Mese: Maggio 2014

  • Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    quarto ex osp psichiatrico. accordo di programma. planimetria.002L’accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 ed Arte, siglato nel novembre scorso (29/11/2013), oltre a sancire la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca dellex Ospedale Psichiatrico di Quarto (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), prevede in essere anche l’adeguamento strutturale degli stessi padiglioni – 1, 2, 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23, 24 – di cui l’azienda sanitaria genovese ha riacquistato la disponibilità, nell’ottica di accogliere funzioni sanitarie differenziate.
    A distanza di poco più di cinque mesi dalla firma dell’intesa, salutata positivamente sia dalle istituzioni sia dall’opinione pubblica – nonostante permangano comunque alcuni nodi critici come la viabilità di accesso al complesso e la carenza di parcheggi a supporto dei servizi pubblici (nuova piastra sanitaria o “Casa della Salute” del Levante, che dir si voglia, e centro servizi) – facciamo il punto della situazione analizzando nel dettaglio quali interventi, e relativi costi a carico della collettività, sono necessari affinché il complesso di Quarto possa trasformarsi in luogo idoneo per la fruizione delle future attività.

    Scorrendo gli atti ufficiali dell’azienda sanitaria scopriamo così che la spesa stimata per ristrutturare l’area supera i 9 milioni e 600 mila euro, dei quali 8 milioni saranno reperibili tramite l’accensione di un mutuo. In allegato alla Delibera n. 115 del 27 febbraio 2014 (Manovra patrimoniale di cui alla L.R. n. 22/2010, provvedimenti necessari all’attuazione dell’accordo di programma di cui alla deliberazione 673/2013), l’Asl 3 ha predisposto un aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione dell’ex OP di Quarto” che prevede “un costo complessivo per l’adeguamento delle sedi Asl 3 interessate dalla ricollocazione delle funzioni pari ad euro 9.610.000.00, di cui 7.550.000.00 per la sola sede di via Maggio 6 (ex OP Quarto)”.
    Parziale copertura potrebbe essere garantita dalla valorizzazione tramite vendita dell’immobile di via Bainsizza 42 (attuale polo sanitario del Levante), come previsto dal sopracitato accordo di programma. Tuttavia, il documento sottolinea “nelle more dell’avvio delle procedure di valorizzazione dell’immobile sito in via Bainsizza 42, ed al fine di poter dare corso immediato agli interventi necessari, si rende opportuno prevedere l’accensione di un mutuo per l’importo residuo pari ad almeno euro 8.000.000”.
    Scelta confermata nella Delibera n. 207 del 10 aprile 2014, con la quale si avanza la richiesta formale di autorizzazione a contrarre un mutuo decennale per complessivi 13 milioni e 950 mila euro (con rate annuali di 1.650.000) finalizzato a realizzare: opere di ristrutturazione nell’area ex OP Quarto (8 milioni); nuovo Laboratorio di Patologia Clinica dell’Asl 3 presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo (3 milioni e 850 mila euro); ristrutturazione e adeguamento funzionale del Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale Villa Scassi (2 milioni).

    La riorganizzazione di Quarto e lo spostamento di alcune funzioni in altre sedi

    Manicomio di QuartoL’aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione” contempla l’utilizzo delle seguenti strutture di proprietà dell’Asl 3, ottimizzando l’occupazione degli spazi in base alle funzioni svolte all’interno di ciascuna di esse: ex OP di Quarto; ex Ospedale Celesia, padiglione a valle; palazzina via Maggio 3 c/o sede Provincia; viale Bracelli 237R – 243R; viale Frugoni; ex Ospedale di Recco. Inoltre è in fase di trattativa la possibilità di locazione da altri enti pubblici, o scambio di proprietà con altri enti pubblici, di spazi da destinarsi a SC Formazione e SC Psal Levante (per entrambe le strutture complesse l’azienda sta valutando l’ipotesi di spazi esistenti all’interno del Celesia).

    Come spiega il documento dell’Asl 3, presso l’ex OP di Quartosarà trasferita tutta l’attività sanitaria svolta presso la sede di via Bainsizza, realizzando la cosiddetta “Casa della Salute” e potenziandola, tra l’altro, con attività di distribuzione diretta dei farmaci”. Si prevede poi di “Mantenere il Centro Disturbi Alimentari; mantenere tutte le funzioni degenziali legate ai pazienti psichiatrici, accorpando le attuali due strutture in un unica sede e realizzando in essa livelli differenziati di assistenza; mantenere presso l’attuale sistemazione la parte residenziale e semiresidenziale dei disabili gravi; mantenere il Centro di Educazione Motoria; ampliare la sede del Sert; mantenere la Direzione del Distretto di Levante, la Direzione del Dipartimento delle Cure Primarie e delle Attività Distrettuali e l’attività delle SC Cure Primarie”. Inoltre verranno realizzati ex novo “tutti gli impianti di alimentazione elettrica e termica. Gli impianti attualmente in uso, infatti, sono collocati in spazi oggetto di cartolarizzazione”.
    Infine, si evidenzia che “dovrà essere affrontato all’interno del PUO (progetto unitario operativo che l’accordo di programma prevede a carico di Arte) il nodo dell’accessibilità e dei parcheggi per la struttura. L’accessibilità attuale è garantita attraverso proprietà private (aree Fintecna), così come le aree individuabili, in oggi, come parcheggio da destinarsi alla struttura sanitaria, insistono anch’esse su proprietà di Fintecna”. Un recente incontro, promosso dall’assessore all’Urbanistica e Vicesindaco di Genova, Stefano Bernini, ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico tra Asl 3, Fintecna e Arte per affrontare in maniera congiunta tale problematica.

    Nell’attigua sede di via Maggio 3, invece, saranno trasferite “la Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, ristrutturando inoltre il Centro Salute Mentale lì già operante ma in locali fatiscenti, l’attività dell’Assistenza Domiciliare Integrata e della Guardia Medica”.

    Il programma triennale delle opere pubbliche 2014 – 2016, approvato dall’Asl 3 con Delibera n. 230 del 15 aprile, specifica nel dettaglio i costi. In particolare, per via Maggio 3: “ristrutturazione Centro Salute Mentale, nuova sede Dipartimento Salute Mentale e nuovi locali Guardia Medica e Assistenza Domiciliare Integrata (stima 535 mila euro, in progettazione)”; per l’ex OP Quarto: “nuova Casa della Salute (2 milioni e 400 mila euro, in progettazione), ampliamento Sert presso padiglione 24 (548 mila euro, in progettazione), nuova residenza psichiatrica il Camino presso padiglione 20 (1 milione e 40 mila euro, in progettazione), ristrutturazione padiglione di ingresso compreso restauro facciata (2 milioni e 100 mila, pianificato), nuova centrale termica e cabina MT e BT e sistemazione fondi, spogliatoi e camera mortuaria (1 milione e 600 mila, pianificato), nuova sede Centro Educazione Motoria (800 mila euro, pianificato), nuova sede Centro Disturbi Alimentari (300 mila, pianificato)”.

    Per quanto riguarda gli altri spostamenti: l’attività interdistrettuale di Medicina dello sport, attualmente svolta in via Bainsizza, sarà ubicata presso la sede di via Bracelli, la centrale di sterilizzazione destinata al territorio troverà posto all’interno dell’ex Ospedale di Recco, mentre gli uffici della SC Bilancio e Contabilità saranno ospitati in via Frugoni. Resta, infine, da trovare una nuova sede dove accentrare i magazzini economali aziendali. E si procederà ad esternalizzare i servizi di cucina (è in corso procedura di gara a tal fine, vedi la nostra inchiesta) e la gestione degli archivi (procedura di gara da avviare).

