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  • Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    tapullo-piazza-erbeUna delle cose migliori di Genova sono le sorprese; in ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni piazza si possono scovare dettagli incredibili: e incredibile è quello che si può scoprire in piazza delle Erbe. Da qualche giorno, nella piazza fulcro della movida genovese, sono comparsi decine di piccoli adesivi, rotondi, che riportano un QR-code, cioè quella sorta di “codice a barre” che se fotografato con uno smartphone, diventa un collegamento ipertestuale ad una pagina web.

    Detto fatto: conquistati da una “palette” decisamente invitante, ecco che il codice ci apre il mondo di “Tapullo, la rete costruita a brettio”. La pagina che si apre invita a connettersi gratuitamente alla rete wi-fi omonima, attraverso la quale si accede a questa nuova frontiera della socialità condivisa: uno spazio virtuale, un contenitore, fatto da tante stanze tematiche, dove i visitatori possono comunicare tra loro seguendo o creando discussioni. Fin qui nulla di nuovo, forse, ma il bello sta nella “fisicità” del connettersi: la rete Tapullo è fruibile solo stando in loco, creando un circolo virtuoso reale-virtuale-reale, aprendo una via nuova alla socialità condivisa degli spazi “vissuti”.

    Benvenuti in Tapullo

    «Questa rete è un esperimento di socialità condivisa. Funziona solo qui e da nessun’altra parte, vuole mettere in contatto le persone che occupano questo spazio fisico tramite l’uso di uno spazio virtuale locale. Quando vuoi registrarti, usa pure una mail finta, non ci interessano i tuoi dati». Questo il disclaimer che accoglie l’utente in Tapullo, e che dice tutto: un’idea nata in termini sperimentali, puntando a potenziare le condivisione dello spazio reale attraverso una via virtuale anonima, veloce e aperta a tutti.

    Per iscriversi basta un minuto, e poi si può incominciare a comunicare; diverse sono le sezioni, le“stanze”, già impostate, in cui si possono aprire, o seguire, delle discussioni: dalle classiche “mangiare”, “bere”, “eventi”, a quelle più social, come “Giochi” e “Persone”. Quest’ultima prevede delle sotto sezioni dai nomi esplicativi: “jam”, “Chiacchiere” e “ammore”; ed proprio in questa, che si preannuncia come la più gettonata, che troviamo le prime prove di socialità 3.0: una ragazza infatuata si rivolge ad un bel giovane che «beve una birra vicino alla siepe, posso offrirti un altro giro?». Come sarà andata a finire? Su Tapullo, inoltre, possiamo trovare anche le sezioni dedicate al baratto, ai giochi e ai “passaggi”: «sei sobrio e in auto? Sei sbronzo e/o a piedi? Parlatevi». Più chiaro, e utile, di così?

    La rete costruita “a brettio”

    Tra le pagine di discussione, si trova anche una stanza dove si parla tecnicamente della rete, e dove si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse contribuire alla “causa”, aumentando la portata della rete, nella logica delle “wireless mesh network” cioè quelle reti “a maglie”, senza fili, cooperative e costituite da nodi (i router) che funzionano contemporaneamente da ricevitori, trasmettitori e ripetitori. Esattamente all’opposto dell’infrastruttura classica, e commerciale, che porta la connessione singolarmente nelle case di ognuno di noi. A pagamento. Forse è da qui che nasce il nome dell’esperimento: lo stringente pragmatismo del dialetto genovese, che restituisce l’idea della rimedio arguto, costruito senza imposizioni, schemi e governance di sorta.

    Non si sa chi sia l’artefice di Tapullo, non si sa chi ci abbia messo il router, e dove questo sia stato collocato: non ci sono credits, contatti, sponsor e patrocini vari. Connettendosi alla rete wi-fi dedicata si può solo accedere alla piattaforma condivisa, senza poter navigare per il web. Sta forse qua la genialità della “pensata”: aver predisposto uno spazio di comunicazione puro, dove i contenuti sono solo quelli di chi la “abita”, e per abitarla bisogna vivere uno spazio reale come quello della piazza.

    Un gioco? Probabilmente molto di più. Sicuramente una voce fuori dal coro, che scommette sulla libera comunicazione tra le persone, e la libera fruizione degli spazi, sia virtuali che reali.

    Nicola Giordanella

  • Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    robotFondata a Genova nel 2000 con l’obiettivo di divulgare la cultura mediante l’istruzione e la passione è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo della didattica e della comunicazione della robotica. Partner di vari progetti europei tra cui “Roberta”, in risposta alla carenza di ragazze che si iscrivono a corsi di studi in settori tecno-scientifici, e “Robo-Didactics”, con l’obiettivo di realizzare una metodologia europea condivisa per l’introduzione dell’uso didattico della robotica nelle scuole. Organizzatori del primo simposio internazionale della roboetica che ha dato il via a questo settore di studi e dal quale nacque persino un documentario dal nome “Ciao, Robot” e riconosciuti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca come ente formatore ufficiale. Si definiscono dei “visionari” e il loro percorso è stato pieno di ostacoli. Di chi stiamo parlando? Della Scuola di robotica di Sampierdarena, eccellenza genovese che, come spesso accade, soprattutto nel campo delle scienze applicate, è sconosciuta ai più, soprattutto in ambito cittadino.

    «Scuola di robotica nasce grazie all’impegno di un ingegnere e di una filosofa, Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto – ci racconta Emanuele Micheli, vicepresidente dell’associazione – con l’obiettivo di coniugare la passione per la tecnologia con la passione per l’umanesimo e la volontà di riunire qualcosa che nel passato, purtroppo, sembra abbia preso percorsi diversi». Scuola di robotica nel tempo ha preso sempre più forma come entità di formazione per docenti. «Ovviamente la nostra mutazione prevede anche la divulgazione e quindi l’organizzazione di eventi pubblici, mostre, laboratori e anche la progettazione di nuovi strumenti», continua Micheli. «Abbiamo quindi tante facce, che però sono tutte figlie di quell’etica che Gianmarco e Fiorella hanno teorizzato alla fondazione, che ci porta poi nel mondo reale ad applicazioni che sono didattiche, di formazione e di aiuto per gli altri».

    Perché un’associazione dedicata alla robotica?
    «Perché la robotica è la vera frontiera tecnologica attuale ed è qualcosa che potrà cambiare radicalmente il nostro mondo. Dal punto di vista economico, industriale e aziendale è importantissimo avere generazioni di cittadini capaci di utilizzare tecnologie nuove e capaci di usarle in maniera creativa e non passiva. Se pensiamo agli anni novanta, la grande sconfitta in Italia e in Europa è stata quella di non capire la rivoluzione che internet avrebbe portato nella nostra economia. Se avessimo avuto dei visionari, dei tecnici capaci di capire le implicazioni sociali, etiche ed economiche di quello che stavano facendo, probabilmente l’Italia non avrebbe perso quel treno tecnologico. Scuola di robotica lavora in anticipo sui tempi cercando di far capire alla società che sta arrivando un nuovo fenomeno, ovvero la robotica, che rivoluzionerà ancora di più e con maggior impatto, e anche con maggiori pericoli, e l’unico modo per essere pronti è formare i bambini e le bambine».

    Quali sono le maggiori criticità che avete trovato nel vostro percorso?
    «Agli inizi le difficoltà maggiori erano di comunicazione e relazione. Portando innovazione, le persone tendevano a non capire quello che stavamo cercando di raccontare. Quindi, ci siamo dovuti porre dei problemi importanti per riuscire ad arrivare al cuore della società. Nel corso del tempo, Scuola di robotica è cresciuta nei lavori internazionali fino ad avere cinque progetti europei attivi, una quantità enorme per una piccola associazione. Finalmente, adesso iniziano ad ascoltare il nostro messaggio anche in patria e si possono vedere riforme del ministero dell’Istruzione in cui vengono citate alcune nozioni sviluppate da noi».

    Di che cosa vive Scuola di robotica?
    «Scuola di robotica si fonda sulla formazione che diamo ai docenti e poi riceviamo i finanziamenti dei progetti europei, quasi tutti legati alla formazione e all’apprendimento. Lavoriamo poi con le disabilità cognitive e soprattutto con l’autismo cercando di studiare che cosa succede quando i ragazzi interagiscono con queste macchine e facendo in modo che la macchina sia uno strumento per migliorare l’interazione tra l’educatore e lo studente. Stiamo realizzando anche un gioco pensato per bambini con disabilità cognitive dai sei ai dieci anni da utilizzare nei centri di educazione e di formazione e i primi riscontri sono molto positivi e incoraggianti».

    Parliamo del vostro logo creato da Lele Luzzati, genovese doc.
    «Luzzati ha conosciuto Gianmarco e Fiorella proprio perché avevano bisogno di qualcuno che rappresentasse tutti questi concetti e chi meglio del maestro Luzzati poteva farlo a Genova. Il maestro rispose immediatamente alla loro richiesta e creò non solo il nostro logo ma anche quello dedicato alla roboetica. In questo logo è rappresentato l’amore per l’arte, l’amore per l’umanesimo e il bisogno di dare alla tecnologia la centralità dell’essere umano. Per noi non è sostituibile ed è qualcosa che ci ha legato fin da subito alla nostra città».

    È stato difficile nascere e crescere nel contesto genovese?
    «È stata sicuramente dura; oggi non è più così perché ci sono delle realtà cittadine che ci comprendono e ci aiutano, penso al “Festival della scienza”, alla biblioteca De Amicis e al museo Luzzati. Altri partner importantissimi per noi sono la cooperativa “Il Laboratorio” che ci ha consentito di aprire il “Madlab”, uno spazio dedicato alla formazione sulla stampa 3d e alla digital fabrication aperto in via della Maddalena, all’interno di un percorso di riqualificazione territoriale e dedicato alla formazione di tutti, in particolar modo ai ragazzi della cooperativa che sono usciti per vari motivi dalla scuola dell’obbligo».

