Categoria: “Polis” Critica Politica

La politica raccontata ogni settimana da Andrea Giannini in esclusiva per Era Superba

  • Quando l’economia determina la politica: clamoroso in Portogallo, addio democrazia

    Quando l’economia determina la politica: clamoroso in Portogallo, addio democrazia

    protesta-europa-portogalloNel silenzio generale lo scorso 22 ottobre il Presidente del Portogallo Cavaco Silva ha rivolto un discorso cruciale alla nazione (qui in lingua originale), tentando di spiegare perché si sia rifiutato di nominare un governo di sinistra, anche se gode della maggioranza assoluta nel Parlamento. Questa decisione clamorosa, che non ha precedenti, è stata motivata dalla prima carica dello Stato portoghese facendo esplicito riferimento al fatto che la coalizione guidata dal socialista Antonio Costa porta avanti un programma ostile ai dettati di Bruxelles e dei mercati finanziari.

    Secondo Cavaco Silva non solo: «L’Unione Europea è una scelta strategica per il paese»; ma anche «il rispetto degli impegni assunti nell’ambito della zona euro è decisivo». Pertanto egli ha ritenuto di doversi avvalere delle sue prerogative costituzionali per «impedire che vengano mandati falsi segnali alle istituzioni finanziarie e agli investitori internazionali».

    La gravità di queste parole è già stata sottolineata da Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph: esse teorizzano esplicitamente il principio che il processo d’integrazione europea non possa essere arrestato da un’espressione di voto democratica. I cittadini possono eleggersi dei governi solo a patto che siano governi favorevoli a quello che si è stabilito a Bruxelles: altrimenti la questione viene dichiarata subito di “interesse nazionale strategico” e, in quanto tale, non più sindacabile.

    Questa idea di “democrazia”, dove si può scegliere “liberamente” una sola alternativa, non è nuova alle logiche di chi vuole l’integrazione comunitaria a tutti i costi: basti pensare, a titolo di esempio, alla vicenda del doppio referendum irlandese. La novità della vicenda portoghese, tuttavia, è che non sono più necessarie giustificazioni per salvaguardare le apparenze.

    Dire quello che dieci o vent’anni fa sarebbe suonato orrendamente fascista, ossia che non bisogna sempre rispettare la democrazia, oggi non desta più tutto questo scandalo. Nel frattempo, infatti, sono passati alcuni messaggi che hanno contribuito a rendere accettabile questa prospettiva: e forse conviene soffermarsi un attimo a considerarli.

    Il più diffuso argomento a favore della sospensione della democrazia è che i diritti e l’autonomia politica non sono gratis, ma bisogna guadagnarseli. Secondo i vari teorici della “durezza del vivere” che si aggirano per social network e talk-show, un paese che non è stato in grado di gestirsi finanziariamente non ha il diritto di lamentarsi, se poi diventa dipendente dai soldi degli altri.

    È rimasto famoso, a questo proposito, il tweet del giornalista del Corriere Beppe Severgnini, che lo scorso luglio, quando l’eurogruppo a guida tedesca si preparava a fare carne da macello della Grecia con una serie di richieste pesantissime, dopo la farsa del referendum, commentò compiaciuto: «Se i bambini si comportano male, è inevitabile: arriva la babysitter tedesca. Informare @yanisvaroufakis, per favore».

    Alla base di questa visione sta la distinzione tra paesi (e relativi governanti) che sanno fronteggiare i problemi reali e paesi che non lo sanno fare. La capacità di sapersi ricavare le condizioni materiali necessarie a sostenere la propria autonomia, insomma, giustificherebbe non solo l’effettiva indipendenza di cui gode un popolo, ma anche la pretesa di esercitare un ruolo guida rispetto agli altri.

    Questo darwinisimo dei rapporti internazionali, tuttavia, non ha alcuna giustificazione morale o politica. Innanzitutto non è così semplice determinare di chi è la colpa e quali responsabilità debbano essere accettate come conseguenza di questa colpa. Infatti, benché non si possa escludere a priori che una classe politica inadeguata abbia commesso degli errori, non si può nemmeno fingere che i paesi creditori non abbiano interesse a colpevolizzare i paesi debitori per costringerli ad adottare misure di contenimento della spesa e rientrare così dai crediti.

    Il Portogallo secondo gli ultimi dati disponibili ha un rapporto debito/PIL molto elevato, al 128,7%: il che sembrerebbe confermare un eccesso di indebitamento riconducibile allo schema “colpa”. Eppure nel 2007, alla vigilia della crisi Lehman Brothers, questo indicatore era solo al 68,4%: praticamente la metà. Ancora nel 2010, prima che il paese si consegnasse nelle mani dei creditori, ci si era fermati a quota 94%, che è equivalente all’attuale media di tutta l’eurozona (92,2%).

    È evidente, insomma, che al Portogallo è stato fatale, per precipitare nella spirale del debito soprattutto lo scossone dei mutui sub-prime americani, prima, e le politiche di austerità magnificate da Bruxelles, poi: e dunque non ha molto senso scaricare tutte le colpe sulla politica locale. Senza contare che, naturalmente, il debito pubblico non c’entra nulla con la crisi; cosa che recentemente ha dovuto ammettere persino un economista mainstream come Francesco Giavazzi.

    La realtà, dunque, è che è facilissimo dire che la colpa è dei popoli: ma il rischio concreto è che si  finisca deliberatamente per scambiare le vittime con i carnefici. Il punto essenziale, tuttavia, è un altro. Se anche fosse possibile stabilire con rigore e assoluta imparzialità di giudizio chi è responsabile di che cosa, rimane comunque il fatto che questa valutazione non darebbe a nessuno la prerogativa di tirare in ballo questioni finanziarie per intromettersi nell’autonomia politica degli altri.

    I diritti e la democrazia non dipendono in alcun modo dalle condizioni materiali: al contrario, sono i rapporti economici che si devono sviluppare a partire da un dato contesto di principi politici. Se così non fosse, allora, si potrebbe trovare il modo di argomentare anche che, in condizioni di particolare penuria, è lecito buttarsi nel commercio degli schiavi; magari sostenendo che sì, la schiavitù non è una bella cosa, ma bisogna prima mangiare: e i diritti non apparecchiano la tavola.

    Naturalmente oggi nessuno sosterrebbe una cosa del genere: eppure il principio è esattamente lo stesso di chi vorrebbe aggirare la democrazia, accusandola di condurci verso la strada della povertà. Ma la democrazia, come possibilità di tutti di partecipare alle decisioni politiche e di condividerne la responsabilità, non è un principio negoziabile: non è qualcosa che si possa sospendere quando i risultati non sono conformi alle nostre aspettative. Si può (e si deve) discutere se un dato sistema politico sia o meno corrispondente all’ideale democratico: ma si tratta di un’altra questione; che comunque andrebbe sollevata ben prima di votare, non dopo.

    Se in particolare una decisione democratica avesse davvero l’effetto di condurre un paese verso il tracollo finanziario, allora bisognerebbe interrogarsi seriamente sullo stato di salute di quella democrazia (perché di solito non è nell’interesse di un popolo suicidarsi); ma se anche non ci fosse stata alcuna distorsione, se non altro quel paese dovrebbe prendersela solo con se stesso. È questo, infatti, uno dei vantaggi della democrazia: che minimizza le recriminazioni seguenti a decisione sbagliate (dato che la responsabilità è condivisa dal più ampio numero di persone possibile).

    Non esistono, dunque, ragioni materiali per derogare a fondamentali principi politici. Quando facciamo questo giochino di evocare la “dura realtà” per far vedere che sappiamo, al di là delle belle parole, come vanno davvero le cose al mondo; quando parliamo con leggerezza delle colpe dei popoli; quando scrolliamo le spalle di fronte a evidenti abusi delle nostre più elementari conquiste politiche; quando facciamo tutto questo, insomma, non dobbiamo illuderci di aver capito: perché ci stiamo solo abituando a farci andare bene quel che è peggio. E come è noto, al peggio non c’è mai limite.

     

    Andrea Giannini

  • Europa e stati nazionali, una sovranità da usurpare: l’intervento di Hollande a Strasburgo

    Europa e stati nazionali, una sovranità da usurpare: l’intervento di Hollande a Strasburgo

    parlamento-europeo-europaLo scorso 7 ottobre François Hollande è intervenuto al parlamento europeo in coppia con la cancelliera Angela Merkel. L’esibizione congiunta, che si richiamava simbolicamente all’incontro tra Kohl e Mitterrand di 26 anni prima, aveva lo scopo di rilanciare l’asse franco-tedesco quale motore dell’integrazione comunitaria. Stavolta però, nel tentativo di rinfocolare un europeismo continentale sempre più sfilacciato, il presidente francese si è spinto troppo oltre, arrivando al punto di esplicitare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la natura sovversiva di questa unione.

    Volendo porsi, infatti, lungo il solco del suo illustre predecessore, che aveva a suo tempo voluto lanciare un messaggio forte stabilendo un legame tra nazionalismo e guerra («le nationalisme, c’est la guerre»), l’attuale inquilino dell’Eliseo ha ritenuto indispensabile fondare il suo discorso su premesse altrettanto incisive, che ha creduto di individuare in una ben precisa dicotomia. «Esiste in ognuno dei nostri paesi», ha detto, «questo dibattito tra sovranisti e sovranità. Sovranismo in ogni paese, sovranità per l’Europa».

    L’alternativa equivarrebbe, secondo Hollande, a una scelta di campo inconciliabile tra “rinuncia” o “rafforzamento”, tra “divisione” o “unione”. Chi sceglie il sovranismo sceglierebbe la fine dell’Europa, ossia «il ritorno alle frontiere nazionali, lo smantellamento delle politiche comunitarie, l’abbandono dell’euro». Di qui la necessità di ampliare il messaggio di Mitterrand: se ieri il nazionalismo portava la guerra, oggi il sovranismo conduce al declino («le souverainisme, c’est le déclinisme»).

    Da un lato siamo di fronte ad una propaganda per nulla originale, tanto nei toni quanto nei contenuti, secondo la quale qualsiasi forma di “progresso” sarebbe identificabile nell’attuale processo di integrazione europeo e ogni deviazione da questo piano prestabilito equivarrebbe a un inesorabile “regresso”. Dall’altro lato, tuttavia, il discorso di Hollande segna un punto importante nel dibattito, perché mette pubblicamente in rilievo l’importanza decisiva del tema della sovranità.

    Sovranità nazionali, il tema non emerge nei dibattiti pubblici

    Questo punto spinoso è stato per quanto possibile eluso nel dibattito pubblico, di modo che non emergesse l’innegabile contrasto tra Costituzione e processo di integrazione. Occorreva supporre, in altri termini, che le famose “cessioni di sovranità”, che ancora oggi si pretende di indicare come la panacea di tutti i mali del continente, nella pratica dovessero assumere la forma di trattati internazionali, che si andassero a sommare a quelli già ratificati e che servissero a trasferire i poteri rimanenti da ciascun Stato nazionale al nuovo super-Stato federale.

    Questo processo lungo e laborioso avrebbe consentito di evitare la questione della sovranità nazionale per come è definita dalle varie Costituzioni; le quali, in questo modo, non sarebbero state esplicitamente abolite, ma soltanto “superate” nella forma di accordi internazionali limitativi della sovranità. Una raffinatezza tecnica politicamente decisiva; poiché è evidente che un conto è perorare la causa di un banale trattato, un altro conto è convincere tutti i popoli a rinunciare alla propria Costituzione.

    In realtà è già stato chiarito che l’attuale assetto continentale viola le “condizioni di parità” dei trattati internazionali previste tanto dalla Costituzione francese (art. 55), quanto da quella italiana (art. 11), dal momento che – per dirla in modo comprensibile – in Unione Europea ci sono da sempre figli e figliastri. Ora però, grazie all’argomentazione di Hollande, che punta decisamente al tema caldo della sovranità, si evince come le velleità degli europeisti non si limitino a contraddire qualche articolo, seppure fondamentale, ma addirittura mirino senza mascheramenti a usurpare la funzione stessa della nostra carta costituzionale.

    Questo intento, infatti, non si può nascondere dietro l’artificiosa distinzione tra sovranismo e sovranità, dato che i due termini non sono affatto opposti. Possiamo legittimamente parlare di “sovranismo”, se vogliamo riferirci a quegli orientamenti che puntano all’autonomia politica di una comunità; ma non possiamo negare che anch’esso abbia di mira la sovranità stessa.

    L’unica distinzione che si dovrebbe fare, dunque, è quella tra sovranisti e federalisti: i primi vorrebbero mantenere le attuali sovranità nazionali, se non addirittura frazionarle in entità più piccole (come è nelle idee di molti movimenti, dalla Sardegna alla Scozia); i secondi punterebbero a superare i vecchi Stati per dar vita ad un unico grande Stato sovrano. Ma è del tutto evidente che, fatte salve le diverse proporzioni, stiamo parlando della stessa cosa.

    Che l’unità politica sia grande o piccola, quello che davvero importa è che siano tracciati dei confini e che si stabilisca al loro interno chi comanda e in base a quali leggi. Fatta questa operazione si è costituito un potere politico e si è risposto al problema della sovranità nazionale. Inutile dunque pretendere, come vorrebbe Hollande, di nobilitare l’aspirazione europeista, concedendole l’esercizio monopolistico della questione della sovranità, da cui sarebbero invece estromesse le miopi rivendicazioni nazionaliste. La realtà è che l’Unione Europea, dal momento in cui palesa ambizioni di sovranità, si pone come Stato a tutti gli effetti. Non solo. Non c’è alcun motivo, a ben vedere, per cui non si debba ricorrere anche alla qualifica di “nazione”.

    Stato, sovranità nazionale, nazione e nazionalismo: tutti questi termini si possono usare per riferirsi tanto ad uno Stato francese con capitale Parigi quanto ad uno Stato europeo con capitale Bruxelles; o persino ad uno Stato catalano con capitale Barcellona. Le dimensioni non contano: altrimenti non potremmo chiamare “Stato” lo Stato del Vaticano. L’unica cosa che conta è come si definisce il potere supremo; ossia un potere ultimo, che non riconosce altro potere sopra di sé.

    L’Unione Europea, nelle parole di Hollande, si mette in aperto contrasto con chi vuole rivendicare la sovranità degli odierni Stati nazionali, dimostrando così di essere in concorrenza per il potere ultimo. Le sue logiche sono dunque sovversive rispetto alla Costituzione italiana, e identiche a quelle di qualsiasi altro Stato geloso delle proprie prerogative.

    Questa conclusione, tra l’altro, svela quanto sia assurda la pretesa che l’Europa possa essere la cura ai nazionalismi; dato che, se anche riuscisse a trascendere gli Stati al proprio interno, rimarrebbe pur sempre uno Stato di fronte al resto del mondo. Uno Stato anche molto popoloso, ricco e forte: che quindi potenzialmente costituisce una minaccia per gli altri colossi mondiali.

