Mese: Maggio 2014

  • Ospedale di Ponente, Erzelli o Cornigliano? Il puzzle delle infrastrutture e il dibattito in Consiglio

    Ospedale di Ponente, Erzelli o Cornigliano? Il puzzle delle infrastrutture e il dibattito in Consiglio

    erzelli-strada-cantiere-gru-d3Erzelli o Villa Bombrini? Il Consiglio comunale torna a discutere della possibile collocazione dell’ospedale di Ponente, dopo che la Regione, spinta anche dall’incipiente campagna elettorale, ha iniziato a premere il piede sull’acceleratore. Lo spunto è stato offerto dal Consigliere del Gruppo Misto Francesco De Bendedictis che ha presentato un’interrogazione a risposta immediata.

    Sul tema è intervenuto direttamente il sindaco che non ha mancato di ribadire come la costruzione di una nuova struttura ospedaliera nel ponente cittadino rappresenti una priorità per l’attuale amministrazione. Doria è poi entrato nel dibattito che si è acceso circa la futura collocazione dell’ospedale che dovrà contare circa 500 posti letto. Due le ipotesi rimaste in campo secondo gli studi di fattibilità presentati in giunta regionale una decina di giorni or sono: Villa Bombrini e la collina degli Erzelli.

    «La scelta tra le varie opzioni di ospedale – aveva dichiarato qualche giorno fa l’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo  dipenderà anche dalle valutazioni urbanistiche del Comune e dalle valutazioni tecnico-economiche. In questa fase di studi preliminari, il costo complessivo dell’ospedale potrà variare da un minimo di 200 ad un massimo di 250 milioni di euro».

    Erzelli – Cornigliano: i pro e i contro

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    Le variabili in campo, ha ricordato ieri il primo cittadino in Sala Rossa, sono sostanzialmente tre: proprietà delle aree, bonifica dei terreni e accessibilità. «Per quanto riguarda la proprietà – ha detto il sindacosia nel caso di Villa Bombrini che in quello di Erzelli ci troviamo di fronte a una situazione mista pubblico/privato: ma se nell’area privata di Villa Bombrini esistono attività economiche che andrebbero ricollocate altrove, agli Erzelli questo problema non sussisterebbe». Anche per quanto riguarda la bonifica, la preferenza andrebbe in collina: «Il terreno delle due aree è profondamente diverso – ha proseguito Doria – perché a Villa Bombrini andremmo a toccare una vecchia sede di stabilimento industriale siderurgico, la cui trasformazione comporterebbe costi non presenti, invece, agli Erzelli».

    Fin qui, ai punti sembrerebbe vincere Erzelli. Anche perché la sensazione è che, Università più, Università meno, in collina prima o poi dovrà insediarsi qualcos’altro oltre al parco tecnologico (e, in futuro, forse anche scientifico).

    Ma l’ostacolo più grosso per quanto riguarda la collina tra Sestri e Cornigliano è rappresentato dall’ultimo punto in questione: l’accessibilità, che per entrambe le soluzioni chiama in causa una sistemazione dell’attuale status urbanistico. Il sito di Villa Bombrini sembra presentare, quantomeno sulla carta, una serie di garanzie maggiori di futuribilità da questo punto di vista. Oltre alla riqualificazione di via Cornigliano (qui l’approfondimento), il collegamento con la strada a mare (qui l’approfondimento) e la Valpolcevera grazie alla nuova viabilità di sponda, è previsto lo spostamento della stazione ferroviaria dall’attuale piazza Savio a via S. Giovanni d’Acri, una delle tappe importanti della futura metropolitana di superficie.

    L’innovazione del sistema di trasporto ferroviario coinvolgerà anche l’eventuale collocazione dell’ospedale di Ponente a Erzelli. Ai piedi della collina sorgerà, infatti, la nuova stazione ferroviaria dell’aeroporto su cui dovrebbe insistere la piattaforma di interscambio multimodale di trasporto (qui l’approfondimento), che oltre al parcheggio per i privati e al passaggio di nuove linee di autobus, dovrebbe prevedere la famosa funivia che dal cuore del Cristoforo Colombo, con una fermata intermedia proprio in questa zona, condurrà “in vetta”. Così conclude il sindaco:

    [quote]L’ipotesi di Erzelli potrà reggere solo ed esclusivamente nel momento in cui sarà prevista una percorribilità di collegamento garantita da mezzi pubblici ma che non potrà essere rappresentata da grossi autobus bensì da una funivia con capacità di carico identica a quella che attualmente ha la linea 18 che conduce all’ospedale di San Martino».[/quote]

    Da aggiungere anche che, secondo i tecnici, un aspetto positivo della scelta di Erzelli potrebbe essere rappresentato dalla vicinanza con il casello autostradale e la nuova galleria di Borzoli in fase di costruzione da parte del Cociv (ecco l’ennesimo grande tema cittadino che si va a inserire in questo fitto puzzle: il Terzo Valico) e che connetterà direttamente la collina con la Val Chiaravagna.

    Il vicesindaco Bernini ci aiuta a fare chiarezza in questo intricato dedalo trasportistico: «Il problema di Erzelli è che oggi abbiamo una situazione, domani ne avremo un’altra e dopo domani una terza. Oggi, infatti, se prendo il treno o il bus, scendo all’attuale stazione di Cornigliano e ho un altro autobus che mi porta in collina per una sola strada. Dal 20 giugno ci sarà un altro pezzo di strada che continuerà per raggiungere l’obiettivo di avere due direttrici per arrivare a Erzelli con un autobus grosso. Ma nel futuro la stazione di Cornigliano non sarà più nell’attuale posizione e si sdoppierà: per cui devo riuscire ad avere fin d’ora una viabilità di accesso che mi consenta di dialogare sia con la stazione attuale che con quelle future di Erzelli e via San Giovanni d’Acri».

    Funivia Erzelli – Stazione Cornigliano – Aeroporto

    erzelli-sestri-ponente-d9Insomma, in un mondo ideale, la Genova del 2020 avrà una metropolitana di superficie con treni che ogni 7/10 minuti collegheranno Brignole a Voltri, passando per Cornigliano/San Giovanni d’Acri, Erzelli/Aeroporto, Sestri, Multedo, Pegli, Pegli Lido, Prà e Palmaro. E, naturalmente, ci sarà anche il nuovo ospedale di Ponente, facilmente accessibile.

    Ecco perché all’interno di questo quadro la realizzazione della funivia diventa imprescindibile. «Intanto – riprende Bernini – si cambia il mezzo di traporto: la gomma non va più bene e ce lo stanno dimostrando tutte le grandi città europee che trovano soluzioni più efficaci, semplici, modulari, efficienti ed economiche». Tra poco ci sarà l’aggiudicazione del progetto della stazione di Erzelli – Aeroporto che è il cardine di tutto il sistema, mentre quella di via San Giovanni d’Acri è già stata aggiudicata. «È nella stazione (fatta con gara d’appalto dell’aeroporto) – spiega il vicesindaco – che risiederà il motore della funivia perché non dovrà solo portare in collina ma anche al Cristoforo Colombo. Ed è proprio per questo secondo collegamento che abbiamo ottenuto i finanziamenti europei. Poi, quando avremo il progetto definitivo, si potrà chiedere un finanziamento per la parte integrata “esecutivo-realizzazione”».

    Ospedale del ponente vs nuovo Galliera

    Intanto, nel mondo reale, il multi-sfaccettato panorama delle sinistre genovesi si è fatto promotore di un appello sulla questione Ospedale di Ponente che rappresenta la volontà di dare vita a un percorso partecipato verso la realizzazione della nuova struttura, ritenuta opera di edilizia sanitaria prioritaria per la comunità genovese, al contrario della discussa operazione del nuovo Galliera.

    “Abbiamo recentemente appreso che la Regione Liguria vuole dare il via libera al progetto bis della costruzione dell’ospedale denominato “Nuovo Galliera” – si legge nel documento promosso da Sel e sottoscritto anche da Fds, Lista Doria e diversi rappresentanti dell’associazionismo genovese tra cui don Paolo Farinella – un’operazione anche edilizia, di forte impatto ambientale con  un impegno economico di 135 milioni di euro. Giudichiamo inaccettabile che la Regione Liguria ritenga prioritario costruire un nuovo Ospedale Galliera, accanto all’ospedale oggi funzionante e pure di rilievo nazionale ad alta specializzazione,  invece di finanziare e costruire il nuovo Ospedale del Ponente e della Valpolcevera, come promesso ai cittadini da almeno 20 anni”.

    Secondo i firmatari, un investimento così ingente per un ospedale già esistente e la cui gestione non sarà pubblica non risponde alle esigenze della città. «Non può esserci allocazione di risorse senza programmazione ed è proprio questa che manca» ci spiega la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella. «Gli stessi fondi potrebbero essere impiegati per l’aggiornamento del Piano Sanitario Regionale fermo al triennio 2009-2011,  considerando anche ad oggi la capienza ospedaliera del centro-levante, che usufruisce di quasi il doppio di posti letto rispetto al Ponente cittadino, è adeguata mentre assolutamente lacunosa su tutto l’ambito cittadino rimane l’assistenza sanitaria territoriale, prevista invece dalla normativa nazionale e non ancora recepita».

    E l’appello è anche e soprattutto rivolto al primo cittadino di Genova affinché non si faccia coinvolgere nella partita Villa Bombrini – Erzelli ma provi ad alzare la qualità della discussione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Alla scoperta di NEMO geie, per la promozione delle Industrie Creative tra Liguria e UE

    Stefania BertiniQuesta settimana, in vista delle elezioni europee del 25 maggio, siamo andati alla ricerca delle connessioni tra dimensione locale e comunitaria. Un percorso che è iniziato ieri, parlando di europrogettazione (qui l’approfondimento): cos’è e come possiamo avvicinarci a questo settore. Oggi entriamo nello specifico e parliamo di un’esperienza concreta a Genova: NEMO geie, un “geie” appunto, cioè un gruppo europeo di interesse economico, fondato a Genova nel 2007 per la creazione e promozione di eventi, rassegne, spettacolo dal vivo, attraverso la partecipazione a bandi europei e con la cooperazione tra partner locali.

    Cerchiamo di capire più a fondo di cosa si tratta, attraverso le parole di Stefania Bertini, presidente e direttrice artistica e di produzione dal 2010.

    Tanto per cominciare, cos’è NEMO geie?

    «Come dice il nome, siamo un “geie”, gruppo europeo di interesse economico, un consorzio di imprese non a scopo di lucro. In Italia e in particolare a Genova, questa struttura è ancora relativamente sconosciuta ai più: pensare che a livello nazionale sono solo 3 (pochi di più sono quelli europei) e che siamo gli unici in Europa ad avere lanciato un geie che si occupa di cultura, musica, turismo e soprattutto promozione di spettacoli dal vivo. In generale, questo è il soggetto ideale, è l’interlocutore giuridico privilegiato per interagire con l’Unione Europea perché offre grandi garanzie rispetto a contributi, accesso a finanziamenti, impiego dei fondi. Inoltre, permette di lavorare su tre livelli, locale, nazionale ed europeo, ed è caratterizzato da una dimensione imprenditoriale forte».

    Come e quando è nata l’idea di fondare questo gruppo?

    «Siamo nati ufficialmente nel 2007, grazie alla lungimiranza di Pepi Morgia, allora vice-presidente nazionale di Assoartisti Confesercenti (poi presidente onorario, ma soprattutto artista, regista e designer genovese di fama internazionale, n.d.r.), il quale aveva capito – grazie a un’esperienza pluriennale in ambito internazionale al fianco di artisti importanti – che l’Italia si doveva adeguare ai cambiamenti che stavano avvenendo fuori sul piano artistico-culturale, per non soccombere ai tagli ministeriali. Io sono diventata presidente nel 2010 e non è stato facile: c’è voluto del tempo per farci conoscere soprattutto, ma anche per imparare noi stessi a far funzionare una macchina complessa e trovare il modo di accedere a bandi per finanziamenti europei». 