    Che cosa offre e cosa potrebbe offrire Genova alla robotica?
    «A Genova ci sono moltissimi enti che si occupano di robotica. Scuola di robotica sta cercando di rendere la robotica accessibile a tutte le persone, questo è quello che ci contraddistingue. Per noi lavorare sul territorio non vuol dire pensare ai grandi ambienti di ricerca ma lavorare con la città e i cittadini. Una ricerca lontana dalla società è una ricerca inutile e invece deve avere delle conseguenze dirette sulla realtà».

    Come potrebbe influire la robotica nella città di Genova?
    «Creare posti di lavoro, sostanzialmente. Bisogna puntare sull’imprenditorialità e sulla creatività dei ragazzi. Dobbiamo credere nel settore della robotica nautica, fondamentale per la città anche se ancora non abbastanza sviluppato. In Italia abbiamo l’artigianato migliore, le menti migliori e le mani migliori ma se non guardiamo come va il resto del mondo verremo superati e il danno maggiore sarebbe la perdita di qualità. Invece, dobbiamo essere paladini della qualità, dell’eleganza, della bellezza di cui l’Italia fortunatamente è ancora custode. Purtroppo questo disinteresse rispetto al nuovo non ci consente di aggiornare questa eleganza e questa bellezza. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato internet nel Rinascimento, per esempio, magari sarebbe stato più elegante, più bello. Uno dei nostri obiettivi è quello di recuperare questo gusto per la bellezza».

    Gianluca Pedemonte

  • Al via la quattordicesima edizione del Festival della Scienza

    Al via la quattordicesima edizione del Festival della Scienza

    festival-della-scienza11 i giorni, 29 le mostre, 89 i laboratori, 154 tra incontri e spettacoli e 28 gli eventi fuori festival per un totale di 272 appuntamenti. Sono alcuni numeri della quattordicesima edizione del Festival della Scienza, a Genova dal 27 ottobre al 6 novembre.

    Quest’anno la manifestazione si ispira al tema “Segni”, intesi come quegli elementi che l’uomo ha saputo cogliere dalla natura e dall’evoluzione per interpretare ciò che lo circonda e per dare forma alla propria conoscenza, cultura e tecnologia. I “segni”, come spiegano gli organizzatori del festival, sono quelli della natura, ma anche quelli della salute o della malattia, quelli dell’uomo o della società, quelli dell’ambiente e dell’universo, ma anche i messaggi, le lingue o i disegni. Una semplice parola che ha stimolato la fantasia di centinaia di scienziati e ha dato vita agli oltre 270 eventi in programma.

    «Questa edizione del Festival, sarà come sempre evento importante e con un fittissimo programma e con ospiti di fama internazionale – dice il neopresidente Marco Pallacinvini – Nonostante ciò, mi sento un po’ come al primo giorno di scuola».

    Saranno circa 500 gli animatori, studenti universitari e giovani ricercatori, che condurranno con entusiasmo e competenza i visitatori attraverso l’iniziativa. A loro si affiancheranno un centinaio di studenti provenienti da 11 Istituti Superiori genovesi del progetto di alternanza scuola-lavoro della Regione Liguria e finanziato dal Fondo Sociale Europeo.

    Il “taglio del nastro” è fissato alle 15, 30 di giovedì 27 ottobre a Palazzo Ducale nella Sala del Maggior Consiglio, un appuntamento per festeggiare l’avvio ufficiale di questa edizione. Prenderanno parte all’inaugurazione anche lo scienziato Valter Longo che svelerà l’efficacia terapeutica della dieta Mima digiuno, alle ore 17, e il giornalista scientifico Piero Angela con la conferenza Viaggio dentro la mente, alle ore 21. Non saranno gli unici grandi nomi, saranno ospiti della manifestazione di quest’anno anche il Premio Nobel per la chimica Martin Chalfie, Silvio Micali, PremioTuring e Elena Aprile, ricercatrice della Columbia University di New York.

    «Il programma di questa edizione è molto ricco e coinvolge tutta la città – dice Carla Silbilla, assessore alla cultura del Comune di Genova – D’altronde la cultura della scienza è nel DNA di Genova». Un evento di prestigio riconosciuto anche dal Presidente della Repubblica che con una medaglia ha onorato l’edizione 2016 del Festival. «Un grazie va a tutti i sostenitori, i soci, le istituzioni e gli sponsor che hanno consentito la realizzazione di questa edizione del Festival della scienza». – conclude Sibilla

    festivaMostre e Laboratori

    Tante le mostre a cura degli enti che hanno realizzato più della metà degli eventi del Festival. Da non perdere Fattore S (a cura di IIT) a Palazzo San Giorgio, Shared Sky (a cura di INAF) nella Sala delle Grida del Palazzo della Borsa, Artico (a cura di CNR) alla Loggia degli Abati di Palazzo Ducale, Il terremoto in… segni (a cura di INGV) nella ex chiesa di S. Agostino, si segnalano anche: Foodeka (a cura di Le Pleiadi) e Alla ricerca dello Spinosauro (a cura di Associazione Paleontologica Parmense) e Nel segno della nave (a cura di Atena CuMaNa) e Matematica Terra Terra (a cura di Società Curvilinea Cooperativa).

    Nella sezione laboratori si potranno trovare eventi adatti a tutti da più piccini fino a quelli per adulti. Ci saranno Colpiti ma non affondati! (a cura di INFN), a Le impronte digitali degli alimenti (a cura di Unige) per i più grandi, a Anno Domini. Invenzioni e scoperte (a cura Di Vanessa Bracali), (farmaco)Resistencia! (a cura di Eduardo Losa Cabruja), e Il laboratorio nell’era digitale (a cura di Roma Makers) e per i più piccoli Robot d’autore (a cura di Scuola di Robotica) e Datemi uno zero! (a cura di Laura Quaini).

    Dalle ore 9:00 del 27 ottobre tutte le mostre e i laboratori del Festival saranno aperti e visitabili. Gli orari saranno dalle 9:00 alle 18:00 nei giorni feriali e dalle 10:00 alle 19:00 nei festivi. Tutte le sere ci saranno grandi conferenze nel Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale e un ricco programma di spettacoli.

    Spettacoli

    Ricco anche il calendario degli spettacoli, tra cui Racconto Cosmico con l’attore Neri Marcorè e il Presidente dell’INFN Ferroni (28 ottobre, ore 21) e Non ci sono più le quattro stagioni con Luca Mercalli e Banda Osiris (4 novembre, ore 21), entrambi alla Sala Maestrale dei Magazzini del Cotone e I ragazzi di Fermi che porterà sul palco Eugenio Coccia, rettore della nuova Scuola Universitaria Superiore “Gran Sasso Science Institute”, insieme agli alunni della Scuola Primaria P. Santullo di Genova ( 1 novembre, ore 16:30) al Teatro della Tosse.

     Biglietti

    Sono acquistabili nel nuovo spazio InfoPoint in Loggia Banchi, sul sito del Festival e presso tutte le filiali del Gruppo Carige, con agevolazioni per gruppi, minori e appuntamenti serali. E’ attivo un servizio di call center per prenotazioni scuole/gruppi e informazioni. Novità dell’edizione 2016 l’App per Android e IOS che permette di consultare gli appuntamenti del Festival da mobile-phone, personalizzando il calendario grazie alla funzione “preferiti”. Il programma completo è disponibile in forma cartacea e sul sito internet del Festival.

    E.C.

  • Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    delfino-santuario-cetaceiCapire il mare conoscendo la vita di chi lo abita. Questa l’idea alla base del progetto di ricerca chiamato “Delfini Metropolitani”, attivo dal 2001 e sostenuto dalla Fondazione Acquario di Genova. Un’iniziativa finalizzata a studiare i cetacei, attraverso l’osservazione del loro stile di vita, fatto di brevi spostamenti e ricerca di cibo. «Abbiamo iniziato a studiare i movimenti di questi animali – spiega Guido Gnone, coordinatore scientifico dell’Acquario di Genova e responsabile del progetto – imparando a conoscerli e a seguire i loro spostamenti». Il nome del progetto non deve trarre in inganno: i delfini che abitano i nostri mari, non stanno nelle vasche dell’acquario, ma si spostano in lungo e in largo per tutta l’area del Santuario Pelagos (il Santuario dei cetacei, istituito nel Mar Ligure nel 2001, e che si estende per 90 mila km quadrati, tra Punta Escampombariou, in Francia, Capo Falcone e Capo Ferro, Sardegna e Fosso Chiarone, Toscana. Qui l’approfondimento), a seconda delle stagioni e delle attività dell’uomo.
    Queste ultime, come evidente, modificano le abitudini di questi animali. Sono, quindi, molto adattivi: possono variare la propria dieta in base alla abbondanza e alla facilità di reperimento. Diversi gruppi di cetacei sono abitudinari nel seguire i pescatori durante le battute di pesca per recuperare eventuali pesci fuggiaschi, oppure nel soggiornare presso le foci dei grandi torrenti o nelle vicinanze di colture ittiche, per approfittare del fall out alimentare.

