Né i più autorevoli commentatori, né gli stessi protagonisti sono stati in grado di prevedere l’esito del voto di domenica scorsa. Neppure io ho dimostrato particolari doti di preveggenza, prestando fede incautamente alle paure e alle speranze dei contendenti. Ciò detto, il fatto che il responso delle urne sia stato imprevisto non comporta che ora sia inspiegabile.
Uno sguardo ai numeri
Il vero vincitore delle Europee è, come sempre, l’astensione. L’affluenza definitiva è stata pari al 58,96% degli aventi diritto, contro il 66,43% dell’ultimo precedente (2009) e contro il 75% abbondante delle politiche dell’anno scorso. Il trend è dunque quello di un calo progressivo ma inesorabile, che certifica la disaffezione degli elettori.
Benché la scarsa affluenza sembri scoraggiare l’idea di fare paragoni tra europee e politiche, pure se vogliamo capire chi sale e chi scende siamo costretti a prendere un punto di riferimento: e le politiche del 2013 sono l’unico metro di paragone possibile. D’altronde, nonostante il forte divario di votanti, alla fine per spartire il potere ciò che conta è come la torta si divide: non quanto grande essa sia. Allo stesso modo, se vogliamo trarre un dato politico, dobbiamo per forza dare a queste elezioni europee una minima valenza politica. Ecco dunque un raffronto[1].
[1] = Il risultato è la differenza di ogni partito tra la percentuale sul totale nel voto di domenica e la media aritmetica tra Camera e Senato nelle politiche del 2013. Es. Fratelli D’Italia: 3,66% – (1,96% + 1,93%) / 2 = 3,66% – 1,945% = + 1,175% (arrotondato +1,72%). La media aritmetica è ovviamente una scelta grossolana: ma è il modo più facile e veloce per tenere in conto il voto disgiunto delle politiche per via della diversa soglia di sbarramento (il margine di errore è comunque esiguo).
Il valore espresso non va confuso con l’incremento relativo: se dal 1,945% passo al 3,66% del totale, ho aumentato la mia parte di voti dell’88%. Qui invece bisogna guardare al totale: fatta 100 ogni “torta” elettorale, se la mia fetta alle politiche era pari 5 e la mia fetta alle europee è stata pari a 10, allora nel secondo caso sono stato in grado di accaparrarmi un 5% in più, mentre gli altri complessivamente hanno perso il 5% del disponibile.
Mi aspetto che alcune di queste cifre sorprendano il lettore. Salta subito agli occhi, ad esempio, che il calo del M5S (-3,5% sul totale) c’è, ma non è affatto drammatico: fatta la tara dell’astensione, spostamenti di qualche punto percentuale si potrebbero spiegare in molti modi, o essere considerati addirittura fisiologici. Il problema di queste elezioni non è dunque quanto ha perso Grillo: il problema è quanto ha guadagnato Renzi.
Il balzo del Partito Democratico (+14,4% sul totale) è senza precedenti. Nonostante l’affluenza più bassa rispetto al 2013, il partito del premier è riuscito addirittura ad aumentare il numero assoluto di elettori, passando da 8,6 a 11 milioni di voti. È del tutto evidente che il “normale” declino di Grillo non basta a spiegare il del tutto “abnorme” successo di Renzi. Ci deve essere di più.
Il centro adesso si chiama Pd
L’area politica che ha sostenuto Tsipras (identificabile con la sinistra più o meno “critica” che sostenne SEL e Rivoluzione Civile di Ingroia) sembra aver perso qualcosa nel confronto con il 2013: ma considerata la stima un po’ grezza, conviene concludere che siamo tutto sommato in linea. Diverso il caso di Berlusconi, che nel passaggio da PDL a Forza Italia ha perso il 5,11% del totale. Una parte di questo elettorato è andato via con Alfano: quanto esattamente, è impossibile dirlo, dato che i voti dell’NCD si sono sommati con quelli degli alleati dell’UDC. Possiamo però tentare di stimare (assumendo per il centro cristiano-democratico lo stesso peso elettorale del 2013) che al vicepremier sia andato un 2,4-2,5% (e dunque che il restante 2,6% sia la misura dell’appeal perso, nel complesso, da quel PDL che una volta era di Berlusconi e Alfano insieme).
Ma il vero sconfitto, anzi il vero assente di questa tornata elettorale è il centro di Scelta Europa. Parliamo di un gruppo di partiti che è passato dai 3,4 milioni di voti del 2013 ai 196 mila della settimana scorsa: un -94% abbondante che l’astensione non può minimamente giustificare. Artefice di questa disfatta è ovviamente la scomparsa di Mario Monti e del suo Scelta Civica, propaggine ormai indistinguibile del Partito Democratico. Il che rende lecito concludere – complice anche l’avversione per l’austerità dell’ex-commissario europeo – che quest’area politica è stata completamente “cannibalizzata” dal PD.
Interpretare i numeri
Questa considerazione già rivela la mia interpretazione generale. L’idea del cosiddetto “elettorato liquido”, ossia la rappresentazione di un caos magmatico nelle intenzioni dei cittadini, dove colate di voti si spostano all’ultimo momento utile sfuggendo a qualsiasi rilevamento statistico, temo sia in gran parte un mito. In realtà non sono gli elettori a essersi spostati: sono i partiti.
Guardiamo di nuovo al rapporto PD-centro. Se nel 2013 (per ipotesi) ho votato Scelta Civica, evidentemente ho voluto dare un segnale di stabilità di governo, rigore e rispetto dei patti europei, nell’ottica di un’alleanza col PD e fuori dal “populismo” grillino o berlusconiano. L’anno dopo, volendo lanciare un identico messaggio, non ho più bisogno di andarmi a cercare Mario Monti (manco si sentisse il bisogno di “più austerità”): mi basta confermare la fiducia al governo in carica.