    Come opera in concreto NEMO geie?

    brundibar-nemo-geie«Il nostro obiettivo è supportare imprenditori e giovani realtà di tutta Europa nell’inserimento in un mercato difficile e generalmente chiuso. Per farlo, NEMO ha costruito una piattaforma di scambi e partnership tra operatori (enti pubblici e privati) per partecipare a bandi della UE e dar vita a progetti. In poche parole, quello che facciamo è creare progetti con i nostri associati e cercare le risorse per realizzarli; poi partecipare ai bandi per accedere a finanziamenti europei e, in caso di esito positivo, realizziamo piani di promozione di vendita, campagne pubblicitarie e facciamo PR per gli artisti del nostro circuito. Altra cosa che ci sta a cuore, la trasparenza: gestiamo soldi pubblici, di cui abbiamo grande rispetto, e dobbiamo rendere conto del modo in cui li investiamo. Insomma, per fare progettazione comunitaria non ci si può improvvisare: è un lavoro complesso e rischioso».

    Immagino serva una squadra ah hoc, un team di esperti…

    «Sì, assolutamente. In tutto, tra impiegati in loco e collaboratori esterni (sia in Italia che fuori), siamo circa in 30 persone, ma il numero e le professionalità variano a seconda del bando in questione e singolo progetto che decidiamo di portare a termine. In generale, comunque, siamo tutti figure specializzate in diversi settori. In generale puntiamo molto sulla comunicazione e abbiamo esperti ad hoc per web-marketing e social media. È un settore importantissimo per chi fa il nostro lavoro: anche se in Italia si preferisce non investire sulla comunicazione (spesso considerata inutile), in Europa è fondamentale e il 30-40% del budget per i progetti è destinato ad essa».

    Quali sono le sfide più grandi che avete dovuto affrontare per affermarvi?

    «La prima sfida, oltre a far crescere il progetto e farlo poi decollare, è stata quella di far capire agli artisti del nostro network l’importanza dell’apertura alla dimensione europea. Molti di loro non ne sentivano l’esigenza e anzi vedevano questo sistema, dotato di un pesante apparato burocratico, come un dispendio di energie non necessario. Per fortuna però, grazie alla collaborazione con Assoartisti e alla squadra capace che ci ha affiancati, siamo riusciti ad affermarci e a portare a casa i primi risultati, e ormai tutti sono consapevoli delle opportunità che la UE offre».

    A proposito di risultati, siete soddisfatti di quello che avete raggiunto finora?

    «Molto. Abbiamo organizzato già varie iniziative a livello europeo: le ultime, Music for Memory I e II e Euplay, entrambe rivolte ai giovani. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo vinto tre bandi della UE, e ne stiamo presentando altri (ad esempio nell’ambito di Creative Europe), di cui attendiamo i risultati. Inoltre, siamo orgogliosi anche della promozione che riusciamo a fare per i nostri artisti: di recente una ragazza che aveva partecipato a Music for Memory, la tredicenne Virginia Ruspini, si affermata professionalmente (tra le altre cose ha partecipato a Ti lascio una Canzone e cantato per il cartone Disney Frozen, n.d.r.) e sta avviando una sua carriera».

    Italia e Europa: voi che vi interfacciate con entrambe le realtà notate delle differenze di approccio nella promozione culturale?

    «Sì, eccome. Sono due dimensioni completamente diverse: tanto per cominciare, l’Italia è più indietro degli altri Paesi europei in materia di imprenditoria della cultura e project management. Inoltre, c’è una differenza di base: in Italia la prassi corrente è cercare soldi per finanziare singoli eventi; in Europa invece gli eventi non contano niente, sono solo una piccola fase di un progetto più articolato. Ad esempio, alla UE non importa di finanziare un grande concerto di Jovanotti, o del suo equivalente lituano – e sinceramente non importa nemmeno alla maggior parte di noi, no? – ma pensa soprattutto alle ricadute che un progetto proposto da un ente e finanziato a livello europeo possa avere sul territorio e sul target di riferimento, e agli effetti che può creare a lungo termine (aumento dell’occupazione, creazione di posti di lavoro ecc.)».

    Accennavi prima a Creative Europe: a Genova (su Era Supbera ne abbiamo parlato ripetutamente) sono in corso vari progetti per agevolare le Industrie Creative, le espressioni artistiche soprattutto dei giovani, e di recente l’assessore alla Cultura Sibilla ha proposto anche nuove linee programmatiche per il biennio 2014-2015. Voi che rapporto avete con le istituzioni locali: dialogate con gli altri soggetti o siete indipendenti?

    «A livello locale c’è poca interazione: lavoriamo in partenariato con altre realtà analoghe alla nostra all’estero, ma in Italia e soprattutto a Genova non facciamo rete. Ad esempio, il nostro metodo di accesso ai fondi europei è diverso da quello del Comune: noi partecipiamo direttamente ai bandi per sfruttare al meglio l’identità unica di NEMO geie, e facciamo un lavoro di europrogettazione vero e proprio; il Comune e altri soggetti, invece, accedono a finanziamenti per altre vie (ad esempio, la UE ha stanziato 1,8 milioni di euro complessivi per tutti gli Stati membri per il periodo 2014-2020, per la realizzazione di distretti creativi, n.d.r.). A Tursi sono molto concentrati sui loro progetti, anche se ciò non toglie che siamo stati varie volte patrocinati dall’assessorato alla Cultura per l’organizzazione di eventi a livello locale. Al contrario, lavoriamo molto e bene con la Regione, interagendo con l’assessore alla Cultura Angelo Berlangeri e con Casaliguria (sede della Regione Liguria a Bruxelles dal 2002, n.d.r.). 

    Quindi Genova è una realtà particolarmente difficile per far decollare un progetto come il vostro?

    «Sì, molto difficile. È una battaglia quotidiana, ma io sono una pasionaria e non mi stanco mai di combattere. Per fortuna incontro tanti che sono come me, dall’assessore Berlangeri a Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria. Genova è una città da educare alla promozione della cultura e dell’arte: ha tante risorse (gli artisti locali sono molto apprezzati in Europa e c’è una grande qualità), ma spesso non sa sfruttarle. In generale, vedo che per la Liguria ci sono speranze di miglioramento per gli anni a venire, e speriamo di restare al passo con gli obiettivi di Europa 2020».

    Il panorama culturale del capoluogo ligure: su cosa è meglio puntare per dare uno slancio al mondo artistico?

    «A parer mio giusto spingere sul binomio cantautorato/turismo fino a un certo punto: a livello internazionale a parte De André e pochi altri, i cantautori locali non sono conosciuti e sarebbe meglio puntare su altre eccellenze anche di nicchia, come quelle nella danza, o alcuni segmenti musicali del savonese».

     

    Elettra Antognetti

  • Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria, per cantanti di tutti i registri vocali

    Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria, per cantanti di tutti i registri vocali

    tosca-puccini-liricaSono aperte le iscrizioni dedicate a cantanti lirici di tutti i registri vocali – soprano, mezzosoprano/contralto, controtenore, tenore, baritono, basso – e di tutte le nazionalità della seconda edizione del Concorso Lirico Internazionale Jole De Maria che si terrà a Monterotondo (Roma) dal 27 al 29 giugno 2014. La scadenza del bando è fissata per il 15 giugno 2014 e tutte le informazioni per l’iscrizione sono visibili al link www.concorsoliricojoledemaria.eu.

    Ai vincitori saranno assegnati tre Premi: 1.500 euro al primo classificato, 800 euro al secondo classificato e 500 euro al terzo classificato. Tra gli ospiti che consegneranno i premi, l’attrice Francesca Valtorta (Baciami Ancora; Che Dio ci aiuti; R.I.S. Roma 2 – Delitti imperfetti; Freaks!; Immaturi – Il viaggio; Il Restauratore; Braccialetti Rossi; Squadra antimafia – Palermo oggi).

    Il Concorso a cura dell’Associazione Culturale Arcipelago, con la direzione artistica di Irene Bottaro e l’organizzazione di Eleonora Vicario, sostiene la ricerca sul cancro.

    Una giuria di cinque illustri Maestri giudicherà i concorrenti: Renato Bruson, baritono, Presidente della Giuria; M° Janos Acs, Ungheria, Direttore d’orchestra; Marco Impallomeni, dell’agenzia lirica Music Center Domani (MCD); Giorgio Gatti, baritono e Irene Bottaro, mezzosoprano, direttore artistico del Concorso. All’interno del Palazzo Comunale di Monterotondo – Palazzo Orsini, il 27 giugno si terrà la prova eliminatoria, il 28 giugno la prova semifinale, mentre la prova finale si terrà il 29 giugno con l’assegnazione dei premi ai vincitori che avverrà al termine dell’esibizione dei finalisti. La serata conclusiva, che prevede per tutte le partecipanti una sessione di trucco e parrucco offerta dal festival, sarà trasmessa in streaming dalla Bam Web Radio, che offrirà un premio al cantante votato dal pubblico radiofonico e sarà ripresa da una emittente televisiva e trasmessa in differita.

    Questo progetto – sostiene la direzione artistica – nasce per porre l’accento sulla Ricerca per sconfiggere il cancro, per divulgare la conoscenza della musica lirica e per sostenere nuovi talenti musicali. Inoltre, intendiamo promuovere Enti e Aziende che contribuiscono alla riuscita del progetto, favorendo la valorizzazione di Monterotondo, a 25 chilometri da Roma, poggiato su una collina che domina la valle del Tevere, con una lunga tradizione in campo musicale, collegandolo maggiormente all’Europa e stimolandone la crescita economica. Infine, vogliamo ricordare Jole De Maria, artista lirica morta di cancro nel 2007, che ha cantato in grandi teatri internazionali.

    Durante le tre giornate verranno raccolti fondi per la Ricerca sul cancro.

    Per maggiori informazioni
    www.concorsoliricojoledemaria.eu
    info@concorsoliricojoledemaria.eu
    cell 3664974891

    Facebook:https://www.facebook.com/pages/Primo-Concorso-lirico-internazionale-Jole-De-Maria/524430160933291

  • Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Città Metropolitana, Doria e Fossati incontrano i sindaci del territorio. Al via il percorso istituzionale

    Prefettura Amministrazione ProvincialePassi avanti verso la Città Metropolitana. Ieri il sindaco Marco Doria e il commissario della Provincia Piero Fossati hanno incontrato in piazzale Mazzini i sindaci del territorio, un punto di partenza per il percorso istituzionale che porterà alla costituzione del nuove ente nel 2015. 

    «Il rispetto dei tempi sarà rigoroso»,  ha sottolineato Doria che dal 1° gennaio 2015 sarà sindaco metropolitano alla guida del nuovo ente.  Come indica la nota diffusa dalla Provincia “il primo traguardo sarà l’elezione della Conferenza statutaria, una piccola “assemblea costituente” che dovrà elaborare la prima bozza di statuto e concludere i lavori entro il 30 settembre prossimo, termine entro il quale dovrà poi essere eletto e insediarsi il Consiglio metropolitano“.

    Conferenza statuaria e Consiglio metropolitano saranno organi entrambi presieduti dal sindaco di Genova e composti da 18 consiglieri eletti dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica di tutto il territorio. “Per l’elezione della Conferenza statutaria – si legge nella nota – si aspetterà l’esito del voto amministrativo che sul territorio coinvolge 45 Comuni su 67.  Se Rapallo dovesse andare al ballottaggio, l’elezione della Conferenza statutaria sarebbe indetta dopo l’8 giugno, mentre i tempi si accorcerebbero in caso di vittoria di un candidato sindaco al primo turno”.