    Sono stati più di mille i singoli delfini catalogati durante questi anni, creando in questo modo uno dei più grandi database di questa specie: «Gli spostamenti registrati degli individui noti, non superano in media i 50 chilometri – continua Gnone – perché hanno sviluppato dei veri e propri comportamenti abitudinari, in qualche modo “tradizionali”. Dal qui il nome metropolitani: si sono create delle vere e proprie micro comunità di cetacei, che risiedono nella varie zone del Santuario».
    Le abitudini alimentari e le attività dell’uomo, ovviamente, non sono i soli parametri che influenzano attività e spostamenti dei tursiopi: il fondale marino compreso all’interno dei confini di Pelagos, infatti, è molto diversificato da zona a zona, comprendendo molteplici ecologie abitative. Questo fattore è alla base della grande biodiversità del Mar Ligure, che «Vive di un equilibrio molto complesso e di non così facile studio: è un mare in continuo cambiamento, dove insiste una forte attività dell’uomo – sottolinea il coordinatore del progetto – prima non esistevano dati storici, si poteva fare riferimento solamente agli esemplari spiaggiati, per cercare di capire quali fossero i movimenti dei delfini, come di altre specie marine».

    QuintoLa ricerca è semplice quanto efficace: uscendo in mare, si procede agli avvistamenti dei cetacei, seguendo le mappe statistiche: molti di loro sono “volti noti”, riconoscibili grazie a caratteristiche estetiche della pinna dorsale o dalle cicatrici; in questo modo si può registrare presenza e abbondanza, mettendo a sistema i dati con le aree ecologiche degli avvistamenti e quindi la relativa dieta dei delfini. Con questi tre parametri, confrontati sul medio-lungo periodo, si possono dedurre dati fondamentali per lo stato di salute del nostro mare. «I delfini cambiano la loro dieta in base alla abbondanza di cibo – spiega ancora Gnone – ed è per questo che studiando questi cambiamenti, possiamo capire quali specie di pesci siano più o meno in sofferenza». Ma i delfini sanno essere anche pigri: «spesso  intere comunità di cetacei sposano determinate attività umane, per avere cibo senza troppa fatica, come molti altri animali non per forza marini, per esempio i gabbiani; per questo motivo il dato sulla dieta da solo non può essere dirimente, e soprattutto è per questo che è necessario fare rete con altri enti di ricerca sparsi per il Santuario Pelagos»

    I numeri di questo progetto, dopo oltre dieci anni di attività, sono consistenti: oltre 11 mila le miglia marine percorse in oltre 1500 ore di missione; gli avvistamenti registrati sono stati più di 200, concentrati maggiormente nello spazio di mare tra Genova e La Spezia. «L’area interessata dalla nostra ricerca, purtroppo, non può essere troppo estesa per evidenti motivi logistici». Acquario di Genova, per Regione Liguria, ha sviluppato un applicativo che sfrutta la piattaforma WEBGIS per aggregare, visualizzare e integrare dati georeferenziati e fotografici.

    tursiopeIl soggetto che con più frequenza viene studiato è il Tursiope, un delfinide che può raggiungere i 4 metri di lunghezza per 350 kilogrammi ed è diffuso in tutti i mari del mondo, cosa che garantisce sulla sua adattabilità. La sua dieta, fatta di molteplici varietà di pesci e di cefalopodi, gli consente una vasta gamma di scelta: è un animale socievole, che vive in gruppi composti da una dozzina di individui, e che oggi sappiamo essere abbastanza sedentari e abitudinari. La caratteristica che lo rende però così utile è la capacità di confidenza che riesce a dare alle attività umane, cosa che li spinge ad avvicinarsi alle imbarcazioni, permettendo, così, di farsi studiare.
    I tursiopi, però, non sono gli unici abitanti del nostro mare: le diverse tipologie di cetacei presenti all’interno di Pelagos comprendono molteplici varietà di delfinidi, come la Stenella, il Grampo e il Globicefalo, ma anche altri di diverse famiglie, come il Zifio, il Capidoglio e la Balenottera. Tutti questi, però, non hanno comportamenti sociali così spiccati come il Tursiope: i grandi cetacei, inoltre, seppur avvistati con un buona frequenza, difficilmente vengono studiati in questi termini, anche perché la loro capacità di lunghe percorrenze li rende particolarmente girovaghi e poco stanziali.

    Come per tutti i settori di ricerca, oggi il contesto economico e politico non semplifica il lavoro: per poter perfezionare i risultati occorrerebbe investire in strumenti e personale; e per avere un quadro maggiormente contestualizzato a livello di sistema Mediterraneo si dovrebbe avere la possibilità di condividere i dati ricavati da altre aree di osservazioneCome in molte situazioni, fare sistema è la soluzione a molteplici problemi, sia tecnici che di finanziamento. Scenari politici non stabili impediscono lo sviluppo della ricerca, e molte aree del nostro mare, al momento, non possono essere osservate, studiate, capite».

    Con i dati che sono stati raccolti fino ad oggi, si può iniziare a tracciare una sorta di geografia della popolazione “metropolitana” di questi cetacei, e di conseguenza di tutte le altre specie che in qualche modo sono influenzate dalla loro presenza. Attraverso questa ricerca, abbiamo una prospettiva ulteriore per tenere d’occhio lo stato di salute del nostro mare, che volenti o nolenti è sempre lì, a sorreggere da secoli le attività dell’uomo. Acquario di Genova, quindi, come soggetto divulgatore, e non solo come attrazione turistica: l’asso nella manica dell’offerta culturale in città, punta a mantenere anche il suo ruolo di aggregatore scientifico, uscendo fuori dalle vasche. Questa grande infrastruttura, che continua a ricevere riconoscimenti per la qualità del suo approccio turistico-divulgativo, può diventare anche un polo unico e all’avanguardia. In fondo è nato anche per questo, e le sue iniziative di ricerca dovrebbero essere sostenuto maggiormente dalle scelte politiche e amministrative. “Delfini Metropolitani” è un buon esempio di ricerca applicabile ad un’idea di turismo naturalistico di particolare suggestività. Sopra e sotto la superficie dell’acqua, il Mediterraneo è intensamente abitato, vissuto, solcato: anche i cambiamenti climatici fanno registrare il loro contributo sulla creazione di nuove ecologie ittiche, in continuo assestamento. La ricerca coordinata da Guido Gnone e Fulvio Fossa, quindi, raccoglie e racconta la abitudini di questi cetacei “urbanizzati”, e attraverso la gestione di questi dati si può cogliere una prospettiva nuova per conoscere il nostro mare “metropolitano”.

     

    Nicola Giordanella

  • IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    IIT, Istituto Italiano di Tecnologia: la comunicazione con il territorio e la ricerca del personale

    iit-istituto-italiano-tecnologiaL’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un orgoglio genovese. In più di un’occasione ne abbiamo parlato su queste pagine, in particolar modo, ormai due anni fa, vi avevamo raccontato la nostra giornata con i ricercatori dell’istituto sulle alture di Bolzaneto. In questi ultimi anni l’Istituto Italiano di Tecnologia è cresciuto molto anche per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, in rete e non solo, un territorio che si è dimostrato ricettivo. Abbiamo discusso di questo con l’ufficio Comunicazione di IIT e abbiamo scoperto che l’Istituto seleziona i ricercatori in maniera innovativa e trasparente.

    «IIT si occupa di fare ricerca scientifica, ideare, progettare tecnologie che possano migliorare la vita dell’uomo e della terra. L’essere umano è al centro di questo percorso» ci raccontano. Un percorso che non si ferma al processo di ricerca prima e sviluppo poi, ma vuole spingersi fino all’avviamento alla produzione della tecnologia. Questo può avvenire in due modi o tramite la costituzione di start-up dei ricercatori o tramite un’azienda interessata alla produzione di quella specifica tecnologia.

    L’IIT esiste dal 2006, istituito come fondazione di diritto privato e vigilato da Ministero dell’istruzione, delle Università e della ricerca oltre che da quello dell’Economia e Finanza, e riceve ogni anno un finanziamento pubblico di 95 milioni ( l’1% dei fondi per la ricerca nazionale) oltre a finanziamenti privati. La sede centrale è a Genova, vi sono poi altri 11 centri sparsi in Italia e 2 negli Stati Uniti.

    La comunicazione

    Un’istituzione di livello internazionale interessata a comunicare e interagire il più possibile con il territorio nel quale risiede. «Abbiamo fatto molto negli ultimi anni per arrivare al pubblico generalista: i Caffè Scientifici (arrivati alla 4 edizione, ndr) ma non solo, abbiamo partecipato all’evento “La Storia in Piazza” con dei laboratori, ideato un concorso sull’energia a cui hanno partecipato numerose scuole genovesi  – raccontano da IIT – siamo consapevoli che IIT sia riconosciuto a livello internazionale ma molto meno sul proprio territorio e dal pubblico non specializzato. Su questo aspetto vogliamo migliorare».

    Ognuno degli undici centri sparsi per l’Italia comunica con il proprio territorio, alcuni in modo più assiduo ed efficace, altri meno. Gli eventi sono pensati e organizzati dalle varie sedi in modo indipendente, ma sono coordinati e sostenuti dalla sede centrale di Genova.

    «Gli eventi hanno avuto piena risposta dal territorio – continuano –  e in più da un paio di anni, pur avendo profili social da diverso tempo, si è deciso di utilizzarli in modo più bidirezionale di cercare di avere maggiore engagement (coinvolgimento degli utenti ndr). Utilizziamo principalmente Twitter e la pagina Facebook». Sui profili social si trovano le novità e gli eventi in programma.  IIT ha anche un gruppo su LinkedIn che utilizza, al momento solo per le ricerche di personale. Il canale Youtube è seguito (669 iscritti) e ogni video ha in media un migliaio di visualizzazioni.

    Il personale di IIT

    Vediamo se sono cambiati i numeri, rispetto al nostro ultimo approfondimento. L’organico fra sede centrale e altri centri è aumentato di circa 200 persone. Chi lavora in IIT è giovane, la media d’età è di 34 anni, e proviene da 50 nazioni diverse: gli internazionali sono aumentati di 3 punti percentuali dal 2013. Quali i numeri su Genova, quanti liguri? Rispetto al totale di 734 persone sono 249 quelle nate in Liguria.