     

    Andrea Giannini

  • America vs cattivi, la nuova puntata si intitola “libertà per la Siria”. Ma chi ci crede più?

    America vs cattivi, la nuova puntata si intitola “libertà per la Siria”. Ma chi ci crede più?

    È incredibile che l’opinione pubblica, nel terzo millennio, sia ancora convinta che le guerre si facciano o si rimandino semplicemente sulla base di questioni di principio. Eppure siamo obbligati a ritenere che sia questo il pensiero dominante: altrimenti non si spiegherebbe come potrebbe il Presidente degli Stati Uniti d’America rivolgersi alla platea delle Nazioni Unite sposando nel suo discorso un’impostazione tanto semplicistica.

    Barack Obama, infatti, è intervenuto all’ONU lo scorso 28 settembre nel corso di un incontro teso a costruire un dialogo con Russia e Iran sul problema della Siria. In quell’occasione ha specificato che «quando un dittatore massacra decine di migliaia persone del suo stesso popolo, questo non è soltanto un problema interno di una sola nazione, ma produce sofferenza umana a un tale un’ordine di grandezza che colpisce tutti». Per questo motivo, secondo l’inquilino della Casa Bianca, non esistono alternative: «Il realismo ci impone, tra le altre cose, una transizione controllata senza Assad che porti ad un nuovo leader, e un governo inclusivo che riconosca che ci deve essere una fine a questo caos, di modo che il popolo siriano possa iniziare a ricostruire».

    Dovremmo credere, pertanto, che gli americani non vogliono mantenere al potere, come chiedono i russi, l’attuale presidente siriano, Bashar al-Assad, solo perché questa soluzione metterebbe a repentaglio l’unica cosa che preme davvero allo zio Sam: la libertà della Siria. Una sceneggiatura che non reggerebbe nemmeno nei film di Hollywood o nei cartoni animati giapponesi.

    Per la verità, benché la cosa potrebbe far sorridere (se non ci fosse da piangere), c’è in effetti una certa somiglianza tra la missione di cui si sente investito Obama e la trama delle molte saghe di One Piece, il popolare manga di Eiichiro Oda; dove il protagonista, Monkey D. Luffy, altresì detto Rubber “Cappello di Paglia”, usa la sua forza per sconfiggere i pirati più terribili e malvagi, che avevano soggiogato intere isole infliggendo lutti e sofferenze ad interi popoli. È commovente che anche Barack “Cappello di Paglia” sia animato dal desiderio di liberare i siriani dal perfido Assad: ma che questa ricostruzione sia attendibile, francamente, è da escludere.

    Prima di tutto occorrerebbe verificare una premessa: ossia che il popolo siriano desideri davvero liberarsi di Assad. È un punto, questo che, se viene raccontato nei film e nei cartoni animati, si può ovviamente assumere senza tanti pensieri; ma che nella realtà deve essere accertato, prima di essere preso per vero.

    Ci sono state indubbiamente, a partire dal 2011, molte proteste contro il presidente siriano: ma ci sono state anche molte manifestazioni di sostegno. Come si può stabilire da che parte sta davvero la maggioranza del popolo? Lo strumento per avere una risposta ci sarebbe già: le elezioni. Ma le potenze occidentali sostengono che le ultime elezioni siano state una farsa organizzata dal governo, così come le manifestazioni a sostegno di Assad. Naturalmente Russia e Iran negano con forza questa interpretazione: per loro tanto le elezioni presidenziali quanto le manifestazioni di piazza a favore del governo sono state assolutamente libere e legittime; mentre le proteste sarebbero state organizzate e finanziate da potenze estere interessate a destabilizzare le Siria, secondo un copione già sperimentato. Chi ha ragione?

    Bisogna ammettere che non esistono ragioni oggettive per sostenere l’una o l’altra tesi. Il “volere di un popolo” è un concetto quanto mai aleatorio, che solo per approssimazione si può ridurre al risultato di una votazione: di certo né proteste, né manifestazioni di piazza, né sondaggi di alcun tipo possono essere confusi con chiare manifestazioni della volontà popolare. Nei film o nei cartoni animati si può dire sbrigativamente, per lasciar spazio alle eroiche gesta del protagonista, che egli interpreta il desiderio della “gente” quando uccide quel “dittatore” o sgomina quei “terroristi”: ma la realtà è più complessa, e non possiamo permetterci di sussumere acriticamente il primo punto di vista che ci viene proposto.

    Anche la scusa della crudeltà di Assad, che non avrebbe esitato a sparare contro il suo stesso popolo, non risulta particolarmente credibile. Siamo tutti d’accordo che non si può tollerare chi commette atrocità: ma siamo anche d’accordo – spero – che, se vale questo principio, non possiamo applicarlo in modo selettivo; non possiamo cioè punire alcuni carnefici e lasciarne liberi altri.

    Invece Obama, che pure dal podio dell’ONU tuona contro i crimini commessi da Assad, non muove un sopracciglio per i crimini commessi dai Sauditi. Anzi, nonostante essi siano accusati di usare bombe a grappolo contro i civili nello Yemen, oltre che per condanne a morte indiscriminate, torture e discriminazioni di ogni tipo, il loro ambasciatore è finito a dirigere nientepopodimeno che il Consiglio dei diritti umani alle stesse Nazioni Unite; con che scusa non si sa bene.

    bandiera-americana-DISecondo il Fatto Quotidiano: “la coalizione a guida statunitense ha bisogno di portare dalla sua parte il maggior numero di attori protagonisti per risolvere il conflitto yemenita e, soprattutto, quello siriano”. Sembra cioè che la decisione di assumere un’intransigente posizione di principio con il presidente Assad in Siria giustifichi la necessità di adottare un cinico e disincantato realismo con il re Salman in Arabia: una scusa talmente rivoltante e sfacciata, che persino il più inguaribile americanista dovrebbe intravvedere il doppiopesismo della politica estera a stelle e strisce, per cui i peccati si rinfacciano ai nemici, ma non è educazione quando si è fra amici.

    Infine non si può non sollevare la contraddizione di una politica estera che pretenderebbe di essere umanitaria, ma che finisce sempre per lasciarsi alle spalle più morti di quanti ne aveva trovati. Obama declina il realismo come fa comodo a lui; ma la realtà è che la guerra in Siria, che per il momento prosegue grazie anche ai ribelli addestrati dalla CIA, ha fatto molte più vittime di quante non ne avesse fatte Assad; senza contare la marea di profughi che hanno dovuto abbandonare le loro case.

    È il solito disastro umanitario perpetrato con la scusa delle ragioni umanitarie. Dall’Afghanistan, martoriato nonostante il fatto che nessun talebano avesse nulla a che fare con l’11 settembre; all’Iraq, raso al suolo per trovare armi di distruzioni di massa che Saddam Hussein non aveva; alla Libia, dove regnava il “dittatore” Gheddafi: ogni volta che una campagna militare è stata pianificata dai vertici militari USA per abbattere gli integralismi e portare pace e democrazia, il risultato è stato l’opposto: migliaia di morti, guerre civili e integralismi ancora più spietati.

    Tutto questo succede quando scambiamo una favoletta morale, raccontata a uso e consumo di opinioni pubbliche anestetizzate, per la realtà. Per questo motivo, nell’attesa di vedere se il presidente russo è davvero in grado di organizzare una strategia più coerente nel complesso scenario mediorientale, non si possono che sottoscrivere le dure parole di Vladimir Putin: «Vi rendete almeno conto, ora, di quello che avete fatto?».

     

    Andrea Giannini

  • Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    grecia-europaSostiene Becchetti che le ultime elezioni hanno confermato un fatto: i greci non vogliono uscire dall’euro. L’economista de La Sapienza, nonché blogger di Repubblica, ha così sintetizzato con un tweet un’interpretazione abbastanza diffusa. Se in effetti Tsipras è stato rieletto nonostante i tanto criticati accordi con la Troika, e se la scommessa di “Unità Popolare” (l’ex-fronda interna di Syriza, che si era staccata in polemica sulla moneta unica) è fallita, tanto che il partito non ha raggiunto nemmeno il quorum del 3%, ha forse senso concludere, allora, che i greci non sono interessati a un discorso critico sull’euro.

    Ma le cose non stanno così. In realtà nessuno ha mai chiesto al popolo greco cosa ne pensi della moneta unica; né c’è mai stato un serio dibattito pubblico sul tema. Ci vuole un bel coraggio, quindi, anche solo ad ipotizzare una simile ricostruzione dell’inestricabile marasma ellenico. Il modo, anzi, in cui queste leggende metropolitane nascono e si diffondono, tralasciando totalmente avvenimenti epocali e dinamiche macroscopiche, merita una volta tanto di essere smontato pezzo per pezzo per mettere in luce le menzogne che vi si annidano.

    Esiste un problema politico, ma non c’è alcun dubbio tecnico

    Se anche fosse vero che i greci non vogliono uscire dall’euro, ciò non significa che questa sia automaticamente una saggia decisione. Una votazione democratica ha un valore esclusivamente politico: deve misurare la “volontà popolare”, non dare una patente di verità. Ciò significa che un conto è quello che si vuole fare; un altro conto è come stanno in realtà le cose. La volontà è una cosa, la verità un’altra.

    Che l’euro sia stata una pessima idea da un punto di vista economico, lo do per acquisito ormai da lungo tempo. Che per la Grecia non esista alcuna prospettiva di vera ripresa economica fintanto che rimane nella moneta unica, lo disse Paul Krugman già nel 2012; e non ha cambiato idea recentemente – perché ovviamente nel frattempo nessuno è riuscito a dimostrare il contrario. La realtà delle cose, dunque, non è in discussione. Naturalmente questo non impedisce ai greci e a tutti gli altri popoli di eleggersi i rappresentanti che vogliono: ma non si vede come un’elezione, per quanto legittima, possa spostare di una virgola il dibattito scientifico.

    Pertanto chiunque pensi che lo scarso sostegno elettorale sia la dimostrazione dell’insensatezza di una critica alla moneta unica farebbe una pessima figura; non diversamente da chi pretendesse di dedurre l’inutilità della fisica nucleare dal fatto che al bar sotto casa non se ne parla mai. Si può porre, invece, un problema politico: è possibile coalizzare consensi intorno al tema dell’uscita dall’euro?

     Il vero sconfitto è il voto moderato

    Se la Grecia, il paese più colpito dall’austerità, si dimostrasse ancora massicciamente attaccato alla moneta unica, allora si spiegherebbe dove stanno le difficoltà dei partiti euroscettici. Tutto questo attaccamento, però, nei numeri del voto non si vede.

    Nel corso del 2015 la nazione che ha inventato la democrazia è andata alle urne ben tre volte: alle politiche del 25 gennaio, al referendum del 5 luglio e alle politiche dello scorso 20 settembre. Nel corso di questi tre eventi si è registrato un vistoso calo dell’affluenza, passata dal 63,9% al 62,5% per poi precipitare al preoccupante 56,6% dell’altro giorno, in cui su 9.826.357 aventi diritto ben 4.269.102 hanno preferito rimanere a casa.

    Ora, se a questo numero sommiamo quelli che hanno annullato o lasciato in bianco la scheda (134.297) e quelli che hanno votato per forze nettamente euroscettiche, come Alba Dorata, Unità Popolare e Antarsya (611.340), otteniamo un totale di 5.014.739 elettori (il 51%), che è superiore ai 4.811.618 (il 49%) che hanno votato per gli altri partiti (non tutti, tra l’altro, propriamente “euroentusiasti”, come Anel o i comunisti del KKE).

    Certo, in democrazia chi sta a casa non conta. Il Parlamento si compone con i voti di chi si è recato alle urne: e questo rende Tsipras un premier pienamente legittimato. Tuttavia mi chiedo se si possa dire che i greci si vogliono tenere l’euro, quando la maggioranza delle persone o si esprime contro o non va neppure a votare.

    Non si tratta di un cavillo: la questione è sostanziale. Alle politiche del 2007, appena otto anni fa, l’affluenza era stata del 74,2%, e i due partiti principali (Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok), entrambi di orientamento europeista, totalizzavano insieme quasi 6 milioni di voti. Oggi le due forze maggiori (con Syriza al posto di Pasok) non arrivano a 4 milioni; e questo benché il numero degli aventi diritto sia rimasto praticamente lo stesso (poco sotto i 10 milioni).

    Da gennaio a settembre questi grandi partiti moderati hanno perso più di mezzo milione di voti, corrispondente al 5% dei greci sopra i 18 anni. I partiti anti-euro, al contrario, hanno tenuto botta. Alba Dorata, ad esempio, è passata dalle 388.387 preferenze di gennaio alle 379.149 dell’altro giorno: una flessione praticamente nulla, se si considera l’elevato astensionismo. Antarsya ha addirittura incrementato il proprio bottino, passando da 39.411 a 46.096 voti. Unità Popolare, infine, che a gennaio nemmeno esisteva, ha ottenuto dal nulla 186.185 preferenze (in proporzione, poco meno di quello che ha preso SEL qui di noi alle ultime politiche).

    È impossibile non leggere in questi numeri un chiaro segnale di insofferenza che colpisce praticamente solo il voto moderato. Vi è una tendenza innegabile, progressiva e inesorabile, a snobbare la tradizionale contrapposizione destra-sinistra, proprio mentre si fa più evidente la sudditanza della politica greca nei confronti di Bruxelles. E dunque si può ben dire che sono i partiti che hanno predicato e/o praticato la stabilità in Europa i veri sconfitti.

    Ciò detto, una volta appurato che “euro” ed “Unione Europea” non acquisiscono appeal, ma lo perdono, resta da capire perché non c’è stato un travaso significativo di voti.

    Il referendum è stato tradito

    Ci sono molte ragioni che possono spiegare come mai la protesta non si sia incanalata verso posizioni euroscettiche, ma si sia dispersa nell’astensionismo. La più importante di queste è sicuramente il fatto che il referendum di luglio è stato ignorato.

    È vero che Tsipras era riuscito nell’impresa di creare grossa confusione su quale fosse il senso della consultazione da lui stesso voluta, dato che ai cittadini veniva chiesto di votare su una proposta di accordo con i creditori (quella dell’eurogruppo del 25 giugno) mentre i negoziati di fatto proseguivano. Purtuttavia difficilmente si può negare che l’intento di ridimensionare le logiche spietate del debito usando la forza del voto democratico non sia stato recepito da tutti i greci.