    Trasferimento malati Alzheimer

    manicomio-quarto-D3Il trasferimento che suscita maggiore preoccupazione è quello dei malati ancora oggi ospitati nel Centro Alzheimer dell’ex manicomio di Quarto, destinati a traslocare presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo, in locali di nuova realizzazione recentemente ristrutturati. I famigliari dei pazienti, però, sono fortemente contrari ed hanno scritto una lettera aperta indirizzata al Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, al Sindaco di Genova, Marco Doria, al Direttore Generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni.
    Nonostante le ripetute sollecitazioni e i colloqui rassicuranti avuti con il Direttore dell’Asl 3, Bedogni, resta la previsione dello spostamento al Celesia, unico trasferimento previsto di malati (gli altri restano al loro posto, comprese le Direzioni, il Centro Disturbi Alimentari, ecc.) – si legge nella missiva – Se così fosse, la situazione, già di per sè problematica, si aggraverebbe ulteriormente da molti punti di vista. Innanzitutto, i nostri malati sarebbero costretti ad instaurare nuovi rapporti con il personale di cura e di assistenza, perdendo il riferimento sicuro di relazioni consolidate e conquistate nel tempo, spesso con grande fatica. Ma vi sono anche altri fattori che sconsigliano vivamente di allontanare i pazienti da questo luogo ormai familiare, come il rapporto con gli altri malati Alzheimer, curato particolarmente dal personale, tenendo presente che, per qualcuno, il periodo di familiarità con l’ambiente, con gli operatori e con gli altri degenti, dura da diversi anni. Infine, e non certo per ultimo, la vicinanza con i familiari”.
    La lettera è stata scritta dopo l’incontro del 17 marzo scorso, quando l’Assessore Regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha prospettato la possibilità di inserire il settore dei malati di Alzheimer di Quarto sopra la collina di S. Martino, al Centro “Galliera” in via Minoretti, anziché al Celesia di Rivarolo. “Ma anche questa soluzione, per quanto preferibile rispetto al Celesia, non riduce la nostra preoccupazione per il necessario riadattamento da parte dei malati ad una nuova collocazione, a luoghi e persone sconosciute che causerebbero nuovo disorientamento – continuano i familiari – Il complesso di Quarto è sorto sulla spinta di una nuova cultura socio-sanitaria, di promozione della salute attraverso ambienti protetti e condizioni di vita che riproducono al massimo la quotidianità. Se Quarto è un modello di edilizia socio-sanitaria che giustamente viene conservato per le altre fasce deboli della popolazione, ancora di più dovrebbe essere messo al servizio delle persone con Alzheimer. E, quindi, perché dover spostare questi malati? Ma la città di Genova e la stessa Regione è possibile che non abbiano un riguardo per i pazienti, tra i più indifesi, come sono quelli afflitti dal morbo di Alzheimer? A chi si deve fare posto a Quarto? Si parla di costruire palazzi e box per gli inquilini, realizzare attrezzature sportive, trovare spazi per uffici, e quant’altro. E tutto questo passa davanti a malati così gravi!“.

    La risposta dell’assessore Montaldo non si è fatta attendere: «Nell’incontro del 17 marzo abbiamo spiegato ai famigliari che si tratta di un trasferimento di funzioni, non di persone. Le situazioni delle persone verranno esaminate caso per caso, individuando di volta in volta la soluzione migliore per i pazienti e per le famiglie. Finora non c’è nessuna decisione imminente. Sappiamo, però, che prima o poi il centro dovrà chiudere».

    Reazioni e commenti

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti), da sempre attivo sul tema ex OP di Quarto, commenta così gli ultimi sviluppi della vicenda: «L’azione sinergica di diversi soggetti quali Municipio Levante, Comune di Genova, Coordinamento per Quarto, ha consentito di salvaguardare, almeno parzialmente, la funzione pubblica del complesso, ma allo stesso tempo rende inevitabile l’esecuzione di determinati interventi per adeguare gli spazi alle nuove funzioni».
    Secondo Pellerano «Nel corso del tempo la partita di Quarto è stata portata avanti senza una strategia precisa, ed oggi ne paghiamo le conseguenze. Sulla parte ottocentesca dell’ex manicomio, probabilmente perché si ipotizzava la vendita totale, negli ultimi anni non è stata compiuta una manutenzione puntuale. Quindi, oggi è necessario spendere cifre significative per metterla a posto. Io personalmente assicuro il mio impegno nel vigilare affinchè le risorse vengano impiegate correttamente. In consiglio regionale chiederò l’esatta tempistica dei lavori, visto che i cittadini hanno il diritto di sapere quando sarà pronta la nuova Casa della Salute. Con il senno di poi, se da parte della Regione e dell’Azienda sanitaria ci fosse stata una progettazione più attenta, forse, il costo finale della riorganizzazione dei servizi sanitari a Quarto poteva essere più contenuto. Ma ormai dobbiamo pensare a limitare i danni, come per altro abbiamo fatto scongiurando la vendita totale dell’ex OP».

    Il sindacato autonomo Fials, fin da subito scettico in merito alla bontà dell’operazione Quarto, ha gioco facile nel domandarsi retoricamente: «Ma la vendita dell’ex OP non doveva servire a ripianare il disavanzo sanitario? Adesso, invece, sul bilancio regionale peserà un notevole esborso (mutuo di 8 milioni, più affitto di 1 milione all’anno che Asl 3 paga ad Arte per i locali già ceduti ma ancora utilizzati dall’azienda sanitaria). Dunque, come avevamo facilmente previsto, la vendita dell’area è stata funzionale esclusivamente a manovre di “bilancio”».

    «Sicuramente Quarto non è stata un’operazione lungimirante dal punto di vista economico – sottolinea Antonella Bombarda, segretaria della Cgil Funzione Pubblica LiguriaAllo stato attuale, però, non esistono alternative. Se davvero si vogliono mantenere in quell’area delle funzioni sanitarie, la ristrutturazione dei padiglioni storici di proprietà dell’Asl 3 è improcrastinabile».

    Matteo Quadrone

  • Fiera Internazionale della Musica a Genova, la presentazione e le voci dei protagonisti

    Fiera Internazionale della Musica a Genova, la presentazione e le voci dei protagonisti

    imageCi siamo. Tutto pronto per la Fiera Internazionale della Musica in programma dal 16 al 18 maggio alla Fiera del Mare di Genova. Lo hanno annunciato questa mattina gli organizzatori durante la presentazione alla stampa nella sala conferenze del padiglione B. La giovane struttura affacciata sul mare e progettata dall’archistar Nouvel, sarà il fulcro della manifestazione, ma non l’unica location. Verranno allestiti cinque palcoscenici di 10 metri per otto, postazioni dedicate a dj, un palco dedicato alla libera espressione musicale, l’area incontri e jam session, uno studio televisivo in streaming e molto altro. Trecento eventi in programma nei tre giorni di fiera più altri trecento eventi estemporanei.
    Numeri importanti per una tre giorni di eventi arricchita da tante sorprese, come ad esempio la presentazione in anteprima internazionale del pianoforte più leggero del mondo (parliamo di uno strumento la cui struttura non veniva modificata dal lontano 1825).
    «Grazie a Verdiano Vera, grazie a questi matti pieni di passione che in questi giorni invadono la nostra Fiera – ha commentato Sara Armella, presidente Fiera di Genova – un’occasione per puntare i riflettori su questo “padiglione blu”, una struttura stupenda che ha caratteristiche architettoniche uniche».

    Proprio Verdiano Vera, direttore del FIM, racconta le fatiche per arrivare a questo punto: «In otto mesi di lavoro siamo riusciti a organizzare questo evento nonostante la mancanza di sostegno delle istituzioni. Questo grazie ad uno staff sempre più numeroso e all’appoggio di importanti partner privati, un binomio che ha permesso di arrivare sino a qui, alla presentazione di un evento importante per Genova sia dal punto di vista culturale che turistico. Abbiamo coinvolto sedici istituti alberghieri e arriveranno pullman da tutta Italia e non solo. Avremo visitatori dalla Francia, dalla Spagna e anche dal Giappone e della Corea».

    La passione e la sana pazzia, dunque, non sono gli unici ingredienti. L’obiettivo principe del FIM è quello di offrire un momento di incontro, unire elementi distanti fra loro, ponendosi come contenitore e interlocutore di tutte le componenti del mondo musicale, rivolgendosi ad un pubblico più ampio e toccare tutte le rappresentanze della musica.

    La serata di inaugurazione di venerdì 16 sarà dedicata al chitarrista leggenda Jimi Hendrix, saliranno sul palco diversi artisti uniti nel nome di Bambi Fossati, grande chitarrista genovese oggi alle prese con una brutta malattia. Una dedica speciale, nel giorno in cui tanti compagni di viaggio saliranno sul palco per eseguire i brani di Hendrix, da Marco Zuccheddu ad Andrea Cervetto.

    Grande risalto verrà dato non solo ai tantissimi artisti presenti, sia sul palco che nell’area incontri, ma anche ai tecnici della musica. Su tutti Eddie Kramer, il produttore dei Kiss, l’uomo che ha registrato i Beatles, i Rolling Stones, David Bowie ed Eric Clapton.

    Durante il FIM verranno consegnati anche i FIM awards 2014. Kramer sarà uno dei premiati per la categoria leggende del rock, con lui Bobby Kimball (storica voce e frontman dei Toto), Colin Norfield (tecnico dei Pink Floyd) e il grande batterista internazionale Michael Baker. Per la categoria premio Italia premiati Omar Pedrini, i Gem Boy, il comico Fabrizio Casalino, il cantautore Alan Sorrenti e il chitarrista Andrea Braido. Premio alla carriera per i Camaleonti, Ivan Cattaneo, Don Backy, Mal dei Primitives e i Delirium, oltre al premio speciale legato alla danza per Nicolò Noto. Non è finita, per gli awards saliranno sul palco per la categoria regionale i Buio Pesto, Roberto Tiranti, l’Orchestra Bailam, i Tuamadre e Claudia Pastorino.

