, mentre il secondo proponeva l’abrogazione di una parte del testo di legge.

    Risultano dunque vane le 35.000 firme raccolte nella sola Genova tra settembre e ottobre: “La Corte costituzionale – si legge nel comunicato – in data 12 gennaio 2012, ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della camera dei deputati e del senato della repubblica). La sentenza sarà depositata entro i termini previsti dalla legge”. Bocciati entrambi i quesiti presentati dal comitato promotore del referendum: quello che chiedeva l’abrogazione totale della Calderoli, sia quello che ne chiedeva l’abrogazione in parte.

    Il Parlamento potrà comunque varare una nuova legge tenendo conto dell’alto numero di firme raccolte (oltre un milione in tutta Italia) a sostegno della proposta referendaria, ma qualora ciò non avvenisse, anche le prossime elezioni avranno luogo con il “Porcellum” di Calderoli.

  • La Scozia chiede l’indipendenza dal Regno Unito, referendum nel 2014

    La Scozia chiede l’indipendenza dal Regno Unito, referendum nel 2014

    ScoziaNon si tratta di un’indiscrezione, ma di un annuncio ufficiale. La Scozia vuole la secessione dal Regno Unito e oggi il Primo Ministro scozzese Alex Salmond ha avanzato la proposta legislativa annunciando per l’ottobre del 2014 un referendum. Gli scozzesi potranno quindi recarsi alle urne e decidere attraverso il voto se restare con la Gran Bretagna o distaccarsene definitivamente.

    Già in sede di campagna elettorale il premier scozzese non aveva nascosto le sue mire indipendentiste, per gli uffici londinesi non si tratta quindi di una notizia spiazzante e inaspettata, anche se, dopo la vittoria dei conservatori e la crisi nera dell’Euro, si pensava che le sue mire si fossero placate. A Londra, comunque, non si sono fatti trovare impreparati e Camerun è immediatamente partito al contrattacco: “[…] il distacco della Scozia sarebbe un danno gravissimo per l’Unione, inutile nasconderlo.”

    Ma non è tutto, il premier inglese si è spinto oltre: “Se vorrete indire il referendum, avrete bisogno del nostro benestare…” Una affermazione che ha il sapore della minaccia e che risveglia da una parte e dall’altra antichi dissapori…

    Aldilà del confine Salmond non si è fatto intimorire, si è detto convinto che in due anni di approfondite discussioni il popolo scozzese arriverà all’appuntamento del 2014 preparato e saprà prendere la decisione giusta, “la decisione più importante in 300 anni di storia” come l’ha definita lui stesso.

     

  • Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ipocrisia e giornalismo: gli editoriali del Corriere della Sera

    Ogni tanto è utile osservare il nostro paese attraverso il racconto che ne fanno media e giornali, il più prestigioso dei quali è per antonomasia il Corriere della Sera. Come altri quotidiani, insieme alle cronache di bravi giornalisti, il Corriere ospita le opinioni di “illustri” firme del giornalismo italiano. Mi ha sempre affascinato il mestiere dell’opinionista: deve essere bello poter esporre su un organo di stampa così importante le proprie considerazioni personali. Chissà quali vastissime competenze e quali ricchissime esperienze devono avere coloro ai quali è concesso questo privilegio. Ecco: un’attenta lettura del quotidiano di Via Solferino ci da una buona misura di quale sia lo stato dell’informazione e quale enorme contributo diano certi editorialisti al dibattito pubblico. Prendiamo l’edizione di ieri.

    Esordio col botto: in prima pagina troneggia Galli della Loggia, intellettuale esperto di storia, economia e politica, con un articolo dal titolo “Svolta necessaria, nostalgie inutili“. Nel giorno in cui Sarkozy incontra la Merkel per discutere l’atteggiamento da tenere con i paesi in difficoltà economica, come il nostro, la storica firma di Via Solferino si preoccupa piuttosto di informarci che «dopo Monti, nulla sarà più come prima». Addirittura? E’ iniziata la fulgida epopea, dice Galli della Loggia, di un nuovo modo di governare, che consentirà di «evitare le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure». Cioè decide tutto Monti? Ma no: sarà solo «una leadership di tipo nuovo, democratica ma forte, che mira diritto allo scopo».

    Basta che Monti si renda conto che deve essere ancora più fermo e ancora più deciso per superare da qui in avanti tutte le divergenze, i mal di pancia e le resistenze corporative della nostra società. Strano: sarebbe venuto da pensare che a volere essere troppo rigidi gli attriti sarebbero aumentati. E il dialogo? La concertazione? Il compromesso? Roba vecchia: Galli della Loggia ha già chiaro in testa il volto dello statista del nuovo millennio, modellato sull’algida figura dell’ex-commissario europeo e attuale Presidente del Consiglio.

    Magari ad alcuni potrebbe apparire un pelino prematuro, dopo neanche due mesi di governo, mettersi a decantare le virtù di un supposto Monti-pensiero; ma l’illustre pensatore rincara la dose e ammonisce, anzi, che i partiti sono necessariamente ad una svolta, perché la maggioranza degli Italiani «non sarebbe più disposta […] a sopportare governi di coalizione» dato che il successo di Monti «segna l’inevitabile tramonto della loro forma attuale». Sarà. Ma non è che la casta difetti in trasformismo e capacità di sopravvivenza…

    In ogni caso, dopo gli aruspici di Galli della Loggia, il lettore può girare pagina alla ricerca di altre perle di saggezza. Probabilmente, semisepolto in un fondo interno, non noterà l’unico interessante commento di Sergio Rizzo sul sottosegretario Malinconico e la vacanze pagate a sua insaputa modello Scajola-due-punto-zero, e pertanto tirerà avanti fino ai paginoni centrali delle opinioni.

    E qui non ci si può perdere la rubrica dell’ex-ambasciatore Sergio Romano, che rispondendo a due lettori, ci illustra “i pro e i contro di una rinuncia”: le “missioni militari”. I pro paiono chiarissimi: risparmiamo un bel po’ di soldi. Quali sono i contro? Romano fa un bel excursus storico dagli anni ’90 a oggi per non lasciarci nell’equivoco: quali sono gli altissimi motivi umanitari che ci hanno spinto a mandare i nostri uomini a farsi ammazzare in giro per il mondo?

    Nell’ordine: in Somalia ci siamo andati perché dopo Tangentopoli cercavamo un modo per dimostrare di saper «preservare e coltivare il nostro ruolo storico nel Corno d’Africa»; in Bosnia e in Kosovo per «chiudere una fase durante la quale l’Italia era stata esclusa dal piccolo direttorio occidentale»; in Iraq perché «Silvio Berlusconi voleva creare un rapporto privilegiato con l’America di Bush»; in Libano «per riconquistare lo spazio che l’Italia aveva perduto nelle vicende mediterranee e mediorientali»; e in Afghanistan «perché non volevamo dire no agli Stati Uniti e alla Nato». Cioè realpolitik coloniale del peggior stampo.

    Dunque meglio ritirarsi? Si può anche fare, dice Romano, ma ci potrebbero essere «gravi imbarazzi per i partner» (oddio: faremo la fine della Spagna, che infatti ha uno spread più basso del nostro?); e poi bisogna tenere in conto le «condizioni locali e i bisogni delle popolazioni» e il fatto che i nostri militari hanno creato «un capitale di stima per il loro Paese e migliorato la vita di coloro che dipendono dalla loro presenza». Cioè: sembra che ci sparino addosso, ma in realtà ci vogliono bene. Siamo asserragliati in fortezze-caserme, ma non è perché ce l’abbiano con noi: tutt’altro. In Iraq e in Afghanistan adorano quelli che entrano nel loro paese armi in pugno, soprattutto quelli con una Costituzione in cui sta scritto che si «ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Articolo 11). Costoro non possono che venire in “missione di pace”, e quindi gli invasi si sentono tutelati e non si fanno ingannare dagli elmetti e dai fucili.

