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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Trasporto Pubblico Locale: l’obiettivo è un’unica azienda ferro-gomma

    Trasporto Pubblico Locale: l’obiettivo è un’unica azienda ferro-gomma

    L’assessore regionale ai trasporti Enrico Vesco questa mattina alla stazione della Spezia a margine della presentazione della mostra “Operazione treni puliti” è tornato sul Trasporto Pubblico Locale anticipando le linee guida del progetto su cui stanno lavorando le istituzioni: «La nuova legge sul trasporto pubblico locale, in dirittura di arrivo, è quanto di più innovativo si possa mettere a disposizione del nostro territorio».

    «La legge definirà un bacino unico di trasporto pubblico rispetto agli attuali cinque bacini. Dal bacino unico si potrà poi predisporre tutte le azioni per consentire alle aziende di aggregarsi perché il vero obiettivo è l’azienda unica di trasporto su gomma per consentire un risparmio, una maggiore efficienza, oltre ad un miglioramento qualitativo del servizio offerto a tutti i cittadini. Un percorso –ha ricordato Vesco – in un cui è inserito anche il trasporto ferroviario perché l’obiettivo che ci poniamo è quello di arrivare ad un’azienda unica ferro- gomma che potrà essere realizzata dopo il 2014, quando scadrà l’attuale contratto di servizio con Trenitalia».

    Nell’imminenza della presentazione del Disegno di Legge di riorganizzazione del Tpl ligure, le associazioni di pendolari e consumatori hanno scritto una lettera al presidente della Regione e si sono dati appuntamento domani pomeriggio alla stazione di Brignole alle ore 17,30 e, nell’occasione, verranno raccolte le firme per poter avanzare richieste ufficiali alle istituzioni competenti.

  • Conflitti di interesse: in Regione approvato un ordine del giorno di Sel

    Conflitti di interesse: in Regione approvato un ordine del giorno di Sel

    E’ stato approvato oggi a maggioranza un ordine del giorno presentato dal capogruppo regionale di Sinistra Ecologia e libertà (SEL) Matteo Rossi, che impegna la Regione Liguria a definire una normativa in materia di nomine che disponga la non ammissibilità di candidati in conflitto di interesse con la posizione che si andrebbe a ricoprire.

    In attesa di una nuova normativa che definisca con puntualità eventuali conflitti e circoscriva con trasparenza i criteri di nomina, l’ordine del giorno impegna il Presidente e la Giunta a valutare con attenzione le nomine espresse dai territori, al fine di evitare scelte incongrue e inopportune.

    L’ordine del giorno era stato sottoscritto in prima battuta da tutti i partiti, nonostante ciò al momento del voto alcuni gruppi si sono inspiegabilmente defilati.

    «Non capiamo queste resistenze, peraltro tardive – commenta Matteo Rossi (SEL) – Anche in Regione si è aperto un dibattito su eticità e trasparenza e tale O.d.g. va proprio in questa direzione. Riteniamo comunque importante che ci sia stata una rapida approvazione di questo dispositivo e ci auguriamo che se ne tenga conto in sede di nomine, valutando con attenzione quanto espresso sui territori. Infine auspichiamo che rapidamente la Regione si doti di uno strumento normativo adeguato in materia».

  • Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Dell'UtriVenerdì poteva andare in scena l’atto finale del processo Dell’Utri. Dopo una prima condanna a 9 anni, e una seconda in appello a 7, il senatore del PDL, fondatore di Forza Italia e braccio destro storico del Cavalier Silvio Berlusconi al terzo e ultimo grado di giudizio rischiava davvero di finire in carcere per lungo tempo. Per sua fortuna così non è stato. La Corte di Cassazione ha annullato il processo d’appello (le motivazioni si sapranno più avanti), che dovrà quindi essere ripetuto; sempre che a chiudere definitivamente il sipario non intervenga prima il termine di prescrizione del reato, che scade nel 2014. Il rischio di un ennesimo processo sfumato nel nulla è concreto. Pertanto si può ben dire che Dell’Utri si è conquistato buone chances di scamparla.

    E a confortarlo ha contribuito anche il mutato clima generale, che in poche ore si è fatto particolarmente favorevole alla sua causa. Il sostituto procuratore Iacoviello, infatti, proprio nella requisitoria finale, dove era chiamato a esprimere il suo parere circa l’accoglimento o il rigetto dei ricorsi, ha proposto di respingere il ricorso dell’accusa e di accogliere quello della difesa; ed è poi andato ben al di là, sostenendo addirittura che «al concorso esterno ormai non crede più nessuno» e spiazzando così persino gli avvocati di Dell’Utri, che non si sarebbero potuti augurare di meglio. L’opinione pubblica e la politica si sono subito accodate, con dichiarazioni contro il concorso esterno provenienti in modo trasversale sia da ambienti di destra che da ambienti di sinistra.

    Ora, che il braccio destro di Berlusconi si salvi o vada in carcere, è un fatto certamente rilevante per la vita politica italiana. Eppure, in fin dei conti, il comune cittadino potrebbe anche disinteressarsi tranquillamente della vicenda e vivere tranquillo. Invece sarebbe molto grave ed inquietante, se questo processo diventasse l’occasione per mettere in discussione il concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratterebbe un campanello d’allarme di degenerazione contro cui la società civile dovrebbe reagire compatta. Di questo reato è stato detto di tutto e di più: che è vago e ambiguo, che non esiste nel codice penale, che siamo l’unico paese del mondo ad averlo, e via dicendo.

    Non mi interessa qui entrare nel merito di queste accuse, che sono state già smontate ripetutamente da persone ben più preparate di me. Basti dire che il concorso esterno in associazione mafiosa ha già portato in carcere molte persone e che è stato definito per la prima volta nel processo maxi-ter a Cosa Nostra da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due che forse di reati di mafia ne sapevano di più del PG Iacoviello, che lavora a Ravenna. Ma soprattutto è stato bene specificato e circoscritto dalla Cassazione.

    Molto semplicemente è il reato commesso da chi aiuta e favorisce un’organizzazione criminale di stampo mafioso pur non facendone parte. Quando l’aiuto è episodico, il pubblico ministero contesta il reato di “favoreggiamento”; quando è continuativo si contesta il “concorso esterno”. E’ quindi facilissimo capire per quali categorie sia stato disegnato questo reato: i colletti bianchi.

    Tutti i magistrati, da Castelli ad Ingroia, che si sono occupati di combattere le associazioni criminali sanno benissimo che senza un’arma giudiziaria per punire chi si mette “a disposizione”, le possibilità di estirpare il fenomeno mafioso sono prossime allo zero. Catturato un boss, se ne fa un altro: ma Falcone e Borsellino hanno insegnato che la mafia non può sopravvivere senza imprenditori insospettabili che ne riciclino il denaro sporco, senza medici che ne curino i feriti, senza avvocati che li difendano, senza funzionari pubblici che olino la macchina burocratica e senza politici che garantiscano gli appalti. Il fine della mafia non è uccidere. Uccidere è il mezzo che la mafia usa, di tanto in tanto, per il vero scopo della sua esistenza: accumulare denaro e potere. Senza chi aiuta la mafia dall’esterno, questo fine non è raggiungibile. Per questo Falcone era diventato il simbolo da colpire.

    Giusto la settimana scorsa la procura di Caltanissetta ha messo nero su bianco che anche Borsellino fece la fine del suo migliore amico perché aveva scoperto che lo Stato stava trattando con i Corleonesi e si era opposto. Ieri la procura di Firenze, nelle motivazioni della sentenza di condanna del boss Tagliavia, ha scritto che nel ’92-’93 una trattativa tra mafia e istituzioni «indubbiamente ci fu».

    Per questo proprio oggi il fatto che quasi tutta la politica trasversalmente metta in discussione il concorso esterno deve suonarci come una minaccia. Una grossa parte della crisi economica che viviamo si deve anche alle mafie, che nel loro complesso, secondo le stime raccolte da Nunzia Penelope, pesano per il 10% del PIL nazionale. Perché mai dovremmo sbarazzarci di un reato che serve proprio a colpire il cuore dell’economia illegale mafiosa?

    E’ vero che la politica è un’arte difficile, perché non basta fare la cosa giusta, ma comporta trovare accordi su interessi spesso divergenti. E in democrazia è normale e legittimo che ci siano interessi opposti. Ma diciamo le cose come stanno: quali possono essere gli interessi di chi non vuole il concorso esterno in associazione mafiosa? Un sostituto PG può anche prendersi la libertà di fare fini disquisizioni di diritto: in fin dei conti la giurisprudenza è il suo mestiere. Ma a noi, e ai politici che ci rappresentano, dovrebbe interessare solo che si colpisca la mafia duramente.

    L’unico motivo accettabile per modificare o abolire il concorso esterno sarebbe quello di sostituirlo con una fattispecie di reato ancora più dura e penalizzante degli interessi mafiosi. E invece le dichiarazioni che ha rilasciato, ad esempio, un ex-presidente della Commissione Antimafia come Violante (PD) sembrano andare nella direzione di un ammorbidimento. Che senso può avere questo tipo di propaganda politica? Se a pensare male spesso ci si azzecca, l’unica spiegazione è che i nostri attuali politici sappiano benissimo che nei loro partiti ci sono colleghi e amministratori che fanno accordi con le mafie; e piuttosto che fare i conti con questa verità, che rivolterebbe il paese, preferiscono azzoppare gli strumenti di indagine della magistratura per impedirle di indagare nella zona grigia dei rapporti tra mafia, società civile e Stato.

    Tutto questo nel silenzio tombale del governo Monti, che preferisce non addentrarsi in questi spinosissimi terreni. Eppure ci sono scarse alternative: se la terra è tonda, se le guardie sono i buoni e i ladri sono i cattivi, se non voteremo mai per chi vorrebbe abolire il reato di omicidio, perché penseremmo che difende gli assassini, per quale motivo qualcuno dovrebbe voler indebolire un reato che colpisce chi presta aiuto alla mafia? O è disinformato, oppure è compromesso.
    Andrea Giannini

  • Dal referendum alle primarie: la grande sconfitta dei partiti politici

    Dal referendum alle primarie: la grande sconfitta dei partiti politici

    Pier Luigi BersaniLa vittoria di Fabrizio Ferrandelli a Palermo fa il palio con quella di Marco Doria di qualche settimana fa e certifica un dato ormai evidente. Al di là dei sondaggi, infatti, che pur rilevandolo, non possono restituire la profondità del fenomeno, nella realtà tutte le consultazioni elettorali da un anno a questa parte hanno decretato una cosa sola: la sconfitta dei partiti tradizionali.

    Ripercorriamo in breve quello che è successo a partire dall’inizio del 2011. Nei primi mesi, mentre il PDL precipita nei consensi per via delle cricche, delle P4 e delle nipoti di Mubarak, il candidato del centrosinistra per sfidare Letizia Moratti nella corsa al comune di Milano è Giuliano Pisapia, già legale della famiglia di Carlo Giuliani nel processo del G8. Pisapia, sostenuto da Vendola e dalla sinistra extraparlamentare, aveva battuto alle primarie il candidato del PD Stefano Boeri. Nel frattempo a Napoli Luigi De Magistris, ex magistrato al centro di tante indagini scomode, si candida a sindaco, correndo così sia contro il candidato del PDL che contro quello del PD. A maggio succede l’incredibile: nella capitale del berlusconismo Giuliano Pisapia al primo turno è sopra la Moratti, mentre nella città della camorra il magistrato De Magistris scalza Morcone (PD) e va al ballottaggio con Lettieri (PDL). Pisapia è in vantaggio, ma la Moratti spera di recuperare. De Magistris, invece, è fermo al 27,52%. Pochi pensano che il centrodestra possa perdere sia Napoli che Milano. Ed invece Pisapia otterrà un ottimo 55% e De Magistris un ancora più sbalorditivo 65%.

