Mese: Giugno 2010

  • Crevari: il Palio del Gallinaccio, esempio di partecipazione

    Crevari: il Palio del Gallinaccio, esempio di partecipazione

    Il “Palio del Gallinaccio” è un’esilarante corsa di pennuti che ha dato il “La”, nelle sue 14 edizioni, a percorsi imprevisti e positivi di vita in comune. I dodici rioni, gruppetti di case di Crevari (tra essi gli “stranieri” di Vesima) rispolverano stemmi, colori ed abiti che li rappresentano, cuciti dagli stessi abitanti; faranno bella mostra durante l’evento, indossati da circa 400 figuranti.

    Una cinquantina di persone, scelte nell’ambito degli stessi rioni, cucinano nelle loro case la cena collettiva prevista prima della gara, che si tiene nel Campo sportivo; si occupano dei tavoli (che ospiteranno circa 500 commensali), dell’allestimento del percorso di gara, della logistica.

    La gara è un pretesto azzeccato e divertente per stare insieme; con le raccomandazioni al microfono contro il doping, i conciliaboli tra i giudici di gara per acconsentire la partecipazione di un bipede “anomalo”, gli stessi pennuti che saltano di corsia o ignorano il traguardo. A vincere quest’anno è la borgata del Rian, che detiene anche il record di successi, 4, davanti al Vessuo con 3. L’evento, completamente autogestito, senza contributi pubblici o o sponsor, è gemellato con il Palio delle Oche (Lago di Sori) e realizzato esclusivamente con il volontariato.

    Per i “foresti” è a disposizione la gradinata e viene offerta loro una fetta d’anguria. Ciò che colpisce è l’atmosfera rilassata e soprattutto l’impegno di tutto un paese, che discute, prepara abiti, li indossa, cucina, condivide quel cibo con allegria. Uno spirito antico che mescola tradizione contadina e storica, senza impedire lo scorrere della modernità e del presente: l’arbitro di gara è il nuovo parroco… argentino, la “contestazione” rispetto ad una galletto… cinese, il ronzio delle Vuvuzelas con le quali gioca qualche bambino. Resta l’esempio di un “gioco di memoria” per stare insieme, per fare comunità, per guardare al futuro con un po’ meno apprensione, sentendosi parte di una collettività. Che collabora, sta insieme fuori dalle case, spegnendo il televisore, con il pretesto di… una corsa di galline. Scusate se è poco.

    Stefano Bruzzone

  • Joumana Haddad, intervista alla poetessa libanese

    Joumana Haddad, intervista alla poetessa libanese

    Joumana HaddadJoumana Haddad è una cittadina del mondo, poetessa del corpo, della provocazione, giornalista e scrittrice. Questa 38enne libanese dal fascino dirompente negli ultimi anni ha fatto parlare di sé. Per i suoi libri tradotti e pubblicati in tantissimi paesi (parla sette lingue, fra cui un perfetto italiano, e ha tradotto tanti autori arabi introducendoli nel mercato occidentale…) e per il suo periodico “Jasad“, trimestrale in lingua araba specializzato nel linguaggio del corpo, un atto coraggioso e rivoluzionario, un punto forte di rottura con i tanti tabu’ che oggi incatenano la cultura medio-orientale.

    E’ stata uno degli ospiti d’onore della 15esima edizione del Festival Internazionale di Poesia di Genova, un soggiorno breve nella nostra citta’ e poi nuovamente in viaggio…

    La tua arte e la tua vita hanno come comune denominatore proprio il viaggio. In apertura abbiamo provato a trattare questo tema da piu’ punti di vista, giacche’ oggi scoprire e conoscere il mondo non e’ piu’ un privilegio per pochi e nuovi flussi migratori trasformeranno molte zone del Pianeta. Come viene vissuto tutto cio’ nel “distante” Medio Oriente?