    Ma vediamo come si entra nell’organico di IIT. Superfluo dirlo, le ricerche hanno respiro internazionale, «l’ultima chiamata, la ricerca in oggetto è ancora in corso in questo periodo, ha avuto una risposta prettamente internazionale, più bassa la percentuale degli italiani che hanno risposto, ne aspettavamo di più».

    Internazionali le ricerche, internazionali le selezioni. L’Istituto, oggi, ha adottato un processo di selezione in uso nei paesi ad alto sviluppo tecnologico come gli USA: il Tenure Track. Questo meccanismo prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante valutazione condotta da un panel di esperti esterni all’IIT. Gli esperti costituiscono un comitato scientifico, si tratta di una dozzina di scienziati provenienti da istituti internazionali, per citarne uno su tutti il MIT.

    «Direttori di dipartimenti scientifici di università internazionali, esperti dei settori di riferimento, è indubbio che nell’ambito dei settori di alta tecnologia a livello internazionale i referenti siano ben individuabili, il desiderio, dato che siamo una fondazione di diritto privato fondata dallo Stato, era di rendere le selezioni più trasparenti possibile».

    Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione, un numero di anni (5 o 10) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca. É totalmente autonomo e responsabile, sia dei collaboratori che del budget a disposizione.

     Per chi non l’avesse ancora fatto rimane ancora (per quanto riguarda la quarta edizione) un “caffè scientifico” cui partecipare. Appuntamento l’11 giugno alla Pasticcieria Liquoreria Marescotti di Cavo alle 18.30. Si festeggerà il primo anno di attività del Nikon Imaging Centre, un laboratorio congiunto con IIT per lo sviluppo di microscopi per la diagnosi non invasiva.

     

    Claudia Dani

  • Pro-Test, l’informazione scientifica e gli esperimenti sugli animali

    Pro-Test, l’informazione scientifica e gli esperimenti sugli animali

    MedicinaConvegni, flashmob, fiaccolate in programma lo scorso sabato 8 giugno a Genova e nelle principali città della penisola, da Roma a Milano, all’Aquila, Napoli, Bologna, Udine, Trieste, e molte altre. L’obiettivo è portare l’attenzione sul tema dell’importanza della correttezza e affidabilità dell’informazione scientifica, spesso “vittima” inconsapevole dell’eccessiva semplificazione mediatica e della cattiva interpretazione (consapevole o meno) da parte del popolo dei non addetti ai lavori. Gli scienziati, i ricercatori, gli studenti uniti per l’evento dal titolo “Italia unita per la corretta informazione scientifica”. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione di medici, biologi, veterinari e farmacologi Pro-Test Italia, nata nel settembre 2012 e attiva per la difesa dell’appropriata divulgazione dei risultati scientifici e per la creazione di un ponte tra il mondo della ricerca e la società civile. Tra i temi, particolare rilevanza ha avuto la sperimentazione sugli animali, argomento che continua a scaldare gli animi e contrapporre le fazioni pro e contro.

    A Genova, in particolare, l’incontro si è svolto alla Sala Conferenze del Museo di Storia Naturale “G. Doria”. Gli eventi, liberi e aperti a tutti, sono stati moderati dal filosofo e giornalista Ivo Silvestro e hanno visto la partecipazione di molti illustri rappresentanti della comunità scientifica (Michele Cilli, Dirigente Veterinario Animal Facility  IRCCS AOU San Martino – Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro Genova; Michele Mazzanti, professore ordinario di Scienze Biomolecolari e Biotecnologiche dell’Università di Milano), di relatori di prestigio internazionale (come Nicole Kerlero De Rosbo, ricercatrice dell’Università degli Studi di Genova; il professore dell’ateneo genovese e direttore dell’Unità Operativa Complessa Igiene, Giancarlo Icardi) e di rappresentanti della società civile, da studenti, a uomini e donne di tutte le età.

    Anche Era Superba ha partecipato al convegno di Genova, abbiamo incontrato gli organizzatori e scambiato quattro chiacchiere con uno di loro, Giacomo Vallarino, giovane laureando in medicina dell’Università degli Studi di Genova.

    Per cominciare, raccontaci cos’è Pro-Test, come nasce e  qual è l’obiettivo dell’associazione

    «Pro-Test è un’associazione formata da giovani, ricercatori, studenti e insegnanti di medicina, biologia, chimica, veterinaria, ma anche filosofia. Scopo dell’associazione, quello di promuovere la diffusione di una visione corretta e più oggettiva circa la sperimentazione sugli animali: una questione molto attuale e di cui si fa oggi un gran parlare, che chiama in causa anche un discorso etico, oltre che scientifico. Pro-Test è senza fini di lucro e totalmente gratuita, vive per lo più dei finanziamenti provenienti dalle quote associative dei suoi membri. Oltre a questo, anche l’importante appoggio dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. La nostra associazione ha base nazionale, riunendo giovani di tutta Italia, anche se il gruppo originario possiamo dire che si è formato a Milano, ed è qui che già sono state organizzate alcune iniziative importanti. Inizialmente non si pensava di organizzare manifestazioni e convegni. Il punto di svolta c’è stato abbastanza di recente: il 21 aprile 2013 a Milano alcune associazioni e rappresentanti di gruppi animalisti (anche se personalmente non penso che il termine, nobile e connotato positivamente, possa adattarsi a tutti i soggetti che si proclamano tali) hanno occupato lo stabulario, chiedendo la liberazione delle cavie: topi usati appunto come cavie ormai da anni per lo studio nel campo delle malattie del sistema nervoso, quali autismo, Parkinson, Alzheimer, sclerosi multipla, e altre. Il tutto, mandando in fumo centinaia di migliaia di euro di finanziamento e i progressi raggiunti nella ricerca. Noi di Pro-Test il giorno successivo abbiamo organizzato una contro-manifestazione per denunciare il fatto, che è stata ripresa dai media in termini negativi, a denunciare lo scontro tra animalisti e ricercatori, mettendo da parte il problema etico-scientifico della sperimentazione. In seguito, lo scorso 1 giugno ci siamo ritrovati a Milano, per la prima grande manifestazione di Pro-Test: oltre 400 persone si sono ritrovate nei pressi di Piazza del Duomo, per un dibattito pubblico e aperto (è questo il metodo con il quale abbiamo scelto di operare prevalentemente) in cui ricercatori e personalità del mondo scientifico hanno provato ad abbattere i pregiudizi e spiegare perché secondo loro la sperimentazione è necessaria. Da qui nasce l’idea di un evento dislocato in più città italiane, in contemporanea, per sensibilizzare in loco la popolazione, partendo dalla loro città. Siamo noi che ci avviciniamo alla gente, andando a spiegare in forma divulgativa e alla portata di tutti cosa facciamo, in cosa consiste la sperimentazione e perché è necessaria. Ma non solo questo: ci siamo occupati anche di staminali, OGM, vaccinazione e possibile collegamento con l’autismo, sclerosi multipla e molto altro… vogliamo provare ad abbattere i falsi miti e i pregiudizi (creati dai media, ma non solo) che ruotano attorno a questi temi caldi, per ridare dignità alla ricerca scientifica».

    L’evento dell’8 giugno a Genova. Come lo avete organizzato?

    «Visto che tutto è stato deciso in occasione della manifestazione del primo giugno (e ancora prima, in nuce, ad aprile), abbiamo avuto poco tempo per occuparci della parte organizzativa. Alla base di tutto c’è un unico comune denominatore che contraddistingue noi di Pro-Test: dire NO, protestare contro le “bufale” che vengono riportare sui giornali, che si sentono in tv e che rimpallano dai media alle piazze, fino a creare un sentimento comune distorto e un’opinione pubblica disinformata. Pro-Test, come associazione, ha svolto una supervisione generale sull’evento e ha dato delle linee direttive circa i temi da affrontare, ma poi ognuna delle città coinvolte ha avuto autonomia decisionale: in ogni luogo, un coordinatore affiancato da un team, con il compito di trovare un luogo idoneo per le conferenze e i relatori esperti sui temi in questione, con la possibilità poi di allargare anche ad altri temi di particolare interesse (ad esempio, all’Aquila un approfondimento sui terremoti e sulla possibilità di prevedere eventi sismici e calamitosi). Inoltre, abbiamo dovuto occuparci anche della promozione e del lavoro di PR, con manifesti, volantinaggio, promozione in bacheche della città (ad esempio a Genova, il volantinaggio dell’8 giugno nelle vie del centro e la distribuzione di hand-out alla Biblioteca Berio o all’Università), promozione sui social network.

    Rimanendo su Genova, inizialmente ero l’unico rappresentante di Pro-Test per la città e mi sono trovato a dover lavorare da solo: un carico di lavoro sicuramente impegnativo, che sono riuscito successivamente a suddividere con altre due ragazze, Elena (fisica, laureanda in Ingegneria Biomedica) e Gabriela (biologa). Insieme, in poco più di un mese, abbiamo messo in piedi l’evento, facendo leva solo sulle nostre forze, ma grazie alla massima disponibilità dei nostri interlocutori».

    conferenza-museo-doriaTra i temi più caldi del convegno, la sperimentazione sugli animali. Il dibattito sulla questione, scopriamo, è più acceso di quanto non sembri. Nel corso degli ultimi mesi, varie proteste da parte dei gruppi “animalisti” hanno attaccato i sostenitori della sperimentazione. Nel corso del convegno di Genova, in particolare, l’intervento del professor Cilli dedicato a questo tema di punta è stato interrotto spesso dalle proteste di un gruppo di animalisti, che si sono presentati per far valere anche le loro ragioni e provare a smontare le argomentazioni degli scienziati. Ne parliamo con Giacomo:

    Avete riscontrato atteggiamenti di chiusura verso il messaggio che propagandate? Come vi ponete nei confronti di chi vi contesta?