    Tsipras cercava chiaramente di dimostrare al mondo che la Grecia non intendeva appaltare ad altri il proprio destino; di modo che ogni tentativo di costringere lui e Varoufakis ad accettare le condizioni imposte dai partner apparisse immediatamente come un tentativo ingiustificabile di marginalizzare la democrazia. Una volta vinto il referendum, insomma, nessuno avrebbe potuto raccontare che il premier greco metteva a repentaglio l’avvenire del suo popolo per un’iniziativa personale, senza avere un preciso mandato.

    Questo non significa che Tsipras avesse la minima intenzione di lasciare l’euro: ma era stato abbastanza onesto, se non altro, da ammettere pubblicamente questa possibilità. Pertanto, se i creditori avessero reagito ad una vittoria del no irrigidendosi e chiudendosi ad ogni trattativa, i greci sapevano che avrebbero pagato un prezzo per la loro libertà: il ritorno alla moneta nazionale.

    Questa prospettiva non spaventò più di tanto il paese. Votando in maggioranza per il no, i greci consegnarono al loro premier quello che egli, teoricamente, voleva: una carta in bianco per tirare la corda fino al limite, in modo da avere più margine di trattativa. Ma non ci fu più alcuna trattativa.

    Tsipras, nonostante avesse ottenuto il sostegno del suo popolo, cedette immediatamente ai creditori, siglando un accordo ritenuto da molti peggiore di quello rifiutato con il referendum. Ritornato in patria difese il compromesso raggiunto “per evitare il disastro” e riuscì a farselo approvare dal Parlamento.

    Cosa dovevano pensare i greci a quel punto? Che il loro beniamino, il leader che era diventato il simbolo della sinistra europea, che si era battuto contro l’austerità, che aveva sfidato in solitudine nel corso di numerosi ed interminabili colloqui i creditori di mezza Europa, che aveva osato opporre la forza della democrazia agli accordi sottobanco tra i ministri delle finanze, che aveva guidato la resistenza mentre la BCE negava ulteriori rifornimenti alle banche, che aveva vinto un referendum apertamente osteggiato dai partner europei, che aveva osato parlare di uscita dall’euro, che aveva ricevuto il pieno sostegno del suo popolo; dovevano credere che questo eroe, insomma, semplicemente all’ultimo momento se l’era fatta sotto?

    Purtroppo i popoli europei a tutt’oggi non hanno maturato alcuna coscienza delle perverse dinamiche politiche che la moneta unica porta con sé. Pertanto né i greci né gli altri sono in condizioni di capire quello che su questa rubrica abbiamo detto sin da subito e che ci ha permesso di fare facili previsioni: ossia che Tsipras non avrebbe mai portato la Grecia fuori dall’euro, a meno che non lo avessero cacciato fuori.

    In effetti, per un certo tempo, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble aveva provato a suggerire l’ipotesi di una “grexit” concordata; ma l’intervento deciso degli Stati Uniti e il saggio disinteresse di Russia e Cina hanno poi fatto capire a tutti che l’Europa non avrebbe potuto giocarsi quella carta. A quel punto, messo davanti alla scelta tra mangiare quella minestra o saltare dalla finestra, Tsipras ha dovuto semplicemente sedersi e svuotare il piatto.

    Ma tutto questo i greci non lo sanno. Per la maggioranza Tsipras ha combattuto fintanto che ha potuto; e poi ha cercato di strappare il miglior compromesso. Se non altro, ha fatto arrivare al paese prestiti freschi e ha fatto riaprire le banche. E se non è arrivato al punto di spingere il paese fuori dall’euro, evidentemente è perché questo non si deve fare o non è concesso farlo.

    Giusto o sbagliato che sia, se alla riprova dei fatti i politici non prendono questa decisione, neppure quando è l’ultima rimasta, che senso ha sperare in questa soluzione?

    Non si può essere critici dell’euro part-time

    Quello che sfugge ai più, che è poi anche l’unica vera lezione politica che la vicenda greca ci consegna, è che non si può fare la lotta all’euro a giorni alterni. La moneta unica in questa fase è la minaccia principale alla democrazia: e chi non è disposto ad ammetterlo, finisce inevitabilmente per accettare una serie di compromessi che fanno a pugni col buon senso, che rendono chi li ha sottoscritti corresponsabile e che impediscono vieppiù di fare marcia indietro.

    I Becchetti fingono di non vedere che la bandiera dell’uscita dall’euro è finita nelle mani inadeguate di queste persone: leader come Tsipras, che non avevano alcuna voglia di imbracciarla fin dall’inizio; oppure sparuti esuli di sinistra, come Panagiotis Lafazanis in Grecia o Stefano Fassina in Italia, che hanno maturato questa convinzione con fatica e solo dopo aver collaborato dall’interno con partiti super-europeisti.

    I primi, benché si mostrino possibilisti per tattica o per necessità, non prenderanno mai autonomamente una decisione dolorosa che vivrebbero come una sconfitta personale. Tsipras non avrebbe potuto rivendicare come una vittoria l’uscita dall’euro, dopo aver combattuto anni di battaglia politica nel mito dell’Europa: sarebbe stato come ammettere di aver sempre sbagliato tutto, oltre a diventare l’unico responsabile politico e capro espiatorio di un percorso di emancipazione che nei primi mesi sarebbe stato inevitabilmente assai difficile. Molto più facile negare di aver firmato una resa incondizionata, dando risalto a piccole concessioni oppure invocando la famosa T.I.N.A. (There Is No Alternative).

    Quanto ai secondi, cui va riconosciuto per lo meno il coraggio politico di ammettere gli errori commessi, non ci sono migliori chance di vittoria. Il loro problema è quello di riuscire ad organizzare una campagna politica credibile, che sia in grado ad un tempo di giustificare le ritrosie passate, di dissipare il dubbio degli elettori di trovarsi di fronte a mere faide di partito e di neutralizzare il terrorismo mediatico sulle catastrofi che seguirebbero ad un’uscita unilaterale. Inutile aggiungere che si tratta di un’impresa praticamente impossibile.

    Rimangono a questo punto solo partiti più o meno populisti, che però possono essere facilmente etichettati come “cattivi” e contro i quali si può sparare ad alzo zero. L’unica forza in Europa ad aver mostrato di potersi sottrarre a questo gioco, grazie ad una strategia politica intelligente e ad un contesto favorevole, è il Front National di Marine Le Pen. Altri partiti in condizione di condurre una battaglia contro l’euro per ora non ce ne sono: per cui è probabile che la moneta unica imploda su se stessa, anziché venire smantellata da una decisione democratica.

    Conclusione

    Ecco perché la tesi di Becchetti è irricevibile. Non si può sottintendere che lo scarso seguito elettorale dei partiti anti-euro dimostri la necessità della moneta unica; né si può sostenere che i greci si siano in qualche modo dimostrati favorevoli, visto che essi:

    – non sono mai stati chiamati ad esprimersi sul tema;
    – non sono tenuti ad essere preparati su questioni tecniche, che dovrebbero essere rimesse a consulenti preparati ed onesti;
    – hanno progressivamente abbandonato i partiti moderati europeisti;
    – quando hanno votato referendum in grado di conferire un mandato politico potenzialmente rivoluzionario, sono stati ignorati;
    – hanno a disposizione partiti anti-euro politicamente impresentabili, indecisi o con le spalle troppo piccole per caricarsi una simile battaglia;
    – sono costantemente bombardati da una propaganda terroristica sull’uscita, che esalta i rischi di breve periodo ma sorvola sui benefici del medio.

    Si dimostra invece l’ipocrisia di chi difende l’euro, costretto a ignorare questioni macroscopiche come queste pur di instillare nella gente un messaggio di rassegnazione.

     

    Andrea Giannini

  • Le masse e la formazione del giudizio politico: il conformismo come strumento del potere

    Le masse e la formazione del giudizio politico: il conformismo come strumento del potere

    folla-persone-massaRiprendiamo il discorso della settimana scorsa sui meccanismi di formazione del giudizio politico. Le difficoltà di un’emancipazione nell’autonomia di pensiero rafforzano il potere e rendono il conformismo la scelta più razionale e sicura. Ma ogni potere troppo forte, privo di contraltare, prima o poi diventa una minaccia. L’attuale sistema, sorto dopo la fine della contrapposizione USA-URSS, non fa eccezione: i danni saranno evitati solo controbilanciando questa egemonia.

    La “massa”: il buon senso è il conformismo

    Quando il comportamento dei singoli tende a convergere verso la media, diventando irrilevante rispetto al movimento collettivo, gli insiemi sociali diventano masse. Esse sono ovviamente il contesto ideale per chi esercita il potere, poiché sono più facili da gestire: se gli individui si muovono in branco, basta riuscire a spostarne una parte affinché anche gli altri si muovano per inerzia nella stessa direzione. Esistono molti modi per assicurarsi questo tipo di controllo sociale, nonostante la democrazia rappresentativa. Un esempio sono le tecniche di spin descritte da Marcello Foa su queste pagine, che hanno per scopo non più l’eliminazione delle minoranze critiche, bensì la loro etichettatura, un meccanismo basato sull’attivazione selettiva del pregiudizio.

    Quello che mi preme sottolineare, tuttavia, è che il condizionamento dall’alto delle masse – che indubbiamente c’è, come c’è sempre stato – costituisce solo una parte del fenomeno. Dall’altra parte molto dipende da come le masse stesse, e le minoranze che le compongono, riescono a reagire. Ecco perché è estremamente interessante notare (come abbiamo fatto la settimana scorsa) quanto oggi sia difficile per l’individuo avere a disposizione un contesto protetto entro cui sviluppare un percorso personale di formazione ed emancipazione: perché, se questo contesto è stato demolito, comportarsi come gli altri diventa un meccanismo di risposta perfettamente razionale.

    Il conformismo, visto in questa prospettiva, non è più soltanto una debolezza umana: al contrario è una scelta di buon senso. Imitando il comportamento della maggioranza, infatti, si abbassano le probabilità di incontrare degli oppositori, che potrebbero essere in disaccordo con noi, anche se siamo nel giusto. Inoltre, quando siamo in errore, conserviamo comunque il vantaggio di ritrovarci in una compagnia abbastanza larga per poter legittimamente sperare di trovare comprensione e scampare ritorsioni.

    È un principio che in Italia, per motivi storici e culturali, capiamo al volo: meglio sbagliare con gli altri, che avere ragione da soli. E questa propensione non può che acuirsi, quando tempi duri aguzzano lo spirito di sopravvivenza e quando capire come stiano davvero le cose richiede sforzi superiori alle possibilità di molti.

    Anziché abbandonarci a giudizi sprezzanti ed affrettati, dunque, dobbiamo avere l’obiettività di ammettere che in questo contesto non ci sono facili vie di emancipazione. Costruirsi e saper difendere un’opinione è oggi un lavoro obiettivamente troppo complesso e troppo poco gratificante. Così il singolo tende a seguire la massa, e la massa si fa facilmente controllare dal potere.

    Come uscirne?

    Potere e contro-potere

    Merkel e ObamaProviamo allora, anziché a stigmatizzarlo, a ragionare partendo dal presupposto che nessuna argomentazione razionale sia sufficientemente persuasiva rispetto al primo principio di sopravvivenza: “nel dubbio di cosa convenga fare, meglio non discostarsi troppo da quello che fa la maggioranza”.

    Vediamo cosa succede, allora, applicando questo principio alla pratica; e chiediamoci dove sia, nell’attuale congiuntura politica, la maggioranza da seguire. La risposta mi pare piuttosto semplice. Se guardiamo le cose dalla prospettiva dell’Italia, esiste un ben definito sistema di potere articolato su tre piani:

    1. Livello nazionale: dopo il ventennio berlusconiano, la forza dominante è la sinistra progressista incarnata dal PD;

    2. Livello continentale: il controllo è in mano all’Unione Europea;

    3. Livello mondiale: la prima potenza sono gli Stati Uniti.

    Si può affermare che si tratti di “un sistema” in quanto, nonostante le differenze e qualche screzio, la Casa Bianca supporta il processo di integrazione guidato da Bruxelles, che a sua volta fa affidamento sulle “forze moderate” come il partito di Largo del Nazareno.

    Converrà notare che si tratta di entità storicamente percepite come “buone”: la sinistra, erede dei valori della Resistenza, ha difeso le ragioni dei lavoratori e dei deboli; l’Unione Europea nasce con il crollo del muro di Berlino, la caduta del comunismo e la fine della minaccia di una guerra atomica; gli USA, con tutti i loro difetti, sono però la più antica democrazia esistente, ci hanno liberato dal nazifascismo e poi aiutato col piano Marshall. A ciò si aggiungano tutta una serie di valori morali, politici e scientifici che diamo ormai per acquisiti e che facciamo risalire all’insieme di queste culture.

    Perché, allora, dovremmo metterci contro a chi ci ha portato buoni risultati in passato, è percepito positivamente ancora oggi e detiene una forza politica, finanziaria e militare non trascurabile?

    Sembra un discorso sensato. Eppure a me viene in mente la storia di quell’asino che, dovendo trasportare del sale e dovendo guadare un fiume, bagnava apposta il carico per alleggerire il peso; fintanto che non gli misero in groppa un carico di spugne, col quale naturalmente affogò. Anche al povero animale dovette sembrare sensato comportarsi come si era sempre comportato: ma non aveva tenuto presente che, banalmente, a volte le condizioni cambiano.

    In effetti, se si volesse fare un ragionamento neppure particolarmente approfondito, si potrebbe notare che c’è un prima e c’è un dopo nelle dinamiche globali dal dopoguerra a oggi: e l’evento che giustifica questa spartizione è naturalmente il crollo dell’Unione Sovietica.

    Tutto quello che in genere si giudica positivamente del nostro passato – la Costituzione, la ricostruzione nel dopoguerra, il boom economico, lo Stato sociale, la diffusione del benessere e poi il crollo del muro di Berlino e il trattato di Maastricht – è stato sì conseguito sotto l’ala lunga della tutela americana; ma solo fintanto che gli USA sono stati impegnati a competere con l’URSS. Una volta cessata la minaccia concreta di rivoluzioni comuniste, sul modello cinese o cubano, e non appena il mondo si è abituato ad avere a che fare con una sola super-potenza, il capitalismo ha gettato definitivamente la maschera, diventando molto più aggressivo e selvaggio.

    Non si tratta di una tesi particolarmente originale. Scrive ad esempio Thomas Piketty: “L’esistenza di un modello diverso [in Unione Sovietica] è stato uno dei motivi per cui sono state accettate nel mondo alcune riforme e politiche progressiste. Fa impressione pensare che in Francia, nel 1920, le maggioranze politiche adottassero sempre più velocemente la tassazione progressiva; si trattava degli stessi che, nel 1914, avevano rifiutato a gran voce l’imposta sul reddito con aliquota al 2%. Lo spauracchio della rivoluzione bolscevica, insomma, faceva sembrare la tassazione progressiva molto meno pericolosa.”