    Eh si, io sono perennemente in viaggio e non mi stanco mai, viaggiare e vivere per me sono sinonimi…  E’ vero che la voglia di conoscere ed esplorare oggi e’ fortemente radicata nell’essere umano, molto piu’ che in passato, in Oriente come in Occidente, ma a prescindere dal desiderio, nel mondo arabo e’ inevitabile scontrarsi con quelle che sono le concrete possibilita’, ovvero la realta’ dei fatti. In Libano le frontiere sono aperte, ma nel resto del Medio Oriente la situazione e’ diversa. Partire significa quasi sempre non poter piu’ tornare, perche’ la pena e’ il carcere. A voi puo’ sembrare assurdo, lo so, ma e’ la realta’. Quindi quello che per molti occidentali e’ desiderio di una nuova esperienza, esplorazione di se’ e ricerca di stimoli diversi, per la gente che nasce e vive magari in Siria, Palestina, Iran o Iraq si chiama sogno di una vita migliore, dal punto di vista economico, sociale e politico.

    Sei rimasta solo qualche giorno a Genova… Che impressione ti ha fatto la citta’?

    Sono rimasta troppo poco per farmi un’idea, avrei voluto visitare il centro storico ma alla fine non ce l’ho fatta. Credo pero’ di aver ben compreso l’animo dei genovesi… Gli occhi sono quelli della gente di mare, gli stessi che trovo ad esempio a Beirut, la mia citta’, anche lei bagnata dal Mediterraneo. Io penso che il mare segni nel profondo e allo stesso identico modo l’animo di tutti i popoli che su di esso affacciano.

    Veniamo alla tua rivista… “Jasad”, che significa “corpo”. Scrittori e artisti per lo piu’ arabi, senza pseudonimi, trattano con disinvoltura tematiche legate al sesso e alla poetica del corpo, un’impresa a dir poco coraggiosa in Medio-Oriente…

    Jasad e’ un progetto che sentivo di dover realizzare. Le polemiche e le grida allo scandalo sono ovviamente state tantissime, ma ho ricevuto anche molti segnali di approvazione. Il tema di rilievo della rivista e’ la dimensione sessuale del corpo, ma non c’e’ ovviamente solo questo. Arti, letteratura e scienze del corpo… un territorio vastissimo profondamente radicato nella cultura araba, ancora piu’ che in quella occidentale, eppure in molti se lo sono dimenticati. Oggi nelle nostre regioni il corpo umano, il sesso e l’erotismo sono diventati tabu’. “Jasad”, semplicemente, questo non lo vuole accettare.

    I corpi nudi femminili e i racconti erotici di “Jasad”, contrapposti ad una cultura che relega le donne in secondo piano, in alcune regioni costrette a condizioni di schiavitu’ per tutta la vita… Quante di loro pensi siano consapevoli della violenza che subiscono e quante, invece, considerano tutto cio’ la “normalita’”?

    In Libano ci sono donne con il velo e donne che non lo indossano, la scelta e’ fortunatamente, nella maggior parte dei casi, libera. E’ intorno ai confini del Libano, invece, che la situazione diventa tragica. Io, e in questo momento parlo in quanto essere umano, non solo come donna araba, vivo questa realta’ come un insulto, un’umiliazione. Ci sono donne arabe ben consapevoli dei soprusi subiti, ma pur potendo farlo, non muovono un dito per cambiare la propria situazione. Ci sono quelle consapevoli che pero’ non possono fare nulla per cambiare le cose, perche’ minacciate o controllate e infine quelle che non si rendono conto di vivere in condizioni atroci. Queste sono coloro che hanno subito veri e propri lavaggi del cervello fino ad autoconvincersi che si tratti di una loro scelta. E’ in queste donne che si nasconde il vero rischio di non vedere mai un cambiamento. Ma di una cosa, piu’ di ogni altra, proprio non riesco a capacitarmi: le donne arabe consapevoli di quello che subiscono non si rendono conto di avere fra le mani l’arma piu’ potente di tutte, ovvero la maternita’. Queste madri di futuri uomini arabi, fanno crescere i propri bimbi con i “valori” distorti del padre o del fratello, pur sapendo che si tratta di un errore madornale. Mi sento di dire, tuttavia, che di soprusi nei confronti delle donne io ne ho visti anche qui in Italia, e non meno gravi. Mi riferisco ai pezzi di carne vestiti da donna della vostra televisione, io credo che la differenza sia sottile, e cio’ dovrebbe farvi riflettere…

    Come ha reagito il mondo arabo alla vittoria elettorale di Obama?
    Obama ha rappresentato e rappresenta per la maggior parte del mondo arabo una speranza che prima era totalmente scomparsa. Ovvero quella di trovare finalmente un contatto con l’occidente, un punto d’incontro. Io sono ottimista su un progressivo riavvicinamento dei due mondi, oggi ancora cosi’ distanti, e come me sono ottimisti tantissimi arabi, gli estremisti sono davvero una minoranza. Credo che ci vorra’ molto tempo, indubbio, ma le possibilita’ esistono, ne sono convinta.