    «Da quando abbiamo iniziato con Pro-Test ci sono stati alcuni momenti di tensione. Come ricordavo, a Milano in occasione del dibattito pubblico del primo giugno, una ventina di estremisti dei gruppi animalisti di destra ha deciso di intervenire, disturbando volutamente la nostra iniziativa, insultando i relatori. Anche se abbiamo cercato di smorzare le tensioni e ignorare le frange estreme (ben venga il dialogo con gli animalisti, se costruttivo e di confronto, ma non era questo il caso), sui media hanno avuto rilievo solo gli episodi di tensione e di scontro. Anche in occasione degli eventi dell’8 giugno eravamo preoccupati per il verificarsi di altri episodi simili, tanto più che già si respiravano tensioni nell’aria in certe città più che in altre (una su tutte, Pisa). A Genova c’è stata la contestazione di un gruppo di animalisti: si sono presentati in sala e hanno provato inizialmente a interrompere gli interventi, facendo sentire le loro ragioni. Alla fine dell’intervento del professor Cilli c’è stata una discussione un po’ accesa con il gruppo animalista su vari argomenti.  Quello che ci interessava era che non ci fossero episodi spiacevoli, ma un tranquillo confronto, senza fare leva sul sentimentalismo ma piuttosto sul valore scientifico dell’informazione. È importante spiegare, capire, confrontarsi».

    Elettra Antognetti

  • Scuola di Robotica a Genova: formazione, divulgazione e roboetica

    Scuola di Robotica a Genova: formazione, divulgazione e roboetica

    scuola-roboticaFondata a Genova nel 2000 per iniziativa di un gruppo di robotici e studiosi di scienze umane, Scuola di Robotica è un’associazione no profit che svolge un’attività di istruzione, formazione e divulgazione. I promotori che hanno dato avvio al progetto ormai 13 anni fa sono Fiorella Operto, filosofa e presidente dell’associazione, e il presidente onorario Gianmarco Veruggio, ingegnere elettronico e ricercatore robotico del CNR-IEIIT di Genova che ha svolto ricerche in numerosi settori dell’informatica e dell’automatica: un’unione di tecnica e filosofia, indispensabile per la buona riuscita di un progetto che si fa promotore della ricerca nel campo della robotica a 360 gradi.

    Scopo principale dell’associazione è quello di diffondere la conoscenza di questa disciplina -ancora “nuova” e poco familiare ai più-, promuovere la cultura e diffondere la conoscenza delle arti e delle scienze ad essa interrelate: si vuole sdoganare la robotica dal rango di scienza lontana e ostica, rendendola un qualcosa di più vicino a noi, a portata di mano dei più piccoli ma anche dei grandi. Il tutto, attraverso un metodo di lavoro ludico e divertente, non solo istruttivo e dall’alto valore formativo, attraverso l’organizzazione di giochi, workshop, eventi nelle scuole e corsi di formazione per insegnanti e addetti ai lavori.

    La Scuola opera nel contesto genovese ormai da tempo. Fin dalla sua fondazione, si è imposta come punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo della ricerca e degli studi applicati. In particolare, Scuola di Robotica segue diversi progetti, che vanno dalla formazione di docenti e professori di diverse tipologie di scuole, alla divulgazione, alla promozione etica degli studi di robotica, allo studio dell’applicazione di questa disciplina in ambito medico.

     

    scuola-robotica

    CHE COS’È LA ROBOTICA?

    Una scienza “nuova” per i più, che studia i comportamenti degli esseri intelligenti e cerca di sviluppare metodologie per permettere a una macchina (robot dotati di opportuni dispositivi per percepire l’ambiente e interagire con esso) di riprodurre dei compiti specifici. Si tratta di una disciplina che sta modificando il nostro modo di fare scienza: attraverso la creazione di queste macchine intelligenti viene a cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi e del contesto in cui viviamo sotto il profilo etico, antropologico, conoscitivo, urbanistico.

    La robotica insegue in realtà uno dei sogni più antichi dell’uomo, che da sempre popolano fantasie, leggende popolari, immaginario comune di film e letteratura: il sogno di creare una riproduzione dell’essere umano, in tutta la sua complessità, così come si presenta in natura. Dall’antica Grecia, con gli automi meccanici a guardia del labirinto di Dedalo, primo ingegnere della storia, alle macchine della rivoluzione industriale dell’Ottocento e a quelle automatiche del ventesimo secolo, fino ad oggi: i progressi dell’informatica e gli studi nell’ambito delle comunicazioni hanno permesso di dare vita a macchine tanto perfezionate da riprodurre tutta la complessità dell’essere umano. Così è stato possibile creare robot per la protezione dell’ambiente e la bonifica di siti contaminati da scorie tossiche, o ancora per lo sminamento e la neutralizzazione di armamenti e per le esplorazioni spaziali, come nei migliori film fantascientifici di qualche decennio fa. Ma non solo sci-fi: anche e soprattutto l’impiego della robotica per le ricerche in campo medico, con lo sviluppo di protesi intelligenti e nuovi strumenti di diagnosi e chirurgia.

     

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    LA SCUOLA DI ROBOTICA A  GENOVA

    Ospitata nei locali di CNR-IEIIT (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di elettronica e di ingegneria dell’informazione e delle telecomunicazioni), la scuola è un’associazione no profit, uno spazio libero e aperto a tutti in cui è possibile imparare e divertirsi, con iniziative non convenzionali e rivolte tanto ai bambini quanto ai più grandi: per i primi, un approccio didattico alla scienza attraverso il gioco e l’aspetto ludico; per gli altri, invece, la possibilità di approcciare un tema “nuovo”, così interessante ma allo stesso tempo complesso come la robotica, senza sentirsi a disagio. Uno spazio per tutti, in cui ricercatori, studenti, insegnanti, divulgatori o semplici appassionati e curiosi possono acquisire conoscenze tecniche e dettagliate, in modo semplice e immediato. Qui sono organizzate svariate attività e iniziative, che seguono diversi filoni di ricerca.

    Si parte con la formazione: Scuola di Robotica è anche Ente Formatore per docenti e insegnanti delle varie tipologie di scuola, dalla primaria alla secondaria, all’Università. La formazione offerta ha lo scopo di trasmettere nozioni di robotica agli insegnanti e fare in modo che questa disciplina entri così anche nei programmi scolastici. Fino ad oggi l’insegnamento della robotica non è stato previsto all’interno delle nostre scuole ma scopo dell’associazione è fare in modo che questa venga introdotta come strumento didattico: grazie alla formazione dei docenti, gli alunni avranno la possibilità di programmare piccoli robot, con un metodo coinvolgente, divertente e diverso da quello tradizionale frontale. La Scuola promuove corsi di formazione sia in Italia che all’estero e organizza svariati eventi nell’ambito della didattica. Questo il caso, ad esempio, di Robot@Scuola, progetto partito nell’anno scolastico 2005-2006, di cui Scuola di Robotica è stata responsabile scientifico: finanziato dalla Direzione Generale Sistemi Informativi, mirava a creare una rete di scuole (23 aderenti) impegnate in attività di didattica della robotica. Tra i progetti più recenti, invece, Robgap e Tomorrow Becomes Today, per formare docenti e ragazzi di tutta Europa (sono state attivate collaborazioni con Turchia, Repubblica Ceca, Polonia, Spagna, e altri).

    Ancora, la divulgazione e le tante mostre organizzate. Una delle ultime, “Copioni e Copiati. L’arte di imitare dal mimetismo animale alla robotica”, in cui sono stati presentati piccoli modelli di robot che, copiando la natura, sono in grado di interagire con il pubblico e orientarsi grazie alla luce e agli ultrasuoni. e poi vari laboratori, anche nell’ambito del Festival della Scienza di Genova.

    Altro ramo, quello della Roboetica: con l’apertura di nuovi scenari scientifici, si è presentata una serie di nuovi problemi di natura etico-sociale-comportamentale ancora da regolare. Viene da chiedersi, dove porterà questa invasione dei robot? Già da tempo ormai varie istituzioni a livello mondiale si stanno occupando di valutare le conseguenze legali e sociali dello sviluppo tecnologico, e anche la Scuola di Genova si fa promotrice di questi studi. Qui, grazie alla collaborazione tra i due fondatori, la filosofa Operto e l’ingegnere meccanico Veruggio, sono stati condotti studi di tipo etico-antropologico, per la tutela sociale e la prevenzione dai rischi derivanti dallo strapotere scientifico e dalla tecnocrazia. L’Associazione è stata anche promotrice di progetti europei e ha organizzato varie conferenze (ad esempio, presso l’Accademia dei Lincei), per sensibilizzare sul tema e creare generazioni di scienziati responsabili.

    Da ultimi, altri due temi emergenti e nuovi, in ambito medico-ingegneristico. Il primo riguarda lo sviluppo di nuovi modelli di robot in grado di interagire con utenze deboli, è curato da Emanuele Micheli – ingegnere meccanico specializzato in robotica che dal 2001 collabora con la Scuola –  in collaborazione con la Scuola Politecnica di Architettura e di Design dell’Università di Genova. Insieme agli studenti del corso di Design, Micheli ha come obiettivo la creazione di prototipi di robot dal design moderno e funzionale adatti all’interazione con soggetti con carenze cognitive e/o motorie.

    L’altro progetto, invece, riguarda lo studio dell’applicazione di metodologie meccaniche al processo di apprendimento di persone autistiche: in particolare, la Scuola collabora con l’accademia di counseling Philos di Genova e organizza una serie di laboratori per insegnare attraverso l’uso della robotica, per facilitare l’apprendimento e migliorare le relazioni attraverso un approccio efficacemente calibrato sulle differenti persone che apprendono.