    Come aveva già avuto modo di raccontare ad Era Superba in occasione dell’intervista di qualche mese fa, Marco Doria ha ribadito la sua idea di Città Metropolitana: «Il nuovo ente non sarà un Comune capoluogo che diventa più grande, tutti i Comuni
    continueranno ad esistere e funzionare e quelli che vorranno associarsi o unirsi saranno liberi di farlo. La Città Metropolitana raccoglierà l’eredità della Provincia e potrà svolgere altre funzioni specifiche, da riempire di contenuti in base alla legge, come lo sviluppo strategico, la pianificazione generale, i sistemi coordinati di servizi pubblici, in rapporto allo Stato e alla Regione e al servizio dei Comuni e dei cittadini».

    «In questi mesi dovrò studiare parecchio – ha ammesso il sindaco di Genova – e grazie a Piero Fossati e alla struttura della Provincia potrò fare corsi accelerati. Vorrei anticipare per certi aspetti il funzionamento dei futuri organi, incontrando periodicamente i sindaci e per informarli e sentire le loro opinioni».

  • Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIDopo la pubblicazione, il 31 marzo scorso, delle linee guida per la presentazione dei progetti regionali (redatte dal tavolo tecnico coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale e dal Ministero della Salute), si avvicina la data del 30 giugno 2014, termine ultimo entro il quale tutte le Regioni dovranno avere predisposto i rispettivi piani finalizzati alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) – ovvero una piattaforma digitale comune, a livello territoriale, per l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini, strumento funzionale ai professionisti per l’assistenza e la cura, in grado di facilitare la trasmissione di informazioni e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini. Poi, una volta ottenuta l’approvazione dei piani, le amministrazioni regionali avranno tempo fino al 30 giugno 2015 per l’attivazione effettiva del FSE.

    Dunque, la tanto decantata rivoluzione digitale in campo sanitario sembra essere in procinto di trasformarsi da parole in realtà, anche se, a dire il vero, soltanto in poche regioni – come ad esempio Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino, Toscana, Veneto, Sardegna – il Fascicolo sanitario elettronico è già in fase avanzata, mentre in altre – tra cui la Liguria – il percorso è ancora tutto da impostare. Così è veramente arduo ipotizzare il rispetto della tempistica stabilita, e destano preoccupazione le possibili sanzioni previste per gli inadempienti, vale a dire una perdita del 3% nel riparto del Fondo sanitario nazionale, come ha spiegato il Ministero della Salute.

    Medici di famiglia e farmacisti esprimono parecchie perplessità sull’odierno livello di informatizzazione della sanità ligure, così come il sindacato autonomo Fials. D’altra parte è difficile dar loro torto, dato che si registrano diverse problematiche relative all’utilizzo della ricetta elettronica (non ancora diffusa capillarmente sul territorio regionale), mentre quella “dematerializzata” – in pratica la ricetta elettronica online – sarà avviata, a breve, solo in forma sperimentale. La ricetta dematerializzata, se vogliamo, rappresenta il preludio al Fascicolo elettronico, tuttavia manca il tassello fondamentale della tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip che, oltre a contenere la storia medica di ogni singolo paziente, ci permetterà di acquistare i farmaci più rapidamente; peccato, però, che oggi, in Liguria, appena il 20% della popolazione possiede la tessera con microchip. Quindi, prima di parlare della realizzazione del FSE, occorre risolvere questi nodi critici, sennò rischiamo di partire con un progetto privo delle fondamenta necessarie.

    Cos’è il Fascicolo sanitario elettronico (FSE)?

    L’articolo 12 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221), ha istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), inteso come “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito”.

    In altre parole il Fascicolo sanitario elettronico è una cartella virtuale che raccoglie e rende disponibili informazioni e documenti clinici relativi ad una singola persona, la quale può: consultare e stampare i referti delle prestazioni ricevute dal servizio sanitario; inserire documenti (referti di visite ed esami effettuati in strutture private, o di altre regioni, oppure prima dell’attivazione del FSE), ma anche oscurarne alcuni che ritiene non debbano essere visibili dai professionisti sanitari. La consultazione avviene in forma protetta, attraverso credenziali personali e, su consenso dell’interessato, il Fascicolo può esser consultato dal medico, o dal pediatra di famiglia, e dagli specialisti.
    La costruzione del FSE dell’assistito avviene tramite l’inserimento di diverse documentazioni (informazioni certificate), da parte di molteplici soggetti. Asl, ospedali e pronto soccorso: vaccinazioni, certificati, esenzioni, assistenza domiciliare, piani diagnostico-terapeutici, assistenza residenziale e semiresidenziale; prestazioni in ricovero e lettere di dimissioni, cartelle cliniche; verbali di assistenza in PS. Medici di famiglia (o pediatri) e medici specialisti: profilo sanitario sintetico del paziente (storia clinica e situazione corrente, dati clinici utili anche in caso di emergenza), prescrizioni di visite ed esami; prescrizioni; Laboratori e ambulatori (sia pubblici che privati) e farmacie: referti; farmaci e prenotazioni.

    In alcune regioni presso le quali il FSE è già funzionante, il cittadino può anche inserire informazioni facoltative in una sorta di “taccuino personale”. Come riporta il “Corriere della sera” (15/04/2014): “…. il Fascicolo riesce a diffondersi più velocemente e su grandi numeri se contiene strumenti che consentano al cittadino la gestione diretta della propria salute e gli permettano di svolgere un ruolo attivo nel processo di cura… il risultato più sbalorditivo lo ha ottenuto il Trentino dove, grazie al progetto del sito online “TreC – Cartella Clinica del Cittadino” (trec.trentinosalute.net) – in cento giorni (da dicembre scorso a marzo), l’adesione al FSE è schizzata al 93% quando è stata aggiunta una piattaforma di servizi “collaterale”. Si tratta del “Taccuino personale del cittadino”, una sezione del sito a lui riservata per offrire la possibilità di inserire dati ed informazioni personali, documenti sanitari, un diario degli eventi rilevanti e i promemoria per i controlli medici periodici”.

    Dalla ricetta elettronica alla ricetta dematerializzata

    La ricetta dematerializzata – o ricetta elettronica on line – dovrebbe essere il risultato finale di un progetto avviato con l’approvazione dell’art. 50 della L. 326/2003 “Monitoraggio della spesa farmaceutica e specialistica a carico del SSN”che ha introdotto la ricetta (cartacea) standardizzata, la tessera sanitaria e l’obbligo di invio dei dati di tutte le ricette da parte prima delle farmacie (2008) e poi dei medici (2011), allo scopo di realizzare misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. “Attualmente tutte le farmacie e tutti i medici sono tecnologicamente in grado di trasmettere al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno – si legge sul sito web di Federfarma (Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia) – Il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei“.

    Il D.L. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”) ha definito un percorso per la graduale sostituzione delle prescrizioni mediche in formato cartaceo con le prescrizioni in formato elettronico, stabilendo che le Regioni e le Province Autonome “…provvedono alla graduale sostituzione delle prescrizioni in formato cartaceo con equivalenti in formato elettronico, in percentuali che, in ogni caso, non dovranno risultare inferiori al 60% nel 2013, all’80% nel 2014 e al 90% nel 2015”.

    La situazione in Liguria: la perplessità di medici, farmacisti e sindacati della Funzione pubblica

    «Il Fascicolo sanitario elettronico, in Liguria, semplicemente non esiste – afferma il dott. Angelo Canepa, che sta seguendo la questione per la Fimmg Liguria (Federazione italiana dei medici di medicina generale) – A livello regionale, noi medici di famiglia non abbiamo ancora ricevuto indicazioni unitarie, concrete e nette. A livello locale sono in corso alcune sperimentazioni, ad esempio a Savona (dove, però, abbiamo notizia di problemi legati alla scelta del software unico sia per medici del territorio che ospedalieri) e soprattutto a Chiavari, città in cui tutti i medici, poco più di un centinaio di professionisti, sono stati collegati allo scopo di utilizzare un comune meccanismo di verifica e scambio degli esami e dei referti sanitari che confluiscono in una sorta di fascicolo denominato Conto corrente salute, facoltativamente apribile dai pazienti».

    Le due realtà locali sopracitate «Sono quelle più avanti nella gestione delle reti informatiche chiamate a connettere i diversi attori del sistema sanitario – continua il dott. Canepa – A Genova, Imperia e La Spezia, invece, non c’è nulla di operativo. La stessa Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, seppure in maniera informale, ci ha fatto capire che, al momento, non esistono allo studio progetti con estensione regionale».
    Eppure, un domani tutti i dati dovranno confluire in una sola piattaforma, se davvero vogliamo parlare di Fascicolo sanitario elettronico. «La Regione Liguria, entro il prossimo 30 giugno, al massimo riuscirà a presentare un piano progettuale – sottolinea Canepa – I medici di famiglia non sono stati neppure chiamati per un confronto costruttivo sul da farsi».

    Sulla medesima lunghezza d’onda è il commento di Federfarma Genova, per voce del presidente, il dott. Giuseppe Castello: «In Regione Liguria il Fascicolo sanitario elettronico è un obiettivo lontanissimo. Per ora non ne sappiamo nulla, e con noi non ne hanno ancora parlato».

    Per quanto riguarda la parte pubblica, il discorso non cambia: «La Regione dovrà necessariamente fornire delle precise indicazioni alle strutture ambulatoriali e ospedaliere (nonché ai rispettivi medici e professionisti dipendenti) per poter procedere, ma finora non è arrivato alcunché – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Sono anni che si parla di informatizzazione della Sanità. In Liguria, però, siamo decisamente indietro». Basta pensare che ad oggi, l’unica modalità per ottenere una copia della cartella clinica relativa al ricovero avvenuto presso un presidio sanitario dell’Asl 3, è pagare la stampa della stessa su carta (compreso il costo dei fogli bianchi). «Purtroppo non c’è da stupirsi, il livello nell’azienda genovese è questo», conferma Iannuzzi.

    La realizzazione del Fascicolo elettronico «Comporterà un significativo investimento in termini economici – continua il rappresentante Fials – E vorrei capire con quali soldi si ipotizza di progettare un piano adeguato a fronteggiare potenziali ostacoli di non poco conto, ad esempio la difficoltà di interfacciare le diverse piattaforme informatiche attualmente esistenti. Il 30 giugno 2014 penso che la Regione presenterà un piano molto vago, che in buona sostanza sarà soltanto un cronoprogramma, magari legato ad eventuali finanziamenti dedicati allo scopo».

    Senza dimenticare che «Per mettere in piedi un sistema del genere sarà inevitabile prevedere l’affidamento tramite gara ad una ditta privata – conclude Iannuzzi – E probabilmente il soggetto prescelto sarà l’azienda regionale Datasiel che continua ad agire in una sorta di regime di monopolio. Insomma, attuare il FSE è un’operazione terribilmente complicata, dal punto di vista tecnico e gestionale, dunque prevedo tempi assai lunghi prima di vedere un effettivo cambiamento».

    L’assessore regionale alla Salute e vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo, la pensa esattamente in maniera opposta: «La programmazione regionale prosegue e dovremmo essere quasi a tiro. Il piano esiste già, e le posso dire che è in fase di avanzamento. Rispetteremo i termini previsti dal Ministero».

    A ben guardare, però, la Liguria è rimasta indietro anche sul fronte delle prescrizioni mediche in formato digitale. Eppure, la ricetta dematerializzata è il passo successivo rispetto alla ricetta elettronica, in vista del futuro Fascicolo elettronico. «Siamo stati contattati per iniziare la sperimentazione della ricetta dematerializzata – spiega il dott. Angelo Canepa, Fimmg Liguria – Io sono uno dei medici di famiglia “sperimentatori” (appena 10 in tutta la regione, due per azienda sanitaria locale). La sperimentazione sarebbe dovuta partire a metà maggio, invece, partirà prossimamente. Oggi esiste la ricetta elettronica che i medici inviano al Sir (servizio informativo regionale) e da questo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma le ultime rilevazioni sull’utilizzo della ricetta in formato elettronico non sono certo incoraggianti: a Genova e Imperia la utilizza l’80% dei medici di famiglia, all’Asl chiavarese l’85%, ma a Savona e a La Spezia siamo intorno al 20%. Forse, prima di fare nuovi passi, bisognerebbe risolvere tale situazione».