    Gabriele Serpe

  • Concorso fotografico “It Looks Good”, vince un genovese

    Concorso fotografico “It Looks Good”, vince un genovese

    Davide BarberisIl Concorso Fotografico nazionale “ItLooksGood” curato da Artegiovane e dall’azianda Toschi e’ stato vinto da Davide Barberis, classe 1983, genovese residente a Castelletto. Il giovane fotografo genovese si e’ aggiudicato il primo premio, scegliendo la fragola come soggetto ideale per centrare il tema del concorso: “Gustosa è la vita”.

  • Voltri: le riparazioni e i problemi della passeggiata a mare

    Voltri: le riparazioni e i problemi della passeggiata a mare

    Passeggiata VoltriIl 3 giugno 2011 è stato effettuato un sopralluogo nella passeggiata a mare di Voltri, al quale hanno partecipato il presidente della Regione Burlando, il presidente dell’Autorità portuale Merlo, gli assessori Margini (Comune), Briano (Regione) e Dagnino (Provincia), per definire le possibili opere di difesa dell’arenile e di conseguenza della passeggiata, dopo che violente mareggiate l’hanno pesantemente danneggiata.

    Attualmente gli uffici tecnici delle diverse amministrazioni, stanno lavorando congiuntamente, ognuno con le proprie competenze, per trovare delle soluzioni adeguate.

    Il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente dice “Noi ci auguriamo che si riescano a trovare le risorse necessarie per le opere di protezione, perché la passeggiata ha riscosso il gradimento dei cittadini, così come il riordino del litorale”.

    A dire il vero qualche perplessità iniziale era stata espressa da alcuni pescatori della zona, che suggerirono differenti soluzioni di carattere tecnico, ma che evidentemente, non vennero ascoltati a sufficienza.

    Il Presidente del Municipio ammette comunque un certo rammarico perché “Cinque anni fa non siamo riusciti a cogliere la palla al balzo, quando fu presentato un progetto dell’Autorità portuale, mai realizzato per mancanza delle risorse economiche necessarie, ma che avrebbe rappresentato la difesa definitiva del litorale”. La direzione tecnica dell’Autorità portuale propose allora un’opera faraonica, dal costo complessivo di oltre 15 milioni di euro, che prevedeva la realizzazione di due dighe soffolte: una nel tratto di litorale tra il torrente Leira e il torrente Cerusa, l’altra dal Leira fino al San Giuliano. “Oggi il progetto è più accessibile economicamente, – continua Avvenente, – ma allo stesso tempo, ci hanno garantito, ugualmente efficace”. Abbiamo chiesto all’ingegnere Andrea Pieracci, responsabile della direzione tecnica dell’Autorità portuale, maggiori dettagli “Stiamo lavorando d’intesa con Regione, Provincia e Comune. Abbiamo proposto un nostro piano progettuale che prevede degli interventi disgiunti da compiersi in diversi periodi“.

    In sostanza si tratta di tre operazioni: il prolungamento di circa 50 metri del pennello esistente a levante della passeggiata, di fronte a Piazza Gaggero; la creazione di un secondo pennello dalla parte opposta, all’altezza del capolinea della linea 1 dell’AMT ; la realizzazione di un ripascimento verso mare: 10 metri di superficie emersa e 20 metri di superficie sommersa.

    L’ingegnere Pieracci, spiega “Tecnicamente si chiama spiaggia sospesa. La spiaggia sarà allungata di 10 metri fruibili dai bagnanti e di 20 metri sommersi. Si verrà a formare una nuova linea di battigia, al piede della quale creeremo un muretto artificiale, per raccordarci con il fondale. Questa barriera avrà funzioni di contenimento e di ritenuta rispetto all’azione corrosiva del mare”.

    L’intenzione è di realizzare le opere di difesa dell’arenile in tempi brevi, per essere pronti a fronteggiare le eventuali mareggiate autunnali.