    Una curiosità: il logo di Scuola di Robotica è stato disegnato da Emanuele Luzzati. Un’immagine nuova, lontana dai soliti cliché della fantascienza, allegra e informativa allo stesso tempo. Così sono nati i due robot, mimi e pagliacci, misteriosi ma non minacciosi e che da allora accolgono gli allievi e i visitatori della Scuola di Robotica. Come si legge sul sito dell’Associazione, “i robot sono macchine e soltanto l’arte sarà in grado di dar loro un’anima.

     

    Elettra Antognetti

  • Iit, Istituto Italiano di Tecnologia: una giornata con i ricercatori

    Iit, Istituto Italiano di Tecnologia: una giornata con i ricercatori

    Istituto Italiano di Tecnologia, Genova
    foto di MassimoBrega-TheLighthouse

    L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), fondazione di diritto privato istituita congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, è uno dei centri di ricerca scientifica più attivi in Italia e rinomato a livello internazionale. Ma cosa sanno i genovesi del centro di Via Morego 30?
    L’istituto – fucina di nuove scoperte, crogiolo di intelligenze nostrane e internazionali- spesso non riceve dalla città l’attenzione che meriterebbe in quanto avamposto di eccellenza nella ricerca scientifica, di cui la nostra nazione è –ahimè- così carente. L’IIT, infatti, salta agli onori delle cronache locali in occasione delle visite da parte di ministri o altre personalità (come di recente i ministri Profumo e Passera, Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, e Fabrizio Barca, ministro per la coesione territoriale, in visita lo scorso 29 gennaio 2013). Viceversa, è spesso citato sulle pagine dei giornali nazionali (da Sette, magazine del Corriere, al Sole 24 Ore, ecc.), che ne lodano le brillanti scoperte.

    L’IIT di Genova occupa 1141 persone e può vantare una struttura articolata al suo interno in dieci dipartimenti principali (dalla nanofisica alla robotica avanzata), i quali si occupano di discipline diverse, a coprire la maggior parte dei settori scientifici fondamentali delle scienze tecniche (ingegneria, informatica, ecc.) e della vita (medicina, neuroscienze, biologia). Inoltre, accanto al laboratorio centrale di Genova, si contato altri dieci centri della rete IIT, dislocati su tutto il territorio italiano, dal Trentino alla Puglia. I centri si trovano presso realtà accademiche e scientifiche di eccellenza e sono dotati di personale di ricerca proprio e strumentazione all’avanguardia. Lo staff IIT presenta un’età globale inferiore ai 34 anni, con una presenza forte di profili giovani di ricercatori, e anche i ruoli apicali sono ricoperti da personale con un’età media inferiore ai 50. Dato ancora più rilevante, i ricercatori dell’IIT provengono da circa 50 nazioni diverse.

    Forte l’internazionalità, dunque, ma non solo: infatti, la quota dei ricercatori provenienti dall’estero raggiunge il 42%, di cui il 24% è costituito da stranieri veri e propri e il restante 18% da italiani occupati all’estero e rientranti nel loro paese d’origine. Un dato significativo, in un contesto in cui si parla sempre più spesso di “fuga dei cervelli”.
    Grazie ai successi riscontrati, già nel dicembre 2011 il fund raising per IIT ammontava a ben 40 milioni di euro per i progetti previsti a partire dal 2012, ricavati da finanziamenti pubblici (100 milioni all’anno provenienti dalle casse statali, secondo quanto stabilito dalla Legge 326) e privati. IIT, attivo da fine 2005, è stato creato sul modello tedesco del Max Plank Institut. Ad aggiudicarsi i natali dell’Istituto, proprio Genova, che ha sbaragliato all’epoca la concorrenza di Pisa grazie alla presenza di Ansaldo, Siemens e altre importanti realtà industriali, che l’hanno resa preferibile alla città toscana.

    Abbiamo varcato le soglie dell’IIT e siamo andati a vedere cosa succede dentro i cancelli di Via Morego. Prendendo parte direttamente ad un esperimento

     

    Monica Gori, Istituto Italiano di Tecnologia
    Monica Gori, Istituto Italiano di Tecnologia

    L’ESPERIMENTO

    Dieci persone in totale; l’impegno previsto, di un’ora e trenta minuti: a ogni soggetto viene richiesto di valutare la posizione di suoni (principalmente, ma poi anche di stimolazioni tattili nel braccio) nello spazio e di identificarne la provenienza. Si tratta di un esperimento svolto dalla sezione Robotics, Brain and Cognitive Sciences (RBCS) dell’IIT, nel laboratorio di percezione visivo-tattile (Visuo-Haptic Perception Lab). Ad accoglierci, Monica Gori, ricercatrice post-doc del dipartimento di RBCS, in IIT da ormai 8 anni, cioè praticamente dalla nascita del centro: psicologa tra ingegneri, Monica, dopo il dottorato nel 2004, dal 2006 è entrata a far parte del primo nucleo dello staff IIT. Il suo lavoro si concentra sullo studio delle disabilità nei bambini molto piccoli, in età compresa tra uno e otto anni: all’inizio, racconta la ricercatrice, la sua ricerca si è concentrata principalmente sullo studio del sistema cerebrale del bambino affetto da disabilità di tipo sensoriale (visiva e uditiva) e della percezione che questo soggetto ha del mondo circostante. Adesso il suo lavoro, coordinato dal professor Giulio Sandini, direttore del dipartimento, e svolto assieme a un team di altri professionisti, si concentra sullo sviluppo di sistemi per aiutare il bambino a ridurre il grado di disabilità e recuperare un margine –variabile- di utilizzo del senso danneggiato.

    Ci spiega Monica: «Il nostro progetto consiste nell’approfondire la conoscenza di come diverse modalità sensoriali interagiscono nel bambino e nell’adulto. Al contrario di quanto creduto fino a qualche anno fa, il nostro gruppo di ricerca ha scoperto che fino all’età di 8 anni i bambini non sono in grado di integrare differenti tipi di informazioni sensoriali, ma usano solo una modalità sensoriale alla volta. Ciò permette predizioni sullo sviluppo di bambini con disabilità sensoriali e motorie. L’assenza di comunicazione tra modalità sensoriali nei primi anni di vita, infatti, sembra compromettere lo sviluppo di specifici aspetti percettivi non solo relativamente al canale sensoriale sede della disabilità, ma anche relativamente ad altri canali, a cui viene a mancare il senso ”insegnante”. I primi 3 anni di vita sono gli anni più importanti per lo sviluppo percettivo derivante dal processo di comunicazione tra le modalità sensoriali. Il progetto che stiamo sviluppando in IIT  ha evidenziato finora la necessità di un intervento precoce per ristabilire una comunicazione tra modalità sensoriali. Dopo queste prime scoperte, adesso stiamo valutando la possibilità di sviluppare veri e propri dispositivi in grado di ristabilire il ruolo del senso mancante. Ciò che ci rende orgogliosi -continua Monica- è che noi dell’RBCS siamo stati i primi (contemporaneamente a un solo altro gruppo di ricercatori inglesi) a occuparci di questa tematica».

     

    L’IIT E LA CITTÀ

    Caratteristica del lavoro in IIT, infatti, è quella di non fermarsi alla ricerca (pur indispensabile nella fase iniziali), ma di creare veri e propri macchinari in grado di migliorare la nostra vita. In questo caso, la vita dei pazienti-bambini. Lo stesso lavoro viene svolto dai colleghi del reparto di robotica, sempre all’interno di RBCS, i quali hanno creato macchinari per favorire la riabilitazione di soggetti disabili. Alcuni robot sono già usciti dai cancelli dell’IIT per varcare le soglie di ospedali all’avanguardia, primo tra tutti il Gaslini di Genova.
    Inoltre, sempre a testimonianza di come il lavoro in IIT cerchi un contatto con il mondo civile, va detto che i ricercatori del laboratorio di percezione visivo-tattile collaborano da anni con l’istituto David Chiossone di Genova. Focalizzando le loro ricerche in particolare sulle disabilità sensoriali di tipo visivo, i ricercatori dell’IIT hanno intavolato questa collaborazione con uno dei centri più attivi per la prevenzione, riabilitazione e assistenza di persone affette da handicap visivo. Monica ci spiega come l’istituto Chiossone le abbia aperto le sue porte e le abbia permesso di interagire direttamente con ciechi e ipovedenti in diverse fasce d’età, scoprendone abitudini, difficoltà, abilità: la cosa che sorprende di più è sentire che, al contrario di quanto si crede comunemente, non è vero che le persone con handicap sensoriali visivo-uditivi abbiano sviluppato maggiormente gli altri sensi, ma si tratta solo di una diversa modalità di compensazione personale. Rivelazione, questa, che scardina radicate credenze e luoghi comuni.

     

    Istituto Italiano di Tecnologia, robot
    foto di MassimoBrega-TheLighthouse

    COME OPERANO GLI SCIENZIATI DI IIT?