    «La ricetta elettronica – continua Canepa – dovrebbe dar luogo alla ricetta dematerializzata (ovvero una serie di codici alfanumerici che indicheranno i nomi di medico, paziente, farmaci prescritti, ecc.), che prossimamente potrà essere inserita nella tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip. Sicuramente non in tempi brevi, visto che in Liguria soltanto il 20% della popolazione possiede questo tipo di tessera, destinata a contenere tutta la storia medica del paziente». Allo stato attuale, dunque «La ricetta dematerializzata è un semplice foglio bianco (promemoria cartaceo) con una serie di codici alfanumerici che saranno decodificati da appositi strumenti informatici di cui si dovranno dotare, in primis le farmacie, ma pure tutte le strutture pubbliche e private del territorio – sottolinea Canepa – Da quanto ne sappiamo, però, tali sistemi, nella maggior parte dei casi, non sono ancora disponibili».

    «La ricetta dematerializzata consentirà al paziente di venire in farmacia con un promemoria cartaceo rilasciato dal medico, grazie al quale noi farmacisti richiameremo, tramite un collegamento al portale centrale, la relativa ricetta elettronica e consegneremo i farmaci richiesti – spiega il dott. Giuseppe Castello di Federfarma Genova – La sperimentazione a livello regionale partirà ufficialmente il prossimo 1 luglio. Per decodificare i promemoria utilizzeremo i nostri computer. Ma per noi il passaggio non sarà indolore, visto che dovremo rivedere in parte sia il software che l’hardware, con il conseguente esborso economico. Inoltre, anche se i medici coinvolti sono soltanto dieci, tutte le farmacie del territorio dal 1 luglio dovranno essere già pronte».

     

    Matteo Quadrone

  • L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    L’Orchidea: dalle foreste tropicali sino ai ghiacci della Patagonia fioriture esotiche e sgargianti

    orchidee-1Alcune settimane fa mi è stato chiesto qualche consiglio per riuscire a fare rifiorire una pianta ormai molto diffusa in commercio, l’Orchidea. Le Orchidaceae sono una famiglia numerosissima, principalmente (ma non solo) rappresentata da erbacee perenni. Queste piante provengono in gran parte dalle aree tropicali o sub tropicali dell’Asia, dell’America Centrale e del Sud America. A differenza di quanto immaginano i più, alcune varietà crescono e proliferano però anche in zone a clima freddo e nelle aree temperate o a clima continentale, persino in Patagonia ed in zone prossime al Circolo Polare Artico.

    orchidee-2Pur con qualche semplificazione (esistono infatti varietà “terricole”, dotate di rizotuberi o bulbi), la stragrande maggioranza delle Orchidee cresce sugli alberi o negli anfratti di tronchi e rocce. Queste piante sono dotate di lunghe radici aeree, tramite le quali sono in grado di assorbire l’umidità e le sostanze nutritive presenti nell’ambiente. Non sono quindi fornite di un apparato radicale, inteso nel senso usuale cui siamo abituati, e non necessitano di particolari quantitativi di terreno per proliferare.

    orchidee-3Come noto, le foglie sono poche, lanceolate o rotondeggianti, coriacee e di un verde generalmente scuro. Esse costituiscono un cespuglio di piccole dimensioni, da cui dipartono i rami fioriferi, per cui la pianta è assai apprezzata, dai fiori alati, dall’apparenza esotica e dalle colorazioni brillanti e sgargianti. Caratteristica precipua della pianta è che le fioriture durano assai a lungo, essendo i fiori cerosi e resistenti nel tempo.

     

    orchidee-4La pianta cresce preferibilmente in ambienti umidi, piuttosto luminosi, e non tollera (nelle varietà di tipo tropicale) eccessivi sbalzi di temperatura. A mio parere sono decisamente preferibili tutte le tipologie a fiore piccolo, bianco puro, giallo, giallo verdastro (Orchidea Vanilla) o viola purpureo, meno appariscenti e dall’aspetto decisamente più naturale.

     

    orchidee-5

    Il campo d’indagine sarebbe sconfinato almeno quanto le mille tipologie esistenti, ci limiteremo quindi qualche consiglio per far proliferare e soprattutto rifiorire le Orchidee. Innanzi tutto, sarà necessario mantenere le piante in condizioni di umidità costante, il che non significa però che debbano essere bagnate di continuo… Le radici aeree non devono mai essiccare completamente e, per ottenere tale risultato, si consiglia di posizionare i vasi delle piante su uno strato di sassi o su apposite griglie di umidificazione. Altrettanto importante è poi procedere con concimazioni regolari: una volta al mese se di maggiore consistenza, altrimenti con blande somministrazioni settimanali. Fondamentale è poi l’illuminazione.

     

    orchidee-6Essa deve consistere in luce viva ma non sole diretto, ricordiamoci infatti che le Orchidee di cui stiamo parlando popolano le foreste tropicali. L’irraggiamento cui sono quindi abituate in natura è quello che giunge loro attraverso i rami degli alberi, caldo, indiretto e comunque mai eccessivo. L’ideale sarebbe poi garantire una temperatura (ed umidità) costante nell’arco della giornata (simile a quanto accade ai tropici), contrapposta a notti fresche (come accade nelle zone di origine delle piante). Sebbene attualmente assai diffusa e commercializzata, in realtà l’Orchidea non è una pianta facilissima da coltivare. Per ottenere buoni risultati, richiede cura e dedizione, tanto è vero che nell’Ottocento e nel primo Novecento era appannaggio di collezionisti e di soli appassionati. Serre e giardini invernali erano tenuti (bruciando il carbone!) appositamente a temperatura ed umidità predeterminate per permettere il ripetersi delle esotiche, coloratissime e prolungate fioriture. Nel caso in cui le si dedichino però le giuste cure, l’Orchidea sarà estremamente longeva e, di anno in anno, gli inusuali fiori ricompariranno, dal piccolo ceppo, costanti e sempre più numerosi.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Il Gusto della Memoria, Comeravamo Contest 2014: bando per registi e video maker

    Il Gusto della Memoria, Comeravamo Contest 2014: bando per registi e video maker

    cinema-registi-cortometraggi-filmIl Gusto della Memoria Film Festival, questo il titolo del concorso per registi giunto alla terza edizione e promosso dall’associazione Come Eravamo per la salvaguardia della memoria filmica amatoriale in collaborazione con l’archivio di cinema amatoriale Nosarchives.com e con il portale di cinema Cinemaitaliano.info.

    La terza edizione de Il Gusto Della Memoria Film Festival proporrà anche al suo interno la seconda edizione del contest per registi appassionati di immagini d’archivio denominato Comeravamo Contest 2014 sul tema “Ero… Quello che non sono più”.

    I partecipanti dovranno utilizzare almeno il 60% di immagini di cinema amatoriale tratte nell’archivio nosarchives.com che custodisce in full HD film realizzati tra il 1922 ed il 1984 girati in formato ridotto (8mm, 9,5mm, 16mm, 17,5mm e Super8).
    Il contest sarà articolato in tre categorie
    – Fiction: i corto metraggi dovranno avere una durata massima 12 minuti
    – Documentari: opere di reportage o di docufiction di una durata massima di 30 minuti
    – Advertising: film pubblicitari per prodotti attuali o vintage, durata massima 45 secondi

    Qui maggiori informazioni 

  • Ricicla, Inventa, Vola: il concorso di Yeast e IoRicreo

    Ricicla, Inventa, Vola: il concorso di Yeast e IoRicreo

    lavoro-artigianato-operai-DiRicicla, Inventa, Vola è un concorso per ragazzi dai 18 ai 35 anni organizzato dalle associazioni Yeast (Youth Europe Around Sustainability Tables), realtà fra le più attive sul territorio genovese per quanto riguarda scambi culturali con l’estero e sostenibilità ambientale, e IoRicreo, associazione genovese da anni impegnata per la promozione del valore del riuso creativo attraverso la realizzazione di oggetti riciclati a partire da materiali di scarto.

    L’obiettivo del concorso è la sensibilizzazione sul tema del riuso, lo sviluppo di nuove idee in città, l’incentivo a nuove collaborazioni lavorative e la diffusione del progetto europeo Erasmus+ (qui l’approfondimento di Era Superba). Si partecipa con un articolo, una foto o un video. In palio un viaggio in Europa e la pubblicazione sul blog IoRicreo.org.

    Qui il regolamento del concorso.

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    Europrogettazione e finanziamenti europei: l’approfondimento e il focus su Genova e Italia

    italia-europa-politicaNel corso degli ultimi anni vi abbiamo presentato nel dettaglio tanti progetti realizzati a Genova finanziati e promossi dall’Unione Europa (da quelli legati alla cultura, come Creative Europe e Creative Cities, al nuovo Erasmus +, o ancora a quelli per lo sviluppo tecnologico come Mediatic, quelli del POR-FESR e del FES, e poi il “caso” Yeast). Cogliendo l’occasione delle vicine elezioni europee (domenica 25 maggio), vogliamo fare il punto, guardando la situazione da un punto di vista complessivo: parliamo del modo in cui tutti questi progetti nascono e, da Bruxelles, arrivano nelle nostre città. Spesso leggiamo che un progetto è “finanziato dalla UE”, ma non sappiamo di preciso cosa vuol dire. Soprattutto molti si chiedono quale sia l’iter che enti pubblici e privati devono affrontare per accedere a fondi comunitari: se io, cittadino, ho un’idea per un’iniziativa/evento, come posso farmi finanziare dalla UE? Ve lo raccontiamo qui.

    Che cosa significa europrogettazione?

    Per fare in modo che un progetto pensato in sede locale sia approvato e finanziato a livello europeo, si va incontro a un percorso di “europrogettazione”. Per prima cosa, i soggetti interessati a proporre un progetto partecipano a un bando europeo, compilano una application spesso con l’aiuto di figure professionali come gli europrogettisti, cercano partner a livello internazionale e poi attendono il responso della UE e gli eventuali finanziamenti. Sembra facile, ma non lo è. Infatti quando si parla di “programmi europei di finanziamento” molti si schermiscono: ai non addetti ai lavori sembra solo una dicitura generica priva di senso, e molti ne parlano senza centrare il punto.

    La dottoressa Lara Piccardo, esperta di europrogettazione, ci aiuta a fare chiarezza: «L’europrogettazione è un settore ancora desueto in Italia, Paese in cui c’è poca lungimiranza nel recepire influssi su scala europea; negli altri Paesi dell’Unione, invece, vive momenti più felici. In realtà, l’europrogettazione è semplicemente il processo con cui enti pubblici o privati rispondono a ‘calls’, bandi lanciati a livello europeo dalla Commissione. Questi bandi sono inseriti all’interno di un programma più generale, dedicato a un particolare settore di interesse comunitario come agricoltura, istruzione, cultura, ambiente, ecc. e con precise linee programmatiche. L’ente partecipante propone un proprio progetto, che ritiene particolarmente meritevole, importante e con ricadute positive per la società anche a lungo termine (creazione di posti di lavoro, aumento del tasso di impiego, ecc.) e, se la sua proposta viene valutata idonea, accede ai fondi».