    “La Regione ha valutato positivamente la nostra proposta progettuale, – continua Pieracci, – l’intendimento tecnico sarebbe di partire con il prolungamento del pennello esistente e con la realizzazione di quello nuovo, prima della fine dell’estate. Per poi occuparci dell’allungamento della spiaggia e del ripascimento. Attendiamo che venga attivato il tavolo tecnico e non appena avremo l’assenso di tutti gli enti coinvolti, partiremo con i lavori”.

    Matteo Quadrone

  • I Baustelle presentano “I Mistici dell’Occidente” alla Fnac di Genova

    I Baustelle presentano “I Mistici dell’Occidente” alla Fnac di Genova

    BaustelleArrivano quasi avvolti da un alone leggendario. I Baustelle. Una folla variegata li attende alla Fnac di Genova, dove presentano il loro ultimo disco, i Mistici dell’Occidente, uscito il 26 marzo.

    L’album prende il titolo dall’omonimo libro di Elemire Zolla, noto filosofo delle religioni. Dopo la denuncia del malessere sociale e culturale esposta in Amen, nel nuovo album troviamo la reazione positiva: attraverso la reinterpretazione della figura del mistico, i Baustelle ci offrono gli spunti per una rivoluzione intesa come riflessione critica sulla monocultura occidentale.

    Trascorsa la presentazione “fnacchiana”, si dedicano al pubblico con genuinita’ e disponibilita’.

    Iniziamo dal vostro singolo,
    Gli Spietati: chi sono?
    Coloro che tentano di raggiungere la felicita’ eliminando le passioni. Tuttavia la fine della canzone segna la vittoria dei sensi, attraverso una voce straziata che canta “C’e’ un amore che mi brucia nelle vene e che non si spegne mai”; voce straziata perche’ la passione spaventa chi la subisce: l’estremita’ dei sentimenti spesso porta con se’ il rischio di provare dolore.

    Essere mistici ed essere ribelli. C’e’ un filo conduttore? Il nostro “mistico” e’ inteso a livello metaforico. Questa figura e’ ribelle in quanto, distaccandosi dal modello impostole, si rende conto che esso non e’ l’unica realta’ possibile.

    Cosa significa per voi essere ribelli oggi? La ribellione oggi e’ meno facile perche’ istituzionalizzata. Viviamo in un mondo in cui ribellarsi e’ quasi un dovere, ma questa rivolta e’ solo apparente e gia’ inclusa dal sistema.

    Parliamo della vostra coerenza: non avete paura che le vostre musiche orecchiabili e il nuovo contratto stipulato con la Warner rischino di “prostituire” la vostra arte? Noi siamo pop in senso positivo. Crediamo che la canzone vada rivolta a tutti; non si puo’ dire: “Ah, questa e’ cosi’ arte che la tengo per me”. No! Altrimenti si finisce a fare i solipsisti. Le canzoni sono di tutti e tutti devono poterle ascoltare.

    Nel vostro album ci sono evidenti echi morriconiani e riferimenti al cinema spaghetti – western. Il mondo attuale puo’ essere paragonato al “vecchio west”? No. Il mondo attuale e’ un campo di battaglia in cui purtroppo non accade alcuna battaglia.

    Tra le vostre canzoni ce n’e’ una intitolata San Francesco. Che modello offre per la rivoluzione di cui parlate? San Francesco e’ da noi rivisitato in chiave laica. L’esempio che ci offre e’ il coraggio di vedere la realta’ attraverso un’altra prospettiva, liberandoci dai canoni imposti dalla nostra epoca.

    In un’altra canzone parlate, criticandolo, di un presidente. Questo presidente ha un volto? Si’ e no. Certamente dicendo la parola presidente (con la p minuscola nei testi N.d.A.) immagino Berlusconi. Tuttavia, essendo anarchico, vedo negativa ogni forma di potere; quindi spero che il riferimento rimanga universale.

    Anarchia. Una parola che pronunciata a Genova rimanda inesorabilmente a Fabrizio De Andre’. Quanto vi ha influenzato il cantautore nostrano? Molto. In particolare il brano I Mistici dell’Occidente risente parecchio della sua influenza; essendo composto in forma di ballata popolare ( che De Andre’ adoperava spesso) ed avendo io (Francesco Bianconi N.d.A) un timbro vocale molto simile, il rimando e’ inevitabile.