    La crisi di Berlusconi è certificata. Ma se Sparta piange, anche Atene non ride. Bersani prova a cantare vittoria, ma è evidente che i cittadini hanno scartato nettamente le candidature provenienti dalla segreteria del partito. Passano neanche due settimane e si vota di nuovo, stavolta in tutta Italia. Di Pietro, Grillo, e alcuni comitati spontanei, del tutto in solitaria, si fanno promotori di un referendum contro acqua privata, nucleare e legittimo impedimento del premier. Il referendum è osteggiato in tutti i modi dal governo, che lo sposta due settimane dopo le comunali per fiaccare la voglia dei cittadini di andare a votare; ed è mal sopportato anche dall’opposizione, che nel migliore dei casi lo reputa una perdita di tempo. All’ultimo, soprattutto dopo le vittorie-choc di Pisapia e De Magistris, il PD si accoda ai promotori, ma in molti ritengono difficile che si possa raggiungere il quorum. Ed invece, per la prima volta dal 1995, più della metà degli aventi diritto si reca ai seggi. Il responso è bulgaro: su 4 quesiti, i SI sono in media il 95%.

    Ormai è evidente che i cittadini si stanno muovendo senza le indicazioni dei partiti. Parte così un nuovo referendum contro l’attuale legge elettorale (il cosiddetto “porcellum”): di nuovo grande partecipazione (più di 1.200.000 firme), ma questa volta la consulta boccia i quesiti.

    Arriviamo quindi alle primarie di due settimane fa e alla vittoria di Marco Doria, voluto fortissimamente da Don Gallo. Per il PD è una nuova mazzata. Si dice che presentare due candidati, tra cui il sindaco uscente, sia stato un errore. E senza dubbio è vero: o si conferma il sindaco anche per il prossimo mandato, oppure si propone dei candidati alternativi. Ma la candidatura della Pinotti, persona di per sé degnissima, suscita più di una perplessità, perché è senatrice a Roma, è vicina alla segreteria centrale ed è un po’ lontana dai problemi di Genova: insomma, mentre i sondaggi danno la fiducia nei partiti al 4%, non è esattamente questo il tipo di lezione che si sarebbe dovuta trarre dal vento che cambia.

    A Palermo però il PD può finalmente rifarsi con la candidatura eccellente, sostenuta anche da Di Pietro e Vendola, di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia in Via D’Amelio. A sorpresa però, per un centinaio di voti, le primarie sono vinte dall’outsider Fabrizio Ferrandelli. La situazione è ancora poco chiara, perché si parla di brogli e schede falsificate; ma non c’è dubbio che per il PD sia comunque una bruciante sconfitta. Anche se il risultato dovesse essere ribaltato, già il fatto che Ferrandelli sia andato vicino alla Borsellino è piuttosto indicativo. E se in qualche modo si dovesse accertare che ci sono stati brogli molto pesanti, sarebbe l’intero strumento consultivo delle primarie ad entrare in crisi di credibilità. Insomma, comunque la si guardi, al PD davvero non riesce una ciambella col buco.

    Ma al di là dei cronici problemi del partito di Bersani, ci sono considerazioni più significative da fare. Se a quanto detto fin qui sommiamo il successo di consensi del governo Monti, non si può fare a meno di notare come ormai la gente tenda a premiare qualsiasi proposta che, dalle aule della Bocconi ai centri sociali, non sia espressione diretta dei grandi partiti. I quali, non a caso, stanno provando a fare quadrato con ipotesi di grandi coalizioni comprendenti PD, PDL e UDC. Se questa interpretazione è corretta, c’è da aspettarsi che alle prossime elezioni nazionali avremo grandi sorprese, probabilmente paragonabili a quelle che nei primi anni ’90 decretarono la fine della prima repubblica.

    I giornali nei mesi a venire continueranno a parlare del trionfo della montante “antipolitica”. Ma il mio giudizio è che i cittadini italiani, al contrario, stiano riscoprendo la politica attiva e la partecipazione diretta. I sacrifici che sono stati imposti alla gente contrastano con l’ostinazione della politica a chiudersi nella difesa dei propri privilegi. Gli stipendi faraonici, i casi di corruzione sempre più frequenti, i generosi finanziamenti pubblici auto-assegnati e i mancati tagli alle retribuzioni dei parlamentari non fanno altro che rafforzare la convinzione che i partiti da troppo tempo, più che al buon governo, siano dediti alla spartizione del potere. E a questo punto è difficile sperare che qualcuno (tipo il Bersani che a Servizio Pubblico balbettava sulla TAV e minacciava querele) sia in grado di fare marcia indietro. Cosa succederebbe, dunque, se nel 2013 si presentasse una sorta di grande lista civica alternativa ai partiti?

    Andrea Giannini

  • Lorenzo Basso: il Pd respinge le dimissioni del segretario regionale

    Lorenzo Basso: il Pd respinge le dimissioni del segretario regionale

    Lorenzo Basso“No dai, non te ne andare”. L’assemblea del Partito Democratico ha respinto le dimissioni del segretario ligure Lorenzo Basso presentate dopo la brutta figura rimediata alle primarie. E l’uomo che fino a qualche giorno fa sembrava aprire al nuovo corso del Pd rimettendo il proprio mandato e lasciando spazio a un volto nuovo capace di restituire ordine e competitività ad un partito “scaduto”, diventa, volente o nolente, lui stesso punto di partenza del rinnovamento. A testimonianza di ciò l’applauditissimo intervento durante la Direzione Regionale del Pd di ieri. Eccone un breve riassunto:

    Non ho rassegnato dimissioni solo formali. Non l’ho fatto perché tutto rimanga uguale a prima. Ho messo in conto di uscire di qui senza più essere Segretario. Ma questo è il tempo delle scelte… Tantomeno però voglio fare quello che in passato altri hanno fatto: rassegnare le mie dimissioni alla prima sconfitta. Non lascio il Partito nelle difficoltà se si ritiene che io possa essere utile.

    I genovesi ci hanno chiesto innovazione di contenuti, di stile e di uomini. Se non daremo loro anche uno solo di questi ingredienti la nostra ricetta verrà respinta e questa volta, a differenza delle primarie, non ci sarà appello. […] Stasera è necessaria una scelta forte. Nessun direttorio, caminetto, soluzione pasticciata che tenga dentro correnti e maggiorenti può essere accettata.[…] Per farlo è però necessaria la vostra fiducia. Una fiducia piena e convinta, che dia a questo Partito, attraverso di me che ho l’onore di guidarlo, la forza di arrivare compatto alle prossime elezioni amministrative, che si svolgeranno non solo a Genova. Vi chiedo quindi di accettare le mie dimissioni oppure di darmi la forza per compiere insieme tutto ciò che è necessario a realizzare questo impegnativo obiettivo.”

    E ancora.. “I cittadini si aspettano che cambi non solo la politica ma anche l’intera classe dirigente che da oltre trent’anni governa l’economia, la vita sociale, la cultura e i rapporti di potere di questa città. Ma scaricare le responsabilità solo addosso al Sindaco e all’Amministrazione è un’autoassoluzione che non coglie il problema e non getta le basi per superarlo. Né possiamo illuderci che i problemi di un partito si possano risolvere individuando un unico colpevole.”

    Accolte invece le dimissioni di Victor Rasetto, ex segretario provinciale, non è ovviamente tutta sua la responsabilità della rovinosa corsa a due Vincenzi – Pinotti, ma è stato lui, allo stato attuale delle cose, a pagare le spese per tutti. Rimangono delusi, al momento, gli elettori del centrosinistra che si aspettavano un radicale cambiamento della classe dirigente del partito.

  • Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio Tremonti e l’illusione italiana del capitalismo anni ’90

    Giulio TremontiQualcuno deve aver letto a Santoro il mio intervento di qualche settimana fa, perché giovedì la trasmissione “Servizio Pubblico” è andata decisamente incontro alle critiche che avevo sollevato sul programma. A parte la battuta, l’ultima puntata è stata decisamente più interessante delle precedenti. Il tema, le regole della finanza e il rapporto con la politica, è decisamente d’attualità; le analisi e gli approfondimenti, pur nei limiti del dibattito televisivo, non erano privi di una certa pregnanza; in studio erano presenti giornalisti prestigiosi, come Mentana e Mieli, l’ottimo Gianni Dragoni, il solito Travaglio e diversi invitati che, pur da prospettive talvolta opposte, non per questo hanno lesinato spunti interessanti, come il leader dei no global Luca Casarini o il giovane ricercatore di Oxford Emanuele Ferragina.

    Era presente, a dire il vero, anche un politico. Eppure Giulio Tremonti, per il ruolo di governo che ha ricoperto fino a ieri e le particolari tesi espresse, è uno di quei politici il cui parere si ascolta sempre con un certo interesse. Intendiamoci: io non sono affatto un fan di Tremonti. Nonostante i giudizi positivi che riscuote un po’ in tutti gli schieramenti politici, da destra a sinistra, io sono del parere che questo tributarista di Sondrio come economista sia decisamente sopravvalutato: lo trovo fastidiosamente supponente, penso che sia direttamente responsabile di diversi obbrobri legislativi (vedi scudo fiscale) e, soprattutto, che si compiaccia di esprimersi attraverso metafore oracolari e profetiche, senza però che dietro a queste si nasconda una particolare profondità di analisi.

    Detto questo, si tratta comunque di un personaggio che, inspiegabilmente, emana un discreto fascino intellettuale: sarà per la bellissima imitazione di Corrado Guzzanti; sarà per la folle ebrezza che ci pervade al pensiero che questo simpatico mitomane autoproclamatosi erede di Quintino Sella sia stato per tre diversi mandati l’autorità più alta per l’economia italiana; o forse sarà per lo sguardo inespressivo, gli occhiali anni ’70 e l’irresistibile erre moscia. Come che sia, l’altra sera molte persone, compreso il sottoscritto, sono rimasti ad ascoltarlo mentre ripercorreva cattedratico la storia del mondo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale fino ai giorni nostri.

    Secondo Tremonti nei primi anni ’90, con la fine del comunismo, la caduta dell’Unione Sovietica alla spalle e la nuova organizzazione del commercio mondiale (il WTO), il mondo è cambiato fino a produrre una globalizzazione che ha generato ricchezza da alcune parti, ma anche povertà in molte altre, mentre la finanza usciva fuori da ogni controllo. Il punto di svolta, secondo Tremonti, è la caduta del muro di Berlino. E non ci vuole un ministro dell’economia per dirlo: basta uno studente di liceo. Non c’è dubbio che si tratti dell’evento più importante per la storia contemporanea; il momento che costituisce, anche simbolicamente, lo spartiacque tra un dopoguerra dominato da due potenze e due ideologie e un “dopo”, in cui ci troviamo tuttora, che ancora non abbiamo capito bene cosa debba essere.