    Se accettiamo questa visione; se accettiamo cioè che fosse la forza politica e militare della Russia (quando non i suoi finanziamenti diretti) a rendere credibile la protesta sindacale, e dunque la lotta per maggiori diritti e retribuzioni, e se facciamo un confronto con le disuguaglianze crescenti degli ultimi vent’anni, dovremmo accettare il fatto, allora, che non era l’imitazione del modello politico-economico americano ad essere la strategia vincente, ma il fatto che esso dovesse confrontarsi con un modello alternativo.

    La lezione che dobbiamo trarne non è solo storica: è soprattutto politica. Un potere che non incontra un limite, tenderà a comportarsi a suo libero arbitrio: diventerà quindi assoluto (nel senso etimologico di ab solutus, ovvero “sciolto da ogni costrizione esterna”). In fin dei conti è il motivo per cui in una visione liberale dello Stato si considerano tre poteri politici distinti – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – da affidarsi a tre soggetti diversi. Non esiste dunque un potere buono o un potere cattivo: l’unico potere buono è quello limitato da un contro-potere.

    Naturalmente tra i contro-poteri di una democrazia rientra anche l’opinione pubblica: che però oggi è completamente anestetizzata, per tutti i motivi elencati in precedenza – cosa che rende l’attuale quadro politico particolarmente preoccupante. Ma allora, nel momento stesso in cui ragioniamo in termini di disimpegno politico, confidando nel fatto che un certo partito, una certa istituzione o una certa potenza straniera siano “buoni” o siano comunque “il meglio in circolazione”, di fatto smettiamo di comportarci da contro-potere, smettiamo di fare paura al potere. A quel punto il potere comincia ad agire come viene più comodo a lui: e non si può nemmeno fargliene una colpa, dal momento che noi non ci siamo opposti.

    Individuare il potere

    terra-mondo-satellite-luciIl conformismo che premia la maggioranza al potere, dunque, è rischioso perché incentiva un uso smodato del potere stesso, che può ritorcersi contro di noi. Ma c’è anche un altro problema: che le maggioranze cambiano. E chi si era esposto troppo, perché spalleggiato dai più, potrebbe pentirsi un domani, allorché dovesse scoprire improvvisamente di essere rimasto solo.

    L’ansia tutta italiana di non mettersi contro il potente di turno, che ormai domina completamente il nostro atteggiamento in politica estera, spesso ci fa trascurare un problema decisivo: ossia che sarebbe vitale capire chi avrà potere in futuro. Anche Mussolini, in fin dei conti, pensava di aver fatto la scelta più sicura, quando decise di entrare in guerra a fianco di Hitler, mentre la Germania aveva già conquistato mezza Europa: e come è andata a finire lo sappiamo tutti.

    La nostra percezione del mondo (come è successo a tutte le civiltà in tutte le epoche) è condizionata dalla parzialità dei nostri pregiudizi e dai nostri valori, che la supposta superiorità della nostra scienza e la pervasività dei mezzi di comunicazione non mitigano: anzi, esasperano. E dunque potremmo sbagliarci di nuovo.

    Oggi, ad esempio, i paesi emergenti non accettano più di giocare secondo le regole imposte dalla finanza occidentale, e fanno le loro mosse. Dal 2014 i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno già la loro banca alternativa al Fondo Monetario Internazionale: l’NDB (New Development Bank). La Russia, a sua volta, guida l’EEU (Eurasian Economic Union), insieme ad Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kyrgyzstan. Alcuni di questi paesi insieme a Russia e Cina sono parte dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione, o SCO (Shanghai Cooperation Organization). I cinesi, infine, hanno la loro potentissima AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank), di cui fanno parte 57 paesi fondatori di tutto il mondo, Italia compresa.

    Come si vede, il mondo non ha un padrone solo. Gli USA sono ancora la maggior potenza militare, ma non tutte le controversie si risolvono sparando: e l’atlantismo si sta facendo oppositori sempre più preparati ed intelligenti (mentre l’Unione Europea è relegata ad un ruolo marginale). In questo contesto non c’è niente di più stupido che abbracciare ciecamente la causa di una parte unica.

    Possiamo concludere, dunque, che limitarsi a servire il potere non è mai la decisione più saggia. Un potere non resta solo troppo a lungo: ma finirà per generare, prima o poi, un’opposizione bellicosa. Pertanto la scelta più sensata è sempre quella di osservare con intelligenza le cose e puntare ad equilibrare ogni contrapposizione: perché le transazioni impreviste rischiano purtroppo di essere traumatiche.

    Andrea Giannini

  • Europa e crisi, il cieco ed ostinato ottimismo: ecco perché ci rifiutiamo di ammettere la realtà

    Europa e crisi, il cieco ed ostinato ottimismo: ecco perché ci rifiutiamo di ammettere la realtà

    europa-bceSiamo ormai entrati nel quinto anno di questa rubrica; e dopo aver assistito per così lungo tempo a una crisi economica che non accenna a passare (a meno di non voler vedere una vera ripresa economica in un paio di decimali positivi, ottenuti in una congiuntura particolarmente fortunata e grazie a regali irripetibili alle imprese) non possiamo che chiederci perché risulta tanto difficile capire che ciò che ci impedisce di rialzarci è il sistema in cui siamo calati.

    Premessa: il rifiuto della spiegazione

    È da quando c’è Monti (Berlusconi fu cacciato proprio perché non dava sufficienti garanzie in questo senso) che i bilanci dello Stato vengono monitorati dall’Unione Europea. Ed è da allora che tutti i governi continuano a ripetere che non c’è una seria alternativa a queste politiche: bisogna “fare i compiti a casa” per poi “essere credibili” e per contrattare con i partner “margini di flessibilità”. Quanti anni di recessione, disoccupazione elevata e svendite di aziende dobbiamo ancora passare perché si capisca che questa strategia è controproducente? Che cosa deve accadere affinché si diffonda la consapevolezza che stiamo percorrendo la strada sbagliata?

    Fino a poco tempo fa qualcuno si poteva ancora illudere che il problema fosse la mentalità dell’attuale leadership europea e che, col tempo, attraverso un processo democratico, avremmo potuto “cambiare verso”. Ma il fallimento di Tsipras in Grecia dovrebbe avere ormai dimostrato che all’interno di queste regole non si può fare nulla: fintanto che la valuta e le leve di finanziamento di uno Stato sono controllate dal di fuori di esso, la democrazia è sotto ricatto.

    Il problema è dunque obbiettivamente la costruzione della moneta unica, che si riverbera in una politica comunitaria insoddisfacente sotto ogni punto di vista. Perché allora è tanto difficile ammettere che dobbiamo sbarazzarci di questa Europa?

    È possibile che qualcuno creda alla storiella dell’Europa Unita che ci avrebbe risparmiato un terzo conflitto mondiale: ma francamente è difficile credere che tutto si riduca a una simile scempiaggine. La verità, allora, deve essere un’altra. Con tutta probabilità, se dopo quattro anni ancora non si riesce a confrontarsi con il problema, bisogna concludere che non lo si vuole fare.

    Recentemente Alberto Bagnai ha lanciato su twitter una provocazione facendo una richiesta apparentemente banale: che qualcuno segnali almeno un serio articolo scientifico sui benefici dell’euro. Nonostante i molti colleghi con cui l’economista dialoga quotidianamente, al momento in cui scrivo ancora nessuno si è fatto avanti. È l’ennesima riprova che la questione corretta non è: “come mai la gente non capisce?”; ma: “come mai la gente si rifiuta di ammettere la realtà?”.

    A questa domanda dobbiamo dare due risposte: una per l’individuo e una (la settimana prossima) per la massa.

    L’individuo: crisi d’identità tra “permeismo” e “tecnicismo”

    Se ci riferiamo a interlocutori singoli, bisogna tenere presente un dato: non è scontato che l’individuo abbia interesse a costruirsi un’opinione personale.

    Questo dipende certamente dal fatto che viviamo in un’epoca di scarsa mobilità sociale, in cui le basse aspettative di migliorare la propria condizione di partenza non incentivano a dotarsi di raffinati strumenti concettuali. Tuttavia non credo che ciò basti a rendere ragione di come la capacità di sostenere una conversazione su temi di interesse generale sia precipitata rispetto a venti o trent’anni fa. La mia impressione è che, attraverso lo smantellamento di quei veicoli sociali ed istituzionali deputati al consolidamento di un’identità, sia passato anche il messaggio che, tutto sommato, essi non servano.

    Già nella versione cartacea di questa rubrica mi ero occupato di questi meccanismi di formazione e in-formazione individuale, che posso riassumere incasellandoli in tre grandi famiglie:

    1. la provenienza sociale (famiglia, cultura, lingua, usi, ecc.);

    2. l’educazione scolastica;

    3. l’informazione.

    In pratica la capacità di farci un’idea su ciò che sta accadendo dipenderà: 1. dalla spinta proveniente dall’ambiente in cui cresciamo (valori, interessi, apertura mentale, amicizie, ma anche risorse umane e materiali); 2. dall’istruzione che ci è impartita (nuovi valori, conoscenze, riflessioni, socialità, sviluppo di capacità, specializzazione lavorativa); e infine 3. dalla qualità delle informazioni che riceviamo (ossia da come i media fanno il loro lavoro).

    La demolizione mirata di questi capisaldi (grazie alla riduzione di redditi, incentivi e protezioni sociali, alla destrutturazione la scuola pubblica, a vie traverse per imbrigliare la libera informazione, ecc.) è stata giustificata con il risultato stesso a cui essa stava mirando. A un certo punto si è stabilito che non è responsabilità dell’individuo capire cosa succede intorno a lui. Egli è un ingranaggio in una macchina più grande, i cui contorni non può afferrare: e dunque non vale la pena perdere tempo ad elaborare una comprensione di quanto possano essere più o meno adeguati gli attuali rapporti sociali. Le cose semplicemente vanno come devono andare: se andranno bene, tanto di guadagnato; altrimenti si dovrà solo pazientare. L’obiettivo è pensare per sé stessi e mantenere un cieco ed ostinato ottimismo che tutto alla fine si aggiusterà.

    Nonostante questa forma di disimpegno teorico sia piuttosto diffuso, pochi hanno la sfrontatezza di dichiararlo apertamente. La maggior parte delle persone non vorrà ammettere di essersi accontentata del sentito dire: e dunque profonderà molto impegno a difendere strenuamente (quella che crede essere) la sua opinione. A questo fine esistono due opposte soluzioni dialettiche: il “permeismo” e il “tecnicismo”.

    Il primo è l’atteggiamento tipico di quelli (i “permeisti”) che pretendono di poter dire la loro su qualsiasi ramo dello scibile umano, semplicemente premettendo un “per me…” o un “secondo me…” – come se affermare la libertà di espressione comportasse eludere il problema di quanto diversamente qualificati (e dunque diversamente rilevanti) siano i diversi pareri. Il secondo, invece, riguarda l’approccio di coloro (i “tecnicisti”) convinti che un dibattito serio sia accessibile solo allo specialista in grado di padroneggiare argomentazioni tecniche.

    Di solito il permeista ha un basso livello di istruzione, cui pretende di supplire con l’esperienza personale; mentre il tecnicista tende ad avere un’istruzione superiore specializzata, che utilizza come strumento, o più spesso come modello di uno strumento, per la comprensione della realtà. Entrambi questi atteggiamenti, tuttavia, si distinguono perché funzionali all’obiettivo di permanere nel proprio parere iniziale. Il permeista può essere tranchant trincerandosi dietro al politically correct (“è la mia opinione”); per il tecnico c’è sempre un livello di complessità ulteriore da analizzare: e dunque le discussioni possono proseguire fin che si vuole, senza che si possa mai stabilire chi ha ragione.

    In entrambi i casi, sia che siano costretti a ricorrere a questi surrogati di opinione, sia che rinuncino più o meno ostentatamente ad un’autonomia di pensiero, resta il fatto che i singoli individui non sono in condizione di alimentare una reazione al conformismo. Privi di identità culturale e della possibilità di (in)formarsi, essi perdono la capacità di confrontarsi e finiscono per trovare più conveniente attrezzarsi con qualche espediente retorico, per poi affidare i problemi reali alla narrazione del pensiero dominante.

     

    Andrea Giannini

  • Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    profughiCi deve essere qualcosa che non va in me. Forse sto diventando un bieco razzista, un fondamentalista di estrema destra. Eppure davvero non riesco a capire il modo in cui la sinistra, a partire da quella costola cosiddetta “critica”, pretenderebbe di affrontare la crisi dell’immigrazione.

    Dicono che ci sono guerre e terroristi, tra l’Africa e il Medio Oriente, che stanno distruggendo la vita di intere popolazioni: tanto che molti, persino donne e bambini, preferiscono dare tutti i loro soldi a trafficanti senza scrupoli, farsi picchiare e maltrattare, stivare in una zattera o inscatolare dentro ad un camion, rischiando così una morte atroce, pur di raggiungere l’Europa e finire nelle mani (almeno per quel che riguarda l’Italia) di qualche cricca che lucra sui centri per l’accoglienza oppure a raccogliere arance per un tozzo di pane e un tetto di lamiera sopra la testa.

    Se questo è vero, allora, siamo di fronte ad un dramma di proporzioni inaudite, una sequela di crimini contro l’umanità verso cui la prima reazione di ogni persona che osi definirsi tale – io credo – dovrebbe essere: “fermiamo tutto questo il prima possibile”. Invece, ad ogni disgrazia del mare o della strada, dal variopinto mondo della sinistra, cioè da quelli che pretendono di occuparsi del sociale e degli ultimi, si leva un’altra parola d’ordine: “accogliamoli”.

    Ora – ripeto – sarò io che sono strano (e forse una mattina mi risveglierò e, guardandomi allo specchio, scoprirò che mi sono spuntati i baffetti alla Hitler), ma a me pare proprio che limitarsi ad accogliere i profughi non elimini né le terribili sofferenze patite prima, né lo sfruttamento a cui andranno verosimilmente incontro dopo. Mi pare, anzi, che così facendo non si faccia nulla per salvare la vita a chi muore sotto le bombe, a chi viene costretto a vivere in un campo profughi in Medio Oriente, a chi è troppo povero per dare soldi a uno scafista, a chi annega in mare o a chi soffoca in un camion tra i Balcani.

    Con la politica dell’accoglienza possiamo – al limite – lenire le sofferenza di chi “ce l’ha fatta”: ma manteniamo in piedi, e forse incentiviamo, una dinamica molto più vasta fatta di guerre, trafficanti senza scrupoli, schiavisti e sfruttamento. Mi pare evidente che intervenire a valle di un processo che ha fatto 3419 morti l’anno scorso nel solo Mediterraneo, altrettanti nello stesso periodo per una guerra in Libia che teoricamente sarebbe finita, e più di 230.000 da quando è scoppiato il conflitto in Siria, equivalga sostanzialmente a ignorare queste carneficine.