    Proprio il leader dei Buio Pesto Massimo Morini e il cantante-bassista Roberto Tiranti hanno voluto intervenire alla presentazione dell’evento per sottolinearne la grande portata e il valore della manifestazione.
    «Il mugugno non serve piu a un belino – ha sentenziato Morini – il FIM è un esempio di sinergia importante e tutta la città deve remare dalla stessa parte. A memoria Genova non ha mai ospitato un evento simile. Deve essere solo l’inizio di un percorso che Verdiano Vera ha condotto fino a qui con grande coraggio, queste realtà creano occupazione e ricchezza».

    Tiranti ha voluto invece porre l’accento sulle polemiche riguardanti il contributo economico richiesto agli artisti emergenti per esibirsi: «Una polemica che proprio non riesco a comprendere, in altnativa si può benissimo restare a casa, a suonare in cantina. Questa è un’occasione unica per esibirsi in una situazione che probabilmente molti artisti emergenti non vivranno più. Non capisco perché criticare il contributo degli artisti, quando il piu delle volte la realtà quotidiana è fatta di esibizioni nei locali che raramente pagano, e se pagano lo fanno poco e male».

    Tutti gli spettacoli e il programma dei tre giorni sul sito ufficiale del FIM.

  • Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    Silvia Robertelli, incontro con l’illustratrice genovese: il viaggio è un movimento solitario

    silvia-robertelliViaggiare e cercare di cogliere il senso del luogo in cui ci si trova. Coglierlo per immagini, e farlo attraverso un sottile segno di matita che su un quaderno delinea, a tratti snelli e veloci, l’impressione che quel luogo, con le sue evocazioni e i suoi particolari irripetibili, ha generato dentro di noi. Questo è ciò che più di tutto viene fuori dal lavoro di Silvia Robertelli.
    Immagini di luoghi consegnati allo sguardo dello spettatore, che si immedesima ma rimane in qualche modo “insoddisfatto”, perché i disegni di Silvia mostrano solo un frammento, un angolo, e il resto sta all’immaginazione, tanto da far venir voglia di andare a vedere di persona i posti rievocati sulla carta: «Scegliendo che cosa esporre (per la mostra presso Cibi&Libri, ndr), in modo molto spontaneo è emerso dai miei lavori il tema del viaggio, e soprattutto delle città. Mi sono accorta quasi per caso che questo tema ritornava spesso nelle mie rappresentazioni e ho pensato che potesse assumere un significato accostare questi lavori che appartengono a momenti di vita molto diversi – dal 2011 ad oggi. Per me il viaggio è un movimento solitario verso e attraverso realtà nuove; non importa la lontananza, essere dall’altra parte del mondo o nella tua stessa città: è intraprendere strade nuove, sentieri mai percorsi e stupirsi voltando l’angolo. In questo senso ci sono molte affinità con la creazione artistica: necessariamente a confronto con se stessi, si percorrono strade nuove e si sorride con stupore».

    silvia-robertelli-3A vent’anni Silvia ha iniziato a viaggiare: «Il mio primo viaggio da sola è stato in Spagna nel 2009, per andare a trovare mia sorella in Erasmus ad Alicante, approfittandone poi per passare qualche giorno da sola a Valencia. In allegra compagnia di un’australiana, di un messicano e di un newyorkese, incrociati casualmente e spontaneamente, mi son lasciata trasportare nella vita della città e mi sono innamorata del viaggiare da sola».
    Poi, il trasferimento a Urbino per perfezionare i propri studi, e l’inevitabile scoperta che anche questa occasione stava generando nuove riflessioni, finite tutte in un taccuino che poi è stato stampato e rilegato, diventando una sorta di racconto breve per immagini accompagnate da frasi concise: «Questo librino, poco più che un quaderno di schizzi, è nato raccogliendo disegni di vari moleskine durante il primo anno a Urbino, dove mi ero trasferita per frequentare l’Isia, i brevi ritorni a Genova, e i lunghi tragitti in treno». Così si spiega la bellissima visuale soggettiva con cui Silvia sembra mostrare allo spettatore ciò che lei vedeva, attraverso i suoi stessi occhi: «Erano tutti disegni fatti per esercizio, dal vero, senza un intento preciso. Erano ritratti rubati di passeggeri addormentati in treno, le colline fuori dalle finestre durante le lezioni, momenti in città seduta al sole, la nuova casa e la casa di sempre. Rimescolando le immagini, il racconto è venuto da sé, le parole sono uscite fuori dai disegni stessi, per guidare e suggerire un percorso nella quotidianità. Questo mio lavoro parla delle emozioni contrastanti dell’iniziare a vivere in un posto nuovo: la ricerca di un’intimità con il luogo, trovare i propri “posti segreti” dove rifugiarsi, la meraviglia e la scoperta, il piacere delle piccole cose, ma anche la malinconia e la lontananza. Un lungo viaggio, insomma».

    da "Ritorno a Genova", Silvia Robertelli
    da “Ritorno a Genova”, Silvia Robertelli

    Così da queste immagini esce qualcosa che suggerisce un indefinito senso di riflessiva e malinconica intimità. Viaggiando, guardando, incontrando, ti allontani da ciò che è noto, diventi permeabile e ti lasci attraversare dall’ignoto, forse fuggi, in parte, per perdere e ritrovare te stesso alla fine del viaggio. Tornando al punto di partenza, come nella grande stampa “Ritorno a Genova”. Sul noto tema della fuga e ritorno alla nostra città, spesso madre ostile, racconta: «Genova è difficile, attrae e respinge al tempo stesso. E’ facile cercare (e soprattutto trovare) molto altro altrove, lamentarsi di quanto manchi alla città e quindi andar via; ma al tornare si percepisce quanto sia mancata, unica e bellissima in tutte le sue contraddizioni, quanti “giardini segreti”, quanti tesori nasconda nei suoi vicoli».

    Che si tratti di Urbino o di Parigi, il luogo determina lo stile e il risultato e in ogni caso quel che conta è sperimentare il più possibile: «Cambio molto stile e tecniche nei miei lavori; da un lato sicuramente perché sto ancora scoprendo tante cose e non ho ancora trovato il mio stile “definitivo”. D’altra parte vorrei sempre continuare a sperimentare e confrontarmi con tecniche e modi differenti e non fossilizzarmi su un solo modo di fare illustrazione. Del resto, le proprie creazioni riflettono quel che siamo e io sento di cambiare costantemente. La serie di illustrazioni di Parigi è del 2011, e credo che il momento che stavo vivendo spieghi sia la tecnica utilizzata che il tipo di atmosfera. Stavo frequentando l’ultimo anno della triennale in Disegno Industriale e mi trovavo in Erasmus. E’ stato in quel momento che ho scoperto che potevo usare in modo creativo gli strumenti digitali che mi avevano insegnato per la progettazione grafica, che ho scoperto qualcosa di più dell’illustrazione e che ho iniziato a immaginare di poter percorrere questa strada. Facevo uno stage in un’agenzia di comunicazione e tra un lavoretto di grafica e l’altro (per lo più noiosa manovalanza) avevo iniziato, per divertimento, a illustrare Parigi: tutti i suoi colori e la miriade di piccole sorprese che di giorno in giorno scoprivo in quei mesi. Un modo per portare la vita frizzante che c’era fuori all’interno di quell’ufficio un po’ noioso».

    Tra una sperimentazione e l’altra, inoltre, Silvia ha avuto l’opportunità di essere illustratrice per Garante Infanzia e Città Amica, esperienza cui è giunta «grazie a due buoni amici: Massimiliano Salvo, giornalista per Repubblica, è curatore del sito Garanteinfanzia.it, un portale di informazione legato all’Unicef dedicato sia ai ragazzi sia a genitori che insegnanti, dove si parla di attualità, diritti dei bambini e dei ragazzi, scuola. Daniele Salvo, suo fratello, è laureando in Urbanistica e sta seguendo il progetto Genova Città Amica dell’Infanzia e dell’Adolescenza, promosso dal Comitato Unicef Genova. Si tratta di un’indagine condotta in tutte le scuole della provincia sulla percezione dello spazio urbano da parte dei ragazzi, con l’obiettivo di coinvolgerli nella definizione degli spazi. Il progetto nazionale Città Amica ha un logo ufficiale ma il Comitato Unicef Genova mi ha chiesto di realizzare questo logo per l’iniziativa genovese proprio per caratterizzarla maggiormente. Spero che anche questo piccolo contributo possa servire a darle rilievo e che il progetto venga ben recepito dalle istituzioni e che si possa davvero tradurre in reali interventi di riqualificazione urbana a vantaggio dei ragazzi. Sono entrambe bellissime iniziative e sono felice di esser stata coinvolta».