    Tremonti rileva ciò che è ovvio, ma ha comunque ragione a incentrare l’attenzione sui cambiamenti avvenuti tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Certo è che il mondo prima del 1989 poteva ancora essere declinato secondo due schemi alternativi: da una parte il capitalismo statunitense e i paesi NATO, basati sulla libera iniziativa economica; dall’altra il comunismo russo e i paesi del patto di Varsavia, la cui economia era organizzata e pianificata direttamente dallo Stato, cioè dai funzionari del partito comunista al potere, con lo scopo (teorico) di livellare le ineguaglianze sociali. Il fatto che il comunismo così concepito sia fallito da un giorno all’altro, ha finito per ingenerare la convinzione che il capitalismo fosse la risposta.

    Ad esempio, scrive Paul Krugmann (nobel per l’economia nel 2008) che dal 1989-91 in avanti: «il nocciolo del socialismo non rappresenta più un’opposizione al capitalismo. Per la prima volta dopo il 1917 viviamo dunque in un mondo in cui i diritti alla proprietà e al libero mercato sono considerati principi fondamentali, non più cinici espedienti» (Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Milano, Garzanti, 2009).

    Ed in effetti in precedenza, persino nell’Italia alleata degli Stati Uniti, un minimo di richiamo al socialismo, o almeno a misure sociali, era d’obbligo, se non si voleva passare per egoisti che pensano solo all’arricchimento personale. Ma negli anni ’90 questi freni si sono definitivamente sciolti, e il modello dello yuppie anni ’80 dalla commedia di Jerry Calà e Christian De Sica è passato a paradigma della realtà. Ancora oggi è difficile riuscire a valutare l’impatto causato dalla fine del comunismo, cioè di un’opzione considerata seria e realistica per tutto il ‘900; ma è chiaro che il cambiamento, soprattutto da un punto di vista culturale e psicologico, è stato enorme.

    E’ abbastanza evidente, ad esempio, che la vittoria del capitalismo è stata un’ubriacatura che ha fatto passare in secondo piano i suoi eccessi. Tant’è che oggi, con la crisi del capitalismo globale, tantissimi economisti – persino lo stesso Tremonti – riscoprono Marx. Eppure quello che la crisi avrebbe dovuto insegnarci non è tanto che il comunismo non aveva tutti i torti, quanto piuttosto che si fanno danni a voler operare nella realtà con il paraocchi di un’ideologia considerata vincente. In Italia, in particolar modo, siamo maestri nell’andare dove tira il vento: cosa che non facciamo per cinismo, ma per un naturale istinto di sopravvivenza, forgiato in secoli di dominazioni straniere, da cui discende che l’opzione più igienica è sempre quella di salire sul carro dei vincitori. Fascisti sotto il fascismo, partigiani nel dopoguerra, democristiani nel boom economico, “tangentari” sotto Tangentopoli, “anti-tangentari” e “berlusconiani” sotto Berlusconi, “tecnici” sotto Monti: gli Italiani fiutano l’aria che tira e cambiano in modo repentino, con una capacità di adattamento straordinaria.

    Questa ricostruzione, a dire il vero, sarebbe ingenerosa, se non tenesse conto delle vaste minoranze che resistono nelle loro posizioni e non si piegano all’andazzo generale: ma è proprio il generale, la maggioranza, che conta. E negli ultimi vent’anni la maggioranza si è illusa che un capitalismo sfrenato con il minor controllo possibile da parte dello Stato sarebbe stata la soluzione. Solo oggi ci accorgiamo che, insieme al resto del mondo, vivevamo in un sogno e che abbiamo buttato via il bambino (il principio di superiorità dell’autorità politica e delle sue regole) con l’acqua sporca (il comunismo). Eppure non sarebbe stato difficile capirlo.

    Dal passato avevamo il precedente di un’ottima costituzione scritta insieme da radicali, democristiani, socialisti e comunisti: funziona da 65 anni proprio perché non ha un’ideologia di riferimento, ma è il risultato sincretico di uno spirito comune (l’antifascismo) e della conseguente necessità di porre principi validi per sé e non dal punto di vista astratto di una utopia politica. Sapevamo benissimo, poi, per una lunga tradizione di pensiero, che l’autorità statale e le buone regole hanno un’utilità sociale preliminare rispetto alla scelte di politica economica. Sono tutte cose che abbiamo acquisito con fatica nel corso delle storia e che, tramite l’esperienza e il buon senso, avevamo imparato a riconoscere come valide. Ma le abbiamo trascurate perché la dottrina imperante, i facili guadagni e l’illusione di una crescita senza fine hanno reso comodo non considerarle. Per questo oggi saremmo più preparati ad affrontare le sfide che abbiamo davanti se ci preparassimo a ponderare le nostre scelte non sulla base di persone, ideologie o partiti, ma ragionando e basta.

     

    Andrea Giannini

  • Dimissioni per Lorenzo Basso e Victor Rasetto: il Pd a Genova cambia volto

    Dimissioni per Lorenzo Basso e Victor Rasetto: il Pd a Genova cambia volto

    Bersani PdSono bastati poco più di 25 mila elettori per mandare in frantumi il Pd genovese. Il segretario ligure Lorenzo Basso ha annunciato che rimetterà il proprio mandato alla direzione regionale del partito, stesso epilogo per Victor Rasetto, segretario provinciale, anche lui rimetterà il proprio mandato all’assemblea del partito per aprire una “discussione politica”.

    Una discussione politica che Marta Vincenzi ha già avviato, affidandosi al social network Twitter… “Ho provato a tenere insieme una maggioranza impossibile, il mio errore è stato questo. Ho persino cercato di nobilitare la guerra che mi hanno fatto dipingendo le primarie come utili…

    La vittoria di Marco Doria alle primarie ha messo in luce gravi crepe interne: “L’esito del voto – afferma Basso in una nota – indica che il Pd è sconfitto e, come più alto in grado in Liguria, tocca a me risponderne, indipendentemente dal ruolo che ho svolto e dalle responsabilità altrui…”

    “Il segnale di cambiamento che arriva dagli elettori delle primarie -prosegue Basso- è chiaro e inequivocabile. Tutto il Partito Democratico e io per primo, siamo tenuti ad interrogarci su quanto avvenuto e a fornire rapidamente risposte. E’ necessario che ognuno faccia la sua parte, per questo ho deciso, anche se non mi è stato richiesto, di rimettere il mio mandato alla direzione regionale”.

    “Rimettendo il mio mandato -aggiunge il segretario ligure del Pd- intendo favorire l’unità del partito e così mettere al riparo il nostro candidato sindaco di Genova, Marco Doria, dagli effetti negativi delle contraddizioni e delle difficoltà che sta vivendo il Partito Democratico. Solo con un rinnovato spirito unitario, senza defezioni e superando ogni ambiguità, -ha concluso Basso- potremo vincere le prossime elezioni”.

  • Primarie centrosinistra: Marco Doria è il candidato sindaco di Genova

    Primarie centrosinistra: Marco Doria è il candidato sindaco di Genova

    Marco DoriaMarco Doria è il candidato sindaco di Genova per il centro sinistra. Quella che per molti era una sfida a due fra le amiche-nemiche Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, si è rivelata invece una passeggiata per il candidato “professore” sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà che ha ottenuto il 46% dei consensi.

    Marco Doria (leggi l’intervista che Era Superba realizzò al professore sul tema del “debito pubblico”) è professore di Storia Economica presso l’Università di Genova. La sua campagna elettorale si è concentrata sul web, sui social network facebook e twitter, e la ricetta si è rivelata vincente. Inoltre, questa domenica di voto ha dimostrato ancora una volta il momento nero dei partiti che hanno perso appeal, la tendenza degli elettori è quella di ricercare un taglio netto con la politica del passato, premiando le candidature, per utilizzare le parole dell’assessore Mario Margini, “maggiormente radicali”.

    Detto ciò, viene naturale porsi una domanda: se all’interno del PD non ci fosse stata la spaccatura Vincenzi – Pinotti il risultato delle primarie sarebbe stato lo stesso? Probabilmente si viste le percentuali, e c’è anche chi sostiene che i voti di Roberta Pinotti non sarebbero mai andati alla Vincenzi in caso di unica candidatura, e viceversa. Se questa lettura fosse corretta, e a nostro avviso si tratta di un’ipotesi quantomeno sensata, per il PD le cose sarebbero potute andare anche peggio.

    Ora bisognerà vedere quale sarà la reazione dei vertici locali del PD, qualcuno nei giorni scorsi aveva parlato di dimissioni nel caso di vittoria di un candidato diverso da Marta Vincenzi o Roberta Pinotti…

    LA GIORNATA DI VOTO

    Queste primarie saranno ricordate soprattutto per il gelo, con un’affluenza che ha raggiunto i 25 mila elettori, in netto calo rispetto al 2007 quando andarono a votare 35.423 persone. I gazebo di Palazzo Ducale, Sestri Ponente, Albaro e Pegli hanno accolto il maggior numero di votanti, Prà con poco meno di 70 votanti è stato invece il seggio meno frequentato della città. Situazioni “particolari” nei seggi di Oregina e Staglieno dove le condizioni climatiche hanno costretto il personale addetto a rientrare in sezione, e a Carignano (piazza Piaggio), in questo caso seggio è rimasto al buio a causa di un guasto: nel pomeriggio si è potuto votare grazie all’aiuto dei fari dell’auto del presidente, ma quando poco dopo le 19 la batteria della vettura ha alzato bandiera bianca, il comitato che sostiene Doria ha recuperato un gruppo elettrogeno riportando la luce.

    Già alle 21 al momento della chiusura dei seggi, gli exit poll realizzati dall’Università di Genova indicavano Marco Doria in vantaggio di ben 14 punti su Marta Vincenzi e addirittura 20 su Roberta Pinotti.

  • Un complotto per uccidere il Papa: l’inchiesta del Fatto Quotidiano

    Un complotto per uccidere il Papa: l’inchiesta del Fatto Quotidiano

    Il PapaUn altro cataclisma sulla Chiesa. Dopo “l’affare” Viganò, archiviato in tutta fretta da secche smentite, da reprimende minacciose, da dure prese di posizione nelle quali “numi“ offesi, sia tra il clero che i laici, etichettavano l’increscioso fatto come un attacco indegno al “Regno” celeste, ecco una nuova notizia che scuote, col frastuono d’un uragano, la comunità religiosa. Secondo Il Fatto Quotidiano sarebbe in arrivo, su Roma, un’altra terribile bufera che nulla ha in comune con i candidi fiocchi di neve né col terribile vento siberiano Blizzard ma che ci riporta, banalmente, a sordide guerre di potere: ci sarebbe in corso un disegno occulto per assassinare il Papa, entro il 2012.

    Come ogni movimento insurrezionalista che si rispetta, si farebbe già il nome del successore nella persona del Cardinale Angelo Scola. Secondo il firmatario del servizio, Marco Lillo, il cardinale Paolo Romeo avrebbe “scovato” un documento (leggi il documento originale), vergato in tedesco, il 30 dicembre 2011, in cui si svela l’orrido intento. Portato a Benedetto XVI dal fido cardinale colombiano Castrillón Hoyos, avrebbe trovato il modo di “serpeggiare” lungo gli austeri corridoi del Vaticano per raggiungere i media, affamati di notizie epocali che fanno aumentare lo share televisivo o le tirature dei quotidiani.