    L’ipocrisia è talmente macroscopica che – mi auguro – chi tra i miei lettori si sente di sinistra, o semplicemente si batte per l’accoglienza dei profughi, vorrà rifiutarla. Egli probabilmente obbietterà che l’accoglienza è innanzitutto un dovere umano: e un primo soccorso non impedisce di agire in altro modo e in altre sedi per risolvere il problema alla radice. Mentre si pensa alla soluzione da adottare, si può fare comunque il possibile per salvare quelle vite alla nostra portata.

    In effetti il principio è sensato e mi troverebbe concorde, se non fosse per un piccolo dettaglio: che per la sinistra il problema migrazioni non è risolvibile. Ai più attenti non sarà sfuggito, infatti, che, nel tentativo di replicare alla destra cosiddetta “xenofoba”, molti si lascino andare ad un’interpretazione fatalista delle dinamiche migratorie.

    Ad esempio il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha recentemente dichiarato: «Non è possibile che l’unica risposta sia una banalità come quella di dire “noi gli immigrati non li vogliamo”. Anche perché arrivano comunque». Per il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Non si tratta di fenomeni episodici: […] andranno avanti per i prossimi 10-15 anni». Addirittura, secondo il Presidente della Fondazione Italiani Europei, Massimo D’Alema, gli immigrati devono venire in Europa per pagare le nostre pensioni. Nel corso di un convegno della CGIL a Ventotene, il “leader Maximo” ha ribadito quando espresso più volte in passato: «Se [entro il 2080] non dovessero arrivare cinquanta milioni di giovani, dall’Africa o dall’Asia, l’Europa chiuderebbe».

    Dichiarazioni come queste sono all’ordine del giorno. Esse dimostrano inequivocabilmente che la leadership di sinistra difetta del presupposto indispensabile per ogni azione politica efficace: ossia la necessità di guardare agli esodi delle masse come drammi da combattere ed estirpare, anziché come eventi positivi o gioiosi incontri tra popoli.

    Le stesse persone che da una parte fanno l’apologia del profugo e sbattono in piazza le sue sofferenze, dall’altra bollano come inevitabili e immodificabili le dinamiche che sono la causa diretta di quelle stesse sofferenze; come se ciò che spinge le persone ad abbandonare le loro case ed i loro affetti per andare a morire in qualche posto lontano debba essere accettato quasi fosse la cosa più normale del mondo. L’ipocrisia più grande sta proprio qui, nel considerare “fisiologico” un evento che non ha cause naturali, ma che è stato prodotto artificialmente dall’uomo – segnatamente l’uomo occidentale – e dal suo desiderio di potere.

    Certo nessuno nega che dal Medio Oriente all’Africa ci siano “guerre civili”, “dittatori” e “il terrorismo”: ma tutte queste cose vengono trattate come fossero questioni interne a quel mondo; quasi che, tutto sommato, questi neri e questi arabi non fossero capaci di vivere in pace e dovessero per forza trovare una scusa per ammazzarsi tra di loro. Ma la realtà è che in un mondo globale non esistono questioni esclusivamente interne: e spesso chi crea i problemi siamo noi.

    Ad esempio l’ISIS, ossia letteralmente lo “Stato Islamico dell’Iraq e Siria”, nasce proprio là dove regnava Saddam Hussein, il dittatore che gli Stati Uniti nel 2003 si presero la briga di abbattere per “esportare la democrazia”. Dopo aver “liberato” il paese e essersi lasciati alle spalle qualcosa come mezzo milione di morti, gli americani si sono dati alla destabilizzazione del confinante stato siriano retto da Bashar Al-Assad, un altro dittatore che, per un motivo o per l’altro, non tornava più tanto comodo avere di mezzo. Come spiega Marcello Foa (che cita fonti autorevoli come l’americana PBS e l’israeliana Haaretz) gli USA armarono ed addestrarono i ribelli islamici, inizialmente salutati come sinceri democratici; i quali invece, di lì a breve, decisero di costruirsi un loro stato volgendo i cannoni contro Baghdad e issando le terribili bandiere nere del califfato.

    In Libia i combattimenti tra varie tribù, mercenari e fondamentalisti proseguono dal 2011, da quando cioè Gheddafi veniva rovesciato da un intervento militare congiunto della NATO voluto da Francia e Stati Uniti. Da allora non esiste un governo sufficientemente forte con cui contrattare per bloccare le partenze dei barconi di disperati provenienti da tutta l’Africa, a sua volta spolpata dalle multinazionali occidentali e in mano a governi corrotti. Perciò, anche volendo aprire tutte le frontiere d’Europa, accogliendo indistintamente chiunque voglia venire, è evidente che questo non sarebbe in alcun modo un rimedio al vero problema: la fallimentare politica estera della prima potenza mondiale.

    Gli USA non sono riusciti ad essere fonte di stabilizzazione per queste regioni, finendo anzi per creare un problema dietro l’altro, senza preoccuparsi nemmeno di aver esposto gli stessi partner europei alle ripercussioni di queste strategie violente, ciniche ed avventate. Anziché denunciare questo scempio, rispedire al mittente l’ipocrita lezioncina di Obama e magari chiedere di mettere in discussione la permanenza del paese nella NATO, la sinistra italiana si schiera compatta dalla parte di questo atlantismo guerrafondaio, alzando le spalle e allargando le braccia ogni volta che se ne palesino gli esiti devastanti.

    E non sono solo i politici o gli alti esponenti di partito a rendersi colpevoli di questa ingiustificabile sudditanza. Un intero fronte di pensiero che pretenderebbe di definirsi pacifista, di stare dalla parte dei poveri, di incarnare l’alternativa al consumismo sfrenato di matrice americana non trova di meglio da fare che prendersela con Salvini: ma resta ad osservare gli esodi di disperati, come se dipendessero dall’improvvisa voglia di intere popolazioni di cambiare quartiere.

    Forse da qualche parte sono rimaste sparute oasi di pensiero critico: ma che fine hanno fatto le 100.000 persone che nel 2002 Rifondazione Comunista portò in piazza contro la guerra in Iraq? Non possono essere tutte morte o essere diventate tutte improvvisamente sensibili alle crude ragioni della realpolitik. Probabilmente, allora, hanno semplicemente perso rappresentanza politica o sono state anestetizzate dal pensiero unico, incapaci di reagire alle denunce di chi ha il coraggio di sporcarsi le mani con i problemi veri, come padre Giulio Albanese. E forse – chissà – oggi vanno in giro predicando la famosa accoglienza, di cui naturalmente si dovrebbero fare carico i lavoratori, in particolare quelli meno qualificati, più esposti alla concorrenza spietata e alla deflazione salariale di un’immigrazione di massa.

    Questo “umanitarismo degli ultimi” è insopportabile proprio perché esige che siano gli ultimi, cioè le stesse vittime di questa globalizzazione selvaggia, a farsi carico della carità umana, mentre dispensa con grande liberalità chi sta in alto: perché i grandi signori hanno le loro ragioni per fare le cose, e non è bello che la povera gente voglia chiederne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Il fallimento di Tsipras e la Germania mercantilista: il problema è l’euro

    Il fallimento di Tsipras e la Germania mercantilista: il problema è l’euro

    Angela MerkelLa tragedia greca non è finita: a breve ne vedremo ancora delle belle. Tuttavia con il voto del Parlamento di mercoledì notte si è compiuta una svolta cruciale. Il premier Tsipras, l’eroe mitologico della sinistra europea, colui che doveva rappresentare le speranze di un’Europa alternativa alle politiche di austerity, ha dovuto alla fine accettare un umiliante accordo con i creditori, ammettendo placidamente davanti ai suoi: «Se qualcuno ha alternative, me lo dica».

    Queste parole sono la definitiva pietra tombale sulla strategia di chi voleva cambiare l’Europa dall’interno. Quelli che fino a ieri lanciavano appelli alla solidarietà, quelli che predicavano un cambio di verso, quelli che sostenevano la necessità di battere i pugni sul tavolo, quelli per cui le politiche sociali e per la crescita si fanno a livello comunitario, e soprattutto quelli che “l’Europa ci ha dato la democrazia”; tutti costoro hanno avuto la prova, semplicemente, di aver avuto torto.

    Il fallimento di Tsipras è il loro fallimento: è il fallimento di una sinistra troppo ideologizzata, troppo impegnata a contemplare la bellezza estetica degli ideali che propugna per darsi la pena di considerare se e come metterli in pratica. La colpa di questo fronte politico, che è anche la ragione della sconfitta del premier greco, e insieme la causa diretta delle sofferenze di un continente intero, sta nell’avere ostinatamente negato il problema principale: la moneta unica. La verità è che la crisi dipende dall’euro, e l’unica soluzione è uscirne il prima possibile.

    Tsipras, vittima del suo stesso populismo e della clamorosa ignoranza del ministro Varoufakis (giustamente stigmatizzata da Pier Giorgio Gawronski su Il Fatto Quotidiano), è stato così ingenuo da presentarsi al tavolo del negoziato senza nemmeno una bozza del famoso “piano B” (come reintrodurre una valuta nazionale): anzi, nel tentativo, forse, di rabbonire la controparte, ha ammesso pubblicamente la sua impreparazione, confessando così di non disporre di alcuna possibilità di ritorsione e finendo per farsi chiudere in un angolo e spolpare vivo.

    Nonostante l’incredibile errore strategico, che lascia la sinistra priva di una strategia anti-austerity e – quel che è peggio – irrimediabilmente corresponsabile del crimine perpetrato, spalancando così la strada all’avvento delle peggiori destre, c’è ancora chi, per viltà o per mestiere, non può fare a meno di mentire, individuando un nuovo capro espiatorio: la Germania.

    Wolfgang Schaeuble, l’inflessibile ministro delle finanze, e Angela Merkel, il potente cancelliere, sono ormai nell’immaginario collettivo gli eredi di un’anima tedesca che si pensava morta e sepolta. Inamovibili, privi di memoria storica ed incapaci di solidarietà, questi mostri teutonici stanno mettendo a rischio il meraviglioso sogno europeo: essi dimenticano i debiti (anche morali) che furono condonati alla Germania e si accaniscono sulla povera Grecia, con una militarizzazione finanziaria degna del Quarto Reich.

    Si tratta, ovviamente, di fantasie sciovinistiche, alimentate da questa mal intesa integrazione (alla faccia di chi sostiene che l’Unione Europea porti la pace). La realtà è un’altra: non ci sono colpe imputabili esclusivamente alla leadership tedesca.

    Ci si dimentica, infatti, che tutto l’eurosummit ha sottoscritto l’accordo: compresi naturalmente i nostri rappresentanti. Padoan si è schierato subito con Schaeuble, Renzi (ormai indistinguibile da Crozza) si è vantato di aver salvato l’Europa e tutto il PD ha esultato. Certo c’era da fare i conti con la volontà della Germania: e la politica è fatta anche di compromessi. Ma se quanto è stato imposto alla Grecia giustifica, anche solo lontanamente, il paragone tra Angela Merkel e Adolf Hitler, allora sarebbe stato il caso di mettersi una buona volta di traverso per non passare da Quisling.

    In secondo luogo bisogna ammettere che la Germania ha sempre seguito una linea di politica estera ben precisa, senza mai mostrarsi aperta, anche prima dello scoppio della crisi, all’idea di accollarsi i debiti del resto del continente. Per quale motivo, dunque, questa volta avrebbe dovuto disattendere quello che è l’orientamento prevalente tra i suoi elettori? Certo si può argomentare che il suo atteggiamento mercantilista la ha di molto avvantaggiata; e che dunque sarebbe il momento di mostrare un po’ di solidarietà. Ma se ci fosse propensione alla solidarietà, non ci sarebbe una politica mercantilista.

    Su questo punto occorre soffermarsi ancora. Chi punta ad arricchirsi con l’export, stando al riparo dalla rivalutazione della moneta grazie ai cambi fissi, assume per definizione un atteggiamento non collaborativo nei confronti dei propri partner. Non per niente questa politica si chiama “beggar-thy-neighbour”, ossia “impoverisci il vicino”: essa presuppone l’accumulazione di surplus grazie al fatto che altri accumulano deficit.

    Si può naturalmente biasimare la Germania per questo: ma non si può negare che non abbia perseguito questa linea con coerenza. Cosa abbia autorizzato, invece, il resto d’Europa a pensare che i tedeschi avessero cambiato idea resta un mistero. Per quale motivo, poi, si sia concluso che le cose sarebbero andate meglio privandosi del meccanismo di difesa dei cambi flessibili, per sostituirli con generici appelli alla solidarietà, è quasi al limite della comprensione umana.

    C’è infine una terza questione: se la Germania è così cattiva e così poco cooperativa, perché non abbiamo fatto altro che magnificare, fino all’altro ieri, il favoloso modello tedesco? Perché, dal sindacato alla Confindustria, tutti si sono dichiarati entusiasti sostenitori del “facciamo come la Germania”?

    Il fatto è che i “virtuosi” tedeschi sono stati il riferimento del capitalismo internazionale (e dei suoi “servi sciocchi”) per un motivo banale: perché la loro politica economica, vincente proprio grazie all’euro, massimizza i profitti del capitale a scapito dei redditi da lavoro. È per questo che un po’ in tutta Europa le élite hanno puntato su questo modello (asetticamente ribattezzato “le riforme”): ed è per questo che non si possono isolare le colpe della classe dirigente tedesca da quelle delle altre. Tutto il mondo industriale e finanziario internazionale, grazie anche ad opinioni pubbliche anestetizzate, ha spinto perché si arrivasse a questo punto.

    Oggi, semplicemente, si è dovuto ribaltare la favola: i tedeschi sono passati dall’essere i più produttivi all’essere i più ottusi solo perché il mantenimento del vantaggio competitivo tedesco è entrato in contrasto con la salvaguardia dell’euro. Il capitalismo dovrà dunque fare i conti con le rinate aspirazioni nazionali e poi scegliere: anche se in ogni caso non sarà un scelta priva di pesanti conseguenze.

     

    Andrea Giannini

  • Referendum, polveroni e leader: la democrazia è in crisi e l’Europa Unita non esiste

    Referendum, polveroni e leader: la democrazia è in crisi e l’Europa Unita non esiste

    europaCosa realmente ci sia stato dietro ai tentativi di accordo e agli incomprensibili tentennamenti di questi ultimi giorni temo sia questione da lasciare in eredità agli storici del futuro. Cosa sia passato (e cosa passi ancora) per la testa dei vari Tsipras, Juncker, Varoufakis, Dijsselbloem e Merkel, quali e quante pressioni questi abbiano subito, quali e quanti interessi siano in ballo; quale sia, insomma, la verità, si saprà probabilmente tra diversi anni. Resta il fatto che in Grecia l’appuntamento di domenica con il referendum rimane: e se qualcuno ha davvero lavorato dietro le quinte per impedire che avesse luogo, allora non è riuscito nel suo intento.