    Comunque subito a fianco c’è anche lo spazio di Pierluigi Battista, leggendario vice di Giuliano Ferrara a Panorama negli anni ’90. Tema: blitz della finanza a Cortina. Ecco che improvvisamente Battista scomoda tutte le teorie liberali di questo mondo, risveglia lo spirito di Montesquieu e si appella all’anima di Adam Smith per spiegarci che anche lo Stato, l’altro contraente del “patto fiscale”, si rivela «inadempiente, esoso e oppressivo» e «commina punizioni mostruosamente smisurate, sin quasi all’esproprio, a chi si è macchiato di piccoli errori contabili». Forse gli sfugge che questi eccessi Equitalia li riserva a chi paga le tasse, ma non toccano affatto i grandi evasori che passano il Capodanno a Cortina, i quali infatti fino ad oggi vivevano impuniti e contenti. Ma Battista non demorde: è bene snidare gli evasori, ma lo Stato deve chiedere «il giusto». Vero. Peccato che quale sia “il giusto” non lo decidono né Battista, né gli evasori che svernano sulle Dolomiti. Peccato che le nostre altissime tasse dipendano anche dal fatto che in tantissimi non le pagano.

    Detto questo, è pur vero che un grosso scandalo sono «i soldi sprecati da una spesa pubblica foraggiata con i ricavi delle tasse». L’ha detto anche il più grande tra tutti i commentatori di Via Solferino: Piero Ostellino. In trasferta su Radio 24, ieri mattina spiegava che il problema non è l’evasione, ma la spesa pubblica. Fantastico. Allora, le pensioni le abbiamo già allungate: a meno di non volere eliminare il sistema sanitario, resta solo la corruzione, che in Italia drena 60 miliardi l’anno. E come si fa a corrompere? Si evadono le tasse per creare fondi neri (le mazzette non possono essere messe a bilancio): cioè evasione e corruzione sono strettamente legate. I fondi neri si usano per corrompere soprattutto per fare le opere pubbliche, che quindi costano di più. Ecco come si spiega un debito pubblico di 2.000 miliardi. Peccato però che i “liberali” Battista e Ostellino, quando si facevano i processi per Tangentopoli o per fondi neri di Mediaset, erano preoccupatissimi solo per le garanzie degli imputati.

    Peccato che in dieci anni governati quasi tutti dal centro-destra, in cui la spesa pubblica è esplosa (lo ha ricordato ieri Santo Versace, che pure era con Berlusconi), i due non abbiano levato nemmeno un monito di disapprovazione. Peccato che tutte le notizie di questi anni relative a corruzioni, evasioni, frodi, bancarotte, furbetti del quartierino e via dicendo, venissero commentate con editoriali cerchiobottisti, in cui si lamentava l’accanimento delle procure, l’eccessivo uso delle intercettazioni e altre panzane simili. Peccato che ponti sullo stretto e TAV vengano spacciate per improrogabili necessità, senza che si batta ciglio per gli altissimi costi stimati.

    A dire il vero non c’è solo la corruzione ad alzare la spesa pubblica. Ci sono i costi della politica, gli enti inutili (province e regioni sono doppioni) e il clientelismo che produce un’amministrazione inefficiente. Peccato solo che quando si scoprì come mai Nicole Minetti era stata paracadutata nel consiglio regionale lombardo a godersi un lauto stipendio, un editoriale del Corriere della Sera ci abbia ricordato come i veri “liberali” non si debbano scandalizzare per certe signorine che fanno carriera grazie alle “doti” sulle quali sono sedute. Chi lo scrisse? Un certo Ostellino. Sarà un omonimo…

    Andrea Giannini

  • Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto Calderoli colpisce ancora: “Che scandalo il cotechino!”

    Roberto CalderoliAAA, cercasi sede opportuna per cotechino fraudolento. Non certo provvisto del rigido aplomb inglese ma sfoderando la gioia godereccia della cucina emiliana, questo improvvido ospite ha osato presentarsi, sull’austera tavola di Palazzo Chigi, per dare vita ad un “party” di Capodanno, il cui “riguardevole” costo rischia di minare il bilancio dello stato. E’ questo l’urlo di Munch… oh pardon.. dell’ex ministro Calderoli che, venuto a conoscenza del misfatto, ha immediatamente presentato istanza in Parlamento, evocando scenari apocalittici, non ultimo quello delle immediate dimissioni del neo leader Monti.

    La vicenda Kafkiana, per il paradosso, fantozziana per il grottesco, nasce dalla notizia “clandestina” che il nostro austero Primo Ministro avrebbe usufruito, indebitamente, dell’apparato dello stato per approntare una cena luculliana i cui partecipanti, possibili carbonari eversori dell’ordine costituito, andavano sollecitamente individuati e ai quali andavano estorte confessioni inequivocabili sul tenore degli argomenti trattati, nel corso del diabolico convegno.

    Vorrei avere la linguaccia della Litizzetto o l’ironia pungente di Crozza per commentare il fattaccio o, meglio ancora, avrei voluto avere la telecamera nascosta dell’indimenticabile Nanni Loi per immortalare l’espressione del nostro flemmatico capo di gabinetto: la traccia di un sorriso un po’ sbieco, un sopracciglio lievemente inarcato, una pausa ad effetto, uno sguardo panoramico sulla comitiva “godereccia” e poi un ….esterrefatto ohibò! E in questo semplice afflato, la sintesi del suo giudizio sulla somma “intellighenzia” del conclave politico.

    Giusto per la cronaca, non sono molto distanti i giorni in cui le “menti fanciulle” di una nutrita schiera di parlamentari sono riuscite a credere alla nuova versione della favola orientale di Ali babà (e dei ladroni, molti più di 40) con tanto di principessa egizia, Ruby, protagonista di una storia da libro Cuore, così come sono riusciti a scusare un “paseo”, degno di quella via Veneto di felliniana memoria, con la giustificazione che la sede non era istituzionale, dimentichi che le “sedicenti” dame venivano accompagnate al castello su “carrozze blu” trainate da potenti cavalli a benzina e “lacchè” in divisa, rigorosamente finanziati dallo stato.

    Con lo stesso candore, direi poco ecologico, non hanno puntato il dito contro l’ecatombe vegetale perpetrata sotto forma di erotici pali per lap dance, perché un po’ di sano movimento è quello che ci vuole per una “mens sana in corpore sano”. In questa idilliaca atmosfera scoprire, con orrore, che sotto le parvenze di un equilibrato dr Jekyll si nasconde la natura perversa di mr Hyde è stata veramente dura. Meriterebbero un aumento di stipendio!

    Il laconico messaggio giustificativo, subito apparso per placare l’intrepido disdegno dei seguaci del Senatur, si può riassumere in poche righe: la cena è avvenuta in quella parte del palazzo adibita a residenza privata del Premier; le persone del complotto erano 12: Monti e signora, 2 figli con i rispettivi coniugi , la sorella con marito e 4 nipotini; il pranzo preparato e servito dalla padrona di casa, senza l’intervento di personale di servizio esterno, era sufficientemente frugale e in linea col rigore della manovra anticrisi (non ci è dato di sapere se ci fossero anche lacrime e sangue); i costi per i generi alimenti sono stati accreditati sul suo conto personale, non tra le spese rimborsabili, e l’acquisto è stato “perpetrato” nei negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).

    Ci si rammarica, nel comunicato, di quel plus-consumo, effettivamente ingiustificabile, di acqua, gas ed elettricità (la festa si è conclusa alle 00,15 del 1 gennaio) che, a mio parere, con un atto di clemenza, andrebbe condonato a fronte dell’esborso gratuito per le lenticchie che, come recita il tradizionale gesto scaramantico, dovrebbero assicurare la ricchezza necessaria a scongiurare un’altra manovra.

    Adriana Morando

  • Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Lettera aperta a Antonio Mazzocchi dopo l’intervista su Radio24

    Antonio MazzocchiScusi Onorevole …non si vergogna? Ho ascoltato il suo “amaro” sfogo diffuso sulla rete internet e …sono trasecolata. Spero si renda conto, risentendosi, dell’enormità delle sue dichiarazioni. La mia non vuole essere, come è stata definita dal suo collega, l’onorevole Cicchitto, a proposito degli stipendi dei parlamentari, una campagna denigratoria, anzi, non vorrei toccare l’argomento, limitandomi a commentare quello che mi rimanda la sua viva voce.

    Dunque, Lei asserisce che un povero “eletto”, stante l’attuale normativa, se dura in carica solo una legislazione si vede erogare una pensione di 800 euro mensili, da considerarsi miserabile ed indecorosa. Sono d’accordo perché è vergognoso che questa sia la somma, se non inferiore, con sui sono costretti a vivere oltre la metà degli italiani e chi la percepisce, come pensione, ha lavorato per 40 anni ed oltre. La sua strenua difesa è argomentata dal fatto che, terminato il compito parlamentare, non è facile riproporsi nel circuito lavorativo e si rischia di rimanere per lunghi anni senza un sostentamento, fino a paventare una vita da “barboni” . Non vorrei sembrare polemica ma mi sorge spontanea una domanda: ma in che Italia vive?