    Germano Monetti – Veronica Campailla

  • Suq 2010 e il progetto del festival permanente

    Come nasce l’idea del “Suq permanente” e quale forma avrebbe?

    L’idea parte dal successo del Festival, dai messaggi che riceviamo costantemente dai genovesi e dal fatto che non esiste a Genova un centro multiculturale che possa fungere da catalizzatore di esperienze internazionali, mediterranee. L’idea è quella di un centro con lo spirito e l’impianto del Suq, in cui vengano mantenute alcune ristorazioni fisse e che preveda però una rotazione di ristoratori e commercianti in modo che possa essere una vetrina per tutti, ovviamente anche per gli artigiani liguri. Poi ci sarebbe un calendario di eventi e di attività ed un collegamento con i Consolati.

    Come e dove pensate di realizzare il progetto? Avevate proposto due luoghi, la Loggia e il Carmine…

    Il Suq ha la particolarità, a differenza di altre manifestazioni, di essere un luogo pubblico e privato insieme. Poiché, anche se c’è bisogno di un aiuto da parte delle istituzioni, potrebbe reggersi con le quote pagate dagli artigiani e dai commercianti. Sicuramente occorre che sia centrale, inserito nel tessuto della città, poiché deve essere una piazza dell’incontro. Noi avevamo proposto due luoghi con queste caratteristiche, la Loggia Banchi, dove è nato il Suq, e il Carmine. Tuttavia a questi luoghi sono stati destinati altri progetti .

    Abbiamo poi aderito al “Progetto Cimento” per l’Hennebique , però è una cosa ancora lunga. Infine è stata da poco avanzata l’ipotesi dall’Amministrazione Comunale del Mercato del Pesce, ma anche questa è solo un’ipotesi.

    Noi crediamo nel progetto del Suq permanente ma è necessario che venga accompagnato dalle Istituzioni, che dovrebbero intuire la portata di questo progetto, che è un “museo dell’esistente”, di quello che è, non di ciò che è stato.

    In che modo il Suq può diventare un’opportunità per Genova?

    Perché c’è ancora tanta strada da fare nel vivere il rapporto con l’altro in maniera più matura. Ci sono ancora delle difficoltà sia da parte dei genovesi che da parte degli immigrati e il Suq può accompagnare la reciproca accoglienza poiché c’è la necessità di un luogo di incontro. Sono convinta che la reciproca accoglienza debba essere giocata non solo nei luoghi del dovere, come la scuola o il posto di lavoro, ma soprattutto nei luoghi del tempo libero.

    Il Suq è il momento in cui si curiosa l’altro, lo si avvicina, ci si siede alla stessa tavola. Questo avviene anche perché la forma del luogo, i profumi e i sapori aiutano ad incontrarsi. Quest’anno ho visto molte persone anziane che sono venute al Suq con le loro badanti, spesso straniere, ed entrambi si sentivano a proprio agio in un luogo che consideravano comune.

    Infine il Suq ha la particolarità di attraversare tanti linguaggi diversi: la musica, il teatro, la danza, e quindi tutti ci si possono riconoscere.

    Cosa pensi della tua città?

    Genova è una città ricca, con punti di grande fascino ed è stata attraversata da momenti di splendore che rimangono. Tuttavia l’impressione è che non si sappia valorizzare, occorre trovare un’identità, dei punti di forza sui quali puntare. Il problema è che c’è poca strategia e poca relazione, si fa fatica ad uscire da certi meccanismi di chiusura. Il Suq rappresenta invece un punto di apertura, una dimensione mista ed anche per questo motivo bisognerebbe lavorarci.

    Deepa Scarrà

  • Incontro con Paolo Rossi: la commedia è finita

    Incontro con Paolo Rossi: la commedia è finita

    Paolo RossiLuogo: Feltrinelli di Genova. Motivo: presentazione de La commedia e’ finita, conversazione surreale di e tra Carolina de la Calle, regista spagnola (che dal 2008 lavora con Rossi nella compagnia teatrale BabyGang), e l’attore borderline Paolo Rossi su riflessioni e migliorie da apportare ad un teatro in bilico come un funambulo, perennemente in crisi e sull’orlo del fallimento. Ma queste avversita’ lo portano a dover essere vitale, eclettico, innovativo… Attributi perfetti anche per i nostri due eroi!