    Scegliere di fare l’illustratrice come lavoro: è possibile farlo qui o no? Paure e speranze? «Mi piacerebbe provare a lavorare come illustratrice da Genova… sono molto ottimista per le possibilità che offre internet e quindi credo che con una buona conoscenza delle lingue, qualche viaggio di esplorazione e un po’ d’intraprendenza si possa lavorare anche per qualche cliente straniero dal proprio atelier genovese, dopo una soleggiata pausa pranzo in terrazzo. Almeno, questo è il mio sogno! Purtroppo è vero che la quantità di possibilità che ci sono all’estero (ma anche solo in altre città italiane, Bologna per dirne una) e soprattutto il livello di considerazione nei confronti dell’illustrazione (e del visivo e della cultura in generale) non sono paragonabili alla realtà genovese. Ma sto scoprendo e conoscendo tanti altri ottimi illustratori e fumettisti genovesi, silenziosamente qualcosina si muove e io da inguaribile ottimista credo che possiamo insegnare a Genova ad apprezzare e valorizzare questa bellezza». L’importante è metterci sempre tantissimo spirito d’iniziativa. Per esempio, visto l’amore per l’estero e per i viaggi, «insieme a Lisa Fruehbeis, un’amica di Augsburg (Germania) abbiamo creato il progetto comune lively-lines.com specializzandoci soprattutto nell’illustrazione esplicativa di idee, spesso in grande formato. In questo momento, ad esempio, siamo a Parigi e disegneremo durante OuiShare Fest, interessantissimo festival di economia collaborativa. Grandi idee meritano grandi disegni!».

     

    Claudia Baghino

  • Piscine genovesi, il caso di Nervi e il punto sugli impianti cittadini. Genova non investe sullo sport

    Piscine genovesi, il caso di Nervi e il punto sugli impianti cittadini. Genova non investe sullo sport

    NerviLa piscina Massa di Nervi aprirà i battenti il primo di giugno. Lo ha assicurato l’assessore allo Sport Pino Boero a margine del Consiglio comunale di martedì scorso spiegando che la gara per la concessione dell’impianto ha subito una piccola proroga perché i termini del bando sono stati ritenuti troppo stretti e perché si era resa necessaria una revisione dei punteggi per le graduatorie in conformità a quanto previsto dalla legge regionale. Gli interessati, dunque, avranno tempo fino al 15 maggio per far pervenire la propria candidatura. Stando a quanto sostenuto dall’assessore dovrebbe essere scongiurata una replica di quanto accaduto lo scorso anno con il bando andato deserto e la necessità di procedere a un affido diretto alla società My Sport che ha fatto un vero e proprio favore all’amministrazione rimettendoci 5 mila euro e aprendo i battenti solo ad agosto. Ma le diverse manifestazioni di interesse già pervenute, anche in virtù del fatto che il Comune si farà carico della coperture delle utenze per un massimo di 36 mila euro a fronte di un canone praticamente nullo pari a 400 euro iva compresa per la durata di tutta la concessione fino all’11 ottobre, fanno ben sperare per i prossimi mesi. A queste condizioni, che i consiglieri Caratozzolo (Pd) e Gioia (Udc) promotori di un art. 54 sul tema ritengono assolutamente antieconomiche e non eque rispetto al restante panorama dell’impiantistica sportiva genovese, sembra infatti impossibile non raggiungere quantomeno il pareggio di bilancio seppure per un periodo di attività molto conciso.

    Il futuro a lungo termine, invece, resta ancora incerto. «Il municipio sta lavorando a un progetto a più ampio respiro che comprenda anche una parte di spiaggia, posti barca e spazi per i pescatori oltre alla piscina Groppallo attualmente in capo ad Amiu e Bagni Marina» spiega Andrea Mariani dell’assessorato allo Sport del Comune di Genova. «Resta comunque evidente che non sarà più economicamente sostenibile pensare a un pallone che copra la Massa per renderla fruibile anche nei mesi freddi. La struttura – prosegue Mariani – deve essere considerata una vasca da 7-8 mesi all’anno mentre per il periodo invernale sarebbe opportuno dirottare tutti gli sforzi verso le piscine di Albaro, dove la copertura di una vasca da 33 metri va sostenuta anche economicamente». Già perché una piscina invernale di tali dimensioni richiede dai 15 ai 20 mila euro al mese per funzionare al meglio. «Benché le piscine di Albero facciano parte di un project financing trentennale un po’ sui generis rispetto alle altre concessioni comunali e più simile nella gestione a un impianto privato – spiega ancora Mariani – gli investimenti infrastrutturali per un’operazione di copertura devono essere appoggiati dalle società sportive, dalle federazioni ma anche dall’amministrazione, se non direttamente dal punto di vista economico quantomeno con una serie di agevolazioni».

    Un esempio potrebbe essere dato dalla riduzione degli “obblighi sociali” a cui ogni concessionario deve sottostare riservando alcune vasche o corsie a scuole, disabili o fasce di popolazione più sfortunate: «Il Comune – commenta l’assessore Boero – nella storia ha saputo tutelare molto bene gli obblighi sociali ma è chiaro che se ho corsie impegnate non posso metterle a reddito. È giusto difendere la socialità ma dobbiamo anche cercare di non soffocare eccessivamente gli imprenditori».

     Non solo Nervi: il punto sugli impianti cittadini

    Piscina SciorbaMa è l’intero sistema piscine che necessita di una sistemazione e di una ricalibratura su tutto il territorio cittadino. «Non possiamo certo dire che le piscine, come tutti i nostri impianti sportivi (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), siano in piena salute – confessa Boero – sia per l’aumento dei costi di gestione sia per il fatto che a molte società il Comune ha tolto i corrispettivi diretti». Nei fatti, a godere dei contributi pubblici sono solo 5 piscine: su tutte, Lago Figoi e Sciorba che possono contare sui contratti stipulati ancora con Sportingenova e ricevono globalmente 770 mila euro all’anno. La Sciorba, in particolare, può essere considerata una vera e propria “Ferrari” degli impianti natatori genovesi, con una vasca sempre riservata all’agonismo, a prezzi relativamente modici; ma anche in questo caso saranno necessari importanti interventi di manutenzione perché i beni sono stati parecchio “consumati” dai genovesi. A questi due impianti si aggiungono la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi che vedranno la copertura dei costi delle utenze da parte delle casse comunali, oltre alla piscina di Pontedecimo che almeno fino all’anno prossimo potrà contare sull’annullamento delle spese per il gas.

    «Genova – sostiene con forza l’assessore Boero, riprendendo i concetti già esposti nella Commissione comunale dedicata – è una della poche se non l’unica grande città in cui tutti gli impianti sportivi sono stati dati in concessione. Questo ha comportato indubbiamente grossi risparmi negli anni per l’amministrazione: basti pensare a quanto costerebbe oggi al Comune gestire una piscina, personale compreso. Ma non possiamo pensare che le strutture sportive siano solo da mettere a risparmio, in quanto la manutenzione ordinaria e straordinaria viene ricaricata sui concessionari, e a reddito, in quanto seppure in forme diverse chiediamo la corresponsione di un canone. La differenza tra entrate e uscite è un rosso di 300 mila euro all’anno: questo è tutto ciò che il Comune spende per lo sport, all’incirca 50 centesimi a cittadino. Quale altro comune spende così poco?».

    piscina-sciorba

    Benché i numeri riportati dall’assessore siano leggermente diversi dai conti riportati su Era Superba in un articolo precedente, la sostanza non cambia: Genova non investe sullo sport. E i risultati, purtroppo, si vedono anche dalle sempre più rare eccellenze agonistiche nel panorama nazionale e internazionale. Secondo Mariani, Genova e la Liguria «non sfornano più giovani, o quantomeno non in proporzione agli impianti che hanno, perché i giovani lo sport non lo fanno più. Le attività agonistiche dei ragazzi vengono relegate a orari impossibili perché negli orari più appetibili i gestori devono pensare agli ingressi dei privati che consentono di mantenere l’impianto in equilibrio economico. Ma non è possibile che, ad esempio, i ragazzini che giocano pallanuoto entrino in vasca alle 10 di sera e siano costretti a cenare a mezzanotte quando il giorno devono andare a scuola».