    Rispunta anche il nome del Cardinale Bertone, esponente di una “corrente” antagonista, vera eminenza grigia di questa cittadella dello spirito dove, lungi dall’etica cristiana, si muovono intrighi di potere ed interessi economici di cui poco sappiamo ma di cui molto possiamo immaginare.

    Farneticazioni“, ha sintetizzato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede e così ci auguriamo che sia.

    Al di là dello scoop vero o falso, la notizia permette di fare alcune considerazioni pratiche sul “fattore” religione, indipendentemente dalle personali credenze. Insita nell’uomo come fattore esorcizzante quel processo ineluttabile che è la morte, la fede ha rappresentato, nei secoli, uno strumento per coagulare insieme popoli di etnie molto diverse ed incanalarle verso “mete” molto più terrene che spirituali.

    Anche i mezzi usati sono stati alquanto discutibili che, lungi dalla pastorale predicazione, sono stati veri flagelli per la comunità e che possiamo concentrare in estremismi del passato e del presente tra i quali spiccano “Inquisizione” o ”Fondamentalismo talebano”.

    Risulta immediato ed ovvio che un simile potere di “controllo” sia molto più efficace di tante divise militari o armamenti strategici in nome di quell’unico dio comune che muove il mondo: il Dio denaro. Perché, dunque, pensare che uno Stato come quello del Vaticano sia immune da bieche congiure di palazzo per raggiungere i vertici di governo o incolume da “audaci” operazioni finanziarie speculative al fine di rimpinguare il forziere di Paperone?

    Già in passato nomi come Paul Casimir Marcinkus, Roberto Calvi, Michele Sindona, Banco Ambrosiano, Banca delle Ior, banda della Magliana (rapimento Emanuela Orlandi), ci hanno fatto intravvedere qualche spiraglio di un mondo sconosciuto che cela i suoi più reconditi segreti, nascosti dietro un muro di omertà degno delle più oscure società carbonare.

    In un simile contesto, la strenua difesa di un’immagine rispettabile diventa essenziale ma non tiene conto che l’evoluzione della tecnologia ha dato al pensiero e alla parola un’arma invincibile: la divulgazione. A dispetto di ciò, inchieste sempre più audaci e “scottanti”, seguite dalla compartecipazione critica di un vasto pubblico, sembrano indicare che i tempi siano maturi per una rivoluzione morale che spazzi via tutte quelle caste di intoccabili il cui unico pregio pare essere la salvaguardia del loro tornaconto.

    Nell’augurarci che il documento, in oggetto, sia soltanto la “bufala” di un qualche millantatore, perché la vita di ogni essere umano è sacra, sarebbe necessario che la chiesa tornasse a quei principi di moralità e di carità predicato in un libro, il Vangelo, che al di là dei contenuti mistici credibili o meno, insegna banalmente al rispetto di quella folla di persone che, sconosciute, ci passano accanto ma che vivono i nostri stessi sentimenti, aspettative, bisogni, diritti e, naturalmente… doveri.

    Adriana Morando

  • Lo scivolone di Monti e il governo “delle banche per le banche”

    Lo scivolone di Monti e il governo “delle banche per le banche”

    Finanza, Economia e BancheDefinire “monotono” il posto fisso è stato il primo vero scivolone mediatico di Mario Monti. C’è da dire che prendere le dichiarazioni di un politico semplicemente per il loro significato sarebbe piuttosto ingenuo. Un vero politico non dice quasi mai ciò che pensa davvero, ma dice piuttosto quello che occorre dire. Non è importante se una cosa sia vera o sia falsa, ma è importante ottenere l’effetto desiderato.

    Nella fattispecie è probabile che le parole di Monti rientrino in una più ampia strategia di logoramento contro l’articolo 18. Visto che su questo argomento le dichiarazioni dei vari esponenti del governo si stanno moltiplicando, è probabile che in questo momento sia interesse del governo creare un po’ di polverone mediatico su un tema caldo, con l’obiettivo di compattare un fronte trasversale moderato, andando ad isolare e neutralizzare i sindacati e la sinistra antagonista con la scusa del preconcetto ideologico.

    Insomma, si punta a modificare gli equilibri politici per aumentare il margine d’azione del governo, con il rischio calcolato che il PD si spacchi e faccia saltare il banco, prendendosi così anche tutta la responsabilità per la caduta di quel governo Monti che aveva abbassato lo spread. Che siano questi o altri i pensieri che passano per la testa del premier, è chiaro come il sole che al motivo del contendere, cioè alla favoletta dell’abolizione dell’articolo 18 per favorire l’occupazione, non crede nemmeno lui.

    O meglio, Monti è sicuramente  convinto che sia preferibile un mercato del lavoro senza garanzie innate, ma sa bene anche che, nella situazione in cui versa ora l’Italia, dare facoltà alle imprese sopra i 15 dipendenti di licenziare indiscriminatamente non sortirà assolutamente l’effetto di favorire l’occupazione.

    I problemi occupazionali dell’Italia, infatti, dipendono per la gran parte da motivi strutturali che hanno origini lontane e che andrebbero affrontati cominciando addirittura da una seria riforma dell’istruzione. Detto questo, però, non si può concludere che sia un esercizio inutile stigmatizzare la goffa sparata del premier. Ci sono invece ottime ragioni, sia formali che sostanziali, perché l’opinione pubblica faccia sentire il suo dissenso. Innanzitutto sgombriamo il campo dagli equivoci: chiunque ha il diritto di sostenere che la logica del posto fisso sia deleteria, così come chiunque ha il diritto di pensare che laurearsi dopo i 28 anni sia da “sfigati” (copyright sottosegretario Michel Martone) o che siamo troppo legati al “posto fisso vicino a mamma e papà” (copyright ministro Cancellieri). Ma il punto è che da un esponente del governo, sia esso un sottosegretario, un ministro o il presidente del consiglio, queste esternazioni non sono accettabili, perché non è compito del governo farci la morale.

    Il governo e il parlamento possono stabilire nuove leggi, perché ciò rientra nella loro prerogative, ma non sta scritto da nessuna parte che siano tenuti a dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare nella nostra vita privata.  Se, nel rispetto della legge, ho l’occasione di scegliere tra tenermi il mio attuale posto di lavoro oppure cambiarlo per un altro, quello che deciderò o non deciderò di fare sono solo affari miei. Ecco perché è superfluo e fastidioso che i politici si avventurino in certi terreni, finendo un po’ per trattare i cittadini come bambini.

    Non c’è dubbio che tutti i popoli del mondo abbiano tendenze e attitudini che possano essere criticabili; così come è sicuro che tutti i governanti di questa terra, in privato, abbiano avuto di che lamentarsi delle popolazioni che erano chiamati ad amministrare. Ciò non toglie che in pubblico facciano meglio ad evitare di mettere troppo in mostra i loro riserbi, perché ciò esulerebbe dal compito a cui sono preposti, che è quello di migliorare la vita delle persone tramite le leggi e non tramite i moniti.

    E se poi ci si riduce a fare questioni di principio, sorge subito il dubbio che non si riescano a fare questioni di fatto. Come accade proprio nel caso che stiamo considerando. Monti si è lanciato nell’impresa di salvare le banche, ma, ammesso che la bolla non gli scoppi tra le mani, lo sta facendo a scapito di tutto il resto. Dato che le banche erano indebitate e dovevano ricapitalizzarsi con molta fatica, lo Stato ha messo la sua (cioè la nostra) garanzia su questi debiti: in questo modo ha alzato la posta e ha scoraggiato parte della speculazione. Questo aiutino è stato dato, ovviamente, gratis.

    Nei “comunistissimi” Stati Uniti quando si è dovuto intervenire con i soldi dei cittadini per salvare il sistema finanziario, le banche hanno dovuto accettare pesanti intromissioni da parte dello Stato americano. Da noi invece si mette la garanzia dei soldi pubblici senza chiedere in cambio assolutamente nulla. Anzi, il presidente del consiglio è pure andato dalla BCE, ha ottenuto che le banche prendessero denaro all’1% e ha lasciato che quelle stesse banche utilizzassero questa liquidità per comprare titoli di Stato che rendono anche fino al 6%, realizzando un guadagno facile, in grado di rimetterle in sesto e soprattutto sicuro, visto che, proprio grazie a queste acquisizioni, lo spread è sceso insieme al rischio del fallimento del paese.

    Ma se la Germania non allenterà i cordoni del rigore finanziario europeo, a questa sbornia seguirà un risveglio dai postumi amari. Quest’anno, infatti, il paese rischia di avvitarsi in una recessione del 2 o forse anche del 3%. Cioè non cresciamo e anzi ci impoveriamo. Ed è ovvio: non basta salvare le banche, se poi queste fanno speculazioni anziché finanziare l’economia reale.

    Se le stime sono così basse, è perché evidentemente gli analisti giudicano insufficienti le misure di questo governo per la crescita. Un po’ di sgravi alle imprese, la sbandierata guerra senza quartiere contro le “corporazioni” dei tassisti e dei farmacisti e altre piccole liberalizzazioni appaiono piuttosto come la foglia di fico per una seria politica economica in un paese che ha problemi strutturali ben più profondi. Quindi, se Monti sicuramente sta operando per la felicità di quell’establishment finanziario da cui proviene, e che a suo tempo spinse per sostituire Berlusconi, altrettanto non si può dire abbia fatto per l’economia italiana e per l’occupazione che sta schizzando a livelli record. Pertanto, a chi non trova lavoro a tempo indeterminato e quindi non riesce ad ottenere un mutuo da quelle stesse banche che beneficiano della cura Monti, sentire il premier decantare le lodi della mobilità deve essere suonato davvero come la beffa suprema: come dire cornuti e mazziati. Insomma, se il premier chiudesse qui la sua avventurosa parentesi mediatica e si preoccupasse di ottenere qualche risultato anche in termini di crescita e occupazione (la fantomatica “fase 2”), magari risulterebbe più simpatico e si toglierebbe da dosso l’etichetta di governo “delle banche, dalle banche e per le banche”.

    Andrea Giannini

  • I candidati alle primarie rispondono alle domande poste dall’Uaar

    I candidati alle primarie rispondono alle domande poste dall’Uaar

    A meno di una settimana dalle primarie, i candidati sindaco del centrosinistra hanno risposto ai quesiti sul rapporto Istituzioni Pubbliche – Chiesa, posti dalla sezione genovese dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

    <<Siamo consapevoli che la laicità delle pubbliche istituzioni rappresenti soltanto un aspetto nella gestione di un Municipio, ma rappresenta un punto fondamentale sulla base del quale è possibile valutare l’indipendenza della pubblica amministrazione dal potere clericale, una misura della effettiva separazione tra Stato e Chiesa come prescritto dalla Costituzione – scrive in una nota la sezione genovese dell’Uaar – Con il proposito di fornire ulteriori elementi di valutazione nella scelta del proprio candidato agli elettori del centrosinistra che domenica 12 febbraio si recheranno alle urne per eleggere con le primarie il loro candidato sindaco, il circolo UAAR di Genova ha proposto ai candidati un questionario attinente la laicità delle istituzioni>>.