    Nel caso in questione, l’esperimento ha coinvolto, appunto, una decina di soggetti. Uno alla volta, siamo stati bendati, accompagnati all’interno di una stanza e fatti accomodare su uno sgabello, il braccio destro avvolto in una fascia dotata di sensori. Il tutto si è svolto rigorosamente al buio, per non influenzare la percezione delle “cavie” e per non alterare l’esito dell’esperimento. Proprio come dei non vedenti, siamo restati al buio per tutta la durata dell’esperimento. Il primo esercizio consisteva nell’udire tre suoni, uno di seguito all’altro, identificando il secondo come più “vicino” spazialmente al primo o al terzo. Il secondo esercizio, invece, consisteva nel concentrarsi sulla stimolazione tattile: le serie di suoni venivano accompagnate da altrettanti impulsi elettrici sul braccio, i quali avrebbero dovuto aiutare la percezione uditiva. Infine, l’ultima prova consisteva nel ripetere l’esercizio iniziale di riconoscimento della provenienza dei suoni. In quest’ultimo caso, terminato l’iter delle varie prove, la percezione uditiva doveva risultare più precisa, grazie alla precedente stimolazione sensoriale. Terminato il tutto, finalmente liberati dalle bende, abbiamo visto quello che ci circondava: un’angusta stanza e un tavolo con delle casse da cui provenivano i suoni, disposte a creare una sorta di “x”. A detta dei ricercatori che hanno condotto l’esperimento, sembrerebbe che i risultati siano stati quelli sperati: a una iniziale incertezza sulla determinazione della provenienza dei suoni ha fatto seguito una progressiva diminuzione del margine d’errore, a conferma della tesi dell’integrazione delle diverse modalità sensoriali tra loro e di ripristino del senso mancante.

     

    Elettra Antognetti

  • Università di Ingegneria: inaugura il nuovo Centro di Ricerca

    Università di Ingegneria: inaugura il nuovo Centro di Ricerca

    ErzelliDomani (23 novembre, ndr) è una giornata importante per l’Università degli Studi di Genova. Presso il Polo universitario di Savona (distaccamento dell’Università di Genova, ndr) verrà inaugurato il nuovo Centro di Ricerca Sperimentale per sistemi di combustione realizzato grazie alla collaborazione tra l’Università e la società Danieli Centro Combustion.

    L’azienda (del gruppo della multinazionale italiana Danieli s.p.a., uno dei leader a livello internazionale nella produzione di impianti siderurgici) che si occupa di progettazione e produzione di impianti termici e di riscaldamento per l’industria ferrosa e non ferrosa (forni industriali e bruciatori), ha deciso di investire sull’Università e quindi sulle competenze degli studenti per l’ottimizzazione dei processi di combustione, la riduzione delle emissioni inquinanti e il miglioramento delle performance dei bruciatori.

    Gli studenti avranno a disposizione strumenti e laboratori per mettere in pratica conoscenze e teorie, cosa che normalmente accade solo una volta inseriti nel mondo del lavoro. Un esempio di collaborazione attiva fra imprese private e università, uno dei temi centrali della lunga discussione che nei mesi scorsi ha animato i “salotti” genovesi in merito al trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli. Il Polo di Savona è stato preferito alla sede centrale di Genova anche per una questione di spazi: un segnale che fa riflettere sull’importanza dell’investimento Erzelli?

     

  • Notte dei Ricercatori: centri di ricerca e laboratori aperti al pubblico

    Notte dei Ricercatori: centri di ricerca e laboratori aperti al pubblico

    Cosa fa un ricercatore? Per rispondere a questa domanda e avvicinare le persone alla realtà di chi fa questo mestiere, il 28 settembre si tiene la Notte dei Ricercatori. Obiettivo: spiegare in cosa consiste il lavoro del ricercatore, figura di imprescindibile importanza nella nostra società ma sostanzialmente poco conosciuta.

    Giunta quest’anno all’ottava edizione, la Notte dei Ricercatori è un’iniziativa internazionale, promossa dalla Commissione Europea, che intende evidenziare quanto la ricerca incida sul nostro quotidiano senza che ce ne accorgiamo. Per un giorno il pubblico potrà visitare centri di ricerca, laboratori e università e toccare con mano la sostanza di questo mestiere: i ricercatori stessi saranno presenti per spiegare il proprio lavoro attraverso incontri, esperimenti e dimostrazioni scientifiche, il tutto in un contesto aperto e informale.

    Dal 2005, anno della prima edizione, ad oggi la Notte è stata un crescendo continuo fino ad arrivare allo scorso anno con la partecipazione di 320 città europee in 32 paesi; per il 2012 l’Italia partecipa con 7 progetti e 24 città, di cui tre liguri: Genova, Albenga e Sarzana che collaborano al progetto “C4R. Crazy for Rocking Researchers”. Capofila del progetto è il Museo di Archeologia Ligure di Villa Pallavicini, che lavora di concerto con gli altri partners: l’Università di Genova, l’Istituto Italiano della Tecnologia, il CNR -IMATI di Genova, il Festival della Scienza, il Giardino Letterario Delfino di Albenga e l’Associazione Itinerari Culturali del Comune di Sarzana.

    «La Notte approda per la seconda volta in Liguria – spiega Patrizia Garibaldi, responsabile del museo – e per il secondo anno la proposta elaborata dal Comune di Genova è stata approvata e finanziata dall’Europa. È stata dedicata particolare attenzione al coinvolgimento di ricercatori operanti nei campi più diversi». Tra le varie attività organizzate in città, incontri con i geomorfologi a bordo del NaveBus che parte dal Porto Antico e arriva a Pegli; workshop, laboratori e dimostrazioni presso il Museo di Archeologia e il Museo di Storia Naturale G.Doria con archeologi, naturalisti e nanotecnologi; dalle ore 20 Palazzo Ducale ospiterà gli eventi serali, tra cui percorsi espositivi, aperitivo, concerti e performance teatrali che vedranno protagonisti sul palco proprio i ricercatori.

    La presenza dell’Università come partner di progetto permette inoltre agli studenti universitari di partecipare all’intera iniziativa, sia nella fase di preparazione e allestimento sia durante l’evento, acquisendo crediti formativi in relazione all’attività svolta. Le modalità di collaborazione sono quanto mai ampie: si può partecipare all’ideazione e sviluppo di una campagna sui social network, alla realizzazione della documentazione fotografica e video della Notte, o al monitoraggio dell’impatto delle attività: «La collaborazione offerta dagli studenti ha già dato notevoli risultati» aggiunge Garibaldi. «La grafica della comunicazione e il sito web della Notte sono frutto del lavoro realizzato nell’ambito del Laboratorio di Design del Corso di Disegno Industriale della Facoltà di Architettura. Gli studenti possono, ancora per pochi giorni, proporre la propria candidatura e diventare collaboratori». Chi è interessato si affretti quindi a prendere contatti attraverso l’indirizzo lanottedeiricercatori@comune.genova.it. Sul sito dell’Università di Genova è possibile consultare la comunicazione destinata agli studenti e pubblicata nella sezione eventi.

    Per la descrizione dettagliata e in continuo aggiornamento del programma della Notte, gli indirizzi dei luoghi che ospiteranno l’evento, i numeri utili: nottedeiricercatori.it e nottedeiricercatori.comune.genova.it.

    Claudia Baghino
    [foto di Diego Arbore]

  • Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Archeologi al lavoro a MontessoroChi era presente? Quando? Perché si trovava lì? Quali testimonianze si hanno a disposizione? Queste non sono le domande di un detective sulla scena del delitto, bensì di un archeologo… «Un libro di introduzione all’archeologia che studiai all’università paragonava la nostra professione a quella di Sherlock Holmes…» afferma Giovanni Battista Parodi, dottorato in Archeologia Medievale all’Università di Siena, ma residente in Valle Scrivia e direttore di uno scavo di oltre ottocento metri quadrati a Montessoro, paesino sulle alture dell’entroterra ligure a venti minuti di strada da Isola del Cantone. Siamo andati sul posto ad incontrare il direttore per un’intervista.

    «Si tratta – prosegue Parodi – del primo scavo in estensione dell’Appennino Ligure di età romana imperiale tardo-antica. Abbiamo scoperto un sito rurale, verosimilmente una fattoria, abitato in fasi alterne tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C. Sorgeva lungo la fittissima rete di mulattiere che collegavano Genova alla Pianura Padana, anche se è probabile che il centro sul quale tutta questa zona gravitava fosse in realtà quello di Libarna (nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia, ndr), distante circa venti chilometri.»

    Quali elementi di interesse storico sono emersi?
    «E’ uno scavo molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto permetterà di avere un quadro completo con ipotesi cronologiche e socio-economiche inedite su questo periodo e questa zona. L’archeologia medievale ligure è infatti una materia relativamente giovane, in quanto nel passato l’interesse era più che altro rivolto alla parte artistico-monumentale e la ricerca privilegiava le classi sociali più alte e agiate. Anche per questa ragione gli scavi relativi al periodo tardo-antico (IV-V secolo d.C.) e alto-medievale (VI-VIII secolo) sono stati sempre molto ridotti. Mi sembra comunque giusto sottolineare che il quadro che ci siamo fatti è ancora provvisorio, in quanto lo scavo, che è iniziato nell’estate del 2009 e finirà quest’anno, è tuttora in evoluzione. La planimetria del sito è comunque stata  identificata nella sua completezza e i dati raccolti saranno analizzati in seguito con un’analisi dei materiali e dei reperti venuti alla luce. Tra essi, abbiamo ceramica da fuoco, anfore e piatti da mensa e altri oggetti particolari, per esempio un colino in bronzo. Dal punto di vista edilizio, i tetti erano in tegole mentre le case avevano pianta quadrangolare, presentando poche finestre al fine di mantenere quanto più possibile il calore. I muri eretti tra V e VI secolo, tra l’altro, non sono lavori banali, ma opera di muratori specializzati. Lo studio dei semi rinvenuti indicherà invece i tipi di cereali presenti, così come le ossa animali che abbiamo trovato riveleranno quali bestie venivano allevate dal nucleo famigliare – nel IV e V secolo forse i nuclei erano due – che abitava il sito».