    L’unica possibilità, a questo punto, è che il Consiglio di Stato blocchi la consultazione per incostituzionalità, accogliendo così il ricorso presentato da due cittadini greci. Il rischio – a dire il vero – sarebbe anche serio, perché il ricorso pare più che fondato. Ciononostante è probabile che si trovi una scappatoia: in caso contrario, infatti, molti finirebbero per vedere, dietro alla sentenza, il preciso calcolo o una qualche forma di pressione da parte del governo greco; il quale, dopo aver sollevato tutto questo polverone solo per avere un’arma negoziale, cercherebbe in questo modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Il sospetto peserebbe come un macigno sul prosieguo dei negoziati: ed è dunque ragionevole supporre che nessun giudice si voglia prendere questa responsabilità.

    È probabile, allora, che il referendum si farà: e il merito, forse, è più della Merkel che di Tsipras. Quest’ultimo, infatti, dopo la coraggiosa mossa a sorpresa, è parso obbiettivamente deragliare, imbarcandosi in improbabili tentativi di accordo che oggi mettono in discussione persino il senso stesso della consultazione (dato che non è più chiaro nemmeno su quale memorandum esattamente il popolo greco sia chiamato ad esprimersi); mentre la cancelliera tedesca, al contrario, ha mantenuto diritta la posizione dell’Europa, mostrando una volta di più che la Germania non è solo il paese più forte, ma è anche l’unico in grado di imporre una posizione sufficientemente ferma ed autorevole in un continente allo sbando.

    Renzi gigioneggia per mascherare la sua irrilevanza. Hollande appare scialbo e insignificante. Dijsselbloem è irritante, Tsipras è comprensibilmente spaventato e Juncker troppo occupato a godersi i piaceri della vita. In questo contesto l’unica che sembra davvero decisa a vedere le carte per chiudere la mano è Angela Merkel. Se questo è vero, allora, possiamo star certi che il referendum si farà; perché è interesse della Germania archiviare una volta per sempre la pratica greca.

    Potrei spingermi addirittura ad ipotizzare che Berlino punti ad una vittoria dei no, in modo da avere una scusa per cacciare Atene fuori dall’euro, risolvendo così definitivamente quella che è solo una grana per gli equilibri interni della cancelleria. Senza la Grecia, in effetti, la Merkel smetterebbe di farsi logorare, in un colpo solo, tanto dai falchi del rigore, quanto dai socialdemocratici e della Linke. Ma queste sono solo speculazioni. Ad essere tremendamente reale, invece, è la crisi della democrazia.

    EuropaSembra che nessuno si renda conto, infatti, che se il referendum greco è capace di generare tutti questi contrasti e di attirare tutte queste critiche, il motivo sta nel fatto che in questa Europa la democrazia si è persa per strada. Non solo si è completamente smarrito il senso della rappresentanza politica, mandando in pezzi il normale equilibrio tra l’azione di governo, il consenso che la supporta e il ricorso alle urne; ma si è dissolto anche il presupposto stesso della democrazia in quanto, letteralmente, “governo del popolo” poiché non si sa più di quale popolo si stia parlando.

    Se i greci possono esprimersi a proposito di un dato programma di aiuti, dall’altra parte, allora, anche gli italiani e i tedeschi devono avere un analogo diritto ad essere interpellati: la democrazia non è il diritto solo di un popolo. Tuttavia, se le due consultazioni avessero esito opposto, che cosa si dovrebbe fare? È ovvio che non si può mettere una democrazia contro l’altra; per cui, a rigore, l’unico voto davvero valido sarebbe quello che chiamasse ad esprimersi tutti i popoli europei insieme. Ma è evidente che è del tutto assurdo chiedere ad un finlandese o ad un portoghese se le condizioni a cui deve sottostare un greco siano giuste o meno, perché – banalmente – non ne sa nulla, né ha interesse a saperlo.

    L’errore sta nel fatto che, in questa fase, le forme della democrazia nazionale sopravvivono all’interno di un livello comunitario che le svuota di senso, ma che pure è incapace di superarle, perché non si può dire in faccia ai Parlamenti nazionali e ai popoli, a partire da quello tedesco, che si devono adattare a farsi comandare dal resto dell’Europa. In queste condizioni, perciò, la consultazione voluta da Tsipras non può essere considerata una forma superiore di democrazia: piuttosto è una roulette russa. E tutto quello che possiamo fare è sperare di non beccarci la pallottola.

    Rimane una verità, tanto banale quanto inoppugnabile: l’Europa Unita non esiste. È un ideale che ci piace fintanto che resta tale, fintanto che rimane confinato nel rassicurante iperuranio dei puri principi. E forse è l’ora di ammettere che, se i risultati pratici sono sempre così deludenti, ci deve essere qualcosa che non va anche nella teoria.

     

    Andrea Giannini

  • Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    grecia-europaFinalmente siamo alla resa dei conti. Dopo mesi di estenuanti tira e molla, Tsipras si è deciso a fare l’unica cosa che poteva fare per non rimandare in eterno i problemi del suo paese, visto il vicolo cieco nel quale si era cacciato.

    Difatti, come avevo sottolineato sin da subito, il premier greco era andato al potere grazie ad una promessa realmente “populista”, nel vero senso del termine; poiché portare il paese fuori dall’austerità, ma mantenerlo nell’euro, è un’ambizione affascinante, ma a tutti gli effetti impossibile. Ho più volte ribadito che l’aver disconosciuto il vincolo della moneta unica come strumento di disciplina dei lavoratori è la colpa storica delle sinistre europee: ed era inevitabile che su questo punto si dovesse infrangere anche la strategia del leader di Syriza.

    Tuttavia prevedere verso quale esito sarebbe rimbalzato questo vano tentativo non era affatto facile, perché i negoziati venivano condotti anche a suon di bluff e minacce. Non si poteva escludere – e non si può escludere tuttora – che la Germania e i paesi del nord volessero davvero spingere la Grecia ad uscire. Ad ogni modo quest’ultima era sicuramente la parte debole: per cui ogni presunta “ultima trattativa” finiva sempre per chiudersi o con una soluzione di compromesso o al prezzo di pesanti tradimenti rispetto al programma elettorale di Syriza, a ulteriore testimonianza dell’incompatibilità tra politiche nazionali e logiche comunitarie.

    Per questo motivo Tsipras poteva solo capitolare oppure decidersi per una mossa a sorpresa: si trattava solo di capire cosa sarebbe successo prima. Dopo quattro mesi di attesa (durante i quali questa rubrica ha giudicato più saggio tralasciare le innumerevoli schermaglie) possiamo dire finalmente che il premier greco – forse per paura che i leader europei, d’accordo con l’opposizione del suo predecessore Samaras, trovassero un modo per farlo cadere – ha preso il coraggio a due mani; e con l’annuncio di un referendum sul piano di salvataggio ha impresso alla vicenda una svolta radicale.

    Quel che è certo, infatti, è che dopo il voto le cose non saranno più le stesse. Anche se il quesito referendario non è esplicito (per cui molti faranno finta di non capire), la posta in gioco è piuttosto chiara: da un lato la Grecia capitola e si mette nella mani dei creditori, sancendo la fine di ogni possibilità di riscatto dall’interno (a meno di una svolta autoritaria); dall’altro lato fa default e, con ogni probabilità, esce dall’euro.

    Difatti le possibilità che l’Europa si faccia condizionare da una libera decisione democratica del popolo greco sono al lumicino. Dall’altra parte, invece, Tsipras ha bisogno del consenso che gli manca per non farsi accusare di aver portato il paese fuori dalla moneta unica solo per un capriccio personale. Da questo punto di vista il leader greco ha trovato una brillante soluzione al suo dilemma politico: se i greci si prendono la responsabilità di dire no al piano di salvataggio europeo, dopo non potranno biasimarlo se come conseguenza Atene viene sbattuta fuori dall’euro; o, all’opposto, se ci saranno ancora lacrime e sangue.

    In ogni caso sarà il popolo greco a prendere quella decisione che i suoi leader politici sono troppo pavidi anche solo per prendere in considerazione. Sempre che, si capisce, vogliano lasciarglielo fare.

    Andrea Giannini

  • Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Palazzo ChigiLa piega presa dal dibattito sull’immigrazione è a tratti surreale. La discussione impazza sia su radio e TV, che sui social network; e pare aver fagocitato totalmente la politica, che invece continua a dare scarso peso tanto ai gravi segnali di disgregazione nell’UE (sempre più forti, indipendentemente da quello che sarà l’esito del negoziato di lunedì sui destini della Grecia) quanto ai venti da guerra fredda che soffiano lungo la frontiera ucraina. Eppure, se andiamo nel concreto, scopriamo che le differenze tra le diverse posizioni si assottigliano fino quasi a scomparire.

    Tutte le maggiori forze politiche, e – mi verrebbe da dire – quasi tutta l’opinione pubblica, pur divergendo su dettagli anche significativi, sembrano concordi su molti punti generali. Salvare i naufraghi, fermare gli sbarchi, cercare forme di cooperazione con le autorità locali nordafricane, garantire diritto di asilo ai rifugiati (qui l’approfondimento di Era Superba sui profughi a Genova), perseguire gli scafisti: questi e altri principi sono accettati in modo trasversale rispetto agli schieramenti politici. Ciononostante i partiti e le persone continuano a dividersi in modo aspro e persino verbalmente violento; tanto che viene da chiedersi da dove vengano le ragioni di una tale immotivata conflittualità.

    Il fatto è che a un nucleo di idee comuni si arriva a partire da orientamenti pregiudizialmente diversi cui non si vuole rinunciare. Oltre ad un “centro” pragmatico ed indeciso, di cui è difficile valutare il peso reale, nell’opinione pubblica si fronteggiano due ali estreme: una destra xenofoba e una sinistra xenofila.

    Questi orientamenti non si formano a posteriori, in seguito ad un’attenta analisi dei fatti, che – occorre dirlo senza qualunquismi – in fenomeni di così vasta portata non è obiettivamente alla portata di noi persone comuni (né è facilmente sintetizzabile a livello divulgativo). Tali orientamenti, piuttosto, dipendono da un pregiudizio istintivo, che, a livello più o meno conscio, sviluppiamo sin dalle prime riflessioni ed esperienze, e che poi è difficile scardinare.

    Il dibattito pubblico ha raggiunto alti livelli di conflittualità perché si è chiaramente spostato dalle questioni pratiche legate alla gestione, alle questioni morali legate ai pregiudizi. In altri termini, anziché concentrarci sulle misure da adottare per superare l’emergenza e regolare al meglio i flussi migratori, passiamo il tempo a dibattere su chi siano i buoni e i cattivi, attaccandoci ai toni, ai termini e ai principi, o chiamando in causa dinamiche storiche che richiederebbero un contesto di analisi meno estemporaneo.

    Questa involuzione non dipende solo dalla scarsa maturità della nostra opinione pubblica; ci sono anzi, a mio giudizio, almeno due motivi specifici che spiegano la tendenza: la convenienza politica di un dibattito divisivo e il diverso grado di accettabilità sociale dei due orientamenti contrapposti.

    Per quello che riguarda il primo punto, è piuttosto evidente che i partiti non hanno niente da guadagnare nell’articolare una posizione comune. Non ha alcun incentivo la Lega Nord, che dando l’impressione di propugnare in esclusiva la necessità di una maggiore durezza verso i clandestini ha aumentato i suoi consensi; ma non ha alcun incentivo neppure una parte del Partito Democratico, che, se ammettesse apertamente di non apprezzare Salvini solo per via di certe esternazioni, e non per la sostanza, finirebbe per lasciare in mano alla sinistra interna e a SEL la bandiera di una posizione ideologica che frutta troppi voti. Anche il Movimento 5 Stelle e Forza Italia devono dimostrare di essere della partita: e dunque anch’essi puntano a criticare i rivali e a distinguersi come meglio possono.

    In fondo se si toglie il tema immigrazione dal confronto politico, non rimangano molti altri argomenti su cui abbia senso dividersi. Ecco perché l’immigrazione è vitale: perché consente alla partitocrazia italiana di giustificare se stessa. E se pure è vero che il dibattito pubblico riesce ancora ad accendersi anche su altri temi più concreti, quali la scuola, le pensioni, le tasse o il lavoro; resta il fatto che questa dialettica ha un sapore del tutto diverso.

    La secolare crisi ideologica dei partiti, infatti, ha privato questi ultimi di un’idea della società che costituisca un riferimento forte, costringendoli a rincorrere le mode del momento e condannandoli ad assumere posizioni ondivaghe e talvolta contraddittorie: da qui gran parte del dilagare dell’astensione. Il risultato è che al giorno d’oggi poche battaglie possono essere associate immediatamente all’idea che abbiamo di un partito: il PD ha tradito sul lavoro, la Lega ha accantonato il federalismo e Forza Italia sta cercando di andare oltre persino allo stesso Berlusconi. L’immigrazione appare dunque l’ultima occasione rimasta a queste forze politiche per dare l’impressione di avere un’anima, un ideale e un’identità; di non essere solo meri contenitori di ambizioni personali e interessi particolari.

    Inoltre – e veniamo così al secondo punto – il confronto tra il pregiudizio xenofobo e quello xenofilo non è ad armi pari: perché la xenofobia, considerata come valore, non è socialmente tollerata. Ciò non significa che in una parte – purtroppo – sempre più ampia della società non facciano la loro indisturbata comparsa veri e propri rigurgiti razzisti. Tuttavia una posizione del genere può essere orgogliosamente rivendicata solo da qualche spavaldo intollerante in quanto privato cittadino: ma non è ammissibile per un personaggio pubblico, che potrebbe persino essere perseguitato penalmente.

    Per questo motivo addirittura Casapound ufficialmente rinnega l’etichetta di xenofobia; mentre la preoccupazione opposta è del tutto assente dall’altra parte. A sinistra è motivo di vanto dichiararsi pregiudizialmente favorevoli all’immigrazione proprio perché, per i valori che dominano nella nostra società, una simile posizione, anche se preconcetta, non attira il biasimo di nessuno.

    Abbiamo così un pregiudizio intollerabile (xenofobia), che per partecipare alla discussione pubblica è costretto a incanalarsi lungo il solco del pragmatismo, e un pregiudizio tollerabile (xenofilia), che invece è socialmente apprezzato e, dunque, non ha alcun incentivo a scendere a patti con la pratica. È così che chi esprimerebbe di principio la posizione moralmente più accettabile dà al dibattito, di fatto, una piega ideologica che lo rende politicamente irrisolvibile.