    La soluzione? Troppo ovvio parlare solo di stanziamento di risorse. «Dobbiamo fare un ragionamento politico più ampio – spiega Boero – andando a rivedere il regolamento degli impianti sportivi del 2010 e soprattutto prevedendo una serie di investimenti strutturali sullo sport a partire dal bilancio preventivo del 2014: non significa buttare milioni di euro e tornare a una situazione anarchica che fino al 2008 vedeva diversi sperperi fuori controllo. Bisogna piuttosto ritracciare una linea politica che non pensi agi impianti sportivi solo come un costo arrembato a qualcuno. Dobbiamo, insomma, essere almeno in grado di partecipare a bandi regionali ed europei che ci chiedono di impegnarci economicamente per il 30% dei finanziamenti a disposizione. Questa è la scommessa politica che la Giunta deve fare propria: potrò anche perdere ma spero che si riesca a vincere tutti insieme perché piscine e impianti sportivi a Genova ne abbiamo e ne abbiamo tanti».

    Addio alla Nico Sapio di Multedo?

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2A fare le spese di questa necessaria razionalizzazione delle risorse e del conseguente riordino degli impianti sul territorio genovese potrebbe essere, ad esempio, la piscina Nico Sapio di Multedo, di cui tanto abbiamo parlato in passato. La struttura, che attualmente vede aperti solo i campetti circostanti in dotazione al Municipio, potrebbe infatti essere trasformata in una palestra: «Sappiamo che si tratterebbe di una scelta dolorosa per i cittadini della zona – ammette l’assessore Boero – ma va anche detto che il Ponente non è né sprovvisto né in carenza di piscine. Anzi, con i tempi di crisi che corrono non tutti hanno la possibilità di andare a fare sport e più impianti apriamo più abbiamo difficoltà a mantenerne perché è più probabile che il pubblico si divida piuttosto che aumenti».
    D’altronde in zona ci sono altre due strutture con un futuro decisamente più roseo. Una è l’Acquacenter di Prà, sede del gruppo sportivo Aragno e all’intero del consorzio “Utri Mare” che raggiunge un suo equilibrio economico grazie ai diversi spazi su cui può contare nello stesso Municipio. L’altra è la Mameli di Voltri che, dopo lunghe tribolazioni, è stata anch’essa assegnata al medesimo consorzio insieme con una porzione di spiaggia demaniale: non si tratta di una vera e propria concessione ma di un affido del bene a “Utri Mare” che opera come una sorta di partecipata anomala del Comune di Genova. Come già detto, anche per questa piscina Tursi coprirà i costi delle utenze e metterà un piccolo contributo di avvio: terminati gli ultimi passaggi in giunta, l’amministrazione conta di mettere in condizione i gestori di aprire piscina e spiaggia attrezzata con l’arrivo della bella stagione.

    Le altre piscine: da Sampierdarena alla Foltzer di Rivarolo

    Spostandoci verso il centro cittadino, troviamo la “Tea Benedetti” di Sestri Ponente, una vasca da 25 metri che gode di uno suo equilibrio economico, come succede anche per altri impianti di dimensioni contenute e più facili da mantenere come l’Andrea Doria e la piscina di San Fruttuoso.
    Qualche piccolo problema di forza lavoro, invece, per la Foltzer di Rivarolo: qui la questione è tutta economica dopo che la società ha deciso di non utilizzare più i cosiddetti “contratti sportivi” per i propri dipendenti che consentivano una gestione molto più agevole dal punto di vista contributivo e di affidarsi a un rapporto più tradizionale e corretto.

    Già accennata, invece, la situazione di Pontedecimo, una piscina da 25 metri ma molto profonda, che ha pesanti oneri di socialità a causa della vicinanza con l’istituto comprensivo scolastico della delegazione: grazie a un project financing in via di ottimizzazione che consentirà un’importante riqualificazione dell’impianto, i gestori vedranno ridotto l’obbligo di riservare mezza vasca alla scuola ma non riceveranno più i contributi del Comune per il pagamento del gas.

    Resta da citare ancora un grosso impianto, l’unico di queste dimensioni a non usufruire di contributi pubblici diretti, e che nell’immediato futuro potrebbe avere parecchi problemi di sopravvivenza, nonostante la solidità del gruppo sportivo che ha alle spalle. Stiamo parlando della Crocera, in via Eridania a Sampierdarena, gestita dal Don Bosco. L’impianto è costituito da due palestre, un palazzetto dello sport e una piscina di 33×25 metri profonda 2,5 metri. «Gli ultimi due bilanci – spiega Mariani – sono stati disastrosi perché nonostante si tratti di impianti ordinati e ben tenuti, la società non riceve mezzo centesimo di contributo pubblico per una spesa che si aggira intorno ai 300 mila euro all’anno. Così il passivo ha raggiunto i 40 mila euro due anni fa e i 100 mila l’anno scorso. Se non interveniamo in qualche modo, ad esempio con una riduzione dei 15 mila euro annui di canone o con il riconoscimento di investimenti per il futuro, il rischio è che presto siano costretti a chiudere soprattutto ora che la concorrenza del Lago Figoi non è più limitata al settore agonistico ma anche al pubblico dei semplici appassionati». E il Lago Figoi contributi pubblici ne prende e neppure pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • De Correspondent: la proposta olandese per il giornalismo di domani. La nostra intervista

    De Correspondent: la proposta olandese per il giornalismo di domani. La nostra intervista

    de-correspondentDe Correspondent is a Dutch-language, online journalism platform that offers background, analysis, investigative reporting, and the kinds of stories that tend to escape the radar of mainstream media because they do not conform to what is normally understood to be ‘news’”. Sono le prime parole che si leggono sulla homepage della testata olandese De Correspondent, un progetto dalla storia tutta particolare lanciato nel settembre del 2013. I suoi ideatori e fondatori, due giovani giornalisti reduci da precedenti esperienze non troppo soddisfacenti nell’ambito di redazioni ben più tradizionali di quella cui hanno dato vita, sono Ernst-Jan Pfauth e Rob Wijnberg, rispettivamente classe 1982 e ’86.

    Ernst-Jan è (oltre che filosofo) editore e co-fondatore del Correspondent, prima di partecipare al nuovo progetto giornalistico con il collega Rob è stato Editor-in-chief della nrc.next, uno spin-off di NRC Handelsblad, il principale quotidiano nazionale d’Olanda. Rob Wijnberg, invece, è caporedattore di decorrespondent.nl: dal 2008 autore di The Next Web Blog (oggi tra i dieci più visitati al mondo), anche lui precedentemente ha lavorato come Editor-in-chief del sito internet di NRC Media, dove ha conosciuto il collega.

    Insieme, da gennaio 2013, hanno messo a punto l’idea di lanciare una nuova piattaforma per contenuti online: nel marzo dello stesso anno hanno aperto un crowdfunding e, grazie alle donazioni dei contribuenti, a settembre il progetto è diventato realtà. Così è nato De Correspondent, una testata che si fonda sul contributo – sia finanziario che intelletturale – dei suoi membri. È sorta così una community attiva, all’interno di un progetto che sembrava nato per fallire perché voleva scardinare tutte le credenze vigenti fino ad allora nel mondo dei media olandesi.

    Noi li abbiamo incontrati al Festival del Giornalismo di Perugia.

    De Correspondent, la genesi

    de-correspondent-festival-giornalismo-perugiaL’idea era quella di dare vita a un giornale di rottura rispetto al panorama piuttosto conservatore dei media olandesi, che peraltro non sembrano essere in crisi, anzi continuano a guadagnare circa 12 milioni di euro all’anno. Non ci sono parole migliori di quelle usate da Ernst-Jan per descrivere la genesi della loro iniziativa: «Rob aveva 27 anni e io 24 quando siamo stati ingaggiati dal colosso editoriale olandese NCR, e proprio da lì, da una delle redazioni più tradizionali che esistano, noi due – dopo aver appurato che le nostre visioni erano simili e gli intenti comuni – abbiamo cercato di cambiare il mondo del giornalismo. Il nostro obiettivo era adeguare il giornale al futuro, produrre contenuti che i giovani lettori avrebbero voluto leggere».

    Gli obiettivi che i due ragazzi olandesi volevano raggiungere erano sostanzialmente due. «Volevamo passare dalle ‘news’ al ‘new’, dalla notizia alla novità: la prima, infatti, è diventata una merce, un bene comune (spesso di bassa qualità: elaborazioni di comunicati stampa e publiredazionali) per cui i giovani non erano disposti a pagare. Inoltre, volevamo parlare di ‘regola’, non di ‘eccezione’: la prima è il modo in cui realmente funziona la società, ma non fa vendere e spesso non è raccontata. L’eccezione invece è sempre presente sulle pagine dei giornali, ma da un’idea distorta del mondo. Ci siamo opposti a tutto questo e, contro ogni probabilità di riuscita, abbiamo maturato l’idea di fondare un giornale che parlasse di ‘regole’ e basato sul concetto di ‘new’».