    Ascolta un breve estratto dell’intervista andata in onda su Radio24

    Non partecipa a social network, non legge giornali, non segue le notizie o, semplicemente, nessuno si è premurato di informarLa che questo problema è vissuto, quotidianamente, da 30-40enni che non riescono a trovare un’occupazione e, se sono stati fortunati, vivono con contratti precari e con stipendi molto al di sotto della cifra di cui Lei argomenta con tanto spregio?

    Lo stesso dicasi per quelli che hanno superato gli ”anta” e vengono “espulsi” dal mondo del lavoro e che si ritrovano con una cassa integrazione destinata, prima o poi, a cessare. Non crede di avere migliori chance?

    La perplessità non è solo la mia, è la stessa incredulità che traspare nella domanda posta dal suo interlocutore il quale non riesce a capacitarsi come, una persona erudita al pari suo, non sia in grado, fuori dal Parlamento, di trovarsi un altro impiego. Provo a darmi una risposta che necessariamente suonerà provocatoria: o Lei è un totale incapace, cosa che non credo, ma se così fosse mi chiedo come può svolgere un compito istituzionale così delicato, o Lei appartiene a quella “casta” di intoccabili che, come re, dittatori ed imperatori, si sente di aver ricevuto una sacra ed intoccabile investitura “a divinis” su cui nessuno si può permettere di sindacare.

    Con un candore che mi fa quasi sorridere, non nasconde che se si riesce a “sopravvivere” per 3 legislature, l’ammontare della pensione sale vertiginosamente fino a 4000 euro. Beh, facciamo due conti: 3 legislazioni sono pari a 15 anni di “duro e onesto” lavoro come a dire l’equivalente di una baby pensione di “Rumor-iana” memoria (abolita nel 1992) , saldata con un “premio” che per l’italiano medio rimane una chimera. Vede. Onorevole, non si tratta di una caccia alle streghe ma di mero buon senso che dovrebbe scaturire spontaneo davanti ad un difficile momento storico che richiede sacrifici a tutti, anche, a chi ne fa già tanti. Le ingiustizie, però, quando sono lapalissiane, sono indifendibili e, quindi, a noi non rimane che sperare in una nuova legge elettorale che ci permetta di scegliere chi crediamo più meritevole, almeno, se sbagliamo, sapremo chi incolpare.

    Adriana Morando

  • Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    Il conflitto d’interessi non finisce con le dimissioni di Berlusconi

    ParlamentoE’ di oggi la notizia che la commissione Giovannini, sul sito della Funzione pubblica, ha stimato in più di 16.000 euro lordi al mese lo stipendio dei nostri parlamentari, che si pongono così ufficialmente in testa alla speciale classifica dei politici più pagati d’Europa. Il che, come ho scritto due settimane fa, non sarebbe necessariamente un male: qualcheduno l’onere di questo primato se lo dove ben prendere. Lo scandalo piuttosto è che, pur essendo i più pagati, sono probabilmente anche i peggiori. Almeno a giudicare dai numerosi casi di corruzione, dalla scarsa coerenza ideologica, dal trasformismo a pagamento e soprattutto dalla situazione di estrema gravità a cui hanno portato il paese.

    Ma c’è anche un altro aspetto. Ridursi una retribuzione faraonica non sarebbe solo un bel gesto nei confronti della gente normale, che in questi giorni è stata chiamata a grossi sacrifici e le cui retribuzioni medie viaggiano di gran lunga sotto, un gesto che, come amano ripetere più volte questi amabili burloni che ci rappresentano, sarebbe solo simbolico, dato che non è in questo modo che si mettono a posto i conti pubblici.

    Ora, a parte il fatto che anche un vitalizio di 3.000 euro al mese per i giornalisti di Era Superba non sposta i conti pubblici, ma io mi guarderei bene dal proporlo o dal difenderlo con queste motivazioni; in realtà un taglio degli stipendi avrebbe un effetto sostanziale. Significherebbe dimostrare che chi siede in Parlamento pensa alla patria e non alla pagnotta. Al contrario, se questi politici esitano, cincischiano e alla fine non votano per ridursi le retribuzioni nemmeno nelle condizioni attuali del paese, dimostrano con i fatti per quale motivo sono lì: denaro, potere, carriera e influenza personale.

    E ciò comporta che, chiamati a scegliere tra interessi privati e interesse pubblico, opteranno per i primi, a loro vantaggio e a nostro danno. Non si fermeranno – e non si sono fermati, infatti – nemmeno davanti al ridicolo: una maggioranza parlamentare assoluta ha preferito votare impassibile che il primo ministro italiano ha scambiato davvero Ruby per la nipote di Mubarak, piuttosto che provocare una crisi di governo e rischiare di perdere la poltrona.

    Eppure, come ha detto Milena Gabanelli, non lo ordina il medico di entrare in politica. Chi si vuole arricchire, ha tutto il diritto di farlo scegliendosi la professione che preferisce, purché non violi la legge. Ma chi si prende l’onere di governare, dovrebbe farlo unicamente per spirito di patria e, perché no, per la sana ambizione personale di ottenere considerazione e stima. Non certo per denaro.

    L’arricchimento privato è incompatibile con la funzione pubblica, perché presenta sempre il rischio di far perdere di vista gli obiettivi che deve tenere a mente chi è chiamato a mettere al centro della sua azione l’interesse di tutti. Ecco perché non dovremmo permettere che chi ci governa si goda retribuzioni faraoniche, perché è probabile che gli facciano smarrire il senso dello Stato.

    Non dovremmo dare ascolto ai discorsi dei cinici di professione, quelli che di fronte a ideali e buoni propositi sorridono e che di fronte agli scandali fanno spallucce: questi, a voler dimostrare di saperla lunga, passano in realtà per fessi. Ignorano che uno Stato democratico esiste solo perché ha finalità ideali: se, ogni volta che queste finalità vengono richiamate, le si ignora o le si nega, si distruggono i presupposti stessi di una società democratica, e ci si consegna al dominio dei più forti e dei più spregiudicati. I quali quasi sempre non siamo noi, ma sono gli altri.

    E’ nostro interesse, quindi, salvaguardare e curare la cosa pubblica, mettendola al riparo dagli interessi privati. Questo dovremmo tenere a mente quando scegliamo i nostri rappresentanti, preoccupandoci che si dimostrino desiderosi di lavorare per il bene di tutti e che eliminino ogni possibile sospetto sul persistere di interessi personali, del tutto legittimi nella vita privata ma non in quella pubblica. Insomma, ciò da cui dobbiamo guardarci, in una parola, è il conflitto d’interessi. E’ questo il cancro della nostra democrazia malata, che Berlusconi ha incarnato meglio di chiunque altro, ma che di certo non ha inventato e che, statene certi, dopo di lui, per ora, non è destinato a sparire.

    Andrea Giannini

  • Egitto, processo a Mubarak per le sparatorie sulla folla

    Egitto, processo a Mubarak per le sparatorie sulla folla

    Il processo all’ex presidente egiziano Hosni Mubarak e’ ripreso questa mattina all’accademia di polizia del Cairo. L’ex rais, 83 anni, e’ giunto in ambulanza dall’ospedale militare alla periferia della capitale dove si trova agli arresti. Mubarak e’ accusato di essere coinvolto nella decisione di sparare sulla folla durante le dimostrazioni di un anno fa in cui morirono 850 persone. Se riconosciuto colpevole, potrebbe essere condannato alla pena di morte.

    Dopo la “primavera d’Egitto” e la rivoluzione del popolo egiziano sceso in piazza per chiedere le dimissioni di Mubarak, il Primo ministro Ahmed Shafiq, da lui nominato, è rimasto in carica fino al 3 marzo 2011, giorno in cui si è insediato il nuovo primo ministro Issām Sharaf, scelto dal Consiglio supremo delle forze armate, per traghettare l’Egitto al referendum costituzionale e alle elezioni presidenziali e legislative che avrebbero dovuto dare un volto nuovo al paese.

    Come è noto le cose non sono andate secondo le previsioni: Sharaf, già ministro sotto la presidenza Mubarak, si è dimesso una settimana prima delle elezioni dopo i gravi incidenti nuovamente esplosi nella seconda metà del novembre del 2011.