    Facciamo un passo indietro: come faccio io, normale cittadino, ad entrare in contatto con la UE e venir a conoscenza di bandi e opportunità? «Le informazioni a riguardo ci sono, ma sono scarsamente accessibili per i profani: il sito ufficiale della UE risulta complicato. In genere, tutto si muove tramite marketing e passaparola, ma non solo: Comuni, Camera di Commercio, Provincia, Regione e Università sono tutte istituzioni che forniscono servizi dedicati agli “affari e fondi europei” (per esempio sui loro siti web). Tuttavia, c’è un duplice problema: da un lato, le persone sono abituate a pensare ad esempio alla Camera di Commercio come soggetto cui richiedere visure camerali e niente di più; dall’altro le stesse istituzioni fanno fatica a promuoversi come enti preposti a fornire informazioni a livello comunitario».

    I partner e l’internazionalizzazione

    Una volta trovato un bando che fa al caso nostro, per partecipare devo cercare di creare un partenariato con altri enti, per implementare la cooperazione internazionale. Di norma più sono i partner, più un progetto è apprezzato in Europa e ha possibilità di vincere il bando perché risponde al requisito di internazionalizzazione. In certi casi fare rete con soggetti esteri non è facile: si possono sfruttare le risorse messe a disposizione dalla UE (come database che raccolgono elenchi di possibili partner, che però sono pochi e scarni), o contatti personali. Un caso particolare è quello dei Comuni: questi spesso hanno la strada spianata perché possono sfruttare i famosi gemellaggi creati tra gli anni ’60-’70 con altre città del mondo.

    Si tenga presente che raramente la Comunità Europea reitera finanziamenti allo stesso partenariato: per ogni progetto si devono trovare nuovi partecipanti, con un gioco di alleanze e networking.

    Per ogni progetto, tra i partner viene scelto un capofila, che percepisce una quota maggiore di finanziamenti ma ha anche maggiori oneri burocratici. Di norma è il soggetto che meglio può garantire il successo del progetto, o che ha particolari capacità (gestione finanziaria e storno delle varie quote tra singoli partner, programmazione delle attività per la realizzazione del progetto finale, monitoraggio del lavoro dei partner per evitare fughe in avanti di uno dei soggetti).

    I programmi europei

    Per il cittadino o l’ente che voglia proporre un progetto all’Unione, c’è l’imbarazzo della scelta. I programmi sono molti e toccano tutti gli ambiti di interesse collettivo. Tra quelli lanciati di recente dalla Commissione (a novembre 2013, per coprire il periodo 2014-2020), oltre ai più noti Erasmus + e Jean Monnet per la formazione superiore e universitaria e la mobilità di docenti e alunni/studenti, ci sono anche programmi per la promozione di eventi sportivi, politiche del terzo settore (bandi FES e FESR), sviluppo del settore artistico con Europa Creativa. Inoltre, quelli per l’inserimento lavorativo dei giovani o per il re-inserimento di fasce deboli nel mondo del lavoro (disoccupati oltre i 45 anni, persone con scarso titolo di studio, che non hanno un particolare profilo professionale, ex carcerati ecc.), per l’assistenza agli anziani e per l’infanzia. Infine, il programma Alcotra Italia-Francia in ambito marittimo per la cooperazione tra porti.

    Molte delle nuove linee progettuali illustrate – soprattutto quelle legate a cultura e formazione – vanno a confluire all’interno di Europa 2020, strategia decennale per la crescita nell’ambito di occupazione, istruzione, ricerca, integrazione, riduzione della povertà, clima e energia.

    Vista la varietà dei programmi, è complicato riuscire ad avere un unico database (qui un esempio) che tenga conto delle modifiche biennali o quinquennali. Per ovviare al problema e creare meno confusione, l’UE sta cercando di mantenere immutate le linee progettuali per rendere l’utenza più preparata a rispondere ai bandi.

    Quale è la natura dei finanziamenti comunitari?

    Dopo aver visto come si fa a entrare in contatto con la UE e a fare domanda per un certo bando, parliamo di soldi. Se risulto vincitore, a quali finanziamenti avrò diritto e qual è la loro natura? Lo chiediamo alla dott.ssa Piccardo: «Una domanda non facile, si potrebbe quasi scrivere un libro con gli errori che circolano sull’argomento. Tra i più comuni, tanto per cominciare, l’idea che i finanziamenti siano a fondo perduto: non è così, la UE non è una banca che eroga prestiti. Inoltre, molti pensano ingenuamente che si possa rispondere a un bando e proporre un progetto europeo per avere un guadagno personale, ma non è così: gli attuatori in realtà sono persone che farebbero lo stesso quel progetto, con o senza fondi comunitari, a proprie spese. Un esempio, il caso dell’Università di Genova, che dovrebbe attivarsi in ogni caso per cercare convenzioni comunitarie per mandare i suoi studenti a studiare all’estero, ma approfitta del bando Erasmus + per avere vantaggi economici. Un soggetto interessato partecipa a un bando per spendere un po’ meno di quanto preventivato senza fondi esterni, ma di certo non ci guadagna nulla, anche perché le somme erogate dall’Unione non sono somme secche: coprono solo una parte delle spese e chiede al beneficiario di co-finanziare il resto».

    I fondi erogati (che normalmente coprono il 75% del totale), inoltre, decrescono con l’aumentare del valore del progetto: per un progetto che vale in totale 1 milione di euro, la UE contribuirà con 500 mila, ad esempio, mentre sarà chiesto al beneficiario/promotore di coprire la parte restante. Per questo il promotore dovrà valutare attentamente la sua disponibilità economica prima di lanciarsi in progetti ambiziosi: togliamoci dalla testa l’idea che intanto paga l’Europa! Naturalmente è necessario produrre anche una rendicontazione, schema delle entrate e delle uscite previste: se vengono effettuati controlli e i conti non tornano, interviene la Corte dei Conti a bloccare tutto e può anche decidere di revocare finanziamenti già concessi.

    Controlli e trasparenza

    Inoltre, la UE mette in atto strategie per favorire la trasparenza e limitare gli sprechi. Tanto per cominciare, una volta vinto il bando, i fondi sono stanziati non tutti insieme ma a tranches chiamate installments: gli enti devono redigere vari report (in itinere e finali) per illustrare alla UE come stanno spendendo i soldi e comunicare alla Commissione quando esauriscono la prima parte, in modo che questa possa erogare altre tranches. Viceversa, se i soldi non vengono spesi in toto, da Bruxelles si chiudono i rubinetti.

    Ma quindi, in questo sistema così ben pensato, è davvero difficile far sparire soldi pubblici? Quanti sprechi ci sono? «Quello di spreco è un concetto più generale: si può considerare spreco anche il fatto che vinca il bando un progetto che non lo merita. In genere, la UE fa sempre un monitoraggio incrociato, stringente ma non ossessivo, ma quello che poi manca è la verifica sul campo dell’implementazione del progetto: si controllano gli scontrini e le ricevute, ma non la ricaduta effettiva sul territorio, anche perché spesso questa supera il periodo di durata dei finanziamenti».

    Inoltre, sempre per favorire la trasparenza, la Commissione ha l’obbligo di pubblicare sul proprio sito l’elenco dei progetti finanziati, i beneficiari, l’ammontare dei fondi erogati e i report periodicamente inviati dal partenariato. Oltre a questo, la UE chiede ai beneficiari di aprire un sito internet ad hoc in cui pubblicare i dettagli del progetto. Tuttavia, manca ancora un modo univoco e pratico che permetta al cittadino di monitorare l’andamento dei vari progetti, in un quadro complessivo.

    Genova e l’Italia

    Ci accorgiamo della mancanza di un sistema univoco e completo di monitoraggio quando proviamo a concentrare l’attenzione sul caso del nostro Paese. Non possiamo sapere con sicurezza a quanto ammontano i fondi europei destinati all’Italia per tutti i programmi UE, né a che punto siano i progetti o quali settori interessino. Ad esempio, facendo una breve ricerca troviamo il portale www.opencoesione.gov.it, che si occupa solo dei fondi di coesione, ovvero quelli relativi a FSE e FESR (ovvero Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Lo stesso vale per l’articolo apparso sul sito del Sole 24 Ore nel luglio 2013 (in cui si dice che le risorse FSE e FESR destinate all’Italia sono 49,5 miliardi), ma si tratta di informazioni sempre settoriali e ufficiose.

    In generale, il caso dell’Italia è particolarmente problematico: nonostante la forte partecipazione ai bandi UE, la percentuale di successo è una delle più basse, assieme alla Francia. Il rapporto tra progetti presentati e finanziati è circa 60 a 1. La sola Italia, all’interno di Europa 28, copre il 60% dei progetti presentati, ma se ne vede finanziare solo l’1%. Si punta, insomma, sulla quantità: più progetti propongo, più ho possibilità che qualcuno passi. Tuttavia, questa è anche un’arma a doppio taglio: se lo stesso soggetto risponde da solo a 10 bandi, di certo non ne vincerà più di uno.

    Emblematico anche il caso di Genova: come conferma la dottoressa Piccardo, «qui ci sono molti più progetti europei di quel che si pensa. Ad esempio, solo al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova attualmente sono in corso ben 4 progetti finanziati e immagino a quanto possa ammontare il numero complessivo dei progetti attivi per l’intero Ateneo… Tuttavia non è possibile fare un quadro generale, né dell’Università né tanto meno all’esterno. Spesso, inoltre, non si sa che un dato progetto è promosso dalla UE: per esempio, molti pensano che Smart Cities sia un’idea nostra, ma non è così».

     

    Elettra Antognetti

  • Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    Naufraghi dopo la tempesta, gli Od Fulmine approdano alla Claque

    od-fulmine-claqueRieccoci di nuovo, dopo qualche settimana, alla Claque: tornare qui è sempre un grande piacere, che ogni volta fornisce un’ulteriore conferma del valore di uno dei palcoscenici migliori della città. Questa volta il palco è calcato da un gruppo made in Greenfog una delle realtà discografiche più vivaci e qualitative del genovese e, dunque, una garanzia per quanto riguarda il prodotto musicale. Se poi si tratta degli Od Fulmine, la garanzia diventa subito certezza matematica. Loro sono una realtà genovese indipendente e autoprodotta, in una città storicamente legata a questa filosofia artistica e musicale.

    Entriamo a bere qualcosa, e nel bar troviamo i musicisti che si intrattengono con fan e amici, creando quel legame saldo con il pubblico che si manifesterà in pieno di lì a poco, durante l’esibizione. Non esiste alcuna routine da camerino, noi ne approfittiamo subito per salutare Stefano Piccardo (chitarra, voce), Fabrizio Gelli (chitarra, voce) Saverio Malaspina (batteria) – quest’ultimo star del genovese soprannominato “l’ortolano” dopo l’apparizione a Unti e Bisunti 2 girata a Genova (qui il video) – e scambiamo due chiacchiere con Mattia Cominotto (chitarra, voce) e Riccardo Armeni (basso).

    >> Ascolta i brani suonati alla Claque su Spotify e Deezer

    La prima domanda riguarda il nome del gruppo e, per quanto banale nella sua intenzione di rompere il ghiaccio, risulta essere la più importante per capire il senso del disco stesso, dato che «Od Fulmine è un’espressione inventata all’interno di un lessico domestico tra di noi»; e rappresenta, inoltre, due elementi essenziali della storia che c’è dietro alle canzoni del concept: «Od è il nome del nostro unico mentore; una notte, in barca, in navigazione dopo ormai più di mese, si scatenò una tempesta e fummo colpiti da un fulmine. La barca fu spezzata e, da allora, noi e Od siamo disgraziatamente separati». Trovare le fonti di ispirazioni dimostra come, «per quanto il veicolo sia quello musicale, il gruppo nasce con il cinema di Hayao Miyazaki, lo steampunk e la letteratura di Kurt Vonnegut, a cui è ispirato il brano Ghiaccio9». E lo dimostra anche la grafica delle locandine e i disegni, realizzate da Andrea Piccardo (direttore di Genoa Comics Academy). La storia, che ha un ruolo così importante all’interno dell’album, «è stata rappresentata dai video dei pezzi, e verrà completata con la trilogia, di cui in realtà manca la seconda parte. Il primo, “Altrove2”, mostra noi 5 insieme a Od, “colui che stavamo seguendo alla ricerca di ciò che più desideriamo”; il terzo è “I preti dormono”, subito dopo il naufragio; e il secondo riguarderà proprio quest’ultimo».