    L’unica a non aver risposto è stata Roberta Pinotti. <<Nonostante ci abbia annunciato due volte una risposta al questionario, nulla è pervenuto, lo spazio delle sue risposte rimane quindi vuoto – conclude l’Uaar – Il circolo UAAR di Genova non parteggia per nessuno dei candidati, non dà indicazioni di voto e lascia al giudizio dei lettori interessati agli argomenti proposti la valutazione delle risposte fornite>>.

    Di seguito le domande con le relative risposte:

    – E’ favorevole alla verifica della destinazione d’uso delle proprietà immobiliari riconducibili alle confessioni religiose al fine del pagamento dell’imposta comunale sugli immobili? Cosa ne pensa dell’esenzione per le attività “non esclusivamente commerciali” di cui godono le confessioni religiose?

    Angela Burlando: Sono favorevole alla verifica della destinazione d’ uso finalizzata al pagamento dell’ ICI.

    Marco Doria: Ho avuto modo di esprimermi sul tema. Sono assolutamente favorevole a una verifica puntuale delle destinazioni d’uso degli immobili riconducibili alle confessioni religiose al fine del corretto pagamento dell’imposta comunale sugli immobili. Esiste una chiara ambiguità della normativa nazionale che deve essere al più presto modificata e intendo sollevare il problema con la massima forza. Tale ambiguità consente di non pagare imposte sugli immobili dovute: ciò non è accettabile per ragioni di equità e anche, dato il momento, per ragioni di assoluta necessità della finanza pubblica.

    Andrea Sassano: Sono favorevole alla verifica della destinazione d’uso delle proprietà immobiliari delle confessioni religiose al fine di un corretto pagamento dell’imposta comunale. Penso inoltre che la definizione “non esclusivamente commerciale” sia ambigua e che il legislatore dovrebbe cambiarla.

    Marta Vincenzi: Sono talmente favorevole alle verifiche delle destinazioni d’uso che le ho sempre fatte e continuo a farne (esempio: contenzioso con Maristi, Parrocchia di Boccadasse, Parrocchia di San Siro di Nervi)
    In relazione alla esenzione per gli immobili non esclusivamente commerciali delle confessioni religiose, ribadisco quanto già espresso in altra occasione: dovrebbe essere consentito ai Comuni di definirne lo stato reale alla luce della conoscenza del territorio, piuttosto che limitarsi ad applicare una norma ambigua.

    In Liguria le legge regionale obbliga il comune a finanziare l’edilizia di culto consegnando alle Chiese il 7% degli oneri di urbanizzazione secondaria. Ne è a conoscenza? Il Comune di Genova nel 2011 ha corrisposto 106.904,92 euro alle confessioni religiose quali quote dei contributi per oneri di urbanizzazione secondaria riscossi nel 2010. Lo sa che l’Arcivescovo di Genova nell’ultima richiesta ha dichiarato un numero di fedeli superiore al numero degli abitanti di Genova? In un periodo di ristrettezze economiche, non pensa che questi soldi potrebbero essere diversamente utilizzati? E’ disponibile ad adoperarsi affinché venga modificata tale legge regionale?

    Angela Burlando: Credo che sia necessaria una chiarezza legislativa in modo da evitare incomprensioni. Conosco bene la legge regionale. Ne ero al corrente. Mi pare strano che un arcivescovo si esponga a critiche fornendo dati di cui si può facilmente riscontrare la non veridicità.

    Marco Doria: Sono a conoscenza del problema. Credo che sia opportuno ragionare sulla legge regionale (sulla cui applicazione naturalmente bisogna essere assolutamente attenti, come peraltro deve essere per tutte le norme vigenti) e su sue eventuali modifiche.

    Andrea Sassano: Sono a conoscenza di quanto il Comune di Genova nel 2011 ha corrisposto alle confessioni religiose per oneri di urbanizzazione secondaria. Non sapevo invece che il Cardinale Bagnasco avesse dichiarato un numero di fedeli superiore agli abitanti di Genova. Penso che quei soldi potrebbero essere utilizzati diversamente indipendentemente dal fatto che la nostra città stia vivendo una pesante crisi. Si, sono disponibile ad impegnarmi per modificare la legge regionale.

    Marta Vincenzi: La chiesa dichiara il numero dei fedeli dell’arcidiocesi di Genova. L’arcidiocesi comprende anche altri Comuni e non solo Genova. Ovviamente sono a conoscenza della Legge Regionale. In quanto alla ripartizione del contributo, adottiamo un criterio proporzionale in base al peso percentuale delle varie confessioni religiose sul totale che in parte prescinde dal numero puntuale dei fedeli dichiarati, ma tiene conto, come è nelle intenzioni del legislatore regionale, del peso che hanno sul territorio. La mia opinione su un diverso utilizzo di queste risorse, finché c’è la legge, non ha rilevanza di concretezza. Se potessi, la cambierei.

    – Sebbene non sia possibile verificare la cifra esatta, i dati finora disponibili mostrano che lo Stato Italiano, sotto diverse voci, finanzia la Chiesa Cattolica con oltre 6 miliardi di euro all’anno (http://www.icostidellachiesa.it). In un momento di crisi in cui sono richiesti enormi sacrifici ai cittadini, non crede che alcune voci debbano essere riviste? In particolare, quale è il suo parere sulla modifica della legge sull’8×1000 per destinare alle Religioni solo la quota esplicitamente espressa?

    Angela Burlando: Sì, credo proprio che vadano rivisti alcuni punti della legge relativa all’ 8X1000. Credo che alla Chiesa debba andare solo la quota esplicitamente espressa.

    Marco Doria: Penso che sia opportuno rivedere in generale tutti i finanziamenti erogati dallo stato al fine di procedere nel modo più chiaro e trasparente. Sono assolutamente favorevole a destinare alle Religioni solo la quota 8×1000 esplicitamente espressa come a loro destinata.

    Andrea Sassano: Penso che lo Stato italiano spenda troppo per la Chiesa Cattolica e che vada modificata la legge sull’8×1000. Questo è tanto più urgente quando ai cittadini italiani vengono richiesti sempre maggiori sacrifici ai fini del risanamento dei conti dello Stato.

    Marta Vincenzi: Sono d’accordo.

    – Cosa ne pensa del finanziamento comunale alle scuole paritarie come alternativa a quelle statali attuato in molti Comuni d’Italia?

    Angela Burlando: Per esprimere un parere devo conoscere bene le ragioni che determinano la scelta del finanziamento. Non mi sento di fare una valutazione generica.

    Marco Doria: Ritengo in via generale che ci si debba attenere al dettato costituzionale per quanto riguarda i finanziamenti alla scuola privata. Per quanto riguarda le realtà comunali non escludo a priori che possano esserci situazioni in cui scuole paritarie svolgono azione di effettiva supplenza e quindi possano ricevere finanziamenti. Obiettivo della pubblica amministrazione deve però essere quello di creare un sistema di scuola pubblica che possa rispondere pienamente alla domanda dei cittadini. Non si tocca la libertà per soggetti privati di istituire scuole e istituti di educazione “senza oneri per lo Stato” (art. 33 Costituzione).

    Andrea Sassano: Penso che i soldi pubblici debbano essere investiti nella scuola pubblica, e che vada rispettata la Costituzione in base alla quale le scuole private e paritarie hanno diritto ad esistere le loro attività ma senza oneri per lo Stato.

    Marta Vincenzi: Il Comune di Genova non prevede finanziamento alle scuole paritarie come alternativa a quelle statali.
    Limitatamente alle scuole infanzia per i bambini da tre a sei anni, è previsto un contributo alle scuole paritarie convenzionate, laiche e religiose, per il consolidamento di un sistema educativo integrato; tale sistema ci permette di mantenere un’offerta posti nei servizi per l’infanzia pari al 100% dei bambini da tre a sei anni residenti a Genova.

    – L’ora alternativa, ossia l’attività didattica per chi non sceglie le ore di religione cattolica nella scuola pubblica, dovrebbe essere un diritto. In realtà si incontrano sempre difficoltà organizzative e spesso forme di emarginazione (anche l’UNICEF ha denunciato questa situazione). Ritiene utile istituire un osservatorio sul rispetto dei diritti di genitori e studenti relativamente all’accesso all’ora alternativa? E’ disponibile a sostenere finanziamenti comunali per progetti didattici ed educativi a sostegno degli studenti dell’ora alternativa?

    Angela Burlando: Sì, ritengo utile istituire un osservatorio sull’ ora alternativa. Bene per i progetti didattici a sostegno degli studenti che non seguono le lezioni di religione.

    Marco Doria: Favorevole all’osservatorio. Per quanto riguarda i finanziamenti comunali dovrei verificare la reale disponibilità di risorse considerando la drammatica situazione di settori quali AMT e servizi sociali (per fare esempi eclatanti) che attirano la mia attenzione in via prioritaria.

    Andrea Sassano: Credo che sia utile in qualche modo verificare il rispetto dei diritti di genitori e studenti all’ora di alternativa alla religione, anche attraverso un Osservatorio. Sono d’accordo che il Comune finanzi per quanto è di sua competenza progetti didattici ed educativi a sostegno dell’ora alternativa.

    Marta Vincenzi: Ritengo improprio l’intervento dei Comuni in ambiti di competenza dello Stato, che spesso agevolano la deresponsabilizzazione di ampi settori della pubblica amministrazione centrale.

    – E’ stata di recente inaugurata la sala del Commiato presso il cimitero di Staglieno, l’unica disponibile in tutta Genova. Occorrerebbe avere più spazi da adibire a “sala del Commiato”: non solo nelle zone cimiteriali ma anche vicino ai luoghi in cui si è vissuto (ad es. preparando allestimenti su richiesta in sale presso centri civici, sociali, sportivi). Quale è il suo parere?

    Angela Burlando: Sono d’ accordo sull’organizzazione di altre sale di Commiato in luoghi in cui la persona deceduta abbia vissuto. Mi sembra del tutto normale che ciò avvenga.

    Marco Doria: Favorevole in linea di principio. Valuterei però come amministratore caso per caso la fattibilità di proposte specifiche.

    Andrea Sassano: Aver inaugurato la Sala del Commiato presso Staglieno è stato un risultato molto importante, di cui va dato atto all’attuale amministrazione. Si può vedere come allargare questa iniziativa.

    Marta Vincenzi: Si. Intanto, nel mio mandato, sono riuscita a fare la Sala del Commiato. E’ un inizio.

    A Genova è stato istituito il registro del Testamento Biologico. E’ sua intenzione mantenerlo? E’ disponibile ad impegnarsi per favorire una legge nazionale che lo renda valido opponendosi a quella liberticida in discussione in Parlamento?

    Angela Burlando: Sì, credo proprio che il registro del Testamento biologico debba essere mantenuto.

    Marco Doria: Ritengo il testamento biologico un fatto di grande civiltà. Intendo mantenere il Registro e intendo impegnarmi per favorire una legge nazionale degna di un paese civile, radicalmente opposta a quella in discussione in parlamento.

    Andrea Sassano: Sono favorevole ad una legge nazionale che renda valido il testamento biologico e che cancelli definitivamente quella in discussione in Parlamento.