    Il Consiglio Supremo militare, accusato dal popolo in rivolta di aver instaurato un nuovo regime dittatoriale e corrotto, ha incaricato di formare una nuova compagine governativa a Khamal Ganzouri, un politico della vecchia nomenclatura, accreditato di personale onestà,  legato tuttavia al deposto regime di Mubarak.

    Ganzouri dovrà traghettare il paese alle nuove elezioni amministrative fissate per la metà di giugno 2012. Ma la situazione non è certo così lineare come sembra. Il potere di Ganzouri non è riconosciuto da parte della popolazione e la rivolta degli ultmi mesi del 2011 è stata nuovamente soffocata nel sangue con 650 feriti e almeno 3 morti.

     

  • Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Lo spread supera quota 500 ed è di nuovo allarme, di chi la colpa?

    Le corna di Silvio BerlusconiNell’ultimo appuntamento del 2011 parliamo ancora una volta di spread. Ormai anche l’uomo della strada ha capito di cosa si tratta (differenza di rendimento fra Btp italiani e Bund tedeschi) e cosa comporta quando sale troppo (la caduta di fiducia degli investitori sui nostri titoli pubblici e la conseguente bancarotta del paese).

    L’ultima volta che avevo toccato l’argomento (il 6 dicembre) eravamo scesi sotto quota 400. Avevo dato atto a Monti di aver fatto qualcosa di concreto per diminuire un pericoloso indicatore, che aveva toccato il suo record con gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Mentre scrivo, siamo tornati di nuovo sopra quota 500: non ancora ai massimi storici, ma ad un valore di nuovo altissimo e sempre più preoccupante. Dunque non era vero niente? Monti non sta facendo bene? Berlusconi non era il problema?

    E’ una chiave di lettura che circola in questi giorni: ma è una chiave di lettura estremamente superficiale e interessata. Ho già scritto cosa penso dei provvedimenti adottati dal governo Monti, che per molti versi non mi piacciono: ma si dovevano garantire dei saldi e questo è stato fatto, garantendo anche un provvisorio allentarsi della tensione sui nostri titoli di Stato. Avevo anche scritto, però, che dopo il varo della manovra la partita vera si sarebbe giocata in Europa. Ed è proprio da lì che sono venuti segnali non particolarmente positivi per i mercati.

    Monti ha assolto il suo compitino: dimostrare che i conti dell’Italia sono in ordine e che non accumuliamo nuovo debito ogni anno. Ma questo serviva anche per poter andare in Europa a trattare con Francia e Germania alla pari. Stringere la cinghia è stato importante anche per dimostrare che l’Italia volesse risolvere la crisi internazionale del debito non per accumularne di nuovo, ma per salvare l’economia europea. Ma poi, appunto, sarebbe stato cruciale trovare delle misure condivise come UE, dato che abbiamo un mercato e una moneta unica. Senza una soluzione comune non bastano le misure che possano adottare singoli Stati: non solo l’Italia ma anche l’Euro è a rischio.

    Peccato che questa importantissima partita internazionale sia stata affrontata dai leader europei in un modo che non ha convinto i mercati. Questo è il nodo del problema. L’accordo europeo di dicembre non è stato accolto come una soluzione definitiva, ma come un compromesso che può ancora portare di qua o di là: pertanto i mercati restano a guardare, reagendo bene a notizie positive e male a notizie negative, come le recenti stime sulla crescita del nostro paese. E la tensione sui mercati per ora non scende.

    Come andrà a finire? Staremo a vedere. Intanto da questa analisi potremmo ricavare una triplice lezione per il futuro.

    Primo: liberarsi dal provincialismo del nostro dibattito politico. Spesso in Italia siamo troppo occupati a guardarci l’ombelico: a livello mediatico “buca” di più un bel dibattito sulla pillola anticoncezionale, che i problemi internazionali nei quali siamo coinvolti, e che poi magari ci capitano fra capo e collo trovandoci impreparati e spingendoci a beccarci tra di noi come i polli di Renzo. Magari può servire a qualcosa stare attenti agli equilibri di potere geopolitici, alla finanza internazionale, agli andamenti della produzione mondiale o alle guerre e alle rivolte in paesi che si potevano definire distanti solo prima della nascita del villaggio globale.

    Seconda lezione: volete capire come sta andando l’economia? Andatevi a informare leggendo l’economia, non la politica. A volte le due cose si intrecciano: ma a volte no. Su Berlusconi, Monti e lo spread sono state dette cose assurde. Forse se vogliamo capire perché lo spread sale o scende, magari troviamo qualche informazione utile andando a vedere cosa è successo nelle borse, o ascoltando gli analisti. Certo, può sempre capitare che noi non riusciamo a capire i dettagli tecnici oppure che gli esperti si sbaglino. Ma è pur sempre un approccio migliore che farsi rifilare una versione precotta da Cicchitto o da Fassino.

    Terza lezione: per quello che riguarda casa nostra, critichiamo pure Monti per quello che ancora non sta facendo (per esempio provvedimenti per la crescita, leggi dure contro la corruzione o l’asta delle frequenze digitali televisive), ma non facciamoci raccontare che Berlusconi non era un problema. Capire gli errori che abbiamo fatto è la prima condizione per non ripeterli. E in questo caso le responsabilità sono chiare, a meno di non volersi prendere in giro. Il valore dello spread era praticamente irrilevante quando il Cavaliere andò al governo nel 2008: infatti all’epoca nessuno, a meno che non fosse uno specialista, aveva mai sentito la parola “spread”.

    E’ pur vero che tutto ha origine dallo scoppio della crisi bancaria internazionale, che certo non è dipesa dal Cavaliere; ma è un dato di fatto che, se oggi siamo più a rischio di quasi tutti gli altri Stati europei, la colpa è delle condizioni di partenza già pregiudicate del nostro paese e della maldestra gestione dell’emergenza. E chi è responsabile di tutto questo? Sulla gestione della crisi c’è poco da dire: Berlusconi dapprima ha perso tempo prezioso negandola, e dopo in extremis ha annunciato provvedimenti-spot a cui nessuno ha dato credito.

    Sulle condizioni di partenza, poi, l’analisi è ancora più impietosa. Se i primi responsabili del nostro grande debito pubblico sono stati i governi della Prima Repubblica, che ora non ci sono più, perché tutta questa devozione nel PDL per la figura di Bettino Craxi? Perché Brunetta si tenne il pregiudicato De Michelis come consulente? E comunque nella Seconda Repubblica si sarebbe potuto benissimo risolvere molte cose. Ora, dal maggio del ’94 al 16 novembre scorso, in 17 anni e mezzo, Berlusconi ha governato per più di 9 anni, intervallato da 7 anni di centro-sinistra (in cui comunque il Cavaliere manteneva un’opposizione numericamente rilevante) più 1 anno abbondante di governo tecnico Dini. Se non è stato risolto nulla e anzi la situazione è peggiorata (il debito ad esempio è aumentato), di chi sarà mai la colpa? Certo, le responsabilità non sono tutte solo dei governi di Berlusconi: ci sono anche gli altri. Ma è comunque assurdo che ora si cerchi di attribuire delle responsabilità a chi è venuto dopo per i danni fatti da chi ci ha governato prima. Proprio per questo, pur con tutte le sue contraddizioni, non si può non dar ragione a Beppe Grillo quando scrive: «è necessaria una Norimberga pubblica della classe politica con un calcio in culo al posto delle forche».

    Andrea Giannini

  • Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Privilegi della Casta? Ci sono cose più importanti da affrontare

    Non c’è dubbio che questa classe politica abbia accumulato negli anni privilegi faraonici. Tant’è che  ormai si parla dei nostri politici usando abitualmente il fortunato termine di “casta”, suggerito dal best-seller omonimo dei giornalisti del Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

    Anche grazie a inchieste come questa gli Italiani hanno cominciato a prendere coscienza del fatto che una grande parte della politica ha perso di vista il senso del proprio lavoro e della propria missione per dedicarsi alla cura dei propri interessi personali e al mantenimento dei propri privilegi. Non è un fatto inedito: lo riscopriamo ciclicamente.

    Primo fu Berlinguer nel ’81 con la questione morale; poi venne Tangentopoli nel ’92 con la corruzione dei partiti. Ci risvegliamo a fiammate, salvo poi riaddormentarci ogni volta. Anche se rimane nella gente un senso viscerale di disgusto e disillusione per la politica, tutto viene come rimosso, dimenticato, archiviato, nell’illusione che, dopo essersi sfogati, basti non parlarne più per riprendere una vita normale. E invece il problema si ripresenta sempre.