    La serata inizia dall’area bar del locale, intrattenuta dallo sperimentalismo eclettico di Tommaso Rolando, polistrumentista genovese che, nel progetto Stoni, lavora alla modulazione del suono del contrabbasso e della sua voce. Prosegue con la piacevole esibizione di Tomaso Chiarella che canta, come il suo disco “trasparente” ben suggerisce, una quotidianità limpida e schietta, rifacendosi ai poeti e ai cantautori genovesi degli anni ’80. E, infine, salgono sul palco gli Od Fulmine.

    La serata è tutta per loro, quindi nessuna sorpresa che il pubblico si faccia sentire per acclamare la band. Tutti conoscono le canzoni a memoria, segno di un affetto già consolidato da parte dei fan. I pezzi sono forti e lo stile impressiona, nella sua dimensione viva, sul palco. Qui il rock indipendente è sprigionato in tutto il suo voltaggio, ma è contrastato, e quindi accentuato ancora di più, dall’anima folk di ogni brano, che ne scava i motivi più profondi e i sogni più lontani. Spiccano brani come i già citati “Altrove2”, “I preti dormono”, “40 giorni”, “5 cose” e il pezzo -forse- migliore del disco: “Ghiaccio9”.

    Ps Mattia Cominotto prima di salire sul palco ci racconta del furto subito recentemente dal Greenfog studio, qui l’appello alla città che contribuiamo a diffondere.

     

    Nicola Damassino

  • Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    elezioniQuello che davvero dovrebbe farci riflettere non è tanto la rivelazione dell’ex segretario al Tesoro USA Tim Geithner, secondo il quale nel 2011 alcuni funzionari europei lo avrebbero contattato per coinvolgere gli Stai Uniti in un ricatto finanziario ai danni del governo Berlusconi; quello che davvero dovrebbe preoccuparci, e indurci a meditare su noi stessi, è l’atteggiamento di supponente indifferenza con cui una buona parte dell’opinione pubblica reagisce alla notizia. Il problema non è un complotto che si presume sia stato tentato: perché si sa per certo che, nel caso, non riuscì. Il problema è che ci stiamo abituando a vivere in un contesto a sovranità limitata; dove quello che decidiamo attraverso le elezioni, i referendum, l’attività parlamentare e, più in generale, la vita politica, non conta più nulla, essendo ormai superato da dinamiche e decisioni che vengono prese sopra le nostre teste in contesti elitari extra-nazionali.

    L’assuefazione a questo stato di cose si percepisce nelle placide ammissioni di molti illustri commentatori, da Stefano Folli del Sole 24 Ore a Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano. Scrive ad esempio quest’ultimo: “L’unica certezza è che di sicuro Washington, Berlino, Londra, Parigi e Bruxelles volevano Berlusconi lontano dal potere. E quando volontà così forti vanno tutte nella stessa direzione non c’è bisogno di un complotto di incappucciati perché certe cose succedano”. Non si accorge Feltri che un conto è ammettere la verità, ossia che dietro le quinte le ingerenze straniere, soprattutto da parte di nazioni potenti, ci sono sempre state; un altro conto è accettarle con una scrollata di spalle, come se non fosse un fatto allarmante che i nostri leader politici vengono scelti dall’esterno (come nei paesi del terzo mondo). Per fare un paragone sarebbe un po’ come filosofeggiare sulla propensione all’omicidio dell’animo umano mentre si viene accoltellati. E c’è di peggio.

    C’è David Parenzo, che addirittura “brama” un’invasione tedesca; e poi c’è Stefano Menichini, che non è molto conosciuto, ma è il direttore di Europa, quotidiano del Partito Democratico. Questo illustre esponente della carta stampata, alla notizia delle rivelazioni di Geithner, ha twittato giulivo: “Dunque c’è stata un’operazione internazionale per far fuori Berlusconi dal governo? Lo davo per scontato e hanno fatto benissimo“. E aggiunge: “Hanno risolto a modo loro un problema che noi (tutti) non riuscivamo a risolvere da soli“.

    Sono convinto che molti, in fondo in fondo, la pensano come questi insigni giornalisti: “La democrazia andrebbe rispettata, non c’è dubbio. Ma tutto sommato non si può sempre essere formalmente corretti: non si può andare sempre per il sottile. A volte ci sono delle emergenze e la democrazia richiede troppo tempo…. Sulla base di questo ragionamento, dunque, tutto sommato ci è andata bene, se nell’UE, nel G20 o nel G7 qualcuno è riuscito a cacciare via Berlusconi. Il Cavaliere non era forse inaffidabile, in rotta di collisione col ministro dell’economia Tremonti, incapace di presentare un piano serio di riforme e azzoppato dagli scandali sessuali? E non è forse vero che il suo successore, Monti, era ben più competente, sobrio e apprezzato da tutti?

    È tutto vero. Anzi, andiamo oltre: ammettiamo pure che Berlusconi sia stato un leader populista interessato esclusivamente ai propri interessi; e che abbia conquistato il potere solo sfruttando la crisi della classe dirigente italiana e avvalendosi di una concentrazione di potere mediatico abnorme. Ciononostante, pur con tutti i suoi difetti, non ho alcuna difficoltà a dire che se dovessi scegliere tra Silvio Berlusconi e Mario Monti, sceglierei il primo; e questo solo per una qualità essenziale che l’ex-commissario europeo non aveva: quella di essere stato eletto.

    Esiste una correlazione diretta tra il modo antidemocratico con cui Monti è andato al potere e i problemi in cui ci troviamo. Il punto è che la democrazia non ha a che fare con la Verità: la democrazia ha a che fare con gli interessi. Chiediamoci: perché in democrazia votano tutti? Non certo perché occorre fare un calcolo statistico; bensì perché si riconosce che ognuno è il miglior giudice di ciò che gli conviene. In altri termini, nessuno può arrogarsi il diritto di dire al posto nostro quello che è nel nostro interesse. E perché è meglio non delegare questa scelta? Perché l’esperienza suggerisce che quando facciamo decidere agli altri, questi tendono a sottovalutare i costi e a sopravvalutare i benefici: ossia, come ci ricorda Enrique Balbontin, “son tutti bulicci col culo degli altri”.

    Da questo punto di vista non c’è molta differenza tra le teocrazie dell’antichità, dove per governare occorreva accreditarsi come autorità religiosa, e la tecnocrazia europea, dove per governare  occorre accreditarsi come autorità tecnico-economica: in entrambi i casi il potere si giustifica col possesso di un sapere e non, come dovrebbe essere, a partire dal riconoscimento reciproco di interessi specifici. Non importa quanto sia “avanzato” o “progredito” un certo sapere: chi ha il potere politico finirà frequentemente per usare ogni sapere a proprio vantaggio; e anzi farà tanti più danni quanto più questo sapere gli riconoscerà un vantaggio oggettivo. Ecco perché il potere, da Montesquieu in avanti, si divide; ed ecco perché al sapere tecnico-scientifico, almeno da Platone in avanti, si demanda al più una funzione di consulenza, ma non la decisione politica.

    Monti, non essendo stato eletto da nessun italiano, e dovendo anzi la sua carica al consenso ottenuto nei palazzi di Bruxelles, ha fatto ovviamente quello che era nell’interesse di Bruxelles (ossia della Germania) e non nel nostro. Berlusconi, che invece era stato eletto, e che dunque per farsi gli affari suoi aveva bisogno di voti, non avrebbe mai potuto presentarsi ai suoi elettori con una lista di tagli e sacrifici che gli italiani non avrebbero capito. E oggi i dati ci dimostrano che gli italiani avrebbero avuto ragione: l’austerità è in effetti incomprensibile e controproducente, tanto che tutti i partiti politici in questo momento la rinnegano.

    Oggi sappiamo anche che il fatto che il Parlamento abbia appoggiato il governo Monti non valse a conferirgli legittimità democratica. Quel Parlamento, infatti, fu eletto con il porcellum, poi bocciato dalla Consulta perché anticostituzionale. E anche questa non è una questione formale: se devo la mia elezione ai vertici del partito che mi hanno inserito in liste bloccate, starò attento a non scontentare questi vertici; mentre se mi avessero eletto i cittadini con le preferenze, mi preoccuperei di più del parere degli elettori.

    Insomma, tout se tient. È l’anti-democraticità del sistema che ha prodotto i danni attuali, non il metodo parlamentare e la concertazione. Ricordiamoci dunque, quando sentiamo trattare la questione democratica con sufficienza, che non si tratta affatto di un problema formale: se c’è scarsa democrazia, vuole dire che qualcuno ci sta facendo fare quello che viene comodo a lui e non a noi.

    P.S.

    Il Partito Democratico, visto che difende metodi antidemocratici, vuole farci almeno la cortesia, in vista delle prossime elezioni, di cambiare il suo nome in quello di “Partito Eurocratico”? Grazie.

     

    Andrea Giannini

  • Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSi chiamano “Patti d’area” e sono un nuovo strumento messo a disposizione di tutti i Comuni liguri dall’ultima programmazione regionale sul commercio che dovrebbe favorire l’insediamento su uno specifico territorio di nuove imprese al fine di fornire allo stesso territorio una precisa identità dal punto di vista del mix merceologico offerto. Una proposta innovativa, soprattutto perché praticamente mai utilizzata prima, che tenta in qualche modo di porre un freno all’eccesso di liberalizzazione nell’universo commerciale.

    Questo specifico territorio commerciale a Genova ha un nome preciso e si chiama Civ, Centro integrato di via, già formalmente riconosciuto e perimetrato in maniera ben definita. E il Comune di Genova ha già in progetto di dare vita a tre Patti d’area che riguarderanno altrettanti Civ.

    Il primo, questione di settimane secondo le previsioni e le speranze strappate all’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, si concentrerà nella zona di Prè. Insieme con il nuovo regolamento della sicurezza che riguarderà il centro storico e che l’assessore Fiorini sta ultimando, dovrebbe rappresentare un efficace e produttivo strumento di riqualificazione. «Da un lato – spiega l’assessore Oddone – cercheremo di favorire l’insediamento di nuove imprese introducendo un calmiere sui canoni d’affitto che non potranno superare il valore di mercato dei locali; dall’altro, stileremo una lista di mix merceologico che andrà a definire e identificare una particolare area della città dal punto di vista commerciale e artigianale. Il tutto in stretta collaborazione non solo con le associazioni di categoria, la Camera di commercio, i Municipi e la Regione, ma anche con la questura, i carabinieri e la guardia di finanza per limitare quelle attività che rappresentano una servitù e un peso eccessivo, soprattutto in termini di sicurezza, per determinati quartieri».

    Inoltre, l’amministrazione conta su un altro strumento che funga da richiamo per l’apertura di nuove attività, sostituendosi in parte al ruolo che dovrebbero interpretare le banche ma che ormai non svolgono più da tempo: l’introduzione di un prestito a tassi molto vantaggiosi per aiutare imprese commerciali e artigiane a tirare su nuove saracinesche. «L’obiettivo – ci racconta Oddone – è quello di innescare un circolo virtuoso per cui nuove attività portino un maggior flusso di persone e un interesse rinnovato per alcune zone della città. Per fare questo utilizzeremo quel poco di risorse residuate da vecchi bandi e difese con le unghie e con i denti da richieste improprie da Roma che, oltre a non dare soldi nuovi, vorrebbe indietro anche gli spiccioli che sono stati risparmiati nel passato con azioni virtuose».