    Ma chi erano gli abitanti del sito e come mai si trovavano lì?
    «Probabilmente si trattava di contadini che tuttavia non finalizzavano la loro attività alla vendita di prodotti agricoli e si dedicavano anche alla pastorizia e all’allevamento. E’ anche probabile che usassero il bosco per ottenere legname. Mi tocca purtroppo ripetermi dicendo che dovremo comunque aspettare la fine dello scavo e dell’analisi dei dati per avere un quadro più chiaro. Sicuramente, l’obiettivo è proprio quello di illuminare alcuni punti oscuri riguardo alla storia della Valle Scrivia. Riguardo ai documenti scritti abbiamo infatti un buco nero di circa seicento anni che arriva fino al 1200».

     

     

     

     

     

     

     

    Non è solo ciò che lo scavo sta facendo emergere, ma la storia stessa di come è nato a essere affascinante…
    «Stavo iniziando a scrivere la tesi di Dottorato sull’archeologia medievale della Valle Scrivia e i dati che avevo a disposizione erano ridotti, per usare un eufemismo. Proprio in quel periodo, un contadino di Montessoro aveva trovato delle tegole in questa zona, facendo partire una segnalazione. Venutone a conoscenza, chiesi subito l’autorizzazione a fare un piccolo saggio per vedere se potesse emergere qualcosa di interessante. Il campo che mi si presentava davanti era di ben milleduecento metri quadrati e i tentativi che avevo a disposizione erano limitati. Bisogna tra l’altro considerare che il sito, nei pressi del Castello Spinola del XIV secolo, era stato spianato e raso al suolo nel XVIII secolo. Individuai un punto preciso e decisi di scavare lì. Non avrei potuto davvero scegliere un punto migliore, in quanto scoprii l’intersezione di tre edifici che abbiamo poi portato alla luce! A quel punto ho subito contattato la Cattedra di Archeologia Medievale all’Università di Torino, che ha immediatamente mostrato grande interesse. Il sito offre infatti la possibilità di avere dei dati sulla zona appenninica ligure-piemontese e far svolgere degli stage agli studenti di Torino al fine di accumulare crediti formativi.»

    Proprio il concetto di condivisione è fondamentale nell’archeologia, giusto?
    «Non per fare i soliti vuoti discorsi retorici, ma non è davvero possibile fare uno scavo di questo genere da soli. Le circostanze e gli studi a priori mi hanno portato a individuare questo sito, ma non sarei arrivato da nessuna parte senza il lavoro di gruppo con gli altri responsabili dello scavo, tutti laureati e dottorati, Daniela De Conca, Valeria Fravega, Marco Ippolito, Alessandro Panetta e Paolo De Vingo, quest’ultimo proveniente dall’Università di Torino e Direttore scientifico dei lavori. L’aiuto dei ragazzi in stage – circa quindici – dell’Università di Torino è altrettanto importante. Fare l’archeologo è un mestiere duro, anche dal punto di vista fisico e c’è bisogno del lavoro di tutti. Questa, oltre ovviamente agli aspetti più strettamente legati alla ricerca, è la parte di questo lavoro che più ho imparato ad apprezzare.»

    Quali sono gli scenari futuri che si apriranno in seguito a questo scavo?
    «Come dicevo in precedenza, si aprirà un quadro storico, economico e sociale più definito, che verrà sintetizzato nella pubblicazione di un volume con il cappello accademico dell’Università di Torino. Rimarranno comunque tante cose da capire, perché l’archeologia offre tanti elementi per ragionare, ma lascia sempre anche dei punti oscuri. Come già accennato, dal punto di vista archeologico e documentario esiste davvero pochissimo sulla Valle Scrivia dell’età tardo-imperiale e medievale, ma questo non significa che l’area fosse stata spopolata, per quanto sicuramente la popolazione dell’Alto Medioevo si fosse contratta. Per esempio, abbiamo dei castelli risalenti al XII e XIII secolo, ma in molte parti d’Italia ne abbiamo di precedenti. Sarebbe interessante scavare per trovare altri castelli, perché attraverso di essi possiamo capire gli insediamenti circostanti. Vale la pena inoltre approfondire ciò che riguarda la cristianizzazione della zona, altro punto molto oscuro.»

    In quale modo l’archeologia è una disciplina arricchente a livello personale?
    «Sicuramente, il fascino dell’archeologia va aldilà dell’aspetto di ricerca finalizzata a una pubblicazione accademica. L’archeologia permette di sviluppare la capacità logica e un atteggiamento mentale aperto, dato che un errore che un archeologo deve assolutamente evitare è quello di fissarsi su preconcetti sempre suscettibili a essere smentiti da successive scoperte. Inoltre, per quanto mi riguarda, il bello di scavare nelle zone dove sono nato è quello di scoprire la storia della mia terra e capire meglio le mie origini. Tra l’altro, il modello che uno scavo di questo tipo riesce a creare non è ristretto a un’area geograficamente circoscritta, come magari si potrebbe pensare. A dimostrazione di ciò, un docente dell’università spagnola di Vitoria ha mostrato grande interesse per il nostro sito, trovando delle analogie con lavori che la sua équipe sta svolgendo nella sua zona. In questo modo, il nostro lavoro ha una portata locale e internazionale allo stesso tempo.»

    Un punto di riferimento da imitare tra gli archeologi italiani?
    «Sicuramente il Professor Tiziano Mannoni, mancato purtroppo due anni fa, una figura fondamentale nell’archeologia medievale italiana. Insegnava alla Facoltà di Architettura a Genova. Oltre alle sue notevoli competenze e alla sua grande esperienza, ti sapeva coinvolgere con il suo modo di fare accogliente e umano. Per me e per molti miei colleghi è senz’altro un modello da imitare.»

    Daniele Canepa

     

  • Alcatel Lucent: chiude la sede di Genova, a rischio 60 posti di lavoro

    Alcatel Lucent: chiude la sede di Genova, a rischio 60 posti di lavoro

    Il  gruppo Alcatel Lucent, multinazionale franco-americana attiva nel settore della Information and Communication Technology, annuncia la chiusura della sede di Genova, uno dei centri d’eccellenza della ricerca nel campo della telecomunicazione.

    Il centro ricerche e sviluppo di Genova, originariamente appartenente alla Marconi, è stato acquisito da Alcatel Lucent e inaugurato nel 2005. Attualmente dà lavoro a 60 persone ed è impegnato in particolare nello sviluppo di soluzioni per reti a banda larga in ambito metropolitano destinate al mercato internazionale.

    Un’altra importante realtà industriale rischia di scomparire dalla nostra città.  Ma non solo, altre riduzioni di attività sono previste in tutta Italia.

    “Siamo in presenza di una progressiva riduzione degli investimenti e degli insediamenti del gruppo in Italia. Ciò è inaccettabile e ingiusto”. Così spiega in una nota Fabrizio Potetti, coordinatore nazionale Fiom-Cgil di Alcatel-Lucent, che poi aggiunge:

    “Le lavoratrici e i lavoratori stanno pagando le scelte sbagliate del management che, invece di investire in nuovi prodotti e nuove opportunità, si concentra sui tagli e sulle delocalizzazioni. L’effetto di queste scelte sta producendo progressive riduzioni delle fette di mercato precedentemente occupate, oltre a esportazioni di tecnologie verso paesi che poi utilizzeranno tali conoscenze per farci concorrenza. Più si procede con questa impostazione e più l’Azienda si impoverisce, scaricando poi i suoi problemi sulle lavoratrici e sui lavoratori. E’ quindi necessario riaprire la discussione, già avviata al ministero dello Sviluppo Economico, per affrontare le questioni connesse alle logiche industriali e agli investimenti di Alcatel-Lucent in Italia, oltre che all’insufficiente capacità del nostro Paese di attrarre investimenti in settori strategici e ad alta tecnologia. La Fiom non starà a guardare mentre un altro pezzo della nostra storia industriale e del nostro patrimonio di conoscenze tecnologiche viene smantellato insieme a decine di posti di lavoro”.

    “Dopo la cessione del sito Alcatel di Bari, l’annuncio di chiudere il sito di Genova e’ un avviso molto allarmate e che getta molte ombre sul futuro della permanenza del Gruppo Alcatel-Lucent in Italia – dichiara Giuseppe Ricci, coordinatore nazionale Fim Cisl per Alcatel Lucent – A suffragare questa preoccupazione sono i dati negativi su vendite ed export comunicati nel corso dell’incontro del 14 novembre che segnano per Alcatel-Lucent Italia perdite del 15% sulle vendite rispetto al settembre dello scorso anno”.

    Alla luce di questa situazione la Fim Cisl chiede alla nuova squadra di Governo in via di formazione, un intervento urgente:

    “E’ necessario un rilancio del settore tlc in Italia attraverso misure strutturali e di sostegno. In particolare chiediamo per i lavoratori Alcatel-Lucent l’immediata convocazione al ministero dello Sviluppo economico per affrontare la vertenza e ridare prospettiva e futuro agli oltre 2.000 lavoratori del gruppo”.

    E ieri anche il Consiglio della Regione Liguria ha approvato all’unanimità un ordine del giorno (primo firmatario Gino Garibaldi, Pdl) contro la possibilità che il gruppo Alcatel Lucent chiuda lo stabilimento di Genova entro il 2012. Il documento impegna la Giunta perché “Siano poste in essere tutte le azioni possibili per tutelare e difendere l’industria tecnologica ligure, anche con la convocazione di un tavolo, interpellando e coinvolgendo tutte le parti interessate, per giungere a definire un programma ed una strategia chiara e condivisa per scongiurare la chiusura del centro di ricerche genovese da parte di Alcatel-Lucent”.

    Il documento impegna inoltre la Giunta ad attivarsi presso il Ministero dello Sviluppo economico affinché venga fatta chiarezza sulle prospettive del gruppo.

     

     

    Matteo Quadrone