    Per chi ha seguito da vicino la politica nel ventennio berlusconiano, sa benissimo che, a destra come a sinistra, c’erano molte ragioni per rendersi conto di come la classe politica non si fosse affatto rigenerata. Per tutti gli altri si ricomincia nel 2007, in sordina, quando esce, appunto, La Casta di Rizzo e Stella.

    Nel 2008 scoppia la crisi delle banche anglosassoni, ma comincia anche il quarto governo Berlusconi, che rimarrà negli annali come uno dei momenti più bassi per la dignità della nostra classe politica, a causa di proposte di legge sempre più liberticide, di politici sempre più impresentabili, di comportamenti pubblici sempre più spregiudicati e di scandali sempre più numerosi.

    Infine, con il paese sull’orlo del default, Berlusconi si dimette e arriva Monti con una manovra “lacrime e sangue” di cui abbiamo parlato più volte. Ed è a questo punto che, come dicevano Gino e Michele, «anche le formiche s’incazzano».

    Per anni abbiamo tollerato dai nostri politici cose che in nessuna democrazia conosciuta si tollererebbero; cose che sono possibili solo nel paese dei feudi, delle signorie e dei potentati, del «io so’ io, e voi non siete un cazzo», del «è normale che chi ha potere lo usi: lo faresti anche tu». Poi improvvisamente, quando la situazione si fa tragica, imbracciamo i forconi.

    E’ in quest’ottica che va considerata la nuova campagna “anti-casta” che sta appassionando il paese: da una parte cittadini indignati e organi di stampa improvvisamente conquistati alla causa che chiedono l’abolizione dei vitalizi e la riduzione degli stipendi, dall’altra politici arroccati nella difesa spudorata dei privilegi acquisiti. Per alcuni tutto ciò sembrerà una grande conquista, ma purtroppo lo è solo in parte: vale a dire che, continuando su questa strada, probabilmente otterremo poco, faremo danni peggiori e poi ci riaddormenteremo nuovamente.

    Infatti, se è senz’altro giusto chiedere che i nostri mille parlamentari partecipino ai sacrifici del paese rinunciando a un po’ dei loro costosi privilegi, questo non può bastare. Non è un’eventuale rivalsa che ci dovrebbe appagare. Il fine dovrebbe essere piuttosto quello di avere una classe politica onesta ed efficiente. Per questo pensare solo ad abolire i privilegi non può portarci lontano.

    Ad esempio, sul tema dei vitalizi abbiamo già commesso degli errori. Scandalizzati dalla cronaca di Stella e Rizzo, che raccontava come i parlamentari prendessero la pensione solo per il fatto di essere stati eletti e senza versare i contributi che tutti gli altri cittadini sono tenuti a versare per legge, abbiamo ottenuto a furor di popolo l’obbligo minimo di una legislatura: ora un parlamentare per avere la pensione deve fare almeno 5 anni in parlamento. Ma il vitalizio non è di per sé un privilegio: è una garanzia di democrazia.

    Per la Costituzione i parlamentari sono in carica senza vincolo di mandato: significa che non devono rispettare accordi politici, ma solo votare per il bene dei cittadini. Per evitare che potessero subire ritorsioni per questo, si garantiva che, terminato il loro incarico, avessero comunque di che vivere: ecco il senso del vitalizio. Invece con il limite dei 5 anni cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ottenuto i Razzi e gli Scilipoti, cioè persone che, solo per garantirsi il vitalizio (si veda il video-confessione trasmesso da Nuzzi su LA7), il 14 dicembre 2010 tennero in piedi una legislatura già finita e una maggioranza risicata che non prenderà più alcuna misura seria, portando lo spread a 570 punti e il paese sull’orlo del fallimento. Un bel risultato.

    Chiedere l’adeguamento degli stipendi dei parlamentari alla media europea, invece, è senz’altro più sensato. Eppure io non mi scandalizzo tanto per il fatto in sé che i miei politici siano i più pagati di Europa: mi andrebbe anche bene, se fossero i migliori. Il problema è che sono i peggiori. Se li pago meno, certo sono più contento: ma resto comunque molto preoccupato per la loro scarsa affidabilità.

    Insomma, la lotta ai privilegi va certamente bene, se è fatta con criterio: il politico non deve avere nulla che non sia strettamente necessario per la sua funzione. Ma se vogliamo delle regole che servano ad avere politici migliori, dovremmo preoccuparci di chiedere una buona legge elettorale, di esigere un codice etico molto più severo e soprattutto di scardinare il sistema di potere dei partiti, che si basa su un finanziamento pubblico troppo generoso e un finanziamento privato poco trasparente.

    I partiti, in barba a un referendum votato da una larghissima maggioranza di cittadini, si auto-assegnano rimborsi elettorali astronomici; poi, grazie ad incredibili agevolazioni fiscali, raccolgono anche denaro privato tramite le fondazioni, che non hanno bilanci pubblici (memorabile la giustificazione di D’Alema: «c’è la privacy!»).

    E’ così che diventano troppo vicini a una certa imprenditoria, così che controllano la Rai, Finmeccanica e tutte le altre aziende pubbliche, che pilotano gli appalti pubblici e che prospera il virus del conflitto di interessi.

    Ecco dove bisognerebbe dirottare la nostra attenzione e dove sono le regole da cambiare. Eppure, anche le regole migliori del mondo non bastano a regalarci una buona politica. Contro i cattivi politici c’è solo un metodo infallibile, già sperimentato e vecchio di centinaia d’anni: non votarli.

    Andrea Giannini

  • Gente Comune: l’associazione di cittadini presenta un candidato sindaco

    Gente Comune: l’associazione di cittadini presenta un candidato sindaco

    Associazione Gente Comune
    Un ragazzo dell'associazione gente comune al lavoro per ripulire una zona di Castelletto

    Secondo l’art. 55 del D.Lgs. 267/2000 sono eleggibili a sindaco gli elettori di un qualsiasi comune della Repubblica che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età. Partendo da questa banale premessa, l’Associazione genovese “Gente Comune” scende in campo e propone il proprio candidato sindaco per le elezioni comunali del prossimo maggio.

    Sabato 17 dicembre dalle 10 alle 18,30 “Gente Comune” indice le sue Primarie dove saranno i cittadini genovesi a scegliere il candidato sindaco.

    “Due mesi or sono – dichiarano i rappresentanti dell’associazione – quando siamo scesi ufficialmente in campo ed abbiamo esposto i nostri intendimenti, abbiamo detto chiaramente e senza possibilità di equivoci che chiunque si sarebbe voluto dare da fare e candidare per qualunque posizione amministrativa alle prossime elezioni sarebbe potuto venire da noi, e sarebbe stato candidato, ovviamente dopo opportune valutazioni di compatibilità personali. Lo scopo dichiarato erano le elezioni primarie da svolgersi entro la fine dell’anno, a cui le persone più adatte che si fossero presentate sarebbero state candidate.”

    Ed eccoci qua, quindi. Tre persone si sono proposte per essere scelte come candidato sindaco per la Gente Comune, ed il più votato nella giornata di sabato sarà candidato a Sindaco di Genova “scelto dal popolo” nelle elezioni amministrative e sfiderà i candidati dei partiti.

    Le Primarie di “Gente Comune” non saranno incentrate solo sulla persona, ma anche sui programmi: infatti verranno a sottoposti alla cittadinanza dieci punti da votare e ognuno avrà a disposizione uno “spazio bianco” dove proporre consigli e progetti, ulteriori punti del programma politico.

    Sabato sarà possibile votare dalle 10 alle 18,30 nelle seguenti postazioni:

    Quinto: p.zza Rusca (giardini di Quinto)

    Foce: c.so Italia all’altezza di Puntavagno

    Sampierdarena: p.zza Montano angolo Via Cantore

    Centro: via XX settembre  (ponte monumentale)

  • Mentana si dimette dal Tg di La7, Minzolini cacciato dal Tg1

    Mentana si dimette dal Tg di La7, Minzolini cacciato dal Tg1

    EnricoMentana e Augusto MinzoliniSi è aperta oggi un’inaspettata campagna trasferimenti per quannto riguarda due delle più ambite poltrone del giornalismo televisivo. Con modalità e in circostanze totalmente diverse, Enrico Mentana e Augusto Minzolini abbandonano la direzione del Tg di La7 e del Tg1.