    Lo schema di base, naturalmente, sarà lo stesso per tutti i Patti d’area e per tutti Civ che intendessero muoversi in quest’ambito. Per questo motivo è necessario che il progetto pilota sia disegnato precisamente in tutti i suoi dettagli, in modo che gli altri possano poi seguirne la strada e muoversi in un percorso più agevole e già tracciato. «Anche perché – aggiunge Oddone – il rischio di ricorsi al Tar da parte di chi non vede di buon occhio il Patto e si vede respingere l’autorizzazione per l’apertura di una nuova attività è molto alto. Per cui dobbiamo avere la piena consapevolezza di quello che stiamo facendo per sbaragliare qualsiasi opposizione, un po’ come successo per il regolamento anti slot contro il gioco d’azzardo». Già perché, una volta siglato, il Patto d’area sarà vincolante per tutti i locali del territorio e non basterà più una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per dare via a un nuovo esercizio commerciale ma si tornerà al sistema delle concessioni di autorizzazione. «All’interno di tutto il perimetro del Civ si dovrà sottostare a quello che si deciderà nel Patto – sottolinea l’assessore allo Sviluppo economico – per cui se decidiamo che alcune attività sono troppo impattanti per un quartiere, certe merci non vi potranno più entrare». O, meglio, non potranno diffondersi più di quanto non lo siano già. «È evidente – prosegue Oddone – che se il proprietario di un locale ricevesse un’offerta sostanziosa da un nuovo possibile esercente, farà di tutto per vendere o affittare i propri muri e guadagnare il più possibile anche se l’attività economica che si andrebbe a insediare fosse nella “lista nera” del Patto d’area».

    Senza alcuna valutazione di merito, un esempio concreto però potrebbe aiutare a comprendere meglio. Se si decidesse che a Pré ci fosse una concentrazione eccessiva di “kebabbari”, nel Patto d’area ci sarebbe scritto che non potrebbero essere aperti altri esercizi di questo tenore. E l’imposizione non varrebbe solo per un determinato locale piuttosto che per un altro ma per tutto il territorio del Civ.

    «L’avvio dei Patti d’area assieme alle nuove norme di sicurezza per il centro che sono in via di definizione rappresentano due importanti tasselli nel processo di contenimento di una serie di fenomeni poco virtuosi che riguardano da vicino il nostro territorio» commenta Maria Carla Italia, assessore allo Sviluppo economico e alla Coesione sociale del Municipio I – Centro Est.

    La scelta di partire da Pré non è casuale. C’è sicuramente la necessità di riqualificare un quartiere lasciato andare un po’ troppo a se stesso ma non è il solo elemento che ha portato l’amministrazione a propendere per questa porzione del centro storico. In zona, infatti, il Comune è proprietario di diversi locali che potrà mettere a disposizione fin da subito per creare un po’ di massa critica insieme con altri spazi che la Sovrintendenza si è già resa disponibile a impiegare per le finalità del patto. Così, le istituzioni potranno fungere da esempio virtuoso per tutti i privati che vorranno aderire al patto mettendo a disposizione i propri possedimenti, alle condizioni condivise.

    «Avevamo individuato l’utilità dei Patti d’area fin da subito – prosegue Maria Carla Italia – probabilmente ancora prima del Comune, dato che in tempi non sospetti avevamo audito i dirigenti della Regione in un’apposita Commissione municipale. Crediamo siano uno strumento molto utile per individuare una tipologia di attività commerciali meritevoli di essere sfruttate. Attraverso i Patti d’area possiamo, infatti, dare respiro a un vero e proprio progetto di quartiere che ci consenta di puntare su alcune tipologie commerciali e artigianali che riteniamo più funzionali al raggiungimento delle finalità che ci siamo posti per quel particolare territorio».

    Dopo Pré ci si sposterà di pochi metri per lanciare il secondo Patto d’area alla Maddalena: qui è più difficile avere previsioni ufficiali ma il grande attivismo di cittadini e commercianti che vivono il Sestiere aiuterà certamente a bruciare le ultime tappe. La partecipazione di tutti i cittadini, in questo caso, assume un ruolo ancor più fondamentale per coinvolgere fin da subito i privati dal momento che il Comune, a differenza di Pré, non può contare su grandi proprietà. Terzo e, per il momento, ultimo patto dovrebbe riguardare i “voltini” di via Buranello, ovvero gli spazi sottostanti la ferrovia in zona Sampierdarena: il condizionale, però, è ancora d’obbligo perché Rfi, proprietaria degli spazi, non sembra essere particolarmente interessata a una collaborazione.

    Se dovesse funzionare, comunque, lo strumento del Patto d’area potrebbe essere esteso un po’ a qualunque area della città da levante a ponente, dalla costa alle valli. «Ad esempio – conclude Oddone – nulla vieta che nasca un Patto d’area in via XX settembre per salvaguardarne l’identità di centro commerciale urbano di qualità attraverso un progetto ben disegnato che vada incontro alle diverse istanze spesso sollevate dai negozianti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiDopo la visita di qualche settimana fa documentata in diretta con #EraOnTheRoad e il focus con Giorgio Devoto (responsabile dei corsi di studio) e Giulio Sommariva (direttore del museo), mancava ancora un tassello per completare il nostro approfondimento sull’Accademia Ligustica di Belle Arti, l’’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica nella nostra regione. Abbiamo intervistato il neo presidente Giuseppe Pericu (sindaco di Genova dal 1997 al 2007, eletto il 25 novembre scorso presidente dell’Accademia e già membro dell’Assemblea), per capire quale sarà il futuro della “Ligustica” soffermandoci sul processo di statizzazione, vera e propria chiave di volta.

    Presidente, innanzitutto come sta l’Accademia?

    «Nonostante la sua semplicità, questa è una domanda complessa. Adesso l’Accademia sta bene perché è organizzata in modo da poter rilasciare titoli di studio di livello universitario legalmente riconosciuti, sia per la laurea breve che per la magistrale. Quindi, da questo punto di vista, siamo perfettamente allineati con le accademie statali. Tra le note positive, poi, c’è il museo che è una struttura fondamentale dell’Accademia ed è stato molto vivacizzato grazie alle attività dell’Associazione Amici dell’Accademia che è molto presente. Contemporaneamente, però, ci sono difficoltà legate al flusso di finanziamenti sempre minore rispetto alle esigenze dell’istituzione».

    Siamo sempre alle solite: i finanziamenti scarseggiano, figurarsi per l’arte e la cultura.

    «Pur essendo ristrette al minimo, il Consiglio d’amministrazione e l’Assemblea dei soci svolgono il proprio ruolo a titolo assolutamente gratuito, le spese di gestione sono sempre superiori ai fondi che abbiamo a disposizione. Questi ultimi arrivano soprattutto dal Comune e, poi, in quantità minore da Regione e Provincia. Ci sono poi le rette degli studenti, del tutto simili a quelle dell’Università degli Studi di Genova, il cui numero negli ultimi anni è andato sensibilmente aumentando, soprattutto grazie al riconoscimento del valore legale dei titoli a livello nazione ed europeo, a dimostrazione del fatto che siamo appetibili. Ma il saldo economico è sempre negativo».

    Da questo punto di vista, le difficoltà potrebbero essere definitivamente risolte con il pieno compimento del processo di statizzazione dell’Accademia.

    «Sono stato eletto proprio per portare a termine questo processo. Esiste, infatti, una legge che prevede che le Accademie private, come siamo noi, che siano le soli presenti in una Regione, possano essere statizzate ovvero inserite nel sistema delle Accademie statali non soltanto attraverso il riconoscimento del titolo di studio ma attraverso un processo di aggregazione più complessiva al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il raggiungimento di questo obiettivo darebbe sicurezza nel tempo all’Accademia».

    Lo Stato, dunque, garantirebbe una maggiore copertura economica?

    «Diciamo, più che altro, che non ci sarebbe più un problema di introiti perché il personale docente e amministrativo sarebbe pagato direttamente dal Ministero».

    E questo accorpamento riguarderebbe solo l’Accademia o comprenderebbe anche il museo?

    «Non possiamo ancora dirlo con certezza perché bisogna aprire il confronto con gli organi statali. Comunque, rispetto al dettato normativa, sembrerebbe che la statalizzazione comprenda solo i profili legati alla parte formativa e non quelli museali. Il museo comunque, che ha una dotazione molto forte che nasce sia come strumento per coadiuvare la formazione che come entità autonoma, ha solo un conservatore e un addetto alla struttura.

    Non resta che capire a che punto siamo all’interno di questo percorso.

    «Abbiamo inoltrato formalmente un’istanza al Ministero e sto seguendo attivamente gli sviluppi ma certamente il confronto con il governo in questo periodo di spending review non è facile. In Italia, nella nostra situazione, c’è solo un’altra realtà che è quella dell’Accademia di Perugia, unica accademia in Umbria che da statale può diventare privata: tutte le altre regioni, invece, hanno già una o più accademie statali».

    E nel frattempo, qualche progetto nel cassetto da realizzare durante il suo mandato?

    «Diciamo che il vero obiettivo è la statizzazione. Per il resto sto ancora prendendo le misure. Cercheremo di fare qualche bella esposizione e di valorizzare al massimo il museo ma i progetti più ambiziosi devono per forza di cose attendere gli sviluppi del rapporto con il Ministero. Ho certamente qualche idea, suggestione più che altro ma non sono ancora comunicabile neppure come ipotesi di progetto».

    Per chiudere, una domanda più personale. Qual è il rapporto di Giuseppe Pericu con l’arte? Sappiamo che da amministratore ha portato Genova alla ribalta internazionale come Capitale europea della cultura nel 2004, e nel privato?

    «Come amministratore pubblico della città di Genova, ho sempre ritenuto la cultura l’unica scommessa possibile da vincere. Per questo, dopo tutta la lotta sostenuta per ottenere nel 2004 il riconoscimento a Capitale europea della cultura, assunsi direttamente io come sindaco il ruolo di assessore alla cultura per preparare al meglio lo svolgersi dell’evento. Come privato cittadino, non può esserci una grande differenza perché la persona resta unica, inscindibile: io sono sempre stato appassionato di fenomeni culturali, fin dalla mia formazione tradizionale fatta al liceo classico. Quindi, l’arte e la cultura fanno parte del mio modo di essere».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    Istituto comprensivo San Fruttuoso, la scuola di domani. Un esempio virtuoso nella nostra città

    ScuolaAvete mai fatto un giro all’interno delle scuole della città? Probabilmente, se avete più di 18 anni, e se non avete figli in età da scuole dell’obbligo, la risposta è no. Anche perché, direte voi, di anni sui banchi di scuola ne avete trascorsi anche troppi, e che senso avrebbe tornare lì dentro? Tanto non cambia mai niente; tanto si sa che la scuola è a pezzi e non può che peggiorare. Noi già qualche tempo fa, in una nostra inchiesta, vi avevamo dimostrato che le cose non stanno sempre così, e che le scuole di Genova cercano di adattarsi alle nuove esigenze e stare al passo con i tempi. Ora, grazie a #EraOnTheRoad siamo entrati all’interno della scuola media statale dell’ Istituto comprensivo San Fruttuoso e abbiamo parlato con la dirigente scolastica, la Dott.ssa Isabella Benzoni, che ci ha illustrato le novità introdotte all’interno della scuola a partire da settembre 2012, data del suo insediamento nel complesso.