    Marta Vincenzi: Si. L’ho istituito e intendo mantenerlo. Sono d’accordo perché si arrivi a una legge nazionale

    – I matrimoni civili a Genova sono circa il 60% del totale. I cittadini possono utilizzare a prezzi accessibili solo la Sala Matrimoni di Corso Torino, in tempi contingentati ed orari ristretti. Come già avviene in altri Comuni, sosterrà l’ampliamento dell’orario ai giorni festivi e la riduzione delle tariffe presso le sale prestigiose messe a disposizione dal Comune?

    Angela Burlando: Sono favorevole a rendere meno costose le sale prestigiose in cui celebrare matrimoni. Mi pare anche giusto utilizzare le stesse a prezzi più accessibili, valutando i costi effettivi del personale impiegato.

    Marco Doria: Non intendo complicare ad alcuno la possibilità di sposarsi. Per quanto riguarda i prezzi delle sale prestigiose messe a disposizione dal Comune credo però che sia giusto che si paghino, parendomi un modo non sbagliato di incrementare le scarse risorse a disposizione dell’ente locale.

    Andrea Sassano: Sono favorevole che i matrimoni civili si possano svolgere anche in sale di prestigio del Comune, a tariffe contenute e in orari non contingentati.

    Marta Vincenzi: Le risorse umane ed economiche del Comune purtroppo attualmente non lo consentono.

    – In alcuni Comuni e/o circoscrizioni di altre città è stato istituito il registro delle coppie di fatto. Qual è la sua opinione a proposito? E’ disponibile ad istituirlo anche a Genova e ad adoperarsi per una legge nazionale?

    Angela Burlando: L’ istituzione del registro delle coppie di fatto è un punto importante del mio programma. Sì, sono d’ accordo nell’ istituirlo.

    Marco Doria: Sono favorevole al registro delle coppie di fatto. Intendo istituirlo a Genova e intendo adoperarmi per una legge nazionale in merito.

    Andrea Sassano: Sono disponibile ad istituire il Registro delle copie di fatto. Credo che occorra una legge nazionale.

    Marta Vincenzi: Si sono convinta dell’utilità di tale Registro. Si deve lavorare sia per l’istituzione del Registro su base comunale che per una legge nazionale. Con rammarico ho dovuto constatare nel mio mandato che non c’era una maggioranza convinta in Consiglio Comunale per approvare tale iniziativa. Avrei corso il rischio di una sconfitta e di uno strascico di molte polemiche. Spero si ponga con chiarezza il tema nella prossima campagna elettorale e, soprattutto, che Genova città dei diritti produca un Consiglio Comunale all’altezza delle nuove sfide della civiltà.

    Riti e simboli religiosi negli uffici pubblici e in orario di lavoro, benedizioni, visite pastorali, messe natalizie e pasquali, inviti da parte dei superiori a cerimonie religiose sul luogo di lavoro e in orario di servizio, esposizione di simboli religiosi negli uffici pubblici. Tutto questo anche se non esiste più la religione di Stato, e senza considerare esigenze di chi professa altre religioni e men che meno i cittadini atei e agnostici. Si impegna a rendere liberi dalla religione gli uffici pubblici e ad evitare la presenza di membri della Chiesa Cattolica ad ogni cerimonia ufficiale laica?

    Angela Burlando: Gli argomenti che ponete debbono essere analizzati singolarmente, non tutti insieme. Ci sono occasioni di invito di autorità religiose che non possono essere ignorate per un discorso di buona educazione. Cerimonie religiose ( messe pasquali e natalizie) devono essere organizzate fuori dall’ orario di ufficio. Non credo che si possa evitare la presenza di membri della Chiesa in occasioni di cerimonie pubbliche.
    Credo che il buon senso oltreché il protocollo, possa fornire consigli idonei ad ogni circostanza.

    Marco Doria: La domanda mette insieme questioni diverse. Sono per un approccio laico al tema proposto lasciando che le iniziative religiose siano promosse dalle Chiese. Non ho pregiudizi e contrarietà in generale alla presenza di membri della Chiesa Cattolica a cerimonie ufficiali. Valuterei, nei limiti delle mie competenze, quando tale presenza è opportuna.

    Andrea Sassano: Avendo una concezione laica delle Istituzioni penso che la religione debba stare fuori dagli spazi pubblici, che in quanto tali sono di tutti, di chi crede come di chi non crede. Sono meno d’accordo sulla questione di non invitare membri della Chiesa a cerimonie ufficiali del Comune. La Chiesa è comunque parte della società in cui viviamo, espressione di valori che si possono non condividere ma che nella nostra società sono presenti e con cui occorre dialogare.

    Marta Vincenzi: Negli uffici pubblici del Comune non ci sono simboli religiosi imposti già da tempo. Nelle cerimonie laiche non sono presenti membri della Chiesa. Cio’ non vale per le cerimonie dedicate ai santi patroni o quando venga richiesto espressamente come nel caso di benedizioni di lapidi dalle famiglie interessate o dai promotori o da privati che inaugurano opere o in situazioni dove una parte della cittadinanza gradisca anche una cerimonia religiosa. In questi casi si segue un protocollo del cerimoniale che e’ previsto dalle regole della Repubblica Italiana. Personalmente invito frequentemente anche gli esponenti di altre confessioni presenti in città.
    E’ un fatto culturale delicato e non risolvibile con misure impositive. Si deve procedere con rispetto di tutti e anche tenendo conto della tradizione.

    – Qual è il suo parere sulla costruzione della moschea a Genova? Come risponderebbe ad eventuali analoghe richieste di altre confessioni religiose?

    Angela Burlando: Il rispetto delle diversità è un mio preciso convincimento. Gli islamici hanno diritto a pregare nella loro moschea.
    Appartenenti ad altre religiose ugualmente possono, come loro, costruire la propria chiesa. Chi non crede, ha diritto al rispetto degli altri ma non può pretendere che scompaia dal mondo ogni forma di religione.

    Marco Doria: Sono favorevole alla costruzione della moschea a Genova. Risponderei positivamente ad eventuali analoghe richieste di altre confessioni religiose, “senza oneri per il Comune”.

    Andrea Sassano: Sono favorevole alla costruzione della moschea. La libertà di religione è riconosciuta dalla Costituzione italiana.

    Marta Vincenzi: Ovviamente positivo. Spero di essere giunta alla conclusione di un percorso importante di piena collaborazione con la Comunità Islamica genovese. Abbiamo già risposto positivamente a diverse richieste e continueremo a farlo.

  • La faccia tosta di Antonio Razzi: “Le mie Mani Pulite”

    La faccia tosta di Antonio Razzi: “Le mie Mani Pulite”

    Antonio Razzi e Silvio BerlusconiPresentato l’ultimo “capolavoro” dell’on. Antonio Razzi, dal titolo (che è tutto un programma) “Le mie mani pulite”:  moderatore Silvano Moffa, capogruppo di Popolo e Territorio, ex Iniziativa Responsabile, presenti esponenti illustri come il fu Presidente del Consiglio e il critico d’arte per eccellenza Vittorio Sgarbi oltre ad una nutrita schiera di parlamentari.

    Fin qui niente di anomalo se non fosse che “ l’onorevole “ in questione è salito alle glorie della cronaca per dichiarazioni “poco onorevoli” carpitegli da una telecamera nascosta. “Il clima che si è creato intorno alla mia persona non riflette la realtà dei fatti”, dice l’autore “sentivo la necessità di spiegare alla gente…” .

    Lungi da me voler fare il solone e sputare sentenze perché, ne son certa, ognuno ha i propri scheletri nell’armadio, ma come io faccio un atto di fede sulle sue mani pulite, Lei lo faccia sulle mie orecchie che, le assicuro prive di cerume, ci sentono benissimo e le sue dichiarazioni erano inequivocabili, sia sul perché sia sul come. Con un briciolo di dignità avrei cominciato col dimettermi e, se mi fosse venuta l’ispirazione direttamente dalla musa Calliope, avrei scritto “Il Cavaliere della sala a semicerchio”.

    Re Artù è facilmente individuabile, i Paladini pure, c’è anche la “tavola”, a gradoni, un desco su cui tutti “mangiano” e, stante alle cronache, pure parecchio. Non manca neppure Lancillotto che vedrei ben impersonato dall’onorevole Scilipoti che, eroe improvvisato, è partito, lancia in resta, per salvare il regno (normalmente si chiama c..o).

    Una bella favola moderna in cui avrebbe trovato posto anche la pornostar Vittoria Risi, presente all’incontro, che avrebbe ben rappresentato la nobile regina Ginevra. Il sorriso amaro che mi viene spontaneo è dovuto alla misera opinione che ha di noi. Ci crede tutti imbecilli? Lo sappiamo, gli italiani sono un po’ campanilisti:  si attaccano al partito, alla squadra di calcio, alla città di pertinenza, alla religione e difendono questi valori anche davanti ai più lampanti controsensi ma, tra noi, qualcuno è rimasto in grado di ragionare con la propria testa e giudicare obiettivamente, poco influenzabili dalla miriadi di facce toste (di ogni schieramento politico) che cercano di imbonirci con delle “panzane” che non crederebbe neppure il più sprovveduto degli incapaci.

    Ben Le si adatta, non me ne voglia, il modo di dire che individua in un volto, completamente consumato dal fuoco, la mancanza di emotività di personaggi par suo che, volutamente ciechi, si ostinano a non vedere l’abisso che li separa dai disagi quotidiani presenti nella nostra società. In questa sarabanda di nipotine orientali, di case regalate, di tangenti miliardarie, di furti da record, mi ritorna in mente l’immagine di una donna anziana che ho visto, con vera dignità, rovistare tra gli scarti di un supermercato e che è la realtà di un paese messo in ginocchio da un esercito di sanguisughe.

    Onorevole se la ricorda una certa sua frase “ io il 14 dicembre ho pensato a li cazzi mia, sennò mi fottevano la pensione” … e adesso vorrebbe pure i proventi di un libro che spero, gli amanti come me della buona lettura, non comprino mai?

    E’ per questo suo profondo pensiero “assolutamente” in linea con l’azione di rigore dell’attuale governo che ha ricevuto l’encomio dei presenti e una prefazione importante come quella dell’ex presidente? Qualcuno ha commentato con un’unica frase “Che orrore”.  L’orrore vero è che misfatti, contemplati dalle legge come reati, non trovino la giusta punizione perché la “casta “ si trincea dietro lo scudo protettivo dei suoi veti, gli stessi che un referendum popolare aveva abrogato. E la chiamano democrazia…

     

    Adriana Morando

  • Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Caro Roberto Castelli: “Non mi devi rompere i coglioni!”

    Roberto CastelliRitorniamo ancora a parlare di Servizio Pubblico, la trasmissione di Santoro, perché giovedì sera è successo qualcosa di rilevante da un punto di vista simbolico. «Non mi devi rompere i coglioni!», questa la frase liberatoria di un operaio sardo che ha costretto Roberto Castelli, esponente della Lega Nord, già ministro della giustizia, senatore e viceministro uscente alle infrastrutture, ad abbandonare lo studio televisivo. E diciamolo francamente: era tosto l’ora.