    La commedia e’ finita. Perche’ questo titolo? Ha molti significati, tra cui: basta, non prendiamoci in giro e iniziamo a fare sul serio.

    Come vedi il futuro del teatro? Io confido nel teatro. Ha piu’ speranze il teatro, nel suo continuo rinnovarsi, che le sei/sette vecchie reti televisive. Sono un mezzo immobile, morto, destinato a finire.

    Nel libro parlate di teatro pop: in cosa consiste davvero? (P) E’ un genere che ruba un po’ da tutto. Io ho seguito il metodo di Dario Fo: “rubare, in teatro, e’ cosa buona. Copiare e’ da coglioni”. L’importante nell’essere pop e’ mischiare bene le carte. L’artista-ladro ruba ai falsi colti per regalare agli ignoranti incoscienti come lui. (C) Inoltre per noi significa riuscire a rivolgersi al popolo e non a quello che sta a casa con il telecomando. (P) Anche se qualcuno e’ riuscito a togliere il potere al popolo trasformandolo in pubblico, avendo capito che la gente perdona molto di piu’ agli attori che ai primi ministri.. Cosi’ i primi ministri sono diventati ottimi attori!

    E qui arriviamo a un tema che ti e’ caro: l’attacco al potere; come credi che si possa combattere il potere attraverso l’arte? (P) Se io facessi un monologo sui precari guadagnerei molto, riceverei molti complimenti ma non cambierebbe niente. E’ lavorando con i precari che io provo a modificare le cose. I cambiamenti avvengono se fatti collettivamente, non attraverso il televoto.

    (C) Io non so se il problema sia il potere, ma so che ogni giorno perdi un sacco di tempo a informarti sui tagli all’ente dello spettacolo, ti ricoglionisci e perdi talento. La nostra generazione di artisti si sta perdendo nelle anticamere dei ministeri. Non bisogna scendere nelle piazze ma salire negli uffici e discutere insieme i bilanci.

    (P) Questa si chiama insurrezione… (ride)

    Nel libro parlate di giovani. Paolo, com’e’ lavorare con loro? La verita’ e’ che loro sono piu’ rigorosi. E sono cosi’ perche’ hanno fame. Questo e’ uno dei tanti motivi per cui preferisco lavorare con loro.

    Che maestro sei? Io mi definisco un ancie’n prodige (ride), non un maestro. Per un periodo della mia vita ho fatto il genio e sregolatezza. Ma poi, se sopravvivi, per rimanere te stesso devi cambiare tutto. E rifare meglio quello che facevi agli inizi. Se sono un maestro e’ solo perche’ mi piace condividere quello che so; mi diverte.

    Carolina tu dici che i ragazzi non vogliono rubare il posto ai piu’ anziani, ma sedersi a tavola con loro. Ma se questa tavola sembra essere stretta gia’ senza di loro, come possono fare i giovani per farsi posto? Le idee scarseggiano. I giovani che hanno un’idea devono tenersela stretta in maniera tale da rendersi indispensabili. Non c’e’ altra soluzione.

    Capito ragazzi? Non prendiamoci in giro. La commedia e’ finita. Andate in pace. Amen…

    Germano Monetti

  • Intervista ad Antonio Albanese, il comico racconta i suoi personaggi

    Intervista ad Antonio Albanese, il comico racconta i suoi personaggi

    Antonio AlbaneseComico, attore, lettore e appassionato di pittura. Una comicità innata, ben educata con anni di studio presso la Civica Scuola di Arte Drammatica di Milano sino al raggiungimento del diploma nel 1991. Solo due anni dopo Antonio è già punta di diamante della trasmissione “Mai dire Goal“, il personaggio in questione è il foggiano Frengo, l’uomo del “terzo temBo” per intenderci.

    Da quel momento la carriera di questo ragazzo ormai grandicello della provincia di Lecco è tutta un successo.  Antonio si dedica da ormai molti anni con grande disinvoltura fra cinema, teatro e televisione e a guardarlo oggi sembra che per lui tutto ciò sia terribilmente naturale.