     

    Andrea Giannini

  • Regionali, l’esito del voto non sorprende: il Pd raccoglie quanto seminato

    Regionali, l’esito del voto non sorprende: il Pd raccoglie quanto seminato

    regione-liguriaL’esito del voto alle regionali, checché se ne dica, non ha portato vere sorprese. Che la Lega Nord fosse salita nei consensi e che il M5S, tutto sommato, tenesse botta, sono entrambe tendenze che i sondaggi andavano registrando già da qualche tempo. Al contrario il ridimensionamento del PD e il colpo di coda di Forza Italia, soprattutto nella nostra regione, possono aver colto di sorpresa alcuni commentatori: ma a ben vedere si tratta di eventi tutt’altro che eccezionali. Era chiaro che l’opinione pubblica stesse sopravvalutando Renzi e sottostimando quello che resta del partito di Berlusconi.

    Del premier si è parlato per un anno intero come di un re Mida della politica, capace al solo tocco di trasformare persino il Partito Democratico in un pezzo d’oro da 40,8 carati. Tuttavia una corretta interpretazione del voto avrebbe rivelato sin da subito che quello strabiliante successo era dovuto soprattutto alla liquefazione di Monti e del suo Scelta Civica (non a caso ribattezzato “sciolta civica”). In realtà nel complesso il fronte moderato non aveva guadagnato più di quanto avesse guadagnato il fronte anti-euro: entrambi erano cresciuti a scapito dell’indecisione di Grillo e Tsipras, dimostrando così la polarizzazione dell’elettorato attorno ai temi cruciali della continuità di governo e della responsabilità verso l’Europa.

    Allo stesso modo, così come non è strano che alle elezioni europee conti molto il problema del rapporto tra politiche comunitarie e politiche nazionali, non è strano neppure che in Liguria, con lo strascico di qualche alluvione alla spalle, un politico vicino a Burlando venga penalizzato. Se a questo aggiungiamo un volto di primo piano dell’attuale centro-destra (Toti), lo slancio propulsivo della Lega Nord e le relative ricadute benefiche (quel curioso effetto per cui, magari, ci si vergogna a votare le camicie verdi, ma non i loro alleati “più presentabili”), ecco che si spiega come mai Forza Italia non è completamente sparito dalla Liguria, passando “solo” dal 13,89% delle europee al 12,66% dell’altro giorno.

    Seceeondo Paita questo risultato è ascrivibile anche al comportamento di Pastorino, reo di aver diviso il partito per mera strategia politica e di aver consegnato così la regione alla destra. Tuttavia è un ragionamento che non convince. Innanzitutto non ci sono elementi per sostenere che tutti gli elettori di Pastorino sarebbero stati automaticamente elettori di Paita. È probabile, anzi, che chi ha scelto di non votare PD non avesse sin dall’inizio alcuna intenzione di farlo: e forse, senza un’alternativa a sinistra, la più parte si sarebbe rivolta all’astensione. Dall’altro lato, se anche l’accusa fosse vera, Renzi e il suo partito non farebbero altro che raccogliere quanto seminato.

    Sin dagli esordi, infatti, il Presidente del Consiglio non ha avuto remore nel calpestare le minoranze interne pur di portare a termine gli obiettivi prefissati. È pur vero che questo comportamento veniva giustificato con l’esigenza, apparentemente nobile, di dare stabilità e governo al paese; cosa che Pastorino, a livello regionale, non ha dimostrato di tenere in grande considerazione: ma è anche vero che questa stessa governabilità si poteva benissimo ottenere mediando e facendo qualche concessione alle minoranze, senza il rischio di appaltare il problema alle destre; cosa che Renzi si è ben guardato dal fare. Ha applicato invece la forza brutale dei numeri, permettendosi persino il lusso di irridere i membri del suo partito che non riteneva degni d’attenzione (il celebre «Fassina chi?»). Se dunque Cofferati, Pastorino e Civati hanno davvero pensato soltanto a rompere le uova nel paniere del premier, non si può fargliene una colpa: per essere considerati, questo è l’unico linguaggio che Renzi ha dimostrato di intendere.

    Andrea Giannini

  • Sentite il redivivo prof. Monti: la nostra democrazia incompatibile con l’Europa unita

    Sentite il redivivo prof. Monti: la nostra democrazia incompatibile con l’Europa unita

    italia-europa-politicaL’altro giorno, mentre a Genova un groppo di antagonisti contestava “animatamente” Matteo Salvini, mostrando così di vederlo come uno dei pericoli più seri per la nostra democrazia, quasi parallelamente in uno studio televisivo, senza che nessuno alzasse un sopracciglio, il redivivo professor Mario Monti spiegava tranquillamente gli italiani che il vero pericolo da cui occorre guardarsi è la democrazia stessa. Intervenuto a Otto e Mezzo, ospite di Lilli Gruber, nel lamentarsi per il populismo dilagante, che costringe la politica ad appiattirsi su una logica di breve periodo perdendo di vista gli obiettivi davvero importanti, il senatore a vita poneva una questione cruciale: «Non è che forse, per caso, le nostre democrazie europee e non europee, le nostre democrazie occidentali di tipo sempre più illusionistico, basato sulle promesse e basato sull’orizzonte breve, diventano di fatto incompatibili con l’integrazione internazionale e con l’integrazione europea?»

    La domanda, chiaramente retorica, ha implicazioni enormi, in particolar modo per noi abitanti del vecchio continente (benché i presenti in studio non abbiano dato segno di essersene accorti). Tradotta in un italiano più spiccio, al netto dei toni sicuramente garbati, ma oscuri, dell’ex-premier, suona più o meno così: «Visto che i popoli europei continuano a dare credito ai vari Grillo e Salvini, ma anche agli Tsipras, ossia ad autori di promesse che, senza l’avallo di Bruxelles e Francoforte, non si possono realizzare, ha senso continuare a farli votare?»

    Il ragionamento non fa una grinza. In effetti i leader nazionali già adesso non sono autonomi, perché dipendono per molte questioni centrali, come la ripartizione e l’ammontare della spesa pubblica, dal controllo degli organismi comunitari. Questo fa sì che le politiche realmente praticabili siano solo quelle che trattano aspetti marginali o che si accordano all’orientamento prevalente in Europa. Tutte le altre politiche non fanno che creare un contrasto tra il livello politico nazionale e quello comunitario. Di qui la necessità di abbandonare le democrazie nazionali, se non si vuole pregiudicare la costituzione di un’Europa unita.

    Per Monti, dunque, l’alternativa è secca: da una parte sta l’integrazione comunitaria, che dovrebbe condurre ad una nuova democrazia su base europea; dall’altra la Repubblica italiana e la Costituzione. Le due opzioni non sono sovrapponibili: sono anzi in netto contrasto. Se si vuole un’Unione Europea forte e stabile si dovranno necessariamente smontare gli attuali sistemi costituzionali nazionali, perché – ovviamente – erano stati concepiti per essere assoluti, non per essere limitati e sottoposti a fonti di sovranità gerarchicamente superiori. La nostra Costituzione, ad esempio, riconosce solo i trattati internazionali, purché siano stati sottoscritti in condizione di parità: ma in alcun modo prevede che altra legge o costituzione possa affiancarsi ad essa e addirittura scavalcarla.

    È evidente come il professor Monti veda nell’integrazione europea e in quella internazionale (una «globalizzazione governata») un’opportunità e non un rischio. Tuttavia bisogna ammettere che se c’è in giro in questo momento qualcosa che si può definire davvero “anticostituzionale”, nel senso che punta letteralmente a smantellare la Costituzione, questa cosa non sono certo i ragli di un leghista in felpa, ma i ragionamenti monocordi di un bocconiano in loden.

    Se ciononostante il lettore non riuscisse a vedere nessun pericolo nella prospettiva di passare ad una nuova democrazia su scala europea, abbandonando quella attuale, forse è il caso che consideri giusto un paio di punti:

    1. nel mentre in cui si lavora a come attuare questo meraviglioso mondo del domani, siamo bloccati nella situazione attuale, in cui l’Unione non è forte e gli Stati nazionali sono deboli: in questo contesto – che non si sa per quanto durerà – la sovranità è incerta, la democrazia è quasi superfluo e i risultati si vedono;

    2. quali garanzie ci sono che costruiremo forme realmente democratiche, visto che di fatto stiamo appaltando la questione a un gruppo internazionale di burocrati non eletti?

    3. la nostra Costituzione è anti-fascista, perché nata dalla Resistenza; eppure sta stretta sia alla finanza internazionale, come abbiamo letto nel famoso report di JP Morgan, sia ai ferventi fautori dell’integrazione politica europea, come ha dichiarato in quest’occasione Monti: non viene il sospetto che abbiano entrambi lo stesso obiettivo?

    4. in che modo una democrazia europea supererebbe il populismo che l’ex-premier deplora, visto che per Monti anche la Merkel ha peccato di scarsa lungimiranza?

    5. e se persino gli Stati Uniti d’America rischiano di cadere vittima della logica della «tirannia del breve termine», perché questo rischio sarebbe scongiurato con gli Stati Uniti d’Europa?

     

    Andrea Giannini

  • Il Governo contro tutti: crisi e campagne d’odio, l’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni

    Il Governo contro tutti: crisi e campagne d’odio, l’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni

    protesta-studentiLo scontro del momento, in questa ennesima riedizione de “il governo contro tutti”, vede l’esecutivo opposto a insegnanti e pensionati. I primi sono accusati di non avere compreso la riforma, che vuole aprire il mondo della scuola alla meritocrazia (sottotitolo: molti insegnanti non meritano di stare dove stanno). I secondi, d’altra parte, non possono pretendere, dopo la sentenza della Corte costituzionale, di recuperare tutti insieme le indicizzazioni perdute: un po’ perché bisogna tutelare prima i pensionati più poveri (e le classi medie? che si adattino); un po’ perché bisogna togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno; e un po’ perché chi è andato in pensione col vecchio sistema retributivo – diciamocelo – vive alle spalle delle nuove generazioni, e anzi si meriterebbe un bel ricalcolo col contributivo.

    I protagonisti sono cambiati: eppure la trama di questo teatrino dell’assurdo dovrebbe cominciare a suonare vagamente familiare. Ormai anche il più diffidente (ammesso che qualcuno sia scampato al dito accusatore di questi governi moralizzatori) dovrebbe aver capito che le diverse crociate contro certe categorie sociali cominciano ad assomigliarsi tutte in un modo un po’ troppo sospetto. Il tema è sempre lo stesso: i diritti acquisti da alcune categorie sono additati come ingiustizie intollerabili nei confronti di altre categorie, che nel frattempo hanno perso, o non hanno mai avuto, quegli stessi diritti.

    È esattamente il caso succitato: quello che per i pensionati è un diritto, la pensione conquistata dopo anni di lavoro in base alle leggi vigenti, per i più giovani è invece un privilegio, dato che questi ultimi non riusciranno, con tutta probabilità, ad avvalersi di un analogo trattamento previdenziale. Queste categorie finiscono così le une contro le altre, come i polli di Renzo, senza che nessuno si renda conto che non sono stati i pensionati a introdurre le prime forme di lavoro precario che oggi minacciano il futuro dei giovani.

    Si possono citare molti altri casi. Da principio l’oggetto della riprovazione generale era solo la casta dei politici; ma col tempo altre categorie sono finite vittime di varie campagne di discredito: la magistratura, nei cui uffici giudiziari si lavora solo la mattina, da settembre a giugno; i dipendenti pubblici, che hanno ferie pagate, maternità e sono (erano) non licenziabili; gli autonomi, che dichiarano meno di quanto guadagnano; i giovani, che sono troppo “choosy”; i commercianti, che non fanno gli scontrini; gli imprenditori, che non investono e non fanno innovazione; gli insegnanti, che lavorano 18 ore a settimana e non si aggiornano; e infine persino le famiglie italiane, che sono più ricche di quelle tedesche (e dunque si possono tassare per benino).

    È una propaganda che funziona molto bene perché fa leva sul risentimento sociale. In ognuna di queste categorie c’è, in effetti, qualcosa che non va: e ognuno di noi, nel suo piccolo, ne ha fatto esperienza. Il sotteso, però, è che finalmente abbiamo tutto il diritto di prendercela con il giudice che ci ha dato torto nel ricorso, con l’insegnante di matematica che ha rimandato nostro figlio, con il funzionario delle poste che fa una pausa caffè troppo lunga e con il milanese sul SUV che ci sorpassa a gran velocità durante gli esodi estivi sull’Aurelia. Il messaggio è che non dobbiamo superare queste divergenze per fare causa comune: dobbiamo invece odiarci a vicenda, perché la colpa del declino del paese è sempre dell’italiano che mi siede accanto.

    Tuttavia a questo punto dovrebbe essere chiaro che questo gioco è a somma negativa: se cadiamo nel tranello di pensare che la colpa sia sempre degli altri, forniamo solo un comodo alibi per chi sta al potere. Sarebbe l’ora di rendersi conto, dunque, che siamo tutti sulla stessa barca, vittime di una strategia precisa. L’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni: non potendolo perseguire direttamente, perché si otterrebbe solo un’opposizione generale, si punta a mettere una categoria sociale contro l’altra, erodendo così i benefici acquisiti pezzo per pezzo.

    Naturalmente gli ultimi esecutivi che si sono succeduti, e la stampa servile che regge loro il sacco, non si sono posti un simile traguardo solo perché sono cattivi: il fatto è che comprimere la democrazia, abbassare i salari e tassare la ricchezza privata è l’unico modo per competere stando dentro al sistema euro e ai vincoli di bilancio. Anziché rilanciare l’economia svalutando rispetto ai partner europei e spendendo a deficit, siamo costretti a tenerci un’alta disoccupazione per far diminuire le pretese dei lavoratori, compensando poi il calo di gettito con l’aumento delle tasse. Il vincolo del 3% annuo di indebitamento, infine, è il grimaldello che permette ai governi di dire che la coperta è corta: se esiste un tetto oltre cui non si può spendere, è chiaro che in tempi di crisi qualcheduno dovrà adattarsi ad avere meno.

    Il risultato è che questa campagna d’odio, necessaria per tenere in piedi un sistema monetario ormai al collasso, mentre si rincorrono fantomatiche riprese, ha completamente lacerato il tessuto sociale. Chi ha alimentato questo risentimento, che lo abbia fatto consapevolmente o che si sia limitato – come certi militari nazisti – ad eseguire gli ordini, è comunque colpevole di aver rovinato questo paese, riducendolo ad una serie di combriccole ugualmente dedite al proprio meschino interesse personale o negando il senso stesso della sua esistenza.