    Arrivati nell’istituto di Via Berghini 1 (scuola media a indirizzo musicale, dieci classi e circa 230 alunni), incontriamo la dott.ssa Benzoni, che arriva subito al dunque: «Assumersi responsabilità, cooperare, riflettere sulle dinamiche di gruppo, socializzare, prendersi cura dei più piccoli, esplorare i propri limiti, mentre noi adulti li accompagniamo nel loro percorso verso il superamento dei limiti stessi: questo quello che vogliamo fare in questa scuola. Da settembre di due anni fa, da quando sono diventata preside qui, abbiamo dato avvio a una serie di progetti nuovi e non comuni. L’idea è nata da una programma già avviato e promosso da Carige, che si chiamava “I giovani migliorano la scuola”, per incentivare il percorso di cittadinanza attiva e cooperazione. Spesso, come sappiamo, nella scuola questo aspetto non è curato come si dovrebbe, e si riduce al poco, pochissimo tempo dedicato alla materia di educazione civica. Qui, invece, abbiamo dato avvio a una serie di progetti, tra cui il progetto accoglienza, che permette ai ragazzi di conoscersi all’inizio del primo anno di scuola media, seguendo un percorso partecipativo volto alla creazione del gruppo classe, per il miglioramento dell’apprendimento. Inoltre, un ciclo di assemblee mensili tra i ragazzi, gestite da rappresentanti di classe eletti dai compagni stessi, in cui i ragazzi sono chiamati a svolgere compiti specifici, con responsabilità crescenti dalla classe prima alla terza secondo il principio della peer education. E poi, i laboratori Matefitness, lo sport, ecc., tutto al fine di migliorare l’apprendimento attraverso la coesione interna al gruppo, che spesso viene trascurata a questo livello di istruzione: non si tiene conto di quanto questa sia un’età difficile, un periodo di passaggio in cui gli alunni sono sì abbastanza grandi, ma ancora troppo piccoli e in un momento troppo delicato per essere lasciati a loro stessi».

    I giovani migliorano la scuola: il progetto

    Assumersi responsabilità e, in questo modo, crescere: il progetto prevede l’istituzione di rappresentanti di classe (pratica di solito comune nelle scuole superiori) già nelle scuole medie, per il coordinamento di assemblee mensili, in cui vengono discusse proposte per il miglioramento della vita nella scuola e lo svolgimento di ‘compiti di realtà’. I rappresentanti, dopo ogni assemblea, si incontrano con docenti e dirigente scolastico per condividere le proposte emerse in classe e cercare una strategia di realizzazione.

    Racconta la direttrice: «Il ruolo dei rappresentanti di classe è di responsabilità: anche se c’è sempre la supervisione di un docente, i ragazzi sono gli attori del processo decisionale e gestionale. L’obiettivo delle assemblee è fare proposte per il miglioramento della scuola: ad esempio, l’anno scorso grazie all’idea dei ragazzi e alla disponibilità anche dei loro genitori (con finanziamenti del Comune di Genova), abbiamo ridipinto la scuola e realizzato murales al piano terra. I ragazzi devono affrontare ogni anno tre compiti di realtà nel corso delle assemblee, ovvero situazioni concrete, con caratteristiche e condizioni particolari, che devono gestire insieme, prendendo decisioni e cooperando verso una soluzione. I compiti variano per ogni classe: le prime e le seconde hanno organizzato il mercatino di Natale; le terze l’Open Day per l’orientamento aperto alle classi delle elementari, con laboratori di arte, danza, inglese, per dare assaggi delle attività svolte qui durante l’anno. I ragazzi, in questi contesti, curano tutti gli aspetti e prendono decisioni, assumendosi le responsabilità delle scelte. Alla fine, si rendono conto di essere in grado di fare molte più cose di quel che pensavano: esplorano le loro capacità, mettono in discussione i loro limiti. Inoltre, queste situazioni permettono anche ai docenti di esplorare le dinamiche del gruppo classe e di tenere a bada eventuali conflitti e prevaricazioni di un gruppo sull’altro».

    Inoltre, in ogni classe vengono nominati anche “incaricati“, ovvero, come spiega la direttrice: «soggetti di due tipi: i primi sono figure a rotazione, per la gestione dei ruoli all’interno della classe, come contattare i compagni assenti per dargli i compiti, ecc.; gli altri sono annuali, e si occupano di gestire temi importanti, partecipando a incontri con esterni, secondo il metodo della peer education».

    Questi ultimi, in particolare, sono persone preposte allo svolgimento di compiti stabiliti: ad esempio, vi sarà chi sarà incaricato di gestire la sicurezza in classe, oppure chi si occuperà della raccolta differenziata, e così via. Questi soggetti dovranno sottoporsi periodicamente a incontri e seminari con esperti, e poi dovranno informare e rendere edotti i compagni, trasmettendo loro le nozioni apprese, secondo un metodo piramidale. Come detto, il principio alla base è quello della peer education, per cui i ragazzi incaricati svolgono  il ruolo di guida per i compagni di classe, per la condivisione di conoscenze attinenti all’incarico. Il metodo, sperimentato ormai frequentemente e accreditato come efficace, fa in modo che gli incaricati, dovendo spiegare poi ai compagni, siano più stimolati ad apprendere e memorizzare nozioni, con una padronanza più profonda data dalla responsabilità dell’incarico. Dall’altra parte, i compagni di classe cui la spiegazione è rivolta sono più aperti e predisposti a fare domande e continuare la discussione.

    A questo proposito, sono andati a costituirsi due gruppi principali per ogni classe (cui di volta in volta, a seconda delle necessità, se ne possono aggiungere altri). Il primo si occupa della sicurezza, in cui gli “aprifila” e “chiudifila” di ogni classe si occupano di tematiche relative alla sicurezza dentro e fuori la scuole (evacuazione in caso di pericolo, primo soccorso). Gli incaricati incontrano rappresentanti dei vigili del fuoco, protezione civile, ecc. e poi trasferiscono ai compagni quanto emerso negli incontri. Allo stesso modo, l’altro gruppo si occupa della raccolta differenziata: qui gli incaricati approfondiscono tematiche di scientifico-ecologiche e legate al ciclo dei rifiuti, grazie ad esperti.

    È presente anche un comitato dei ragazzi, per concretizzare la partecipazione a forme di rappresentanza democratica e assunzione di responsabilità nelle decisioni.

    Il progetto “Accoglienza”

    Un progetto pensato per inserire gli alunni nel nuovo ambiente scolastico, creando un contesto emotivo coinvolgente dal quale scaturisca la motivazione ad apprendere. L’obiettivo è creare senso di appartenenza alla scuola: dalla reciproca conoscenza nasce una clima di fiducia. Il progetto prevede percorsi che coinvolgono ragazzi, docenti e anche i genitori degli alunni, che sono chiamati a rendersi disponibili e cooperativi in vari modi.

    «Il progetto coinvolge i genitori e gli alunni di prima per i primi dieci giorni di scuola, in cui vengono esposte le proposte progettuali e didattiche, e si svolgono attività ludiche per consolidare il gruppo classe. Poi ancora, nel corso dell’anno, ci sono altre attività, come uscite in barca a vela, trekking e settimana bianca, per studiare le dinamiche del gruppo fuori dal contesto strutturato e limitato della classe. L’accoglienza continua anche nelle seconde e terze classi, naturalmente in misura minore: in particolare, le terze svolgono attività di accoglienza delle future prime e fanno orientamento per i bambini delle elementari».

    Il progetto “Continuità”

    Un itinerario che, grazie alla cooperazione e disponibilità degli alunni delle medie, accompagna i bambini delle classi quinte delle scuole elementari alla scoperta della scuola secondaria. Per presentare le proposte formative e potenziare la collaborazione tra alunni delle due scuole, per rendere l’ingresso dei più piccoli nella nuova scuola meno traumatico. Gli alunni delle elementari hanno la possibilità di partecipare a laboratori didatti ed esperienze gestite da quelli delle medie, in cui hanno la possibilità di rivolgere domande a ragazzi e docenti.

     Cyber bullismo

    Un altro progetto cui la scuola aderisce, ministeriale, riguarda la problematica del cyber bullismo e dei problemi in cui possono incappare i più giovani nella rete. L’iniziativa nasce da “Safe Internet“, progetto che ha coinvolto un gruppo di alunni scelti per partecipare a corsi e seminari, sempre nell’ottica della peer-education. Lo scorso 30 aprile è stato presentato dalle classi un resoconto di quanto appreso nell’ambito di questa esperienza: non si può impedire ai ragazzi di avvicinarsi alla rete, si può in compenso monitorare ed educare.

    Progetto “Orientamento”

    Un percorso trasversale e interdisciplinare che si sviluppa nel corso del primo ciclo di istruzione, attraverso esperienze curriculari ed extra-curriculari per la conoscenza extrascolastica e del mondo delle professioni: un percorso per sollecitare nei ragazzi una riflessione sulle proprie attitudini e interessi. Il lavoro viene portato a termine nelle classi terze, tra settembre e febbraio (deadline per l’iscrizione alla scuola superiore) e comprende attività che coinvolgono ragazzi, docenti, genitori, Provincia e Regione. Oltre alla consuete visite al Salone dell’Orientamento e all’Open Day, anche il progetto PARI per un gruppo di alunni che potrà frequentare per 7 giorni un centro di formazione professionale della Provincia.

    Progetto “Sport e Ambiente”

    Attività di vela (in convenzione con Assonautica), scuola in montagna, trekking (in convenzione con CAI), con esperienza dedicata all’astronomia: un’iniziativa a tappe, che accompagna gli alunni in un percorso integrato di esplorazione diretta dei territori, della morfologia, storia e professioni, della natura animale e vegetale, in contesi meno familiari ai ragazzi.

    I laboratori

    Non mancano anche i laboratori: scientifico, Matefitness, di recupero linguistico e matematico, di conversazione in lingua straniera, di informatica, infine, di storia. Nel primo caso, i ragazzi sperimentano e scoprono le leggi della natura utilizzando un laboratorio attrezzato. Con Matefitness, invece, partecipano per tre mesi a incontri curati dal CNR di Genova, per sviluppare competenze logiche: inoltre, i trainer di Matefitness hanno formato 40 ragazzi della scuola media, che hanno poi trasferito le loro conoscenze ai bambini delle elementari, autonomamente e non coadiuvati dai loro docenti. Il laboratorio di conversazione in lingua straniera, inoltre, si svolge attraverso role play, simulazioni ambientate in un’aula appositamente attrezzata per stimolare situazioni di dialogo quotidiano«I risultati emersi sono interessanti: i ragazzi nell’ambito della peer education con Matefitness – racconta la direttrice – si sono mostrati preparati e disinvolti. Serve attenzione alle relazioni, vogliamo stimolare il senso di cura del grande nei confronti del piccolo, che spesso si perde nella società di oggi. È un modo per dare continuità».

    Attività gratuite e pomeridiane

    Oltre alle consuete attività pomeridiane a pagamento (per il conseguimento del patentino per il ciclomotore o per l’esame Trinity per la lingua inglese), non mancano poi anche attività gratuite in cui i ragazzi possono dedicarsi al giornalismo e alla redazione del giornalino di istituto, oppure alla creazione di murales (sì, avete capito bene), al latino e alla lingua inglese, ma anche a cose più strane come l’arrampicata sportiva, il cineforum e, visto che si tratta di una scuola a indirizzo musicale, è previsto anche tempo da dedicare alla nascita della band di istituto.

    Curiosità

    La direttrice e i docenti lavorano per introdurre un sistema di sanzioni rieducative: no alle sospensioni e punizioni fini a se stesse, che finiscono solo per allontanare i ragazzi; sì a sanzioni mirate, secondo il principio “chi sporca, pulisce”. Coinvolto già un team di psicologi e avvocati che, a titolo gratuito, offrono consulenze per fare un lavoro tarato sul tipo di comportamento scorretto messo in atto dal ragazzo. «Per fortuna non incontro grandi problemi nell’istituto – conferma la dott.ssa Benzoni – anche se un tempo la scuola aveva una cattiva nomea, e questo probabilmente influisce ancora oggi e limita il numero delle iscrizioni. Oggi invece la tendenza si è totalmente invertita e mi ritengo molto fortunata».

     

    Elettra Antognetti