    «Un’operazione di rottura – continua Ernst-Jan Pfauth – tanto più se considerate il background di riferimento (la piccola, conservatrice Olanda), e per questo sono andato con i piedi di piombo, sfruttando l’esperienza fatta nella palestra di NCR. Lì ero il responsabile del nuovo sito internet: un ruolo che veniva considerato come una sorta di purgatorio, un training da fare prima di arrivare alla redazione vera e propria. La squadra addetta ai media e al web era composta da un gruppo di giovani dinamici, accomunati dalla voglia di rompere con la tradizione. Da subito abbiamo iniziato a introdurre un nuovo modo di lavorare, non limitandoci a riportare quello che scrivevano anche gli altri, ma cercando testimonianze, aggiungendo qualcosa in più. Abbiamo iniziato anche a concentrarci sull’analytics, l’analisi del flusso di commenti e l’interazione che gli utenti/lettori producevano attorno alla notizia. Da qui, pian piano abbiamo cominciato a coinvolgere i lettori e chiedere di commentare le notizie e apportare un maggior grado di precisione, per aggiungere un qualcosa in più. L’esperimento aveva avuto discreto successo, ma è subentrata un altra azienda, che ha rilevato il giornale: Rob è stato licenziato e il mio progetto ‘ammazzato’. L’abbiamo interpretato come un segno e abbiamo lanciato il nostro Correspondent».

     De Correspondent: il record mondiale di crowdfunding

    Così a marzo 2013 Rob e Ernst-Jan danno vita a una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto, che ha superato abbondantemente le aspettative: in sole tre settimane hanno raccolto 900 mila euro (circa 15 mila contribuenti); due settimane dopo, alla fine del fundraising (che durava, tra l’altro, molto poco: solo un mese), in totale i donors erano diventati 18.933, ciascuno dei quali aveva investito in media 60 euro a testa raggiungendo 1 milione e 200 mila euro! I sottoscriventi oggi sono diventati 32.360, dai 19 mila che erano: un 4% crescita in soli 7 mesi.

    Per dare un’idea: l’Olanda ha una popolazione di soli 16,8 milioni di cittadini e il numero dei subscribers, se contestualizzato, sembra ancora più notevole. «Una svolta nella campagna c’è stata quando siamo stati invitati a un programma tv su una rete nazionale e ci hanno guardato oltre 1 milione di persone: quello stesso giorno 5 mila persone hanno donato la loro quota. Un vero boom. In 8 giorni avevamo già raggiunto l’obiettivo!».

    Il primo passo

    Dopo questo primo successo, Rob e il collega avevano uno scoglio ancora più arduo da affrontare: mantenere la parola data a chi aveva deciso di sostenerli finanziariamente, costruire in 5 mesi una nuova piattaforma multimediale e ingaggiare uno staff qualificato per dare vita a una redazione dinamica e nuova, come l’avevano immaginata. «Il difficile è stato farci finanziare per un progetto che non esisteva: abbiamo chiesto soldi senza un progetto concreto, c’era solo un’idea di come sarebbe stato. Per questo abbiamo formato una squadra capace di interpretare il prodotto finale, coinvogendo persone conosciute ai più, che sono diventate nostri portavoce: la ex leader del partito dei Verdi olandese e un noto giornalista di reportage».

    Alla fine, la piattaforma ha visto la luce a settembre 2013. Il corrispondente (da qui il nome della testata, appunto) è la figura principale e il fulcro dell’intero progetto. Ogni corrispondente ha una propria nicchia di competenze, per esempio c’è chi si occupa di Europa, di progresso, di ‘education’, o di come il mondo può diventare migliore. I membri/lettori/donors possono scegliere di seguire uno o più corrispondenti a piacimento  e ricevere tutti gli aggiornamenti sul suo lavoro, gli articoli, pubblicazioni, foto, tweet e quant’altro. Gli aggiornamenti sono di due tipi: più dettagliati per gli esperti, e più generici, con storie alla portata di tutti i membri.

    Ogni giornalista ha, all’interno del Correspondent, un proprio blog con una homepage dove posta le sue storie, che sono in costante evoluzione e possono crescere: i corrispondenti condividono la propria ricerca e i membri contribuiscono, mettendo a disposizione le loro competenze specialistiche (Every member is an expert at something). Inoltre, sempre sulla home del blog, anche la bio dell’autore, la lista dei documentari preferiti, dei film, mucisti, libri, ecc. Non solo, dunque, gli articoli come obiettivo finale, ma anche il contesto per far crescere la condivisione.

    Non manca anche l’attenzione all’illustrazione e alla fotografia: no alla sindrome delle stock photos (una foto qualunque, basta che ci sia), sì a illustrazioni ad hoc che raccontano qualcosa. Ogni corrispondente collabora con un proprio illustratore e ogni blog ha quindi un taglio tutto personale.

    La Redazione

    Attualmente lo staff è composto da 8 persone assunte full-time, 19 freelance e 5 come personale di supporto. «Nel giro di poco tempo abbiamo ricevuto 1800 curricula: non ci aspettavamo tante richieste! La squadra è formata documentaristi, da chi si occupa dei podcast, ecc.: cercavamo non tanto giornalisti tradizionali ma ‘leader di pensiero’ e di conversazioni, non gente con competenze generiche ma con una mission specifica. Chi voleva candidarsi doveva spiegarci perché e cosa sapeva fare. Non accettavamo la risposta: ‘voglio scrivere di tutto’, ma era necessaria la passione per un argomento qualsiasi, se di importanza per la società. Oggi qui sono tutti liberi di determinare le proprie priorità: non chiediamo di scrivere quel che è già altrove né di correre dietro ai take degli altri giornali, ma sono tutti a briglia sciolta».

    La sede ‘fisica’ del Correspondent si trova negli uffici di uno stabilimento prima adibito a sede dei laboratori Shell, sulle rive del fiume IJ, ad Amsterdam.

     Anticonformismo e nuove tendenze giornalistiche: i comandamenti di De Correspondent

    Rob e Ernst-Jan sono l’emblema dell’anticonformismo: «Abbiamo ignorato i consulenti, blogger e advisor, per prendere una strada nuova». Ecco i loro suggerimenti agli aspiranti giornalisti:

    – iniziare in piccolo: bastano uno o due laptop!

    – fate crescere i lettori con voi: in un panorama dominato da notizie commodity e in cui non è più possibile guadagnare (o guadagnare molto) dall’attività di giornalista è importante dar vita a un sodalizio con i lettori;

    – no ads, more content: se c’è pubblicità, il vostro ruolo giornalistico passa dal contenitore di news e contenuto a mero reach per richiamare un certo target e perde libertà. Il De Correspondent è stato lanciato senza nemmeno un inserzionista!

    – fatela lunga: non fatela breve! Non è vero che i lettori sono passivi e pigri;

    – non solo fully-digital: «Design e grafica sono prioritari: collaboriamo con sviluppatori e designer perché loro sanno come raccontare le storie».

    Fin dall’inizio, infatti, De Correspondent collabora con Momkai (agenzia che si occupa di sviluppo digitale fondata nel 2002 da Harald Dunnink), già partner di Nike e Red Bull. L’agenzia ha deciso di sposare la causa del Correspondent anche se non c’era un grosso budget, perché si è innamorata del progetto: ora Sebastian Kersten (direttore tecnico e comproprietario della ditta) è uno dei co-founder della testata. La tendenza a inserire creativi e designer in ruoli dirigenziali all’interno del Correspondent è un punto imprescindibile.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Giovani e media, fra stereotipi e diffidenze. Dati e riflessioni dal Festival Internazionale del Giornalismo

    Giovani e media, fra stereotipi e diffidenze. Dati e riflessioni dal Festival Internazionale del Giornalismo

    Ragazza giovane
    Fotografia di Roberto Manzoli

    I giovani d’oggi: chi li capisce, chi li racconta? E poi, come si raccontano loro stessi? Due visioni compatibili o in contrasto? Il motivo dell’acuirsi di queste riflessioni, tra le altre cose, è stato lo scoppiare del caso letterario de “Gli sdraiati” di Michele Serra.