    Non c’è da gioire per il fatto in sé che un dibattito pubblico sia giunto a un punto così teso, perché di principio vorremmo tutti che l’occasione fosse sfruttata piuttosto per fare una riflessione critica seria e pacata. Ma data la situazione di un paese in difficoltà che viene messo a confronto con chi lo ha governato per anni, lo sfogo dell’operaio sardo è stato quanto di più onesto, genuino e sano ci si potesse augurare. Se l’espressione è stata un po’ “colorita”, ciò è senza dubbio giustificato dalla frustrazione, dopo anni in cui lo sforzo di mantenere un certo contegno e un certo modo di interloquire c’era stato. Persino nelle trasmissioni di Santoro, a cui piace molto fare sentire «l’urlo della piazza», nessun operaio, nessun cassaintegrato, nessun disoccupato si era mai lasciato andare in TV ad un’espressione così forte contro un politico così importante.

    Giovedì sera invece il tappo è finalmente saltato. Se la settimana scorsa ho scritto che non aveva senso invitare in trasmissione i rappresentanti di questa classe politica, è proprio perché con costoro c’è poco da dialogare. E in particolare con quelli più agguerriti e sfacciati, come Castelli, l’unica risposta non può essere che quella schietta e irriverente data proprio dall’operaio sardo.

    Con questo non si vuole dire che la gente comune in questa situazione sia la vittima esente da colpe, mentre la politica è il carnefice. Sarebbe una concezione decisamente populista. Questi politici sono stati votati e sostenuti per anni dai Sardi, dai Siciliani e dagli Italiani tutti. Quindi i primi a dover fare autocritica siamo noi stessi, se non vogliamo ritrovarci a far uscire un problema dalla porta solo per farne entrare un altro dalla finestra. Ma se c’è una categoria che proprio non può venire a darci lezioni è quella dei politici che ci hanno governato fino a ieri.

    Ecco il motivo per cui le arroganti rimostranze, le spudorate riflessioni e i volgari attacchi che Castelli ha messo in scena giovedì sera hanno davvero meritato un tale epilogo. Castelli in particolare è stato al governo per otto degli ultimi dieci anni, occupando posizioni di primo piano e mettendo la sua firma in calce a molte contestatissime leggi. Se l’economia, durante questi anni, anziché migliorare è peggiorata sempre di più, sarà anche un po’ colpa di Castelli o no? Non è solo colpa sua, di Berlusconi e del governo precedente, l’abbiamo scritto e ripetuto più volte: ma ce ne sarà abbastanza perché si dica che lui e i suoi alleati hanno fallito e quindi si levino di torno, come succede in tutte le democrazie del mondo? E invece, come se niente fosse successo, Castelli si è presentato in trasmissione lanciando strampalate accuse a destra e a manca.

    Di chi sarebbero le responsabilità, se rischiamo di far la fine della Grecia? Dei «tecnocrati» come Monti che hanno disegnato e costruito la “globalizzazione” e di Ciampi e Prodi che ci hanno portato nell’euro, una moneta che non si può svalutare. Ora, a parte il fatto che la globalità è un dato, uno scenario che nessuno ha scientemente costruito, quella a cui fa riferimento Castelli, una globalizzazione senza regole e senza autorità, dove attori transnazionali fanno il bello e il cattivo tempo in barba al poter di azione degli Stati nazionali, è identificabile piuttosto con quella deregulation tanto cara ai governi di destra.

    Chi ha voluto una finanza globale senza regole? Le basi teoriche le ha date la scuola di Chicago, ma sul piano politico il principale referente è senza dubbio «l’amico George», quel Bush junior presidente degli Stati Uniti così caro al governo Berlusconi, che Castelli ha sorretto per tanti anni. E’ stato Bush a mettere Alan Greenspane, il campione del laissez-faire finanziario, alla guida della Federal Reserve, mentre Castelli e gli altri leghisti sostenevano gli USA nella guerra in Iraq per via di quelle armi di distruzione di massa mai trovate, che, tanto per dirne una, in Inghilterra hanno rovinato la carriera politica a Tony Blair.

    Oggi, dopo dieci anni di oblio, Castelli ricorda improvvisamente di essere stato in gioventù anti-imperialista e anti-capitalista. Ma ancora più sfacciata è la critica all’euro. E’ pur vero che l’euro è una moneta strana, dato che incorpora economie molto diverse e che non può essere svalutata per abbassare i tassi; ed è anche vero che la Lega delle origini era contro l’ingresso nell’euro. Ma lo era per una balorda concezione del localismo come risposta alla globalizzazione, che prevede la chiusura delle frontiere e l’adozione di una moneta padana: una visione bislacca che ho già criticato in passato e che non è affatto una risposta ai problemi della modernità, ma soltanto un cieco rifiuto a voler guardare negli occhi la realtà rifugiandosi nel passato.

    E poi, se l’euro oggi è un problema, questo lo si deve al fatto che la nostra economia è debole e drogata, con un debito e una spesa pubblica elevati, che non può reggere gli standard del nord Europa. Ma se, negli anni in cui Castelli sedeva a Roma, la spesa pubblica fosse scesa, i conti fossero stati tenuti in ordine, il debito fosse diminuito e l’economia fosse cresciuta, saremmo sotto l’attacco della speculazione internazionale? Probabilmente ne saremmo al riparo esattamente come lo sono la Finlandia e la Germania, e staremmo a discutere di come risolvere i problemi del debito di Grecia e Portogallo, ma non del nostro: cioè nessun governo Monti, nessuna manovra lacrime e sangue. E invece sotto Berlusconi il debito pubblico è aumentato. Anche perché la spesa pubblica è da sempre gestita con finalità clientelari. Un esempio? Nel sud Italia alla vigila delle elezioni esplodono le assunzioni nel settore pubblico.

    Ora, di fronte ad un pastore o ad un agricoltore che si lamentano per la crisi, con che faccia Castelli può andare a rinfacciare a questi lavoratori l’elevato numero di dipendenti pubblici delle loro regioni, quasi li avessero assunti loro? Ecco perché è giusto rispondere con un «Non mi devi rompere i coglioni!» ad un politico che, anziché nascondersi o almeno giustificarsi, cerca la ribalta per attaccare. Con chi non ha pudore e ha faccia tosta, nessuna discussione è utile, perché cercherà di difendere l’indifendibile fino alla sfinimento. La cosa migliore, quindi, è lasciarlo perdere. Poi toccherà a noi fare ulteriori riflessioni e chiederci come mai tutta la classe politica, non solo Castelli, si siano rivelati tanto inadeguati. Toccherà a noi guardarci negli occhi e chiederci: dove abbiamo sbagliato?

    Andrea Giannini

  • Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Servizio Pubblico, i dibattiti di Santoro: che cosa impariamo?

    Michele SantoroPremetto che ho sempre apprezzato Santoro: non mi sono perso una puntata di Annozero, che consideravo un programma con approfondimenti interessanti e con il coraggio di toccare argomenti considerati tabù. Pensavo insomma che fosse un’importantissima risorsa per l’informazione televisiva. Ma devo dire che recentemente sono rimasto deluso.

    Da quando non c’è più Berlusconi e il paese è in fermento per una crisi economica acuta e per le manovre del governo Monti, la nuova trasmissione, Servizio Pubblico, è diventata un calderone senza capo né coda. Ovviamente qui – come per l’articolo sugli editoriali del Corriere della Sera di due settimane fa – non mi interessa fare una critica giornalistica: anche perché non ho né le competenze né l’autorità per farla.

    Mi interessa piuttosto cercare di capire come i problemi di oggi vengano percepiti e affrontati dall’opinione pubblica. Ora, se Servizio Pubblico, che pure ha tanti pregi, è il meglio che sappiamo fare, significa che la nostra consapevolezza della situazione attuale e il nostro livello di maturità nel fronteggiarla sono ancora scarsi. Innanzitutto non si capisce perché Santoro continui ad invitare questi politici.

    Annozero era ostaggio di una RAI politicizzata che imponeva di portare in trasmissione i rappresentati dei diversi schieramenti per rincorrere il falso mito del “contraddittorio”. Ma ora che Servizio Pubblico va in onda su emittenti locali e sul web, che necessità c’è di ritornare a sentire il parere dei partiti? Questa classe politica, nel suo complesso, è la stessa di vent’anni fa ed è la principale responsabile del disastro attuale: non ha saputo gestire i problemi, li ha anzi aggravati e non ha mostrato nemmeno il buon senso per ridursi un po’ di quei privilegi che si è preoccupata spasmodicamente di accumulare da quando è al potere. Con che diritto ora possono presentarsi in televisione per spiegarci cosa fare? Che credibilità possono avere?

    Personalmente mi sono stancato di sentire i soliloqui inconcludenti di Vendola, così come non posso più sopportare il populismo e la spregiudicata incompetenza di personaggi come Santanché e Mussolini. Ma ci sono anche altre pecche. Santoro pensa forse che trasformare una trasmissione nella cassa di risonanza dei problemi sociali del paese possa essere di per sé buona informazione. Eppure non basta sbattere in prima serata il dramma dei dipendenti delle cooperative che hanno perso i subappalti delle FS, se poi, prima di capire come mai delle persone hanno perso il lavoro, bisogna aspettare più di metà trasmissione.

    Sandro Ruotolo gira l’Italia ovunque si crei un capannello di persone in situazioni critiche, mette loro un microfono davanti alla bocca e sicuramente raccoglie il dramma in corso, coinvolgendo lo spettatore in un’empatica percezione di un problema sociale potenzialmente esplosivo. Ma poi? Che lezione se ne trae, a parte la consapevolezza che ci sono parecchie cose che non vanno?

    Prima, con Berlusconi che negava la crisi, si poteva capire il senso di mostrare quelle realtà che si preferiva non vedere. Ma oggi che la gente sa benissimo quanto siano drammatiche le cose, quello che interessa è capire dove siano le responsabilità e cosa si possa fare per cambiare. O più semplicemente ci si aspetta di acquisire nuovi elementi e ascoltare analisi interessanti per valutare meglio. Ma questo passo successivo manca o è raffazzonato. Giovedì era il turno dei Siciliani in rivolta: gente con salari bassi, servizi inefficienti, tasse alte, beni di prima necessità costosi, figli senza futuro. Un problema vero, questo non si discute. Ma che fare? Inevitabilmente si finisce a parlare della manovra di Monti, che si è scaricata anche su queste persone. Ma con la gente frustrata ed arrabbiata che non sa bene con chi prendersela, i vecchi politici sempre troppo loquaci e i pochi opinionisti competenti a fare da tappezzeria, il dibattito non può avere spunti d’interesse. A Travaglio è riservato il solito spazietto: una decina di minuti per trattare una manciata di argomenti con la solita competenza e il solito spirito sferzante. Ma poi si ricomincia come se niente fosse. E che fine ha fatto Gianni Dragoni, il bravissimo giornalista del Sole 24 Ore che in altre puntate aveva fornito contributi rilevanti?

    Poi si tocca anche l’argomento della Costa Concordia – ma che c’entra? – e qui si sfiora il ridicolo. Un ospite se la prende con le navi da crociera che passano per il Canal Grande di Venezia, sostenendo che creino dei problemi alla delicata struttura delle città lagunare. Se davvero è così, bisogna indubbiamente far pressioni sulla Costa e le altre compagnie affinché adottino un itinerario esterno. Ma il problema dell’inquinamento creato da questi giganti del mare, se vale per Venezia, vale anche per le altre città. Perché noi a Genova dovremmo tenercele in porto? Perché qualsiasi altra città dovrebbe ospitarle? Con questo atteggiamento si rovina un settore economico molto importante: davvero dopo la tragedia della Concordia, dobbiamo rinunciarci? In effetti Santoro si mette a parlarne al passato, come se l’era delle grandi navi da crociera fosse finita. Un’opinione rispettabilissima, sia chiaro. Solo c’è da chiedersi cosa ne pensino gli operai di Fincantieri che qualche settimana fa erano ospiti in trasmissione a chiedere nuove commesse per costruire proprio nuove navi da crociera!