    L’occasione è l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone al teatro Modena di Sampierdarena, l’irriverente Antonio parla della sua carriera, dell’amore per l’arte e per i libri che lo hanno formato. Poi arriva il momento delle domande e lui si mette comodo, orecchie tese e risposte pronte.

    Quale tuo personaggio assomiglia di più ad Antonio Albanese?

    E’ una domanda molto interessante, me lo hanno chiesto spesso e non sono mai riuscito a trovare una risposta soddisfacente! In realtà non c’è un personaggio in particolare che mi assomiglia, forse Epifanio per alcuni lati…

    Cinema, TV, libri… la comicità è una ed unica o deve adeguarsi alle diverse tipologie di comunicazione?
    La comicità deve adeguarsi al tempo in cui vive, alle sfumature, ai colori, non alle tipologie di comunicazione. Certo, se dovessi ad esempio intepretare Cettola Qualunque al cinema dovrei creare l’intera famiglia… vi immaginate la moglie?! Ma è il contorno che cambia non il personaggio in sè. A me piace molto dare vita ai miei personaggi in tutti e tre i campi.

    Se Cettola Qualunque si candidasse tu pensi che prenderebbe dei voti?
    Un casino!! Pensate che ci sono persone che mi hanno spinto a farlo sul serio e c’è chi ha fatto persino un sondaggio, siamo sugli 850.000 voti!!! Lui poi sarebbe chiaro… case aperte, chiuse… basta che ci siano!!

    Tu sei un grande appassionato di pittura, che rapporto hai con l’arte?
    Adoro la pittura, sono uno di quei cretini che prima di comprarsi la macchina si è comprato un quadro! Sono molto affascinato dal futurismo italiano, ma in particolare amo l’arte contemporanea, è anarchica e soprattutto libera a 360 gradi! Vi dirò che preferisco le bozze alle opere finite, primo perchè i quadri non me li posso permettere e secondo perchè trovo che in una bozza si percepisca molto di più l’anima e l’intenzione dell’artista. Il mio sogno è quello di aprire un giorno una galleria d’arte a Milano, lo so è da pazzi! A dire il vero conosco già qualche grande pittore, l’unico problema è che di me non si fideranno mai!!

    Qualche aneddoto sui tuoi personaggi più famosi…
    Beh ad esempio posso raccontare come è nato Cettola Qualunque… mi trovavo in Calabria su un traghetto e poco più in là un bambino disse qualcosa al padre del tipo “Papaaà, papaaà.. guarda che bello!” e il vecchio senza pensarci tanto lo gelò con un bel “Fatti i cazzi tua!”, un poeta direi. Poi qualche tempo dopo, sempre in Calabria, riscontrai dei problemi per l’organizzazione di uno spettacolo, al che mi chiamò un politico del posto e mi disse: “Tu non puoi non fare lo spettacolo perchè qui tutti sanno che vieni… Tu non sai chi sono io!!”…Immediatamente unii le due cose e decisi che Cettola doveva essere un politico!
    Fu molto strana anche la nascita di Frengo, il foggiano di Mai dire Gol. Innanzittutto premetto che io sto al calcio come Bondi al kamasutra! Non ne sapevo nulla! Mi dissero di guardare novantesimo minuto e così feci. Rimasi colpito da uno strano personaggio: “Perchè avete perso?” gli chiesero.. “Perchè loro hanno segnato un gol e noi no!” rispose. Quel tipo era Zeman, che ai tempi allenava il Foggia, me ne innamorai e decisi che dovevo fare assolutamente qualcosa sulla sua squadra. Così incontrai Zeman, ma lui è un vero capo indiano e non fu un grande incontro… Lui non ha amici, perchè qualunque domanda gli fai non ti risponde!

    Hai già in mente il tuo prossimo personaggio?
    Ogni mio personaggio nasce dal desiderio di dire o denunciare qualcosa. Oggi viviamo l’epoca delle nevrosi e della diffidenza che ognuno di noi ha verso gli altri, il mio prossimo personaggio rispecchierà proprio questo aspetto della società, sto pensando ad un intellettuale pieno di pillole e psicofarmaci! In fondo noi non ce ne rendiamo conto, ma stiamo tutti un pò sclerando! Basta vedere come camminiamo e come ci muoviamo, gesticoliamo come dei nevrotici. Poi non ho mai fatto una donna… eppure io sono molto donna!

    Gabriele Serpe