    Enrico Mentana si è dimesso dopo aver ricevuto ieri, come una doccia fredda, la denuncia “per comportamento antisindacale” dell’Associazione Stampa Romana d’intesa con il comitato di redazione di La7. La motivazione? Il rifiuto da parte del direttore di leggere nel Tg il comunicato della Fnsi (sindacato unitario giornalisti italiani) che solidarizzava con lo sciopero dei poligrafici, indetto nell’ambito della mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil e Ugl contro la manovra del governo Monti. “Un rifiuto irricevibile e contrario a quanto previsto dagli accordi collettivi di lavoro” ha fatto sapere l’ASR.

    In mattinata è arrivata così la nota di Enrico Mentana: “Ieri pomeriggio ho appreso dalle agenzie di essere stato denunciato alla magistratura ordinaria dal mio cdr. Ho atteso 24 ore per verificare eventuali ravvedimenti, che non ci sono stati. Essendo impensabile continuare a lavorare anche solo per un giorno con chi mi ha denunciato, rassegno da subito le dimissioni dalla direzione del Tg La7”.

    Pochi minuti dopo arriva la nota del Cdr di La7: “Nessuna denuncia è stata mai presentata alla magistratura contro Enrico Mentana ed inoltre allo stesso Mentana viene rinnovata la stima e l’apprezzamento per lo straordinario lavoro che sta svolgendo insieme alla redazione. La vicenda cui si fa riferimento non riguarda i rapporti tra il direttore e il Cdr, ma la questione insorta tra la direzione e il sindacato nazionale sul diniego opposto alla lettura, secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, del comunicato.”

    Insomma a carte in tavola sembra una bolla di aria fritta, risultato di rapporti d’ufficio che davvero poco contano se si sposta l’occhio di bue sull’italiano che guarda il Tg. In sostanza ci permettiamo di dire che si tratta di un comunicato che, anche se fosse stato letto, non sarebbe interessato a nessuno.

    Spostiamoci invece in un altro ufficio romano, quello di mamma Rai. Il Cda, su proposta del direttore generale Lorenza Lei, ha disposto a maggioranza il trasferimento del direttore del Tg1 Augusto Minzolini ad altro incarico equivalente.

    Tradotto in veritiese ora che i santi in paradiso sono un po’ meno santi il ramo secco si può tagliare. Lo scandalo delle spese illegittime con la carta di credito Rai ha avuto peso nella decisione, certo, ma non crediamo così tanto come si potrebbe pensare ad una prima riflessione. La motivazione del presidente Garimberti, dopo lo sfogo di Minzolini che ha giudicato illegittima la decisione dell’Azienda, ha parlato chiaro: “Il direttore faceva un brutto Tg”.

    Ma signori cari, ve ne siete accorti ora? Dopo due anni e mezzo di pietoso giornalismo?

  • Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Lega Nord: l’analisi politica fra seccessione e folklore

    Umberto BossiBossi l’altro ieri ha commentato: «La guerra l’ha persa l’Italia e l’ha vinta la Padania. Il resto sono tutte cazzate!». Commentando la crisi dell’euro, poi, ha aggiunto: «La Padania si farà la sua moneta, mica può continuare a mantenere tutti questi farabutti!». Ordinaria amministrazione, si dirà. Dopo diti medi, rutti e scoregge ormai ci siamo abituati a tutto.

    E per carità! Da un lato è certamente giusto non prendere troppo sul serio queste cose. La Lega Nord minaccia la secessione dagli anni ’90, ma nella pratica non ha mai disdegnato le poltrone romane. Ha sempre fatto un po’ il partito “di lotta” e un po’ il partito “di governo” a seconda di quando perdeva o vinceva le elezioni: per cui certe sparate sembrerebbero davvero poco credibili.

    Eppure è da molti anni ormai che il fenomeno della Lega Nord viene considerato con una certa serietà. Dopo le diffidenze e le risatine che i media riservarono a Bossi e ai suoi per tutti gli anni ’90, in seguito, con le vittoriose elezioni del 2001 e 2008, molti commentatori si dovettero ricredere: si riconobbe alla Lega un forte radicamento sul territorio, amministratori locali generalmente capaci e il monopolio sul tema centrale della sicurezza.

    Tant’è che l’influenza di Bossi su tutto il centrodestra, soprattutto in tema di immigrazione e lotta alla piccola criminalità, si è estesa fino a diventare predominante. Questo ha amplificato l’importanza percepita del Carroccio nello scacchiere della politica; ma bisogna fare attenzione a non sopravvalutare il fenomeno.

    Un conto è riconoscere alla Lega alcuni successi e un’oggettiva capacità di farsi portavoce del disagio di una certa parte del paese, un altro conto è dare credito a velleità autarchiche e tendenze secessioniste.

    Non dovremmo dimenticare di valutare il merito delle proposte leghiste: non basta riderne, così come non si può dare la patente di rispettabilità a un partito solo per via di discreti successi elettorali del passato. Certo, discutere la politica leghista come si trattasse di una cosa seria è un esercizio impietoso: ma almeno non si da l’impressione che si faccia ironia per nascondere la mancanza di argomenti seri. E poi, in un momento in cui Bossi scommette sullo sfascio del paese, è sempre utile ricordarsi per quali motivi il folklore leghista non sia un’opzione da prendere seriamente in considerazione.

    Ora, è indubbio che il Carroccio abbia costruito il suo successo elettorale sul tema della lotta all’immigrazione e sul federalismo. Ma è altrettanto indubbio che i risultati concretamente ottenuti, anche se sbandierati come vittorie ineguagliabili, siano stati piuttosto scarsi.

    In tema di federalismo segnalo una bellissima puntata di Report di fine ottobre; e sulla reale composizione del problema dell’immigrazione clandestina rimando ad un bel articolo di Maurizio Ambrosini del luglio 2009 su Lavoce.info.

    Questi riferimenti sono utilissimi per soppesare una componente ineliminabile dei partiti populisti: vendere fumo al proprio elettorato. In questo Berlusconi e Bossi si intendevano benissimo. L’importante non è tanto raggiungere un risultato, ma convincere chi ti vota di averlo raggiunto.

    Prendiamo la lotta alle mafie. A parte il fatto che tutti i governi hanno fatto pochissimo per azzoppare la criminalità organizzata là dove davvero conterebbe, cioè sul versante economico-finanziario e il riciclaggio del denaro sporco; resta comunque agli atti la cattura di diversi boss di peso, che ha dato lustro e rispettabilità all’azione del ministro Maroni. Il quale, infatti, non perdeva occasione per sottolineare i propri meriti. E difatti, quando l’altro giorno hanno arrestato Michele Zagaria, l’ultimo boss della vecchia guardia dei Casalesi, quasi quasi la festa non sembrava riuscita senza le dichiarazioni dell’ex-ministro dell’interno. Ma come: arrestano un boss e nessuno se ne prende il merito?

    Eppure oggi abbiamo scoperto che le forze dell’ordine e la magistratura gli arresti riescono a farli benissimo anche senza i politici. Ma più che valutare quello che la Lega ha fatto nel passato, mi interessa qui discuterne le premesse teoriche, le basi ideologiche e il progetto politico.

    La ragione d’essere del Carroccio è la difesa degli interessi del Nord, cosa che presume una qualche forma di abuso da parte di Roma e da parte del Sud: e non c’è dubbio che il paese viva uno squilibrio storico, nel senso che aree geografiche a lungo sotto dominazioni straniere diverse si sono ricongiunte 150 anni fa senza che il Mezzogiorno riuscisse mai a raggiungere il livello di sviluppo e occupazione del settentrione. Si chiama “questione meridionale” ed è figlia di un processo di unificazione fortunoso e rocambolesco.

    Ma da questi dati di fatto, così come dai legittimi interessi della parte produttiva del lombardo-veneto, non si può in alcun modo giungere alla conclusione che mettere il Nord contro il Sud o lavorare per la secessione siano pretese accettabili. Innanzitutto non sono esigenze condivise. Persino Beppe Grillo è arrivato a dire che, se si facesse un referendum, il Nord si staccherebbe dal resto d’Italia. Ma è una bufala colossale.

    I numeri raccontano che alle ultime elezioni su 36.457.254 votanti la Lega ha raccolto 3.024.543 voti: vale a dire l’ 8,3 %. Si dirà: se ci concentriamo al Nord, la percentuale sale. Vero. Ma anche in Lombardia e in Veneto i seggi conquistati dalla Lega nel 2008 sono stati più o meno gli stessi di quelli del PD (che le elezioni le perse).