    Insomma, si fa presto a raccogliere le voci di chiunque manifesti un forte malcontento: ma anche un po’ di coerenza non guasterebbe, se no si ha solo l’impressione che l’unica preoccupazione sia quella di spettacolarizzare dei drammi. Non si può buttare ogni disagio sociale nel calderone della prima serata televisiva. Ci vuole anche discernimento. I Siciliani hanno tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiati: ma si potrebbe ricordare loro di prendersela un po’ anche con se stessi, dato che nel 2001 votarono in massa (61 collegi uninominali su 61) per quel Berlusconi che in dieci anni governati quasi in solitaria ci ha portato serafico fino al baratro attuale.

    Per la verità un contributo positivo alla trasmissione ci sarebbe anche stato. Santoro a un certo punto afferma che dalla crisi si potrebbe uscire anche prestando attenzione alle parole di Serge Latouche (leggi l’articolo e l’intervista di Era Superba), il teorico della decrescita intervistato da Giulia Innocenzi. Ora, io non sono un esperto dell’argomento, ma in ogni caso le cose sono due: o Latouche è un venditore di fumo, e allora sarebbe stato meglio non intervistarlo, oppure è un studioso serio, e allora le sue teorie meritano un dovuto approfondimento: magari un’intera trasmissione dedicata, visto che si parla di ribaltare l’intero paradigma economico mondiale fondato sulla crescita! Ma dedicargli cinque minuti è utile solo a creare confusione, ingenerando nella gente già abbastanza spaesata la convinzione populista che la colpa sia sempre degli altri, dai ricchi arraffoni ai politici spreconi; di tutti meno che di noi stessi, che fino all’altro giorno, fintanto che ce la passavamo bene, ce ne stavamo tranquilli e non ci scandalizzavamo di nulla.

    Dubito che ai Siciliani importi davvero della decrescita: se a loro, come a tutti gli Italiani, fosse offerta una crescita prosperosa e buoni salari, non ci sarebbero queste proteste. Questo significa, allora, che siamo ancora lontani dal modo maturo e consapevole in cui una società informata affronta problemi cruciali e complessi.

    Andrea Giannini

  • L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    L’ Abc della crisi politica ed economica che colpisce l’Europa

    Cosa diavolo sta succedendo in Europa? Perché Monti riparte sempre per andare a confabulare con Merkel, Sarkozy e compagnia cantante? Cosa dobbiamo aspettarci e cosa dobbiamo sperare?

    La questione è complessa: eppure non è impossibile anche per l’uomo della strada capire le motivazioni di questa crisi del debito e gli scenari su cui si sta lavorando. Ho già detto che passa tutto da “casa nostra”: il futuro dell’euro, i destini della nostra economia, fino alle sorti della politica italiana. Proviamo quindi, una volta per tutte, ad andare al fondo del problema, in un modo che sia il più possibile comprensibile da tutti.

    Partiamo da un’ovvietà: gli Stati hanno bisogno di soldi. Per avere liquidità per le loro spese e i loro debiti essi vendono sul mercato titoli come i nostri BOT e BTP: si tratta di obbligazioni che scadono ad una data precisa e garantiscono un rendimento fissato al momento dell’acquisto. Ad esempio, investendo oggi 100, posso comprarmi un prodotto finanziario che – poniamo – mi renderà 101 tra 3 anni: ed è garantito direttamente dallo Stato che li emette. E’ un buon investimento: il rendimento è basso, ma sicuro. A meno che – ovvio – lo Stato in questione non fallisca. In condizioni normali è un’ipotesi remotissima, ma se le prospettive di questo Stato peggiorano seriamente (per vari motivi come una recessione economica o una grande instabilità politica) comincia ad insinuarsi il dubbio che i debiti possano non essere ripagati. Quindi gli investitori, per prendersi il rischio di prestare denaro a questo Stato, chiedono un margine di guadagno sempre più ampio. Non si accontentano più di mettere 100 per avere un domani 101 o 102, ma chiedono di poter guadagnare 104, 105, 106 o anche di più: altrimenti non sottoscrivono il debito. Tuttavia la ricchezza di uno Stato è limitata. Se contrae troppi debiti, finirà per non avere più i soldi per ripagarli. In altre parole, è la bancarotta (vedi crac finanziario dell’Islanda).

    E il tutto aveva avuto origine essenzialmente da un dubbio: una sensazione di sfiducia sulla solvibilità del paese che si era diffusa tra gli investitori riducendo il credito. A prescindere da quanto fosse sensata e ragionevole questa sfiducia o da come si sia generata e diffusa (un argomento troppo vasto e spinoso per affrontarlo qui), resta il fatto che il nostro problema oggi è proprio questo: c’è sfiducia verso certi paesi della zona euro, come l’Italia, che hanno un’economia in recessione e conti pubblici in disordine.

    Per questo lo soluzione è apparsa a molti obbligata: mettere a posto i bilanci pubblici. La Germania, che ha buoni conti e una crescita viva, ci dice: mettete in sicurezza i vostri conti e la crisi passerà. Peccato che con questa politica dopo quattro anni la Grecia si sia avvicinata ancora di più al fallimento. Perché? Lo abbiamo visto con la manovra di Monti. Se per mettere a posto i conti, si prendono i soldi dai cittadini tassando o riducendo i servizi, i cittadini avranno meno possibilità di spendere: i consumi si contrarranno e la crescita calerà. Ciò significa che lo Stato avrà minori entrate e dovrà aumentare di nuovo le tasse, e così via. E’ la spirale recessiva in cui ci troviamo.

    Le politiche di rigore sono giuste, ma vanno fatte con criterio e con l’occhio sempre rivolto allo sviluppo e alla crescita (e infatti il governo in questi giorni sta lavorando proprio su questo). Ma c’è un’altra strada praticabile. A ben vedere, se il problema è quello di pagare i creditori, si tratta allora, fondamentalmente, di un problema di liquidità. Ma gli Stati non dovrebbero avere problemi a trovare denaro: in fin dei conti, si tratta solo di un pezzo di carta. Basta stamparne ancora. Certo, aumentando la massa monetaria in circolazione, il valore della moneta scenderà (è una regola elementare: quando una cosa si trova facilmente, il suo valore scende). Se l’euro si svaluta, chi possiede dollari e vuole comprare in Europa, sarà favorito: quindi migliorerebbero le nostre esportazioni, e viceversa peggiorerebbero le importazioni, con conseguente aumento dei prezzi dei beni importati. Ma il punto è che nessuno potrebbe più scommettere sulla nostra incapacità di trovare il denaro per ripagare i debiti, dato che potremmo stamparne (in linea di principio) quanto ne vogliamo!

    La speculazione internazionale subirebbe un arresto, i rendimenti dei titoli calerebbero e lo Stato non dovrebbe più preoccuparsi di aumentare le tasse e tagliare i servizi ai cittadini per pagare i suoi debiti. A quel punto si tapperebbe la falla, finirebbe l’emergenza e si potrebbe ricominciare a riformare l’apparato produttivo del paese per avere nuova crescita e ridurre le tasse. Non è proprio così facile: ma è un’ipotesi praticabile e vantaggiosa. D’altra parte è quello che abbiamo sempre fatto quando avevamo la lira. Dunque, perché non farlo di nuovo? Perché c’è l’euro che è regolato dalla Banca Centrale Europea.

    E la Germania, che è il motore economico e la testa della governance europea, non lo permette. Non vuole nemmeno gli Eurobond, cioè quei titoli di Stato europei emessi dalla BCE che Tremonti vedeva come un altro possibile rimedio agli attacchi speculativi. Anzi, la Germania ha chiesto e ottenuto un regolamento europeo che impone vincoli rigorosi di rientro dal debito e sanzioni per chi sfora. Perché si ostina su questa linea? Per vari motivi. Il primo è che noi siamo in crisi piena, mentre i tedeschi stanno sostanzialmente bene: quindi non solo sono contenti di avere un euro forte, ma non percepiscono l’urgenza nella maniera drammatica in cui la percepiamo noi. Il secondo motivo discende dal primo: se in Germania le cose vanno tutto sommato bene, significa che la Germania, forse, può fare a meno dell’Europa. Cioè, c’è un largo fronte di euro-scettici tedeschi, che di fronte alla prospettiva della fine dell’euro non si strapperebbe i capelli. In fin dei conti Greci e Italiani sono in crisi perché corrotti, evasori e spendaccioni: perché darsi da fare per salvarli? Il terzo motivo è che i tedeschi sanno bene cosa succede quando una moneta si deprezza. Tra il ’29 e il ’33, vale a dire tra il crollo di Wall Street e l’ascesa di Hitler, nella Germania di Weimer si andava a fare la spesa con carriole di banconote, perché il marco era stato deprezzato al punto tale da valere quasi zero. Ecco perché non è difficile capire come mai la Merkel non ci venga incontro: ammesso che capisca la gravità della situazione, non saprebbe come farla digerire al suo elettorato. Questo però aumenta la sfiducia degli investitori.

    La zona euro è caratterizzata da una moneta forte, una banca centrale con poteri limitati e un’economia a due velocità: un nord con bilanci tradizionalmente rigorosi e un sud che ha sempre basato la sua sopravvivenza sulla svalutazione monetaria. Questa contraddizione oggi è alla base della speculazione: si scommette sul fatto che il sud in tempi di crisi non è in grado di andare avanti senza svalutare e che il nord non glielo permetterà. E più il tempo passa senza che la Germania ceda, più questa scommessa si alimenta e rischia di avverarsi.

    Tutto molto interessante – direte –, ma perché si parla di queste cose in una rubrica politica? Perché questa è politica. Oggi l’obiettivo politico in Europa è costringere la Merkel ad un cambio di rotta. Monti su questo versante deve ottenere assolutamente qualcosa: o che si trasformi la BCE in prestatore di ultima istanza, o qualche atra misura tipo Eurobond, oppure, alla mal parata, che si allentino almeno quei vincoli di bilancio europei che ora minacciano di strozzare nella culla la nostra ripresa economica.

    Per questo, dopo la manovra, (e veniamo alla domanda in apertura di articolo) si è messo a girare per l’Europa: deve trovare degli alleati con cui controbilanciare lo strapotere tedesco. Chi? La Francia innanzitutto, nobile decaduto; e poi l’Inghilterra, che per difendere gli speculatori della City rischia di rimanere tagliata fuori. Parallelamente il professore mette in discussione il ruolo-guida della Germania, accusandola esplicitamente di aver peggiorato la crisi greca e di sbagliare strategia. Una bella bastonata, a cui alterna la carota: in visita a Berlino, aveva recitato la parte del “genero ideale”, dicendo di amare la Germania, di sentirsi tedesco dentro e tante altre belle cose. Insomma una vera strategia politica. Ma funzionerà? Solo il tempo ci dirà – come avevo scritto mesi fa – se Monti si rivelerà essere quello di cui davvero abbiamo bisogno: non tanto un bravo tecnico, ma un bravo politico.

    di Andrea Giannini