È illogico pensare che i centro-montiani siano spariti, siano rimasti tutti a casa o si siano spostati verso il fronte anti-euro. È praticamente certo, anzi, che abbiano votato PD, obbedendo alla chiamata alle armi contro il “populismo” e difendendo quello che, tutto sommato, è anche il loro governo. Allo stesso modo, è possibile che alcuni delusi del M5S siano finiti nelle braccia dei democratici (i due hanno molti punti in contatto): ma che questa sia la dinamica dominante è contro-intuitivo ed è contraddetto dai numeri (dato che Grillo ha perso molto meno di quanto Renzi abbia guadagnato).
Le idee contano
Tutto questo sembra incoraggiare un’interpretazione per “aree di appartenenza”. Proviamo cioè a considerare l‘ipotesi che non sia tanto il carisma del leader, quanto i contenuti politici percepiti a orientare le preferenze dell’elettorato: ossia, in altri termini, che il voto non si sposti troppo distante da dove si origina. Per questo occorre evidentemente un’interpretazione dell’offerta politica, come quella che ho delineato la settimana scorsa.
Partendo da questa proposta il risultato del voto (ripartito qui accanto) assume una connotazione molto più chiara. L’elettorato ha premiato le forze anti-euro – Lega Nord e Fratelli D’Italia – oltre naturalmente al partito di governo che più concretamente rappresenta la stabilità interna e il «più Europa» (al punto tale da penalizzare persino gli stessi alleati). Ha punito invece tutti quelli che sono rimasti nel mezzo e si sono barcamenati tra critica e accondiscendenza, tra responsabilità e opposizione.
Se raggruppiamo ulteriormente le varie forze sulla base dell’atteggiamento rispetto alla continuità di governo e alla responsabilità verso l’Europa, otteniamo:
– euro-convinti, 45,9% dei consensi, conquistano 8,3 punti percentuale;
– anti-euro, 9,8% dei consensi, conquistano 3,6 punti;
– euro-indecisi, 42% dei consensi, perdono 9,7 punti.
Un’altra interpretazione può essere quella di raggruppare quelle forze che amano chiamarsi “moderate”, secondo una distinzione che va molto di moda, per vedere quale alternativa critica ha avuto successo. Destra, sinistra e centro, da Forza Italia al PD, sommano insieme il 62,7% dei voti: solo 3,2% in più dell’anno scorso. Grillo, che vede in queste forze la vecchia politica da abbattere, e Tsipras, che rimprovera loro di essersi alleate in nome dell’austerità, tradendo la solidarietà europea, arrivano insieme al 25,2%: il 4,6% in meno del 2013. Gli anti-euro, come già detto, sono invece promossi.
Conclusione
Questa analisi rimette in discussione tutto quello che credete di sapere sul voto. È stato premiato non tanto Renzi a scapito di Grillo, né il “fare” a scapito del “disfare” o la “speranza” a scapito della “paura”; bensì chi ha saputo mettersi nettamente con o contro questa Europa, dicendo con chiarezza se la nostra politica interna dipenda da quello che si decide con i partner, oppure se possiamo fare da soli.
La linea del rispetto dei patti ha vinto insieme con il Partito Democratico. Ormai esso è definitivamente trasfigurato in “partito dell’Europa”: l’elettorato lo riconosce come l’unico portatore dell’ortodossia economico-politica e così facendo gli lega al collo la pietra delle politiche comunitarie, di cui sarà d’ora in poi l’unico responsabile. La sua ascesa, d’altronde, è tutta interna, a scapito delle altre forze “moderate” (le vere vittime di Renzi): e questo incorona il PD ultimo vero campione dell’ordoliberismo.
Dall’altra parte esce fortemente ridimensionata la pretesa del M5S di campare intercettando il malcontento: non solo per l’indecisione in materia di Europa che avevo stigmatizzato, ma anche e soprattutto per i limiti strutturali che pure denuncio pressoché in solitaria da ormai più di due anni. Finora il M5S è servito solo a incanalare il dissenso disperdendolo, senza permettergli di trovare una direzione costruttiva, facendo il gioco dell’ordoliberismo. Ed è soprattutto questo che spiega la difformità tra il voto italiano e il resto d’Europa: da noi l’ortodossia è compatta, mentre la critica è dispersa e sprecata.
Si ridimensiona anche l’epopea di Renzi “trascinatore della masse”. Certo, da domenica sera non si può più negare al premier la piena legittimità democratica: eppure – a costo di sembrare irriducibilmente testardo – davvero non trovo un appiglio per riconoscergli anche la paternità diretta della vittoria.
Al contrario si rivaluta (almeno per quel che mi riguarda) il reale impatto di una certa propaganda, che nelle vicinanze del voto era in effetti diventata martellante: “gli anni ’30”, le “frontiere di morte”, il “razzismo”, il “nazifascismo” e altri messaggi populisti, a cui sono andate a sommarsi le sparate di Grillo, hanno generato evidentemente un quadro coerente nella testa della gente. Tutto deve essere sembrato chiaro: da una parte l’Europa dei Popoli, delle forze moderate, del rispetto reciproco e della responsabilità; dall’altra i lepenisti, i populisti, gli xenofobi e tutti quelli che nel corso della Storia, nei momenti difficili predicano male e portano i popoli alle guerre fratricide. Un quadretto assurdo, in senso assoluto: ma possibile. Certo più probabile che pensare che gli italiani abbiano visto il messia entrare a Firenze in groppa ad un asino o che, all’opposto, si siano venduti per 80 denari.
Andrea Giannini


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