    Inoltre bisogna considerare che molti votano Lega più per la politica dura contro l’immigrazione che per altro. E attualmente i sondaggi non sono positivi. A ben vedere, dunque, coloro che confidano nella secessione come soluzione estrema sono un’esigua minoranza. Ed è normale che sia così. L’idea di uno Stato autarchico padano che batta moneta propria è talmente assurda che non ci credono nemmeno i dirigenti leghisti. Un Nord che chiudesse le frontiere e facesse import/export in talleri che tipo di chances di sviluppo potrebbe mai avere? Inoltre la “Padania” è chiaramente un’invenzione folkloristica. Non che le differenze regionali e geografiche non esistano: abbiamo una varietà vastissima di dialetti e usanze locali. Ma questo non dà alla Lombardia più ragioni culturali di pretendere un proprio Stato di quante non ne darebbe alla Puglia o alla Sardegna. La vera ragione per cui al Nord potrebbe interessare la secessione sarebbe quella di togliersi la palla al piede di un Sud che non riesce a svilupparsi. Ma non è un caso che non esistano precedenti al mondo su basi simili.

    Anche il caso degli Stati Uniti, che raggiunsero l’indipendenza a spese dell’Inghilterra per ragioni essenzialmente fiscali, non è nemmeno lontanamente paragonabile: avvenne più di duecento anni fa, con distanze geografiche enormi e soprattutto con il motivo determinante dell’ostinazione inglese a trattare gli americani come colonizzati e non come colonizzatori.

    Se la Padania dovesse nascere davvero, allora sulle stesse basi il Veneto potrebbe a sua volta chiedere l’autonomia dalla Padania! Infatti liberandosi di Piemonte e Liguria si ritroverebbe uno Stato più omogeneo economicamente.

    Se passasse l’idea che lo sviluppo non si raggiunge insieme, ma che basti tagliare i rami secchi, si diffonderebbe un virus da cui non sarebbe immune nemmeno un ipotetico Stato padano. Per questo oggi nessuno Stato moderno e democratico tollera che al suo interno operino spinte secessionistiche tanto dichiarate e pretestuose: non solo perché il mondo va in direzione opposta, ma anche perché questo minaccia la coesione interna.

    Se abbiamo un paese diviso e frastagliato, che è politicamente incapace di prendere decisioni condivise, ciò è anche causa ed effetto insieme di spinte secessionistiche come quelle leghiste.

    Da tifosi di calcio, non tollereremmo che i giocatori della nostra squadra pensassero solo a se stessi remando contro; ma trattandosi di politica, queste cose vengono curiosamente sottovalutate. Così come viene sottovalutato il razzismo strisciante che è insito in tutto questo. Quando nel 2009 Berlusconi venne colpito da una statuetta lanciata da uno squilibrato, partì un processo mediatico che fece le pulci a tutti coloro che a sinistra avevano osato rivolgergli critiche troppo aspre. Poi si scoprì che le cose non avevano alcuna correlazione e che l’aggressore aveva agito così solo a causa dei suoi disturbi mentali.

    Ora che un antisemita iscritto a Casa Pound ha ucciso due senegalesi, a qualcuno verrà in mente di suggerire che forse certi messaggi provenienti da destra hanno una qualche responsabilità nell’accaduto?

    Andrea Giannini

  • Costi della politica: rimborsi tagliati solo per i consiglieri dei Municipi

    Costi della politica: rimborsi tagliati solo per i consiglieri dei Municipi

    Mauro Avvenente
    Mauro Avvenente, presidente del Municipio Ponente

    Noi siamo l’anello più debole della catena di rappresentanza. Quelli che lavorano il sabato e la domenica…” Sono le parole di Mauro Avvenente presidente del Municipio Ponente; con lui abbiamo parlato della decisione del governo Monti di tagliare rimborsi e gettoni a presidenti e consiglieri municipali, unico provvedimento preso per far fronte agli eccessivi costi della politica.

    E la riflessione sorge spontanea: se nella società italiana a pagare il prezzo più alto della manovra sono i ceti deboli, anche per la politica vale lo stesso identico discorso.

    In Parlamento troviamo i privilegi e i rimborsi intatti, i consiglieri regionali hanno rinunciato al vitalizio ma a partire dalla prossima legislatura (quindi a partire da altre persone), e nessuno ha toccato i compensi di consiglieri e assessori comunali… Ma i Municipi si, lì era necessario intervenire in tutta fretta.

    “Gli incarichi a livello municipale – ha dichiarato Monti- non sono previsti dalla Costituzione e quindi la loro attività è da considerarsi esclusivamente a titolo onorifico e non fonte di indennità o gettoni di presenza.” In sintesi, da ieri, i consiglieri e i presidenti dei 9 Municipi di Genova lavoreranno gratis.

    Perché per rispetto dei cittadini devi essere sempre presente – continua Avvenente – E’ un lavoro particolare e che richiede dedizione a tempo pienoEppure in questi anni nonostante le ristrettezze economiche abbiamo fatto il possibile. La manovra del nuovo governo colpisce i soliti noti. E questo vale per la categoria dei pensionati ma anche – per quanto riguarda i costi della politica – per le piccole realtà come i Municipi.”

    Il gettone di presenza per il consigliere di municipio equivale a 34 euro netti a seduta. Parliamo mediamente di 1 seduta di consiglio e 2 sedute di Commissioni al mese. Sono cifre alquanto risibili. La mia indennità di presidente è di 2200 euro al mese per 12 mensilità. Per 4 anni abbiamo razionalizzato le sedute di Consiglio e Commissioni senza soffocare la democrazia. In questo modo le risorse risparmiate, 37-40 mila euro all’anno, le abbiamo investite sul territorio in progetti rivolti alle fasce sociali più deboli come anziani e disabili ad esempio. Oppure sono state impiegate in opere di riqualificazione”.

    In questi giorni i presidenti dei 9 municipi si sono incontrati: “I parlamentari liguri ci hanno promesso di impegnarsi sulla questione.
    Perché un conto è eliminare le circoscrizioni nelle piccole città. Un altro discorso è gestire territori complessi come ad esempio quello di Genova, i municipi dovrebbero essere salvati almeno per quanto riguarda le città metropolitane. Perché, parliamoci chiaro,  svuotare questi organismi dall’interno vuol dire eliminarli: chi farà più politica nei quartieri senza la garanzia neppure di un semplice rimborso spese?”

    Il Municipio ha rappresentato un punto di riferimento per la cittadinanza. Siamo un amplificatore della voce dei cittadini. I cittadini proprio in un momento difficile come questo hanno bisogno di sentire la politica vicina a loro. Secondo me è una scelta inopportuna. E di queste realtà si sentirà la mancanza.”

    Matteo Quadrone

  • La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    La manovra Monti riduce lo spread, ma risparmia evasori e privilegiati

    Spese e debito pubblicoLa prima cosa da notare è che con l’annuncio della manovra di Monti è sceso drasticamente lo spread. L’indice che esprime la differenza tra quanto rendono i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani ha rappresentato il termometro della terribile febbre finanziaria che ci ha colpito quest’estate.

    Nei giorni più caldi della crisi, in pratica, lo spread ci spiegava che se la Germania piazzando un titolo obbligazionario a un compratore si faceva dare 100 promettendogli a dieci anni 101, l’Italia per fare lo stesso doveva promettere 107 o 108. La differenza tra le due “promesse” è appunto il valore in percentuale dello spread (che in inglese vuol dire proprio “apertura, gamma”).

    Considerando che la Germania paga i rendimenti più bassi e costanti d’Europa, se aumenta la nostra differenza da loro e cioè sale lo spread, significa che ci stiamo indebitando sempre di più per reperire liquidità. E questo avviene perché i compratori non si fidano della nostra capacità di ripagare i debiti ed esigono un margine di guadagno più ampio per correre il rischio. Ma più salgono i tassi, più aumenta il debito. E più aumenta il debito, più aumenta la sfiducia dei compratori: e così i tassi tornano a salire. Una spirale perversa che se non viene invertita fa schizzare verso l’alto i rendimenti fino alla soglia di non ritorno: lo Stato che dichiara la bancarotta.