    Serra, columnist di Repubblica, scrittore e autore televisivo, nella sua ultima fatica letteraria ha cercato di raccontare la generazione degli adolescenti di oggi con la sensibilità del padre che osserva il figlio. Il ritratto di Serra ha suscitato reazioni diverse: non sono mancate le polemiche (su Twitter, ad esempio, è impazzato il caso dell’account fake del “Figlio di Michele Serra”, creato qualche ora prima dell’intervista di Serra alle ‘Invasioni Barbariche’) per quella che per molti era solo una narrazione stereotipata che presentava ragazzi web-dipendenti, con il divano come seconda pelle, semi-lobotomizzati a causa della tv. Insomma, ragazzi indolenti che rimandano sempre a domani quel che possono fare oggi.

    Non stiamo qui a discutere se l’analisi dei detrattori sia corretta o meno, né cercheremo di fare una recensione critica del libro. Piuttosto ci concentriamo sulle reazione che il libro ha scatenato, con il pregio di essere riuscito quantomeno a riportare l’attenzione sul mondo degli adolescenti, suscitando discussioni critiche, oltre gli scandali, la cronaca, le baby prositute, le professoresse che seducono gli alunni, e viceversa.

    Abbiamo partecipato all’incontro dal titolo “Sdraiati a chi? La scuola e le nuove generazioni: chi le conosce, chi le capisce, chi le racconta…” al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia lo scorso mercoledì 30 aprile (qui lo storify della diretta Twitter di #EraOnTheRoad). Abbiamo raccolto il pensiero di Lirio Abbate (L’Espresso), della ‘iena’ Mauro Casciari, Lella Mazzoli, docente di comunicazione all’Università di Urbino, e di Francesca Ulivi di MTV News, sul modo in cui i media oggi parlano dei e ai giovani: quali sono gli errori che commettono i giornalisti?

    Gli sdraiati: stereotipo mediatico o realtà?

    Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia
    L’edizione del Festival Internazionale del Giornalismo 2014 si svolge dal 30 aprile al 4 maggio in varie location del centro di Perugia: oltre 200 eventi (tra workshop, panel, keynote speech, convegni, social event, premiazioni, rassegna stampa, presentazioni di libri, serate teatrali, incontri, documentari, data journalism, concerti, hacker’s corner, live con la puntata speciale del programma Gazebo in onda su Rai 3); quasi 400 speaker da tutto il mondo.
    Tra i temi principali dell’edizione, il ruolo crescente del lettore nell’era dell’open web, la ricerca di nuovi modelli di business, il futuro dei media in Africa, le donne e il giornalismo, gli effetti del caso Snowden (a partire dallo scoop del Guardian).
    Si tratta dell’edizione VIII del Festival, manifestazione iniziata nel 2007 per iniziativa di Arianna Ciccone e Chris Potter, i due professionisti hanno fortemente voluto questo festival che, già un successo dalla prima edizione, è andato crescendo costantemente.
    In questa edizione, per la prima volta, gli organizzatori hanno dato avvio a una campagna di crowdfunding, visto che è venuto loro a mancare il sostegno – economico e morale – delle istituzioni cittadine, che inspiegabilmente hanno scelto di non sostenere finanziariamente il Festival. Il crowdfunding è stato un successo: si chiedeva di raccogliere 100 mila euro per l’organizzazione, alla fine ne sono stati raccolti anche di più.

    Come descrivereste i giovani d’oggi? Quanto sono diversi da genitori e nonni? Sono alcune delle domande che gli alunni del Liceo Galileo Galilei di Perugia, in aperto contrasto con Serra, hanno posto durante l’incontro per fare luce sui limiti degli adulti, giornalisti e comunicatori. Le reazioni sono varie, ma fondamentalmente concordi: gli adolescenti di oggi sono composti da identità diverse, e si può parlare per loro di transizioni fluide (nel senso usato da Bauman) che cambiano da contesto a contesto.

    Se volessimo metterci a raccontare i quindicenni di oggi, in poche parole falliremmo. E penso che anche il più giovane di noi (neo-trentenne o quasi trentenne, o anche solo venticinquenne) avrebbe difficoltà nell’impresa (vana e che pecca di hybris). Per farlo, suggerisce Francesca Ulivi con una metafora, è fondamentale inginocchiarsi: impossibile raccontare il mondo di un bambino se si resta in piedi; possibile farlo solo se ci si inginocchia e ci si cala al suo livello. Viceversa, si pensa di raccontare il mondo altrui, ma in realtà si racconta soltanto il nostro modo di vedere l’altro.

    Proprio questo, dice Ulivi, è l’approccio che usa MTV News nel cercare di parlare di giovani in modo anticonvenzionale e fuori dai soliti schemi: il canale ha creato un format in cui i ragazzi stessi si raccontano in prima persona senza l’intermediazione del giornalista, che scompare lasciando la parola al protagonista. I ragazzi vengono scelti soprattutto non perché esemplificano casi limite, soggetti particolari o stereotipo positivo/negativo (dal giovane responsabile e volenteroso a quello che “sabato in barca a vela, lunedì al Leoncavallo”, come cantavano gli Afterhours anni fa in una famosa canzone).

    Commenta Ulivi: «La scelta è di raccontare la normalità con un approccio diverso, non i “fenomeni” (come ad esempio l’abuso di droghe chimiche e tutte le altre realtà di cui parlano spesso le cronache). Non una storia sola, ma tantissime storie raccontate da una generazione alla sua stessa generazione (il target di MTV è composto per eccellenza da adolescenti, n.d.r.), che messe insieme costituiscono l’universo della generazione stessa. Ad esempio, abbiamo raccolto la testimonianza di Brenda, ‘milanesissima’ ventiquattrenne, stagista per un’agenzia di moda perché ha trovato, come tanti, l’offerta sul sito dell’università. È solo una delle 650 storie scelte da noi: abbiamo neo-laureati in sociologia che scelgono storie sul territorio, non decidiamo a priori di parlare di chi fa tre lavori, ha il mutuo da pagare e vuole comprarsi la casa, ma è piuttosto una scelta a partire dal dato reale. Cerchiamo di raccontare in maniera normalizzante e non drammatizzante».

    Ma perché queste storie ‘normali’ non trovano spazio su tv, giornali e media? Da un lato, il limite per eccellenza delle grandi redazioni (dettato in parte dai vincoli aziendali legati soprattutto agli accordi con i grandi inserzionisti) del dover scrivere quello che “fa vendere”, secondo un circolo vizioso per cui al giornalista è chiesto di scrivere quel che il lettore si aspetta, finendo per rinforzare stereotipi errati e non svelare una realtà più complessa.
    Dall’altro, un limite del giornalismo soprattutto italiano: la tendenza a educare il lettore, a dare un parere, a moralizzare. Si dovrebbe partire dalla domanda su “come la pensi tu?”, ascoltare, stare in mezzo alla gente, “annusare la puzza delle notizie” (come dice Lirio Abbate, con una espressione fortunata che è stata una delle citazioni più riprese sui media del festival), raccontarle come le hai registrare senza fronzoli, superlativi o giudizi. Ma questo pare che il giornalismo italiano abbia in troppi casi difficoltà a farlo.

    Chi sono “gli adolescenti”?

    giornali

    Ma chi sono i ragazzi che abbiamo davanti, qual è il loro rapporto con i media? Lella Mazzoli, docente universitaria, ha svolto due forum con i suoi studenti di Urbino, uno sui giovani e uno sull’informazione culturale di cui normalmente fruiscono. Quel che è emerso è che i ragazzi sono più attenti e selettivi di quanto si può pensare normalmente.

    Racconta Mazzoli: «Abbiamo indagato su quali media usano i giovani per informarsi. È venuto fuori che la televisione non è del tutto ignorata, ma viene guardata in modo diverso. La rete, naturalmente, cresce in modo straordinario, soprattutto le visite a quotidiani e siti specializzati. C’è un ritorno ai media tradizionali, ma in modo più moderno e attento: i giovani sono diffidenti nei confronti dell’informazione, perché viene percepita come schierata; sono più critici e omofilici, ovvero seguono il consiglio di amici persone di fiducia che danno suggerimenti su cosa guardare tramite Facebook, ma non solo. Tuttavia, è emerso che, di pari passo con l’omofilia, che anche la tendenza a imbattersi in notizie inaspettate e c’è curiosità. Omofilia da un lato, dall’altro criticità e indipendenza nella scelta di contenuti dal basso».

    Dallo studio di Mazzoli è emerso che i ragazzi che si informano con supporti mobile e cercano news, soprattutto su Facebook e Twitter, oggi sono l’84%, contro un 55% che dichiara di non farlo: gli adolescenti vivono in un contesto di mobilità stanziale, usano il second screen ora, mentre prima era appannaggio delle persone agé perché erano strumenti costosi. Inoltre, il 63% dei ragazzi usa app per avere accesso alle notizie.