     

    Andrea Giannini

  • Marcello Foa, lo stato di salute dell’informazione. Dal concetto di “frame giornalistico”, al ruolo dello spin doctor

    Marcello Foa, lo stato di salute dell’informazione. Dal concetto di “frame giornalistico”, al ruolo dello spin doctor

    marcello-foa
    Marcello Foa è stato cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) presso l’Università della Svizzera Italiana (USI), dove attualmente insegna anche giornalismo internazionale e comunicazione. Ha focalizzato le proprie ricerche accademiche sul fenomeno dello spin, finalizzandole nel saggio “Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (2006, Guerini e associati editore), testo che è stato adottato da diverse università. È autore di due romanzi per Piemme Editore: “Il ragazzo del lago“ (2010) e “Il bambino invisibile“ (2012). Dallo scorso anno è vice-presidente dell’associazione A/simmetrie, fondata dall’economista Alberto Bagnai.

    Milanese classe 1963, Marcello Foa è giornalista e direttore generale del gruppo editoriale Timedia. Ha lavorato in Svizzera per la Gazzetta Ticinese e il Giornale del Popolo; in Italia per Il Giornale, guidato allora da Indro Montanelli. È stato inviato speciale di politica internazionale in Russia, Francia, Germania, Turchia e Stati Uniti. Nel 2007 ha creato “Il cuore del mondo”, oggi un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it.

    Con Marcello Foa abbiamo discusso del mondo dell’informazione, dei meccanismi della diffusione delle notizie e di democrazia. Sul numero #59 del bimestrale (apr-mag) abbiamo pubblicato uno speciale ad hoc; riportiamo qui l’intervista integrale e rimandiamo alla rivista cartacea per ulteriori approfondimenti.

    Se volessimo fare come fanno gli studenti a scuola, per i quali Platone è “quello del mondo delle idee” e Leopardi “quello de L’Infinito”, dovremmo dire che Marcello Foa è “quello del frame”…  Scherzi a parte, trovo il concetto di frame piuttosto utile per tenere insieme due evidenze apparentemente inconciliabili: ossia, da un lato, il fatto che non esiste un “ministero per la propaganda” come ai tempi del fascismo; dall’altro lato che, ciononostante, i media appaiono molto omologati. Di solito la gente finisce per risolvere questa contraddizione illudendosi che in democrazia l’uniformità dei mezzi d’informazione dipenda dal fatto ci viene raccontata la verità…

    «Sì, il concetto del frame è fondamentale per capire queste logiche. Sostanzialmente è una “cornice mentale” che noi ci creiamo su un qualunque argomento. A volte sono delle piccolissime cornici, dei fili, che entrano, si formano e si vaporizzano. In certi casi, però, possono essere anche giudizi forti su argomenti importanti. E più queste cornici sono legate a delle emozioni o dei fatti che noi non conosciamo, più è facile che diventino permanenti. Per esempio, l’11 settembre ha avuto un impatto enorme perché ha scioccato tutti: vedere lo schianto degli aerei, il crollo delle torri in una città come New York… per molti europei è stato come se la tragedia fosse avvenuta in casa nostra. Altri casi possono essere l’ISIS, l’Ucraina o la Siria: fatti che improvvisamente finiscono alla ribalta senza che la gente sappia bene di cosa si parla e su cui dunque si ragiona in base al giudizio che ci si forma nel momento stesso in cui si apprende la notizia. Ed è qui che entra in azione lo spin doctor».

    Ossia l’esperto di comunicazione, il consulente che elabora la strategia d’immagine…

    «Sì. Lo spin doctor vuole formare una “cornice” molto forte su quel dato argomento, perché è consapevole del meccanismo psicologico della mente umana per cui, una volta che si è formato un giudizio di fondo (il bene e il male, il giusto e il cattivo, ecc.), le notizie che entrano dentro questa cornice di giudizio vengono rafforzate e continuamente rinvigorite, mentre le notizie che ne escono fuori vengono relativizzate o addirittura scartate. Ecco perché – per fare un altro esempio – oggi è molto difficile parlare di Putin: perché, per il frame della nostra stampa “Putin è il cattivo, l’Ucraina è invasa, la Russia ha mire imperiali”».

    In questi casi è facile che chi nega la “verità ufficiale” venga additato come “complottista”: come si distingue chi elabora bizzarre teorie del complotto da chi invece scava alla ricerca della verità?

    «Bisogna distinguere diversi temi. C’è il tema del conformismo, per cui tutti dicono la stessa cosa sentendosi molto liberi e originali – io trovo, per esempio, che i lettori e gli elettori di sinistra tendano ad essere i più conformisti, nel senso che tendono a ripetere la “verità comune”. Poi ci sono coloro che dissentono e sviluppano idee proprie, il cui libero pensiero può anche essere accettato, ma più spesso rifiutato o relativizzato. Infine ci sono i cosiddetti “complottisti”, che non sono né conformisti, né anti-conformisti, ma cercano la verità nascosta dietro la teoria ufficiale, talvolta “azzeccandoci”, talvolta no. Su questo tema sono molto sensibile, perché sono convinto che anche il buon giornalista debba scavare e andare in profondità, senza limitarsi a riportare quello che accade in quella superficie che chiunque può vedere e raccontare. Tuttavia, la differenza tra il giornalista che fa analisi e il complottista è la verifica delle fonti, mirata non ad assecondare un pregiudizio, ma a verificare incongruenze eventualmente emerse nell’indagine di una situazione».

    Dunque il nodo centrale è la verifica delle fonti…

    «Non solo: il punto vero è l’approccio alla verifica. Il complottista cerca un riscontro alla sua idea; il giornalista fiuta quello che non va e scava per trovare conferma a un dubbio che sorge a seguito di un’analisi delle cose. Anomalie e fatti che non tornano spingono a porsi delle domande, a ricostruire la filiera: insomma, a fare vero giornalismo investigativo teso alla risoluzione dei dubbi. Solo una volta ricostruite e risolte le contraddizioni, ci può distaccare a ragion veduta – e in questo modo raramente sono stato smentito nella mia carriera – da quella che è la verità ufficiale.

    Il complottista tradizionale parte da un presupposto diverso: pensa che sia tutta una grande manipolazione e vede il complotto dietro qualunque fatto. Il che talvolta può anche significare “azzeccarci”: ma può anche portare a prendere delle cantonate clamorose. Un esempio di  informazione controcorrente, che io condivido al 100%, ce lo dà Ray McGovern, un ex-analista della CIA con cui ho fatto un dibattito a Firenze: questa persona è molto coraggiosa e negli Stati Uniti ha fatto delle denunce fortissime.

    Il problema di fondo è che nella nostra società “democratica”, paradossalmente, è sempre più difficile far passare un messaggio diverso. C’è un certo tipo di pubblico, per fortuna: ma è minoritario. La grande massa si accontenta di quello che è il frame, il luogo comune iniziale; oppure si accontenta di un dibattito in apparenza vivace, ma che in realtà non esce mai da certi binari, rimbalza entro certe linee invisibili e così non diventa mai “scomodo”. Questo è un problema molto serio, perché tende a relativizzare una delle caratteristiche fondamentali della nostra democrazia: la capacità per il pubblico di formarsi un’idea fondata, solida, autentica».

    Un altro punto è quello del rapporto del giornalista con la complessità delle notizie. Secondo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano i temi economici e la politica europea sono volutamente incompatibili con la portata di un dibattito democratico: un problema grosso; eppure sembra che gli italiani possano fare poco più che prenderne atto. Io mi chiedo invece se il compito del giornalista non sia anche quello di saper operare una sintesi utile a rendere accessibile un certo tema ad un pubblico inesperto. Questo significherebbe, però, anche “metterci del proprio”, sacrificando un po’ di oggettività. Insomma, di quale tipo d’informazione deve andare in cerca l’utente?

    «Ottima domanda. Il giornalismo anglosassone – che ormai non esiste quasi più – tendenzialmente ha risolto questo dilemma: da un lato fa la cronaca, dall’altro fa il commento e l’analisi. Oggi in realtà questa barriera tende a cadere, per via del fatto che anche il giornalista è vittima del frame.

    Mi spiego meglio. Tornando all’esempio della Russia, se io parto dalla convinzione che Putin abbia ammazzato, o voluto o permesso che Nemtsov fosse ucciso, la cronaca che farò sarà piena di “si dice”, di “forse”, di “si sussurra” che tendono ad accentuare nel lettore il sospetto che questa cosa sia realmente avvenuta: e dunque influenzo il mio lettore già a partire dalla cronaca. Ho notato che, in effetti, i giornalisti tendono ad essere molto sensibili a questa cornice sulla Russia: e dunque anche le cronache risultano abbastanza condizionate.

    Poi ci sono dei limiti molto forti nel modo in cui si fa giornalismo. Se faccio il cronista politico a Roma o a Bruxelles, chi sono i miei referenti quotidiani? Sono il portavoce del PPE, il portavoce della Commissione, il portavoce di Palazzo Chigi, eccetera; tutte persone con cui alla fine divento amico. Sono loro che poi mi telefonano o che mi mandano una e-mail quando sono arrabbiati o compiaciuti. Questo microcosmo è anche parte del mestiere; se però mi ci immergo troppo, poi finisce che perdo la percezione di cosa interessa davvero alla gente. È per questo motivo che quando leggo le cronache politiche italiane mi sfugge lo scopo di quello che si scrive: perché sono cose da addetti lavori… o “adepti” ai lavori».

    Sì, il gioco di parole rende l’idea. E allora, se il lettore non capisce, non è sempre e solo colpa sua…

    «Io vengo dalla scuola di Montanelli e per formazione penso che, di qualunque cosa io scriva, anche il macellaio sotto casa debba essere in grado di percepire la mia valutazione e capire cosa stia succedendo. Eppure oggi questo approccio – che una volta faceva parte delle regole del buon giornalismo di stampo anglosassone – tende a cadere. Ci troviamo di fronte, così, a giornalisti che si dimenticano dei lettori.

    All’opposto chi fa televisione tende ad essere totalmente in superficie, piattissimo, ripiegato su stereotipi quali giusto e sbagliato, buono e cattivo; perché se il messaggio non passa, lo spettatore cambia canale. Il paradosso della nostra epoca è che siamo molto informati, perché abbiamo tante fonti di informazione, ma siamo poco informati, perché nessuno ci spiega l’essenziale. È  questo fenomeno che rende l’informazione meno “convincente” di quello che era qualche anno fa».

    Se andiamo ancora più sul generale, ci imbattiamo – mi pare – in un problema di democrazia. Mi spiego meglio. Io acquirente di giornali, fruitore di informazioni, sono anche un cittadino che vota: quanto di tutto quello che accade a Roma o a Bruxelles può essere davvero utile per le decisioni che sono chiamato a prendere e quanto invece attiene al dibattito tecnico?

    «Non c’è dubbio che, se chiedo alla gente cosa abbia capito dello spread, esce fuori di tutto. Il punto però è che ci sono certe decisioni fondamentali sulle quali il cittadino deve essere messo in grado di capire davvero la posta in gioco.

    Un esempio: l’euro comportava la fine della sovranità economica e monetaria dell’Italia; ossia la fine dell’indipendenza di giudizio e di azione del governo e dell’industria italiana. E invece hanno fatto una propaganda atta a dipingere l’Unione Europea e la moneta unica come il paradiso: “saremo un paese forte”, “la nostra economia crescerà”, “saremo come i tedeschi”, “le leggi funzioneranno” e tutta una bella retorica di popoli uniti. Oggi ci troviamo con un solo paese che ci guadagna (Germania), con dei paesi che sono alla fame (Grecia, ma anche Spagna e Portogallo) e con altri paesi che stanno perdendo la loro indipendenza e il loro benessere economico (noi). Il vero messaggio che andava lanciato, allora, sarebbe dovuto essere: “se entrerai nell’euro, del tuo futuro non deciderà più il tuo governo, ma la Commissione Europea e Banca Centrale Europea”. La questione a quel punto sarebbe stata capire se a noi convenisse davvero oppure no: ma questo discorso, verso la fine anni ’90, non è stato fatto».

    In effetti non ricordo a quell’epoca grandi prese di posizione contro l’euro o contro l’UE…

    «Perché chi ha provato a farlo ha subito il solito meccanismo del frame: “sei euro-scettico”, “sei contro il futuro”, “sei contro l’Europa”, eccetera. Non si giudicava neppure l’obiezione, ma si poneva subito un’etichetta denigrante su chiunque provasse ad avanzare dubbi, che pure oggi ci appaiono assolutamente legittimi e fondati. Di fronte all’accusa di “euro-scetticismo”, dovevi difendere non il merito della tua posizione, ma la tua persona, dimostrando di non essere un “cattivone” come Haider o Le Pen.

    Il fatto è che quando ci sono dei dossier internazionali e degli interessi così grandi in gioco, arrivano spin doctor professionisti che sanno preparare le campagne giuste: e la stampa finisce per cascarci, ripetendo tutti i frame con una facilità estrema. È il discorso che lei faceva all’inizio: se siamo in democrazia, tendiamo a fidarci dell’autorità. Pertanto se il governo italiano, la maggior parte dei politici italiani, la Commissione Europea, il governo francese, gli Stati Uniti, l’FMI, la BCE; insomma, tutti ci dicono che l’euro va bene, allora anche i grandi giornali “istituzionali”  tenderanno a percepire il messaggio e a rilanciarlo.

    Io invece sono di un’altra scuola. Io cerco di capire se quello che viene proposto è giusto: e poi cerco di spiegarlo a miei lettori. Il che non vuol dire, naturalmente, ch’io non possa sbagliarmi».

    Se dovesse scegliere un problema del mondo dell’informazione da cui cominciare per invertire una parabola che evidentemente è declinante, cosa sceglierebbe?

    «Nel mondo dell’informazione in generale distinguerei almeno due problemi: da un lato c’è ovviamente il condizionamento esercitato dall’establishment o dal mondo politico; dall’altro lato, però, c’è anche il condizionamento economico: ossia, come si fa a fare informazione oggi? Se la pubblicità scappa, infatti, bisogna capire dove si ricava il sostentamento.

    Oggi è difficile fare informazione in generale perché mancano le risorse. Il paradosso è che su internet si può avere anche tantissimo pubblico; ma, se si va ad analizzare il budget dei siti internet, per quanto di successo, si scopre che questi raccolgono una piccola parte della pubblicità e delle risolte che raccolgono altri media.

    Questo è il problema principale: come far sì che un giornalista possa essere davvero libero, in modo che possa fare buona informazione. Lo strumento del blog – che io naturalmente apprezzo, essendo io stesso uno degli animatori della blogsfera – ha un grosso limite: non garantisce un’informazione costante e regolare. Il vero problema è dunque quello di mettere i giornalisti in grado di fare giornalismo libero e di qualità, di non essere completamente ostaggio delle leggi dell’audience. Tuttavia non saprei dire come: non ho una soluzione sicura».

     

     

     Andrea Giannini