    Ci siamo andati vicini e il pericolo non è del tutto scongiurato. Gli effetti già si vedevano e si vedono ancora: la fuga dei capitali, la corsa all’oro come bene rifugio, l’aumento del costo del denaro, l’aumento dei tassi sul prestito bancario e via dicendo. Se avessimo varcato la soglia di non ritorno, il mutuo per la casa o il finanziamento per l’impresa sarebbero diventati impossibili: è il cosiddetto “credit crunch”, la contrazione del credito, che chiude i rubinetti all’economia provocando fallimenti di imprese a catena, disoccupazione ai massimi livelli e taglio selvaggio della spesa sociale. Uno scenario che andava scongiurato. Ed è proprio per questo che è stato sostituito Berlusconi: perché si era rivelato inadatto a gestire la crisi. E per lo stesso motivo è stato chiamato Monti: perché aveva la reputazione e la stima necessarie per gestire una situazione così grave.

    Non dobbiamo dimenticarci di tutto questo. Non dobbiamo dimenticarci di quanto si sia rivelato inconcludente il precedente governo. Berlusconi aveva governato otto degli ultimi dieci anni garantendo una crescita economica ridottissima; aveva fatto tre manovre in una sola estate e quando si è dimesso, ci ha lasciato con uno spread superiore ai 560 punti. Non dobbiamo dimenticarci che in 20 giorni dal suo giuramento, Monti ha presentato una manovra che deve ancora essere approvata e già ci restituisce uno spread attorno ai 380 punti. Siamo lontani dai valori molto più bassi di un anno fa, ma è innegabile che siamo sulla buona strada.

    Ciò non significa che siamo guariti. La manovra deve ancora passare tra le forche caudine del parlamento e, soprattutto, la partita vera si giocherà in Europa. Se Monti incassa una manovra rigidissima sul versante dei conti, con un nuovo sistema pensionistico più rigoroso di quello tedesco, potrà poi andare a parlare con Francia e Germania e spingere con maggiore credibilità sul tasto della messa in sicurezza dell’euro, che è l’unica cosa che può scongiurare davvero la crisi.

    Ma niente è certo: siamo ancora appesi ad un filo. Quello che si può dire per ora è che Monti sta facendo davvero quello per cui è stato chiamato. E che stiamo toccando con mano quanto ci sia costato Berlusconi e, più in generale, una classe politica incapace ed inefficiente.

    Detto questo, il giudizio sulla manovra in sé e per sé non può che essere negativo. Era giusto ricordare come mai siamo arrivati a questi punti e cosa rischieremmo se ora l’iter di approvazione si arenasse in parlamento: ma ciò non vuol dire che la manovra sia giusta ed equa. Ha il pregio di garantire i saldi finali, ma ha il vizio di farlo passando attraverso le solite tasse e i soliti tagli.

    Ho già scritto su queste colonne che esistevano molti modi per reperire le risorse necessarie a raggiungere la parità di bilancio nel 2013: sono talmente tante le soluzioni che qualcuna l’ho certamente dimenticata. Eppure Monti ha fatto pochissimo in questo senso. Ha fatto pagare quasi tutto alla gente e pochissimo ai privilegiati, agli evasori e ai partiti.

    Imporre la tracciabilità dei pagamenti in contanti sopra i 1000 euro temo che servirà a poco. Chiedere un 1,5 % in più a chi aveva rimpatriato capitali tenuti all’estero evadendo il fisco e pagando solo il 5 % per rimettersi in regola, fa sorridere: costoro se la cavano comunque pagando un 6,5 % totale laddove in altri paesi per la stessa cosa si era chiesto il 20 %. Se si voleva introdurre una norma retroattiva (a rischio di incostituzionalità), tanto valeva osare di più. La Chiesa dal canto suo si è scampata l’ICI. La casta poi se l’è cavata piuttosto bene, come ha scritto Sergio Rizzo sul Corriere (uno che se ne intende, visto che il libro La Casta lo ha scritto lui): i pilastri su cui si basa il sistema di potere dei partiti non sono stati toccati. Insomma, Monti che predicava l’equità si è rivelato iniquo?

    Ad esser onesti non ce la possiamo prendere con lui più di tanto. Innanzitutto perché è sempre il Parlamento che approva le leggi. Una tassa sui patrimoni, ad esempio, che per entrare in funzione già richiede del tempo che non abbiamo, il PDL non l’avrebbe votata. Stesso discorso per le frequenze del digitale terrestre. Semplificando molto, oggi le stiamo regalando a Rai, Mediaset e LA7, quando mettendole all’asta potremmo ricavarne qualche bel miliardo di euro: ma c’è qualche dubbio che Berlusconi avrebbe fatto il diavolo a quattro contro un provvedimento simile? La realtà purtroppo è sempre la stessa. Quando bisogna prendere dei provvedimenti in Italia, chi vede toccato i suoi interessi si muove compatto: sindacati, corporazioni, associazioni di categoria, ordini religiosi e professionali, politici e via dicendo. Gli unici che non si sanno muovere insieme, come le pecore di un gregge, sono gli Italiani.

    Se oggi la gente subisce una manovra durissima, la colpa è senza dubbio di politici inefficienti che sono stati a guardare fino a che non è dovuto intervenire un “podestà straniero”. Ma in ultima analisi la colpa è degli Italiani stessi, che questi politici li hanno votati, che hanno creduto ciecamente a Berlusconi prima e a Monti adesso e non hanno ancora imparato che, come dice Fitoussi, «non c’è Zorro e non c’è Superman».

    Dovremmo smetterla di affidare il controllo sulle nostre vite ad un individuo solo, perché questo, per bravo e volenteroso che sia, si scontrerà sempre contro le medesime resistenze e finirà sempre per accontentare chi ha potere di ricatto, lasciando sullo sfondo quei cittadini che pure dovrebbero essere i padroni in democrazia.

    Anziché disinteressarci della vita pubblica per poi subirne le conseguenze, dovremmo tornare ad interessarci, a comprare i giornali, a seguire la politica e l’economia, a scendere nelle piazze, a dedicare un po’ del nostro tempo ad acquisire elementi utili a prendere noi le decisioni, tramite rappresentati scelti da noi e da noi monitorati severamente. Sarebbe semplicemente la democrazia, cosa che non esercitiamo più da tanto tempo. Per questo oggi non ha senso prendersela perché si va in pensione 5 anni più tardi: è solo uno dei tanti prezzi da pagare per aver lasciato la nostra sovranità in mano ad altri.

    Andrea Giannini

  • Regione Liguria: abolizione del vitalizio ai consiglieri, ma dalla prossima legislatura

    Regione Liguria: abolizione del vitalizio ai consiglieri, ma dalla prossima legislatura

    Palazzo della RegioneIl Consiglio regionale ha approvato all’unanimità la proposta di legge che abolisce i vitalizi per i consiglieri regionali a partire dalla prossima legislatura.  Bene, dopo i senatori anche i nostri probi consiglieri regionali legiferano seguendo il modello dei “padri della patria” e con le stesse regole : tutto alla prossima legislatura del 2015 cioè, come dire, pur che non mi tocchi.

    Vergogna, vergogna e ancora vergogna. Tutti gli altri “pensionandi” del paese dovranno sottostare da subito alle restrizioni, appena le leggi verranno promulgate, e i soliti privilegiati si fanno normative ad personam”.

    Abbiamo cambiato habitus al governo, che risulta sicuramente meno “alternativo” ma la nostra classe politica non dimostra di volersi allineare su questa condotta di ritorno alla moralità ed all’etica, sentimenti che ispirarono la stesura della nostra Costituzione. Si sbandierano slogan di rigore con l’intento dichiarato di riavvicinare la popolazione alla politica: obiettivo raggiunto, nel senso che ci sarà la rincorsa a far parte della “ragion di stato” per poter avere accesso agli stessi agi che fatti uscire con somma calma dalla porta, attendono solo tempi migliori per poter rientrare dalla finestra.

    Certi che il sopito spirito risorgimentale non possa riaccendersi in una corale e collettiva protesta, ci trattano come un gregge di pecoroni che vengono indirizzati a destra o a manca a seconda del comodo. Come tali, pecoroni, continueremo a subire perché, diciamolo, noi siamo un popolo di tifosi campanilisti e quando ci affezioniamo ad un’idea o, come in questo caso, ad un partito non lo mandiamo a quel paese neppure davanti alla più becera evidenza. Quindi continueremo col “mugugno” ma poi ci rimangeremo la stessa ritrita minestra sperando in quel miracolo destinato a rimanere vano e, soprattutto, rischiando la ingloriosa fine di un celebre detto: chi vive sperando…

    Adriana Morando