    Ormai dalla metà degli anni 2000 abbiamo capito che i nuovi adolescenti sono costituzionalmente diversi dagli adulti, perché compongono la generazione dei nativi digitali, con una prospettiva su vita e futuro diversa da quella delle generazioni precedenti data proprio dalla tecnologia. I ragazzi costruiscono un proprio ‘patchwork mediale’, una coperta mediale che compone il loro universo e che è costruita con tessere strane, non predisposte ma piuttosto messe insieme dal basso, grazie a internet e agli altri media. Quello che incuriosisce è che gli adolescenti sono molto critici nei confronti di internet: non si prende tutto quello che c’è, ma anzi si è molto selettivi.

    Elettra Antognetti

  • “Il reddito prima del lavoro”? Curare i sintomi per non affrontare le cause, una pessima idea

    “Il reddito prima del lavoro”? Curare i sintomi per non affrontare le cause, una pessima idea

    cercare-lavoroIl premio per il peggior modo di onorare la festa del lavoro va quest’anno a Giuseppe Piero Grillo, detto “Beppe”. Il nostro concittadino conquista l’ambito riconoscimento sbaragliando un’agguerrita concorrenza fatta di politici di tutta Europa, ministri dell’economia e premier in carica, grazie all’epico discorso pronunciato sabato scorso a Piombino«Il lavoro si può anche perdere, ma non si può perdere il reddito».

    Storditi dalla crisi e intontiti da una girandola di dichiarazioni-shock che solo dieci anni fa avrebbero mobilitato le piazze, non ci siamo accorti di questo perfetto, elegantissimo epitaffio per secoli di lotte e rivendicazioni sindacali: eppure la portata dell’affermazione non andrebbe sottovalutata, perché in essa è contenuto il nucleo più profondo del pensiero pop-modernista di Grillo, ed è insieme la conferma della sua sudditanza rispetto alle logiche del capitalismo globale. Per dirla in termini più comprensibili il comico vorrebbe essere portavoce di una forza dal basso, ma dimostra di fare nei fatti gli interessi di chi sta in alto.

    Vediamo di capire perché, cominciando a contestualizzare la frase incriminata.

    Beppe GrilloIl M5S da tempo si batte per il reddito di cittadinanza, ossia una serie di “misure volte al sostegno al reddito per tutti i soggetti residenti sul territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà”. Il principio è molto simile a quello del reddito minimo garantito e risponde indubbiamente ad una logica sensata: garantire a tutti dignità sociale, attutendo l’impatto negativo di un’eventuale perdita del lavoro. Dunque, all’interno di una discussione sugli ammortizzatori sociali e sul senso complessivo del nostro mercato del lavoro, è una posizione che merita certamente di essere considerata e discussa.

    Tuttavia questa volta Grillo fa un passo ulteriore in una direzione che forse non era mai stata esplicitata così bene: non solo difende il principio del sostegno al reddito, ma lo pone in contrapposizione al principio del diritto al lavoro. In questo modo va a interfacciarsi direttamente, in chiave polemica, con i principi fondanti della nostra Costituzione. Dire infatti che: “il lavoro si può anche perdere, ma non si può perdere il reddito” significa porsi in contraddizione con l’articolo 1, per cui “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Grillo, insomma, ci sta chiedendo espressamente di ripensare i nostri principi, collocando il reddito prima del lavoro.

    Che non si tratti di una interpretazione fantasiosa o di una frase estrapolata dal contesto è confermato dai fatti. Il comizio ha avuto luogo a Piombino, dove le storiche acciaierie Lucchini stanno ormai per chiudere, certificando il declino della siderurgia italiana. Parlando a una folla colma di (ormai prossimi) disoccupati, Grillo ha attaccato non solo, come era logico attendersi, l’amministrazione di sinistra che ha gestito questa transizione; ma si è scagliato anche contro i sindacati, sancendone la presunta inutilità (“sono morti”) e confermando così il desiderio più volte esplicitato di eliminarli dalla scena, senza che sia ben chiaro a chi affidare la tutela dei lavoratori.

    Il “megafono del movimento”, poi, ha negato ogni possibile soluzione: ha consigliato alla piazza di rinunciare a coltivare illusioni («si sapeva benissimo che era un altoforno a fine carriera»), di rassegnarsi all’inevitabile declino industriale della zona (al massimo «se si fosse creato un forno elettrico, forse 700-800 persone avrebbero mantenuto il posto di lavoro» – e questo su un totale di circa 1500 addetti…) e ha parlato del reddito di cittadinanza come, sostanzialmente, l’unico rimedio contro la povertà della disoccupazione.

    Tutto ciò dimostra che Grillo avalla la versione standard sulle dinamiche della crisi. Cioè, il declino industriale italiano non sarebbe un fatto contingente, dettato da scelte contingenti; non sarebbe un trend da invertire facendo le scelte giuste (e sapete già qual’è la più importante): al contrario, al declino sarebbe necessario rassegnarsi. Il motivo è nella globalizzazione, nella deindustrializzazione in salsa “green”, nella decrescita felice, nella Cina o in quello che volete: resta il fatto che il mondo gira così e che non staremo più come stavamo un tempo. Perciò gli operai di Piombino si rassegnino e votino M5S, che almeno butta lì 600 euro al mese.

    E’ evidente, pertanto, che Grillo non sta semplicemente sollevando doverose questioni sociali: la sua analisi, piuttosto, rivela una clamorosa sottovalutazione del tema del lavoro. E questo era in qualche modo inevitabile, dato che preoccuparsi del reddito in un momento di crisi economica significa curare i sintomi evitando di affrontare la causa. Con una metafora si potrebbe dire che è come consigliare a una donna che viene presa a schiaffi dal compagno di tenere in casa il Lasonil. Ed è la miglior prova che è un bene, all’opposto, che la nostra Costituzione sia fondata sul lavoro e non sul reddito.

    Lo Stato come costruzione ideale dipende da esigenze molto concrete, come garantire benessere e sicurezza a tutti cittadini. Per i padri costituenti il modo migliore per garantire a tutti questo benessere e questa sicurezza, per consentire pace e ordine sociale, è evidentemente proprio il lavoro, che viene per questo incastonato all’inizio della Costituzione. L’obiettivo della piena occupazione è il senso stesso dello Stato, ciò che conferisce a una costruzione altrimenti retorica e evanescente una funzione pratica e un consenso spontaneo e democratico.

    Certamente con questo non si intende dire che un sito improduttivo debba essere mantenuto in piedi indefinitamente a spese pubbliche: se Piombino fosse davvero alla fine del suo ciclo, bisognerebbe prenderne atto. Tuttavia si può dire che se i cittadini non lavorano, questo è un problema di chi governa; il quale può e deve preoccuparsi di rimuovere gli ostacoli all’impresa, promuovere l’educazione, garantire le infrastrutture, incentivare la ricerca e via dicendo. Perciò la famosa frase per cui “se il lavoro non c’è, non può essere creato” è falsa: se il lavoro non c’è, è preciso compito dello Stato attivarsi per incentivarlo, ricorrendo anche, se necessario, alla tanto vituperata spesa pubblica.

    Siamo al 13% di disoccupazione non certo perché abbiamo fatto spesa pubblica, ma perché, al contrario, “non potendo svalutare la moneta, si svaluta il lavoro” (Fassina dixit); e per svalutare il lavoro occorre aumentare la disoccupazione, con lo sgradevole effetto di “distruggere la domanda interna” (Monti dixit), creare ulteriore disoccupazione e aumentare il debito. Il che dimostra che aver dato retta a chi ci diceva di mettere in secondo piano il lavoro è stata una pessima idea (piuttosto chi ci ha mal consigliato evidentemente rispondeva ad altre logiche).

    E’ preoccupante, dunque, non tanto (o non solo) il fatto che Grillo ammetta con tanta distrazione le deindustrializzazione in atto e la svendita dei nostri settori produttivi; quanto il fatto che chi ha l’ambizione di guidare il paese non si preoccupi di come garantire a tutti i cittadini un lavoro qualificante e dignitoso; che non si renda conto di condividere la stessa diagnosi di quelli che vorrebbe mandare a casa; e che arrivi a mettere in discussione il principio fondamentale della nostra Costituzione, che mai come in questi tempi avrebbe bisogno di essere ribadito e sostenuto.

    Il lavoro è l’anticamera per l’autonomia, il sostentamento, la creazione di un’identità e una realizzazione personale. Seicento euro senza far nulla, invece, sono solo un’elemosina per evitare disordini sociali. Sono panem et circenses, con cui distrarre la gente e riempirgli la pancia. Persino gli schiavi vengono mantenuti: ma occorre il lavoro per avere gente libera.

     

    Andrea Giannini